24 febbraio 2018 – Appello – lettera aperta – al Presidente Gentiloni

Avevo inviato un appello al Presidente dopo la bocciatura delle Disposizioni in materia di cittadinanza’ (cd ius soli).
Naturalmente non ho avuto risposta. 
Se il silenzio si addice a chi non c’è il presidente Gentiloni ha rivendicato la sua presenza nel confronti del presidente Juncker.
E, dato che vuole esserci, ci riprovo.

Ho spedito riferendomi all’indirizzo  Gentiloni[at]governo.it  che è un Contatto di posta elettronica cui si arriva visitando il sito della Presidenza del Consiglio

Signor Presidente ,
questa lettera aperta porta una sola firma, ed è facile considerarla insignificante ma gliela invio perché corrisponde all’abitudine di affermare la propria competente responsabilità, almeno per la propria dignità se altro non rimane. Ci sono principi cui non si addice il silenzio.
Ho trovato nel sito del senato il testo dell’Articolo 3 della Costituzione in una forma che ha il merito (per ogni termine che è definizione precisa di una condizione) di segnalare i successivi articoli che quel termine evoca.

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale [cfr. XIV] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [cfr. artt. 29 c. 2, 37 c. 1, 48 c. 1, 51 c. 1], di razza, di lingua [cfr. art. 6], di religione [cfr. artt. 8, 19], di opinioni politiche [cfr. art. 22], di condizioni personali e sociali.
E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Un solo termine manca di ogni riferimento, quello che suona ‘condizioni personali e sociali’.
Fra le tante ‘condizioni’ personali che è possibile evocare c’è anche il riconoscimento dell’esistenza legale che si esprime con la garanzia universale del certificato di nascita.
E’ una garanzia che ha la sua precisazione nell’art 7 della Convenzione di New York sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che in Italia è legge (n.176 del 1991) che riconosce il minore come portatore di diritti propri.

Art. 7
1. Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi.
2. Gli Stati parti vigilano affinché questi diritti siano attuati in conformità con la loro legislazione nazionale e con gli obblighi che sono imposti loro dagli strumenti internazionali applicabili in materia, in particolare nei casi in cui se ciò non fosse fatto, il fanciullo verrebbe a trovarsi apolide.

Dal 2009 la legge 94 (il cd pacchetto sicurezza) impone al migrante non comunitario privo di permesso di soggiorno di esibire il documento di cui non dispone per registrare la nascita di un figlio in Italia.
Una beffa crudele per distruggere una persona che non può difendersi.
Nelle tradite ‘Disposizioni in materia di cittadinanza’ (cd. Ius soli) – la cui possibilità di approvazione è franata in Senato il 23 dicembre scorso – c’era anche un comma (comma 3 dell’art. 2) che ristabiliva la garanzia dell’esistenza giuridicamente riconosciuta di ogni nuovo nato in Italia, superando la politica che riduce alcuni di loro a fantasmi, come volle il quarto governo Berlusconi, legando la certezza della devastazione di queste vite indifese a una norma approvata con voto di fiducia che ha attraversato inamovibile i governi Monti, Letta e Renzi per approdare al governo che Lei ancora presiede.

Egregio Presidente, se il suo governo sarà pienamente operativo anche dopo il 5 marzo (con buona pace del Presidente della Commissione Jean Claude Juncker), se un qualche gruppo parlamentare si renderà conto che trascinare di legislatura in legislatura la condanna di neonati a non esistere è una scelta aberrante che potrebbe essere cancellata da una legge da approvare senza onere di spesa, faccia quanto in suo potere per superare la decisione presa nel 2009 per creare neonati inesistenti e abusarli come minaccia per i genitori.
Augusta De Piero

febbraio 24, 2018Permalink

22 febbraio 2018 – Messaggio a Pax Christi

Alla Segreteria di Pax Christi.
Chiedo che questo mio messaggio sia consegnato a chi può occuparsi del problema che pongo

Ho avuto modo di leggere la vostra AGENDA DELLE MIGRAZIONI: SETTE PROPOSTE PER I CANDIDATI ALLE ELEZIONI
Non sono candidata a nulla ma mi permetto di segnalarvi un problema che seguo da nove anni: quello della negazione del certificato di nascita a nati in Italia (in questo caso non si tratta di ingressi ma di nascite).
La prima delle vostre sette proposte riguarda la legge sulla cittadinanza, di cui il Parlamento italiano si era occupato fino a proporre una norma, miseramente franata dopo essere stata approvata dalla Camera e aver parcheggiato per due anni al Senato (Disposizioni in materia di cittadinanza cd ius soli).
In quella norma cancellata c’era anche un comma (comma 3 dell’art. 2) che, se approvato, avrebbe garantito l’esistenza legale di ogni nuovo nato in Italia.
Oggi purtroppo così non è. Infatti per assicurare a ogni nato il certificato di nascita cui ha diritto (Costituzione art. 3 – Legge 176/1991, ratifica della Convenzione di New York) viene chiesta ai genitori la presentazione del permesso di soggiorno di cui, se irregolari, non dispongono.
L’assenza dichiarata di quel documento di fronte a un ufficiale di stato civile ne comporterebbe l’espulsione e quindi li pone nella condizione crudele di dover considerare l’esistenza legale del proprio figlio come una minaccia e ciò può indurli a nasconderlo
Il gruppo Convention on the Rights of the Child (che dal 2009 segnala il problema) lo scorso anno ha pubblicato nel 
3° Rapporto Supplementare alle Nazioni Unite sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia, anno 2016-2017, una raccomandazione in proposito.
Al capitolo 3.1 si legge infatti la richiesta “DI INTRAPRENDERE UNA CAMPAGNA DI SENSIBILIZZAZIONE SUL DIRITTO DI TUTTI I BAMBINI A ESSERE REGISTRATI ALLA NASCITA, INDIPENDENTEMENTE DALL’ESTRAZIONE SOCIALE ED ETNICA E DELLO STATUS SOGGIORNANTE DEI GENITORI”.
E’ ben vero che, quando fu approvata con voto di fiducia la lettera g del comma 22 dell’art. 1 della legge 94 (ormai presente anche nel Testo unico sull’immigrazione come art. 6 comma 2), il governo di allora (quarto Berlusconi) ricorse a una misura che lo tutelasse da penalizzazioni internazionali ed emanò immediatamente una circolare che, in materia di registrazione anagrafica, diceva e dice il contrario della legge, concedendo quindi, con misura amministrativa, il certificato di nascita che la legge negava e nega (Ministero dell’interno, circolare n. 19 del 2009).
Le strumento amministrativo, come è noto, è di rango inferiore alla legge e per sé aleatorio.
Ora paradossalmente la misura penalizzante del 2009 resta in vigore mentre tutto il lavoro e l’impegno della società civile – e conseguentemente del Parlamento – in materia di acquisizione della cittadinanza riparte da zero e insieme è azzerata anche la salvezza dei neonati persona.
Quindi la condanna di una precisa e definita categoria di neonati a non esistere si affiderà inalterata alla XVIII legislatura , avendo attraversato la XVI – governo Monti – e la XVII – governo Letta, Renzi e infine Gentiloni.
Vi chiedo di farvi carico con la competenza e l’autorevolezza che vi appartengono anche di questi piccoli senza identità, senza genitori, senza cittadinanza.
Mi ostino a sperare.
Augusta De Piero

NOTA: Così dice il punto 1 delle sette proposte di Pax Christi
Riforma della legge sulla cittadinanza
Da troppi anni il nostro Paese non adegua la sua legislazione sull’acquisizione della cittadinanza al mutato contesto sociale e troppi cittadini di fatto non sono riconosciuti tali dall’ordinamento. Varare un provvedimento che sani queste contraddizioni non è più rimandabile”.

L’indirizzo della Segreteria è la mail per ogni comunicazione.

febbraio 22, 2018Permalink

19 febbraio 2018 – Venezuela. È fuga di massa.

Un’amica mi segnala l’articolo di Avvenire che ricopio.
Con il link riportato in calce si possono vedere fotografie e soprattutto uno schema numerico dell’esodo in vari paesi non solo sudamericani.

18 febbraio 2018 – Maduro apre le porte, caos nel continente
Lucia Capuzzi

Milioni di rifugiati nei Paesi vicini al Venezuela. E ormai è il caos.

«È il miglior investimento che puoi fare in Venezuela», dice Carlos mentre mette il fascio di banconote nelle mani dell’autista della “chiva”. Così si chiamano i fuoristrada semi- scassati che solcano in centinaia e centinaia, ogni giorno, la Troncal Caribe, via di collegamento tra Maracaibo e la regione colombiana de La Guajira. Un posto dentro la vettura costa 20mila bolivares, quasi la metà se si viaggia sul tetto, con la maglietta arrotolata sulla testa per proteggersi dal sole rovente. In ogni caso si tratta di pochi centesimi di euro: la moneta venezuelana è carta straccia sui mercati internazionali. Racimolarli, però, non è facile in una nazione dove lo stipendio medio è di 300mila bolivares e un chilo di farina ne costa 15mila al mercato nero, la sola forma di approvvigionamento di cibo e medicine. «Ma ne vale la pena. L’unica cosa da fare è andarsene ».

Carlos ha provato a resistere quando, un anno fa, i fratelli si sono messi in marcia per Argentina ed Ecuador. «Ora non ce la faccio più. Sono sieropositivo e gli antiretrovirali sono introvabili». Sono tra i due e i 4,5 milioni i venezuelani costretti a una simile scelta, secondo vari centri di ricerca. Difficile una maggiore approssimazione dato che Caracas non diffonde i dati ufficiali. Nell’ultimo anno, la migrazione si è trasformata in un vero e proprio esodo. La maggior parte si riversa nei confinanti Colombia e Brasile.

Pochi passano, però, per i valichi legali. Il resto si snoda per le “trochas”, le mulattiere dove non occorrono i documenti ma solo una tangente a chi controlla il transito. Le “chivas” da Maracaibo scaricano i passeggeri all’imbocco dei viottoli sterrati, proprio alle spalle della dogana di Paraguachón. Impossibile per gli agenti di frontiera di entrambi i lati non notare il via vai. Quest’ultimo è esploso nell’ultima settimana. Da quando, cioè, Bogotà ha blindato con 3mila poliziotti il principale corridoio migratorio, i ponti Simón Bolívar e Francisco de Paula che collegano le città venezuelane di San Antonio e San Cristóbal con la colombiana Cúcuta. «Prima del giro di vite, nei giorni di “punta” arrivavano anche 45mila persone.

Molti portavano qualcosa da vendere in modo da procurarsi i pesos per fare un po’ di spesa e poi tornavano indietro. Una parte, però, è rimasta. Solo in una delle nostre parrocchie, nel giro di due anni, si sono trasferite duemila famiglie», racconta padre Francesco Bortignon, missionario scalabriniano italiano impegnato nell’assistenza dei migranti a Cúcuta, dove gestisce alcuni centri in collaborazione con Terre des hommes. Il governo colombiano afferma che, nel 2017, i venezuelani residenti hanno raggiunto quota 550mila, il 62 per cento in più dell’anno precedente. Entro luglio, saranno più di un milione, con una spesa prevista per la prima assistenza di oltre 1,8 miliardi di dollari. Tanto che, martedì, il presidente Juan Manuel Santos ha chiesto aiuto internazionale per affrontare l’emergenza umanitaria. Anche il Brasile è preoccupato. A Boa Vista, capitale del Roraima, i venezuelani sono il 10 per cento della popolazione.

«Si trasferiscono, in media, 40mila persone al mese», ha affermato Joe Millman, portavoce dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) che ha paragonato il flusso dal Venezuela a quello degli africani verso le coste italiane. La questione ha assunto, ormai, dimensioni continentali. In Argentina, la richiesta di permessi di soggiorno è cresciuta del 142 per cento nel 2017. Negli Stati Uniti, le domande di asilo si sono moltiplicate di 37 volte in cinque anni. Per tale ragione, dal 31 gennaio, Washington ha imposto una serie di vincoli. La tentazione di chiudere le porte cresce in America.

Anche perché se, prima, a trasferirsi dal Venezuela erano soprattutto professionisti scontenti del chavismo, ora sono lavoratori poco qualificati, minori, anziani, malati e donne incinte, per cui in patria è impossibile andare avanti. Il loro numero dovrebbe aumentare ancora dopo le presidenziali “addomesticate” del 22 aprile. In cui la vittoria di Nicolás Maduro appare scontata, tanto che il partito d’opposizione Voluntad Popular ha deciso di boicottare il voto. Gli Stati latinoamericani hanno, dunque, deciso di giocare la carta della pressione per ammorbidire il governo di Caracas. E, in concomitanza delle elezioni, stanno spingendo sull’acceleratore. Come dimostra la scelta dei vicini, Perù in primis, di ritirare l’invito a Maduro per il vertice delle Americhe in programma a Lima il 13 e 14 aprile. Il leader però, sembra “impermeabile”. «Ci andrò, che piova o tiri vento», ha tuonato.

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/maduro-sgancia-la-bomba-profughi

febbraio 19, 2018Permalink

19 febbraio 2018 – In ricordo di Giacometta Limentani

Il mio ricordo
Questa mattina  ho letto della morte di Giacometta Limentani, avvenuta ieri, 18 febbraio.
Ho avuto l’onore di conoscere Giacometta e di presentare un suo libro nella libreria udinese CLUF. Era presente e ha affascinato l’uditorio.
Ne conosco il lavoro e la vicenda personale di violenza subita da bambina.
Spero che il suo ricordo di scrittrice e di donna consentirà di diffonderne la conoscenza.
Quando visiterò la basilica di Aquileia, dove il mosaico rappresenta la storia di Giona, avrò sempre presente il libretto con il delizioso ‘midrash’ sul Leviatano che Giacometta ha immaginato.
Oggi la segnalazione di Lucia Cuocci mi ha permesso di raggiungere la testimonianza che ricopio

Giacometta Limentani (1927-2018)  (Link in calce)
Pubblicato in Attualità il 18/02/2018 – 3       אדר ב’ 5778
Traduttrice, narratrice e saggista. Una penna elegante ed efficace al tempo stesso, capace di toccare davvero il cuore. E un formidabile tramite di conoscenza verso l’ebraismo per i tantissimi lettori che in tutta Italia hanno imparato ad amarla e ad amare il suo stile, le sue parole, il suo messaggio. Aveva da poco festeggiato 90 anni Giacometta Limentani, una delle figure più significative dell’Italia ebraica. Numerose e significative le collaborazioni in campo giornalistico e letterario, accompagnate da un’intensa azione divulgativa quale animatrice di gruppi di studio centrati su Torah e Midrash.
“Gli eventi sono passati, saranno futuri, ma c’è una loro pregnanza in ogni momento. Ogni momento racchiude in sé l’istante, ma anche i ricordi, le possibilità e il divenire. Il tempo ebraico è un divenire che si esplica continuamente nelle percezioni del presente” raccontava in una intervista alla psicoterapeuta Helen Brunner su Pagine Ebraiche del gennaio 2014, che qui riproponiamo.
Tra i suoi racconti e romanzi In contumacia, Milano, Adelphi, 1967; Gli uomini del libro: leggende ebraiche, Milano, Adelphi, 1975; Il grande seduto, Milano, Adelphi, 1979; I discorsi della Bibbia, testi per due audiolibri, Milano, Mondadori, 1979; Il vizio del faraone e altre leggende ebraiche, Torino, Stampatori, 1980; L’ombra allo specchio, Milano, La tartaruga, 1988; Dentro la D, Genova, Marietti, 1992; Il più saggio e il più pazzo, Viterbo, Stampa alternativa, 1994; … e rise Mosé, Torino, Einaudi ragazzi, 1995; Da lunedì a lunedì, Torino, Einaudi ragazzi, 1999; La spirale della tigre, Varese, Giano, 2003. Mentre tra le opere teatrali si segnalano Il narrastorie di Breslav: sacra rappresentazione in due tempi e Nachman racconta: azione scenica in due atti.
La ricorda così Noemi Di Segni, Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane: “Instancabile e appassionata testimone di un’epoca, Giacometta Limentani è stata per molti di noi un formidabile esempio di vita. Vita nonostante, vita per, vita con. Una donna unica e preziosa, intelligente e libera. Genitrice di comunità e pensiero ebraico e generatrice di identità, memoria e cultura”.
Con la sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile. “Ma la sua – aggiunge la Presidente UCEI – è una traccia indelebile e di guida ai perplessi, grazie alle numerose opere e nelle molteplici iniziative che ha intrapreso nel corso della sua intensa esistenza. Un costante lavoro di connessione tra mondo ebraico e società circostante nel nome della cultura e dei valori fondamentali, che resterà a lungo patrimonio di questo paese”.
Grazie quindi Giacometta. Per il tuo impegno, il tuo entusiasmo e la tua generosità. “Non ti dimenticheremo mai” assicura Di Segni.
I funerali di Giacometta Limentani si svolgeranno domani a Roma. Sia il suo ricordo di benedizione

Giacometta e il ritmo della vita
I suoi libri tanto amati da generazioni tornano in una nuova veste e Giacoma Limentani riprende il suo racconto. Recentemente infatti i tre romanzi, “In contumacia”, “Dentro la D” e “La spirale della tigre”, sono stati ripubblicati da Iacobelli Editore in unico volume che si chiama “Trilogia” (2013) (“In contumacia” e “Dentro la D” erano tra l’altro irreperibili da anni).

Giacoma, vorrei chiederti innanzitutto che impressione ti ha fatto vedere questa nuova edizione dei tre romanzi insieme, che sono in fondo un nuovo libro?
È stato come vedere una fotografia mia, un ritratto che comprendesse nello stesso momento un’immagine dall’infanzia alla maturità e anche alla vecchiaia.

Questi tre romanzi sono stati scritti in tre momenti diversi della tua vita e parlano di episodi diversi, ma riprendono anche alcuni temi e li approfondiscono.
È un rientrare nella realtà, cercando di restituirla a quello che è vita privata. E la realtà della vita privata la sa solo chi la vive. È molto interessante il fatto che nel primo e nell’ultimo libro, cioè l’infanzia e la vecchiaia, si ripete con forme di violenza diversa lo stesso odio antiebraico. Nel primo con fascisti che accusano, nell’ultimo con l’essere cacciata da scuola in quanto ebrea.

Sono scritture diverse… Potresti parlarci di queste diverse maniere di scrivere che un po’ emergo- no sia nei tuoi romanzi sia anche nei saggi? Da una parte, per esempio, “In contumacia” è una scrittura che vuole raccontare di un trauma, di una violenza e c’è anche la frammentazione che questo ha causato, mentre dall’altra parte in “Dentro la D” si vede la tradizione midrashica che viene fuori.
Quando ho scritto “In contumacia” ancora non avevo cominciato a studiare ebraismo nel modo in cui ho fatto più tardi. Ho cominciato a studiare dopo che ho scritto “In contumacia” perché l’ebraismo mi affascina in quanto
dà al tempo una continua presenza. Gli eventi sono passati, saranno futuri, ma c’è una loro pregnanza in ogni momento. Ogni momento racchiude in sé l’istante, ma anche i ricordi, le possibilità e il divenire. Il tempo ebraico è un divenire che si esplica continuamente nelle percezioni del presente.

In questa tua visita in Friuli Venezia-Giulia hai fatto una presentazione del tuo libro “Trilogia” sia a Trieste sia a Udine e hai avuto degli incontri nelle scuole superiori con degli studenti. So che era tempo che non lo facevi: che cosa questo ha significato per te?
Ha significato un ritorno al dovere di esprimermi, esprimere in pubblico una mia realtà che non è la realtà di un momento, ma è la realtà di una gran parte di questo mondo di migranti nel quale viviamo.

Accanto al libro, negli ultimi anni hai lavorato a un nuovo progetto che coniuga due tue grandi passioni: da una parte la scrittura e la narrazione, dall’altra la musica e il canto. Hai anche prodotto dei cd che contengono appunto una narrazione della tua storia accompagnata dalle canzoni che hai cantato nella tua gioventù, in particolare francesi e americane. Potresti parlarcene? Perché l’hai fatto e che prospettive ha?
Tutto è ricominciato per caso, soprattutto per l’incontro con un pianista con il quale mi trovo sulla stessa lunghezza d’onda musicale. Come mi è capito di dire altre volte, io sono malata di canzoni, tutta la mia famiglia lo era. E le canzoni sono come una pun- teggiatura nella vita che si vive. Questa è un punto interrogativo, quella un punto esclamativo… molte sono altre domande. Sono vita, perché per me ricominciare a cantare, canticchiare con questo pianista con la poca voce che ho ormai, mi ha aiutato a rivivere tante cose. Mi rallegra e continua a darmi questa sensazione che ho io del tempo sempre presente, di una impossibilità di dividere i momenti del tempo stesso. E questo la musica ce l’ha fortissimo con il suo potere sull’imma- ginazione, sul ricordo, sul respiro. Questo mi aiuta, mi ha aiutato, soprattutto perché l’incasso di questi cd lo utilizzo per finanziare Saving Children, un’iniziativa israeliana del Centro Peres per la Pace che trovo determinante: far curare bambini palestinesi che nelle loro terre non possono essere curati bene in ospedali israeliani, come pure formare negli ospedali israeliani delle unità di soccorso che possano andare nei territori palestinesi a curare chi non è trasportabile e quindi creare una possibilità di vivere e conoscersi insieme. Quando i bambini stanno vicini in un letto di ospedale, un bambino israeliano e un bambino palestinese, e i loro genitori li vanno a trovare e si aiutano a vicenda, questo è un seme di pace più forte di qualsiasi articolo di giornale.

Un’ultima domanda: perché canzoni francesi e canzoni americane?
La risposta delle canzoni americane è la più facile. A me piace moltissimo il jazz, lo swing e quindi è un gusto anche musicale forte e poi è un ricordo dei film che mi rallegravano in gioventù, e ancora è l’enorme rispetto per i musicisti americani straordinari che abbiamo avuto e che ancora oggi sono attuali. Perché canzoni composte oggi possono svanire da un momento all’altro, ma canzoni come Night and day rimangono come classici assoluti. Le canzoni francesi hanno una storia più complessa, anche se in fondo proprio come canzoni le amo molto di meno. Però avevo una bisnonna che era francese, quindi quella era una lingua di casa. Quando da ragazzina mi piaceva imparare, come a tutti i ragazzini, le canzoni che si sentivano alla radio e mi resi conto che nella radio anche le canzoni venivano controllate dall’Ovra (Opera Volontari Repressione Antifascismo), siccome dall’Ovra la mia famiglia fu profondamente colpita, io per protesta non ho più cantato in italiano, finché poi non c’è stata la libertà. Ma quelle canzoni non le canto, oppure le canto per sfregio.
Helen Brunner, psicoterapeuta – Pagine Ebraiche Gennaio 2014

http://moked.it/blog/2018/02/18/121787/

Aggiungo – 20 febbraio
http://www.repubblica.it/cultura/2018/02/19/news/giacoma_limentani_morta_donna_iscritta_al_collegio_rabbinico-189218804/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P30-S1.6-T1

https://ilmanifesto.it/giacoma-limentani-la-memoria-e-una-prova-di-pazienza/

 

febbraio 19, 2018Permalink

17 febbraio 2018 – Il 31 gennaio è entrata in vigore la legge 219

Il 15 febbraio ho pubblicato nel mio blog il testo della legge 2 dicembre 2017, n. 219 Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento.
Li stesso giorno ho trovato un articolo della filosofa Michela Marzano che ho ricopiato parola per parola per poterlo conservare.

15 FEBBRAIO 2018 Il confine tra legge e dignità
Così il principio dell’autodeterminazione diventa il pilastro sul quale ricostruire il nostro ordinamento di Michela Marzano
Ogni persona è libera di decidere come e quando morire: è un principio cardine non solo della Convenzione dei diritti dell’uomo, ma anche della nostra Costituzione. Ce lo ha ricordato la Corte di Milano, riconoscendo che Marco Cappato non ha rafforzato la volontà di Dj Fabo di porre fine alla propria vita, e chiedendo al tempo stesso alla Consulta di pronunciarsi sulla legittimità costituzionale del reato di aiuto al suicidio.
Una decisione storica, quindi, nonostante l’apparente neutralità, visto che il processo a Cappato è stato sospeso in attesa che si pronunci la Corte Costituzionale. Solo la Consulta può d’altronde stabilire fin dove può spingersi il diritto all’autodeterminazione di ciascuno di noi e quale sia la relazione esatta tra la dignità della persona e l’autonomia individuale.
Al di là della mancanza di coraggio da parte di un pezzo importante del mondo politico italiano, la v vicenda di Fabiano Antoniani e la decisione ci Marco Cappato di accompagnarlo in Svizzera, ci costringono a riflettere sullo spazio che la nostra società è disposta a dare al desiderio profondo di chi, costretto dalla sorte a ritrovarsi in un limbo di sofferenza e impotenza, vorrebbe solo mettere fine a una vita che, di vita, ha ormai molto poco. E’ una questione delicata sia dal punto di vista giuridico, sia, soprattutto, del punto di vista etico.
Ma dalla quale non è più possibile esimersi, visto che sono numerosissime le persone che aspettano che il proprio diritto all’autodeterminazione, nel momento in cui decidono di accedere al suicidio assistito, sia finalmente preso in considerazione.
In nome di quale principio si può d’altronde obbligare un’altra persona a comportarsi come alcuni pensano che si debba comportare? In nome di quali valori si può anche solo pensare di cancellare la soggettività altrui e di imporre agli altri la propria concezione del mondo e dell’esistenza?
La vita è sempre sacra, si sente ripetere da chi, forse, non si è mai dovuto confrontare con quella sofferenza profonda e quell’assenza di speranza – perché non c’è più nulla da far se non aspettare che finisca quella
«notte senza fine», come diceva Dj Fabo parlando della propria esistenza dopo l’incidente – che talvolta tolgono alla vita ogni dignità. Uccidere è un reato, si sente dire da chi, forse, non ha mai fatto lo sforzo di capire la differenza che esiste tra il “far morire” e il “lasciar partire”, il privare della vita chi, quella vita la vuol vivere e il liberare dal peso dell’esistenza chi, quell’esistenza, l’ha già abbandonata da tempo.
«Ho visto polmoni respirare da soli su un tavolo, macchine che sostituiscono cuori … Ma è vita questa?», si era chiesta la pm Tiziana Siciliano durante la requisitoria, chiedendo ai giudici o l’assoluzione di Marco Cappato o l’eccezione di legittimità costituzionale. Il cuore del problema, per lei, era proprio il senso che ha il termine “vita” quando non si ha più la possibilità di esercitare la propria dignità. Non è allora anodina la scelta della corte d’assise di tramettere gli atti alla Consulta: significa aver deciso che la questione dell’autodeterminazione non è più solo il cardine dell’etica contemporanea ma anche il pilastro attorno al quale ricostruire il nostro ordinamento giuridico. Certo, l’ultima parola spetterà al legislatore. Ma come potrà il legislatore tirarsi indietro una volta stabilito che è in nome della dignità umana che nessuno può giudicare cosa possa essere o meno degno per un’altra persona, compreso l’accesso al suicidio assistito?

https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2018/02/14/news/processo_a_cappato_il_confine_tra_legge_e_dignita_-188867430/?ref=RHPPTP-BH-I0-C12-P1-S1.4-T1

 

febbraio 17, 2018Permalink

15 febbraio 2018 – Testo della legge cd ‘fine vita’

Il testo della legge cd ‘fine vita’ è corredato da note (presenti nella Gazzetta Ufficiale, riportate in carattere corsivo)-

LEGGE 22 dicembre 2017, n. 219
Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento.
(GU Serie Generale n.12 del 16-01-2018)
note: Entrata in vigore del provvedimento: 31/01/2018

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Promulga la seguente legge:

Art. 1 Consenso informato

1. La presente legge, nel rispetto dei principi di cui agli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione e degli articoli 1, 2 e 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, tutela il diritto alla vita, alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione della persona e stabilisce che nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata, tranne che nei casi espressamente previsti dalla legge.
2. E’ promossa e valorizzata la relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico che si basa sul consenso informato nel quale si incontrano l’autonomia decisionale del paziente e la competenza, l’autonomia professionale e la responsabilità del medico.
Contribuiscono alla relazione di cura, in base alle rispettive competenze, gli esercenti una professione sanitaria che compongono l’équipe sanitaria. In tale relazione sono coinvolti, se il paziente lo desidera, anche i suoi familiari o la parte dell’unione civile o il convivente ovvero una persona di fiducia del paziente medesimo.
3. Ogni persona ha il diritto di conoscere le proprie condizioni di salute e di essere informata in modo completo, aggiornato e a lei comprensibile riguardo alla diagnosi, alla prognosi, ai benefici e ai rischi degli accertamenti diagnostici e dei trattamenti sanitari indicati, nonché’ riguardo alle possibili alternative e alle conseguenze dell’eventuale rifiuto del trattamento sanitario e dell’accertamento diagnostico o della rinuncia ai medesimi. Può rifiutare in tutto o in parte di ricevere le informazioni ovvero indicare i familiari o una persona di sua fiducia incaricati di riceverle e di esprimere il consenso in sua vece se il paziente lo vuole. Il rifiuto o la rinuncia alle informazioni e l’eventuale indicazione di un incaricato sono registrati nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico.
4. Il consenso informato, acquisito nei modi e con gli strumenti più consoni alle condizioni del paziente, è documentato in forma scritta o attraverso videoregistrazioni o, per la persona con disabilità, attraverso dispositivi che le consentano di comunicare.
Il consenso informato, in qualunque forma espresso, è inserito nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico.
5. Ogni persona capace di agire ha il diritto di rifiutare, in tutto o in parte, con le stesse forme di cui al comma 4, qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia o singoli atti del trattamento stesso. Ha, inoltre, il diritto di revocare in qualsiasi momento, con le stesse forme di cui al comma 4, il consenso prestato, anche quando la revoca comporti l’interruzione del trattamento. Ai fini della presente legge, sono considerati trattamenti sanitari la nutrizione artificiale e l’idratazione artificiale, in quanto somministrazione, su prescrizione medica, di nutrienti mediante dispositivi medici.
Qualora il paziente esprima la rinuncia o il rifiuto di trattamenti sanitari necessari alla propria sopravvivenza, il medico prospetta al paziente e, se questi acconsente, ai suoi familiari, le conseguenze
di tale decisione e le possibili alternative e promuove ogni azione di sostegno al paziente medesimo, anche avvalendosi dei servizi di assistenza psicologica. Ferma restando la possibilità per il paziente di modificare la propria volontà, l’accettazione, la revoca e il rifiuto sono annotati nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico.
6. Il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo e, in conseguenza di ciò, è esente da responsabilità civile o penale. Il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali; a fronte di tali richieste, il medico non ha obblighi professionali.
7. Nelle situazioni di emergenza o di urgenza il medico e i componenti dell’equipe sanitaria assicurano le cure necessarie, nel rispetto della volontà del paziente ove le sue condizioni cliniche ele circostanze consentano di recepirla.
8. Il tempo della comunicazione tra medico e paziente costituisce tempo di cura.
9. Ogni struttura sanitaria pubblica o privata garantisce con proprie modalità organizzative la piena e corretta attuazione dei principi di cui alla presente legge, assicurando l’informazione necessaria ai pazienti e l’adeguata formazione del personale.
10. La formazione iniziale e continua dei medici e degli altri esercenti le professioni sanitarie comprende la formazione in materia di relazione e di comunicazione con il paziente, di terapia del dolore e di cure palliative.
11. E’ fatta salva l’applicazione delle norme speciali che disciplinano l’acquisizione del consenso informato per determinati atti o trattamenti sanitari.

N O T E
Avvertenza:
Il testo delle note qui pubblicato è stato redatto dall’amministrazione competente per materia ai sensi dell’art. 10, commi 2 e 3, del testo unico delle disposizioni sulla promulgazione delle leggi, sull’emanazione dei decreti del Presidente della Repubblica e sulle pubblicazioni ufficiali della Repubblica italiana, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 1985, n.1092, al solo fine di facilitare la lettura delle disposizioni di legge modificate o alle quali è operato il rinvio. Restano invariati il valore e l’efficacia degli atti legislativi qui trascritti.

Note all’art. 1:
– Si riporta il testo degli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione:
“Art. 2. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”
“Art. 13. La libertà personale è inviolabile.
Non è ammessa forma alcuna di detenzione di ispezione o perquisizione personale, ne’ qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dall’Autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.
In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l’autorità di Pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’Autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto.
E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà.
– La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.”
“Art. 32. La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.
La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”.
– Si riporta il testo degli articoli 1, 2 e 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’unione europea:
«Art. 1 (Dignità umana). -1. La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata.
«Art. 2 (Diritto alla vita). -1. Ogni persona ha diritto alla vita.
2. Nessuno può essere condannato alla pena di morte, ne’ giustiziato.
Art. 3 (Diritto all’integrità della persona).
– 1. Ogni persona ha diritto alla propria integrità fisica e psichica.
2. Nell’ambito della medicina e della biologia devono essere in particolare rispettati:
a) il consenso libero e informato della persona interessata, secondo le modalità definite dalla legge;
b) il divieto delle pratiche eugenetiche, in particolare di quelle aventi come scopo la selezione delle persone;
c) il divieto di fare del corpo umano e delle sue parti in quanto tali una fonte di lucro;
d) il divieto della clonazione riproduttiva degli esseri umani.».

Art. 2 Terapia del dolore, divieto di ostinazione irragionevole nelle cure e dignità nella fase finale della vita

1. Il medico, avvalendosi di mezzi appropriati allo stato del paziente, deve adoperarsi per alleviarne le sofferenze, anche in caso di rifiuto o di revoca del consenso al trattamento sanitario indicato dal medico.
A tal fine, è sempre garantita un’appropriata terapia del dolore, con il coinvolgimento del medico di medicina generale e l’erogazione delle cure palliative di cui alla legge 15 marzo 2010, n.38.
2. Nei casi di paziente con prognosi infausta a breve termine o di imminenza di morte, il medico deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili o sproporzionati. In presenza di sofferenze refrattarie ai trattamenti sanitari, il medico può ricorrere alla sedazione palliativa profonda continua in associazione con la terapia del dolore, con il consenso del paziente.
3. Il ricorso alla sedazione palliativa profonda continua o il rifiuto della stessa sono motivati e sono annotati nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico.

Note all’art. 2:
– La legge 15 marzo 2010, n. 38, reca “Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore”.

Art. 3 Minori e incapaci

1. La persona minore di età o incapace ha diritto alla valorizzazione delle proprie capacità di comprensione e di decisione, nel rispetto dei diritti di cui all’articolo 1, comma 1.
Deve ricevere informazioni sulle scelte relative alla propria salute in modo consono alle sue capacità per essere messa nelle condizioni di esprimere la sua volontà.
2. Il consenso informato al trattamento sanitario del minore è espresso o rifiutato dagli esercenti la responsabilità genitoriale o dal tutore tenendo conto della volontà della persona minore, in relazione alla sua età e al suo grado di maturità, e avendo come scopo la tutela della salute psicofisica e della vita del minore nel pieno rispetto della sua dignità.
3. Il consenso informato della persona interdetta ai sensi dell’articolo 414 del codice civile è espresso o rifiutato dal tutore, sentito l’interdetto ove possibile, avendo come scopo la tutela della salute psicofisica e della vita della persona nel pieno rispetto della sua dignità.
4. Il consenso informato della persona inabilitata è espresso dalla medesima persona inabilitata.
Nel caso in cui sia stato nominato un amministratore di sostegno la cui nomina preveda l’assistenza necessaria o la rappresentanza esclusiva in ambito sanitario, il consenso informato è espresso o rifiutato anche dall’amministratore di sostegno ovvero solo da quest’ultimo, tenendo conto della volontà del beneficiario, in relazione al suo grado di capacità di intendere e di volere.
5. Nel caso in cui il rappresentante legale della persona interdetta o inabilitata oppure l’amministratore di sostegno, in assenza delle disposizioni anticipate di trattamento (DAT) di cui all’articolo 4, o il rappresentante legale della persona minore rifiuti le cure proposte e il medico ritenga invece che queste siano appropriate e necessarie, la decisione è rimessa al giudice tutelare su ricorso del rappresentante legale della persona interessata o dei soggetti di cui agli articoli 406 e seguenti del codice civile o del medico o del rappresentante legale della struttura sanitaria.

Note all’art. 3:
– Si riporta il testo dell’art. 414 del codice civile:
“Art. 414. Persone che possono essere interdette.
Il maggiore di età e il minore emancipato, i quali si trovano in condizioni di abituale infermità di mente che li rende incapaci di provvedere ai propri interessi, sono interdetti quando ciò è necessario per assicurare la loro adeguata protezione.”.
– Si riporta il testo degli articoli 406 e seguenti del codice civile:
“406. Soggetti.
Il ricorso per l’istituzione dell’amministrazione di sostegno può essere proposto dallo stesso soggetto beneficiario, anche se minore, interdetto o inabilitato, ovvero da uno dei soggetti indicati nell’art. 417.
Se il ricorso concerne persona interdetta o inabilitata il medesimo è presentato congiuntamente all’istanza di revoca dell’interdizione o dell’inabilitazione davanti al giudice competente per quest’ultima.
I responsabili dei servizi sanitari e sociali direttamente impegnati nella cura e assistenza della persona, ove a conoscenza di fatti tali da rendere opportuna l’apertura del procedimento di amministrazione di sostegno, sono tenuti a proporre al giudice tutelare il ricorso di cui all’art. 407 o a fornirne comunque notizia al pubblico ministero.
(Omissis).
417. Istanza d’interdizione o di inabilitazione.
L’interdizione o l’inabilitazione possono essere promosse dalle persone indicate negli articoli 414 e 415, dal coniuge, dalla persona stabilmente convivente, dai parenti entro il quarto grado, dagli affini entro il secondo grado, dal tutore o curatore ovvero dal pubblico ministero.
Se l’interdicendo o l’inabilitando si trova sotto la responsabilità genitoriale o ha per curatore uno dei genitori, l’interdizione o l’inabilitazione non può essere promossa che su istanza del genitore medesimo o del pubblico ministero.”.
Il Capo I del Titolo XII del libro I del codice civile e’ stato introdotto dalla legge 9 gennaio 2004, n. 6, relativa all’istituzione dell’amministrazione di sostegno e modifica degli articoli 388, 414, 417, 418, 424, 426, 427 e 429 del codice civile in materia di interdizioni e di inabilitazione, nonché’ relative norme di attuazione, di coordinamento e finali.

Art. 4 Disposizioni anticipate di trattamento

1. Ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere, in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi e dopo avere acquisito adeguate informazioni mediche sulle conseguenze
delle sue scelte, può, attraverso le DAT, esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari, nonché’ il consenso o il rifiuto rispetto ad accertamenti diagnostici o scelte terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari. Indica altresì una persona di sua fiducia, di seguito denominata «fiduciario», che ne faccia le veci e la rappresenti nelle relazioni con il medico e con le strutture sanitarie.
2. Il fiduciario deve essere una persona maggiorenne e capace di intendere e di volere. L’accettazione della nomina da parte del fiduciario avviene attraverso la sottoscrizione delle DAT o con atto successivo, che è allegato alle DAT. Al fiduciario è rilasciata una copia delle DAT. Il fiduciario può rinunciare alla nomina con atto scritto, che è comunicato al disponente.
3. L’incarico del fiduciario può essere revocato dal disponente in qualsiasi momento, con le stesse modalità previste per la nomina e senza obbligo di motivazione.
4. Nel caso in cui le DAT non contengano l’indicazione del fiduciario o questi vi abbia rinunciato o sia deceduto o sia divenuto incapace, le DAT mantengono efficacia in merito alle volontà del disponente.
In caso di necessità, il giudice tutelare provvede alla nomina di un amministratore di sostegno, ai sensi del capo I del titolo XII del libro I del codice civile.
5. Fermo restando quanto previsto dal comma 6 dell’articolo 1, il medico è tenuto al rispetto delle DAT, le quali possono essere disattese, in tutto o in parte, dal medico stesso, in accordo con il fiduciario, qualora esse appaiano palesemente incongrue o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente ovvero sussistano terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione, capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita. Nel caso di conflitto tra il fiduciario e il medico, si procede ai sensi del comma 5, dell’articolo 3.
6. Le DAT devono essere redatte per atto pubblico o per scrittura privata autenticata ovvero per scrittura privata consegnata personalmente dal disponente presso l’ufficio dello stato civile del
comune di residenza del disponente medesimo, che provvede all’annotazione in apposito registro, ove istituito, oppure presso le strutture sanitarie, qualora ricorrano i presupposti di cui al comma
7. Sono esenti dall’obbligo di registrazione, dall’imposta di bollo e da qualsiasi altro tributo, imposta, diritto e tassa. Nel caso in cui le condizioni fisiche del paziente non lo consentano, le DAT possono essere espresse attraverso videoregistrazione o dispositivi che consentano alla persona con disabilità di comunicare. Con le medesime forme esse sono rinnovabili, modificabili e revocabili in ogni momento. Nei casi in cui ragioni di emergenza e urgenza impedissero di procedere alla revoca delle DAT con le forme previste
dai periodi precedenti, queste possono essere revocate con dichiarazione verbale raccolta o videoregistrata da un medico, con l’assistenza di due testimoni.
7. Le regioni che adottano modalità telematiche di gestione della cartella clinica o il fascicolo sanitario elettronico o altre modalità informatiche di gestione dei dati del singolo iscritto al Servizio sanitario nazionale possono, con proprio atto, regolamentare la raccolta di copia delle DAT, compresa l’indicazione del fiduciario, e il loro inserimento nella banca dati, lasciando comunque al firmatario la libertà di scegliere se darne copia o indicare dove esse siano reperibili.
8. Entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, il Ministero della salute, le regioni e le aziende sanitarie provvedono a informare della possibilità di redigere le DAT in base alla presente legge, anche attraverso i rispettivi siti internet.

Art. 5 Pianificazione condivisa delle cure

1. Nella relazione tra paziente e medico di cui all’articolo 1, comma 2, rispetto all’evolversi delle conseguenze di una patologia cronica e invalidante o caratterizzata da inarrestabile evoluzione
con prognosi infausta, può essere realizzata una pianificazione delle cure condivisa tra il paziente e il medico, alla quale il medico e l’equipe sanitaria sono tenuti ad attenersi qualora il paziente venga a trovarsi nella condizione di non poter esprimere il proprio consenso o in una condizione di incapacità.
2. Il paziente e, con il suo consenso, i suoi familiari o la parte dell’unione civile o il convivente ovvero una persona di sua fiducia sono adeguatamente informati, ai sensi dell’articolo 1, comma 3, in particolare sul possibile evolversi della patologia in atto, su quanto il paziente può realisticamente attendersi in termini di qualità della vita, sulle possibilità cliniche di intervenire e sulle cure palliative.
3. Il paziente esprime il proprio consenso rispetto a quanto proposto dal medico ai sensi del comma 2 e i propri intendimenti per il futuro, compresa l’eventuale indicazione di un fiduciario.
4. Il consenso del paziente e l’eventuale indicazione di un fiduciario, di cui al comma 3, sono espressi in forma scritta ovvero, nel caso in cui le condizioni fisiche del paziente non lo consentano, attraverso video-registrazione o dispositivi che consentano alla persona con disabilità di comunicare, e sono inseriti nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico. La pianificazione delle cure può essere aggiornata al progressivo evolversi della malattia, su richiesta del paziente o su suggerimento del medico.
5. Per quanto riguarda gli aspetti non espressamente disciplinati dal presente articolo si applicano le disposizioni dell’articolo 4.

Art. 6 Norma transitoria

1. Ai documenti atti ad esprimere le volontà del disponente in merito ai trattamenti sanitari, depositati presso il comune di residenza o presso un notaio prima della data di entrata in vigore della presente legge, si applicano le disposizioni della medesima legge.

Art. 7 Clausola di invarianza finanziaria

1. Le amministrazioni pubbliche interessate provvedono all’attuazione delle disposizioni della presente legge nell’ambito delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

Art. 8 Relazione alle Camere

1. Il Ministro della salute trasmette alle Camere, entro il 30 aprile di ogni anno, a decorrere dall’anno successivo a quello in corso alla data di entrata in vigore della presente legge, una relazione sull’applicazione della legge stessa. Le regioni sono tenute a fornire le informazioni necessarie entro il mese di febbraio di ciascun anno, sulla base di questionari predisposti dal Ministero della salute.
La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.

Data a Roma, addi’ 22 dicembre 2017

MATTARELLA
Gentiloni Silveri, Presidente del Consiglio dei ministri
Visto, il Guardasigilli: Orlando

Testo legge:
http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2018/1/16/18G00006/sg

Novità introdotte dalla legge 219/2017
http://www.altalex.com/documents/news/2017/12/18/legge-sul-biotestamento
Pubblichiamo la tabella redatta dal Dott. Giuseppe Buffone, che illustra le novità previste dalla Legge 22 dicembre 2017, n. 219 (Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento), pubblicata in Gazzetta Ufficiale 16 gennaio 2018, n. 12.
Tabella novità
http://www.altalex.com/~/media/altalex/allegati/2018/allegati%20free/legge-biotestamento-tabella-novita-buffone-giuseppe%20pdf.pdf

febbraio 15, 2018Permalink

8 febbraio 2018 – Liliana Segre. C’è una politica che semina odio. Ora via la parola razza dalla Costituzione

Premetto che il testo successivo è stato ricopiato dal cartaceo parola per parola

La Repubblica 5 febbraio 2018 pag. 2-3 . Intervista di Simonetta Fiori (link in calce)
Esiste ancora un ventre molle del paese contaminato da fascismo e razzismo?
«E’ sempre esistito. Solo che nel dopoguerra ci si vergognava di tirarlo fuori. Il lutto e la disperazione provocati dai totalitarismi creavano una sorta di pudore intorno a certe tendenza, liquidate come oscene. Il tempo ha cancellato la memoria delle tragedie. Ed ecco ora riaffacciarsi violentemente queste pulsioni razziste e xenofobe».

Colpiscono gli argomenti giustificazionisti della destra: ci sono troppi neri.
«Eh già, ci mancava che applaudissero agli spari. Che vergogna. Ci sono uomini politici che non hanno più timore di evocare la “razza bianca”, addirittura denunciano un complotto per la “sostituzione etnica”. Cosa ci si può aspettare da una politica dell’odio come questa?».

Il mito del complotto contagia neonazisti e leghisti. Prima era una specialità dell’antisemitismo, che ricorre ai falsi Protocolli dei Savi di Sion per argomentare la pericolosità degli ebrei pronti a impadronirsi del mondo. I razzisti di oggi evocano dissennatamente un piano “Kalergi” per trasformare il popolo europeo in “una razza mista di africani e asiatici”. Sono entrambi dei falsi inventati per colpire delle vittime.
«Anche io ho pensato a questa similitudine e mi vengono i brividi. Spero di sbagliarmi. Spero di essere clamorosamente smentita dalla Storia».

Cosa le ha fatto pensare a un’analogia?
«Il meccanismo che dà vita al mito del complotto ha sempre gli stessi tratti. Si sospetta che siano in atto terribili piani misteriosi rispetto ai quali la gente comune resta all’oscuro finché vincono gli artefici della macchinazione. Quindi bisogna annichilire l’avversario finché si è in tempo».

I fantasmi sociali nascono sempre in un momento di crisi. 
«Sì, certo. Ed è in momenti come questi che si inventano capri espiatori su cui sfogare risentimento e paura. La rabbia oggi si respira per strada. La si vede non solo negli episodi eclatanti come la “caccia al nero” di Macerata, ma anche nella quotidianità. Bastano un sorpasso azzardato o un parcheggio maldestro. Basta una finestra che sbatte e si accoltella il vicino. Su questo terreno intervengono i maestri della politica e del Web assai abili nello spargere veleno e nel catturare l’attenzione. Anche perché l’attenzione dell’odio è molto più facile di quella dell’amore. Ha presa su platee più ampie».

E’ facile anche dare vita a n immaginario razzista. Lei l’ha subito da ragazza sotto il regime fascista. Pur nella differenza tra quell’Italia e oggi, rintraccia delle analogie tra i meccanismi che creano una propaganda fondata sulla discriminazione?
«E’ una questione che mi sono posta anche io. E purtroppo le somiglianze non mancano. La campagna antisemita non è nata da un giorno all’altro il 18 settembre quando Mussolini annunciò a Trieste le leggi razziali. Prima c’erano state le barzellette, le boutade, le caricature con il naso adunco e le orecchie a sventola. Gli ebrei ridotti a macchietta grottesca. Pian piano dalle vignette si è passati ai cartelli con la scritta: “vietato l’ingresso ai cani e agli ebrei”. E poi si sa dove siamo arrivati».

Nella sua esperienza personale in che modo ha sofferto l’esclusione?
«Io non ricordo l’atto violento – quello sarebbe arrivato dopo – ma lo sparire dallo sguardo delle persone. C’è un gioco che fanno i bambini senza capire quanto sia crudele. Si decide che uno di loro debba essere invisibile. E non c’è grido che li scuota. L’escluso reclama: ehi, ci sono, guardatemi! E gli altri niente, fanno finta di non vederlo e non sentirlo. Ecco, questo è ciò che ho patito. L’invisibilità». [**]

Qualcuna delle sue amichette le ha mai chiesto scusa in questi ottant’anni?
«No, non è mai successo. E anche per questo motivo che la nomina del presidente Mattarella ha rimesso a posto molte cose ».

Rispetto alla Shoah, non abbiamo mai fatto i conti fino in fondo con le nostre responsabilità attribuendo ogni colpa ai tedeschi. Deriva anche da questo la facilità con cui abbiamo sdoganato pulsioni xenofobe nella scena pubblica?

Rispetto alla Shoah, non abbiamo mai fatto i conti fino in fondo con le nostre responsabilità, attribuendo ogni colpa ai tedeschi. Deriva anche da questo la facilità con cui abbiamo sdoganato pulsioni xenofobe nella scena pubblica?
«Sicuramente. Da noi l’armadio della vergogna non è mai stato aperto. E l’esame di coscienza non è mai completamente mancato. In questi anni abbiamo creduto di stare con gli occhi aperti e le orecchie vigili, ma evidentemente non è stato fatto abbastanza ».

Le oggi siede nel Senato della repubblica. Quali atti intende compiere per fermare il razzismo diffuso?
«Contro la xenofobia non credo tanto nell’efficacia delle leggi, ma nel potere dell’educazione. Quello di cui mi farò carico sarà un progetto per la scuola. Classe per classe, testa per testa. I giovani devono conoscere quello che è realmente accaduto: è l’unico modo per porre un argine alla violenza presente e futura. Avverto questa urgenza da senatrice ma anche da nonna ».

Nei giorni scorsi è stata sollevata nuovamente la questione dell’uso della parola razza nella Carta. Il presidente della Corte costituzionale, Paolo Grossi, ha ricordato che quella parola viene evocata proprio per condannare ogni discriminazione: si usciva allora dalla tragedia dell’Olocausto. E ha aggiunto che oggi l’uso di quel termine non ha più senso. Le piacerebbe se “razza” scomparisse dalla Costituzione?

«Sì mi piacerebbe molto. Sono anche d’accordo con il presidente Grossi che ne ha contestualizzato l’uso. Ma vedrà che la parola razza verrà cancellata dalla Carta. Sarebbe un ottimo segnale». [*]

Una mia considerazione.  La legge che insegna i ‘giochi crudeli’. 
Ho espresso la mia posizione dalla cancellazione della parola ‘razza’ dalla Costituzione, che per Liliana Segre rappresenta un obiettivo condivisibile [*] nel mio blog del 6 febbraio “Razza o non razza? Un fatto o una parola?” ma c’è un altro punto che voglio segnalare nella intervista che ho ricopiato. C’è un passaggio in cui la senatrice Segre afferma: «Contro la xenofobia non credo tanto nell’efficacia delle leggi». E’ vero non sono le leggi ad uccidere il pregiudizio ma le leggi balorde possono contribuire a crearlo.
La norma che dal 2009 vuole senza certificato di nascita i nati in Italia, figli di sans papier equivale nel suo significato al gioco crudele di cui scrive Segre [**] con l’aggravante di essere una legge approvata che quindi appartiene al consenso, convinto, tacito, indifferente di tutti noi, tanto che la protesta diventa un – per me ineliminabile – grido al vento.
Ci sono posizioni che vanno espresse per la propria dignità anche se no trovano seguito efficace.

https://rep.repubblica.it/pwa/intervista/2018/02/04/news/sparatoria_macerata_traini_liliana_segre_la_politica_semina_odio-188048125/

febbraio 8, 2018Permalink

6 febbraio 2018 – Razza o non razza? Un fatto o una parola?

Un po’ di cronaca
Mentre ricopio lentamente la bella intervista concessa a La Repubblica dalla senatrice Liliana Segre (che così, appena conclusa la trascrizione, potrò cercare di diffondere fra persone che non avessero letto La Repubblica del 5 febbraio) mi soffermo sulla speranza di cancellare la parola ‘razza’ dal testo della Costituzione che a conclusione dell’intervista la senatrice esprime.
Ha affermato: « Sì mi piacerebbe molto. Sono anche d’accordo con il presidente Grossi che ne ha contestualizzato l’uso. Ma vedrà che la parola razza verrà cancellata dalla Carta. Sarebbe un ottimo segnale».   [Cfr. Note-Link 1]
Prima di tutto chiarisco il significato del riferimento al Presidente Grossi
[Cfr. Note-Link 2]
Il 17 gennaio del 2018 il presidente della Corte Costituzionale Paolo Grossi ha parlato agli studenti dell’Educandato statale Santissima Annunziata (Fi) che gli hanno chiesto come fosse possibile “che nel 2018 si parli ancora di razza nella Costituzione”. L’incontro era stato organizzato nel quadro del “Viaggio in Italia: la Corte costituzionale nelle scuole”.

A margine del video che consente l’ascolto del Presidente Grossi troviamo questa nota:
« I primi tre articoli sono il perno di tutta la Costituzione, ma soprattutto l’articolo 3 che ci indica il superamento di una visione astratta dei diritti del cittadino e cala tutto nella sua esistenza”. Così il presidente della Corte Costituzionale Paolo Grossi agli studenti dell’Educandato statale Santissima Annunziata che gli hanno chiesto come fosse possibile “che nel 2018 si parli ancora di razza nella Costituzione”. Parlando del rapporto tra immigrati e Costituzione, Grossi ha inoltre aggiunto che “dove si tratta di diritti fondamentali dell’uomo la Corte non ha avuto esitazione nell’estendere tali diritti».

Categorie e cultura europea.                                  [Cfr. Note- 3]
Fermo restando che la razza come fatto scientificamente attribuibile alla specie umana non esiste, è ben vero che solo due dei termini riscontrabili nel comma 1 dell’art. 3 della Costituzione (sesso, lingua..) sono oggettivamente riportabili a quei fattori di pari dignità che non devono subire ostacoli che impediscano il pieno sviluppo della persona umana (comma 2 dell’art. 3)

Ma agli altri che tipo di oggettività è attribuibile?
Religione (come si identifica se non con la dichiarazione di chi l’ha scelta ed eventualmente la pratica?) Quindi è riconosciuta come parola.
Opinioni politiche. La parola con cui una persona dichiari la propria opinione (o specularmente taccia per paura del discrimine che gliene possa venire) può essere supportata da elementi simbolici (abbigliamento, bandiere …) ma in definitiva ciò che ne assicura certezza di riferimento è la parola dichiarata.
Condizioni personali o sociali. Questi sono fattori difficilmente sintetizzabili anche se si comincia a parlarne in relazione alla disabilità, alla sessualità o, forse più oggettivamente per la ‘condizione sociale’, alla dichiarazione dei redditi che, guarda caso, pur quella è parola anche se scritta e non necessariamente pronunciata.

Resta la razza di cui è stata stabilita scientificamente l’insussistenza ma costituisce pur sempre una parola significante di una categoria in cui si sommano confusamente colori, tratti somatici, provenienze geografiche … un insieme volatile e precario che, per essere di solito usato con una precisa connotazione negativa, è tenuto assieme dal collante del pregiudizio.
Quindi la identificazione tramite la razza non può logicamente riferirsi al soggetto di cui si parla ma al soggetto che parla (e faremo un salto di qualità nella vita civile riconoscendo che la pronuncia del termine – volutamente a danno o per disprezzo di qualcuno – è vergogna per chi ne fa uso).

La parola razza
Ritengo che toglierla dalla Costituzione solleciterebbe la fantasia che si avvoltola nell’ignoranza e si alimenta del pregiudizio a cercare un altro termine per affastellare stupide malignità.
L’assenza della parola potrebbe inoltre creare difficoltà a chi voglia, occuparsi storicamente, antropologicamente, socialmente del razzismo.
Come si potrebbero definire le leggi razziste (termine che giustamente si propone come sostitutivo di razziali) senza riferimenti a quella che fu la parola razza in tutta la sua pesantezza concettuale e fattuale? Come si possono identificare nuove norme razziste (pur se meno clamorosamente proclamate oggi per l’Italia delle leggi del 1938: ogni cosa ha un inizio) se non avendo ben presente ciò che si intende per razza?

Le categorie di classificazione hanno una loro oggettiva pesantezza indipendentemente dall’esistenza dell’oggetto.
Se io classifico patologie faccio riferimento alla loro descrizione riconoscibile, per esempio, nei sintomi che si possono manifestare ma che in sé non sono cose.
Se io classifico libri secondo il genere letterario (e mi costruisco lo spazio per la saggistica, per l’arte, per la scienza …) saggistica, arte o scienza che siano … non si sostituiscono oggettivamente alla realtà del libro.
Peggio ancora se ordino i libri alfabeticamente l’iniziale del cognome dell’autore – che pur appartiene a una categoria di catalogazione – non si sostituisce all’interezza del cognome e men che meno alla persona dell’autore

Concludendo
Lasciamo la parola razza dove sta e ci serva come identificativo dell’ignominia di chi la pronuncia per trovare un elemento giustificativo alla condanna della persona che vuol discriminare e siano liberi gli storici di usarne nei loro studi senza il timore che si tratti di termine improprio o sgradito.
Disgraziatamente è stato appropriato a tragedie reali che potrebbero tornare.
E qua e là sono già tornate.
E’ meglio concentrarci sul rischio del ritorno.

[NOTE-LINK]
1. Incipit dell’articolo-intervista della senatrice Segre – La Repubblica 5 febbraio 2018
https://rep.repubblica.it/pwa/intervista/2018/02/04/news/sparatoria_macerata_traini_liliana_segre_la_politica_semina_odio-188048125/

2. Colloquio Presidente Corte Costituzionale con studenti fiorentini 17 gennaio 2018
https://video.repubblica.it/edizione/firenze/grossi-presidente-corte-costituzionale-articolo-3-supera-l-orrore-delle-leggi-razziali/294697/295311

3. Art 3 Costituzione
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale [cfr. XIV] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [cfr. artt. 29 c. 2, 37 c. 1, 48 c. 1, 51 c. 1], di razza, di lingua [cfr. art. 6], di religione [cfr. artt. 8, 19], di opinioni politiche [cfr. art. 22], di condizioni personali e sociali.
E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

febbraio 6, 2018Permalink

5 febbraio 2018 – Sull’uso di facebook

Da Il sole 24 ore

È un artigiano di Torano Castello, piccolo comune del cosentino disteso sulla valle del Crati, l’autore del fotomontaggio comparso su Facebook che ritraeva Laura Boldrini con la testa insanguinata e la scritta “Sgozzata da un nigeriano inferocito, questa è la fine che deve fare così per apprezzare le usanze dei suoi amici”. È stato individuato dagli agenti del Cnaipic (Centro anticrimine informatico della Polizia) che si sono avvalsi dell’aiuto proprio di Facebook.
Fin qui i fatti.
La notizia, tuttavia, ha una portata ben più ampia del semplice fatto di cronaca. E impone una lettura tutta nuova.

Lo scenario dei social sta cambiando, per volere delle autorità, ma anche di aziende come Facebook, sempre più nel mirino per i contenuti falsi o violenti condivisi sulle piattaforme. Proprio Facebook nelle ultime settimane, o comunque da quando è scoppiato lo scandalo Russiagate, ha intensificato gli sforzi per scovare fake news e post inappropriati, con l’istituzione di veri e propri team che di occupano della verifica. Un lavoro difficile, considerando che gli utenti del social network di Mark Zuckerberg sono oltre due miliardi. Ma comunque un segnale importante, anche in vista delle prossime elezioni politiche.

Sul caso della foto della Boldrini, però, si è andati ancora oltre. Perché da quanto appreso, Facebook ha collaborato in moto fattivo all’individuazione dell’autore del post. Un po’ una prima volta, che apre a scenari futuri molto diversi da quelli a cui siamo abituati. Scenari che tirano in ballo l’identità digitale, sempre più legata a quella fisica. Oggi Facebook (ma anche Google ed altre big del web) ha gli strumenti per risalire all’identità del gestore di un account, a prescindere dal fatto che si tratti di un profilo falso. Fra i dati in possesso del colosso di Zuckerberg, per ogni profilo, ci sono indirizzo email, geolocalizzazione e sempre più spesso, numero di telefono degli utenti. Negli ultimi mesi, infatti, proprio per autenticare molti account, Facebook sta spingendo sull’aggancio di un numero di telefono al profilo. Ovviamente si tratta di dati sensibili che la società californiana custodisce nel rispetto di normative sulla privacy sempre più stringenti.
La collaborazione con le forze di polizia per l’individuazione dell’utente che ha postato per primo la foto della Boldrini con la testa insanguinata, però, ci dice che esistono casi specifici in cui la privacy passa in secondo piano. E che forse, da oggi in poi, diffondere odio e notizie false nascondendosi dietro un falso profilo non rimarrà un’azione impunita.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-02-04/ora-facebook-collabora-lotta-fake-news-e-haters-un-punto-svolta-165011.shtml?uuid=AE7UQOuD

Considerazioni mie
Sono impopolarmente convinta che, se consideriamo facebook come un mezzo per cercare informazioni nei post altrui e per comunicare ad altri le proprie (scegliendo testi di particolare interesse e/o scrivendo le proprie opinioni), si debba farne un uso adulto e rinunciare a tutto l’armamentario emotivo/sentimentale che accompagna gli scritti.
Aggiungo la pericolosa equivoca polisemia del ‘mi piace’.
Provo a pubblicare e attendo critiche con il massimo interesse

febbraio 5, 2018Permalink

4 febbraio 2018 – Trattenere la memoria oltre le esternazioni occasionali potrebbe aiutare a capire (forse)

Di fronte alla disperazione della madre di una ragazza assassinata e non solo non è possibile dire nulla anzi è doveroso tacere ma di fronte alla sottovalutazione con cui si è guardato ai problemi delle migrazioni è doveroso dire, documentare, testimoniare, ragionare.
Il diario che io mi sono costruita come mio pro-memoria mi aiuta a fare una narrazione coerente che si rifiuta all’occasionalità.
Oltre il mio senso della decenza so che probabilmente non servirà a nulla

Premessa: tutti i documenti che cito hanno un link che si trova in fondo a questo testo

Comincio da una lettera che spiega (otto mesi fa!) cui fanno seguito un articolo di pochi giorni successivo alla lettera e le esternazioni di un parlamentare europeo, votato dagli italianmi.

22 maggio 2017 – Lettera aperta al sen. Pietro Grasso, Presidente del Senato
(lettera inevasa e ignorata)

Egregio Presidente del Senato
“Chi nasce e studia qui è italiano”.
Abbiamo ascoltato con vivo apprezzamento quanto da Lei dichiarato il 20 maggio alla marcia di Milano e perciò vogliamo proporLe una nostra considerazione cominciando da una ovvietà: per diventare cittadine/i di qualsivoglia stato bisogna esistere, non solo in virtù della propria presenza fisica ma anche per il riconoscimento della propria esistenza giuridica, garantita dal certificato di nascita..
Purtroppo dal 2009, a seguito della approvazione della legge 94/2009, ci sono persone cui la lettera g del comma 22 dell’art.1 di quella legge nega il certificato di nascita. Il mezzo con cui ciò avviene non è diretto ma obliquo: l’imposizione al genitore che voglia registrare la nascita di un figlio della presentazione del permesso di soggiorno, documento di cui non dispone se migrante non comunitario irregolare. Per evitare questo vulnus di civiltà che, per essere affermato in legge tutti ci umilia, basterebbe tornare al regime precedente al 2009 nel rispetto di un diritto umano sancito anche dalla legge 176/1991, ratifica della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (1989)
Ci è noto che ora è all’attenzione della Commissione Affari Costituzionali del Senato la norma già approvata dalla Camera “Disposizioni in materia di cittadinanza” che – oltre ad agire positivamente sulla possibilità di acquisizione della cittadinanza – con il comma 3 dell’art. 2 garantirebbe, se approvata, la cancellazione della norma che condanna alcuni nuovi nati in Italia all’inesistenza.
Sperando che il Senato riesca per tempo ad approvare quella norma così conforme, ci sembra, allo spirito di quanto da Lei affermato alla marcia di Milano, Le segnaliamo con viva urgenza e preoccupazione, la proposta di un emendamento soppressivo del comma 3 dell’art. 2, firmato da esponenti appartenenti a FI-PdL, che, se approvato, manterrebbe efficace l’atroce volontà di negare l’esistenza giuridica di alcuni neonati, vanificando per costoro anche il significato della volontà da Lei espressa a Milano.
Non sia superfluo ricordare che la mancata registrazione anagrafica di neonati comporta una violazione multipla dei diritti umani, in quanto, oltre a negare il loro diritto alla registrazione al momento della nascita (art. 7 legge 176/1991), li rende particolarmente vulnerabili, esponendoli alla apolidia e a varie forme di sfruttamento e crimini, tra cui la tratta di esseri umani nelle sue varie forme.
Contiamo su di lei
#Augusta De Piero – Udine –
#Valentina Degano – Pasian di Prato (UD)
#Daniela Rosa – Udine –
#Chiara Gallo – Udine –
#Eugenia Benigni – Udine

30 maggio 2017 Cittadinanza a bambini stranieri, Pd: «Grasso fermi l’emendamento del centrodestra»

I consiglieri Dem firmano una lettera al presidente del Senato contro «un provvedimento che condanna alcuni nuovi nati in Italia all’inesistenza»
«Il riconoscimento della cittadinanza italiana ai bambini stranieri nati in Italia è un atto di civiltà. Il presidente del Senato, Grasso fermi l’emendamento del centrodestra che ci farebbe fare un netto passo indietro nel campo dei diritti». A dirlo è la consigliera regionale del Pd Silvana Cremaschi, prima firmataria di una lettera rivolta al presidente del Senato, Pietro Grasso, sottoscritta da tutta la maggioranza consiliare.
Il documento riprende l’appello inviato da un gruppo di donne attive nel campo di diritti sociali, tra cui Augusta De Piero, già vice presidente del Consiglio regionale. «Ci è noto che ora è all’attenzione della Commissione affari costituzionali del Senato – si legge nella lettera al presidente Grasso – la norma già approvata dalla Camera “Disposizioni in materia di cittadinanza” che – oltre ad agire positivamente sulla possibilità di acquisizione della cittadinanza – con il comma 3 dell’art. 2 garantirebbe, se approvata, la cancellazione della norma che condanna alcuni nuovi nati in Italia all’inesistenza».

3 febbraio 2018 Raid razzista a Macerata, Salvini: “Colpa di chi ci riempie di clandestini”.
Il ministro dell’Interno Minniti: “Nessuno pensi di farsi giustizia da solo”. Grasso: “Fermare spirale di odio e violenza”. Saviano contro il leader della Lega: “È lui mandante morale”di PIERA MATTEUCCI
ROMA – “Non vedo l’ora di andare al governo per riportare sicurezza in tutta Italia, giustizia sociale, serenità. Chiunque spari è un delinquente, a prescindere dal colore della pelle”. Matteo Salvini, leader della Lega Nord, partito per il quale l’autore della sparatoria a Macerata, Luca Traini, era candidato alle Comunali di Corridonia nel 2017, commenta così il raid contro gli immigrati. Alla condanna, però, aggiunge che “è chiaro ed evidente che un’immigrazione fuori controllo, un’invasione come quella organizzata, voluta e finanziata in questi anni, porta allo scontro sociale”.

3 febbraio 2018 – Spero che nessuno usi delle parole della mamma di Pamela per farne una parte in gioco. Non metto link

Link alla lettera del 22 maggio 2017 http://diariealtro.it/?p=5000

Link all’articolo del 30 maggio 2017
http://www.triesteprima.it/politica/cittadinanza-bambini-stranieri-pd-grasso-fermi-emendamento-centrodestra-30-maggio-2017.html

Link all’articolo del 3 febbraio 2018
http://www.repubblica.it/politica/2018/02/03/news/raid_razziale_a_macerata_salvini_chiunque_spari_e_un_delinquente_-187953469/

febbraio 4, 2018Permalink