21 aprile 2018 – Non solo matrimoni omossessuali: una sindaca contro il personale del comune?

Prima parte (certificato di nascita fra il no e il sì a Torino)
rassegna stampa

17 aprile 2018 – Il bimbo è figlio di due mamme, e l’anagrafe non lo registra
Il piccolo, figlio della consigliera comunale di Torino Chiara Foglietta e di Micaela Ghisleni, è TORINO
Un bambino concepito con tecniche di procreazione assistita di tipo eterologo, figlio di due mamme, non è stato registrato dall’ufficio anagrafe del Comune di Torino. Il piccolo, figlio di Chiara Foglietta, consigliera comunale di Torino, e Micaela Ghisleni, è venuto al mondo il 13 aprile. Stamattina le due mamme si sono recate all’ufficio anagrafe dell’ospedale Sant’Anna per registrare la nascita del bambino, ma gli impiegati hanno rifiutato di ricevere il riconoscimento del figlio da entrambe le madri, nonché la dichiarazione – da parte della sola Chiara – che il figlio è stato concepito a seguito di tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo, con gamete maschile di donatore anonimo, come peraltro indicato in tutta la cartella clinica.
PARLA IL LEGALE DELLA COPPIA
«L’anagrafe – spiega il legale della coppia, Alexander Schuster – usa le formule previste dal Ministero nel 2002. Queste ignorano completamente la riproduzione assistita, anche in contesti di coppie di sesso diverso, o donne senza partner, e obbligano a dichiarare che la nascita deriva da un’unione naturale, cioè dal rapporto sessuale, con un uomo, di cui si può non fare il nome, ma che si garantisce non essere né parente né nei gradi di parentela vietati dall’ordinamento italiano». «Sono andata via, mi sono rifiutata di dire il falso – spiega Foglietta – così come consigliato dal mio avvocato. Abbiamo un documento che attesta come sia avvenuto il concepimento in una clinica danese. Oggi a noi viene negato il diritto di inserire dichiarazioni veritiere nell’atto di riconoscimento e a nostro figlio il diritto ad un’identità corrispondente alla realtà, il diritto a conoscere l’insieme di eventi che hanno determinato la sua esistenza».
LE RESPONSABILITÀ PENALI
«Ciò che il Comune chiede a Chiara (Foglietta) – aggiunge il legale – è di dichiarare il falso in atto pubblico, con conseguenti gravi responsabilità penali. L’inerzia di un Ministero non può esporre i cittadini a responsabilità di questo tipo. Il Comune, che speriamo ritorni sui propri passi, deve dare istruzioni ai propri uffici perché non è la realtà a doversi adeguare a formule antiquate, semmai il contrario». L’episodio è stato commentato anche dalla compagna di Chiara Foglietta, Micaela Ghisleni. «Ho fortemente voluto questo figlio insieme a Chiara, mi sono assunta l’impegno e le responsabilità proprie di un genitore nel momento stesso in cui ho firmato l’atto per il consenso alla Pma nella clinica danese. È un impegno che voglio e devo onorare, come scelta consapevole e volontaria di nove mesi fa». [Fonte 1]

20 aprile 2018 – Diritti, la svolta di Appendino: “Pronti a riconoscere i figli di tutte le coppie”             Maria Teresa Martinengo Miriam Massone
TORINO
La sindaca di Torino: forzeremo la mano, vogliamo aprire un dibattito
La sindaca Chiara Appendino prende posizione a favore «dell’amore di una famiglia» riconoscendolo come «un diritto che va oltre a qualsiasi categoria o definizione socialmente imposta». Lo dice su Facebook, a una settimana dal caso della consigliera Foglietta (Pd) storica attivista del movimento Lgbt, che il 17 aprile si è vista negare dall’Anagrafe la possibilità di registrare Niccolò. Il bimbo è stato concepito infatti tramite fecondazione assistita in Danimarca; Foglietta l’ha partorito ma la sua compagna ha firmato il modulo obbligatorio in cui si è assunta la responsabilità genitoriale. Tutto in regola, se non fosse che in Italia due donne e due uomini non ossono registrarsi come genitori di un bambino. Lo stesso era successo a una coppia di uomini, rientrati dal Canada. «Per la prima volta la Città di Torino – scrive nel suo post Appendino – si trova dinnanzi a casi inediti di nuove forme di genitorialità che richiedono del tutto legittimamente il riconoscimento di quella che per loro è una famiglia, intesa come luogo fisico ed emotivo in cui due o più persone si amano e costruiscono insieme il futuro proprio e dei propri figli».

LEGGI ANCHE: Il bimbo è figlio di due mamme, e l’anagrafe non lo registra
(ndr: articolo precedente)

E aggiunge: «Oggi l’Italia non è ancora pronta a riconoscere legalmente queste famiglie e ci si trova davanti a ostacoli burocratici tanto fastidiosi nella loro forma quanto difficili da superare. Tuttavia la nostra posizione politica è chiarissima. Lo è sin da quando all’inizio del nostro mandato, insieme all’Assessore ai Diritti, Marco Alessandro Giusta, abbiamo dato un segnale scegliendo di cambiare la forma stessa degli atti del Comune, modificando nei dispositivi il termine “famiglia” con il plurale “famiglie”. Ribadisco questa posizione, dichiarando la ferma volontà di dare pieno riconoscimento alle famiglie di mamme e di papà con le loro bambine e i loro bambini. Da mesi stiamo cercando una soluzione compatibile con la normativa vigente. Dopodiché la nostra volontà è chiara e procederemo anche forzando la mano, con l’auspicio di aprire un dibattito nel Paese in tema di diritti quanto mai urgente».
«La sindaca, Chiara Appendino, dopo molti incontri e giornate di riflessione insieme ai rappresentanti del Coordinamento Torino Pride, scioglie la riserva e decide di trascrivere tutti gli atti di nascita dei bambini e delle bambine nate all’estero da coppie omogenitoriali e, con una storica, importantissima e coraggiosa decisione decide di registrare l’atto di nascita di un bimbo, nato all’ospedale Sant’Anna di Torino, indicando nel registro di stato civile che non solo ha due mamme ma che è stato concepito grazie alle tecniche di fecondazione eterologa in Danimarca. Non possiamo che essere felici di questa decisione che ha necessariamente avuto bisogno di tempo e molti accertamenti». Il Coordinamento Torino Pride, attraverso il coordinatore Alessandro Battaglia, che riunisce le associazioni lgbt, accoglie l’annuncio della sindaca con l’entusiasmo delle decisioni storiche nei confronti della comunità gay e lesbica.
«Le scelte e il coraggio della Sindaca Appendino dovrebbero essere quelle di tutti gli amministratori e tutte le amministratrici dei comuni italiani. Se così fosse, il Parlamento e il Governo del Paese, di qualsiasi colore, non potrebbe fare finta di nulla. Tutti, almeno a parole, considerano il benessere dei cittadini e delle cittadine una assoluta priorità. Ci auguriamo che, come ha più volte indicato la Corte Costituzionale, la politica decida di risolvere una volta per tutte il problema dei bambini e delle bambine arcobaleno e delle loro famiglie. L’ipocrisia e la sciatteria politica devono finire. Tutti e tutte dobbiamo rimanere vigili per non permettere più a nessuno di considerare noi e le nostre famiglie di serie B», dice Battaglia. E invita a partecipare domenica 6 maggio in piazza Carlo Alberto alla Festa delle Famiglie «la più grande e felice che mai si sia vista per non dimenticare mai che “i diritti dei bambini vengono prima di tutto”». [Fonte 2]

N.D.R. Nella pagina del Corriere che segue ho trovato il post su facebook (vedi sotto) e una dichiarazione della sindaca di Torino, preceduta dal simbolo della bandiera arcobaleno che trascrivo di seguito

Appendino: «Pronti a forzare la mano sulle nuove forme di genitorialità»
Dopo il caso del bimbo con due madri concepito con la procreazione assistita che non è stato registrato dall’anagrafe di Torino di Redazione online

L’amore di una famiglia è un diritto che va oltre a qualsiasi categoria o definizione socialmente imposta.
Questo semplice principio, che da sempre guida la nostra azione politica, vogliamo ribadirlo in questi giorni con rinnovata forza.
Per la prima volta la Città di Torino si trova dinnanzi a casi inediti di nuove forme di genitorialità che richiedono del tutto legittimamente il riconoscimento di quella che per loro è una famiglia, intesa come luogo fisico ed emotivo in cui due o più persone si amano e costruiscono insieme il futuro proprio e dei propri figli.
Oggi l’Italia non è ancora pronta a riconoscere legalmente queste famiglie e ci si trova davanti a ostacoli burocratici tanto fastidiosi nella loro forma quanto difficili da superare.
Tuttavia la nostra posizione politica è chiarissima. Lo è sin da quando all’inizio del nostro mandato, insieme all’Assessore ai Diritti, Marco Alessandro Giusta, abbiamo dato un segnale scegliendo di cambiare la forma stessa degli atti del Comune, modificando nei dispositivi il termine “famiglia” con il plurale “famiglie”.
Oggi ribadisco questa posizione, dichiarando la ferma volontà di dare pieno riconoscimento alle famiglie di mamme e di papà con le loro bambine e i loro bambini.
Da mesi stiamo cercando una soluzione compatibile con la normativa vigente. Dopodiché la nostra volontà è chiara e procederemo anche forzando la mano, con l’auspicio di aprire un dibattito nel Paese in tema di diritti quanto mai urgente.
Ci tengo a ringraziare il Coordinamento Torino Pride GLBT, da sempre promotore di modernità su questi temi, insieme a tutte le cittadine e tutti i cittadini che li sostengono.
[Fonte 3]

TGcom 24
20 aprile 2018 Unioni civili, Appendino: a Torino riconosceremo i figli di coppie gay
Il post su Facebook a seguito della polemica nata dopo che l’anagrafe non ha registrato il bimbo nato con due madri.

La città di Torino ha “ferma volontà di dare pieno riconoscimento alle famiglie di mamme e di papà con le loro bambine e i loro bambini. Da mesi stiamo cercando una soluzione compatibile con la normativa vigente, ma la nostra volontà è chiara e procederemo anche forzando la mano”. Con questo post su Facebook il sindaco Chiara Appendino interviene sulla polemica nata dopo che l’anagrafe non ha registrato il bimbo nato con due madri.
“Ci tengo – prosegue Appendino – a ringraziare il Coordinamento Torino Pride GLBT, da sempre promotore di modernità su questi temi, insieme a tutte le cittadine e tutti i cittadini che li sostengono”. “Da mesi – si legge ancora sul post – stiamo cercando una soluzione compatibile con la normativa vigente. Dopodiché la nostra volontà è chiara e procederemo anche forzando la mano, con l’auspicio di aprire un dibattito nel Paese in tema di diritti quanto mai urgente”.
“L’amore di una famiglia – dice Appendino – è un diritto che va oltre a qualsiasi categoria o definizione socialmente imposta. Questo semplice principio, che da sempre guida la nostra azione politica, vogliamo ribadirlo in questi giorni con rinnovata forza. Per la prima volta la Città di Torino si trova dinnanzi a casi inediti di nuove forme di genitorialità che richiedono del tutto legittimamente il riconoscimento di quella che per loro è una famiglia, intesa come luogo fisico ed emotivo in cui due o più persone si amano e costruiscono insieme il futuro proprio e dei propri figli”.
“Oggi l’Italia – sottolinea il sindaco Appendino – non è ancora pronta a riconoscere legalmente queste famiglie e ci si trova davanti a ostacoli burocratici tanto fastidiosi nella loro forma quanto difficili da superare”. “Tuttavia la nostra posizione politica è chiarissima – conclude. – Lo è sin da quando all’inizio del nostro mandato, insieme all’assessore ai Diritti, Marco Alessandro Giusta, abbiamo dato un segnale scegliendo di cambiare la forma stessa degli atti del Comune, modificando nei dispositivi il termine ‘famiglia’ con il plurale ‘famiglie'”. [Fonte 4]

Seconda parte (piazza San Carlo il 21 aprile)

21 aprile 2018 Caos in piazza San Carlo, da Appendino tanti “non so” e la colpa all’ex braccio destro di OTTAVIA GIUSTETTI
Il verbale dell’interrogatorio. La sindaca: “Fu il capo di gabinetto Giordana a gestire l’organizzazione della serata proponendomi di affidarla a Turismo Torino”
TORINO – Per dodici volte davanti ai magistrati Chiara Appendino, la sindaca di Torino, nomina il suo ex braccio destro, Paolo Giordana, indicandolo come il vero responsabile dell’organizzazione della serata del 3 giugno 2017 in piazza San Carlo, dove sono rimaste ferite oltre 1500 persone e una ragazza è morta schiacciata dai tifosi in fuga. “Perché fu affidato l’allestimento della piazza per la proiezione della finale di Champions League a Turismo Torino?” Chiede il procuratore Armando Spataro nell’interrogatorio del 20 novembre scorso. “Fu il mio capo di gabinetto – risponde Appendino – a dirmi, non ricordo né dove né quando, che Turismo Torino era disponibile e interessata a organizzare questo evento”. Turismo Torino, secondo l’accusa dei pm, si rivelò del tutto inadeguata, senza personale esperto di sicurezza, e senza risorse per mettere in piedi in soli quattro giorni l’organizzazione per una manifestazione da 40 mila tifosi. “Perché non ha disposto accertamenti per verificare che Turismo Torino osservasse le prescrizioni della Commissione provinciale di vigilanza”? Le chiedono i magistrati. “Una volta che Giordana mi ha comunicato che era “tutto a posto” non avevo necessità di disporre accertamenti” risponde la sindaca accompagnata dagli avvocati, Luigi Chiappero ed Enrico Cairo.

Sono pesantissime le accuse nei confronti di Appendino, verso l’allora questore di Torino, Angelo Sanna, il numero due della polizia municipale, Marco Sgarbi, e altre 12 persone considerate responsabili per una parte di organizzazione. Omicidio colposo, lesioni colpose anche gravissime e disastro. Ed è la seconda inchiesta in pochi mesi, a Torino, che chiama la sindaca a rispondere delle sue responsabilità. Non basta che il 13 aprile sia stata svelata la vera causa del caos in piazza quella notte. Fino ad allora si è sempre parlato di reazione inspiegabile della folla che, fuggendo, ha travolto tutto. Ma quattro ragazzi, una gang di giovani rapinatori specializzati nei furti con lo spray al peperoncino, ora sono stati arrestati, e due di loro hanno confessato di aver seminato il panico spruzzando spray urticante per scippare il pubblico stipato ad assistere alla finale di Champions League.

Restano comunque in piedi le accuse agli amministratori: aver agito con “imprudenza, negligenza, imperizia, violando leggi e regolamenti” e causando il disastro. Chiara Appendino ripete quasi ossessivamente di non sapere nulla della preparazione della manifestazione durante l’interrogatorio nell’ufficio di Spataro al settimo piano del Palazzo di Giustizia. Il motivo che ricorre a ogni domanda è: “Non sapevo, non compete al mio ruolo, non ricordo, non so per quale motivo Giordana non mi abbia informato”. Nei dieci mesi di inchiesta più volte le è stato ricordato il post che pubblicò sul suo profilo Facebook pochi minuti prima dell’inizio della partita. “Vi assicuro che tanti cittadini sono al lavoro da settimane per garantire sicurezza e ordine in quella che dev’essere, comunque vada, una serata di festa”. La sindaca in quel momento era già allo stadio, a Cardiff, per assistere di persona alla finale della sua squadra del cuore. Mentre la piazza “salotto” di Torino era gremita due volte oltre la capienza di sicurezza e ricoperta da un tappeto di bottiglie di vetro. Più tardi, sotto i piedi scalzi delle persone in fuga, i cocci si trasformeranno in un’arma micidiale. “Perché non vietaste la vendita di bibite in vetro?”, le chiedono i pm. “Nessuno nei miei uffici mi segnalò la necessità di provvedere in tal senso”. [Fonte 5]

21 aprile 2018 “Mi sono affidata ai funzionari”. La difesa della Appendino con i pm                        Giuseppe Legato Massimiliano Peggio
Depositati gli atti dell’indagine. La sindaca: “Mai entrata nell’iter burocratico”
«Non compete al mio ruolo di sindaco vedere e vagliare concessioni e autorizzazioni. Non sono mai entrata nel merito dell’iter burocratico dei provvedimenti che erano adottati per consentire l’organizzazione (della proiezione del 3 giugno 2017 in Piazza San Carlo della finale di Champions League). Vi erano dei funzionari preposti a tali compiti e questo mi dava sicurezza». Ancora: «Nessun ufficio mi ha sollevato questioni, criticità e nessuna obiezione fu fatta anche sulla documentazione. Non compete al mio ruolo di sindaco vagliare concessioni e/o autorizzazioni. Vi erano funzionari e preposti a tali compiti e questo mi dava sicurezza».
Così il 20 novembre scorso, negli uffici della procura, il sindaco di Torino Chiara Appendino si è difesa dalle accuse di omicidio colposo, disastro e lesioni colpose, per i fatti di piazza San Carlo. In 18 pagine di verbale ha risposto alle contestazioni del pm Antonio Rinaudo titolare dell’inchiesta insieme all’aggiunto Vincenzo Pacileo.
Come sindaca avrebbe causato – in cooperazione colposa con altre 14 persone – la morte di Erika Pioletti e plurime lesioni per 1527 persone «per imperizia, negligenza, imprudenza, inosservanza di leggi regolamenti, ordini e discipline».

A leggere i verbali depositati ieri dalla procura, si rafforzano i sospetti su quella notte sciagurata, scaturita da una catena di errori e omissioni. Errori che avrebbero dovuto portare a annullare la proiezione della partita. «Non compete a me», «non ero al corrente». Sono frasi che si ripetono, non solo nel verbale della sindaca ma anche degli altri indagati. L’ex questore Angelo Sanna ribadisce che aveva assunto l’incarico pochi giorni prima del 3 giugno. Si fidava dei sui uffici. E che il prefetto gli aveva assicurato che in piazza non si erano mai verificate problematiche. Il capo di gabinetto della questura parla al questore «in corridoio» ed è troppo impegnato per «guardare le mail». E anche se l’ente strumentale del comune, Turismo Torino cui spettava organizzare l’evento non era in grado di fornire steward a sufficienza, non competeva a lui vietare la proiezione, ma scrupolosamente informò il questore.
Ecco il risultato. Serata organizzata in poco tempo e senza un piano di sicurezza adeguato. Secondo la procura Appendino «non ha considerato che il tempo per organizzare la manifestazione di soli 4 giorni non avrebbe consentito un’organizzazione meditata, completa ed efficiente, particolarmente sotto il profilo della sicurezza per l’incolumità pubblica».
Lei ha ribattuto: «Turismo Torino aveva già organizzato la manifestazione del 2015 per la finale Juventus-Barcellona e ho creduto che fosse sicuramente in grado. Prendo atto in questa sede che l’istanza per ottenere l’occupazione di suolo pubblico in una piazza aulica debba essere presentata almeno 40 giorni prima, ma per quanto mi consta è un termine che non è mai stato ritenuto tassativo». Quella delibera viene approvata il 30 maggio 2017: «ma io non ero presente» sottolinea il sindaco. Perché, chiedono i pm, non ha «emesso un’ ordinanza urgente per la limitazione di orari di vendita e di somministrazione di alcolici e superalcolici e di un provvedimento che vietasse l’utilizzo di contenitori di vetro in piazza». Appendino: «questo problema attiene alla sicurezza pubblica. Tra queste la Questura».
Ma c’è un altro punto. Quando la commissione provinciale di vigilanza rilascia parere favorevole lo fa emanando 19 prescrizioni. Per i pm l’Appendino ha omesso «di disporre accertamenti affinchè Turismo Torino le osservasse». Questo avrebbe comportato la decadenza dell’autorizzazione. Quella sera dunque nessuna manifestazione si sarebbe dovuta tenere perché «priva delle autorizzazioni e della concessioni del suolo pubblico». Perché non ci sono stati accertamenti? La sindaca: «Come noto, mi trovavo a Cardiff in rappresentanza della città. Sapevo che il referente sarebbe stato Paolo Giordana (ex capo di gabinetto del sindaco). Quando lui mi comunicò che c’era il rilascio del parere favorevole della commissione e che era tutto a posto, non avevo necessità di disporre accertamenti per verificare che le prescrizioni (imposte) venissero osservate».
E aggiunge: «Nessuno da Cardiff mi segnalò la necessità di intervento da parte mia». E le vie di fuga? La capienza? Appendino: «Non ho mai saputo di quanto mi viene contestato. Sapevo che si svolgevano delle riunioni nell’ufficio del mio capo di Gabinetto. Vi erano dei tecnici e quindi non avevo timore…». Poi «Né il presidente di Ttp ne altri mi rappresentarono dubbi o perplessità in ordine all’organizzazione». Infine: «Se qualche singolo ha tenuto comportamenti anomali dando disposizioni in merito al posizionamento delle transenne è andato al di là dei suoi ruoli istituzionali». [Fonte 6]

FONTI
[Fonte 1]
http://www.lastampa.it/2018/04/17/cronaca/il-bimbo-figlio-di-due-mamme-e-lanagrafe-non-lo-registra-StKrKRpwRI99AKaPuBUgLI/pagina.html
[Fonte 2]
http://www.lastampa.it/2018/04/20/cronaca/appendino-si-schiera-dalla-parte-del-bambino-con-due-mamme-pronti-a-forzare-la-mano-gIKwBQxVGFqGUInbLYWrQJ/pagina.html
[Fonte 3]
https://torino.corriere.it/cronaca/18_aprile_20/appendino-pronti-forzare-mano-nuove-forme-genitorialita-421e8e62-44b7-11e8-af14-a4fb6fce65d2.shtml
[Fonte 4]
http://www.tgcom24.mediaset.it/politica/unioni-civili-appendino-a-torino-riconosceremo-i-figli-di-coppie-gay_3135464-201802a.shtml
[Fonte 5] http://torino.repubblica.it/cronaca/2018/04/21/news/caos_in_piazza_san_carlo_da_appendino_tanti_non_so_e_la_colpa_all_ex_braccio_destro-194435543/
[Fonte 6]
http://www.lastampa.it/2018/04/21/italia/mi-sono-affidata-ai-funzionari-la-difesa-della-appendino-con-i-pm-ynnvKhPRWRzrN0qB12U1lO/pagina.html

aprile 21, 2018Permalink

19 aprile 2018 – ACCADE OGGI

Accade oggi: 19 APRILE 2018, AULA V PALAZZINA A, ORE 11.30.

La giornalista di Repubblica Federica Angeli testimonia contro due esponenti del clan di Ostia accusati di tentato duplice omicidio. 

APPUNTAMENTO CON LA LIBERTÀ
Ho visto chi c’era quella notte del 16 luglio 2013 in cui quattro persone – 2 del clan Spada e 2 del clan Triassi – tentarono di uccidersi a colpi di pistola e coltelli sotto casa mia.

Il boss intimò al quartiere affacciato alla finestra di rientrare. Non c’era niente da guardare. Rientrarono tutti. Rassegnati, impauriti. Le tapparelle si abbassarono in un rumore desolante che difficilmente dimenticherò.
Io no. Io rimasi sul mio balcone. Avevo visto tutto. E domani andrò a raccontarlo,
dopo 1736 giorni di vita sotto scorta.
Benzina, proiettili, minacce di morte a me, ai miei figli, intimidazioni, calunnie, diffamazioni, violenze. Ce l’hanno messa tutta per farmi mollare.
Domani andrò in quell’aula. E sarà la mia libertà.
Libertà di non essermi piegata alle loro regole, libertà di restare me stessa e non derogare ai miei principi. Libertà di aver descritto in una un’inchiesta l’omertà del mio quartiere e di rompere quello schema. Libertà di avere paura ma di combatterla con tutte le mie forze.
Libertà che è libertà.
E come canta Califano: “Chi mi vuole prigioniero non lo sa che non c’è muro che mi stacchi dalla libertà.
Libertà che ho nelle vene, libertà che mi appartiene, libertà che è libertà”
#amanodisarmata

Ho copiato il testo che precede dal blog della giornalista

 

aprile 19, 2018Permalink

17 aprile 2018 – Il mondo “alle prese con una terribile guerra mondiale a pezzi” (papa Francesco)

Peter Bruegel il vecchio- Un cieco conduce altri ciechi

Il conforto della paura.
Mentre la guerra distrugge interi paesi in Medio Oriente – vittime di interessi internazionali – in Italia si gioca contro chi, per essere demonizzato come diverso, può essere ridotto a oggetto della paura che una abile politica di lungo periodo (ho cominciato ad occuparmene negli anni ’90) ha proposto alla condivisione compiacente di molti.
E’ stato necessario ridurre lo spazio dell’osservazione a un ipotetico cerchio da tracciare attorno ai propri piedi e ragionare all’interno di quello, manipolando l’informazione e la capacità critica.
E anche questa è guerra, guerra a pezzi
Se usciamo da quel cerchio paralizzante e proviamo ad analizzare il nostro pezzo di guerra ne troviamo molti esempi, esempi di indottrinamento alla paura paralizzante, quella che suggerisce l’affido ai leader portatori di salvifiche irresponsabili e oscene ricette di comodo.
E troviamo anche la mafia chi si assume, a nome di una lunga tradizione, il compito di gestire la società come fosse uno stato parallelo.
C’è anche chi alla mafia (e al suo contesto devastante) si oppone.
Il 19 aprile una giornalista, FEDERICA ANGELI, che da cinque anni vive sotto scorta per aver trovato lo spazio, le parole, il coraggio di dire ciò che ha saputo vedere, tornerà a testimoniare in tribunale.
Ho raccolto alcuni articoli (tutti assicurati dalla loro fonte che trascrivo in calce) e nel primo emerge un elemento importantissimo: la capacità di costruire per i suoi bambini una sorta di persino giocosa normalità.
Federica Angeli ci propone una figura di madre che si sottrae ai luoghi comuni della tradizione cara al nazionalismo, trasforma la responsabilità che le appartiene anche come madre in una scelta di vita che non la confina dentro le mura della sua casa, mura che in altre situazioni non sono una difesa ma la protezione di un rischio.
Ce lo testimoniano le cronache quotidiane.
La vicenda di Federica mi ha fatto tornare in mente una vecchia lettura (risale alle inquietudini dei miei vent’anni quando cercavo di capire un vizio che non ho perso).
E’ un indimenticabile articolo di Giovanni Papini del 1914. In Europa c’era la guerra. L’Italia ancora non vi partecipava non perché la rifiutasse ma perché non aveva deciso da che parte fosse utile stare.
Il macello sarebbe venuto meno di una anno dopo.
In quello scritto (che si trova più sotto) si può leggere “Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne”.
Oggi si usa un linguaggio diverso per offrire alla paura e all’odio chi viene da altrove e fingere che anche le madri di quell’altrove non siano ‘come noi’.
E’ la nostra guerra in fatti e parole.

16 Aprile 2018 Ostia, le minacce in aula alla cronista: “Giornalaia, pensa alla famiglia” [fonte 1 e fonte 2]
L’imputato al processo in cui è parte lesa Federica Angeli: “Non è così che fai carriera” di MARIA ELENA VINCENZI

ROMA. Le disse: “Federì, sei giovane, hai una famiglia”. Ma non era una minaccia, secondo lui. Solo un consiglio. Eppure, è stato lui stesso, Paolo Riccardo Papagni, socio e fratello del presidente di Assobalneari, sentito come imputato nel processo per tentata violenza privata ai danni della giornalista di Repubblica Federica Angeli, a raccontare della volta in cui, nel tentativo di bloccare un’intervista, le disse quelle spaventose parole.

Federica Angeli e il coraggio di combattere la mafia scritto da Federica Ginesu il 16 Aprile 2018 [fonte 3 – Il sole 24 ore]
19 aprile entrerà di nuovo in un’aula di tribunale e testimonierà ancora perché è la mafia che deve avere paura. Nonostante quella busta arrivata qualche giorno fa. Dentro un proiettile. L’ennesima intimidazione non l’ha fermata. Federica Angeli si batte senza sosta per la verità. Racconta con la sua penna, non cede all’omertà. Rischia la sua vita perché crede nella giustizia. Al Festival del Giornalismo di Perugia, la giornalista in prima linea del quotidiano La Repubblica è simbolo incarnato di coraggio, di un giornalismo che nonostante le difficoltà, il precariato e i bavagli non molla.
Cronista di nera e giudiziaria, Angeli da cinque anni vive sotto scorta. Le sue inchieste hanno denunciato il malaffare del quartiere di Roma in cui è nata e in cui continua a vivere: Ostia. 22 chilometri dal Colosseo, l’affaccio della Capitale sul Mediterraneo. È il suo territorio, il campo di indagine che ha studiato e analizzato. Una frazione litoranea geograficamente spartita tra i clan Triassi, Fasciani e Spada. «A Roma la mafia non ha un nome. E non nominarla significa non riconoscerla e identificarla» dice mentre ripercorre le tappe del lavoro giornalistico iniziato nel 2013 che ha contribuito all’arresto per mafia nel gennaio di quest’anno di 32 persone del clan Spada, l’organizzazione criminale che minaccia Angeli e la sua famiglia. «C’è ancora una forte resistenza nel riconoscere l’esistenza di una mafia che parli l’accento romano. Nella nostra cultura la mafia è una piaga che riguarda solo il Sud Italia, respingere l’idea che possa esistere a Roma è come allontanare il problema» spiega la giornalista durante l’incontro di Perugia.
Angeli riesce a scoprire che gli Spada dediti a estorsioni e pizzo, la manovalanza del crimine, vogliono espandere la loro influenza agli stabilimenti balneari. Mentre sta operando delle verifiche sul campo che possano suffragare la sua inchiesta, la giornalista arriva all’“Orsa Maggiore”, uno degli stabilimenti più belli di Ostia sottratto con un sotterfugio in cinque giorni alla famiglia che lo gestiva da oltre trent’anni. Il 23 maggio Federica Angeli con due cineoperatori entra dentro il chiosco e chiede di parlare con il titolare. Si trova davanti Armando Spada, uno degli uomini di spicco del clan. È la prova giornalistica che sta cercando. Incomincia a fare domande, lo incalza e Spada si spazientisce. La rinchiude per ore in una stanza, la sequestra. La minaccia, le fa capire che potrebbe far del male ai suoi tre bambini, le intima di occuparsi di altro. «Non rispondevo alle sue domande perché avevo paura» – ricorda. “Non ti sei accorta che sono 40 anni che comandiamo?” Le dice il boss che aggiunge “Sono tutti qua nelle nostre mani: la politica, le guardie, la pubblica amministrazione”. Intanto i due cameramen che la accompagnavano simulano di aver cancellato i filmati girati e Angeli e la sua troupe vengono lasciati andare.
«Avevano comandato Ostia con la complicità di tutti, di noi cittadini, persino di noi giornalisti che non avevamo saputo raccontare quella realtà, come era caduta in basso. Ostia viveva con le luci spente, perché dove c’è il buio proliferano le mafie, diventano forti e si irrobustiscono» è il monito di questa donna impavida che confessa di essersi sentita piccola e impotente davanti alle parole spavalde della mafia. Dopo il terribile episodio, Angeli sceglie però di non demordere e non si arrende. Continua la sua inchiesta per dimostrare la collusione di commercianti, imprenditori, politici, poliziotti. Un sistema che viene riconosciuto anche dalla magistratura. Gli arresti poi le daranno ragione.
È però una notte a segnare la sua vita. Il 16 luglio del 2013. Nel giro di sei ore Federica Angeli si trova sotto scorta. Angeli è già a letto quando sente una ragazza urlare. Si sporge dal suo balcone e assiste a uno scontro a fuoco tra il clan Spada e il clan Triassi. Non è l’unica a essere svegliata dai colpi di pistola. Tante persone si sono affacciate alle finestre, ma uno dei boss presente alla sparatoria intima a tutti di rientrare dentro casa e la gente obbedisce. Federica Angeli diventa così l’unica testimone oculare del tentato omicidio a cui ha appena assistito. Si veste per andare in commissariato, ha riconosciuto i mafiosi. «Ho pensato a quelle pallottole vaganti e ai miei figli. Lo dovevo fare anche per loro». Squarcia così l’omertà. Va a fare i riconoscimenti fotografici. «Non ero certa di vincere questa battaglia. Ma almeno non ero come loro. Ho scelto di non essere come loro».
Federica viene privata della sua libertà. Minacciata di morte continuamente. Trova gli uomini del clan al bar mentre prende il caffè con le amiche, occhi che la fissano per farle capire “Ti trovo quando voglio”, il messaggio esplicito. La paura diventa inquilina quotidiana di vita che cerca di prosciugare le energie. Bisogna stare continuamente all’erta, captare ogni segnale, anche se la scorta la protegge e la segue ovunque. «Ai bambini ho detto che la mamma aveva pubblicato un bellissimo articolo ed era stata premiata con degli autisti». Essere sotto scorta significa però niente più giornalismo d’inchiesta. Una rinuncia pesantissima per lei che vive di una vocazione che è ragione di vita. Di notte le urlano “infame” sotto la sua finestra. Federica prende spunto dal film “La Vita è bella” di Roberto Benigni per cercare di spiegare ai suoi piccoli quello che sta succedendo. «Dicevo loro che più i nostri nemici urlavano, più significava che avevano paura di noi». Arriva anche la benzina sotto la porta di casa e Angeli inventa il gioco dell’ “acchiappaliquido”. «Ho fatto correre i bambini in salotto, chi si bagnava i piedi perdeva perché potevano arrivare le fiamme. Abbiamo vinto, la casa non è andata a fuoco. Mantenere il sorriso e il sangue freddo in queste situazioni è complicato» ammette.
I sacrifici, le privazioni, le rinunce, il dolore vengono ripagate dagli arresti e da quel 416 bis, il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso per cui vengono arrestati gli Spada. «Non ho vinto io – precisa – ma il giornalismo».
All’incontro organizzato a Perugia, intitolato “Giornalisti in prima linea e cronisti sotto scorta” insieme a Federica parlano Silvio Aparo, direttore del magazine VoxPublica e Nello Trocchia, giornalista d’inchiesta del Fatto Quotidiano che ha da poco ricevuto per la sua indagine sull’università telematica Pegaso una querela bavaglio, una richiesta di risarcimento danni pari a 39 milioni di euro. Assente all’incontro, Paolo Borrometi, presidente di Articolo 21, collaboratore dell’agenzia Agi e direttore del giornale La Spia, fortemente provato dallo sventato attentato organizzato da Cosa Nostra per ucciderlo.
La solidarietà non basta più. I cronisti in prima linea vengono attaccati, diffamati, messi a tacere. Non possono essere lasciati soli.
In Italia dal 2006 ad oggi, oltre 3600 giornalisti sono stati minacciati. Secondo i dati dell’Osservatorio Ossigeno per l’Informazione, aggiornati al 31 marzo, nel 2018 sono stati 76 i giornalisti e le giornaliste che hanno ricevuto minacce a cui si aggiungono altri 19 cronisti e croniste le cui vicende, relative ad anni precedenti, sono emerse solo ora. Una ventina sono quelli che vivono sotto scorta.
Federica Angeli ha ricevuto quel proiettile, un brutale avvertimento per metterla a tacere. Lei, unica testimone di una notte che le ha portato via la sua libertà, andrà in tribunale. A testa alta. “Non sono invincibili” diceva Giovanni Falcone. Non vincono sempre loro. La mafia ha un inizio e deve avere anche una fine. Perché è la mafia che deve avere paura, è la mafia che verrà sconfitta.

Amiamo la guerra di Giovanni Papini 1 ottobre 1914 [fonte 4]
Finalmente è arrivato il giorno dell’ira dopo i lunghi crepuscoli della paura. Finalmente stanno pagando la decima dell’anime1 per la ripulitura della terra.
Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne. Ci voleva una bella innaffiatura di sangue per l’arsura dell’agosto; e una rossa svinatura per le vendemmie di settembre; e una muraglia di svampate per i freschi di settembre.
E’ finita la siesta della vigliaccheria, della diplomazia, dell’ipocrisia e della pacioseria. I fratelli sono sempre buoni ad ammazzare i fratelli! i civili son pronti a tornar selvaggi, gli uomini non rinnegano le madri belve.
Non si contentano più dell’omicidio al minuto.
Siamo troppi. La guerra è una operazione malthusiana.2 C’è un di troppo di qua e un di troppo di là che si premono. La guerra rimette in pari le partite. Fa il vuoto perché si respiri meglio. Lascia meno bocche intorno alla stessa tavola. E leva di torno un’infinità di uomini che vivevano perché erano nati; che mangiavano per vivere, che lavoravano per mangiare e maledicevano il lavoro senza il coraggio di rifiutar la vita.
Fra le tante migliaia di carogne abbracciate nella morte e non più diverse che nel colore dei panni, quanti saranno, non dico da piangere, ma da rammentare? Ci metterei la testa che non arrivano ai diti delle mani e dei piedi messi insieme. E codesta perdita, se non fosse anche un guadagno per la memoria, sarebbe a mille doppi compensata dalle tante centinaia di migliaia di antipatici, farabutti, idioti, odiosi, sfruttatori, disutili, bestioni e disgraziati che si son levati dal mondo in maniera spiccia, nobile, eroica e forse, per chi resta, vantaggiosa.
Non si rinfaccino. a uso di perorazione, le lacrime delle mamme. A cosa possono servire le madri, dopo una certa età, se non a piangere.
E quando furono ingravidate non piansero: bisogna pagare anche il piacere.
E chissà che qualcuna di quelle madri lacrimose non abbia maltrattato e maledetto il figliolo prima che i manifesti lo chiamassero al campo. Lasciamole piangere: dopo aver pianto si sta meglio.
Chi odia l’umanità – e come si può non odiarla anche compiangendola? – si trova in questi tempi nel suo centro di felicità. La guerra, colla sua ferocia, nello stesso tempo giustifica l’odio e lo consola. “Avevo ragione di non stimare gli uomini, e perciò son contento che ne spariscano parecchi”. La guerra, infine, giova all’agricoltura e alla modernità. I campi di battaglia rendono, per molti anni, assai più di prima senz’altra spesa di concio. Che bei cavoli mangeranno i francesi dove s’ammucchiarono i fanti tedeschi e che grasse patate si caveranno in Galizia quest’altro anno!
E il fuoco degli scorridori e il dirutarnento dei mortai fanno piazza pulita fra le vecchie case e le vecchie cose. Quei villaggi sudici che i soldatacci incendiarono saranno rifatti più belli e più igienici. E rimarranno anche troppe cattedrali gotiche e troppe chiese e troppe biblioteche e troppi castelli per gli abbrutimenti e i rapimenti e i rompimenti dei viaggiatori e dei professori. Dopo il passo dei barbari nasce un’arte nuova fra le rovine e ogni guerra di sterminio mette capo a una moda diversa. Ci sarà sempre da fare per tutti se la voglia di creare verrà, come sempre, eccitata e ringagliardita dalla distruzione.
Amiamo la guerra ed assaporiamola da buongustai finché dura. La guerra è spaventosa – e appunto perché spaventosa e tremenda e terribile e distruggitrice dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi.
1la decima dell’anime:: un cospicuo tributo di vite umane.
2 un’operazione malthusiana: l’economista inglese Thomas Roben Malthus (1766-1834) sostenne la necessità di una limitazione delle nascite per risolvere la contraddizione tra incremento delle nascite e inadeguatezza delle risorse e dei mezzi di sussistenza.

[fonte 1] La Repubblica
https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2018/04/16/news/ostia_le_minacce_in_aula_alla_cronista_giornalaia_pensa_alla_famiglia_-194062699/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P8-S1.8-T1

[fonte 2] Articoli che illustrano la vicenda di Federica Angeli http://www.repubblica.it/protagonisti/federica_angeli

[fonte 3] Il sole 24 ore

Federica Angeli e il coraggio di combattere la mafia

[fonte 4] Dall’articolo di Giovanni Papini 1 ottobre 1914 _ Lacerba
http://www.pavonerisorse.it/storia900/tests/papini.htm

http://en.fondazionefeltrinelli.it/dm_0/FF/FeltrinelliPubblicazioni/allegati/Papini/files/assets/basic-html/page6.html

Nota: Qui è possibile leggere il testo con la documentazione originale ma l’operazione è complessa quindi l’ho pubblicato da una fonte che me ne ha concesso il trasferimento

Nota: Non sono capace di inserire parole alle illustrazioni.
Gli autori nell’ordine: Scalarini, Bruegel il vecchio, Munch e ancora Scalarini.

aprile 17, 2018Permalink

15 aprile 2018 – Il futuro che ci attende si aggiorna

Seguito del pezzo precedente ‘Il futuro che ci attende’
http://diariealtro.it/?p=5691

Mentre possiamo leggere ulteriori informazioni sul raid razzista contro la casa dell’on. Cécile Kyenge (vedi fonte) ci soccorre per una miglior conoscenza della vicenda l’illuminata, equilibrata, serena  parola del già senatore Giovanardi come riportata dall’Agenzia Adnkronos

14 aprile 2018 – 20:13 Modena: Giovanardi, stop a dichiarazioni incendiarie su Kyenge
Roma, 14 apr. (AdnKronos) – “Sono lieto che a casa dell’onorevole Kyenge, a cui esprimo comunque la mia solidarietà, non siano avvenuti ne furti, ne tentativi di effrazione e neppure siano apparse scritte oltraggiose ma soltanto rilevata la presenza, sulla recinzione esterna, di una cacca di cane. Se l’accaduto risultasse doloso andrebbe perseguito con decisione: ma allo stato attuale dei fatti certe dichiarazioni appaiono assolutamente incendiarie e rischiano ancora una volta di evocare un razzismo che per fortuna non è nelle corde dei modenesi”.
Lo afferma Carlo Giovanardi esponente di Idea.

A proposito di Carlo Giovanardi (non ricandidatosi per la XVIII legislatura) un uomo dall’esperienza incontenibile in un solo spazio
Democrazia Cristiana (fino al 1994)
Centro Cristiano Democratico (1994-2002)
Unione di Centro (2002-2008)
Popolari Liberali (2008-2009)
Il Popolo della Libertà (2009-2013)
Nuovo Centrodestra (2013-2015)
IDeA-Identità e Azione (dal 2015)

Si è sempre distinto per la veemenza urlata delle sue dichiarazioni. Ora potrà assicurare un po’ di sosta alle sue corde vocali.

Fonte
http://247.libero.it/rfocus/34965638/0/modena-giovanardi-stop-a-dichiarazioni-incendiarie-su-kyenge/

http://www.ravennanotizie.it/articoli/2018/04/15/razzismo-maestri-possibile-odioso-gesto-contro-lex-ministra-kyenge-politica-dia-buon-esempio.html

 

aprile 15, 2018Permalink

15 aprile 2018 – Il futuro che ci attende

Comunicato ANSA 14 aprile 2018 ore 18:08 News

Imbrattate, nella notte, le pareti dell’abitazione a Modena dell’europarlamentare del Pd, Cecile Kyenge.
Ne dà notizia, il Partito Democratico modenese il cui segretario provinciale, Davide Fava esprime “solidarietà” all’ex ministro dell’Integrazione così come l’ex segretario democratico e deputato, Piero Fassino e la capo delegazione dei parlamentari Pd a Bruxelles, Patrizia Toia.
“Ignoti – osserva Fava – si sono introdotti nel cortile della sua abitazione vandalizzandone le pareti. Si tratta chiaramente di un gesto intimidatorio nei confronti del lavoro di Cècile e di disprezzo dei valori di integrazione e inclusione che continua a difendere”.
A giudizio di Fassino, “ogni atto razzista indica la miseria umana e l’abisso morale di chi lo compie” mentre a giudizio di Toia quello contro Kyenge, “è ‘ennesimo attacco che si inserisce in una più ampia campagna di odio e intolleranza che non può più essere tollerata in Italia”.

Domanda di Augusta:
Quanto accaduto è dovuto al colore della on. Kyenge o alle sue scelte politiche, alle proposte che persegue nel parlamento europeo o all’intreccio di entrambi i fattori che la espongono all’odio?

Fonte Ansa
http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2018/04/14/imbrattate-pareti-casa-kyenge-a-modena_f6e017c8-67dd-4578-87de-db216e972a1c.html

Fonte La Stampa
http://www.lastampa.it/2018/04/14/italia/cronache/modena-blitz-xenofono-a-casa-kyenge-imbrattate-alcune-pareti-fava-pd-gesto-barbaro-QQZPp5lqGDCGfsMJ9UOuaI/pagina.html

aprile 15, 2018Permalink

13 aprile 2018 – Il card Ravasi concede una intervista a Vogue e io gli scrivo

La giornalista Marina Valensise ha intervistato il cardinal Ravasi.
(Vogue Italia, aprile 2018, n.812, pag. 50).
Il card. Ravasi è Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra.

Marina Valensise apre l’intervista:
«Dio fece all’uomo e alla sua donna tuniche di pelle e li vestì»: moda e religione cattolica sembrano mondi lontanissimi, specie negli anni di Papa Francesco. Eppure, spiega Monsignor Ravasi (e una mostra a New York), sono molti i fili che li legano. A partire dalla Bibbia.
Dall’eleganza di papa Ratzinger, che restaurò il camauro e la mozzetta, e che per le scarpine di vitello rosso, simbolo della passione di Cristo, scelse un famoso artigiano di Verona. Alla semplicità francescana di papa Bergoglio, sotto il cui papato Santa Romana Chiesa abbandona ogni sfarzo per mettersi all’unisono con l’umanità contemporanea e servirla meglio. In un mondo dove la produzione di ricchezza sembra fuori controllo, e la sua ripartizione mai così iniqua, niente più della moda parrebbe lontano dalla Chiesa di papa Francesco. Eppure, l’incontro tra due mondi tanto lontani può rivelarsi sorprendentemente fecondo: lo testimonia la mostra “Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination”, al Metropolitan Museum di New York (dal 10 maggio all’8 ottobre); e lo spiega a Vogue Italia il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della cultura.

Eminenza, non è paradossale combinare insieme il messaggio cristiano e il mondo del lusso?
Non tanto, se pensiamo che l’uomo non è ciò che mangia, come diceva il filosofo e matematico materialista Ludwig Feuerbach nel XIX secolo, ma anche ciò che veste. Nel libro della Genesi, cap. III, v.20, del resto, Dio entra in scena non solo come creatore, ma come sarto: «Il signore Dio fece all’uomo e alla sua donna tuniche di pelle e li vestì». E nel vestire, oltre all’aspetto materiale, c’è un aspetto morale, poiché il vestito ha lo scopo di difendere, celare e tutelare il mistero della sessualità e della vita, e c’è un aspetto metaforico, che io stesso testimonio indossando la porpora cardinalizia, poiché la veste rinvia all’investitura, e cioè alla funzione sociale di chi la porta, e alla rappresentazione simbolica che ne consegue.

Vuol dire che il lusso è parte integrante della Chiesa cattolica e della storia della Chiesa di Roma?
I paramenti ecclesiastici sono un ornamento, tipico della celebrazione di un rito, che rinvia alla liturgia. Basta visitare i musei diocesani sparsi in tutta Europa per constatare che sono colmi di oggetti sacri legati al culto ecclesiastico. Io sotto la veste cardinalizia indosso un abito laico. Nei primi secoli del Cristianesimo si celebrava in abiti normali. L’unico non ammesso era quello militare, su cui San Paolo costruirà la sua famosa metafora «Rivestitevi dell’armatura di Dio per resistere alle insidie del diavolo» (Lettera agli Efesini, cap. 6, ndr). L’abito liturgico è così ricco e sontuoso perché rappresenta la dimensione trascendente del mistero religioso, e cerca di ornare ciò che è divino con qualcosa di splendido e meraviglioso. In questo senso, la mostra al Metropolitan è espressione sociale della vita di un popolo e di una comunità. È esperienza culturale e al tempo stesso sacrale e religiosa.

Da alto prelato della Chiesa cattolica, lei davvero non vede incompatibilità tra l’alta moda e il messaggio del Vangelo?
Insisto, anche i paramenti più semplici possono testimoniare di un eccesso di lusso, della futilità e dell’inutilità proprie del lusso. Ma come nei paramenti ecclesiastici appare la sacralità della funzione liturgica, così negli abiti di lusso dell’alta moda appare una funzione simbolica che trascende la mera funzione del coprirsi.

Non crede che sia dissacrante adottare immagini votive come avviene in alcuni marchi dell’alta moda?
La Chiesa non dovrebbe tutelare il suo repertorio di immagini sacre? Il desiderio di dissacrare è innato nell’animo umano. È un istinto infantile, appare nel bimbo che esagera i suoi comportamenti con gesti proibiti. Nella dissacrazione di molti artisti contemporanei c’è però un aspetto positivo: si dissacra solo ciò che conta, solo ciò che è importante.

Chi se la prende più, oggi, con i simboli dell’imperatore romano?
Nessuno. Mentre la simbologia religiosa è quella che incide di più. Tempo fa, andai a Monaco e visitai i musei della Baviera. Vidi la mostra di un fotografo tedesco, una sequenza di foto impressionanti di uffici pubblici, aule scolastiche e altri luoghi dove, a dispetto della secolarizzazione imperante, erano stati mantenuti i crocefissi…

E che ne dice di un artista come Cattelan che rappresenta papa Giovanni Paolo II colpito da un meteorite?
Il senso è identico: non mi batto per cancellare un simbolismo, ma per attingere a un altro. Colpire una figura sacrale è certamente molto più incisivo. Ma al di là della forma un po’ provocatoria, resta il fatto che si riconosce valore al simbolo religioso. Oggi, i linguaggi simbolici più importanti continuano a essere quelli artistico-religiosi. E l’innamoramento resta un canale di conoscenza che ha tra le persone un’affermazione maggiore dei linguaggi tecnico-scientifici. Dare valore ai linguaggi religiosi, dunque, è l’espressione più profonda e segreta della persona umana. Se la scienza rappresenta la scena del mondo contemporaneo, l’umano cerca sempre qualcos’altro.

Cosa risponderebbe agli integralisti che considerano incomprensibile, addirittura diabolico, il connubio tra spiritualità cattolica e materialismo del mondo del lusso?
San Paolo, nella Prima lettera ai Tessalonicesi, capitolo V, diceva di verificare tutto e conservare ciò che è bello. “Kalon” in greco voleva dire bello e buono. La moda è una forma di comunicazione molto rilevante della cultura contemporanea. Una donna, vestendosi, ricorre a certi canoni. Ma anche una persona povera lo fa, cercando di vagliare vari aspetti. Certamente, il mondo del lusso è fuori dalla Chiesa. Ma noi abbiamo la missione anche di entrare in un mondo che rappresenta a volte in modo evidente alcune malattie del nostro tempo: l’esteriorità, la banalità, la superficialità. Ora se l’indifferenza e la superficialità ne sono la componente dominante, è anche vero che secondo il messaggio cristiano è indispensabile entrare anche nel mondo del lusso, come in qualsiasi altro mondo dove c’è il male.

Cosa l’ha spinta a farlo con la mostra americana?
Un antico desiderio. In passato, quando ero a capo della Biblioteca Ambrosiana a Milano, ebbi spesso la stessa richiesta dal mondo della moda, che però non riuscì ad aver seguito. In quel mondo, dicevano, c’erano pur sempre persone che avevano bisogno di sentire un’altra voce. I modelli, costretti a una vita ascetica, spesso brutale, hanno un desiderio di bellezza, esprimono una ricerca di bellezza che guarda altrove. D’altra parte, chi oggi entra in una Pinacoteca senza conoscere alcunché della Bibbia non riesce a capire l’80 per cento di quello che sta guardando. È proprio per questo motivo, e cioè per dialogare con il mondo della bellezza – che fu per secoli la nostra prerogativa, anche se la grammatica di oggi è diversa, a causa del divorzio tra la Chiesa e il mondo contemporaneo –, che a Venezia abbiamo inaugurato il padiglione Vaticano alla Biennale di architettura.

Lei dunque crede in un incontro necessario tra il mondo della fede e quello della bellezza?
Sì, perché fede e bellezza, per loro natura, non rappresentano il visibile, ma l’invisibile nel visibile, come diceva Paul Klee. Dialogo, inoltre, vuol dire incontro tra due “logoi”, e cioè due ragioni, due discorsi seri, ma nella radice del termine c’è anche “dia” che vuol dire entrare in profondità. Alla luce dell’esperienza del Cortile dei Gentili, il forum con i rappresentanti del mondo laico che da anni organizziamo in Vaticano, posso dire di aver sempre trovato un grande interesse ai nostri temi da parte del mondo estraneo alla Chiesa.

È la sua risposta a una nuova evangelizzazione?
Alla base di ogni persona umana c’è quello che Platone mise in bocca al suo maestro Socrate prima di morire: una vita senza ricerca non merita di essere vissuta. Quelli che operano nel settore del lusso e dell’alta moda hanno tutto del mondo, stanno bene, sono ricchi, appagati, ma alla fine c’è in loro una domanda sul senso della vita, sulla morte, sull’amore, sul dolore e sono convinti che la risposta stia altrove. Anche nelle persone più superficiali, in balia della generale avidità, oggi non troviamo più gli atei militanti di un tempo, gli oppositori della religione, gli anticristiani come Friedrich Nietzsche. Che Dio esista o non esista non è un male in sé, ma è diventato ormai una virtù soggettiva ed etica. In questa luce, è significativo sentire un discorso diverso. E io ogni volta mi stupisco di quanto colpiscano i temi legati al Vangelo, di quanta forza conservi ancora il messaggio cristiano in un mondo secolarizzato come il nostro conte

La mia risposta                                                                 Udine 11 aprile 2018

Eminenza Reverendissima,
durante una delle mie non infrequenti incursioni nel sito Alzo gli occhi verso il cielo, prezioso contenitore organizzato di molto materiale interessante, ho trovato la Sua intervista, condotta dalla giornalista Marina Valensise con grande professionalità, intervista originariamente pubblicata sulla rivista Vogue Italia, dove pure è accessibile.
Quindi non me ne voglia se a pubblica stimolazione propongo la mia pubblica risposta (preceduta da questa che spero La raggiunga sia in rete che con la vecchia posta cartacea).
Lei, con questa intervista e con gli articoli sul domenicale de Il Sole 24 ore, si rapporta consapevolmente al mondo del mercato che, nel caso di Vogue, si propone esclusivo veicolo di immagini di bellezza.
Un tempo non se ne sarebbe saputo nulla. Oggi la rete consente di averne informazione.
Non c’è da parte mia alcuna intenzione di riesumare un distacco demonizzante da quel mondo, come avrei potuto trovare un tempo in un esponente di alto livello gerarchico della Chiesa cattolica; e ciò è bene.
Voglio però soffermarmi su un punto che cito dall’intervista: «nel vestire … c’è un aspetto metaforico, che io stesso testimonio indossando la porpora cardinalizia, poiché la veste rinvia all’investitura, e cioè alla funzione sociale di chi la porta, e alla rappresentazione simbolica che ne consegue». E, sollecitato dalla intervistatrice, Lei aggiunge: «I paramenti ecclesiastici sono un ornamento, tipico della celebrazione di un rito, che rinvia alla liturgia. … L’abito liturgico è così ricco e sontuoso perché rappresenta la dimensione trascendente del mistero religioso, e cerca di ornare ciò che è divino con qualcosa di splendido e meraviglioso».
Certo la bellezza può essere richiamo a quel momento ‘splendido e meraviglioso’.
Un’opera bella (o che ricerca bellezza) può essere presente nelle gallerie d’arte per la gioia e la contemplazione di milioni di persone, una musica può essere ascoltata in una sala stracolma senza desiderare di possederne lo spartito, un film può essere visto da milioni di persone.
Negli eventi che si snodano nella quotidiana liturgia della vita – e l’abito ne è parte ineludibile – l’elemento discriminante fra l’abito quotidiano e l’abito firmato, cui appartiene quella bellezza su cui lei riflette nell’intervista, è il denaro per cui c’è chi quell’abito può ammirare e possedere, e chi può solo ammirare.
Non sono così ingenua da immaginare una prevalente contemplazione disinteressata di un vestito.
E nello stesso tempo so che nella formazione del suo costo c’è il lavoro.
C’è il lavoro libero del creatore di un’opera d’arte e c’è il lavoro delle/gli esecutori. Questo, nel migliore dei casi, si svolge in una situazione organizzata in modo da rispettare le regole di una civiltà non estranea necessariamente al mercato ma non sempre tale da caratterizzarlo ma infine non posso permettermi neppure di ignorarne l’aspetto inquietante di estraneità a regole di civiltà.
Sappiamo che anche prodotti di grande marca, presentateci come nazionali, conoscono le dita di bambine e bambini dell’Asia, incollati a un tessuto che, diventando abito, assicura un guadagno ad altri, abbandonando loro a una stentata, indegna sopravvivenza. Ci sono bambini che – anche in America Latina – si sono fatti sindacalisti e alcuni sono rimasti vittime del loro coraggio.
E sappiamo anche (perché talvolta le notizia sfuggono al controllo censorio) di sfruttamento di chi lavora nel nostro territorio per produrre una bellezza che non si sottrae al commercio. Il lavoro nero, merce appetibile anche da organizzazioni criminali, è una piaga che si estende ovunque.
E non solo lavoro nero. Come valutiamo la situazione della modella che, per poter sfilare, è condannata alla taglia 40? Un abito indossato da una ragazza resa anoressica può essere valutato come ‘bello’, abbandonando all’indifferenza del silenzio la condizione di chi lo indossa?
Non legga come maligna la domanda che ora le pongo ma solo come solidale per chi è condannato a una attività spersonalizzante e peggio: le suore che nei conventi lavorano per costruire e mantenere la bellezza che giustamente l’affascina sono retribuite secondo le regole di un mercato corretto?
Eminenza, pur apprezzando il Suo competente interesse, svelatoci dall’intervista di Vogue, per una inconsueta riconosciuta forma di bellezza, non posso non essere colpita dalla mancanza di una parola di attenzione per chi quella bellezza contribuisce a produrre in condizioni che possono arrivare alla schiavitù.
Cordialmente
Augusta De Piero
PS: Naturalmente nella lettera inviata c’erano i dati che mi identificavano: indirizzo e telefono)

FONTI

Marina Valensise, Vogue Italia, aprile 2018, n.812, pag. 50

https://alzogliocchiversoilcielo.blogspot.it/2018/04/l-intervista-al-cardinale-ravasi-su.html#more

http://www.vogue.it/news/vogue-arte/2018/04/09/intervista-al-cardinale-ravasi/

aprile 13, 2018Permalink

9 aprile 2018 – Io e don Chisciotte

Ho inviato il messaggio che segue ai componenti delle delegazioni PD e 5 STELLE che si recano dal Presidente della Repubblica per formare un governo.
Non è fiducia (vedremo se e come qualcuno mi risponderà e soprattutto ne capirà il significato) ma tento ancora.
Da parte mia voglio che – nell’eliminazione dall’esistenza legale di neonati (pagina orrenda aperta nel 2009- ministro Maroni quarto governo Berlusconi ) – questo si sappia per quanto io riesca a farlo sapere.
Poi, quando sarà formato il governo, e se nulla sarà fatto nulla si farà, l’impegno che avevo preso con me stessa potrà concludersi e potrò stare a guardare.
Dopo nove anni di tentativi si può.

Prima di pubblicarlo in facebook (strada non privilegiata ma aperta) l’ho inviato al sito Ildialogo [at] org. Se anche lì non fosse apparso avrei rinunciato a pubblicizzarlo. Invece c’è.
Ringrazio Ildialogo, una delle poche presenze sul web che mi ha dato voce e ringrazio anche l’amico Marco Tommasino che lo ha subito fatto girare su fb e l’amico Lino Di Gianni che mi ha qui sostenuto.
Non posso elencare qui coloro che l’hanno fatto senza essere partecipi di questo sito: si tratta però per lo più di singole persone non di partiti o giornalisti che possano fare opinione.
In 24 ore ha ricevuto 65 ‘mi piace’  

Giotto- la stage degli innocenti


e qualche condivisione.

Poco, pochissimo ma fanno
la differenza dal nulla con cui le
organizzazioni politiche hanno
risposto al diritto  negato
all’esistenza legale di alcuni
neonati.

Questa debolezza ottusa se non
è
razzismo ne fa parte, almeno a
livello di prodromi, tanto più
invasivi  quanto più tenuti
sotto traccia  

Dedico a chi dovrebbe rappresentarmi (ma non ci riesce) l‘affresco di Giotto.

Egregio/a onorevole – Egregio senatore
Le scrivo come ai suoi colleghi membri delle delegazioni che si sono presentate e si presenteranno dal Presidente della Repubblica per dar seguito al compito (che spero di non dover chiamare tentativo) di dare un governo al Paese.
Sono una cittadina italiana, non supportata da alcun movimento che quantitativamente conti, che vi affida un impegno per chi vi scrive ineludibile, quello di inserire nel quadro dei vostri progetti la cancellazione di una norma che dal 2009 crea danni estremi per chi ne sarà colpito (e li ha già creati a chi ne sia già stato colpito) e umilia tutti noi costringendoci ad essere cittadini di uno stato cui non ripugna punire innocenti per le non colpe dei loro genitori.
Mi spiego.
Il Testo Unico sulle migrazioni (D.lgs 25 luglio 1998, n. 286 “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”) dice all’art. 6 comma 2 « Fatta eccezione per i provvedimenti riguardanti attività sportive e ricreative a carattere temporaneo, per quelli inerenti all’accesso alle prestazioni sanitarie di cui all’articolo 35 e per quelli attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie, i documenti inerenti al soggiorno di cui all’articolo 5, comma 8, devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di interesse dello straniero comunque denominati».
Le parole in grassetto furono inserite dalla Legge 15 luglio 2009, n. 94 mentre in precedenza, a seguire le parole “a carattere temporaneo”, si leggeva «Fatta eccezione per i provvedimenti riguardanti attività sportive e ricreative a carattere temporaneo e per quelli inerenti agli atti di stato civile o all’accesso a pubblici servizi, i documenti inerenti al soggiorno di cui all’articolo 5, comma 8, devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di interesse dello straniero comunque denominati».
Originariamente quindi l’articolo, inserito con la cd legge Turco Napolitano, e rispettato anche dalla cd legge Bossi Fini, prevedeva che all’atto della richiesta di registrazione della dichiarazione di nascita – finalizzata evidentemente ad assicurare al nuovo nato in Italia il certificato di nascita che rappresenta un suo diritto personale senza eccezioni – non potesse essere richiesto al genitore alcun titolo di soggiorno.
Chiedere il titolo che un migrante irregolare non possiede, proprio in quanto irregolare, significa fare del figlio appena nato in Italia la spia di una situazione che comporta penalizzazioni sia penali (l’espulsione) che amministrative (multe nella situazione insostenibili).
La norma del 2009 fu approvata con voto di fiducia, fortemente voluto dall’allora Ministro dell’interno on. Maroni nel quadro cultural-politico del quarto governo Berlusconi e resse nel corso dei governi successivi (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni).
Il 13 ottobre 2015 la Camera approvò le “Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, e altre disposizioni in materia di cittadinanza” (cd ius soli) comprensive del testo che al comma 3 dell’art. 2 diceva «Fatta eccezione per i provvedimenti riguardanti attività sportive e ricreative a carattere temporaneo e per quelli inerenti agli atti di stato civile o all’accesso a pubblici servizi, i documenti inerenti al soggiorno di cui all’articolo 5, comma 8, devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di interesse dello straniero comunque denominati».
I figli dei sans papier venivano così ‘riabilitati’ al diritto di esistere legalmente.
La norma però, trasmessa al Senato, lì si giacque fino al mese di novembre dello scorso anno, quando finì fra quelle per cui non c’era tempo e, svuotando di significato l’impegno forte di cittadini che speravano nel cd ius soli, deludeva anche ragazzini che la chiedevano come ‘occupanti’ discriminati dei banchi della nostra scuola.
Paradosso conclusivo: il Parlamento italiano, incapace nella XVII legislatura di approvare lo ius soli, nella XVIII legislatura si trova ancora in presenza del principio discriminante che ho descritto.
Devo dire che così sarà quale che sia il governo che nascerà dopo le elezioni di marzo?
Cordialmente
Augusta De Piero

aprile 9, 2018Permalink

8 aprile 2018 – Lino di Gianni mi dedica una poesia su facebook

Dedicata ad Augusta De Piero

C’è una donna, antica combattente
che oggi si accorge, che le forze non sono
illimitate e allora concentra la sua azione,
come può, come deve, su un punto,
trascurato dai più:
i figli dei migranti clandestini, non si possono
registrare, all’anagrafe, sono fantasmi,
scompaiono
Sembra poca cosa, quasi un margine trascurato,
eppure lei è là, come dice un bel libro americano,
cacciatrice nella segale
(Il giovane Holden -The Catcher in the Rye, “L’acchiappatore nella segale”)
Dove vanno a finire i bambini che si perdono?
Lei attende lì, per tirarli fuori,
affinché ritornino visibili
nella vita
(lino di gianni)

Ho accettato questo testo su facebook  perché coglie un punto dirimente del mio impegno in questi nove anni.
“Oggi si accorge, che le forze non sono / illimitate e allora concentra la sua azione, / come può, come deve, su un punto, / trascurato dai più:
i figli dei migranti clandestini, non si possono / registrare, all’anagrafe, sono fantasmi, /scompaiono 

Sono molto imbarazzata per quello che dice Lino del mio probabilmente inutile impegno.
O forse non inutile perché so che alcune persone e associazioni di non rilevante presenza hanno capito l’importanza di concentrarsi su un punto dirimente, accettandolo come obiettivo e insieme limite.
Nella vicenda dei bambini nati in Italia e ridotti a fantasmi per legge quel che mi addolora di più è aver trovato invece tanta indifferenza in chi potrebbe sbloccare la situazione.
La legge che nega il certificato di nascita ai figli dei sans papier e che tutti ci umilia è troppo preziosa per chi voglia sventolare la ‘preda’ come un nemico vinto, fondando su quella vittoria il suo miserabile successo.
Alla malignità di una norma si unisce la vigliaccheria di chi avrebbe – impegnandosi per promuovere la modifica di una legge che non comportava neppure oneri di spesa – contribuito a garantire il diritto di ogni nato all’esistenza legale.
Si saranno resi conto i responsabili dei governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni di essere gli eredi del quarto governo Berlusconi (con i suoi militi leghisti) e ora di essere responsabili del lascito per il governo prossimo venturo? Forse se ne sono resi conto ma sapevano di poter galleggiare tranquillamente sull’indifferenza della società civile che ‘conta’ e può assicurare voti.

Penso che derogherò al punto fermo che mi ero imposta di non usare mai il ‘mi piace’ per segnalare anche così il mio consenso al lavoro di Lino. E’ tutto quello che posso fare, oltre un grazie.
Il grazie non è solo per l’oggi.
Nel 2003, quando insegnavo italiano all’International Centre di Betlemme e cercavo un modo per comunicare ad alcuni amici ciò che vedevo e capivo, Lino, venuto non so come a conoscenza di una mia lettera, mi scrisse e mi aiutò – io in Palestina lui in Italia – a costruire il mio primo blog da cui poi è derivato tutto il resto.

So che l’International Centre è 
molto cambiato da quando lo
praticavo io e quindi, per chi
volesse conoscerlo, è preferibile
collegarsi da
qui

 

 

 

aprile 8, 2018Permalink

2 aprile 2018 – Siria, l’Isis ha distrutto il palazzo più antico della storia: costruito 4.500 anni fa

Quello di Mari, in Siria, era considerato dagli storici il palazzo più antico della storia dell’umanità: sarebbe stato edificato circa 4.500 anni fa ed è stato distrutto nei giorni scorsi con cariche di dinamite.
di Davide Falcioni

Il più antico palazzo edificato dall’uomo è stato distrutto dagli uomini dello Stato Islamico, in Siria. E’ accaduto a Mari, città mesopotamica tra le più datate della storia dell’umanità, fondata 2.900 anni prima della nascita di Cristo nell’attuale Siria orientale e i cui resti si erano conservati in ottimo stato per millenni, giungendo fino ai giorni nostri. Ebbene, stando a quanto rivelano fonti siriane la città è stata distrutta dai miliziani dell’esercito del Califfato. Le fotografie della devastazione e di quanto resta di un sito per il quale si stava valutando la candidatura a Patrimonio dell’Umanità, sono state pubblicate dal quotidiano francese Le Monde sulla base delle informazioni e delle immagini diffuse dalla Direzione delle antichità e dei musei (Dgam) della Siria. L’entità del danno è inestimabile e appare assai difficoltoso, visto il conflitto ancora in corso, inviare sul posto esperti che possano quantificare con esattezza l’entità del disastro oppure accertare cosa sia possibile salvare. Il sito di Mari ospitava tra gli altri importanti reperti anche quello che gli archeologi ritenevano essere il palazzo più antico della storia, un edificio costruito circa 4.500 anni fa.
Pascal Butterlin, docente di archeologia del Vicino Oriente antico (Università di Parigi -I) e direttore della missione archeologica francese di Mari (MAM), non ha usato mezzi termini per descrivere l’entità del danno provocato dai soldati di Daesh: “Quello di Mari era il più antico palazzo dell’umanità a noi noto, l’equivalente del palazzo di Nimrud. Si trattava di un edificio unico al mondo in buono stato di conservazione. La sua distruzione rappresenta un dramma: avevamo a lungo lavorato per inserirlo tra i siti Patrimonio Mondiale dell’Umanità”. La città di Mari dista appena 15 chilometri dal confine con l’Iraq ed è da tempo sotto il controllo dell’Isis: a giudicare dai danni, sembrerebbe che i miliziani l’abbiano distrutta facendo esplodere cariche di dinamite.

NOTA. L’avevo visto esattamente 17 anni fa, poi il ritorno ad Aleppo lungo il corso dell’Eufrate

FONTE:
https://www.fanpage.it/siria-l-isis-ha-distrutto-il-palazzo-piu-antico-della-storia-costruito-4-500-anni-fa/

aprile 2, 2018Permalink

1 aprile 2018 – Calendario

.1 aprile 1939 – Inizio della dittatura franchista in Spagna
.1 aprile 2015 – Accordo Losanna su nucleare iraniano
.2 aprile 2005 – Morte di Giovanni Paolo II
.2 aprile 2015 – Strage al campus universitario di Garissa (Kenia)
.2 aprile 2018 – Muore Winnie Mandela per 38 anni moglie di Nelson Mandela
.4 aprile 1949 – Fondazione della NATO – Washington [fonte 1]
.4 aprile 1968 – Assassinio di Martin Luther King
.5 aprile 1943 – Arresto di Dietrich Bonhoeffer
.6 aprile 1992 – Inizio dell’assedio di Sarajevo
.6 aprile 2009 – Terremoto de L’Aquila
.7 aprile – Fine della Festività di Pesach (anno 5778)
.7 aprile 2017 – Attentato Stoccolma
.9 aprile 1945 – Le SS impiccano Dietrich Bonhoeffer
11 aprile 1963 – Giovanni XXIII promulga la Pacem in terris
11 aprile 1987 – Muore Primo Levi
13 aprile 2016 – Muore Pietro Pinna
14 aprile 2014 – Rapimento di 200 studentesse nigeriane da parte di Boko Haram.
15 aprile 1912 – Affonda il Titanic
16 aprile 1995 – Pakistan: assassinio del sindacalista Iqbal Masih. Aveva 12 anni
17 aprile 1961 – Cuba. Fallisce lo sbarco di anticastristi nella Baia dei Porci
19 aprile 2003 – Elezione di papa Benedetto XVI (Joseph Ratzinger)
20 aprile 570 –   Nascita del profeta Muhammad (che chiamiamo Maometto)
20 aprile 1946 – Morte di Ernesto Buonaiuti
20 aprile 2017 – Attentato terroristico agli Champs Elysées
21 aprile 1967 – Grecia – colpo di stato dei colonnelli
22 aprile 1616 – Morte di Cervantes
23 aprile 1564 – Anniversario della nascita e morte di Shakespeare (1564-1616?)
24 aprile –          Commemorazione della morte e della deportazione degli Armeni
24 aprile 2013 – Crollo fabbrica Rana Plaza, Bangladesh
25 aprile –           Festa della liberazione
25 aprile 1974. – Portogallo: rivoluzione dei garofani
26 aprile 1986 –  Ucraina: scoppia il reattore nucleare di Chernobyl
27 aprile 1937 –  Morte di Antonio Gramsci
28 aprile 1969 –  Charles de Gaulle si dimette da presidente della Francia
28 aprile 2013 –  Governo Letta
28 aprile 2013 –  Attentato a palazzo Chigi
28 aprile 2017 –  Visita papa in Egitto
29 aprile 1944 –  Rivolta del ghetto di Varsavia
30 aprile 1982 –  Palermo Cosa Nostra uccide Pio La Torre

[Fonte 1] Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (in inglese:
North Atlantic Treaty Organization – NATO, in francese: Organisation du
Traité de l’Atlantique Nord, – OTAN) è un’organizzazione internazionale
per la collaborazione nel settore della difesa.
Il Patto Atlantico ne è il trattato istitutivo)

aprile 2, 2018Permalink