19 settembre 2020 – Parlamento europeo.  Si parla di immigrazione.

Wake Up Italy

Prende la parola presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen.
E le parole che pronuncia, cogliendone anche le sfumature, sono una lezione su come si trattano i sovranisti e la loro volontà di distruggere l’Europa e i valori fondamentali su cui si fonda la nostra civiltà.
Intanto le prime parole che pronuncia, riferite agli interventi che l’hanno preceduta, non sono casuali. Con calma, totale serenità: “Dopo aver ascoltato le posizioni di estrema destra…”.

Ecco: non dice “le parole del centrodestra” o “delle destre”, come si fa qui con la Lega o Fratelli d’Italia.

Lei le chiama col loro nome, senza infingimenti o ipocrisie: “estrema destra”. E’ ciò che sono. E bisognerebbe specificarlo sempre.

Quindi prosegue, sempre con garbo e tono sereno: “C’è una differenza fondamentale su come si guarda la persona, l’essere umano. Noi siamo convinti che ciascun essere umano abbia una dignità solenne che non potrà mai essere toccata, indipendentemente dalla sua provenienza”.

“Noi”. Capito? Dice “Noi”.

Un “Noi” che sottolinea che davanti alla dignità umana c’è un noi, ovvero noi che crediamo nel progresso, nei diritti umani, nella civiltà occidentale. E poi c’è un voi. Voi che avete deciso di stare al di fuori di questi valori, di essere i nemici della nostra civilità.

E sempre più calma, con tono quasi comprensivo, pieno di compassione:

“L’estrema destra” (la chiama sempre così) “ha una posizione diversa. Radicalmente diversa” per la quale “ci sono vari tipi di esseri umani: noi e loro. E loro, loro, devono essere trattati con odio. Ma l’odio non da mai buoni consigli.

A quel punto un esponente dell’estrema destra, della Lega Tedesca, alza la voce.

Lei sorride, lo guarda, e additandolo con grazia: “Questo la fa arrabbiare, la tocca nel vivo. Perché siamo diversi. Siamo profondamente diversi. Voi predicate l’odio. Noi invece cerchiamo soluzioni. Vogliamo un approccio costruttivo per la migrazione. E questa sempre sarà la nostra posizione”.

Del tipo: fatevene una ragione.

Ecco. E’ tanto difficile capire che andrebbero trattati così i nemici dei valori su cui si fonda la civiltà europea? Quelli che l’Europa vorrebbero distruggerla per permettere a potenze straniere come Putin o Trump di comprarsela un pezzo la volta?

Da Emilio Mola.   #wakeup

Riporto il link che conduce alla fonte del testo che ho trascritto da fb in traduzione italiana
https://www.politico.eu/article/ursula-von-der-leyen-state-of-the-union-speech-compared/

 

19 Settembre 2020Permalink

Blind Tom, pianista cieco e schiavo. Storia crudele dell’America di ieri

Era nato in Georgia a metà ’800 con forti ritardi cognitivi, ma un innato talento musicale. Che rese ricchi i suoi padroni. Mark Twain lo ascoltò tre sere di seguito
di GIAN ANTONIO STELLA

Quando se ne andò un grande giornalista che l’aveva conosciuto bene, Henry Watterson, scrisse: «Cos’era? Da dove veniva? Perché? Quel che è certo è che lì dentro c’era un’anima, imprigionata, incatenata in quel piccolo petto nero, finalmente liberata». Ed era così grande la sua fama, ha scritto la vaporosa biografa Deirdre O’Connell nel libro The Ballad of Blind Tom, Slave Pianist, che per anni «almeno tre o quattro Blind Tom» seguitarono a girare l’America con «spettacoli circensi da dieci centesimi. Inciampando verso il pianoforte, gli occhi roteati all’indietro, la lingua penzoloni, le braccia tese come un enorme orso…». Orrende caricature truffaldine di un genio diverso che fu «il pianista più remunerato del diciannovesimo secolo». E il diversamente abile più ammirato dal vivo, in centinaia di concerti, di tutti i tempi.

C’è di più: Thomas Green Wiggins, che a lungo portò il marchio del cognome del suo padrone schiavista, è la prova di quanto avesse ragione giorni fa Joe Biden a dire agli americani che «finalmente» è ora di fare i conti con «il peccato originale di questo Paese, vecchio di 400 anni: la schiavitù e tutte le sue vestigia». Nel senso di strascichi. Proprio un secolo e mezzo fa, nel 1870, il giovane pianista cieco teoricamente liberato dopo la guerra civile e l’abolizione della schiavitù del 1865, veniva infatti dichiarato «non compos mentis» e affidato da un tribunale della Virginia al suo vecchio padrone. Era una gallina dalle uova d’oro: perché mai restituirlo alla madre? Di fatto fu l’ultimo schiavo nero della storia americana. «Liberato» solo nel 1908 da un ictus che gli rubò l’uso delle mani e lo portò alla morte.

Ma partiamo dall’inizio. È la vigilia di Natale del 1850 e il «Columbus Times & Sentential» pubblica l’annuncio della vendita di una casa padronale con relativa tenuta di venti acri (8 ettari) appena fuori Columbus, Georgia, al confine con l’Alabama. Il proprietario, Wiley F. Jones, coperto di debiti, aggiunge che alla casa d’aste Harrison’s mette in vendita anche «una decina o dozzina di schiavi negri allevati in Georgia» (tradotto: tirati su come si deve) tra i quali un cocchiere di prim’ordine e una brava cucitrice. Uomini-merce. Senza manco la precisazione, diffusa tra i sedicenti gentiluomini del Sud, che la vendita sarà «per famiglie». Per non separare padri, madri, figli.

Alla famiglia di Mingo e Charity Wiggins, sotto questo profilo, va bene. Vengono comprati insieme, lui, lei e due figli «sani» dal proprietario terriero James Neil Bethune, generale con barba e baffi che noi diremmo risorgimentali, teorico dello schiavismo, editore di un giornale ostile alla emancipazione. Anzi, l’uomo accetta, come regalo, anche il terzo bambino della coppia. Si chiama Thomas, ha otto mesi e gli occhi bianchi, vuoti, senza luce. Col tempo si scoprirà che la disabilità è doppia: «La sua imbecillità e impotenza gli assicurarono la simpatia e la cura della famiglia nella sua infanzia», dice un libretto promozionale (The Marvelous musical prodigy) del 1868, «Quando cominciò a camminare e correre per il cortile, le sue divertenti peculiarità lo rendevano un animale domestico».

Fatta la tara a tutto il razzismo che trasuda a partire dal racconto dell’iniziazione del piccolo alla tastiera, nata da una sfida in famiglia di Mary, una dei sette figli del padrone («A un cavallo o a un cane può essere insegnato quasi tutto… Tom ha tanto buonsenso quanto un cavallo o un cane, e vi mostrerò che gli si può insegnare. “Tom, siediti!”. “Tom, alzati!”»), alcune cose sono certe. A cinque anni il bambino nero, schiavo, cieco e «idiota» lasciò tutti ipnotizzati piazzandosi al pianoforte mentre i padroni cenavano e suonando quanto aveva imparato orecchiando il maestro di musica. Mica canzoncine infantili: musica classica. Un prodigio. Mai visto nella storia. E destinato per decenni a rimanere inspiegabile (le mille teorie avanzate sarebbero spassose se non fossero tragiche e immonde) fino alla definizione della «sindrome dell’idiot savant» introdotta da John Langdon Down nel 1887 e alla successiva messa a fuoco dell’autismo in tutte le sue varianti, compresa quella di persone colpite da gravi ritardi mentali ma dotate di altissime potenzialità. Un esempio? Kim Peek, il giovane di Salt Lake City che un secolo più tardi ispirerà il film Rain Man con Tom Cruise e Dustin Hoffman: non sapeva allacciarsi i bottoni di una camicia, ma ricordava a memoria circa dodicimila libri.

Così appare Tom quando Bethune scopre d’aver comprato un fenomeno. Dice la leggenda che, fiutato l’affare, lasci al bimbo libero accesso al piano e cerchi maestri di musica per dargli una base. «Impossibile — rispondono —, fa tutto da solo». Fatto è che nel ’57, a otto anni, debutta già alla Columbus Temperance Hall. Per cominciare subito dopo a girare l’America, al seguito di un impresario-custode che arriverà a farlo esibire fino a quattro volte in un solo giorno. Più che un concerto è uno show sul modello delle «Curiosity» che faranno la fortuna di uomini spregiudicati come Phineas T. Barnum capaci di trascinare sul palco nani lillipuziani e donne cannone e fratelli siamesi e disabili con quattro gambe come Myrtle Corbin…

Uno show orrendo (con gli occhi di oggi) e insieme stratosferico. Dove l’immenso Blind Tom mischia insieme brani di «classica» mai studiati ma impeccabili da Chopin a Mendelssohn, da Hoffman a Donizetti e perfette imitazioni di suoni e canti d’animali e sfide impossibili ai musicisti in sala che gettano lì grandinate di note sparse chiedendo che il «mostro» le ripeta uguali identificandole una ad una o che riproduca brani mai sentiti prima. Infallibile. Trionfale.

Un giorno, su un treno dell’Illinois, lo vede Mark Twain: «Un negro corpulento sul lato opposto del vagone iniziò a oscillare violentemente il suo corpo avanti e indietro e imitare con la bocca il sibilo e il rumore del treno…». «Ma chi è?», chiede. «Il famoso pianista Blind Tom». Mesi dopo, stregato, scriverà sul giornale «Alta California» di San Francisco d’esser andato a sentirlo tre sere di seguito: «Se mai c’è stato un idiota ispirato, questo è lui. Dominava le emozioni del suo pubblico come un autocrate. Li spazzava come una tempesta con i suoi pezzi forti; li cullava per farli di nuovo riposare con melodie tenere come quelle che udiamo nei sogni; li allietava con altre che ondeggiavano nell’aria incantata con la stessa gioia e allegria del pandemonio che fanno gli uccellini nei boschi della California… E ogni volta che il pubblico applaudiva quando un pezzo era finito, questo innocente felice si univa e batteva anche lui le mani…». Finché l’entusiasmo fu tale che «venne giù la sala».

Se fece lo stesso anche nei concerti-show in un tour europeo non si sa. Certo lasciò tra i giornalisti e i musicisti inglesi, nel 1866, impressioni indelebili. Era un genio? A modo suo, sicuramente. Certo pochi al mondo furono così sfruttati: nel 1870, quando fu assegnato dal giudice al suo vecchio proprietario, secondo i giornali dell’epoca arrivò a fruttare 100 mila dollari l’anno. Pari, per le stime ufficiali, a quasi due milioni di dollari di oggi. A lui e alla madre Charity finirono pochi spiccioli. Il dettaglio più osceno è però un altro. L’annuncio sul «Columbus Daily Sun», nel 1864, che Blind Tom aveva «donato 5 mila dollari» a una raccolta fondi per le «cause benevoli». Oltre 82 mila dollari di oggi. Destinati agli schiavisti. Ma che ne sapeva, l’innocente felice?

8 settembre 2020 (modifica il 8 settembre 2020

https://www.corriere.it/cultura/20_settembre_08/blind-tom-pianista-bambino-schiavo-schiavitu-thomas-green-wiggins-9b575eb4-f1e9-11ea-a04c-fd3ebc88ed6c.shtml

 

9 Settembre 2020Permalink

1 settembre 2020 – Calendario di settembre

.1 settembre 1939 -………..La Germania invade la Polonia
……..…………………………..….….E’ l’inizio della seconda guerra mondiale
.1 – 3 settembre 2004 – …..Strage di Beslan (Ossezia del Nord)… [NOTA  1]
.2 settembre 1944 –  Anna Frank e la sua famiglia vengono caricati sul treno per Auschwitz
.2 settembre 1945 – ……     Ho Chi Minh dichiara l’indipendenza del Vietnam dalla Francia
.3 settembre 1982 – ……     Assassinio del gen. Della Chiesa, della moglie Emanuela
……………………………………….. e dell’agente di scorta Domenico Russo.
.4 settembre 1965 – ……    Morte di Albert Schweitzer medico, filosofo, musicista, teologo
…………………………………………e premio Nobel per la pace nel 1953.
.5 settembre 1938 –……..   Regio Decreto Legge 5 settembre 1938-XVI, n. 1390,
………………….  ………..Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista.
……………………………..Convertito in legge senza modifiche con .L 99/1939.     [NOTA 2]
.5 settembre 1972 – ……. . Germania –irruzione di Settembre Nero nel villaggio olimpico
.5 settembre 2010 – …….   Assassinio di Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, il ‘sindaco
……………………………………………pescatore’
.7 settembre 1986 – …….   Desmond Tutu – primo vescovo nero a guidare la chiesa
……………………………………………anglicana in Sudafrica.
.8 settembre 1943 – …….. Armistizio dell’Italia con Inghilterra e Stati Uniti
.8 settembre 2013 –……. . Liberazione dell’inviato de La Stampa Domenico Quirico,
…………………………………………….sequestrato in Siria
.9 settembre 1943 –……… In Italia Nasce il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN)
.9 settembre 1976 – ………Morte di Mao Tse Tung
.9 settembre 2020 –  ………Amos Luzzatto muore a Venezia
10 settembre 2020- ……….La senatrice Liliana Segre compie 90 anni
11 settembre 1973 – ……..Colpo di stato in Cile
11 settembre 2001 – ……..New York – attentato alle Torri Gemelle
12 settembre 1977 – ………Muore nelle carceri sudafricane Stive Biko
………………………………………….(attivista anti-apartheid)
13 settembre 1321 – …….. Ravenna – morte di Dante Alighieri
15 settembre 1970 – ……. .Scomparsa di Mauro De Mauro
15 settembre 1993 – ………Assassinio di don Pugliesi
16 settembre 1982 – ………Libano – massacro di Sabra e Shatila
16 settembre 2016 -………. Morte di Carlo Azeglio Ciampi
17 settembre 1978 – ………Accordi di pace di Camp David fra Egitto e Israele
18 settembre 1938 – ……… Discorso Mussolini a Trieste- rivendicazione razzismo italiano
18 settembre 1961 – ……….Muore Dag Hammarskjöld in probabile attentato.[NOTA 3]
18 settembre 2020-……… Vigilia Rosh ha Shana.  Capodanno ebraico anno 5781.  [NOTA 4]
19 settembre 1943 – ………Strage nazista a Boves (Cuneo)
19 settembre  2020 -………. Morte di Rossanna Rossanda
20 settembre 1870 – …….. Breccia di Porta Pia
20 settembre 2020  – ……  Fine Rosh ha Shana
21 settembre – ……………….Giornata mondiale della pace
21 settembre 1990 – ……   Assassinio del giudice Rosario Angelo Livatino
22 settembre 1980 –………L’Iraq invade l’Iran
23 settembre 1939 –………Morte di Sigmund Freud
23 settembre 1973 – ……….Morte di Pablo Neruda
24 settembre 1961 – ……  Prima marcia della pace Perugia Assisi, promossa da Aldo Capitini
25 settembre 2919 _          Sentenza della consulta sul suicidio assistito
26 settembre 1988 – ……….Assassinio di Mauro Rostagno
27 settembre 1970 -……… santa Teresa d’Avila,  dottore della Chiesa                  [NOTA 5]
27 settembre 1996 –……… .Afghanistan: i talebani occupano Kabul
27 settembre 2015 – ………..Morte di Pietro Ingrao
28 settembre 1978 – ………..Morte di papa Giovanni Paolo Primo.
28 settembre 2016 – …………Morte di Simon Peres
29 settembre 1944 – ………..Strage nazista a Marzabotto
30 settembre 2015 – …….   .. All’ONU viene issata la bandiera palestinese           [NOTA 6]

[NOTA 1]
3 settembre: La strage di Beslan è il massacro avvenuto fra il 1° e il 3 settembre 2004 nella scuola Numero 1 di Beslan, nell’Ossezia del Nord, una repubblica autonoma della federazione russa nella regione del Caucaso, dove un gruppo di 32 ribelli fondamentalisti islamici e separatisti ceceni occupò l’edificio scolastico sequestrando circa 1200 persone fra adulti e bambini. Tre giorni dopo, quando le forze speciali russe fecero irruzione, fu l’inizio di un massacro che causò la morte di più di trecento persone, fra le quali 186 bambini, ed oltre 700 feriti.
https://dilei.it/lifestyle/la-verita-su-beslan/370487/

[NOTA 2]
5 settembre  http://www.cdec.it/dsca/Leggi/DL1390.htm

[NOTA 3]
Dag Hjalmar Agne Carl Hammarskjö  (Jönköping, 29 luglio 1905 – Ndola, 18 settembre 1961)
è stato un diplomatico, economista, scrittore e pubblico funzionario svedese. Fu presidente della Banca di Svezia, ma divenne noto internazionalmente quale segretario generale delle Nazioni Unite, carica ricoperta per due mandati consecutivi, dal 1953 fino alla sua morte nel 1961, occorsa a causa di un incidente aereo avvenuto in Africa meridionale durante una missione di pace.

[NOTA 4]
Rosh haShana (in ebraico ראש השנה, letteralmente capo dell’anno) è il capodanno religioso, uno dei tre previsti nel calendario ebraico. Nella Torah vi si fa riferimento definendolo “il giorno del suono dello Shofar” (Yom Terua, Levitico 23:24)

[NOTA 5]
Teresa di Gesù, o d’Avila, al secolo Teresa Sánchez de Cepeda Dávila y Ahumada (Avila, 28 marzo 1515 – Alba de Tormes, 15 ottobre 1582), è stata una religiosa e mistica spagnola. Entrata nel Carmelo di Avila a vent’anni, fuggita di casa, dopo un travagliato percorso interiore che la condusse a quella che definì in seguito la sua “conversione” (a trentanove anni), divenne una delle figure più importanti della Riforma cattolica grazie alla sua attività di scrittrice e fondatrice delle monache e dei frati Carmelitani Scalzi, e grazie alla fondazione di monasteri in diversi luoghi di Spagna, e anche oltre (prima della sua morte venne fondato un monastero di Scalzi a Lisbona).
E’ stata proclamata dottore della chiesa da Paolo VI

[NOTA 6]
(ANSA) – NEW YORK, 30 SET – “E’ una giornata di orgoglio per i palestinesi di tutto il mondo”: così il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, alla cerimonia per l’alzabandiera della Palestina al Palazzo di Vetro. Ban ha poi precisato: “Dobbiamo realizzare le aspirazioni che questa bandiera rappresenta, ossia Israele e Palestina che vivono fianco a fianco in pace e sicurezza”.

1 Settembre 2020Permalink

31 agosto 2020 – Inno al corpo

Gli studenti della civica accademia Nico Pepe  di Udine  hanno concluso l’anno accademico senza negarsi bellissime esibizioni sul sagrato della chieda di San Francesco
Alcuni di loro hanno presentato un testo tratto da Liberation del 20 giugno  scorso che Internazionale ha proposto tradotto .
Me ne hanno gentilmente regalato copia che trascrivo.

INNO AL CORPO    
Paul B. Preciado / Su internazionale / Libération Francia 20/06/2020

Amiamo il corpo malato. Amiamo le cicatrici e i morsi lasciati sulla pelle dalle ferite. Amiamo il corpo anziano, segnato dal tempo, raggrinzito dal sole, pieno di ricordi. Amiamo il corpo lento. Amiamo l’imperfezione e lo squilibrio, il labbro screpolato, l’occhio che vede a malapena, la mano che fatica ad afferrare l’oggetto, il pene moscio, la gamba più corta dell’altra, la colonna vertebrale che non può raddrizzarsi.

Amiamo il vero corpo, fragile e vulnerabile, e non il corpo ideale e tirannico della norma. Amiamo il corpo poetico, perché il linguaggio è solo uno degli organi astratti del corpo vivo. E amiamo il corpo in tutte le sue dimensioni organiche e inorganiche.

Il linguaggio e la tecnologia sono organi collettivi e politicizzati. Come tutti gli altri organi del corpo, ci sono stati rubati. Non sappiamo quasi niente del corpo vivo. Occorre quindi amarlo là dove esso si esprime: nella sua tremula fragilità.

Senza virtù coloniali e patriarcali

Amiamo sia il corpo che nasce sia quello che si avvicina alla morte, questo corpo considerato già obsoleto, inutile, improduttivo, un corpo che ci viene presentato in termini di spesa pubblica, corpo-debito, cifra nelle statistiche su infettati e morti.

Amiamo questo corpo che, pure se sull’orlo della morte, è ancora sensibile a un raggio di luce sulla pelle, a una parola, a un suono. Il corpo vivo in tutte le sue dimensioni è la nostra unica religione. Di conseguenza più un corpo si fa corpo, quando non presenta alcuna delle virtù patriarcali e coloniali – forza, produzione, giovinezza, lusso – più lo amiamo.

E questo anche perché le istituzioni della sanità pubblica, gli ospedali e le case di riposo, le prigioni, le scuole e le aziende sono i nostri primi nemici: perché cercano di ridurre il corpo vivo all’anatomia, all’indicatore di pubblica sanità, alla redditività dei pensionati, alle cifre sulla prevenzione della criminalità, al livello d’istruzione, al profitto.

I governi hanno parlato della guerra al virus, ma in realtà hanno fatto la guerra ai nostri corpi poetici. La nostra pelle è stata strappata, siamo stati privati di qualsiasi contatto o cura, siamo stati separati da amici e amanti, e i corpi preziosi dei nostri cari malati di covid-19 sono stati gettati in una fossa senza nome, privati del rituale che collega la memoria dei morti ai corpi dei vivi. Lo stato farmacopornografico si è comportato come un Creonte neoliberista, che c’impedisce di seppellire i nostri morti perché sarebbero diventati dannosi per una comunità che sogna di essere immunizzata. Noi, i figli bastardi di Antigone, esigiamo cure e celebrazione dei corpi dei nostri amati ammalati di covid, sia vivi sia morti.

Gioiosamente virali

Perché non siamo la comunità immunizzata, siamo la comunità malata. Siamo intossicati e tossici. Il mondo al quale abbiamo appartenuto, questo mondo che non parla d’altro che di sanità pubblica, di prevenzione e d’igiene, non ha fatto altro, dal colonialismo a Hiroshima, passando dall’Olocausto e da Chernobyl, che distruggere il corpo vivo. La religione ha fatto del corpo la prigione dell’anima e il nemico di dio. L’ha fustigato, legato, ha cercato di purificarlo con il tormento e il fuoco. Ha voluto negarlo, dominarlo, sublimarlo. La scienza ha trasformato il corpo in un oggetto anatomico, l’ha sezionato, l’ha diviso in organi e in funzioni, ha voluto conoscerlo e controllarlo.

Lo stato liberista moderno ha fatto del corpo un bene e una merce, una responsabilità e una proprietà privata dell’individuo. L’ha disciplinato, normalizzato, uniformato. Il capitalismo coloniale ha fatto del corpo una forza lavoro, l’ha schiacciato, gli ha preso non solo tutta la sua energia vitale, ma anche tutto il suo potere creativo. Ha voluto catturarlo, comprarlo, venderlo, trarne profitto. Il patriarcato ha trasformato il corpo in forza di riproduzione. L’ha violentato, lo ha ingravidato. Nel neoliberismo questo corpo distrutto, devastato, espropriato, catturato… dal quale è stata estratta ogni forza vitale, è ancora negato. Al suo posto, un avatar edulcorato viene presentato come un’immagine elettronica condivisa. Ma il corpo resiste.

31 Agosto 2020Permalink

20 agosto 2020 – I cattolici democratici e il No al referendum – Giorgio Merlo 

 

 

 

 

Una preziosa segnalazione della agenzia Adista mi ha consentito di raggiungere il documento che trascrivo (link in calce):

 

 I cattolici democratici e il No al referendum    Giorgio Merlo
(Giornalista, dirigente movimento “Rete bianca”)

Dunque, il quesito sul prossimo referendum confermativo inerente il taglio dei parlamentari ruota attorno ad una domanda di fondo: e cioè, la democrazia costa troppo e quindi vanno tagliati i fondi. È il dogma, del resto, che ispira da sempre le forze populiste e demagogiche che hanno vinto le elezioni politiche del marzo 2018. Una cultura e una prassi che attraverso la lotta spietata, cinica e spregiudicata contro l’anti casta e il cosiddetto “sistema” punta a ridurre esplicitamente la stessa rappresentanza democratica con conseguenze incalcolabili per la conservazione e la qualità della nostra democrazia.

Certo, si tratta di forze politiche e di movimenti che storicamente si scagliano contro la casta – del passato – e i suoi rappresentanti e poi ne copiano, notoriamente in peggio, tutti i vizi e le degenerazioni. Perchè fanno del potere e del suo consolidamento la stella polare del comportamento concreto nelle aule parlamentari. Attraverso un uso, altrettanto cinico e spregiudicato, della pratica trasformistica.

Ma, per tornare al quesito referendario e al sussulto di dignità che finalmente si comincia a intravedere qua e là nelle forze politiche non ispirate dal populismo e dalla demagogia anti parlamentare e anti istituzionale, va pur detto che la secca riduzione della rappresentanza parlamentare non può essere affrontata e corretta solo con una adeguata – e seppur necessaria ed indispensabile – legge elettorale.

Meglio, comunque sia, se ispirata al sistema proporzionale. Perchè il disegno politico che caratterizza questa impostazione non può che essere finalizzato ad una riduzione degli spazi democratici, ad una concentrazione del potere e, soprattutto, ad un sistema che azzera la partecipazione a vantaggio di un ritorno del notabilato e della designazione degli eletti dall’alto.

Perché ogni riduzione degli spazi democratici segna, inesorabilmente, una sconfitta della democrazia e dei suoi istituti. E ciò anche perchè quando si introduce nel dibattito politico la concezione che la democrazia rappresentativa è sostanzialmente uno spreco di denaro, che la democrazia “costa” troppo e che il risanamento e la bonifica del sistema politico, democratico e costituzionale passano attraverso esclusivamente una riduzione dei costi, sai da dove parti ma non sai dove puoi approdare concretamente.

Fuor di metafora, se la democrazia è solo un costo ma perchè allora non ridurre all’essenziale e all’estremo tutte le assemblee rappresentative? Dal Parlamento alle Regioni, da ciò che resta delle Province ai Comuni, dalle Unioni Montane a tutti gli organismi democratici e rappresentativi del nostro paese. Tutto sarebbe molto più semplice. Se costa si taglia.

Con tanti saluti alla democrazia, alla sua rappresentanza, ai suoi istituti e al ruolo che la stessa cultura e prassi costituzionale hanno avuto e continuano ad avere nella società italiana. Ma il problema di fondo, al di là dello stesso quesito referendario, è la cultura che ispira tali scelte e che spiega e giustifica questa richiesta di taglio della democrazia. E cioè, il dogma del populismo anti politico, anti parlamentare e vagamente anti istituzionale. Si tratta, cioè, di fare i conti con questa involuzione democratica e costituzionale contemplata e riassunta dal verbo populista. Su questo versante, tocca prevalentemente alle culture riformiste e costituzionali battere un colpo e farsi sentire nel confronto politico sul quesito referendario.

A cominciare dai cattolici democratici, dalla sinistra democratica e dalle forze liberali e conservatrici della destra e del centro destra italiano. E, per fermarsi ai cattolici democratici, popolari e sociali riconducibili al grande patrimonio ideale del cattolicesimo politico italiano, si tratta di una battaglia a cui non si può guardare con indifferenza e mera convenienza momentanea.   Perché la qualità della democrazia, la difesa dei suoi istituti, la centralità del Parlamento, la salvaguardia della sua rappresentanza democratica e liberale non sono tasselli che possono essere oggetto di scambio politico e di governo.

Quando in discussione c’è il profilo e la natura della nostra democrazia, così ci hanno insegnato i nostri “maestri”, non c’è mercanteggiamento che tenga o convenienza qualsiasi che possano giustificare la rinuncia o la rassegnazione a praticare i nostri valori e la nostra cultura di riferimento. Quando è in gioco la democrazia si deve scendere in campo. Democraticamente, civilmente ma si deve battere un colpo. Pena la progressiva ed irreversibile rassegnazione ad una cultura e ad una prassi a noi estranei e del tutto inconciliabili con i nostri valori e i nostri convincimenti ideali, culturali e storici.

Ecco perché attorno al prossimo referendum sul taglio dei parlamentari deve decollare un confronto politico, culturale e istituzionale dove i cattolici democratici non possono e non devono assentarsi per ragioni momentanee e di pura convenienza elettorale o contingente.

https://www.huffingtonpost.it/entry/i-cattolici-democratici-e-il-no-al-referendum_it_5f3114a4c5b6b9cff7f4441d

 

20 Agosto 2020Permalink

16 agosto 2020 – Ismet Mujezinović, il dramma di un autoritratto di   Božidar Stanišić

Presentazione
Božidar Stanišić, oggi cittadino italiano, ci offre l’opportunità di conoscere storia e cultura di un paese che non  c’è più.
Ai migranti che sono approdati nel nostro paese in cerca di pace (Božidar è arrivato con la sua famiglia nel 1992) abbiamo offerto (o forse imposto) la nostra cultura e la sua memoria, ma abbiamo ignorato la memoria che ognuno di loro porta con sé.
In questo blog si può leggere, il 31 luglio la segnalazione in video di un messaggio di pace di te ex combattenti della Bosnia Erzegovina per risalire al 
22 novembre 2014 con un suo ricordo del poeta Crnjanski.
Nel link in calce a questo e ad altri scritti si trovano anche altri indizi che sostengono una, almeno mia, volontà di condivisione delle nostre memorie 

   Autoritratto con medaglia d’onore 

Cinquant’anni fa Ismet Mujezinović (Tuzla, 1907-1984) portava a termine il suo “Autoritratto con medaglia d’onore”. Uno sguardo alla vita e all’opera di uno dei più grandi pittori bosniaci e jugoslavi del Novecento

La Bosnia, giorni lontani… Le riproduzioni di dipinti e disegni di Ismet Mujezinović dedicati alla lotta partigiana erano presenti in tutti i libri di testo per le scuole elementari e superiori. “Con i suoi quadri ha dato un grande contributo alla Rivoluzione, alla Jugoslavia e allo sviluppo del socialismo…”. C’era scritto così oppure sto solo immaginando, dopo tutto quello che è accaduto lì, in quel paese che non c’è più?

Ismet, vita e opere

La monografia “Ismet Mujezinović” (1985), scritta dal professor Ibrahim Krzović, è il primo grande studio dedicato all’opera di Mujezinović in cui sono analizzate tutte le fasi del suo sviluppo artistico, i suoi punti di vista sull’arte, il suo rapporto con la società e con se stesso. E naturalmente, il suo percorso di vita: gli anni liceali, trascorsi nella sua città natale, Tuzla; gli studi all’Accademia di Belle Arti di Zagabria; la prima mostra personale organizzata a Belgrado nel 1930; il breve periodo viennese e un più lungo soggiorno di studio a Parigi; il ritorno in patria nel 1933; il periodo trascorso a Spalato, dove collabora con Meštrović alla realizzazione delle cariatidi destinate al Monumento al milite ignoto sul monte Avala; l’arrivo a Sarajevo dove con un gruppo di artisti fonda Collegium Artisticum ed esegue quadri su commissione per una famiglia di Spalato; il matrimonio con l’insegnante Marija Sisarić; poi la partecipazione alla Lotta popolare di liberazione (NOB), a cui aderisce subito, fin dai primi giorni della resistenza alle forze di occupazione; la perdita di molte sue opere (tra 1000 e 2000); il ritorno a Sarajevo dopo la guerra; la decisione di diventare un artista indipendente e di tornare nella sua natia Tuzla dove, fino all’ultimo respiro, ha lasciato tracce non solo con le sue interpretazioni pittoriche dei temi legati alla guerra, ma anche con il suo impegno per far progredire la cultura, l’arte e l’istruzione. Lo so, questo riassunto su vita e opere di un pittore di cui andrebbero fieri anche i paesi con un patrimonio artistico molto più importante di quello della Bosnia Erzegovina è troppo breve e scarno.

Autoritratto con medaglia d’onore

Ho visto Mujezinović solo una volta. Molto tempo fa, quando facevo il servizio militare a Tuzla, nella primavera del 1979. Un’immagine lontana: un palco montato nella piazza centrale della città, tutto rivestito di rosso e decorato con bandiere; ad un certo punto arrivano vari presidenti: il presidente del municipio, quello del Comitato cittadino della Lega dei comunisti, quello della Lega socialista del popolo lavoratore, quello dell’Organizzazione della gioventù jugoslava, etc. Dopo di loro sul palco salgono i combattenti distintisi nella Lotta popolare di liberazione. Un’immagine lontana, ma chiara: i combattenti stanno dietro i rappresentanti del Partito e delle autorità locali; una quinta scenica composta da volti silenziosi. No, Ismet non ha parlato. Hanno parlato quelli che nessuno ricorda più. (C’è una certa giustizia nella relazione tra storia dell’arte e storia della politica: “gli artisti” della politica vengono facilmente cancellati dalla memoria con la semplice, ma impietosa gomma del tempo.) Ismet è sceso dal palco allo stesso modo in cui vi è salito: senza fretta, smagrito, ripiegato su se stesso, con barba e capelli ormai bianchi.

A quel tempo non conoscevo il suo “Autoritratto con medaglia d’onore”, olio su tela (170×100 cm). L’ho visto per la prima volta in quella monografia, di cui ho scritto una recensione. Su quale giornale? Non mi ricordo più…

Ismet ha realizzato anche alcuni quadri monumentali dedicati alle grandi battaglie della Seconda guerra mondiale: la battaglia della Sutjeska, quella della Neretva e quella per la liberazione di Jajce. Impressionato dall’ostinazione dei suoi commilitoni nel non voler lasciare indietro nessun compagno ferito, Mujezinović nelle sue opere ha affrontato anche questo tema, così come molti altri temi che hanno contrassegnato la sua esperienza di guerra. E lo ha fatto con uno sguardo schietto sulla realtà e sull’altro, uno sguardo influenzato in modo determinante dal suo soggiorno a Parigi e dalla sua amicizia con i pittori che non esitarono ad affrontare temi sociali e a dedicarsi alla ricerca di una propria gamma di colori. Nelle opere di Ismet il pathos e la monumentalità non sono imposti dal socialrealismo, bensì sinceri.

Un capitolo a sé meriterebbe la mano di questo maestro del disegno (il figlio di Ismet, Ismar Mujezinović, anch’egli pittore, nonché compositore e scrittore, racconta che suo padre era in grado di realizzare un disegno in grande formato in una ventina di minuti…).

Ognuno di noi, visitatori occasionali del campo delle arti figurative, tende a scegliere e ricordare meglio certe opere di un artista piuttosto che altre. Tra le opere di Mujezinović ve n’è una che mi colpisce particolarmente, un dipinto intitolato “Meša e Darka”, realizzato in quell’ormai lontano periodo post-bellico in cui Meša Selimović cadde in disgrazia a causa della sua decisione di separarsi dalla sua prima moglie. Di tutte le porte delle case degli “amici” Selimović trovò aperta solo quella dell’appartamento di Marija e Ismet a Sarajevo. Quel dipinto mostra due volti preoccupati, stanchi. Darka ha appoggiato la testa sulla spalla di Meša, lui ha uno sguardo assente, chissà dove sono volati i suoi pensieri. Tuttavia, lo sfondo del dipinto è azzurro, sembra l’azzurro di un mare lontano sfiorato dalla luce del sole. Una luce debole, che si sforza di penetrare attraverso il sipario del cielo, ma pur sempre una luce…

I visitatori del centro storico di Tuzla non possono non imbattersi in due statue di bronzo raffiguranti Meša e Ismet. Quella porta che Ismet aveva aperto ai suoi amici, abbandonati da tutti, è solo uno dei dettagli che ci portano a pensare che il credo di Ismet fosse simile a quello di Auguste Rodin: essere uomo prima ancora di essere artista.

“Autoritratto con medaglia d’onore” è, a mio avviso, l’opera più drammatica di Mujezinović. Non so se nella storia della pittura degli slavi meridionali esista un altro esempio di autoritratto la cui esecuzione si è protratta per così tanto tempo come nel caso di questa opera. Mujezinović iniziò a realizzare questo quadro nel 1966 e l’ultimo colpo di pennello lo diede nel 1970. Furono anni turbolenti nella Jugoslavia del dopoguerra, contrassegnati dai dissidi ai vertici del partito, dalle proteste studentesche, dal dilagare del nazionalismo… Sembra che questi eventi avessero rallentato Mujezinović nell’esecuzione dell’autoritratto, spingendolo a mettere in discussione il passato, il presente e, soprattutto, gli ideali della Rivoluzione. Ma una cosa è certa: Mujezinović era uno di quei sostenitori della Rivoluzione che dopo la guerra non rinunciarono ad ascoltare la propria coscienza e la ragione, per non parlare dell’onestà e dell’umiltà.

Quell’autoritratto mostra Ismet in piedi accanto a una cassetta portacolori aperta, su un tappeto color rosso, lo stesso rosso della bandiera di quel paese per il quale Mujezinović aveva combattuto da partigiano; indossa semplici pantaloni da lavoro, è a petto nudo; la tavolozza in una mano e il pennello nell’altra. Con lo sguardo fisso… verso cosa? Verso l’orizzonte che i partigiani sognavano, ma che, una volta conquistata la libertà, cominciò ad oscurarsi?

In una delle brevi lettere che mi ha recentemente mandato, Samir Sufi, curatore della Galleria internazionale del ritratto di Tuzla, ha spiegato che “questo è uno dei pochi quadri in cui Mujezinović, un disegnatore e pittore straordinario, ha rappresentato in modo suggestivo solo gli occhi; lo sguardo è velato, torbido (ma ciononostante si vede tutto). A causa della sua esperienza passata, non era in grado di vedere chiaramente il futuro che, ora possiamo affermarlo tranquillamente, era incerto […] Durante la guerra Tito e Mujezinović erano commilitoni e grandi amici; Ismet aveva il grado di maggiore e aveva partecipato a tutte le offensive. Alcune persone, presenti in quell’occasione, hanno raccontato che Ismet, dopo un po’ di tempo, aveva scritto una lettera a Tito in cui lo aveva messo in guardia da una nuova recrudescenza del nazionalismo sul territorio dell’ex Jugoslavia…”.

Il bianco del petto nudo di Ismet è in netto contrasto con lo sfondo blu scuro. Sul lato sinistro del petto è appesa una medaglia d’onore; un rivolo di sangue scende lungo il corpo dell’artista ed ex partigiano. Tutte le grandi opere d’arte sono definite dal tempo in cui sono nate. Ed è per questo che Ismet ci appare in questo modo anche oggi, come se volesse dire: “Cos’altro dovrei aggiungere? Non basta che io stia qui davanti a voi, col mio sangue e quello dei miei compagni morti?”. Sì, le grandi opere d’arte hanno una voce, che non è mai patetica.

Mi ricordai di quell’autoritratto di Mujezinović in quell’ormai lontano novembre del 1990 quando i tre popoli costituenti della Bosnia Erzegovina, scegliendo di votare per i partiti nazionalisti alle prime elezioni democratiche, aprirono la prima pagina di una lunga storia di divisioni e discordie. Dei risultati di quella vittoria di Pirro sul socialismo jugoslavo “godiamo” ancora oggi. Ma questa è un’altra storia, una storia lunga, troppo lunga.

Ismet, Tuzla, Bosnia, ex Jugoslavia

Mujezinović era impegnato anche in ambito sociale; altruista, convinto che il bene pubblico sia più importante di qualsiasi interesse privato. L’attuale collezione della Galleria internazionale del ritratto di Tuzla è frutto dell’impegno di Mevludin Ekmečić e Ismet Mujezinović. Su loro iniziativa, nel 1964 molti artisti dell’ex Jugoslavia donarono le loro opere alla Galleria del ritratto jugoslavo, successivamente denominata Galleria internazionale del ritratto. Ancora oggi l’attenzione della Galleria è focalizzata sull’analisi e la presentazione di un importante genere artistico, quello appunto del ritratto. Oggi la Galleria ospita una raccolta di oltre 5000 opere dei più grandi pittori dell’ex Jugoslavia, di cui oltre 2000 opere di Mujezinović, e rappresenta quindi una vera e propria pinacoteca. Mujezinović fu anche uno dei fondatori – secondo molti il più meritevole – dell’Università di Tuzla, istituita nel 1976.

Nel 2013 la Commissione per la salvaguardia dei monumenti nazionali della Bosnia Erzegovina ha classificato come monumenti nazionali due collezioni del patrimonio della Galleria di Tuzla: la collezione “Tito nelle opere degli artisti figurativi jugoslavi” e la collezione “Ismet Mujezinović”.

Oggi la città di Tuzla è l’unica custode e promotrice dell’opera di Mujezinović. Solo a Tuzla si è celebrato il 110° anniversario della nascita dell’artista. Sarajevo, un’altra città amata da Ismet, sembra essere lontana, troppo lontana da Tuzla. Per non parlare di altre città della regione. Tuttavia, l’importante è che la Galleria di Tuzla sia visitata da numerose scolaresche. Il percorso della ricezione dell’arte è lungo. Qui non ci sono scorciatoie. L’arte – come anche la letteratura secondo Kiš – agisce in modo sotterraneo. E riesce, sempre, a raggiungere un certo numero di persone.

Per concludere, una raccomandazione ai viaggiatori europei che decidono di visitare i Balcani (esclusi quelli che pensano che per raggiungere i Balcani debbano lasciare il territorio europeo): visitate la Galleria internazionale del ritratto di Tuzla  . Nella collezione permanente della Galleria sono esposte 35 opere di Mujezinović. (Oltre che a Tuzla, le opere di Mujezinović – disegni, acquerelli, grafiche e dipinti – realizzate nel periodo compreso tra il 1925 e il 1984, sono presenti in numerosi musei, gallerie d’arte ed edifici pubblici in tutta la regione, nonché in alcune collezioni private.) Per visitare la casa di Mujezinović a Tuzla è sufficiente avvisare in anticipo i responsabili della struttura. Se poi il Covid 19 dovesse continuare a rappresentare un ostacolo al vostro desiderio di viaggiare, potete sempre viaggiare in rete: a breve dovrebbe essere disponibile una visita virtuale della Galleria.

https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Ismet-Mujezinovic-il-dramma-di-un-autoritratto-202384

https://www.balcanicaucaso.org/Autori/(author)/Bo%C5%BEidar%20Stani%C5%A1i%C4%87

16 Agosto 2020Permalink

1 agosto 2020 – calendario

.1 agosto 1944 –       Scoppio della rivolta del ghetto di Varsavia contro
…………………………………………………………………..l’occupazione tedesca.
.1 agosto 1990 –       L’Iraq invade il Kuwait
.1 agosto 2014 –       Entra in vigore la Convenzione di Istanbul        [sintesi  nota 1]
.1 agosto 2020-         Aïd el-Kebir      ………                                ………………..[nota 2]
.2 agosto           –       Giornata europea in memoria del genocidio ROM  –   Porrajmos                                                                                                                                      [nota  3]
.2 agosto 1980 –       Strage alla stazione di Bologna
.3 agosto 1940 –       L’Italia invade la Somalia britannica
.4 agosto 1974 –       Bomba sul treno Italicus vicino a Bologna
.5 agosto 1938 –       In Italia viene pubblicato il Manifesto della razza           [testo –  nota 4]
.6 agosto 1945 –       Gli USA sganciano la bomba atomica su Hiroschima
.6 agosto 1978 –       Morte di Paolo VI.
.8 agosto 1945 –       Gli USA sganciano la bomba atomica su Nagasaki
.8 agosto 1956 –       Tragedia nella miniera di Marcinelle
12 agosto 1944 –       Strage nazista a Sant’Anna di Stazzema
13 agosto 1961 –       Inizia costruzione muro di Berlino
14 agosto 1945 –        Resa del Giappone e fine della seconda guerra mondiale
14 agosto 1947 –        India – Dichiarazione di indipendenza
14 agosto  2018 –       Genova. Crollo del ponte Morandi.
15 agosto 1867 –        Regno d’Italia – Legge 15 agosto 1867, n. 3848
…………                  Legge per la liquidazione dell’asse ecclesiastico         [nota 5]
15 agosto 2009 –        Approvazione della legge 15 luglio 2009, n. 94
….”Disposizioni in materia di sicurezza pubblica”
15 agosto 1917 –         Nascita del vescovo Romero
16 agosto 1924 –         Ritrovamento del corpo di Giacomo Matteotti
17 agosto 1893  –        Strage di Aigües Mortes                                                [nota 6]
17 agosto 1945 –         L’Indonesia si proclama indipendente dai Paesi Bassi
18 agosto 1936 –        Assassinio di Federico Garcia Lorca
18 agosto 2015 –        Assassinio di Khaled Asaad – direttore del sito archeologico
di Palmira
19 agosto 1954 –        Morte di Alcide De Gasperi
20 agosto 1960 –        Dichiarazione di indipendenza del Senegal
20 agosto  2019-         Dimissioni governo Conte1
20 agosto 2020  –        Capodanno islamico –  Muharram 1442
21 agosto 1940 –        Assassinio di Lev Trotsky
21 agosto 1964 –        Morte di Palmiro Togliatti
21 agosto 1968 –        L’URSS invade la Cecoslovacchia                       [nota 7]
23 agosto 1923 –        Assassinio di don Minzoni ad Argentea (FE)
23 agosto 1927 –        USA esecuzione di Sacco e Vanzetti
24 agosto 2004 –        Assassinio di Enzo Baldoni in Iraq
24 agosto 2016 –        Colombia. accordo governo-Farc
24 agosto 2016 –        Terremoto in centro Italia
25 agosto 1900 –         Morte di Friedrich Nietzsche
25 agosto 1989 –         Assassinio di Jerry Masslo a Villa Literno (Caserta)            [nota 8]
26 agosto 1769 –        Francia: Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino
26 agosto 1978 –        Elezione di papa Luciani (Giovanni Paolo I)
26 agosto 2018 –         Apertura Sinodo dell’Unione delle Chiese metodiste e valdesi
27 agosto 1999 –        Morte di Helder Camara – Brasile
28 agosto 1963 –        Martin Luther King guida la marcia su Washington per i diritti civili.
29 agosto 1991 –        La mafia uccide l’imprenditore Libero Grassi a Palermo
31 agosto 1994 –         Irlanda – L’IRA dichiara la cessazione di tutte le operazioni militari

NOTE:

[nota 1] Convenzione di Istanbul – contenuti

https://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DOSSIER/0/750635/index.html?part=dossier_dossier1-sezione_sezione2-h2_h22

[nota 2]
https://www.linternaute.com/actualite/societe/1242541-aid-el-kebir-date-message-signification-les-secrets-de-la-fete-du-sacrifice/#date-aid-el-k%C3%A9bir-a%C3%AFd-el-adha-2019

Origine d’Aïd-el-Kébir L’Aïd-el-Kébir (aussi nommée Aïd-el-Adha, Aïd al-Kebir ou encore Eïd el-Adha), qui signifie « la Fête du sacrifice », est l’une des célébrations les plus importantes liées à la foi musulmane. Il s’agit d’une commémoration de la soumission d’Abraham (Ibrâhîm en arabe) à la volonté de Dieu lorsque celui-ci lui demanda de sacrifier son fils Ismaël. Certaines interprétations considèrent qu’il s’agit plutôt d’Isaac, le Coran ne mentionnant pas le nom du fils. Pour en savoir plus, consultez cet article d’Éric Geoffroy.

[nota 3]
Porajmos o Porrajmos (pronuncia italiana: poràimos; in romaní: [pʰoɽai̯ˈmos]; traducibile come “grande divoramento” o “devastazione”) è il termine con cui Rom e Sinti indicano lo sterminio del proprio popolo perpetrato da parte dei nazisti durante la seconda guerra mondiale.

[nota 4] Manifesto della razza:

http://www.ansa.it/canale_lifestyle/notizie/societa_diritti/2018/07/14/il-manifesto-della-razza-ecco-il-testo-per-non-dimenticare-80-anni-dopo_94f44111-b55a-4545-93cd-05c829211a4e.html

[nota 5]

Il termine si trova adoperato nella legge 28 giugno 1866, n. 2987, che all’art. 2 dà facoltà al governo di pubblicare ed eseguire come legge le disposizioni già votate dalla camera elettiva sulle corporazioni religiose e sull’asse ecclesiastico, e questo di Legge sulla soppressione delle corporazioni religiose e sull’asse ecclesiastico è il titolo dato al susseguente decreto legislativo 7 luglio 1866, n. 3036. Legge per la liquidazione dell’asse ecclesiastico s’intitola quella 15 agosto 1867, n. 3848, che costituisce col detto decreto legislativo il caposaldo della legislazione italiana in materia di soppressione di enti ecclesiastici e di norme sul patrimonio ecclesiastico. Giunta liquidatrice dell’asse ecclesiastico di Roma era il nome dell’organo governativo istituito con l’art. 9 della legge 19 giugno 1873, n. 1402.

[nota 6]
17 agosto 1893 dieci operai italiani delle saline vennero uccisi a Aigues-Mortes, in Camargue, perché si era diffusa la falsa notizia che avevano ucciso 4 francesi. L’odio per gli emigrati italiani che “rubavano il lavoro” scatenò il massacro e così un paese intero si scatenò contro gli operai italiani.

[nota 7]
Il 21 agosto del 1968 le truppe del Patto di Varsavia entrarono nella Cecoslovacchia per soffocare la stagione della Primavera di Praga che era iniziata  5 gennaio 1968, quando il riformista slovacco Alexander Dubček salì al potere, proseguendo fino al 20 agosto dello stesso anno, quando un corpo di spedizione dell’Unione Sovietica e degli alleati del Patto di Varsavia (ad eccezione della Romania) invase il paese.

[nota 8]
Riporto il link all’articolo di   Paolo Naso per l’esplicita connessione con il Sinodo della chiesa valdese e metodista aperto il 26 agosto.

Tutto iniziò con Jerry Masslo

 

1 Agosto 2020Permalink

31 luglio 2020 – Hanno occhi per vedere e non vedono, hanno orecchi per udire e non odono (Ez. 12, 2). Per fortuna c’è chi vede e ascolta

Ricevo la segnalazione che trascrivo dall’amico Božidar  Stanišić , insegnante e scrittore,  che nel 1992 fuggì da Maglaj, la sua città il luogo, sfondo del racconto che segue) .
Oggi è cittadino italiano, autore anche dall’articolo che mi ha segnalato.     [fonte 1]
Non è la prima storia, fattami conoscere da Božidar e non solo: fa parte di storie che si infilano nella mia posta per canali oscurati, ignorati dai media più diffusi.
Io le pubblico nel mio blog per far memoria di un filo che almeno per me e qualche altro lettore non vuole spezzarsi e pretendere di essere, e di poter essere anche in futuro, testimonianza della  storia che si sviluppa sotto i nostri occhi e non vogliamo vedere        [fonte 3]                                                 

Bosnia Erzegovina: tre ex soldati, un messaggio di pace

Il documentario “Maglaj – guerra e pace” parla di tre ex soldati di Maglaj – un serbo, un croato e un bosgnacco – che nella guerra del 1992-95 avevano combattuto l’uno contro l’altro, e oggi di nuovo vivono nella stessa città e lavorano insieme per costruire un futuro migliore

30/07/2020 –  Božidar Stanišić

Alla fine di maggio di quest’anno ho ricevuto un invito, a dire il vero inaspettato, dal Centro per la costruzione della pace “Karuna”  di Sarajevo per partecipare alla proiezione di un film documentario intitolato “Maglaj – rat i mir  ” [Maglaj – guerra e pace]. Una proiezione online naturalmente, cioè “a distanza”, a causa del coronavirus. Non sapevo che il film fosse stato realizzato già nel 2018, ma non è mai troppo tardi per le buone notizie. E un’altra buona notizia è che in Bosnia Erzegovina questo documentario già da qualche tempo è qualcosa di più di una semplice testimonianza della guerra combattuta tra il 1992 e il 1995 in un paese che ancora oggi è lontano dal raggiungere una riconciliazione e dall’elaborare un progetto concreto per il futuro.

Tre ex comandanti, un unico messaggio

“Mi chiamo Marko Zelić, sono un ex membro del Consiglio di difesa croato”.

“Mi chiamo Rizo Salkić, mi chiamano Italiano. Sono un ex membro dell’Armija della Bosnia Erzegovina”.

“Mi chiamo Boro Jevtić, sono un ex membro dell’Esercito della Republika Srpska”.

Maglaj Guerra e Pace
Regia e sceneggiatura: Alen Ćosić, Will Richard, Asmir Muratović
Direttore della fotografia: Asmir Muratović
Scenografie: Alen Ćosić
Costumi: Alen Ćosić
Tecnico del suono: Asmir Muratović
Montaggio: Asmir Muratović
Produzione: OSCE Mission in BiH

Vai al tralier del docufilm                                                 [fonte 2]

Prima della guerra Marko, Rizo e Boro erano amici, lavoravano nella stessa fabbrica. Nella nostra guerra fratricida divennero nemici. Poi una volta finita la guerra, tornarono ad essere amici. E con questo documentario, il cui titolo allude al titolo dell’immortale romanzo di Tolstoj, mandano un chiaro messaggio a tutti i cittadini della Bosnia Erzegovina (compresi quelli della diaspora) che il futuro del loro paese passa attraverso la costruzione della convivenza e della pace. Prima di loro nessun partecipante diretto alle guerre in ex Jugoslavia ha mai compiuto un gesto simile.

Il film “Maglaj – guerra e pace” lancia un messaggio e un monito anche all’intera regione, soprattutto alle giovani generazioni, sull’assurdità dei disastri provocati dalle guerre e distruzioni, ma anche sull’importanza della convivenza e del dialogo.

Finora non abbiamo mai visto né generali né politici né presidenti delle ex repubbliche jugoslave fare una cosa simile (se si esclude il breve periodo all’inizio del XXI secolo in cui al potere erano due politici inclini al dialogo: Ivo Josipović e Boris Tadić), e ora in un documentario apparentemente modesto possiamo ascoltare un dialogo tra tre ex soldati, tre protagonisti di uno stesso microcosmo bellico. E il microcosmo di Maglaj era maledettamente interessante. Prima i serbi avevano combattuto contro i croati e i bosgnacchi, poi i croati avevano combattuto contro i bosgnacchi, e infine i croati e i serbi si erano schierati contro i bosgnacchi. Tutto questo su un fazzoletto di terra. La città di Maglaj subì un assedio da parte delle forze serbe e croate che si protrasse per nove mesi, durante i quali veniva costantemente bombardata.

La scintilla ispiratrice del film

Alen Ćosić, regista e sceneggiatore del film “Maglaj – guerra e pace” spiega come è nato e come è stato accolto questo documentario.

“Il film Maglaj – rat i mir è stato realizzato su iniziativa della missione Osce in Bosnia Erzegovina  , dove lavoro come program officer. Ho conosciuto i tre protagonisti del film quando lavoravo come traduttore dall’inglese per le forze dell’Ifor (battaglione danese) che tra il 1995 e il 2004 erano impegnate nell’implementazione dalla parte militare degli Accordi di Dayton sul territorio di Maglaj, Doboj e Žepče. L’idea del film è nata durante le attività messe in atto dall’Ufficio temporaneo della missione Osce a Maglaj, aperto a seguito delle alluvioni che colpirono Maglaj nel maggio 2014, e durante la collaborazione con i tre comandanti alla realizzazione di alcuni progetti della missione Osce volti alla costruzione della riconciliazione e della convivenza sul territorio dei comuni di Maglaj, Doboj e Žepče. Con Boro Jevtić, presidente del municipio di Bočinja, collaboriamo ormai da qualche anno per favorire il rientro dei serbi a Maglaj; con Marko Jevtić abbiamo collaborato all’epoca in cui era presidente del consiglio comunale di Maglaj per combattere la discriminazione nelle scuole nei comuni di Maglaj e Žepče, e Rizo Salkić l’ho conosciuto quando lavorava come ufficiale di collegamento responsabile delle operazioni di sminamento umanitario avviate dopo la guerra.

Durante i nostri incontri e momenti di socializzazione spontanei molto spesso abbiamo parlato della guerra sul territorio di Maglaj, delle azioni belliche e delle sofferenze patite da tutte e tre le parti [coinvolte nel conflitto]. Ci siamo spesso recati sulle [ex] linee del fronte e abbiamo parlato delle operazioni militari viste dalla loro prospettiva. Ho pensato: se loro tre – che avevano ricoperto posizioni di alto livello nei rispettivi eserciti, guidando grandi brigate e combattendo l’uno contro l’altro durante i quattro anni di guerra da queste parti – sono in grado di parlare così apertamente, allora sarebbe ottimo riprendere tutto con una videocamera per trasmetterlo agli altri. L’ho proposto ai dirigenti dell’Osce e mi hanno dato il via libera per realizzare questo progetto.

Le prime proiezioni del film a Maglaj e Doboj, organizzate dalla missione Osce in Bosnia Erzegovina, sono state, a mio avviso, gli eventi più partecipati del periodo post-bellico e rappresentano uno dei rari esempi di dialogo sulle vicende belliche vista da tale prospettiva. Le sale cinematografiche a Maglaj e Doboj (Maglaj si trova nel territorio della Federazione BiH e Doboj nell’altra entità del paese, la Republika Srpska) erano stracolme di gente. Successivamente abbiamo organizzato proiezioni del film, seguite da discussioni a cui hanno partecipato i tre protagonisti, anche in altre città della Bosnia Erzegovina, e anche il Centro per la costruzione della pace Karuna usa questo documentario nelle sue attività volte alla costruzione della pace. Il film è stato presentato al Sarajevo Film Festival dello scorso anno. Dopo la presentazione del film ai diplomatici di stanza a Sarajevo e dopo la partecipazione [dei tre protagonisti del film] a una trasmissione sull’emittente televisiva N1, la storia del film e dei suoi protagonisti è stata riportata da Reuters e dal New York Times. Eravamo intenzionati a continuare a promuovere il film e l’idea che sta alla sua base, a presentarlo in tutta la regione, ma anche nei paesi in cui vive una consistente comunità bosniaco-erzegovese. Tuttavia, dopo lo scoppio dell’epidemia di coronavirus, abbiamo temporaneamente sospeso le nostre attività…”.

Le parole dei protagonisti di Guerra e pace

“Noi sappiamo che quella guerra era puro interesse e che in quella guerra la gente comune era una vittima collaterale. Quando è iniziata quella maledetta guerra nessuno di noi pensava che sarebbe potuta durare così a lungo. Pensavamo che sarebbe stata più breve e meno intensa, che non avrebbe portato via così tante vite, che non avrebbe comportato tanta violenza. Quel che è accaduto è accaduto. Molte persone, soprattutto giovani, non sono consapevoli delle conseguenze della guerra. Ne siamo usciti distrutti. Abbiamo perso le nostre famiglie. Molti se ne sono andati dalla Bosnia, e continuano ad andarsene a causa della situazione creatasi [dopo la guerra]. La guerra è guerra. Al massimo il 5-10% della popolazione voleva quella guerra. Gli altri non hanno avuto alcuna voce in capitolo e sono stati semplicemente spinti alla guerra…”. (Rizo Salkić)

“Forse può sembrare un po’ strano sentire una storia in cui tre combattenti induriti dalla guerra e dalle vicende belliche oggi parlano di pace e portano con loro un messaggio di riconciliazione, in tutta la Bosnia Erzegovina, e nella regione. Ognuno di noi deve sentire quella pace nel cuore e nell’anima. Quindi non si tratta di una pace artificiale, così come non è artificiale nemmeno l’amicizia tra noi tre che proveniamo dalla stessa città. È vero che abbiamo combattuto l’uno contro l’altro. Durante la guerra io e Rizo abbiamo combattuto contro Boro. Poi le circostanze sono cambiate e Boro e io abbiamo combattuto contro Rizo, e poi di nuovo io e Boro abbiamo combattuto contro Rizo, e già questa frase rispecchia l’assurdità della guerra…”. (Marko Zelić)

“La guerra è una grande ingiustizia, un’assurdità, una cosa inutile. La gente pensava: entriamo in guerra, spariamo un po’, poi torniamo a casa. Ma quando le persone hanno cominciato a morire, quando abbiamo cominciato a perdere i nostri cari… È la più grande tragedia! Non dobbiamo permettere che accada di nuovo. Noi tre insieme, non è una messinscena. È qualcosa che viene dall’anima. Lo abbiamo fatto perché ne abbiamo sentito il bisogno. Non ci aspettavamo che [il film] avrebbe attirato così tanta attenzione. L’idea era quella di fare qualcosa per la nostra città. Cercare di smuovere la situazione dal punto morto e dire che la guerra non deve accadere mai più. Se dovessimo dare retta ai politici accadrà di nuovo, ma non dobbiamo permetterlo…”. (Boro Jevtić)

Dopo tutto

Tutti noi, rimasti lì o sparsi per il mondo, ormai da anni riceviamo notizie che parlano soprattutto dell’acuirsi delle divisioni su base etnica e religiosa; dell’allontanamento culturale e linguistico; di vari guerrafondai, vecchi e nuovi, e profittatori di guerra, ma anche di quelli che sfruttano ampiamente una “transizione” infinita; della revisione della storia e della glorificazione di quelli che hanno perso la Seconda guerra mondiale; di “eroi” che in realtà sono criminali di guerra; dei media facilmente corruttibili; di nazionalismo e sciovinismo come le principali (e per molti vantaggiose) tendenze politiche e sociali.

In questo contesto, il film “Maglaj, rat i mir” appare come una viva testimonianza del fatto che in Bosnia Erzegovina, e nell’intera regione, la Ragione e il Bene non sono del tutto scomparsi, sono stati relegati in secondo piano, quindi marginalizzati. Mentre guardavo questo documentario mi chiedevo se in qualche modo fosse possibile proiettarlo in tutte le scuole in Bosnia Erzegovina, nella regione e, perché no, in Europa.

Ma forse sto solo fantasticando?

Per concludere cito le parole di Amra Pandžo, direttrice del centro Karuna che, rincuorata dalle reazioni positive del pubblico presente alle proiezioni del film, ha affermato: “In Bosnia Erzegovina, a quanto pare, esistono due mondi paralleli: uno è quello che vediamo sui media, e l’altro è quello abitato da persone comuni, che passano il tempo nei loro soggiorni, sui loro divani, mangiando grah o pasulj [due termini, croato e serbo, che indicano fagioli]. La prima Bosnia Erzegovina vive nelle assurde e accese polemiche tra le élite politiche decadenti della regione, mentre la seconda chiama con Viber un vecchio compagno di scuola che vive nell’altra entità, o in un altro paese, e parla con lui come non riesce a fare con nessun altro. Dal momento che cerco sempre di sottolineare la coesione che esiste tra i cittadini e le cittadine della Bosnia Erzegovina, e che può essere ulteriormente sviluppata, spesso mi criticano, dicendomi che ‘la realtà è un’altra’. Non so chi vive nella realtà e non pretendo di conoscere alcuna verità superiore, ma mi accompagnano le incredibili storie di cittadini e cittadine bosniaco-erzegovesi che fanno del loro meglio per evitare che gli anni Novanta si ripetano. Forse non hanno una coscienza politica abbastanza sviluppata da poter dare il proprio voto ai politici meno inclini a provocare conflitti; sono sicuramente schiacciati dalla povertà e non sono capaci di percepire il mondo in una prospettiva di lungo termine, né tanto meno sono in grado di separare le loro ansie e paure dalle decisioni che prendono. Tuttavia, nelle piccole città della Bosnia Erzegovina vivono persone calorose che fanno sì che uno straniero, dopo aver ascoltato le loro storie sincere, vi chieda: ‘Com’è possibile che qui ci sia stata una guerra?’”.

NOTE   

[fonte 1]  https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Bosnia-Erzegovina-tre-ex-soldati-un-messaggio-di-pace-203606

Il 23 maggio 2014 Božidar  Stanišić mi aveva segnalato un articolo di Paolo Rumiz, che ricordava una terribile alluvione che aveva interessato la stessa città, pubblicato nel mio blog
http://diariealtro.it/?p=3078

[fonte 2]            https://www.youtube.com/watch?v=OdHSWIHjxZw

[fonte 3]
L’11 marzo avevo trascritto alcune storie di donne, precedentemente pubblicate da Ho Un Sogno,  fra cui quella di sua moglie SK, che era fuggita con lui e il figlio M. che allora aveva nove anni

8 marzo 2011 – Donne sotto traccia 1

31 Luglio 2020Permalink

29 luglio 2020 – Il Sindaco di Udine risponde alla mia lettera del 23 luglio e conferma la sua adesione all’omelia dell’Arcivescovo del 12 luglio

Il 23 luglio avevo scritto una lettera aperta al Sindaco di Udine  associando la sua immagine a quella dell’Arcivescovo benedicente con un errore di attribuzione nel tempo.                                 (Fonte 1)
Infatti avevo associato dichiarazioni di quest’anno del sindaco stesso  alle immagini che mi erano pervenute e che invece si riferivano ad avvenimenti del 2018.
Fortunatamente è il Sindaco stesso, con una cortese risposta,  a sistemare le questioni correggendo la dimensione temporale e confermando comunque la sua adesione al pensiero dell’arcivescovo come  espresso nell’omelia.
Trascrivo di seguito il testo della lettera del Sindaco,  evidenzio in grassetto il testo che non abbisogna di commenti e oltre al link che riporta al testo dell’omelia dell’Arcivescovo , ne trascrivo in calce  anche il testo, evidenziando il passo che ci interessa
               (Fonte  2)

Lunedì 27 luglio

Gentile signora De Piero,

mi sembra doveroso iniziare con due precisazioni: la prima è che quest’anno non ho fatto alcun saluto dal sagrato del Duomo a causa delle misure di contenimento dell’epidemia da coronavirus; la seconda è che, in più di dieci anni da parlamentare, non ho mai inteso l’Aula come un bivacco di manipoli né mai mi sono riconosciuto in formule o idee mussoliniane.

Detto questo, e andando al merito della questione, Le ricordo che il senso stesso della democrazia, nel quale Lei stessa di riconosce, sta nel fatti che chi vince lo fa sulla base di un preciso programma e sulla base di questo poi governa, pur nei limiti dei pesi e contrappesi garantiti dall’ordinamento.

È quindi proprio nella mia veste di Sindaco che ho voluto sottolineare il fatto che la posizione di questa Amministrazione sul tema è in linea con quella espressa dall’Arcivescovo di Udine nell’omelia. E l’ho fatto non contestando il diritto del Parlamento di legiferare ma entrando “politicamente” nel merito di una legge che ritengo pericolosa perché tesa a negare un intero sistema di valori, quello che fa riferimento alla religione cristiana, e il diritto di chi vi si riconosce di rivendicare tale appartenenza.

Cordiali saluti.
Pietro Fontanini
Sindaco di Udine

NOTE:

(Fonte 1)   http://diariealtro.it/?p=7361

(Fonte 2)  http://arcivescovo.diocesiudine.it/wd-interventi-vesc/omelia-in-occasione-della-s-messa-nella-solennita-dei-santi-patroni-ermacora-e-fortunato-12-luglio-2020/

OMELIA IN OCCASIONE DELLA S. MESSA NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI PATRONI ERMACORA E FORTUNATO (12 LUGLIO 2020)

Cari Fratelli e Sorelle,
tutta l’Arcidiocesi e, in particolare, la città di Udine celebrano la festa dei Santi Patroni, Ermacora e Fortunato.

Il titolo di “Patroni” indica che essi sono coloro che ci difendono e che intercedono per noi. Quest’anno, segnato dall’emergenza epidemiologica creata dal corona virus, abbiamo un motivo particolare per rivolgere a loro una comune preghiera.

La prima preghiera è di ringraziamento perché, pur attraversando momenti difficili, il Friuli e la città di Udine sono stati abbastanza salvaguardati dal contagio. Per mesi, ogni sera abbiamo invocato la nostra potente Patrona, la Beata Vergine delle Grazie, davanti alla sua icona miracolosa e, assieme a lei, ci siamo rivolti anche ai Santi Patroni. In questa Santa Messa rendiamo grazie alla Provvidenza di Dio e all’intercessione di Maria e di Ermacora e Fortunato.

Rinnoviamo, anche, una fiduciosa supplica perché continuino ad esserci “Patroni” anche per il prossimo futuro che non è privo di incertezza e di preoccupazione. Con questa intenzione concluderemo la celebrazione con la tradizionale benedizione sulla città con le reliquie dei Patroni.

 

Oltre al Covid-19, desidero dedicare un po’ di attenzione ad altri virus, non meno subdoli e pericolosi, che ci vengono inoculati. Essi non minano la salute fisica, ma quella delle menti e delle coscienze delle persone.

Ermacora e Fortunato si sono confrontati con questi virus di natura morale e spirituale e, illuminati dalla fede cristiana, li hanno rifiutati, pagando il prezzo del martirio.

Perché i nostri Patroni sono stati condannati a morte? Non avevano commesso alcun crimine; anzi, predicavano una dottrina basata sull’amore e contribuivano, in modo esemplare, al bene della città di Aquileia. L’unico reato di cui furono accusati fu quello di rivendicare la libertà di pensiero e la libertà di coscienza. L’imperatore romano imponeva, con leggi ingiuste, una schiavitù alle menti e alle coscienze costringendo tutti a rendere culto alla sua persona e alla sua statua, come se fosse un essere divino. Ermacora e Fortunato, assieme a tanti altri cristiani dei primi secoli, decisero di restare uomini liberi; liberi di credere che Gesù e non l’imperatore era Figlio di Dio davanti al quale inginocchiarsi ed era il Maestro dal quale imparare come vivere e come morire.

Per usare un’espressione cara sia a Papa Benedetto XVI che a Papa Francesco, essi si opposero alla “dittatura del pensiero unico” in nome della loro dignità di persone umane che hanno l’intangibile diritto di professare la propria fede e di avere la libertà di pensiero. Si opposero in modo benevolo e inerme, senza alcuna violenza né fisica, né verbale; come testimoniano i racconti delle loro “Passioni”. Eppure l’esito fu il martirio.

Mi sono soffermato sulla testimonianza dei nostri Patroni perché è assolutamente attuale. Il tentativo di imporre la dittatura del pensiero unico è un virus che ancora serpeggia nella nostra società. Esso si insinua subdolamente anche nella legislazione degli Stati. Un esempio è la Proposta di legge “in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere” allo studio del Parlamento italiano.

Apparentemente i firmatari sono mossi da nobili intenti di salvaguardare il rispetto di ogni persona, qualunque sia il suo orientamento sessuale. Di fatto, molti studiosi di diritto hanno dimostrato che questo rispetto è già garantito delle leggi in vigore. Questa Proposta di legge, invece, mira a condizionare, sotto pena di reato, la libertà di pensiero e di espressione sul tema dell’identità sessuale della persona. Leggendola, essa suscita un non infondato timore che potrebbe diventare passibile di denuncia chi esprime alcune verità affermate dalla Rivelazione cristiana; come, ad esempio, che Dio creò l’uomo “maschio e femmina” e che consegnò loro la grande vocazione di generare figli nati dal grembo della propria mamma con il concorso fisico e affettivo del papà, uniti tra loro da un amore fedele per sempre. Non mi dilungo in altri preoccupanti esempi che si possono leggere in analisi di esperti. 

Forse nuovi imperatori, con mezzi più raffinati di quelli antichi, cercano di soffocare la libertà di pensiero e di coscienza? Hanno di mira specialmente la dottrina cristiana perché, come in passato, è la più scomoda?

Non è difficile notare analogie con la situazione in cui si trovarono a vivere i Santi Ermacora e Fortunato che pagarono col martirio la libertà di coscienza ricevuta da Gesù Cristo nel battesimo.

Preghiamoli in questa Santa Messa perché proteggano, in particolare, le famiglie che, per prime, sono prese di mira da questi virus tossici. Preghiamoli per la nostra Udine perché in essa si respirino i grandi valori cristiani trasmessi dall’esempio e dal sangue dei suoi Santi Patroni.

29 Luglio 2020Permalink

25 luglio 2020 – La creatività di Alida

Una amica mi aveva detto che desiderava incontrassi una persona, a suo parere molto interessante, per scrivere qualcosa su di lei.
Una richiesta insolita: né giornalista , né scrittrice, non sapevo cosa avrei potuto scrivere, ma comunque l’ incontro mi incuriosiva .

Con le poche notizie che mi aveva trasmesso avevo costruito l’immagine di donna che, dopo una vita di lavoro nell’ambito della cura alla persona e in un centro estetico, si fosse finalmente messa a dipingere come aveva sempre desiderato.

Dopo vari spostamenti di date (Coronavirus!) ci siamo incontrate a casa mia. Non è stata una intervista: non ne ho mai fatte, è stata una piacevolissima conversazione tra amiche.

Ho scoperto una donna eccezionale che nella sua vita ha fatto anche l’estetista, con quella autentica professionalità che le ha consentito, anche in quel lavoro, di tirar fuori il suo senso del bello e dell’armonia e poi è riuscita a realizzare completamente in un fuoco di artificio di attività.

Ma non si deve pensare ad una artista persa in un mondo di sogni. Infatti già quando lavorava decise di prendersi quel diploma , che le era sfuggito da ragazza . Iscritta alla scuola serale di un Istituto professionale ha preso a 66 anni con grandi sacrifici un diploma in Servizi Socio Sanitari. Mi diceva che mentre alcuni insegnanti la sostenevano in questo impegno, certamente gravoso (soprattutto per certe materie lontane dal suo carattere come il  Diritto) altri la invitavano a lasciar perdere, pensando forse che ad una certa età quel tipo di studio fosse inutile. Anche loro probabilmente subivano lo stereotipo della donna che suggerisce una tranquilla casalinga, soprattutto se avanti con gli anni. Come insegnante in pensione mi vergogno molto per questi miei colleghi che evidentemente non capiscono l’importanza della cultura, dell’apprendimento permanente per mantenere la testa in funzione, la voglia di vivere e di realizzare i  propri sogni.

Ma la Nostra non ha certo il carattere di lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà e ha continuato imperterrita nella sua strada. Più volte nel corso della conversazione ha ribadito l’importanza della resilienza, termine venuto di moda al tempo del Coronavirus , ma fondamentale sempre nella vita per poterla affrontare senza soccombere.
Anzi Lei è riuscita a realizzare per tre anni nella sua scuola un progetto educativo, secondo me  fantastico, di integrazione.
Poiché soprattutto nelle scuole serali, le provenienze appartengono a tante parti del mondo con bagagli di esperienze e culture completamente diverse, ha pensato di sollecitare gli allievi delle varie classi a presentare, letture, poesie e quant’altro per rappresentare uno spaccato della realtà da cui provenivano. Dopo varie incertezze iniziali è riuscito uno spettacolo molto coinvolgente, chiaramente alla presenza di tutti gli insegnanti.

Ricorda ancora alcuni versi di una poesia africana:
Bimbo mio non ho nulla da darti , solo il mio amore…..

Chissà se l’esperienza è stata ripetuta dopo che Alida si è diplomata?!

Ma certamente il diploma ad Alida non bastava così ha pensato di iscriversi a corsi dell’Università. Non a tutto il corso di laurea in quanto la cifra è considerevole, ma a singoli corsi.
Non sarebbe una bella pensata istituire corsi a costo ridotto dopo i 65 anni?
Chiaramente una cosa è frequentare libere organizzazioni che veicolano con successo attività culturali … altro frequentare regolari corsi universitari che aprono a una laurea finale.

Questa per lei è l’esperienza più bella: ha già superato ben sei esami alcuni anche con 30 e lode. Per esempio in quello di Sociologia del turismo come elaborato ha presentato una intervista al regista Fabio Pappalettere.

Fin qui potrebbe essere una bella storia di una persona che finalmente riesce a realizzare il suo amore per lo studio e si impegna con costanza e dedizione. Ma…..

Ma…. il più bello deve arrivare.

Già da ragazza aveva frequentato per tre anni la Scuola d’Arte e poi seguito vari corsi . Così ha cominciato a dipingere sciarpe e foulard di seta. Facile immaginare che li venderà nel negozio di qualche sua amica o in casa col passaparola… NO!

Tramite l’ Unione Artigiani ha avuto contatti con Ufashon, una importante  agenzia, che si occupa di moda. Le sue sciarpe e i suoi foulard sono piaciuti tanto da inserirli a Parigi in una serie di foto della rivista dell’organizzazione.
E’ un mondo dove stilisti, fotografi e quant’altri del giro dell’alta moda possono garantirsi uno spazio nei punti di esposizioni e vendite presenti in gallerie e musei prestigiosi.
E fin lì arrivano sciarpe e foulard della nostra coraggiosa Alida.

E non basta ancora una Agenzia di viaggi francese sceglie  le sue produzioni artistiche come omaggio ai clienti importanti che hanno come meta l’Italia.

Le sciarpe sono in effetti bellissime con soggetto spesso floreale e nuances di colori solari e caldi.

Si possono ammirare anche Udine. Purtroppo la vetrina che le propone è solo all’interno di un Hotel.

Ma la Nostra non dipinge solo foulard ……infatti poi mi fa vedere sul telefonino una breve galleria di alcune sue produzioni pittoriche realizzate su vari materiali e con varie tecniche.

Mi colpiscono molte Natività, accolte anche nella rassegna tematica in Vaticano “100 Presepi nel mondo”,  e in occasioni natalizie a Villa Manin, Moggio …

Ricordo una icona in oro e smalto e un altro volto di donna/madonna in un fantasmagorico gioco di colori quasi come un mosaico a grandi tessere.

Molto importante è stata la sua conoscenza con l’artista Ottaviani … Un incontro casuale le consente l’inizio di importante sodalizio culturale, che ancora una volta le apre porte importanti: le Carrousel du Louvre a Parigi, collettive a Venezia e in Brasile. Poi a Spoleto, nella Mostra permanente del Maestro Ottaviani, c’è un quadro della Nostra.
Ha esposto in mostre collettive e personali ricevuto vari riconoscimenti  e critiche favorevoli , certo citarli tutti è impossibile…sono veramente tante e tanti…

Le foto dei suoi quadri compaiono su Exibart, una testata giornalistica considerata marchio storico dell’arte contemporanea.

Ma la sua creatività non si è fermata alla pittura, una altra grande passione è il teatro, avrebbe sognato di fare anche la scenografa….
Così anni fa ha scritto a quattro mani una commedia ambientata in un Istituto di bellezza e ha riunito un cast di attori e improvvisandosi regista e attrice e scenografa ha portato questo lavoro teatrale in tutto il Friuli.

Attualmente insieme al pubblicista e critico d’arte Vito Sutto ha iniziato ad introdurre nelle mostre di quadri anche drammatizzazioni di poesie e brani letterari, coniugando così arte, letteratura, teatro… in un tutto unico con la sua creatività e sensibilità.

Certo una persona del genere tutta presa da queste  mille attività , non può avere tempo per altro. Sbagliato!!! Ha marito e due figli, che attualmente vivono a Parigi. Tutta la famiglia l’ha sempre sorretta e incoraggiata e non potrebbe essere diversamente. Anche il marito di recente ha esposto una serie di lavori a china fatti nel corso degli anni e anche i figli si danno da fare tanto che Alida spera presto di fare una collettiva con i suoi familiari.

Quando ci salutiamo mi svela un’altra delle sue passioni la Psicologia, ma di questo si parlerà un’altra volta.

Ma chi è questa donna fantastica ??? ALIDA LIBERALE.
Penso che di lei sentiremo ancora parlare in occasioni culturali o iniziative sociali.

Giuliana

25 Luglio 2020Permalink