15 gennaio 2017 – Invito a firmare un appello

 Appello   Fuori l’esercito dalle scuole! di Franco Ferrario

Sono frequenti gli episodi in cui alunni, anche della scuola primaria (6-10 anni), vengono invitati a visitare caserme delle Forze Armate ed effettuare prove di tiro a mano armata.

Gentile Redazione del sito www.ildialogo.org,

vorrei invitarvi a sottoscrivere la petizione scaturita da una vicenda che mi ha coinvolto direttamente essendo accaduta alla scuola frequentata da mio figlio (ma, purtroppo, non solo lì).

Lo scopo è quello di tentare di STIMOLARE SERI – quantomeno meno ipocriti – PERCORSI DI EDUCAZIONE ALLA PACE nelle scuole primarie e medie E ABBANDONARE LA PRASSI PEDAGOGICAMENTE SCONCERTANTE DI ARMARE LA MANO DI BAMBINI come purtroppo spesso ancora accade in particolare nel corso delle “gite” delle scolaresche nelle caserme in occasione della festa dalle Forze Armate (potrete leggere l’articolo pubblicato a proposito dal periodico dei Padri Saveriani “Missione Oggi” nel febbraio 2014 inserendo il mio nome nel “cerca” del sito della rivista).

Vi chiedo anche di “fare eco”, se ne condividete il contenuto… di chiedere esplicitamente a vostri amici di firmare e di diffondere… ecco il link, al cui interno – nella sezione “aggiornamenti” – troverete anche rimandi sia all’interrogazione parlamentare al Ministro della Difesa con relativa sconcertante ed “imprecisa” risposta (nessun genitore fu preventivamente informato del fatto che avrebbero fatto il “tiro al bersaglio” con armi ad aria compressa) sia alla vigente normativa in materia di armi (tra cui quelle ad aria compressa utilizzate) e minori.

Per firmare andate su change.org
Franco Ferrario

Trovate il collegamento anche nel sito ildialogo.org, di cui riporto il link

http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/appelli/indice_1484480091.htm

 

11 gennaio 2017 – Zygmunt Bauman: “Muri contro i migranti, una vittoria del terrorismo”

Meno democrazia, xenofobia, risentimento: tempi bui per i rifugiati in Europa. OM intervista il grande sociologo polacco  

«Per vincere, i terroristi fondamentalisti possono tranquillamente contare sulla miope collaborazione dei loro nemici». Sospensione di regole base della democrazia, risentimento verso gli stranieri, il circolo tra propaganda politica e xenofobia, stati-nazione incapaci di affrontare un fenomeno epocale come le grandi migrazioni. La “refugee crisis”, prima e dopo gli attentati di Parigi, è la cartina tornasole di una più globale crisi dell’Occidente, spiega in quest’intervista a Open Migration il grande sociologo della società liquida Zygmunt Bauman. Un’emergenza che durerà a lungo e alla quale l’Europa non ha ancora trovato gli argomenti adeguati per rispondere, presa in mezzo tra la necessità di aumentare i controlli – da ultimo la stretta sulle identificazioni forzate alle frontiere – e la necessità di tenere aperto uno spazio comune europeo.

Testo dell’intervista a Zygmunt Bauman del 27 dicembre 2015

Prof. Bauman, lei critica il modo in cui l’Europa ha reagito agli attentati del 13 novembre. Perché?

Se l’obiettivo strategico della guerra dei terroristi globali – come ha detto Hollande con il consenso di molti europei – è la distruzione di ciò che loro condannano e che invece noi abbiamo a cuore, ossia la civiltà occidentale, non c’è tattica migliore che quella di portare alcuni dei portavoce più importanti di tale civiltà a smantellarla gradualmente con le proprie mani, e tra gli applausi, il sostegno, o quantomeno l’indifferenza dei cittadini. Moltiplicando le misure eccezionali e mettendo da parte i valori che si vorrebbero difendere – anzi introducendo tali misure in nome di quei valori – si spiana la strada alle forze anti-occidentali. Un obiettivo che queste forze non sarebbero in grado di raggiungere da sole.

Qual è l’errore che attribuisce alla Francia e all’Occidente in questo momento?

Rinforzando la xenofobia dal basso e concentrandosi sui migranti provenienti dai paesi islamici si passa la palla nelle mani dei terroristi fondamentalisti. L’accoglienza ostile verso i rifugiati da una parte scoraggia i potenziali rifugiati che sono ancora nei loro paesi, dall’altra amplia le possibilità di reclutamento per le cellule terroristiche estendendo il contagio ai migranti residenti in Francia da tempo. Gli avversari di Hollande, Nicolas Sarkozy e Marine Le Pen, lo hanno spinto a rovesciare il principio della presunzione di innocenza, presupponendo che i rifugiati di fede islamica siano presunti terroristi fino a prova contraria. E così di fatto impedendogli di sentirsi accolti in un paese in cui speravano di sentirsi a casa. Ma non è facile che Hollande vinca la sua battaglia. Come si dice, c’è sempre un demagogo più grande in giro.

Un milione di arrivi in Europa nel 2015 e circa 4000 morti nelle traversate di migranti e rifugiati nel Mar Mediterraneo. Siamo di fronte a una situazione di emergenza o un fenomeno strutturale, che durerà negli anni futuri?

Una fatale coincidenza di entrambi. La migrazione di massa ha accompagnato l’era moderna fin dall’inizio. Quello che chiamiamo “stile di vita moderno” produce “persone in esubero”, ossia “inutili” per il mercato del lavoro a causa del progresso economico, o “intollerabili”, ossia respinte per effetto di conflitti bellici o sociali. Tra le cause di questo spostamento di massa c’è la destabilizzazione profonda, e apparentemente senza prospettive, dell’area mediorientale. Una destabilizzazione determinata da miopi e sciocche politiche e iniziative militari delle potenze occidentali.

Quest’anno è nata l’esigenza di distinguere in maniera netta tra “migranti economici” e “rifugiati”. È possibile tirare una linea senza discriminare?

Come le ho appena detto, le cause degli attuali movimenti di massa sono di due tipi. Ma è duplice anche l’impatto sui paesi di destinazione. Chi ha interessi economici nelle zone sviluppate del globo in cui sia i migranti economici che i rifugiati cercano riparo accoglie a braccia aperte questa manodopera a basso costo, spesso con competenze che possono essere utilmente sfruttate. D’altro canto, per la maggior parte della popolazione, già ossessionata dalla fragilità esistenziale e dalla precarietà della propria condizione sociale, tale afflusso significa un’ulteriore concorrenza sul mercato del lavoro, un’incertezza più profonda e una diminuzione delle possibilità di miglioramento della propria vita. Questo produce uno stato mentale politicamente esplosivo.

Anche prima degli attentati di Parigi i governanti europei sono stati spesso indecisi e oscillanti nelle scelte, si pensi alle aperture e chiusure di Angela Merkel.

Lo ripeto ancora una volta, i governi che si presumono ancora sovrani del loro territorio soffrono in realtà di un doppio legame, con alcuni poteri globali e con i loro elettori, locali, e ritenuti anch’essi sovrani. Nessuna meraviglia che, come lei suggerisce, siano ondivaghi e precari nelle decisioni. Avidamente ma invano, cercano di avere il piede in due scarpe, ma le richieste dei due campi non si conciliano. Al massimo possono essere ascoltate e, a intermittenza, realizzate. Tuttavia, quasi mai soddisfacendo fino in fondo una delle due parti, per non parlare di entrambi contemporaneamente.

Dove bisogna cercare le cause di questa crisi che lei definisce “strutturale”?

Gli stati-nazione indipendenti sono incapaci ormai di affrontare da soli i problemi derivanti dall’interdipendenza globale. Con la globalizzazione del potere che lascia indietro la politica locale, gli strumenti disponibili di azioni collettive efficaci non corrispondono alla misura dei problemi generati dalla nostra condizione globalizzata. Per citare Ulrich Beck, stiamo già in una situazione cosmopolita ma ci manca drammaticamente una consapevolezza cosmopolitica. Abbiamo fallito nella capacità di costruire con serietà istituzioni destinate a gettare le fondamenta di tale consapevolezza.

Quali rischi corre l’Europa con il boom delle forze politiche xenofobe?

Per il momento, la discussione pubblica è dominata dal risentimento verso gli stranieri, i “soliti sospetti”. In tempi di incertezza acuta e di terrorismo si avvicina la paura di un terremoto sociale. E gli stranieri sono oggi sospettati di essere la causa del caos globale.

Quali sono gli effetti politici dell’arrivo di decine di migliaia di migranti e rifugiati nei paesi europei?

La politica trae profitto dalla xenofobia ormai popolare in tutta Europa con la sola eccezione di Spagna, Portogallo e Finlandia, paesi finora esclusi dai flussi dell’immigrazione. Nella tradizionale Vienna progressista i quiz oggi dicono la il partito xenofobo Freiheitliche Partei è al livello dei socialdemocratici. In Olanda, suonare la melodia xenofoba ha fatto guadagnare più di dieci seggi parlamentari a Geert Wilders a scapito dei liberali di Mark Rutte che sono al potere. In Germania, la xenofobia ha spinto Alternative für Deutschland fuori dalla sua invisibilità politica. In Italia, Matteo Salvini e la Lega Nord potrebbero triplicare i loro voti grazie all’abbandono dell’autonomismo e concentrandosi solo sulla chiusura agli immigrati. In Gran Bretagna, il flusso dei migranti ha offerto una seconda vita a Nigel Farage e all’Ukip dopo la sua sconfitta elettorale dello scorso anno.

Come si risponde alla deriva xenofoba?

La xenofobia e il razzismo sono sintomi, non cure. Comunità etniche diverse sono destinate a coesistere nelle società moderne, a dispetto di ogni retorica che sogni un ritorno a una nazione pura e non meticcia. Per concludere, voglio usare le parole dello storico Eric Hobsbawm: «Oggi, la tipica minoranza nazionale nella maggior parte dei paesi di approdo dei migranti è un arcipelago di piccole isole piuttosto che un continente unico. Ancora una volta, i movimenti identitari sembrano essere il prodotto di debolezza e paura. In ogni società urbanizzata incontriamo stranieri: uomini e donne sradicati che ci ricordano la fragilità o il prosciugamento delle nostre radici famigliari».

Intervista di Alessandro Lanni

FONTE: https://openmigration.org/idee/intervista-a-zygmunt-bauman/

6 gennaio 2017 – Non sono anonimi, non acronimi forse pseudonimi

Trasferisco questa pagina su fb nella speranza che qualcuno, leggendola, prenda atto della conclusione. Vorrei fosse considerata come un appello

Nel mio blog succede una cosa strana. Alla fine di ogni scritto è possibile a chiunque intervenire e io sono ben lieta di leggere i rari commenti e rispondere. Purtroppo però ricevo messaggi strani (non prendo neppure in considerazione chi cerca di inserire pubblicità o di darmi consigli su possibilità di miglioramento della grafica e lo fa con termini tecnici complessi). Questi messaggi sono uguali fra loro, si agganciano a vecchi scritti e dicono: “è da una settimana che cerco e il tuo blog è l’unica cosa apprezzabile che leggo. Veramente affascinante. Se tutte le persone che creano contenuti badassero a dare materiale convincente come questo il web sarebbe sicuramente molto più utile. Ϲontinua così”. Dopo una prima fase di meravigliata incredulità non posso credere che ci siano persone che vanno in giro per i blog, mi trovino e mi ammirino, cancello e, per quel che mi riguarda, pongo fine alla irritante presa in giro

Ieri però è successo di peggio. A seguito di una mia pagina del 2 maggio 2015 una persona che si firma con uno pseudonimo che non permette di identificarla – e neppure se stabilire se si  maschio o femmina ) scrive:

“Trovato gattino non sapevo come chiamarlo. Ho trovato qui un elenco completo (black and white cat names)”
http://allcatsnames.com/black-and-white-kittens-names.

Inserisco di seguito il link alla pagina del 2 maggio così che chiunque voglia potrà verificare che si trattava di un testo ampiamente documentato in cui scrivevo dei bambini invisibili, senza status giuridico, senza certificato di nascita (perché figli di migranti non comunitari irregolari) e perciò senza nome.

Link alla pagina. http://diariealtro.it/?p=3746)

Una precisazione Ho ricevuto un messaggio che riporta un documento significativo della comunità di Sant’Egidio di cui riprendo un passo, con una sottolineatura che si connette a quanto da sette anni quasi inutilmente scrivo: Non chiamateli “invisibili”. Anche la Comunità di Sant’Egidio si è occupata spesso del tema, soprattutto nel caso dei rom e sinti. “Bisogna tener conto che siamo di fronte a una situazione anomala – sottolinea Paolo Ciani -. La vicenda dei rom senza status giuridico riguarda un numero limitato di persone, ma allo stesso tempo c’è una sovraesposizione del tema a livello di opinione pubblica. Spesso parliamo di queste persone come invisibili, ma si tratta di bambini nati nei nostri ospedali, iscritti nelle nostre scuole, registrati nei nostri campi rom. Il loro problema non è certo la loro visibilità ma lo status giuridico che non hanno, per il resto sono visibilissimi da anni”. Per richiamare l’attenzione sul problema che coinvolge 600mila persone  in Ue, 50 organizzazioni della società civile, riunite nell’European network on statelessness( Ens) hanno consegnato una petizione ai parlamentari europei. “Quello che chiediamo agli stati è di adottare le convenzioni del ’54 (L.306/62, ndr) e del ’61, di rendere accessibile e facile la registrazione delle nascite e di mettere in pratica tutta una serie di tutele per concedere la cittadinanza ai bambini nati sul territorio, che altrimenti sarebbe apolidi – spiega Martina Bezzini di Ens -. L’obiettivo finale è porre fine all’apolidia e quindi fare in modo che tutti possano avere accesso a diritti fondamentali come la salute e all’istruzione”. Anche l’Unhcr ha lanciato una campagna sul tema dal titolo “I belong”. “Si tratta di una campagna globale per porre fine apolidia entro 10 anni – spiega Enrico Guida -. Per farlo si prevede un piano in 10 azioni che, se implementate, permetteranno la definitiva eliminazione entro il 2024”. (Eleonora Camilli) Fonte: Redattore Sociale

Conclusione. E’ chiaro che il sarcasmo di chi mi ha scritto suggerendo la scelta dei nomi di gatto per identificare bambini fantasma, sceglie di attribuire ad esseri umani una strada propria degli animali che non abbisognano di una legge e di procedure  ammnistrative per esistere. E’ altrettanto evidente che i parlamentari che in sette anni non hanno saputo (o meglio voluto) modificare la norma che ostacola la concessione del certificato di nascita a una fattispecie di neonati artatamente costruita sono confortati da chi è disposto ad usare i neonati come armi improprie per creare paura nei genitori e non so se quei parlamentari saranno in qualche modo stimolati  a un più decente comportamento dal comunicato di Sant’Egidio. Spero di sì. E spero che qualcuno glielo ricordi.

1 gennaio 2017 – Calendario di gennaio

.1 gennaio 1948   –   Italia, entra in vigore la Costituzione
.1 gennaio 1959   –   Inizio della rivoluzione cubana
.1 gennaio 2017   –   Strage in un nightclub di Istanbul
.2 gennaio 1979   –   Brasile, assassinio di Francisco Jentel, difensore dei contadini
…………………………indios
.2 gennaio 2016   –   Entra in vigore l’accordo fra la Santa Sede e lo stato di
………………………….Palestina  firmato il 26 giugno 2015
.3 gennaio 1964   –   New York, 500mila studenti in piazza contro l’apartheid
.4 gennaio 2005   –   La Corte Suprema del Cile autorizza il processo a Pinochet
.5 gennaio 1942   –   Morte di Tina Modotti
.5 gennaio 1984   –   ‘Cosa nostra’ uccide il giornalista Giuseppe Fava.
.6 gennaio 1907   –   Maria Montessori apre la prima casa dei bambini
.6 gennaio 1980   –   Assassinio del presidente della regione Sicilia, Piersanti
…………………………Mattarella
.6 gennaio 1992   –   Il Consiglio di sicurezza dell’ONU condanna all’unanimità Israele
…………………………per la deportazione di Palestinesi (risoluzione n. 726)
.7 gennaio            –   Natale ortodosso e copto
.7 gennaio 2015   –   Parigi, strage alla redazione di Charlie Hebdo
.8 gennaio 1642   –   Morte di Galileo
.8 gennaio 1913   –   Sudafrica: Nasce l’African National Congress (Anc)
.8 gennaio 2015   –   Romero è riconosciuto ‘martire’ dalla chiesa cattolica
10 gennaio 1948  –   Prima assemblea generale delle Nazioni Unite a Londra
11 gennaio 1947  –   Scissione di Palazzo Barberini (nascita Psdi)
11 gennaio 2014  –   Morte di Ariel Sharon
12 gennaio 1948  –   La Corte Suprema USA dichiara l’uguaglianza fra neri e bianchi
14 gennaio           –   Capodanno ortodosso e copto
14 gennaio 2011  –   Tunisia, cade il regime di Ben Alì
15 gennaio 1929  –    Nascita di Martin Luther King
15 gennaio 1993  –    Arresto di Totò Riina
16 gennaio 1992  –    Firma degli accordi di pace in El Salvador
17 gennaio 1961  –    Congo, assassinio di Patrice Lumumba
17 gennaio 1991  –    Inizia la prima Guerra del Golfo
18 gennaio 1919  –    Luigi Sturzo fonda il Partito Popolare Italiano
19 gennaio 1969  –    Praga, morte di Jan Palach
20 gennaio 1996  –    Arafat eletto presidente dell’Anp
21 gennaio 1924  –    Morte di Lenin
21 gennaio 1984  –    Brasile: nasce il Movimento Sem Terra
25 gennaio 2015  –    Rapimento di Giulio Regeni
26 gennaio 1564  –    Pubblicazione delle conclusioni del Concilio di Trento
27 gennaio           –    Giornata mondiale in memoria delle vittime della Shoa
29 gennaio 1895  –    José Martì inizia la guerra per l’indipendenza di Cuba
30 gennaio 1948  –     Assassinio di Gandhi a Nuova Delhi
31 gennaio 1929  –     L’Urss esilia Lev Trotsky
31 gennaio 2015  –     Sergio Mattarella, dodicesimo presidente della repubblica

24 dicembre 2016 – Astensione degli USA all’ONU in merito agli insediamenti israeliani nei Territori.

Approfitto del testo inserito in fb da Tiziano Sguazzero.
Tiziano Sguazzero
· 1 h ·

 Storica astensione degli Usa, approvata la risoluzione Onu contro le colonie israeliane

Israele/Territori Palestinesi Occupati. Rabbia di Israele per la decisione dell’Amministrazione Obama di non bloccare con il veto la risoluzione che riafferma lo status di territori occupati per Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est. Colpo di coda di Obama che tra un mese lascerà la Casa

Grazie a una astensione, senza alcun dubbio storica, degli Stati Uniti, ieri sera il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato una risoluzione di aperta condanna degli insediamenti coloniali israeliani costruiti contro il diritto internazionale nei Territori palestinesi occupati. Le colonie – si legge nel testo – «non hanno validità legale». E’ il colpo di coda di Obama che Benyamin Netanyahu temeva e che ha cercato in tutti i modi di impedire. Gli Stati Uniti non possono appoggiare gli insediamenti coloniali e la soluzione dei Due Stati nello stesso tempo, ha spiegato la decisione di astenersi l’ambasciatrice americana all’Onu, Samantha Power. Rabbiosa la reazione di Israele. «Né il Consiglio di sicurezza dell’Onu né l’Unesco possono spezzare il legame fra il popolo di Israele e la terra di Israele», ha urlato l’ambasciatore israeliano all’Onu, Danny Danon sorvolando il “dettaglio” che i Territori palestinesi occupati non sono parte di Israele. Dopo aver sistematicamente bloccato all’Onu per otto anni ogni risoluzione di condanna dello Stato ebraico, Barack Obama ha inflitto un duro colpo a Netanyahu. Si è vendicato degli attacchi israeliani subiti per anni. Netanyahu inoltre non aveva esitato, nel marzo 2015, ad umiliarlo di fronte al Congresso Usa parlando contro l’accordo sul nucleare iraniano fortemente voluto dalla Casa Bianca.

È finita a stracci in faccia. Netanyahu, ingrato, dimenticando il recente via libera della Casa Bianca a un piano di aiuti militari a Israele per 40 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni, in anticipo sul voto di ieri sera, usando un funzionario governativo aveva accusato Obama e il segretario di stato John Kerry di aver messo in atto una «spregevole mossa contro Israele alle Nazioni Unite». Il presidente americano uscente, aveva aggiunto il funzionario, ha coordinato le mosse all’Onu con i palestinesi per riaffermare lo status di città occupata di Gerusalemme e della sua zona araba: «L’amministrazione Usa ha segretamente confezionato con i palestinesi, alle spalle di Israele, una risoluzione estrema che avrebbe dato il vento in poppa al terrorismo e al boicottaggio e che avrebbe fatto del Muro del Pianto territorio palestinese occupato». Obama, ha aggiunto, «avrebbe dovuto subito dichiarare la sua volontà di mettere il veto su questa risoluzione, invece l’ha sostenuta. Questo è un abbandono che rompe decenni di politica americana a protezione di Israele all’Onu e mina le prospettive di lavorare con la prossima Amministrazione nel far avanzare la pace».

Invece il governo Netanyahu lavorerà molto bene e in piena sintonia con la prossima Amministrazione americana. L’ha detto subito l’ambasciatore Danon: «Non ho dubbi sul fatto che la nuova amministrazione americana e il nuovo segretario generale dell’Onu apriranno una nuova era in termini di relazioni dell’Onu con Israele». D’altronde gli sviluppi di giovedì notte, prima dell’approvazione ieri sera della risoluzione, lo dicono con estrema chiarezza. Netanyahu infatti era riuscito a bloccare il voto e a frenare l’Amministrazione Obama. Prima ha bombardato di telefonate gli egiziani, promotori del progetto di risoluzione, poi ha messo in moto gli “amici” alle Nazioni Unite. Determinante è stato anche il presidente eletto Usa Donald Trump che è intervenuto in ogni modo, anche via twitter, per far congelare il voto. Il Cairo giovedì aveva ceduto, subito. Trump, in una conversazione telefonica con il leader egiziano Abdel Fattah al Sisi, aveva messo le cose in chiaro: al comando presto ci sarò io, l’Egitto riceve sostanziosi aiuti americani, Israele e le sue politiche non si toccano. Al Sisi – che non ha mai digerito la politica di Obama in Medio Oriente, troppo morbida, a suo dire, con i Fratelli musulmani, e il mese scorso aveva applaudito alla vittoria di Trump – ieri ha spiegato di aver concordato il presidente eletto «che alla nuova amministrazione Usa deve essere data la possibilità di risolvere il conflitto israelo-palestinese».

Allo stesso tempo era scesa in campo la squadra di Trump per ricordare ad Obama che il suo mandato è agli sgoccioli e che non può fare un passo tanto importante in politica estera aggirando l’Amministrazione che entrerà in carica dopo il 20 gennaio. «La decisione del Cairo di ritirare la risoluzione rappresenta il primo concreto atto della cooperazione tra Trump e Netanyahu», ha commentato la tv israeliana Canale 2. Obama però non ha resistito al desiderio di mettere in atto la sua vendetta e ieri ha scagliato il suo colpo. Troppo tardi però. Questa vendetta non basta a cancellare le ombre, gigantesche, sulla sua presidenza. Pesano le mancate promesse fatte nel 2009 quando aveva parlato di una svolta nella politica mediorientale degli Usa, specie nei riguardi dei palestinesi senza Stato. Svolta che non è mai avvenuta, l’occupazione israeliana non è mai terminata. E con Trump può solo consolidarsi.

21 dicembre 2016 – Le vittime perdonino i carnefici, per legge

Il Senato italiano prova a scrivere la storia a rovescio

Nel mese di maggio del 2014, ricordando l’avvio della prima guerra mondiale (quando l’Italia non aveva ancora deciso da che parte stare), il periodico udinese Ho un Sogno pubblicava la vicenda di quattro alpini fucilati a Cercivento dopo ingiusto processo indetto da un tribunale militare.
Si può leggere da qui  http://diariealtro.it/?p=3085
Ora un apposito comitato ristretto della Commissione Difesa del Senato italiano, sopravvissuto al referendum, ha elaborato una proposta di legge per cui tutti i militari che nella prima guerra mondiale subirono ingiusti processi (spesso conclusi con condanne a morte) devono chiedere perdono allo stato italiano.
Così scrive l’editoriale del n. 246 di Ho un sogno (che sarà reperibile a giorni presso la libreria CLUF di via Gemona 22. Udine)

CI PERDONINO I FUSILÂZ

Ci siamo più volte occupati dei fusilâz, i quattro alpini fucilati a Cercivento il primo luglio del 1916. Da molti anni infatti viene posta con determinata costanza la questione della loro riabilitazione, tanto che la notorietà acquisita sembra aver contribuito nel 2014 alla presentazione di una proposta di legge per cui «è avviato d’ufficio il procedimento per la riabilitazione dei militari delle Forze armate italiane che nel corso della prima Guerra mondiale abbiano riportato condanna alla pena capitale per i reati previsti nel <.> codice penale per l’esercito».

Approvata alla Camera il 13 maggio 2015, la proposta è passata al Senato con il titolo: «Disposizioni concernenti i militari italiani ai quali è stata irrogata la pena capitale durante la prima Guerra mondiale» (n. 1935). Il normale dibattito nella Commissione Difesa del Senato ha conosciuto una svolta imprevista lo scorso mese di ottobre, quando per il proseguimento dei lavori è stato creato un comitato ristretto. Questo ha proposto un nuovo testo base che, approvato, è diventato l’oggetto della discussione ancora in corso, come testimonia il resoconto dell’ultima seduta della Commissione (23 novembre). Il nuovo testo identifica i militari uccisi come coloro che “vennero fucilati senza che fosse accertata a loro carico, a seguito di regolare processo, un’effettiva responsabilità penale” (art. 1).

Per capirne il significato basti la lettura dell’articolo 4: “Nel Complesso del Vittoriano in Roma è affissa la seguente iscrizione: «Nella ricorrenza del centenario della Grande guerra e nel ricordo perenne del sacrificio di un intero popolo, l’Italia onora la memoria dei propri figli in armi fucilati senza le garanzie di un giusto processo. A chi pagò con la vita il cruento rigore della giustizia militare del tempo offre il proprio commosso perdono»”.

Il testo approvato alla Camera e inizialmente all’attenzione della commissione del Senato diceva invece: “Al fine di manifestare la volontà della Repubblica di chiedere il perdono dei militari caduti che hanno conseguito la riabilitazione ai sensi della presente legge, in un’ala del complesso del Vittoriano in Roma è affissa una targa in bronzo che ne ricorda il sacrificio”.

Si passa da una Repubblica che chiede perdono ai militari “ingiustamente giustiziati” a un’Italia che concede il perdono, commosso, ai condannati.

Offrire il perdono ai militari uccisi “per dare il buon esempio” è una beffa crudele che rappresenta lo scempio dell’umanità, della giustizia e della storia, come possiamo comprendere da un passo di una circolare a firma del gen. Cadorna emanata il 28 settembre 1915: “deve ogni soldato essere <…> convinto che il superiore ha il sacro potere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti e i vigliacchi” (A. Monticone. Gli italiani in uniforme Laterza 1972. pag. 224).

Non conosciamo ancora il voto della Commissione Difesa, ma il fatto che si basi sul nuovo testo consente previsioni pessimiste. Ci chiediamo con preoccupazione cosa sapranno e vorranno decidere i Senatori ancora nella pienezza del loro ruolo.

Sapranno farsi carico di una memoria che appartiene alla storia? Sapranno ricordare che a quella storia appartengono anche i morti per decimazione, per la cui fucilazione non furono necessarie neppure le celebrazioni di ingiusti processi? E sapranno far memoria dei civili impegnati senza adeguata protezione nelle attività connesse all’organizzazione militare (costruzione di strade, lavoro nelle fabbriche d’armi …)?

7 dicembre 2016 ­ Ho bisogno di fare il punto per pensarci su

Il trucco dell’Italicum

Abbiamo una legge elettorale che non prevede norme per il Senato. Se ben ricordo inizialmente c’erano ma sono state eliminate in corso di lavori prima del voto per il referendum, quindi quando il senato, nel bene e nel male c’era, con i poteri che la Costituzione –in vigore prima e dopo del referendum – gli attribuiva e gli attribuisce.. Ora mi rendo conto che, se votassimo subito, lo faremmo con due leggi: una per la camera e una per il senato (e in questo caso, quale?). Scema io a non  capirlo subito, scema ma non sola.

Mi guardo attorno e mi angoscio

Ieri – ragionando con un’amica della cui competenza e razionalità estranea da opportunismi mi fido –ne ho ottenuto questo schema che condivido:

1 Se si sciolgono le camere tutto resta bloccato.
2 Se si forma nuovo governo bisognerà vedere se il mandato é limitato alle leggi elettorali
3 o, se si intenda traghettare al 2018.
Nel qual caso poterebbe essere completato l’iter di leggi che, approvate alla camera,  si giacciono in varie modalità alla attenzione del senato (sempre che questo senato sia capace di una decisione).

Leggendo questo schema mi rendo conto che nessuno dei punti elencati mi offre ipotesi di speranza … soprattutto se immagino i probabili vincitori di prossime elezioni, vincitori che scaramanticamente non nomino.

Un ricordo del 2013

Oggi facebook mi ha riproposto il ricordo di un mio blog del 2013 in cui facevo memoria del grande Nelson Mandela, un’immagine di persona che mi consente un attimo di distrazione consolatoria dai nanerottoli che oggi occupano la nostra scena. Nelson Mandela era morto due giorni prima la pubblicazione del mio testo di cui riporto il link:

http://diariealtro.it/?p=2830

 

5 dicembre 2016 – Questa mattina mi son svegliata …

.. e ho trovato il vaso di Pandora aperto.
Ieri pomeriggio avevo acquisito una informazione positiva: la vittoria di Van der Bellen in Austria. Al momento il pericolo di un neonazista, presidente della Repubblica al di là del nostro confine sembra sventato. Ieri sera sono andata a dormire dopo aver inserito in facebook il mio scritto sulle ragioni per cui avevo annullato la scheda elettorale. Non l’avevo fatto prima perché non volevo coinvolgere nessuno in una decisione brutta e disperata: una scelta senza appigli che mi potessero convincere da nessuna parte. Fermo restando che non potevo votare SI’ per ragioni di merito, che non sto a ripetere, ho constatato la vittoria di un vaso di Pandora che, aperto, riverserà frammenti buoni e cattivi da usare nella vita e nelle scelte di tutti noi. Ultimo frammento pessimo: il bambino che giorni fa in piazza Montecitorio si era avvicinato a Salvini (uno dei ‘vincitori’ tramite NO) dichiarando “noi non vogliamo gli stranieri” e ricevendone un premiale, ripetuto e sogghignate  “Numero 1”. Così, attraverso la parola di un leader in una folla plaudente, si instillano i fondamenti del razzismo che poi cresceranno. Certo, se avesse vinto il SI’ non sarebbe andata meglio, anzi.

Il mio triplice filo di Arianna
Per leggere le proposte di riforma bocciate ieri mi ero costruito un personale fino di Arianna fatto di tre fili intrecciati fra loro.
– 1.  il principio di uguaglianza realizzato come “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana (Cost. art 3 comma 2)”
– 2.  e avevo ben presente che: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche , di condizioni personali e sociali” (Cost. art. 3 comma1).
– 3. Poi c’era un terzo filo, quello robusto attorno al quale si intrecciavano i primi due: il convincimento che la politica sia strumento per promuovere, con tutti i nostri limiti di capacità e di forze, l’eguaglianza (che – per onestà e chiarezza – abbiamo declinato anche  in ‘pari opportunità’).

IL certificato per esistere
Mi è chiaro che l’esistenza giuridica di una persona necessita di un riconoscimento adeguato e valido. Nella nostra storia di civiltà (non solo italiana) si è configurato come certificato di nascita. Dal 2009 la legge 94 (art. 1, comma 22, lettera g) ne ostacola gravemente l’acquisizione per i figli dei non comunitari privi di permesso di soggiorno, figli che nascano in Italia. Era una legge voluta fortemente dall’allora ministro dell’interno Maroni nel quadro del quarto governo Berlusconi. Nei sette anni successivi forze diverse (collocabili per semplificare nel SI’ e nel NO) non l’hanno voluta cambiare. Uso il verbo volere e non potere perché, volendo, avrebbero potuto: si trattava infatti di una riforma senza onere di spesa, che non prevedeva l’introduzione di principi nuovi ma solo il ritorno al sistema precedente il 2009. Questo atteggiamento beffardo nei confronti di soggetti che non possono farsi lobby, che solo alla politica si affidano perché privi di ogni forza,  è stato consolidata da decisioni sconvolgenti in cui i bambini sono stati usati – meglio abusati – per spaventare i genitori a gloria e onore di soggetti ululanti più che parlanti  (ma di ciò ho scritto ieri – http://diariealtro.it/?p=4767 ).
Siamo alla negazione della politica

Spes contra spem
Nel bene e nel male le forze NO della mia scatola di Pandora (dove ci sono anche elementi di positività da scovare) hanno acquisito maggior forza in Parlamento. Se fra loro emergesse qualche gruppo pensante e parlante di conseguenza, capace delle necessarie alleanze su progetti di civiltà, potrei sperare. Temo però che il loro collante resterà l’ANTI, qualcuno o qualche cosa che sia E l’anti non ha nulla a che fare con il “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.
E sperare, dopo essermi guardata attorno con una qualche attenzione, mi è sempre più difficile.

4 dicembre 2016 – Chiarisco a me stessa, poi vado a dormire e domani mattina vedrò

Anche Cartesio ragionevolmente dubitava. Perché non io?

Adesso provo a chiarire a me stessa (e, a urne chiuse, pubblicherò su facebook) perché ho annullato la scheda del referendum. Dopo aver preso visione delle modifiche della Costituzione sottoposte a referendum ho deciso di non votare SI’. Ho conservato i testi di molte sagge e competenti analisi nel mio archivio personale, qualche cosa ho trasferito nel blog e da lì su fb. Ora però mi interessa spiegarmi (a mia futura memoria) perché non ho potuto votare NO. Il SI’ mi garantirebbe – dicono – la continuità politica con qualche modifica nei comportamenti (cominciamo a cambiare, era il mantra). Considerazione del tutto marginale ma quando qualche cosa diventa ridicola a me scatta un segnale d’allarme. Mi chiedo, se vincerà il SI’,  come potranno arrangiarsi fra i corridoi di palazzo Madama e l’aula i senatori nuovo modello che non si conosceranno fra di loro, probabilmente non faranno in tempo a conoscersi ed entreranno nel loro ruolo a piccoli gruppi, in momenti diversi secondo le elezioni locali e la conferma della eventuale scelta differenziata dei cittadini (non credo che comuni e regioni tireranno sbrigativamente a sorte i nominativi dei senator/consiglieri). Temo che, per la difficoltà di girare in un palazzo ignoto fra sconosciuti, la domanda più frequente sarà: ‘ Scusi dov’è la toilette?’. Non dimentichiamo che si tratta di un necessario luogo di universale conforto per chiunque, comunque collocato..

Ma veniamo al ‘perché del mio no al NO’

La causa del mio no al NO è dei suoi sostenitori che lasciavano intravedere, e spesso prevedevano con sicurezza, un futuro diverso e migliore in caso di vittoria. Ora, in caso di successo del NO, resteremo con la Costituzione in vigore e l’insieme dei gruppi che lo sostengono perderanno anche il collante dell’antirenzismo che svaporerà come la benzina in una bottiglia dimenticata aperta. Per proporre modifiche di loro gradimento (pur se migliorative del testo  del SI’) i gruppi pro NO dovranno allearsi in modo da costituire maggioranze. E’ possibile che lo facciano? Personalmente non credo ne siano capaci. Pendo ad esempio l’ignobile manifesto del movimento Pro Vita che, a sostegno del suo dichiarato NO, afferma
Pro vita non si occupa della politica. A noi non interessano i partiti ma i diritti dei bambini. Se passa il referendum sulla riforma costituzionale il 4 dicembre ci troveremo con una Camera legislativa nelle mani della maggioranza che farà passare leggi come l’utero in affitto, l’eutanasia, le norme contro l’omofobia, la liberalizzazione della cannabis. Quindi, per ragioni di coscienza non abbiamo alternativa, il 4 dicembre votiamo ‘no’”.

Con analoghe motivazioni nel 2005 il movimento Scienza e Vita sostenne il card Ruini nel sua squallidamente furbesco invito agli italiani a non andare a votare al referendum per l’abrogazione della legge 40 “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”. Non si trattava di referendum confermativo, il quorum era necessario e l’incrocio fra una bella domenica di giugno, la pigrizia degli elettori e le surrettizie  blandizie del cardinale produsse la mancanza di quorum. Nel recente dibattito sulla legge Cirinnà l’on.Giovanardi e i suoi sodali, più con beceri toni urlati che con raziocinio, riuscirono a escludere  ogni protezione da parte del partner per i figli del compagno o compagna quando il genitore legalmente riconosciuto venisse a mancare. Beffardamente finsero di non sapere che pochi mesi prima era stata approvata una legge che sanciva il diritto alla continuità affettiva dei bambini che, già in affido, diventassero adottabili. Il soggetto privilegiato a prendersi cura di loro deve essere l’affidatario cui i bambini non devono venir tolti per venir affidati ad altre famiglie anche se in ‘lista d’attesa’ (Legge, 19/10/2015 n° 173).
Ne consegue che ci sono bambini che, per la condizione di eterosessualità dei loro genitori affidatari hanno la garanzia della continuità affettiva come diritto, altri che – per il diverso tipo di sessualità di chi di loro ha una cura genitoriale – tale diritto non hanno. Le forze del SI’, maggioritarie in parlamento, hanno ampiamente dimostrato il loro disinteresse per soggetti deboli cui solo la politica potrebbe dare contrattualità, ma hanno comunicato a tutti noi la politica ha altro da fare.

Che hanno da dire i sostenitori del gruppo dei NO in merito?

Mi aspettavo la promessa di un distinguo. Invece nessuno di loro, che io sappia, ha avuto la dignità di affermare ufficialmente e pubblicamente: “Se vinceremo, per la maggior forza che avremo in Parlamento non lasceremo prevalere chi abusa dei bambini per spaventare i genitori, nemmeno se si tratti di non  comunitari privi di permesso di soggiorno, mutilati per legge della possibilità di dirsi padri e madri”.
Il silenzio mi fa pensare che, trovandosi di fronte a rinnovate o consolidate minacce di creare bambini fantasma, non faranno quanto in loro potere per evitare tale scempio, certi insieme del silenzio complice della società civile organizzata e delle chiese mute.
Il mio rifiuto a quel NO non conta nulla ma, in questo caso, è tutto quello che ho

dicembre 4, 2016Permalink 2 Comments

4 dicembre 2016 — Un altro inizio. Oggi forse gli inizi sono più deboli ma gli indizi di una ripartenza ci sono

ADN-ZB/Archiv Deutschland unter dem faschistischen Terrorregime 1933-1945 Weltweit als Dokument der Schande für die Nazi-Schergen wurde dieses Foto vom März 1933. ein jüdischer Anwalt, der noch auf die Polizei als Hüterin von Recht und Ordnung vertraut hatte, wird von SA-Rowdys, die als Hilfspolizisten fungierten, über den Stachus in München getrieben. Der Mann, den das Bild zeigt, der Münchner Rechtsanwalt Dr. Michael Siegel, einer der ersten Opfer des braunen Terror-Regimes, war einer der wenigen, der es überlebte, obwohl er bis in die Kriegszeit hinein in Deutschland ausharrte. Er ist am 15. März 1983 im 97. Lebensjahr in Lima (Peru) gestorben. Foto: Heinrich Sanden

ADN-ZB/Archiv
Deutschland unter dem faschistischen Terrorregime 1933-1945
Weltweit als Dokument der Schande für die Nazi-Schergen wurde dieses Foto vom März 1933. ein jüdischer Anwalt, der noch auf die Polizei als Hüterin von Recht und Ordnung vertraut hatte, wird von SA-Rowdys, die als Hilfspolizisten fungierten, über den Stachus in München getrieben. Der Mann, den das Bild zeigt, der Münchner Rechtsanwalt Dr. Michael Siegel, einer der ersten Opfer des braunen Terror-Regimes, war einer der wenigen, der es überlebte, obwohl er bis in die Kriegszeit hinein in Deutschland ausharrte. Er ist am 15. März 1983 im 97. Lebensjahr in Lima (Peru) gestorben.
Foto: Heinrich Sanden

 

La storia della foto che allertò il mondo del pericolo nazista
Di Renato Paone da L’Huffington Post

10 marzo 1933, sono passate poche settimane da quando Adolf Hitler è salito al potere. In Germania qualcosa sta cambiando. In molti guardano curiosi agli sviluppi della politica interna tedesca, senza capire bene cosa stia realmente accadendo. Assistono curiosi. I nazionalsocialisti si insediano – legittimamente – nei municipi, come a Monaco. Si sono subito messi all’opera, girando per le strade della città e prendendo di mira i negozi dei commercianti ebrei. Minacce perlopiù, ma in alcuni casi si passa alle maniere forti.

Il signor Max Uhlfeder, proprietario del secondo grande magazzino più importante della città, si avvia come ogni giorno al lavoro. Quel che trova al suo arrivo è solo distruzione: vetrine sfasciate e gli interni devastati dalla furia degli uomini delle SA.

Non contenti, arrestano lo stesso Uhlfeder, che si unisce ad altre 280 persone, tutte trasportate nel campo di Dachau in “custodia protettiva”, come si legge nel documento redatto dagli ufficiali. Gli arrestati sono tutti ebrei.

Il suo avvocato, il signor Michael Siegel – ritratto nella foto – viene contattato dalla famiglia dell’imprenditore, e subito si attiva. Valigetta alla mano, entra negli uffici della polizia per sporgere denuncia, quell’arresto non aveva alcun senso, Uhlfeder non aveva commesso alcun reato, i suoi diritti civili ignorati. Seduti alla scrivania, però, Siegel non trova i soliti ufficiali di polizia, ma degli uomini in divisa che indossano delle camice brune. Sono gli uomini delle Sturmabteilung, un gruppo paramilitare del partito nazista.

Siegel inizia a esporre la questione, ma da dietro la scrivania partono solo grasse risate. Risate che si trasformano in insulti. E dagli insulti si passa alla violenza. Siegel viene colpito al volto, poi viene preso di forza e portato nel seminterrato del municipio, dove viene malmenato da alcuni uomini. Lo colpiscono, perde gli incisivi, un timpano perforato. Non contenti, gli strappano i pantaloni all’altezza del ginocchio e gettano le scarpe. Malmenato e tramortito, lo caricano di peso e lo portano fuori dagli uffici. Un uomo con in mano un cartello gli si avvicina, lo costringe a stare dritto e immobile: glielo deve mettere addosso. Su questo una scritta, un monito: “Non mi lamenterò più con la polizia”.

Inizia la marcia di Siegel per le strade di Monaco, seguito da un drappello di sette uomini delle SA. Marciano baldanzosi, loro, mentre raccolgono qualche approvazione da parte delle persone che si fermano a osservare la scena. Altri rimangono di pietra vedendo quell’uomo ferito e pestato a sangue sfilare con quella scritta appesa al collo. Il piccolo corteo arriva fino alla stazione centrale. Siegel rimane eretto, il sangue che gli cola sugli occhi pesti, fino alla bocca senza denti. Le SA gli intimano di fermarsi, caricano i fucili, glieli puntano addosso. L’ufficiale lo schernisce, poi dice: “Jetzt stirbst du, Jud! – Ora morirai, ebreo”. Scoppiano a ridere, fanno dietro front e se ne vanno.

Siegel è sconvolto, vuole e deve tornare a casa dalla sua famiglia. Si incammina tra la folla, qualcuno continua a deriderlo.Tra questi, però, si trova il fotografo Heinrich Sanden. Con la sua macchina fotografica aveva immortalato quanto accaduto all’avvocato. Si avvicina a Siegel e gli chiede: “Ho il suo permesso di pubblicare le foto che le ho scattato?”. La risposta di Siegel è secca: “Sì”.

Il fotografo intuisce immediatamente l’importanza di quelle foto, ma allo stesso tempo del rischio che rappresentano: se lo dovessero trovare in possesso di quegli scatti farebbe di certo una brutta fine. Chiama un’agenzia giornalistica americana con sede a Berlino. La redazione gli compra le foto e gli dice di inviarle appena possibile. Foto che partono alla volta degli Usa, a Washington DC. Il 23 marzo il Washington Times le pubblica. Le foto fanno il giro del mondo.

Nel frattempo, l’avvocato Siegel e la sua famiglia organizzano la fuga dalla Germania, da cui riescono a scappare nell’agosto del 1940, un lungo viaggio che parte da Berlino, passando per la Russia sulla transiberiana, in Corea e in Giappone. Da qui una nave li porterà in America, ma loro andranno fino in Perù. Siegel è così riuscito a sopravvivere fino all’età di 97anni. Un giorno gli chiesero cosa stesse pensando durante il pestaggio. Senza mezzi termini la risposta dell’avvocato: “Che sarei sopravvissuto a ognuno di loro”.

Sanden continuò la sua attività di fotoreporter, ma quell’esperienza, quella scena di quell’uomo umiliato in pubblica piazza non la dimenticò mai. E come lui tante altre persone. La gente cominciò a capire che in Germania qualcosa stava cambiando e che forma questo cambiamento stesse prendendo.

FONTE  (testo pubblicato l’1/12 da L’Huffington Post ): http://www.huffingtonpost.it/2016/12/01/storia-foto-allerto-mondo-nazismo_n_13346104.html?ncid=engmodushpmg00000003