20 giugno 2020 – dal 1934 Tout va très bien, Madame la Marquise

Martedì scorso “Il fatto quotidiano” riportava, nell’articolo “La tolleranza zero di Donald Trump” di Giampiero Gramaglia, una notizia che mi lasciava meravigliata.
«In ciascuno degli ultimi quattro anni censiti, oltre mille minori migranti entrati negli Stati Uniti dalla frontiera meridionale da soli, senza i genitori. o separati dalla famiglia all’arrivo, come prevede la prassi instaurati dall’Amministrazione Trump, hanno subito molestie sessuali mentre erano affidati all’autorità pubblica. I dati sono contenuti in un rapporto ufficiale del Dipartimento della Sanità e dei Servizi Umani».

Accidenti, mi sono detta, ma io ne avevo scritto nel mio blog e – essendo fornita di apposite parole chiave- ho ritrovato: ne avevo scritto il 27 dicembre 2018.
Titolo “Un bambino muore solo. Ha fatto paura al Presidente degli Stati Uniti”.
In quel post avevo riportato – con un link a TG2000 che ancora funziona – la registrazione dei pianti dei bambini, strappati ai genitori e ingabbiati, perché i genitori che – con loro – avevano cercato di passare il confine dal Messico erano stati incarcerati e non potevano tenerli con sé.

https://www.youtube.com/watch?v=y05743HMrWM

La strana ricomparsa del problema il 16 giugno 2020 mi aveva incuriosito e ora ne ho scoperto la ragione.
Per saperne di più inserisco il link alla notizia con data dall’ANSA                             . [Fonte 1]

A questo punto continuo a cercare perché c’è qualche cosa che non mi torna.
E il “qualche cosa” si trova oggi in un articolo di Avvenire, quotidiano vicino alla CEI, di cui ricopio brevi passaggi

«New York. Stop della Corte Suprema americana al tentativo di Donald Trump di eliminare il diritto degli immigrati giunti negli Stati Uniti da bambini a rimanere negli Usa. Grazie alla decisione del massimo tribunale statunitense circa 700mila giovani che vivono, hanno studiato e ora lavorano negli Usa potranno rimanere nel “loro” Paese senza paura della deportazione. I nove giudici hanno dato ragione alla corte che nel 2017 aveva impugnato la decisione della Casa Bianca di eliminare le protezioni stabilite dal programma Deferred action for childhood arrivals (Daca), creato nel 2012 da Barack Obama […]
Due giorni fa, i giudici della Corte suprema statunitense hanno stabilito che il divieto di discriminazione nel mondo del lavoro va esteso anche alle persone gay e “transgender”».
Nell’articolo pubblicato oggi a firma Elena Molinari, il riferimento ai transgender non suscita commento alcuno.                         [Fonte 2]

Torno in Italia
Torno in Italia e riprendo l’affermazione contenuta nell’articolo di Avvenire citato sopra, articolo che si può leggere integralmente con il link segnalato come Fonte 2 e che correttamente riferisce di una attenzione specifica negli USA alla rimozione di una discriminazione sul lavoro di “gay e transgender”. Voglio capire se e quale peso potrebbe avere un analogo atteggiamento costruttivo in Italia , nel riferimento a una riforma legislativa il cui obiettivo è quello «di estendere le sanzioni già individuate per i reati qualificati dalla discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi anche alle fattispecie connesse all’omofobia e alla transfobia».
Con questa iniziativa la Camera «intende dunque colpire non soltanto i casi di omofobia e di transfobia ma le condotte di apologia, di istigazione e di associazione finalizzata alla discriminazione, comprese quelle motivate dall’identità sessuale della vittima. Si tratta di un intervento reso quanto mai necessario e urgente dalle dimensioni impressionanti che hanno assunto nel nostro Paese i casi di discriminazione di violenza nei confronti delle donne e delle persone LGBTI».                                                               [Fonte 3]

Con passo felpato.
A questo punto interviene la CEI con un comunicato dal linguaggio nuovo, “tollerante”, ben diverso da quello con cui il cardinale Ruini, presidente della CEI, nel 2005 aveva fatto fallire il referendum sulla legge 40, e afferma che «trattamenti pregiudizievoli, minacce, aggressioni, lesioni, atti di bullismo, stalking … sono altrettante forme di attentato alla sacralità della vita umana e vanno perciò contrastate senza mezzi termini». E continua: «un esame obiettivo delle disposizioni a tutela della persona, contenute nell’ordinamento giuridico del nostro Paese, fa concludere che esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio».
In sostanza nulla si deve fare sul piano istituzionale perché tutto va bene com’è.                     [Fonte 4]

A questa posizione hanno proposto dignitose, consapevoli e responsabili obiezioni i genitori di un figlio omosessuale . L’agenzia Adista ha pubblicato il testo della loro lettera                                      [Fonte 5]

Tutto va bene com’è?!   
Certamente l’assit che la CEI lancia alle forze dell’intolleranza presenti in parlamento non è cosa da poco e può essere di ostacolo a una iniziativa di riforma, data l’autorevolezza dei Vescovi nei confronti dell’opinione pubblica, ma a me quel “tutto va bene” preoccupa anche per un altro motivo.

Nel 2009 la legge 94, imponendo la presentazione del permesso di soggiorno per la registrazione delle dichiarazioni di nascita in Italia di un figlio di migranti irregolari, aveva – e ha, dato che la legge non è stata modificata – creato le condizioni per dissuadere i genitori dal compiere l’atto dovuto. Il 10° Rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia raccomanda «al Parlamento di legiferare in modo da garantire il diritto alla registrazione per tutti i minorenni nati in Italia, indipendentemente dalla situazione amministrativa dei genitori».
Le maggioranze politiche che hanno sostenuto i governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte 1 e 2 se ne sono disinteressate e se ne disinteressano tuttora, confortate dal silenzio delle più importanti associazioni che dicono di voler tutelare i diritti umani.
E, naturalmente dalla silente autorità vescovile che per queste piccole vittime non ha neppure bisogno di dire ai parlamentari di non fare nulla perché nulla hanno fatto e stanno facendo.

Stiamo catalogando i “resti” dell’umanità da scartare senza fatica … da una pacca sulla spalla alla pigrizia parlamentare al silenzio che consente la continuità di un arbitrio.

[Fonte 1]
https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/nordamerica/2020/06/18/la-corte-suprema-usa-blocca-trump-sui-dreamer_69709907-0822-4d32-93cd-d337c74dcfdb.html

[Fonte 2]
https://www.avvenire.it/mondo/pagine/nuovo-schiaffo-della-corte-suprema-trump-non-potr-deportare-i-dreamers

[Fonte 3]                Atto Camera 107
https://www.camera.it/leg18/995?sezione=documenti&tipoDoc=lavori_testo_pdl&idLegislatura=18&codice=leg.18.pdl.camera.107.18PDL0005470&back_to=https://www.camera.it/leg18/126?tab=2-e-leg=18-e-idDocumento=107-e-sede=-e-tipo=#RL
Modifiche alla legge 13 ottobre 1975, n. 654, e al decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, per il contrasto dell’omofobia e della transfobia nonché delle altre discriminazioni riferite all’identità sessuale

[Fonte 4]             https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/omofobia-non-serve-una-nuova-legge
Nel contesto dell’articolo, raggiungibile con il link segnalato , si può leggere l’intero comunicato della Presidenza CEI.
Dalla autopresentazione di Avvenire
4 dicembre 1968. La data di nascita di Avvenire è legata a una persona, una scelta e un evento. Fu Paolo VI a volere un nuovo quotidiano dei cattolici italiani, si prefiggeva di tradurre lo spirito del Concilio Vaticano II in uno strumento popolare d’informazione e di giudizio sulla realtà del mondo contemporaneo.

[Fonte 5]          https://www.adista.it/articolo/63700

20 Giugno 2020Permalink

16 giugno 2020 – Ci sono violenze che non hanno bisogno di ginocchia sul collo di una persona per soffocarla.

Il 13 giugno ho raccolto un po’ di documentazione in merito alle proposte di legge alla attenzione della camera, proposte che fanno capo alla proposta Boldrini e Speranza: “Modifiche alla legge 13 ottobre 1975, n. 654, e al decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, per il contrasto dell’omofobia e della transfobia nonché delle altre discriminazioni riferite all’identità sessuale” (C107)
L’obiettivo delle norme è quello “di estendere le sanzioni già individuate per i reati qualificati dalla discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi anche alle fattispecie connesse all’omofobia e alla trans fobia”.

Avvenire (quotidiano il cui riferimento al mondo cattolico e alla stessa CEI è d’obbligo) in un recente articolo ha pubblicato anche il comunicato dei Vescovi italiani in proposito, ribadendo l’interpretazione   di ‘inutilità’ della norma                                                                                                                                              [Fonte1]
Ne riporto il link in calce riprendendolo così anche da altra fonte e cito l’espressione che mi preoccupa in modo particolare perché – secondo me – introduce un elemento atto a influenzare non solo una cultura cattolica preconciliare ma anche di dar sostegno culturale alle pozioni della peggior destra parlamentare: « Al riguardo, un esame obiettivo delle disposizioni a tutela della persona, contenute nell’ordinamento giuridico del nostro Paese, fa concludere che esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio ».                                                                                  [Fonte2]

A questo punto trascrivo la lettera di due genitori che prendono posizione nel rispetto della verità cui li guida anche l’amore per i propri figli                                                                                                           [Fonte3]

Lettera ai vescovi italiani sull’omofobia e la transfobia
La lettera che segue è stata inviata in seguito alla presa di posizione della presidenza della Cei sulla proposta legge, attualmente all’esame della Commissione Giustizia della Camera, sulla omofobia e la transfobia.
12 giugno 2020_Distinta Presidenza della CEI, vi inviamo questa lettera, pregandovi di farla conoscere a ciascuno dei vescovi italiani.

Cari Vescovi,
siamo genitori di due ragazzi, Marco ed Emanuele, il primo eterosessuale, il secondo gay. Stiamo seguendo con interesse e coinvolgimento i disegni di legge attualmente in discussione alla Commissione Giustizia della Camera, nella speranza che una legge che contrasti i crimini d’odio contro le persone LGBT sia presto approvata dal nostro parlamento.
Il comunicato della CEI del 10 giugno 2020 ci ha indignati come cittadini, che vedono ancora una volta un’ingerenza dei vertici della chiesa cattolica italiana nell’approvazione di leggi di uno stato laico, e ancor più ci ha indignati come credenti.
Leggiamo nel comunicato che la legge oltre che inutile, in quanto “non si riscontra alcun vuoto normativo, e nemmeno lacune che giustifichino l’urgenza di nuove disposizioni”, sarebbe pericolosa perché “rischierebbe di aprire a derive liberticide, per cui – più che sanzionare la discriminazione – si finirebbe col colpire l’espressione di una legittima opinione”.
Sul primo punto, l’inutilità della legge, va detto che la legge attualmente in discussione estenderebbe a orientamento sessuale e identità di genere le pene già previste dall’attuale legge Reale-Mancino per chi “istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi” o “istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza” per gli stessi motivi. La legge Reale-Mancino prevede quindi misure di pena aggiuntive se la violenza, già punita da altre norme in vigore, viene commessa per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Senza un’estensione di tale legge ai crimini d’odio contro le persone LGBT, nessuna pena aggiuntiva sarebbe prevista per tali casi.
Ci sembra quindi tutt’altro che inutile la legge in discussione alla Camera e ci chiediamo perché una legge utile per proteggere le vittime di razzismo diventi inutile, anzi pericolosa, se protegge vittime di violenza omotransfobica.
A garantire poi la libertà di manifestare il proprio pensiero – preoccupazione espressa nel comunicato della CEI – ci pensa per fortuna la nostra costituzione. Va aggiunto inoltre che non verrà estesa alla legge contro la violenza omotransfobica la pena per chi propaganda idee fondate sull’odio razziale o etnico, prevista dalla legge Reale-Mancino per la propaganda razziale.
Nessun problema quindi rispetto alla libertà di espressione, vescovi e sacerdoti potranno seguitare ad insegnare a bambini e adulti che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati”, come recita il catechismo cattolico. Nessuna legge ve lo impedirà.
Siamo noi invece a chiedervi, e lo facciamo come credenti, di non farlo e di ripensare radicalmente ciò che la chiesa ha detto e fatto finora su questo tema. Di ripensarlo alla luce delle nuove conoscenze di cui oggi disponiamo ed ancor più alla luce del messaggio evangelico.
Per la sofferenza che come chiesa abbiamo provocato, per i pesi insostenibili che abbiamo posto sulle spalle dei fratelli e delle sorelle omosessuali e transessuali, non ci sono altre parole da spendere se non quelle per chiedere perdono, a loro e a Dio per aver provocato tanto dolore nel suo nome. A Galileo Galilei abbiamo chiesto perdono. Più di tre secoli dopo. A questi nostri fratelli e sorelle dobbiamo chiedere perdono ora, guardandoli negli occhi e cercando, se ci riusciamo, di sostenere il loro sguardo.
Quel dolore lo conosciamo bene, noi come i tanti altri genitori di ragazzi e ragazze LGBT con cui condividiamo il cammino, lo abbiamo letto sui volti dei nostri figli, ci è entrato dentro e ha cambiato le nostre vite. Il nostro è un cammino che si apre camminando, dove gioia, sofferenza e fatica si intrecciano indissolubilmente. Abbiamo visto crollare le certezze di prima, sperimentato battute di arresto. Il nostro viaggio non è quello di Ulisse, che tornava a casa, verso una meta sicura, somiglia di più al viaggio di Abramo, che lascia una vita agiata e parte verso una meta che non conosce (solo più tardi il Signore gliela indicherà), senza sapere che ci sarà una ricompensa e senza una mappa per il viaggio. Un cammino scomodo il nostro. D’altra parte, il cammino che ci indica Gesù non si fa viaggiando in prima classe.
Abbiamo capito che la fede non è una polizza di assicurazione per il futuro, che ci permette di stare tranquilli, con tutte le risposta in tasca. La fede è un rischio, lo stesso che ha accettato di correre Abramo, lasciando, sulla parola del Signore, il certo per l’ignoto. È questa la fede che ora sentiamo più nostra, quella di prima, fatta di certezze, non parla più ai nostri cuori.
È su quel cammino che vi aspettiamo. Per percorrerlo c’è bisogno di alleggerirci lo zaino dalla zavorra delle tante certezze, se non ce ne liberiamo, possiamo solo accomodarci in prima classe, ma allora è tutt’altro viaggio, o forse un viaggio finto per rimanere dove si è. Il Vangelo di Gesù sarà la nostra bussola. E annunceremo la buona novella agli emarginati e alle emarginate, perché è la buona novella, non la sofferenza, che Gesù ci ha chiesto di portare.
E allora non rimane che augurarci buon cammino!
Dea Santonico e Stefano Toppi

[Fonte1]
https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/omofobia-non-serve-una-nuova-legge

[Fonte2]
http://www.settimananews.it/vescovi/omofobia-non-serve-nuova-legge/

Ecco il testo del comunicato della presidenza Cei che propongo anche in chiaro:
“Nulla si guadagna con la violenza e tanto si perde”, sottolinea Papa Francesco, mettendo fuorigioco ogni tipo di razzismo o di esclusione come pure ogni reazione violenta, destinata a rivelarsi a sua volta autodistruttiva. Le discriminazioni – comprese quelle basate sull’orientamento sessuale –costituiscono una violazione della dignità umana, che – in quanto tale – deve essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni. Trattamenti pregiudizievoli, minacce, aggressioni, lesioni, atti di bullismo, stalking… sono altrettante forme di attentato alla sacralità della vita umana e vanno perciò contrastate senza mezzi termini. Al riguardo, un esame obiettivo delle disposizioni a tutela della persona, contenute nell’ordinamento giuridico del nostro Paese, fa concludere che esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio. Questa consapevolezza ci porta a guardare con preoccupazione alle proposte di legge attualmente in corso di esame presso la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati contro i reati di omotransfobia: anche per questi ambiti non solo non si riscontra alcun vuoto normativo, ma nemmeno lacune che giustifichino l’urgenza di nuove disposizioni. Anzi, un’eventuale introduzione di ulteriori norme incriminatrici rischierebbe di aprire a derive liberticide, per cui – più che sanzionare la discriminazione – si finirebbe col colpire l’espressione di una legittima opinione, come insegna l’esperienza degli ordinamenti di altre Nazioni al cui interno norme simili sono già state introdotte. Per esempio, sottoporre a procedimento penale chi ritiene che la famiglia esiga per essere tale un papà e una mamma – e non la duplicazione della stessa figura – significherebbe introdurre un reato di opinione. Ciò limita di fatto la libertà personale, le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l’esercizio di critica e di dissenso. Crediamo fermamente che, oltre ad applicare in maniera oculata le disposizioni già in vigore, si debba innanzitutto promuovere l’impegno educativo nella direzione di una seria prevenzione, che contribuisca a scongiurare e contrastare ogni offesa alla persona. Su questo non servono polemiche o scomuniche reciproche, ma disponibilità a un confronto autentico e intellettualmente onesto. Nella misura in cui tale dialogo avviene nella libertà, ne trarranno beneficio tanto il rispetto della persona quanto la democraticità del Paese.”:

[Fonte3]     https://www.adista.it/articolo/63700

 

 

16 Giugno 2020Permalink

13 giugno 2020 – Quando i Vescovi non dicono il vero

Provo a scrivere le mie sempre più sconsolate considerazioni in merito all’intreccio pericoloso e per me inaccettabile sulle motivazioni con cui i Vescovi italiani si oppongono alla proposta di legge “ … contrasto dell’omofobia e della transfobia nonché delle altre discriminazioni riferite all’identità sessuale” (C 107) .
I vescovi non attaccano frontalmente la proposta, la aggirano affermando – e ciò è falso – che “non si riscontra alcun vuoto normativo o lacune – che giustifichino l’urgenza di nuove disposizioni”.
Il metodo è quello applicato dal card Ruini nel 2005 contro il referendum abrogativo di alcuni aspetti della legge 40/2004 “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”.
Il cardinale, allora presidente della CEI, si fece portavoce dell’istanza ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana invitando i cattolici a non presentarsi alle urne con lo scopo di non raggiungere il quorum del 50%. Arrivò al suo scopo umiliando uno strumento democratico previsto dalla Costituzione, il referendum appunto.
Oggi il metodo contro la proposta di legge C 107 è meno aggressivo e la motivazione del dissenso non sembra entrare nel merito ma fa perno sull’inutilità dell’intervento perché nell’ordinamento giuridico dell’Italia “esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio”.
E ciò non è vero: la discriminazione di alcune tipologie di persone deboli le sottopone a privazione di diritti fondamentali altrimenti universali.

Ci sono violenze che non hanno bisogno di ginocchia sul collo di una persona per soffocarla.

Indico due discriminazioni a me note presenti in legge:

1. La legge 94/2009 obbliga alla presentazione del permesso di soggiorno i genitori di nati in Italia, al momento di registrarne la nascita.
E’ evidente che la ratio fondamentale di questa norma (assolutamente nuova nell’ordinamento della Repubblica Italiana) è quello di creare, in chi non abbia il permesso di soggiorno, disagio e quindi paura a presentarsi allo sportello del comune per dichiarare la nascita di un figlio in Italia, una paura tale da poter mancare a questo atto dovuto.
Il 10° Rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia non a caso raccomanda «al Parlamento di legiferare in modo da garantire il diritto alla registrazione per tutti i minorenni nati in Italia, indipendentemente dalla situazione amministrativa dei genitori».

E’ chiaro che a tanto non rimedierebbe l’approvazione della proposta di legge nota come atto C 107. Oggi l’argomentazione negazionista della necessità di maggior attenzione ai diritti della persona, come affermati anche nell’art. 3 della Costituzione , offre ai Vescovi l’opportunità di farne un uso spregiudicato per vanificare la norma che contrasta l’omofobia e la transfobia.
Oggettivamente alleati di quella destra che tanto vuole, possono offrire un gradito salvagente anche a tentennati forze di sinistra e lo fanno, per ora, sulla pelle dei neonati, soggetti indifendibili perché indifesi.

.2. L’esclusione dalla norma Legge 20 maggio 2016, n. 76. “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze” della step child adoption, condannando quindi il figlio di coppie omossessuali, registrato come tale solo da uno dei membri della coppia, a trovarsi privo di ogni tutela qualora il genitore riconosciuto venisse, per una qualsiasi ragione, a mancare. [Fonte 4]

E non voglio dimenticare l’indifferenza consapevole in merito alla proposta della senatrice Segre di istituire : “una Commissione parlamentare di indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza” .
Una proposta di grande interesse che offrirebbe un interessante contributo alla comprensione del rapporto fra parole d’odio e disprezzo e la traduzione delle stesse in indicazioni operative.    [Fonte 5]

DOCUMENTAZIONE

10 giugno 2020 Omofobia. I vescovi: no a una nuova legge, ma più impegno educativo

La presidenza della Conferenza episcopale italiana esprime, in una nota, la sua opinione sulla questione omofobia. Di fronte a nuove proposte legislative, sostiene che non sia necessaria una nuova legge, piuttosto occorra applicare le norme già vigenti e promuovere l’educazione al riconoscimento della dignità di ogni persona

Isabella Piro – Città del Vaticano

Nell’ordinamento giuridico dell’Italia “esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio” e quindi “non serve una nuova legge” sull’omofobia. È quanto scrive, in una nota, la presidenza della Cei, la Conferenza episcopale italiana, guardando “con preoccupazione alle proposte di legge attualmente in corso di esame presso la Commissione Giustizia della Camera dei deputati contro i reati di omotransfobia”. Anche per questi ambiti, infatti, “non si riscontra alcun vuoto normativo o lacune – si legge nel testo – che giustifichino l’urgenza di nuove disposizioni”. Introdurre, quindi, “ulteriori norme incriminatrici” rischierebbe di aprire a “derive liberticide”, sottolinea la presidenza della Cei, e di “colpire l’espressione di una legittima opinione” più che “sanzionare la discriminazione”.                      [Fonte 1]

ROMA_ No a ogni discriminazione, ma no anche a una nuova legge contro l’omofobia che finirebbe solo per colpire «l’espressione di una legittima opinione» – come quella che i bambini hanno bisogno di una mamma e un papà – e rischierebbe di scadere in «derive liberticide». I vescovi italiani guardano «con preoccupazione» alle proposte di legge contro i reati di omotransfobia attualmente al vaglio della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati. Si tratta, ricorda il quotidiano della Cei Avvenire, di cinque ddl (Boldrini, Zan, Scalfarotto, Perantoni, Bartolozzi) che puntano a modificare agli articoli 604-bis e 604-ter del Codice penale, in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere. I testi dovrebbero essere votati a luglio.                                                                                                                                       [Fonte 2]

Proposta di legge: BOLDRINI e SPERANZA: “Modifiche alla legge 13 ottobre 1975, n. 654, e al decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, per il contrasto dell’omofobia e della transfobia nonché delle altre discriminazioni riferite all’identità sessuale” (107)  [Fonte 3]

Copio dalla elazione della p.d.l. che sarà dibattuta dal prossimo mese di luglio insieme ad altre proposte dello stato oggetto
“ Obiettivo della proposta di legge è quello di sanzionare, modificando la legge Mancino-Reale, le condotte di istigazione e di violenza finalizzate alla discriminazione in base all’identità sessuale della persona, definita come l’insieme, l’interazione o ciascuna delle seguenti componenti:
a) il sesso biologico della persona;
b) la sua identità di genere (la percezione che una persona ha di sé come uomo o donna, anche se non corrispondente al proprio sesso biologico);
c) il suo ruolo di genere (qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse all’essere uomo o donna);
d) l’orientamento sessuale (l’attrazione emotiva o sessuale nei confronti di persone dello stesso sesso, di sesso opposto o di entrambi i sessi)”.

[Fonte 1]
Nota di aug.
Isabella Piro_ prof. ordinario diritto romano e diritti dell’antichità
I grassetti nell’articolo che ho copiato sono miei
https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2020-06/omofobia-nota-cei-vescovi-italia-legislazione-educazione.html

[Fonte 2]
https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2020/06/10/news/omofobia-i-vescovi-italiani-non-serve-una-nuova-legge-rischio-derive-liberticide-1.38951140

[Fonte 3]
https://www.camera.it/leg18/995?sezione=documenti&tipoDoc=lavori_testo_pdl&idLegislatura=18&codice=leg.18.pdl.camera.107.18PDL0005470&back_to=https://www.camera.it/leg18/126?tab=2-e-leg=18-e-idDocumento=107-e-sede=-e-tipo=

[Fonte 4]
Ne ho scritto (ovviamente documentando) in diariealtro del 5 gennaio 2018
“La crudeltà stupida che appaga e paga”. http://diariealtro.it/?p=5485

[Fonte 5]
28 ottobre 2018 La prima proposta di legge della senatrice Segre
http://diariealtro.it/?p=6180

13 Giugno 2020Permalink

10 giugno 2020 — Comunicare in una ‘lingua cugina’

Božidar Stanišić, scrittore bosniaco fuggito dal suo paese per aver rifiutato di partecipare alla guerra civile e ora cittadino italiano, ci regala una sua intervista

https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&cad=rja&uact=8&ved=2ahUKEwjGi4Km9PbpAhVI1qYKHcy0C3sQtwIwAHoECAEQAQ&url=https%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3DnZxShs0siS0&usg=AOvVaw0xYOS-0Ijy871vD0XgYX1o

 

 

10 Giugno 2020Permalink

6 giugno 2020 – Non dimentico il vescovo Romero e l’avvocata Marianela Garcia Vilas

Prima di ricopiare l’articolo pubblicato  recentemente su Internazionale voglio ricordare alcune date
– 24 marzo 1980 assassinio del vescovo salvadoregno Romero, canonizzato da papa Francesco  il 14 ottobre 2018 e citato nell’articolo che segue ;
13 marzo 1983 assassinio dell’avvocata Marianela Garcia Vilas che sostenne nell’esercizio coraggioso della sua professione le vittime della violenza e fu collaboratrice del vescovo Romero
L’ho ricordata in diariealtro in occasione dell’informazione che pubblicavo su un altro impegno per la giustizia esercitato in tempi e luoghi a noi più vicini da una professionista donna
il 20 gennaio 2019 ‘stragi del mare e della burocrazia’ (link in fondo)

AUTORITRATTO DI UNO STATO DIVENTATO BRUTALE COME LE GANG
Carlos Dada, El Faro, El Salvador 29 maggio 2020
Le fotografie hanno un’estetica morbosa. File interminabili di uomini delle gang posizionati come se remassero coordinati, o provassero una coreografia sincronizzata. Una massa che distrugge ogni individualità e privilegia le geometrie dell’insieme; un organismo fatto di uomini uguali, prodotti in serie, rasati a zero, denudati a eccezione delle mutande bianche, pieni di tatuaggi, seduti con le gambe aperte per toccare con il petto la persona di fronte, con le mani ammanettate dietro la schiena, inevitabilmente a contatto con l’inguine e i testicoli del detenuto alle spalle, che ha a sua volta le mani ammanettate dietro, le gambe aperte e la testa appoggiata sulla spalla del detenuto di fronte. Attaccato uno all’altro. L’altro a un altro ancora. E così all’infinito, a perdita d’occhio.
Attaccati al punto che, se a una delle estremità qualcuno collegasse dell’elettricità, questa si trasmetterebbe come una catena fino all’altra estremità. Oppure un virus.
Se non ci fosse una macchina fotografica a immortalarla, la scena non avrebbe alcun senso. I detenuti sono stati tirati fuori dalle loro celle, disposti nel cortile fino a creare un assemblaggio ideale per i fotografi del governo di El Salvador. Il ritratto pianificato di un insieme di criminali, come un mostro dalle mille teste, sottomesso dalla mano pesante dell’esercito. Mano pesante. Ancora una volta.

Grande ondata di omicidi
Non c’è niente di spontaneo in queste scene. Diffuse dalla presidenza, le foto hanno occupato le prime pagine di riviste di tutto il mondo, sorprendendo i loro caporedattori non solo per la forza visiva, ma anche per il significato che veicolano: propaganda, populismo, brutalità premeditata. Un ammasso di esseri umani voluto dal governo salvadoregno in piena pandemia da coronavirus. Il tutto accompagnato da un tweet del presidente Nayib Bukele, che autorizzava la polizia a ricorrere alla “forza letale” nella lotta alle gang criminali.
Nel Salvador invece le immagini, come il tweet presidenziale, sono state apprezzate, probabilmente per le stesse ragioni. Com’è possibile che i salvadoregni festeggino quel che fuori del paese è condannato con tanto vigore?
Le foto sono state scattate dopo la più grande ondata di omicidi che questo governo abbia mai affrontato, attribuita ai membri delle bande criminali Mara Salvatrucha e Barrio 18. Sessanta morti in tre giorni, tra cui piccoli commercianti, venditori ambulanti e fornai, uccisi per non aver pagato il denaro dell’estorsione. Così ha vissuto buona parte dei salvadoregni negli ultimi tre decenni: sottomessa alla volontà dei criminali che violentano le sue figlie, che uccidono i suoi figli, che estorcono e controllano intere comunità.
Lo ammetto: dopo anni passati ad ascoltare i racconti degli orrori commessi dai delinquenti, non ho più lo stomaco di dire niente a loro discolpa. Capisco che sono un doloroso monito per tutto il male che abbiamo fatto come società, che loro stessi sono vittime dell’abbandono dello stato. Che sono cresciuti in un mondo che gli ha dato poche possibilità, nel quale il crimine dava un senso a una vita condannata alla miseria e nella quale la violenza era l’unico strumento di potere o di sopravvivenza

NON SI DOVREBBERO TRARRE LEZIONI MORALI DAI CITTADINI DISPERATI. NÉ ESIGERLE
Capisco tutto questo. Ma ogni volta che ripenso alle madri che cercano i loro figli, o in lacrime per l’assassinio delle loro figlie, provo una stretta allo stomaco. Ogni volta che ascolto o leggo testimonianze della loro crudeltà, molte volte descritte da loro stessi, mi sento disgustato. Sono azioni abominevoli. E allora penso: se mi sento così io, chissà come soffrono i familiari di queste vittime.
Poche cose mi paiono più naturali del fatto che queste madri e questi padri approvino qualsiasi atto di repressione esercitato su questi criminali, e che le famiglie si sentano vendicate da qualsiasi azione che provochi sofferenza ai responsabili del loro dolore. Per questo capisco che si ammettano le immagini dei detenuti messi in fila, che siano approvate le esecuzioni extragiudiziali che i poliziotti commettono contro i presunti malviventi, anche se già immobilizzati, e l’invito di Bukele a poliziotti e soldati di ricorrere alla “forza letale”.
Il ragionamento è molto semplice: se le gang sono responsabili della maggior parte degli omicidi; se sottomettono centinaia di migliaia di salvadoregni al loro crudele dominio; se violentano le loro figlie, assassinano i loro figli, li ricattano con le estorsioni… Se sono insomma il cancro della nostra società, perché criticare chi contribuisce, in qualsiasi modo, a estirpare questo tumore? È questa la logica di fondo delle spirali della violenza. Però non si dovrebbero trarre lezioni morali dai cittadini disperati. Né esigerle.

Difendere lo stato di diritto
Il problema sorge quando sono le nostre autorità a violare la legge. Quando poliziotti o soldati si trasformano in rapitori, giudici ed esecutori. Quando il presidente s’impegna a usare tutte le risorse dello stato per difendere poliziotti che hanno abusato di questa forza letale. Quando, in piena pandemia, si organizza un’azione di sovraffollamento per inviare un messaggio politico, tramite le immagini di una coreografia grottesca. Il disprezzo per i diritti umani è scandaloso. Sì, è immorale. Ma è anche illegale.
Dalle autorità dobbiamo aspettarci, ed esigere, il rispetto delle leggi e azioni esercitate nei limiti delle leggi. Altrimenti delegittimano il sistema e le istituzioni della repubblica. Cancellano quello stesso stato di diritto che sarebbero obbligate a garantire e che gli conferisce, giustamente, autorità. E devono rispettare le leggi con tutti i cittadini. Con quelli che sono stati buoni, ma anche con quelli che sono stati cattivi. La punizione di questi ultimi, per aver attentato al nostro contratto sociale o ai nostri diritti, è effettivamente contemplata dalla legge. È la nostra unica giustificazione, come società, per mantenere degli esseri umani chiusi nelle nostre prigioni: è la punizione prevista per quanti violano la legge. È un principio elementare per la vita di una comunità: tutti abbiamo dei diritti e le autorità sono obbligate non solo a rispettare i nostri diritti, ma a garantirli.

QUASI TUTTI GLI UOMINI DELLE GANG CHE APPAIONO IN QUELLE FOTO, ERANO DEI BAMBINI NEL 2003
Ha ragione chi dice che gli uomini delle gang sono i primi a non riconoscere i diritti degli altri. Noi tutti c’indigniamo per ogni nuova notizia delle atrocità commesse da molti di loro. Ma questo non esonera lo stato dal rispettare i suoi obblighi legali. In questo consiste lo stato di diritto. Quando la polizia o il presidente violano la legge non stanno proteggendo i loro cittadini, ma tradendo i meccanismi concepiti per difenderli, ovvero le leggi e i tribunali che applicano la giustizia. Quel che fanno è trascinare il paese in una situazione alla “si salvi chi può” in cui le leggi non proteggono più i cittadini, ma solo la capacità di esercitare violenza.
“Non si può fare il male per ottenere il bene”, era stato il monito di monsignor Romero in una delle sue lettere pastorali, e lo ha ripetuto più volte nelle sue omelie. Quando si compie il male, ne conseguono mali maggiori.
Quasi tutti i membri delle gang che appaiono ammassati nelle foto diffuse dal palazzo presidenziale, erano dei bambini nel 2003. Quell’anno il presidente Francisco Flores lanciò la prima campagna di repressione delle bande. Incaricò poliziotti di sfondare le porte nelle comunità più povere, a mezzanotte, con il fucile spianato e di compiere enormi retate di ragazzi tatuati. In quelle stesse case vivevano quei bambini: fratelli, vicini o figli delle persone arrestate. Cosa speravamo che ne fosse di loro? E cosa ci aspettavamo che ne fosse della polizia, dopo che è stata lasciata impunita la prima esecuzione extragiudiziale, e poi la seconda, e la terza?
È una costante della nostra storia: quando lo stato infrange le leggi non fa altro che perpetuare il ciclo della violenza. Lo sappiamo perché politici di diversi partiti hanno utilizzato le gang a fini elettorali. La loro intenzione non è sradicare la violenza, bensì sfruttare la disperazione delle vittime che chiedono soluzioni urgenti a problemi urgenti. Perciò espongono pubblicamente i criminali cosicché la gente gli sputi addosso, gli dimostri il proprio disprezzo, gli auguri di essere uccisi dal virus, di ammazzarsi tra di loro o per mano della polizia. O scendono a patti con le gang perché riducano gli omicidi, trasformandole così in attori politici.
La violenza, ripeteva Romero, può essere sradicata solo occupandosi delle sue cause strutturali. Romero è stato il più importante difensore dei diritti umani. Le autorità che violano la legge, ammoniva, devono rispondere di questi crimini.
Mi preme ricordarlo perché Nayib Bukele è già il terzo presidente che, esponendo il ritratto di Romero nel palazzo presidenziale, autorizza violazioni dei diritti umani e si scaglia contro le organizzazioni che difendono questi princìpi fondamentali. Non che i presidenti precedenti avessero evitato il terreno della brutalità: ma non esibivano il ritratto di Óscar Romero nel palazzo presidenziale, una consuetudine inaugurata da Mauricio Funes.

Lo stato imbarbarito
Bukele non si è comportato diversamente. Nelle ultime settimane ha accusato le organizzazioni per i diritti umani di essere “organizzazioni di facciata” che difendono interessi nascosti. È una retorica che sfortunatamente in El Salvador conosciamo bene, già da prima che cominciasse la guerra. E ogni volta la usano coloro che giustificano la violazione dei diritti umani in nome della lotta ai nemici del popolo.
Quelle foto degli uomini delle gang in carcere, ammassati gli uni accanto agli altri, sono autoritratti dello stato. Nati come strumento di propaganda – immagine, violenza, politica – portano lo stato sullo stesso piano morale delle gang, quello di organizzazioni criminali. Mi spiego: le gang assassinano, stuprano, commettono estorsioni, sottomettono, minacciano; hanno all’attivo una lista lunghissima di barbarie, di atti inumani. Lo stato, invece, è umanista per concezione (l’essere umano, dice il primo articolo della costituzione, è l’origine e il fine dell’attività dello stato). È civilizzato. È una differenza fondamentale. Lo stato possiede il monopolio della forza, ma perché sia legittima dev’essere usata rispettando rigorosamente le leggi.
Nella strategia contro le gang o contro le bande di rapitori o trafficanti di droga, quel che è in gioco è proprio il trionfo dello stato (istituzionale, costituzionale, legale) su quanti minacciano tali valori. Vale a dire il trionfo della civiltà sulla barbarie. Il paradosso è che, invece di cambiare i criminali, di renderli civili, è lo stato a essersi imbarbarito. Se questa è una guerra tra le gang e lo stato, come sostenuto dal governo, allora è chiaro chi è che sta vincendo

AL PRESIDENTE BUKELE DANNO FASTIDIO LE LEGGI, MA ANCHE I DIRITTI UMANI
Il 28 aprile, dopo l’ondata di critiche arrivate da organizzazioni legali e di difesa dei diritti umani, nazionali e internazionali, Bukele ha twittato: “Sappiamo tutti qual è il loro programma internazionale, che non ha nulla a che fare con i diritti umani. Il suo programma è difendere coloro che violentano, rapiscono, uccidono e fanno a pezzi”. L’attacco è continuato il 2 maggio: “Conosciamo il programma di queste ong di facciata, finanziate da poteri oscuri, che vogliono vedere l’America Latina trascinata nel caos. Grazie a Dio, le loro comunicazioni e lettere sono irrilevanti in El Salvador”. Si tratta di una posizione molto diffusa in America Latina: siccome i difensori dei diritti umani tacciono quando sono i criminali a violare i diritti, e protestano quando sono questi ultimi a essere colpiti, allora queste organizzazioni difendono i criminali. La cosa è, ovviamente, falsa.
Ci sono cose che le persone accusate di violazione dei diritti umani cercano quasi invariabilmente di ignorare: i cittadini colpiti dalle azioni di altre persone (le vittime di rapine, atti violenti, omicidi, estorsioni e così via) devono poter contare sulla protezione dello stato e sulle sue istituzioni – pubblico ministero, tribunali – per ottenere giustizia. Ma chi protegge i cittadini quando è lo stato stesso, o alcuni dei suoi funzionari, a violare i diritti dei cittadini?
I difensori dei diritti umani e gli avvocati hanno come compito proprio quello di difendere i cittadini (buoni o cattivi) quando le autorità hanno violato i loro diritti. Per questo sono state create queste figure. In El Salvador, l’ufficio per la difesa dei diritti umani (Pddh) è nato nel quadro degli Accordi di pace, per garantire che non ci saremmo più trovati indifesi di fronte ad abusi di potere. Affinché i cittadini abbiano qualcuno cui rivolgersi quando diventano vittime dello stato. In tutti gli altri casi, anche per le vittime di atti commessi dalle gang, è lo stato ad avere il compito di proteggere le persone e i loro diritti. Se le istituzioni non risolvono una questione (per negligenza, malevolenza o corruzione) le vittime possono rivolgersi al Pddh perché, oltre che di un delitto, sono vittime di uno stato che non ha reso loro giustizia. Esistono inoltre organizzazioni non governative di difesa dei diritti umani, che hanno come principale funzione la denuncia e il sostegno alle vittime.

A Bukele danno fastidio le leggi, ma anche i diritti umani. La loro realizzazione e la loro difesa ostacolano la concezione del potere di un presidente che non crede di doverlo condividere con altre istituzioni dello stato, e che considera come ostacoli i contrappesi del sistema democratico, siano essi il parlamento, la corte suprema, i tribunali, la Pdhh, i mezzi d’informazione, Human rights watch, Amnesty international, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, i sindacati, l’università gesuita Uca, l’ordine dei medici o qualsiasi altra organizzazione che critichi il suo operato. E che si frapponga tra i suoi piani e le sue truppe.

Simone Weil, la filosofa francese che tra le due guerre mondiali abbracciò il cattolicesimo operaio, aveva riflettuto su queste cose. E concluse che “la brutalità, la violenza e la disumanizzazione hanno un prestigio immenso… Per ottenere un prestigio equivalente, le virtù contrarie devono essere esercitate in maniera costante ed efficace”.

Quando si combatte la brutalità con altra brutalità, quando alla barbarie si risponde con la barbarie, il risultato è inequivocabilmente lo stesso: il proseguimento del ciclo della violenza.

Disprezzare i diritti umani e attaccare i difensori dei diritti umani ha l’obiettivo politico, come quasi tutte le espressioni di questa amministrazione, di sviare l’attenzione dal vero problema, che è strutturale. Per risolverlo, per spezzare cioè il ciclo della violenza, servono esattamente le misure opposte: prestare attenzione alle sue cause strutturali, a partire dal rispetto della legge, ovvero della civiltà. Anche con gli uomini di una gang.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul giornale online salvadoregno El Faro.

Nayib Bukele
El uso de la fuerza letal está autorizado para defensa propia o para la defensa de la vida de los salvadoreños.
Instamos a la oposición a que se pongan del lado de la gente honrada, y a las instituciones que controlan a dejar de proteger a quienes asesinan a nuestro pueblo.

https://www.internazionale.it/opinione/carlos-dada/2020/05/29/salvador-carcere-gang
Il link consente anche la visibilità delle fotografie

Stragi del mare e della burocrazia    http://diariealtro.it/?p=6386

 

6 Giugno 2020Permalink

2 giugno 2020 Un richiamo alla responsabilità di ognuno e di ognuna.

ANNO SETTIMO DEL PONTIFICATO
SOLITUDINE E OPPOSIZIONI Giancarla Codrignani

L’opposizione a papa Francesco è ormai di assoluta evidenza e anche i media hanno abbandonato il tradizionale riserbo, sui fatti interni alla Curia romana, mentre le preoccupazioni sanitarie non hanno messo in ombra il lavorio non più nemmeno sotterraneo di screditare papa Francesco.

Un simbolo e, ad un tempo, un segnale
L’immagine della veste bianca nel deserto di piazza san Pietro in una sera scura e bagnata è rimasta impressa come simbolo della nostra infelice precarietà. Ma è leggibile anche come segnale della solitudine di un papa nella sua Chiesa, bisognosa di unità, ma divisa secondo interpretazioni dell’appartenenza cristiana non più limitata alle scuole teologiche, ma affidata ai credenti nell’applicazione del mandato di un Concilio, evidentemente ancora scomodo anche se garantito alla presenza dello Spirito.
Il rovesciamento gerarchico dalla Gerarchia al Popolo di Dio, convalidato dall’autonomia riconosciuta al laicato, ha investito e diviso una Gerarchia timorosa della perdita di valore sacrale del dogma e determinata a mantenere il potere e il controllo sulla cristianità.
Appare ancora rivelatrice della sua capacità politica la decisione di Giovanni XXIII di dare l’annuncio del Vaticano II prima alla stampa che alla curia. Paolo VI lo guidò a definizione, ma gli oppositori ebbero poi partita vinta sulla libertà di imparare a leggere meglio il Vangelo alla luce della modernità. Infatti il Popolo di Dio – come la società civile – cattolico, “naturalmente” plurale, rimasto ignorante nell’approfondimento dei valori, è stato consegnato acriticamente sia a Camillo Ruini sia a qualunque predicatore con il rosario in mano.

Un papa non deve “piacere”
Stando ai colpi di like sui social in un ipotetico referendum interno non si sa se ai cattolici “piacerebbe” più Woytjla o Bergoglio. A prescindere dal fatto che il papato ha bisogno di inverarsi nell’ elezione di una persona che non deve tanto “piacere”, ma essere seguita per la qualità del magistero, forse in Vaticano la sorpresa dell’omaggio reso da Francesco a Woytjla nella celebrazione per il centenario con l’invito ai poveri di Roma a sedere ai posti d’onore prima dei cardinali e dei diplomatici deve ancora una volta avere lasciato i curiali interdetti.
Anche Sergio Paronetto, presidente del Centro Studi di Pax Christi italiana, denuncia la sottovalutazione della “galassia molto varia contenente posizioni iniziali spesso opposte ma convergenti verso un solo obiettivo: bloccare il papa, sbarazzarsi di lui, screditarlo e, in prospettiva, operare perché non venga eletto un Francesco II”. Anche se la Storia insegna che i poteri forti (e reazionari), come nelle elezioni del 1948 inventarono l’anticomunismo europeo, poi ebbero paura del Concilio e oggi si oppongono a Francesco “che chiede sviluppo sostenibile e giustizia sociale (dando) fastidio a chi è interessato solo ai soldi”, secondo le parole del card. Maradiaga (Repubblica 22.10.2019).

Un pastore che cerca
Alcune personalità, pur favorevoli a Francesco, lo danno per sconfitto, spesso esprimendo la propria delusione per le riforme mancate. È certamente vero che non ha impugnato le forbici correttive sul “Nuovo” Catechismo di Giovanni Paolo II o sul codice di diritto canonico; né, come donna, posso certo rallegrarmi delle dissolvenze che fanno seguito a sue incoraggianti dichiarazioni e che nemmeno le superiore degli Ordini religiosi femminili riescono a bloccare. Tuttavia non credo che un’attenzione realistica alla politica della sempre potente curia romana trovi in Francesco un papa “incerto”: il “felicemente regnante” deve opporsi alle false certezze, anche dottrinali, che lo contestano fino ad accusarlo di eresia.
Un domenicano che stimo, Timothy Radcliffe lo definisce “un pastore che cerca”. Se spinge la chiesa all’uscita e condanna a ogni piè sospinto il peccato ecclesiastico del clericalismo, nella metafora dell’estrema solitudine sulla piazza vuota non si vedevano le ombre sospette, ma era sospesa la minaccia di una sfida (che non va assolutamente raccolta) per dividere la Chiesa.
È tempo, infatti, di pensare al futuro e salvare una Chiesa destinata a confermarsi seriamente cristiana.

I laici debbono aiutare il papa
Se invece la Chiesa guardasse indietro senza rendere irreversibili i contenuti del Vaticano II – oggi pressoché sconosciuto poichè gli attuali sessantenni andavano alle elementari quando lo si celebrava – percezione dei segni dei tempi, sarebbe un fallimento, perché mentre la generazione dei cristiani critici era stata allieva dei profeti del Concilio – Chenu, Haering, Congar, Rahner, Schillebeeckx… – e aveva chiara coscienza dei segni dei tempi, un domani, anche in presenza di spiriti magni e coraggiosi, non ci sarebbero più cattolici impegnati: per i giovani (i nostri figli, i nipoti) la religione forse resta un problema, ma non suscita interesse e anche nella società civile percepiscono i valori democratici oscurati da nazionalismi e violenze.
Per questo mi sembra che ci sia molto da fare per aiutare il papa da parte di un laicato che, pur reso adulto, è tornato a ricevere passivamente la particola come il bambino.
La “chiesa in uscita” è minoritaria: per far uscire le parrocchie sarebbero necessari parrocchiani coraggiosi, a meno che non ci si aspetti che esca il parroco. Massimo Faggioli, con cui sono quasi sempre d’accordo (e che da anni insegna in una facoltà gesuitica americana), vorrebbe più forte e deciso il contributo di Francesco al rinnovamento: vorrei suggerirgli di rivolgere gli inviti ai rappresentanti della Conferenza episcopale americana, che fu potenza di fuoco contro il Concilio e oggi è posizionata contro Francesco.

Lo Spirito Santo e noi…
Il 31 maggio torna la Pentecoste. La discesa dello Spirito Santo arrivò cinquanta giorni dopo la resurrezione, cosa che, detta così, non significa molto, se non si fa memoria dei seguaci di Gesù che se ne stavano chiusi in casa per paura di essere arrestati. L’evento suona la sveglia ai timorosi, che capiranno, affronteranno il martirio e solo così la Chiesa avrà storia.
I sacrifici odierni che ci riguardano sono di altro genere: non sappiamo quanti assisteranno alla condivisione distanziata di comunità in cui forse qualcuno è scomparso, anche se è sembrato giusto tornare a celebrare dopo il poco cordiale messaggio al governo italiano orientato a mantenere il divieto. Il sacrificio del digiuno eucaristico “per non contagiare il prossimo” non sarebbe stato diverso da quello imposto al nonno che non può abbracciare i nipotini.
Comunque la Pentecoste, se ci interroghiamo sul suo senso, ci dice che l’intenzione innovativa proposta dal papa venuto dalla fine del mondo – necessaria, a mio avviso, dopo i ventisette anni di pontificato wojtyliano e i sette di papa Benedetto – aspetta forza dalle nostre mani.
Giancarla Codrignani

Giornalista, socia fondatrice e membro del Consiglio direttivo di Viandanti
L’articolo è ripreso dal blog www.cercosolodicapire.it
[Pubblicato il 28 maggio 2020]
http://www.viandanti.org/website/anno-settimo-del-pontificato-solitudine-e-opposizioni/

2 Giugno 2020Permalink

1 giugno 2020 Calendario di giugno

Giugno
.1 giugno 2018 – Giuramento del governo Conte. Inizio XVIII legislatura
.1 giugno 2018 – Spagna. Cade il governo Rajoy
.1 giugno 2018 – Assassinio del maliano Sacko Soumalia                      [nota 1]
.2 giugno – Festa della Repubblica
.2 giugno 2016 – Il parlamento tedesco riconosce il genocidio armeno
.3 giugno 1963 – Muore papa Giovanni XXIII (eletto nel 1958)
.3 giugno 2016 – Muore il pugile Cassius Clay – Muhammad Ali
.3 giugno 2016 – Corleone – La processione del santo locale si inchina alla
…………………………………….casa di Salvatore Riina
.4 giugno 1989 – Cina: Strage di piazza Tienanmen
.4 giugno 1994 – Muore Massimo Troisi
.5 giugno         –  Giornata mondiale in difesa dell’ambiente
.5 giugno 1967 – Inizio della guerra dei 6 giorni
.6 giugno 2015 – Visita papa Francesco a Sarajevo
.7 giugno 1929 – Il Vaticano pubblica la legge fondamentale che ne fa uno
…………………………stato sovrano come previsto nel Trattato di febbraio.  [Nota 2]
09 giugno 2020 – Funerali di  George Floyd – Houston
10 giugno 1924 – Assassinio di Giacomo Matteotti
10 giugno 1940 – L’Italia dichiara guerra alla Francia e all’Inghilterra
11 giugno 1984 – Morte di Enrico Berlinguer
12 giugno 1964 – Condanna all’ergastolo di Nelson Mandela.                    [Nota 3]
…..………..……………L’ergastolo si concluderà dopo 27 anni, l’11 febbraio 1990
13 giugno 1960 – Incontro  papa Giovanni XXIII e Jules Isaac
14 giugno 1966 – Il concilio Vaticano annuncia l’abolizione dell’indice dei libri proibiti.
15 giugno 2007 – Morte di Giuseppe Alberigo                                [Nota 4]
16 giugno 1976 – Sudafrica: massacro di Soweto
16 giugno 2016 – Assassinio della deputata laburista Jo Fox        [Nota 5]
18 giugno 1982 – Londra: ritrovamento del cadavere di Roberto Calvi
18 giugno 2015 – Papa Francesco promulga l’Enciclica Laudato si
19 giugno – Giornata mondiale del rifugiato
19 giugno1945 – Birmania_Nascita di Aung San Suu Kyi              [Nota 6]
19 giugno 2013 – Viene approvata la legge di ratifica della Convenzione di Istanbul
…………………….…………………………. (L.27 .giugno 2013, n. 77)
20 giugno 1979 – Nilde Jotti è eletta presidente della Camera dei deputati,
…………………………………..prima donna nella storia della Repubblica
22 giugno 1633 – Galileo è costretto all’abiura
22 giugno 2015 – Papa Francesco visita il Tempio valdese di Torino
23 giugno 1858 – Papa Pio IX fa rapire il bambino ebreo Edgardo Mortara  [Nota 7]
23 giugno 2016 – Gran Bretagna: Il referendum decreta la Brexit
24 giugno 2013 – Sentenza processo Ruby.                                                  [Nota 8]
17 giugno 1991 –  Fine dell’apartheid in Sudafrica
25 giugno 1946 – Inizio dei lavori dell’Assemblea Costituente
26 giugno 1967 – Morte di don Lorenzo Milani
27 giugno 1980 – Ustica: esplosione del DC9. Muoiono 81 persone
28 giugno 1914 – Sarajevo Assassinio di Francesco Ferdinando e della moglie.
28 giugno 1919 – Trattato di Versailles. Fine della prima guerra mondiale
29 giugno 1934 – Germania: notte dei lunghi coltelli                                      [Nota 9]
29 giugno 2013 – Muore la scienziata Margherita Hack                                 [Nota 10]
30 giugno 2005 – Spagna: il Parlamento riconosce il matrimonio omosessuale
30 giugno 2017 – Muore Simone Veil                                                             [Nota 11]
30 giugno 2017 – Muore Ettore Masina                                                           [Nota 12]

NOTE
[Nota 1]
https://video.corriere.it/soumahoro-in-mali-soumaila-sacko/832df320-7c70-11e8-87b8-02c87e8bc58c

[Nota 2]
http://www.vatican.va/roman_curia/secretariat_state/archivio/documents/rc_seg-st_19290211_patti-lateranensi_it.html

[Nota 3]
Nelson Mandela fu eletto Presidente del Sud Africa il 27 aprile 1994.
Il 10 maggio 1994 pronunciò il discorso che segnò la fine dell’apartheid.
http://www.vita.it/it/article/2013/12/06/il-discorso-di-mandela-che-ha-segnato-la-fine-dellapartheid/125515/

[Nota 4]  http://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-alberigo_(Dizionario-Biografico)/

[Nota 5] assassinio  deputata Jo fox
http://ltirreno.gelocal.it/italia-mondo/2016/06/19/news/omicidio-di-jo-fox-l-urlo-d-odio-del-killer-1.13688049

[Nota 6] https://it.wikipedia.org/wiki/Aung_San_Suu_Kyi

[Nota 7]    David Kertzer, “Prigioniero del papa Re”
http://www.davidkertzer.com/it/biografia

[Nota 8] Il tribunale di Milano condanna in primo grado Silvio Berlusconi a 7 anni e
alla interdizione perpetua dai pubblici uffici per il reato di concussione e
prostituzione minorile
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-06-24/processo-ruby-berlusconi-giudici-130213.shtml?uuid=AbNsGw7H

 [Nota 9]         http://www.artspecialday.com/9art/2018/06/30/la-notte-dei-lunghi-coltelli/

[Nota 10]       https://it.wikipedia.org/wiki/Margherita_Hack

[Nota 11]        https://it.wikipedia.org/wiki/Simone_Veil

[Nota 12]       http://www.noisiamochiesa.org/?p=6259

 

1 Giugno 2020Permalink

31 maggio 2020 – Il Vescovo di Roma ai sacerdoti della sua diocesi

LETTERA DEL SANTO PADRE AI SACERDOTI DELLA DIOCESI DI ROMA
Cari fratelli,
in questo tempo pasquale pensavo di incontrarvi e celebrare insieme la Messa Crismale. Non essendo possibile una celebrazione di carattere diocesano, vi scrivo questa lettera. La nuova fase che iniziamo ci chiede saggezza, lungimiranza e impegno comune, in modo che tutti gli sforzi e i sacrifici fatti finora non siano vani.
Durante questo tempo di pandemia, molti di voi hanno condiviso con me, per posta elettronica o telefono, che cosa significava questa situazione imprevista e sconcertante. Così, senza poter uscire né avere un contatto diretto, mi avete permesso di conoscere “di prima mano” ciò che stavate vivendo. Questa condivisione ha nutrito la mia preghiera, in molti casi per ringraziare della testimonianza coraggiosa e generosa che ricevevo da voi; in altri, era la supplica e l’intercessione fiduciosa nel Signore che sempre tende la sua mano (cfr Mt 14,31). Sebbene fosse necessario mantenere il distanziamento sociale, questo non ha impedito di rafforzare il senso di appartenenza, di comunione e di missione che ci ha aiutato a far sì che la carità, specialmente con le persone e le comunità più svantaggiate, non fosse messa in quarantena. Ho potuto constatare, in quei dialoghi sinceri, che la necessaria distanza non era sinonimo di ripiegamento o chiusura in sé che anestetizza, addormenta e spegne la missione.
Incoraggiato da questi scambi, vi scrivo perché voglio essere più vicino a voi per accompagnare, condividere e confermare il vostro cammino. La speranza dipende anche da noi e richiede che ci aiutiamo a mantenerla viva e operante; quella speranza contagiosa che si coltiva e si rafforza nell’incontro con gli altri e che, come dono e compito, ci è data per costruire la nuova “normalità” che tanto desideriamo.
Vi scrivo guardando alla prima comunità apostolica, che pure visse momenti di confinamento, isolamento, paura e incertezza. Trascorsero cinquanta giorni tra l’immobilità, la chiusura, e l’annuncio incipiente che avrebbe cambiato per sempre la loro vita. I discepoli, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano per paura, furono sorpresi da Gesù che «stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo”» (Gv 20,19-22). Che anche noi ci lasciamo sorprendere!
«Mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore» (Gv 20,19)
Oggi come ieri sentiamo che «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Gaudium et spes, 1). Come conosciamo bene tutto questo! Tutti abbiamo ascoltato i numeri e le percentuali che giorno dopo giorno ci assalivano; abbiamo toccato con mano il dolore della nostra gente. Ciò che arrivava non erano dati lontani: le statistiche avevano nomi, volti, storie condivise. Come comunità presbiterale non siamo stati estranei a questa realtà e non siamo stati a guardarla alla finestra; inzuppati dalla tempesta che infuriava, voi vi siete ingegnati per essere presenti e accompagnare le vostre comunità: avete visto arrivare il lupo e non siete fuggiti né avete abbandonato il gregge (cfr Gv 10,12-13).
Abbiamo patito la perdita repentina di familiari, vicini, amici, parrocchiani, confessori, punti di riferimento della nostra fede. Abbiamo visto i volti sconsolati di coloro che non hanno potuto stare vicino e dire addio ai propri cari nelle loro ultime ore. Abbiamo visto la sofferenza e l’impotenza degli operatori sanitari che, sfiniti, si esaurivano in interminabili giornate di lavoro preoccupati di soddisfare così tante richieste. Tutti abbiamo sentito l’insicurezza e la paura di lavoratori e volontari che si esponevano quotidianamente perché i servizi essenziali fossero assicurati; e anche per accompagnare e prendersi cura di coloro che, a causa della loro esclusione e vulnerabilità, subivano ancora di più le conseguenze di questa pandemia. Abbiamo ascoltato e visto le difficoltà e i disagi del confinamento sociale: la solitudine e l’isolamento soprattutto degli anziani; l’ansia, l’angoscia e il senso di non-protezione di fronte all’incertezza lavorativa e abitativa; la violenza e il logoramento nelle relazioni. La paura ancestrale del contagio è tornata a colpire con forza. Abbiamo condiviso anche le angoscianti preoccupazioni di intere famiglie che non sanno cosa mettere nei piatti la prossima settimana.
Abbiamo sperimentato la nostra stessa vulnerabilità e impotenza. Come il forno prova i vasi del vasaio, così siamo stati messi alla prova (cfr Sir 27,5). Frastornati da tutto ciò che accadeva, abbiamo sentito in modo amplificato la precarietà della nostra vita e degli impegni apostolici. L’imprevedibilità della situazione ha messo in luce la nostra incapacità di convivere e confrontarci con l’ignoto, con ciò che non possiamo governare o controllare e, come tutti, ci siamo sentiti confusi, impauriti, indifesi. Viviamo anche quella rabbia sana e necessaria che ci spinge a non farci cadere le braccia di fronte alle ingiustizie e ci ricorda che siamo stati sognati per la Vita. Come Nicodemo, di notte, sorpresi perché «il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va», ci siamo chiesti: «Come può accadere questo?»; e Gesù ci ha risposto: «Tu sei maestro d’Israele e non conosci queste cose?» (cfr Gv 3,8-10).
La complessità di ciò che si doveva affrontare non tollerava ricette o risposte da manuale; richiedeva molto più di facili esortazioni o discorsi edificanti, incapaci di radicarsi e assumere consapevolmente tutto quello che la vita concreta esigeva da noi. Il dolore della nostra gente ci faceva male, le sue incertezze ci colpivano, la nostra comune fragilità ci spogliava di ogni falso compiacimento idealistico o spiritualistico, come pure di ogni tentativo di fuga puritana. Nessuno è estraneo a tutto ciò che accade. Possiamo dire che abbiamo vissuto comunitariamente l’ora del pianto del Signore: abbiamo pianto davanti alla tomba dell’amico Lazzaro (cfr Gv 11,35), davanti alla chiusura del suo popolo (cfr Lc 13,14; 19,41), nella notte oscura del Getsemani (cfr Mc 14,32-42; Lc 22,44). È anche l’ora del pianto del discepolo davanti al mistero della Croce e del male che colpisce tanti innocenti. È il pianto amaro di Pietro dopo il rinnegamento (cfr Lc 22,62), quello di Maria Maddalena davanti al sepolcro (cfr Gv 20,11).
Sappiamo che in tali circostanze non è facile trovare la strada da percorrere, e nemmeno mancheranno le voci che diranno tutto quello che si sarebbe potuto fare di fronte a questa realtà sconosciuta. I nostri modi abituali di relazionarci, organizzare, celebrare, pregare, convocare e persino affrontare i conflitti sono stati modificati e messi in discussione da una presenza invisibile che ha trasformato la nostra quotidianità in avversità. Non si tratta solo di un fatto individuale, familiare, di un determinato gruppo sociale o di un Paese. Le caratteristiche del virus fanno scomparire le logiche con cui eravamo abituati a dividere o classificare la realtà. La pandemia non conosce aggettivi, confini e nessuno può pensare di cavarsela da solo. Siamo tutti colpiti e coinvolti.
La narrativa di una società della profilassi, imperturbabile e sempre pronta al consumo indefinito è stata messa in discussione, rivelando la mancanza di immunità culturale e spirituale davanti ai conflitti. Una serie di vecchi e nuovi interrogativi e problemi (che molte regioni ritenevano superati e consideravano cose del passato) hanno occupato l’orizzonte e l’attenzione. Domande che non troveranno risposta semplicemente con la riapertura delle varie attività; piuttosto sarà indispensabile sviluppare un ascolto attento ma pieno di speranza, sereno ma tenace, costante ma non ansioso che possa preparare e spianare le strade che il Signore ci chiama a percorrere (cfr Mc 1,2-3). Sappiamo che dalla tribolazione e dalle esperienze dolorose non si esce uguali a prima. Dobbiamo essere vigilanti e attenti. Il Signore stesso, nella sua ora cruciale, pregò per questo: «Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno» (Gv 17,15). Esposti e colpiti personalmente e comunitariamente nella nostra vulnerabilità e fragilità e nei nostri limiti, corriamo il grave rischio di ritirarci e di stare a “rimuginare” la desolazione che la pandemia ci presenta, come pure di esasperarci in un ottimismo illimitato, incapace di accettare la reale dimensione degli eventi (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 226-228).
Le ore di tribolazione chiamano in causa la nostra capacità di discernimento per scoprire quali sono le tentazioni che minacciano di intrappolarci in un’atmosfera di sconcerto e confusione, per poi farci cadere in un andazzo che impedirà alle nostre comunità di promuovere la vita nuova che il Signore Risorto ci vuole donare. Sono diverse le tentazioni, tipiche di questo tempo, che possono accecarci e farci coltivare certi sentimenti e atteggiamenti che non permettono alla speranza di stimolare la nostra creatività, il nostro ingegno e la nostra capacità di risposta. Dal voler assumere onestamente la gravità della situazione, ma cercando di risolverla solo con attività sostitutive o palliative aspettando che tutto ritorni alla “normalità”, ignorando le ferite profonde e il numero di persone cadute nel frattempo; fino al rimanere immersi in una certa paralizzante nostalgia del recente passato che ci fa dire “niente sarà più come prima” e ci rende incapaci di invitare gli altri a sognare e ad elaborare nuove strade e nuovi stili di vita.
«Venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi!”» (Gv 20,19-21).
Il Signore non ha scelto o cercato una situazione ideale per irrompere nella vita dei suoi discepoli. Certamente avremmo preferito che tutto ciò che è accaduto non fosse successo, ma è successo; e come i discepoli di Emmaus, possiamo anche continuare a mormorare rattristati lungo la strada (cfr Lc 24,13-21). Presentandosi nel Cenacolo a porte chiuse, in mezzo all’isolamento, alla paura e all’insicurezza in cui vivevano, il Signore è stato in grado di trasformare ogni logica e dare un nuovo significato alla storia e agli eventi. Ogni tempo è adatto per l’annuncio della pace, nessuna circostanza è priva della sua grazia. La sua presenza in mezzo al confinamento e alle assenze forzate annuncia, per i discepoli di ieri come per noi oggi, un nuovo giorno capace di mettere in discussione l’immobilità e la rassegnazione e di mobilitare tutti i doni al servizio della comunità. Con la sua presenza, il confinamento è diventato fecondo dando vita alla nuova comunità apostolica.
Diciamolo con fiducia e senza paura: «Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia» (Rm 5,20). Non temiamo gli scenari complessi che abitiamo perché lì, in mezzo a noi, c’è il Signore; Dio ha sempre compiuto il miracolo di generare buoni frutti (cfr Gv 15,5). La gioia cristiana nasce proprio da questa certezza. In mezzo alle contraddizioni e all’incomprensibile che ogni giorno dobbiamo affrontare, sommersi e persino storditi da tante parole e connessioni, si nasconde la voce del Risorto che ci dice: «Pace a voi!».
È confortante prendere il Vangelo e contemplare Gesù in mezzo al suo popolo, mentre accoglie e abbraccia la vita e le persone così come si presentano. I suoi gesti danno corpo al bellissimo canto di Maria: «Ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore. Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili» (Lc 1,51-52). Egli stesso ha offerto le sue mani e il suo costato ferito come una via di risurrezione. Non nasconde né dissimula le sue piaghe; anzi, invita Tommaso a toccare con mano come un costato ferito può essere fonte di Vita in abbondanza (cfr Gv 20,27-29).
In ripetute occasioni, come accompagnatore spirituale, ho potuto essere testimone del fatto che «la persona che vede le cose come sono realmente, si lascia trafiggere dal dolore e piange nel suo cuore, è capace di raggiungere le profondità della vita e di essere veramente felice. Quella persona è consolata, ma con la consolazione di Gesù e non con quella del mondo. Così può avere il coraggio di condividere la sofferenza altrui e smette di fuggire dalle situazioni dolorose. In tal modo scopre che la vita ha senso nel soccorrere un altro nel suo dolore, nel comprendere l’angoscia altrui, nel dare sollievo agli altri. Questa persona sente che l’altro è carne della sua carne, non teme di avvicinarsi fino a toccare la sua ferita, ha compassione fino a sperimentare che le distanze si annullano. Così è possibile accogliere quell’esortazione di san Paolo: “Piangete con quelli che sono nel pianto” (Rm 12,15). Saper piangere con gli altri, questo è santità» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 76).
«“Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo”» (Gv 20,21-22).
Cari fratelli, in quanto comunità presbiterale siamo chiamati ad annunciare e profetizzare il futuro, come la sentinella che annuncia l’aurora che porta un nuovo giorno (cfr Is 21,11): o sarà qualcosa di nuovo, o sarà di più, molto di più e peggio del solito. La Risurrezione non è solo un evento storico del passato da ricordare e celebrare; è di più, molto di più: è l’annuncio della salvezza di un tempo nuovo che risuona e già irrompe oggi: «Proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,19); è l’ad-venire che il Signore ci chiama a costruire. La fede ci permette una realistica e creativa immaginazione, capace di abbandonare la logica della ripetizione, della sostituzione o della conservazione; ci invita ad instaurare un tempo sempre nuovo: il tempo del Signore. Se una presenza invisibile, silenziosa, espansiva e virale ci ha messo in crisi e ci ha sconvolto, lasciamo che quest’altra Presenza discreta, rispettosa e non invasiva ci chiami di nuovo e ci insegni a non avere paura di affrontare la realtà. Se una presenza impalpabile è stata in grado di scompaginare e ribaltare le priorità e le apparentemente inamovibili agende globali che tanto soffocano e devastano le nostre comunità e nostra sorella terra, non temiamo che sia la presenza del Risorto a tracciare il nostro percorso, ad aprire orizzonti e a darci il coraggio di vivere questo momento storico e singolare. Un pugno di uomini paurosi è stato capace di iniziare una corrente nuova, annuncio vivo del Dio con noi. Non temete! «La forza della testimonianza dei santi sta nel vivere le Beatitudini e la regola di comportamento del giudizio finale» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 109).
Lasciamoci sorprendere ancora una volta dal Risorto. Che sia Lui, dal suo costato ferito, segno di quanto diventa dura e ingiusta la realtà, a spingerci a non voltare le spalle alla dura e difficile realtà dei nostri fratelli. Che sia Lui a insegnarci ad accompagnare, curare e fasciare le ferite del nostro popolo, non con timore ma con l’audacia e la prodigalità evangelica della moltiplicazione dei pani (cfr Mt 14,15-21); con il coraggio, la premura e la responsabilità del samaritano (cfr Lc 10,33-35); con la gioia e la festa del pastore per la sua pecora ritrovata (cfr Lc 15,4-6); con l’abbraccio riconciliante del padre che conosce il perdono (cfr Lc 15,20); con la pietà, la delicatezza e la tenerezza di Maria di Betania (cfr Gv 12,1-3); con la mansuetudine, la pazienza e l’intelligenza dei discepoli missionari del Signore (cfr Mt 10,16-23). Che siano le mani piagate del Risorto a consolare le nostre tristezze, a risollevare la nostra speranza e a spingerci a cercare il Regno di Dio al di là dei nostri rifugi abituali.Lasciamoci sorprendere anche dal nostro popolo fedele e semplice, tante volte provato e lacerato, ma anche visitato dalla misericordia del Signore. Che questo popolo ci insegni a plasmare e temperare il nostro cuore di pastori con la mitezza e la compassione, con l’umiltà e la magnanimità della resistenza attiva, solidale, paziente e coraggiosa, che non resta indifferente, ma smentisce e smaschera ogni scetticismo e fatalismo. Quanto c’è da imparare dalla forza del Popolo fedele di Dio che trova sempre il modo di soccorrere e accompagnare chi è caduto! La Risurrezione è l’annuncio che le cose possono cambiare. Lasciamo che sia la Pasqua, che non conosce frontiere, a condurci creativamente nei luoghi dove la speranza e la vita stanno combattendo, dove la sofferenza e il dolore diventano uno spazio propizio per la corruzione e la speculazione, dove l’aggressività e la violenza sembrano essere l’unica via d’uscita.
Come sacerdoti, figli e membri di un popolo sacerdotale, ci spetta assumere la responsabilità per il futuro e proiettarlo come fratelli. Mettiamo nelle mani piagate del Signore, come offerta santa, la nostra fragilità, la fragilità del nostro popolo, quella dell’umanità intera. Il Signore è Colui che ci trasforma, che si serve di noi come del pane, prende la nostra vita nelle sue mani, ci benedice, ci spezza e ci condivide e ci dà al suo popolo. E con umiltà lasciamoci ungere dalle parole di Paolo affinché si diffondano come olio profumato nei diversi angoli della nostra città e risveglino così la speranza discreta che molti – tacitamente – custodiscono nel loro cuore: «Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2 Cor 4,8-10). Partecipiamo con Gesù alla sua passione, la nostra passione, per vivere anche con Lui la forza della risurrezione: certezza dell’amore di Dio capace di muovere le viscere e di uscire agli incroci delle strade per condividere “la Buona Notizia con i poveri, per annunciare la liberazione ai prigionieri e la vista ai ciechi, per dare libertà agli oppressi e proclamare un anno di grazia dal Signore” (cfr Lc 4,18-19), con la gioia che tutti possono partecipare attivamente con la loro dignità di figli del Dio vivente.
Tutte queste cose, che ho pensato e sentito durante questo tempo di pandemia, voglio condividerle fraternamente con voi, perché ci aiutino nel cammino della lode al Signore e del servizio ai fratelli. Spero che a tutti noi servano per “amare e servire di più”.
Il Signore Gesù vi benedica e la Vergine Santa vi protegga. E, per favore, vi chiedo di non dimenticarvi di pregare per me.
Fraternamente,
Francesco
Roma, presso San Giovanni in Laterano, 31 maggio 2020, Solennità di Pentecoste.

http://www.vatican.va/content/francesco/it/letters/2020/documents/papa-francesco_20200531_lettera-sacerdoti.html?fbclid=IwAR1j4v-OdhIdQdh64DrEXhc_EJnEaG6JoxHuEJ8eDxYuELvWZcK9R5I4sRo

31 Maggio 2020Permalink

30 maggio 2020. Sono avvilita. A quando una legge sulla libertà religiosa?

Mi rendo conto che da quasi un mese non scrivo nulla.
In realtà queste notizie del 7 maggio mi hanno avvilito.
Ho ben presente la ministra Lamorgese che firmava accordi a norma dell’art. 7 della Costituzione (Chiesa cattolica), dell’art. 8 (chiese e organizzazioni religiose comunque denominate che hanno firmato intese ), gli altri denominati come culti ammessi (Legge 24 giugno 1929 n.1159).
Quando un legge sulla libertà religiosa mai?

7 maggio 2020
È stato sottoscritto questa mattina a Palazzo Chigi, dal presidente della Conferenza episcopale italiana Gualtiero Bassetti con il presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte e il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, il protocollo che individua le misure di sicurezza sanitarie da rispettare per la ripresa delle celebrazioni liturgiche alla presenza dei fedeli a partire dal 18 maggio.
La responsabile del Viminale ha dichiarato che «il ministero dell’Interno ha già avviato un confronto costruttivo con tutte le altre comunità di fede in relazione alla sua missione istituzionale di garantire la libertà di culto». «Siamo a buon punto con la sottoscrizione di altri protocolli con tutte le aree confessionali, sia quelle che hanno raggiunto un’intesa con lo Stato sia quelle che ne sono ancora prive, per consentire a tutti le migliori condizioni per lo svolgimento delle pratiche religiose, pur nel rispetto delle precauzioni necessarie per contenere la diffusione del virus varate dal Governo».
Il documento – condiviso dalla Cei con il capo del dipartimento delle Libertà civili e l’Immigrazione Michele di Bari e poi approvato dal Comitato tecnico scientifico – disciplina l’accesso ai luoghi di culto in occasione delle cerimonie liturgiche prevedendo, tra l’altro, che l’accesso alla chiesa sia contingentato e regolato da volontari o collaboratori che, oltre a favorire l’accesso e l’uscita, vigilino sul numero massimo di presenze consentite. Dovrà essere in ogni modo evitato ogni assembramento, sia nell’edificio, sia nei luoghi annessi, come per esempio le sagrestie e il sagrato.
L’accesso ai luoghi di culto per le celebrazioni liturgiche dovrà avvenire indossando mascherine e non è comunque consentito in caso di sintomi influenzali/respiratori.
Tutti i luoghi di culto dovranno essere igienizzati regolarmente al termine di ogni celebrazione.
Tra le attenzioni da osservare nelle celebrazioni liturgiche, si segnalano le indicazioni di omettere lo scambio del segno della pace e di prevedere che la raccolta delle offerte non avvenga durante le celebrazioni, ma in appositi contenitori.
Particolare attenzione dovrà essere rivolta alla distribuzione della Comunione avendo cura, tra l‘altro, di offrire l’ostia senza alcun contatto con le mani dei fedeli.
Ove il luogo di culto non sia idoneo alle celebrazioni liturgiche, secondo le indicazioni del protocollo, le celebrazioni potranno avvenire all’aperto.
«È il risultato dell’intenso dialogo di questi mesi tra il governo e la Cei, intensificato fin dall’inizio dell’emergenza Covid-19, che ha già portato all’individuazione delle misure di sicurezza sanitaria per le celebrazioni liturgiche senza popolo e, da ultimo, di quelle per la ripresa della celebrazione dei funerali», ha dichiarato il ministro Lamorgese.
Firmato protocollo che detta le misure di sicurezza per le cerimonie religiose
Video a disposizione con licenza CC-BY-NC-SA 3.0 IT

7 Maggio 2020
“La firma del protocollo con la Conferenza episcopale italiana – avvenuta questa mattina a Palazzo Chigi – è un passo decisivo per la graduale ripresa delle celebrazioni liturgiche alla presenza dei fedeli”, ha dichiarato il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. “E’ il risultato dell’intenso dialogo di questi mesi tra il governo e la Cei, intensificato fin dall’inizio dell’emergenza Covid-19, che ha già portato all’individuazione delle misure di sicurezza sanitaria per le celebrazioni liturgiche senza popolo e, da ultimo, di quelle per la ripresa della celebrazione dei funerali”.
La responsabile del Viminale ha poi ricordato che “il ministero dell’Interno ha già avviato un confronto costruttivo con tutte le altre comunità di fede in relazione alla sua missione istituzionale di garantire la libertà di culto”.
“Siamo a buon punto con la sottoscrizione di altri protocolli con tutte le aree confessionali, sia quelle che hanno raggiunto un’intesa con lo Stato sia quelle che ne sono ancora prive, per consentire a tutti le migliori condizioni per lo svolgimento delle pratiche religiose, pur nel rispetto delle precauzioni necessarie per contenere la diffusione del virus varate dal governo”, ha concluso il ministro Lamorgese .
(ANSA) – ROMA, 7 MAG – “Siamo a buon punto con la sottoscrizione di altri protocolli con tutte le aree confessionali, sia quelle che hanno raggiunto un’intesa con lo Stato sia quelle che ne sono ancora prive, per consentire a tutti le migliori condizioni per lo svolgimento delle pratiche religiose, pur nel rispetto delle precauzioni necessarie per contenere la diffusione del virus varate dal governo”. Lo ha detto il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, dopo la firma del protocollo con la Conferenza episcopale italiana
“Il ministero dell’Interno – ha aggiunto – ha già avviato un confronto costruttivo con tutte le altre comunità di fede in relazione alla sua missione istituzionale di garantire la libertà di culto”. (ANSA).

7 Maggio 2020Temi: SicurezzaCittadinanza e altri diritti civili Prevenzione e soccorso
Ultimo aggiornamento:
Venerdì 8 Maggio 2020, ore 12:46
https://www.interno.gov.it/it/notizie/dal-18-maggio-riprenderanno-celebrazioni-liturgiche-alla-presenza-dei-fedeli

https://www.interno.gov.it/it/sala-stampa/comunicati-stampa/protocollo-ripresa-celebrazioni-liturgiche-alla-presenza-dei-fedeli

https://www.regione.vda.it/notizieansa/details_i.asp?id=348668

30 Maggio 2020Permalink

6 maggio 2020 – Quando regnano ignoranza e opportunismo il danno può essere grave

Lettera ai miei corrispondenti

Mi è stato proposto di firmare una lettera, copia di quella che muove dalla diocesi di Bergamo:
Riflessioni a proposito del Comunicato della presidenza CEI al Governo ‘Conte’ del 26 Aprile 2020.
La lettera è un documento sofferto di grande dignità nel clima di lutto che tutti ci coinvolge nel pensiero dei morti di corona virus, lutto che nel territorio bergamasco ha raggiungo un picco che sgomenta.
La lettera – dal titolo parresia – merita di essere conosciuta e perciò pubblico un link che consente di raggiungerla e di leggere contestualmente anche il comunicato della CEI di cui pure, per dovuta trasparenza, allego il link.                                                                                                       [fonte 1] e [fonte 2].
Non ho firmato la lettera perché il tono nobile, corretto, esatto anche nell’uso dei termini appropriati, mal si connette purtroppo a una situazione di sconcertante volgarità dominante che da noi si è risolta persino in un pubblico appello di un parroco udinese (ma non credo sia solo) a celebrare la messa in ‘obiezione di coscienza’ alle indicazioni del governo sulla fase 2.
Forse ho sbagliato.
Non so.
Il mio timore è che in questo marasma culturale, politico e religioso si fissino dei paletti che, quando usciremo dalla pandemia, rendano accettabile la negazione di fondamenti democratici della nostra convivenza.
E questo, secondo me, richiede esplicita chiarezza che nella lettera “parresia” non traspare in una forma dichiarata, immediatamente accessibile in un momento in cui si scontrano – con reciproca incosciente strumentalità – più fanatismi che ricerche di responsabilità efficace.
E il traballante linguaggio governativo che si è proposto in questa occasione non è certo tale da far chiarezza. Ma non potevano trovare, fra i tanti esperti di cui si sono giovati, anche qualche storico che li aiutasse ad affrontare un discorso che è – anche – di ‘libertà religiosa’ e che li aiutasse a farlo in maniera meno approssimativa e grossolana?
Un consiglio: quando ne avranno tempo rileggano gli scritti, vecchi ma non appassiti, di Arturo Carlo Jemolo. Ne trarranno non piccolo giovamento. O almeno l’ho tratto io nelle mie lontane letture giovanili.

Al termine pubblico il link per raggiungere il testo del teologo Alberto Maggi che dà un fondamento biblico alla condanna del fanatismo.                                                                                                   [fonte 4]
Alberto Maggi è biblista cattolico e religioso dell’Ordine dei Servi di Maria italiano.
E’ un contributo di intelligenza consapevole che regalo a me stessa e, se qualcuno lo vuole leggere, propongo anche in chiaro perché ben si collega alla responsabile, pubblica posizione di papa Francesco che non mi sembra essere stata condivisa dalla CEI.

Gli zelanti accecati dal fanatismo religioso
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ZELO E FANATISMO
Il profeta Elia era indubbiamente “pieno di zelo per il Signore” (1 Re 19,14), ma la storia insegna che non esistono persone più pericolose di quelle che, animate dallo sacro zelo, finiscono poi nel fanatismo che le accieca. Lo zelo che animava Elia era in realtà un furore che portava questo sant’uomo a sterminare tutti quelli che lui riteneva nemici del suo Dio (“e con zelo li ridusse a pochi”, Sir 48,2). Nella Bibbia si narra della sua sfida con i quattrocentocinquanta profeti di una divinità concorrente, Baal. Il bellicoso Elia non si accontentò della schiacciante vittoria e dell’umiliazione inflitta, ma li volle uccidere tutti: “Afferrate i profeti di Baal; non ne scappi neppure uno!”. Li afferrarono. Elia “li fece scendere al torrente Kison, ove li ammazzò” (1 Re 18,49). Ai sacerdoti sgozzati sono da aggiungere anche un centinaio di guardie incenerite: “Se sono uomo di Dio, scenda un fuoco dal cielo e divori te e i tuoi cinquanta. Scese un fuoco dal cielo e divorò quello con i suoi cinquanta” (2 Re 1,9-12). Elia, ottenebrato dal suo fanatismo, presumeva di essere rimasto l’unico a credere nel Signore, al quale grida la sua indignata protesta: “Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo…!” (1 Re 19,10.14). Con fine ironia il Signore gli chiede di darsi una calmata (“Su, ritorna sui tuoi passi”), e di aprire bene gli occhi… No, non è vero che è rimasto il solo, perché in Israele ci sono almeno “settemila persone, che non si sono piegati a Baal” (1 Re 19,18). Era il fanatismo di Elia, che come una trave conficcata negli occhi, ne storpiava lo sguardo e gli impediva di vedere la realtà, e lo rendeva pericoloso.
Purtroppo l’elenco dei massacri perpetrati da parte di santi uomini per difendere l’onore di Dio è molto lungo nella Bibbia: un fiume di sangue che scaturisce dall’Antico Testamento, cominciando da Mosè, che per vendicare l’oltraggio del vitello d’oro non esitò a scatenare una strage fratricida: “Passate e ripassate nell’accampamento da una porta all’altra; uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio vicino” (Es 32,25), ammazzando “circa tremila uomini del popolo” (Es 32,28), per sfociare nel Nuovo Testamento, a Saulo, il fanatico fariseo, anche lui “pieno di zelo per Dio” (At 22,3), insuperabile osservante di ogni minimo dettaglio della Legge (Fil 3,5-6), che spirava “minacce e stragi contro i discepoli del Signore” (At 9,1). Corresponsabile della lapidazione di Stefano, primo martire cristiano (At 7,58), Saulo ne approvò l’uccisione (At 8,19) e continuò a perseguitare e far ammazzare i cristiani in nome di Dio (At 26,9-11), riconoscendo lui stesso di essere stato “quanto a zelo, persecutore della Chiesa” (Fil 3,6).
Gesù denuncerà con veemenza lo zelo omicida di questi fanatici, individuandolo negli “scribi e farisei ipocriti”, la casta religiosa al potere. L’ostentata osservanza della Legge da parte di questi zelanti custodi della tradizione, non è segno di fedeltà a Dio, ma al contrario li rende incapaci di riconoscere gli inviati del Signore al loro appari¬re. Lo faranno dopo, quando inviati e profeti saranno morti, assassinati dai sedicenti rappre¬sentanti di Dio, in nome di dottrine che pretendono contrabbandare come volontà divina, mentre in realtà sono solo “precetti di uomini” (Mc 7,7; Is 29,13). A quanti innalzano i sepolcri ai profeti, e adornano le tombe dei giusti dopo averli uccisi, Gesù li accusa di aver da sempre versato sangue innocente sopra la terra, “dal sangue del giusto Abele fino al sangue di Zaccaria” (Mt 23,29-37). Col riferimento ad Abele e Zaccaria, Gesù cita il primo e l’ultimo omicidio riportati dalla Bibbia. Il fratricidio di Abele, a opera di Caino, appare nel Libro della Genesi (Gen 4,8), primo libro della Scrittura, e l’assassinio di Zaccaria, per mano del re Ioas, nel secondo libro delle Cronache (2 Cr 24,20 21), l’ultimo della Bibbia ebraica. Gesù rinfaccia a scribi e farisei, fanatici cultori della Scrittura, che proprio questa, dal primo libro all’ultimo, attesta che sono sempre stati assassini.Quel che può sconcertare, è che a perpetrare l’uccisione per rendere culto a Dio, non sono i criminali, ma i devoti, non i delinquenti ma le persone profondamente religiose. Il furore religioso che li anima non fa scorgere in essi alcuna contraddizione nel loro comportamento, perché la violenza, quando viene esercitata in nome di Dio, esenta da esami o scrupoli di coscienza, ed è giustificata e addirittura sublimata nella preghiera: “Le lodi di Dio sulla loro bocca e la spada a due tagli nelle loro mani” (Sal 149,6). Con la bocca si loda il Signore, e con la spada si uccidono le sue creature, e si arriva a proclamare beati gli autori delle stragi: “Figlia di Babilonia devastatrice, beato chi ti renderà quanto ci hai fatto. Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sfracellerà contro la pietra” (Sal 138,9).Veramente mai si ammazza con tanto gusto come quando lo si fa in nome di Dio, perché i diligenti difensori della verità si sentono come investiti da un mandato divino, che li esenta dal chiedersi le conseguenze del loro gesto, e quello che agli occhi del mondo non è altro che un’ingiustizia, un crimine, per chi lo compie è obbedienza alla volontà divina. Persone tanto ligie e ossequienti a ogni dettame della religione, scrupolose e zelanti per quel che riguarda regole e devozioni, possono essere poi dure e spietate nel perseguitare quanti giudicano non vivere correttamente il loro credo. E per colpire peccatori ed eretici, apostati e infedeli, ogni forma di violenza diventa lecita, da quella morale, attraverso l’emarginazione e la calunnia, la diffamazione e la delazione, a quella fisica, soffocando la libertà o addirittura, laddove è possibile, sopprimendo la vita.
Per Gesù, un’istituzione religiosa che accetti come culto a Dio la sofferenza e la morte dell’uomo, non è altro che un’associazione atea e criminale, i cui adepti non sono che assassini (“Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin da principio”, Gv 8,44). Gesù dichiara che chiunque uccide credendo di rendere culto a Dio (Gv 16,2), in realtà dimostra di non conoscerlo (“E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me”, Gv 16,3). Chi usa la violenza in nome di Dio, lo fa perché non conosce il Padre, anche se si presenta come strenuo difensore del suo onore. Quanti conoscono il Padre non saranno mai persecutori ma perseguitati (“Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi, Gv 15,20). Il Padre di Gesù non è neutrale. Tra chi perseguita, anche se pretende di farlo in nome di Dio, e chi viene perseguitato, il Signore si schiera sempre a fianco dei perseguitati, trasformando la sofferenza che ne deriva, in una beatitudine, suprema espressione di felicità: “Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,10). È pertanto evidente che lo zelo per il rispetto ai dettami di testi ritenuti sacri, e per questo considerati immutabili, non è sufficiente per la loro retta intelligenza, come emerge dall’insegnamento e dalla vita di Gesù il Cristo, il Figlio di Dio. Per il Signore non basta che un testo sia considerato sacro, occorre anche che l’uomo sia considerato tale. Per questo, ogni qualvolta Gesù si è trovato di fronte alla scelta se osservare la Legge divina o fare il bene concreto dell’uomo, egli non ha mai esitato, ha scelto sempre il bene dell’uomo, la sua salute prima dell’osservanza del precetto (Mc 3,1-6; Gv 5,1-18). Facendo il bene dell’uomo si è sempre certi di fare anche il bene di Dio. Troppo spesso per il bene di Dio si sono fatti e si fanno soffrire agli uomini.

[fonte 1]
http://www.aclibergamo.it/2020/05/02/lettera-di-parresia-a-proposito-del-comunicato-cei-al-governo-conte/
[fonte 2]
https://www.chiesacattolica.it/dpcm-la-posizione-della-cei/

[fonte 3]
https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2020/04/05/coronavirus-salvini-permettere-le-messe-a-pasqua-_81e512ac-9a26-4ffb-8de7-c0f0ab85d763.html

[fonte 4]
https://www.illibraio.it/zelanti-1372002/

6 Maggio 2020Permalink