3 ottobre 2014 – La salute dei migranti fra strumentalizzazione e attenzione competente

Dal sito della Società Italiana di Medicina delle migrazioni

Settembre 2014. Tubercolosi e immigrazione. Inutile e pericoloso allarmismo. “Non c’è assolutamente una epidemia di Tbc” e “l’allarmismo non aiuta. È giusto creare l’attenzione sui problemi ma non banalizziamo e cerchiamo di dedicare al tema la giusta attenzione, mettendo in atto una serie di risposte concrete”. È quanto afferma, in una intervista al Sir, Giovanni Baglio, coordinatore scientifico della SIMM (Società Italiana di Medicina delle Migrazioni) e medico epidemiologo dell’Inmp (Istituto nazionale salute, migrazione e povertà), a proposito della polemica in Italia a seguito di un post lanciato sul blog di Beppe Grillo e il relativo hashtag in rete “tbcnograzie” sul rischio Tbc tra i poliziotti che vengono in contatto con i migranti. “Questo degli immigrati che portano le malattie è un vecchio cliché che periodicamente viene riproposto. In realtà è un cliché che non trova conferma dalle statistiche – precisa Baglio rispondendo alle domande di Patrizia Caiffa -. Il  problema della Tbc è assai complesso, quindi è necessario evitare le banalizzazioni e non scatenare gli allarmismi”. Secondo i dati del ministero della Salute forniti dall’esperto c’è stato un aumento assoluto del numero dei casi di Tbc tra i migranti: erano 1.600 nel 2003, sono saliti a 2.000 nel 2009. “Ma se poi questi dati si mettono in rapporto con l’aumento della popolazione straniera in Italia, il tasso di incidenza diminuisce drasticamente: era di 100 su 100.000 abitanti nel 2003, si è addirittura dimezzato nel 2009, con 50 su 100.000. Questo vuol dire che non c’è assolutamente una epidemia di Tbc”. “La Tbc è una tipica malattia che colpisce le classi più povere – spiega Baglio -. È chiaro che il rischio tra gli stranieri, che vivono in situazioni di più elevata marginalità e degrado, è 5/6 volte maggiore rispetto a quello degli italiani. Ricordiamo che le persone possono avere anche solo l’infezione senza la malattia. L’infezione si può curare tranquillamente, e anche la Tbc è curabilissima con un anno-quindici mesi di terapia. Non siamo di fronte a scenari di peste boccaccesca”. Il problema, a suo avviso, si affronta, “con una risposta non allarmistica ma fondata sulle buone pratiche: prevenzione individuale, tutela dei lavoratori impegnati nelle attività più rischiose, per evitare il contagio e gestirlo al meglio, attraverso sorveglianza e screening periodici. Serve uno sforzo costante per la prevenzione e l’accesso ai servizi sanitari da parte della popolazione straniera”. “Abbiamo tutti gli strumenti a disposizione – conclude – usiamoli. L’allarmismo non aiuta. È giusto creare l’attenzione sui problemi ma non banalizziamo e cerchiamo di dedicare al tema la giusta attenzione, mettendo in atto una serie di risposte concrete”.

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Ottobre 2014.

A Brescia un corso SIMM su “Immigrazione e Malattie Infettive”. La maggior parte di chi giunge in Italia è fondamentalmente in buona salute. Si osserva, infatti, il cosiddetto “effetto migrante sano”, una forma di autoselezione all’origine secondo cui decide e può emigrare solo chi è in buone condizioni di salute. Una volta nel nostro Paese, però, gli immigrati vedono progressivamente il loro stato di salute impoverirsi, poiché esposti a molti fattori di rischio legati a condizioni di vita a volte precarie. Molti sono i fattori che condizionano il profilo di salute dei migranti. Prima dell’arrivo nel Paese ospite, questi comprendono l’esposizione a eventuali fattori di rischio (ambientali, microbiologici, culturali, ecc) e l’accesso a servizi sanitari preventivi e curativi nel Paese di origine e/o d’immigrazione intermedia. A questi si aggiungono le conseguenze delle difficoltà fisiche e psicologiche affrontante durante il percorso migratorio. Dopo l’arrivo nel paese ospite, diventano invece rilevanti le condizioni di vita (economiche, ambientali, ecc) e l’accesso ai servizi socio-sanitari. Diversi studi hanno dimostrato come condizioni di vita caratterizzate da marginalità e degrado e uno scarso accesso ai servizi clinici e di prevenzione possono favorire l’insorgenza e lo sviluppo di patologie. Quest’aspetto è particolarmente rilevante per le malattie infettive, patologie che si diffondono più facilmente in condizioni di scarsa igiene e sovraffollamento. L’assistenza sanitaria al cittadino straniero in Italia è regolata da alcune norme nazionali e condizionata da politiche locali. Le buone norme, tuttavia, non bastano a garantire l’accesso ai servizi e alle prestazioni sanitarie. In tutto questo diventa basilare e di primaria importanza la formazione degli operatori sanitari, per un’efficace presa in carico dei migranti. Inoltre, per favorire l’integrazione, diventa sempre più imprescindibile l’informazione-mediazione verso gli stranieri e la comunicazione verso la società ospitante.

Ottobre 3, 2014Permalink

29 agosto 2014 – Ragionando su un documento confuso

Hypotheses non fingo

Ieri ho pubblicato un documento dell’Asgi (con tutti i link che oggi mi risparmio) e l’ho definito ‘confuso’ perché in calce al testo datato 26 agosto riporta suoi importanti documenti del 2009 senza contestualizzare il periodo di latenza durante il quale mai, a mia conoscenza, ne ha fatto menzione.
Scrivo per esperienza personale ma non così privata dato che sono andata a un convegno importante a Sasso Marconi, ho partecipato ad aggiornamenti promossi dall’ASGI, sempre sui problema dei minori e, quando segnalavo il problema della registrazione degli atti di nascita all’anagrafe ai solerti rappresentanti dell’illustre associazione mai ne è stato fatto riferimento.
Perché?
A 299 anni dalla saggia prudenza scientifica di Newton tengo le mie ipotesi per me e mi limito a considerare ciò che conosco del periodo di ASGI-latenza salvo una piccola contestualizzazione: nel 2009 regnava il presidente Berlusconi (e il trono del cav era sostenuto dalla Lega Nord).
Oggi invece…basta così, se non per ricordare come la cultura dell’inciviltà, abilmente diffusa, sia diventata dilagante senso comune.
Nonostante questo l’ASGI ha riesumato i suoi documenti.
Vedremo se ne farà uso oltre quanto ha scritto sulle squadrette di calcio negate ai figli dei sans papier (si veda mio blog dell’8 maggio) e sugli ostacoli rilevati nelle linee di indirizzo del Miur a proposito dell’iscrizione dei figli dei sans papier alla scuola dell’obbligo (si veda il mio blog del 16 maggio).

Correva l’anno 2009
e la legge, nota come pacchetto sicurezza (aggiungo io: sicurezza del pregiudizio là custodito e promosso attraverso norme assicurate se non da un rissoso consenso diffuso, almeno da un pacioso silenzio), non aveva ancora meritato l’approvazione con voto di fiducia. Sarebbe accaduto nel mese di luglio.
Fu allora che mi avvicinai al GrIS regionale, strumento operativo locale di quella ‘rete di reti’ che è la Società di Medicina delle Migrazioni, quando sostenne una campagna che riuscì a coinvolgere anche l’Ordine dei medici (ricordo il coraggioso pubblico comunicato dell’allora presidente dell’Ordine del FVG).
La campagna, condotta con competenza e determinazione, riuscì a far  rimuovere dalla proposta di legge l’articolo che avrebbe imposto ai medici la violazione del segreto sanitario se avessero curato o comunque soccorso un sans papier.
Quella fu una campagna vincente.
Al corrente degli ostacoli che sarebbero stati frapposti alla registrazione degli atti di stato civile scrissi al sindaco di Udine, nell’illusione che i sindaci si sentissero onorati dall’assicurare l’esistenza giuridica a chi nasce sul loro territorio. Non mi rispose e un assessore, da me contattato, negò il problema.
La lettera g del comma 22 dell’art. 1 del pacchetto sicurezza passò.
Nel 2011 la Corte Costituzionale (sentenza 245 – si veda tra l’altro il mio scritto del 26 giugno 2014) ristabilì la legalità per ciò che concerne i matrimoni (per due anni negati ai sans papier) ma nulla fece per i nuovi nati, la cui estromissione dal consorzio civile era ormai ratificata nell’indifferenza della complicità diffusa.
La proposta di legge 740 – che fa seguito a quella precedentemente presentata dall’on Orlando (si vedano i miei blog del 15 marzo 2011 e del 17 giugno 2013) – potrebbe porre rimedio a questa ferita di civiltà (che anche l’ONU ci chiede di rimuovere  si veda tra l’altro il mio blog dell’11 agosto) ma, se non ci sarà una spinta da parte della società cd civile, penso non ne sarà fatto nulla.

Voltare la testa. Una storia di interventi beffati
Mi limito ai titoli e poco più. Le date (se non c’è altra indicazione) si riferiscono alla pubblicazione nel blog
15 marzo 2011 e 21 dicembre 2012. Due articoli pubblicati dal mensile Il Gallo, di Genova.
Neppure quella storica pubblicazione riuscì a scuotere  la tetra totale indifferenza del mondo cattolico.
20 luglio 2010 Restando alle chiese cristiane devo registrare lo stesso atteggiamento nel mondo protestante, sebbene sia comparso anche di recente un nuovo articolo sul mensile Confronti.
Il mensile locale Ho un sogno (pure citato il 20 luglio 2010, reperibile presso la libreria CLUF di via Gemona 22 – Udine)  ha seguito costantemente la questione e ne ho sempre pubblicato gli articoli nel blog.
21 dicembre 2013 Neonati “clandestini” invisibili per lo Stato, articolo di Tommaso Canetta e Pietro Pruneddu sul quotidiano Linkiesta
9 giugno 2014 – Bambini “clandestini” e diritti negati  articolo di Paolo Citran nella rivista Insegnare del Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti.
11 giugno 2914Il XIII Congresso della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni scrive tra l’altro nelle raccomandazioni conclusive: «Il minore non è soltanto “oggetto di tutela e assistenza”, ma anche e soprattutto “soggetto di diritto”, e quindi titolare di diritti in prima persona […]  E prosegue con le raccomandazioni:  approvare una legge che garantisca il diritto alla registrazione anagrafica per tutti i figli indipendentemente dalla situazione giuridico–amministrativa dei genitori, senza la necessità di esibire documenti inerenti al soggiorno, in modo da evitare che ci siano “nati invisibili” con conseguenze aberranti di ordine sociale e sanitario»
22 giugno 2014 Una nota del MoVI (Notizie dal MoVI n 23-2014)e un articolo di Elia Beacco con le interviste a Frigerio e a me che si possono raggiungere dai link che trascrivo

http://www.moviduepuntozero.it/bambini-proibiti/

http://www.moviduepuntozero.it/bambini-invisibili/

6 maggio 2014 – Una misera petizione
Lo scorso mese di novembre ho scritto su change.org una petizioni e per l’on. Boldrini chiedendole di impegnarsi per la promozione della pdl 740.
Le avevo già scritto appena presentata la proposta e in entrambi i casi mi ha dato riscontro, facilitando anche – nell’ambito delle sue competenze- l’attribuzione della proposta alla commissione Affari Costituzionali, un luogo evidentemente di lunga giacenza (la proposta sta in quel contenitore dal 21 giugno 2013).
La petizione  – in dieci mesi – ha ottenuto 531 firme e, per assicurare un illuminante confronto quantitativo, segnalo che una petizione per impedire la caccia all’orso nei boschi del trentino ha ottenuto in pochi giorni più di 65.000 firme.
Per l’opinione pubblica italiana i bambini non sono una specie protetta e ai loro diritti si può applicare a rovescio l’art. 3 della Costituzione dove gli ostacoli da rimuovere diventino nei loro confronti (non nei confronti degli orsi, per carità!) segnali per la discriminazione.

Infine le donne

Ho più volte citato i rapporti della Convention on the Rights of the Child dove, in particolare nei rapporti 5 e 6 (2012 e 2013) si ricorda che «Il timore di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità (art. 7 CRC), nonché dell’art. 9 CRC contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori».
Dovrebbe essere considerato quindi non solo il danno al neonato, cui viene negata un’esistenza giuridicamente riconosciuta, alla vita familiare (di cui tanto si starnazza) ma anche alla salute della donna che partorisce di nascosto.
Da parte delle associazioni femminili – che ormai hanno evidentemente acquisito un concetto esclusivo di solidarietà nazionale e poco più– il silenzio è totale.
Non esistevano le ‘pari opportunità’?

Agosto 29, 2014Permalink

11 giugno 2014 – Chiamarmi fuori? [Quarta puntata]

Il desiderio di non occuparmi più della questione relativa alla mancata registrazione anagrafica è sempre più forte ma accade che si manifestano piccoli segnali alla cui lettura non riesco a sottrarmi.
E questa volta il segnale non è così piccolo.

Il XIII Congresso della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni.

Nelle raccomandazioni conclusive – che neritano di essere integralmente lette – ha detto a proposito della registrazione anagrafica qualche cosa di estremamente chiaro, valido e pertinente, ricordando anche i 25 anni trascorsi dalla firma della Convenzione di New York..

Ricopio alcuni passi:
«Il minore non è soltanto “oggetto di tutela e assistenza”, ma anche e soprattutto “soggetto di diritto”, e quindi titolare di diritti in prima persona […] In questo quadro, si riconosce l’importanza del riconoscimento della cittadinanza, come diritto ad avere diritti e punto di partenza per ogni possibile percorso di inserimento sociale»

E prosegue con le raccomandazioni: 

->  «Accelerare l’iter di riforma della legge sulla cittadinanza per garantire ai minori nati o cresciuti in Italia una piena inclusione e contemporaneamente portare avanti un nuovo concetto di cittadinanza per un’Italia più inclusiva e meno discriminatoria;

->  approvare una legge che garantisca il diritto alla registrazione anagrafica per tutti i figli indipendentemente dalla situazione giuridico–‐amministrativa dei genitori, senza la necessità di esibire documenti inerenti al soggiorno, in modo da evitare che ci siano “nati invisibili” con conseguenze aberranti di ordine sociale e sanitario»

E buffo ma trovo consolante la chiara distinzione fra cittadinanza e registrazione anagrafica, e la correttezza della loro connessione, trattandosi di concetti il cui significato sfugge – a mia più volte verificata conoscenza –  anche a politici e amministratori che di ciò si occupano o dovrebbero occuparsene.

Segnalo ancora che per la prima volta a mia conoscenza un documento che proviene da un’organizzazione della società civile indica con chiarezza l’elemento politicamente fondante della questione: approvare una legge che garantisca il diritto alla registrazione anagrafica per tutti i figli indipendentemente dalla situazione giuridico–amministrativa dei genitori

Spero che la Simm abbia un ascolto migliore di quello che non ho ottenuto io.

La documentazione specifica a questo punto si infittisce.
Per ora segnalo le più recenti puntate precedenti:
6 maggio 2014 –http://diariealtro.it/?p=3051;
8 maggio 2014 –http://diariealtro.it/?p=3056
16 maggio 2014http://diariealtro.it/?p=3070

A queste aggiungo  documenti pubblicati il 25 maggio http://diariealtro.it/?p=3081,
il 7 giugno   http://diariealtro.it/?p=3090  e il 9 giugno  CIDI   http://diariealtro.it/?p=3100

 

Giugno 11, 2014Permalink

25 maggio 2014 – Lettera all’on. Kyenge

 

Ho inviato questa lettera aperta alla destinataria e la pubblicherò su facebook.
Servirà a qualche cosa?
Vista la mia esperienza temo di no ma non mi sento di lasciar perdere.

Gentile on. Cécile Kyenge,

Le scrivo a elezioni concluse per spiegarle le ragioni per cui ho dato il mio voto solo a lei, ragioni che non ho scritto prima perché non volevo entrare nel bailamme della propaganda elettorale secondo me malissimo giocata negli argomenti e nei modi.
Per essere comprensibile devo inserire le storie che mi hanno condotto alla scelta che ho dichiarato.

Prima storia
Delusa dall’atteggiamento del Pd su molte questioni e in particolare su un problema di cui dirò più avanti (le poche persone che so essere state capaci di una propria ragionata consapevolezza non hanno riscattato l’atteggiamento omissivo del Pd in quanto tale) avevo pensato a un voto per Tsipras, attratta dalla presenza di due persone che vorrei vedere nel Parlamento europeo, l’una – Barbara Spinelli – per la sua eccezionale competenza nella istituzione europee e nei Trattati firmati nel corso degli anni, l’altro – Adriano Prosperi – come storico di cui ho grande stima e soprattutto lo ritengo persona cui avrei affidato la mia speranza di poter leggere, nei fondamenti dell’agire del Parlamento Europeo, la consapevolezza delle  speranze di pace che, nell’immediato secondo dopoguerra – e se pensiamo al Manifesto di Ventotene – anche durante, avevano acceso l’idea dell’unità del vecchio continente.
Quella unità era sperata in un fondamento politico nato dalla lettura consapevole e responsabile di una storia drammatica e porterebbe fino al significato di scelte politiche quotidiane che non vogliano (e dalle proposte che ho sentito mi sembra invece lo vogliano) affidarsi all’occasionalità, eventualmente sostenuta da brandelli di ideologie più o meno metabolizzate.
Adriano Prosperi è candidato nella mia circoscrizione e mi sarebbe piaciuto votarlo affiancandolo a una candidata locale di cui ho stima.
E invece è arrivato lo schiaffo: Spinelli e Prosperi hanno dichiarato che, se eletti, si ritireranno per dar posto ad altri.
Vogliono ridursi a specchietti per le allodole? Non sono affari miei, non sono un’allodola.
E così, caduta la speranza Tsipras, sono tornata alla mia originaria ipotesi di scheda bianca.
Poi le cose sono cambiate.
Ma, per spigargliene la ragione devo passare alla

Seconda storia

Cinque anni fa l’allora ministro Maroni (era in carica il quarto governo di un tale già cav., già on. già molte altre cose) impose il voto di fiducia sulla legge che prese il numero 94/2009 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica). Ora la Corte Costituzionale la sta facendo a pezzi ma non si è occupata dell’aspetto che mi sta a cuore e su cui cerco di documentarmi: la lettera g) del comma 22 dell’art. 1 che impone la presentazione del permesso di soggiorno ai non comunitari che vogliano assicurare ai figli un certificato di nascita, come la legge di ratifica della Convenzione  di New York impone invece per ogni bambino (legge 176/1991).
La Corte non se ne è occupata perché nessuno ne ha messo in moto il meccanismo nelle forme dovute ma tanto non servirebbe se fosse discussa e approvata una semplice modifica già formulata in proposta di legge n.740, affidata alla commissione Affari Costituzionali e di cui non sembrano occuparsi più nemmeno i 104 proponenti.

Ora dobbiamo collegarci alla storia europea.
Ho scritto sopra di storia drammatica. Appunto
Il nazismo voleva che certe persone, interi popoli fossero Untermenschen, sotto uomini e dovessero scomparire dopo che tutta la loro capacità lavorativa, i loro corpi stessi fossero stati messi a disposizione del grande reich.
La burocrazia tedesca creò le condizioni perché i lager potessero esistere e prosperare e sappiamo cosa furono.
Non vennero calati dal cielo compiuti e prefabbricati nella soluzione finale: crebbero un po’ alla volta, nel diffuso consenso popolare.
Il fascismo rivendicò orgogliosamente la stessa dottrina e il popolo italiano aderì.
Si faccia predisporre, on. Kyenge,  una rassegna stampa dei giornali italiani del 1938.
Cominci dal discorso a Trieste di Mussolini (cav. pure lui e pure lui capo dell’allora governo). Era il 1938, se non erro il mese di ottobre … ma non le sarà difficile trovare la registrazione di quell’infame discorso. Lo ascolti.
E nessuno o quasi (e molto dovremmo ragionare su quel ‘quasi’) protestò, anzi ..
Legga (io l’ho fatto) gli articoletti dei giornali locali di allora con cui direttori didattici, preside, insegnanti  plaudono ufficialmente alla scomparsa dei loro colleghi e dei loro studenti cacciati da scuola perché ebrei.
Oggi il popolo italiano subisce una legge che caccia neonati dal consorzio civile negando loro il certificato di nascita e tutti – o quasi – stanno buoni e zitti. Tacciono anche i parlamentari e io non mi sento rappresentata da chi digerisce tranquillo un’infamia del genere. E’ una norma che mi offende per il fatto di essere stata scritta e votata a prescindere dai danni che può provocare.
Certo i neonati che la legge vuole fantasmi sono probabilmente pochi ma, fermo restando che il diritto ad esistere non si pesa né a quintali né a chili, ci sono.
Ce lo dice un complesso di 80 associazioni che fanno parte del Gruppo Convention on the Rights of the Child (che ha il compito di monitorare la Convenzione di New York):
«Il timore, quindi, di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità (art. 7 CRC), nonché dell’art. 9 CRC contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori».

«Pur non esistendo dati certi sull’entità del fenomeno, le ultime stime evidenziano la presenza di 544 mila migranti privi di permesso di soggiorno. Questo può far supporre che vi sia un numero significativo di gestanti in situazione irregolare»..

Ho parlato con  parecchi rappresentati del Pd (e salvo un consenso di alcuni a titolo personale e la predisposizione della negletta proposta di legge 740) ho capito che l’estraneità del problema per il Pd (e anche per Tsipras) è totale.
Ci si intestardisce ad affermare che la cittadinanza jus soli quando sarà sanerà tutto e a trasformare quel pur condivisibile obiettivo in un alibi per tacere sulla realtà che – solo in parte – le ho esposto.
Nel consenso diffuso (condito di finta inconsapevolezza intenzionalmente giustificante) abbiamo cominciato a creare i sotto bambini come il nazismo aveva creato i sotto uomini.

E allora perché le ho dato il mio voto?

Quando la settimana scorsa ci siamo incontrate a Udine in piazza San Giacomo io, a seguito del suo discorso per molti aspetti condivisibile ma non accettabile nell’omissione, sono intervenuta  e so che poi è stata avvicinata da due esponenti del Pd che hanno capito il problema.
Così il giorno successivo ho avuto la convincente sorpresa.
Sul più diffuso quotidiano locale ho letto, a seguito della proposta dei tre punti forti del suo programma in caso di elezione, «Giovani, donne, lavoro e integrazione», una precisazione che trascrivo: «La registrazione all’anagrafe italiana  per tutti i nuovi nati sul territorio in modo che a scuola non ci siano distinzioni, perché quella è la prima pietra di integrazione»
Aveva ascoltato, aveva capito, aveva superato l’omissione.
Io non so, on Kyenge, se sarà eletta al Parlamento Europe (spero di sì e che anche a Bruxelles resti capace di ascoltare, capire, rafforzare la sua determinazione e, se il caso, correggersi).
Lei è comunque parlamentare italiana. Quindi le faccio, con attenzione alla responsabilità che le spetta in entrambi i ruoli, quello che riveste e quello che forse rivestirà

due modeste proposte

Il 23 aprile nel corso della trasmissione di radio 3 (RAI – Tutta la città ne parla ore 10) un avvocato componente dell’Associazione Studi Giuridici Immigrazione  dichiarò (trascrivo dalla trasmissione ascoltabile in podcast):
«c’è un problema relativo a una questione  molto più grave.  Cioè la possibilità da parte di due persone che senza permesso di soggiorno, ma anche senza un documento di identità (la donna che è priva di un passaporto) di poter riconoscere il proprio figlio. Nel senso che sicuramente la normativa nazionale e internazionale le  riconosce questo diritto. Però questo diritto è stato posto in discussione più volte».
E ancora:
«  non è raro – purtroppo non è raro – il fatto che al momento del parto venga negata alla persona, alla donna che ha partorito in ospedale, la possibilità di riconoscere il figlio senza documento di identità, per cui una serie di strutture mediche trovano escamotage tipo per esempio la richiesta di testimoni che possano testimoniare che quella donna ha partorito quel figlio o anche altri stratagemmi assolutamente stravaganti»
Quindi i nostri sotto bambini non resterebbero, se ciò che ha detto l’avvocato dell’ASGI è vero, privi solo di certificato di nascita ma sarebbe negato persino il diritto naturale della madre che precede ogni burocrazia.
La mia proposta? Inviti il ministro della salute a verificare il fondamento di questa negazione della maternità  che a me sembra un crimine.

E ancora l’ASGI afferma (e sostiene tale affermazione con una lettera al MIUR del suo stesso presidente):
«Nelle indicazioni operative contenute nel testo del Ministero si trovano le indicazioni dirette alle segreterie scolastiche di richiedere ai genitori degli alunni stranieri, ai fini dell’iscrizione dei figli, l’allegazione alla domanda di copia del proprio permesso di soggiorno.»
Come nel caso precedente le chiedo di promuovere una verifica di questa procedura che paradossalmente contraddice addirittura la legge 94 che ho citato.

Cordiali saluti e auguri di buon lavoro ovunque si troverà ad operare.

Augusta De Piero  –  Udine

Maggio 25, 2014Permalink

31 marzo 2014 – Suore Usa e salute sessuale a carico del sistema sanitario

Ho trovato la notizia che ricopio su La Stampa.  L’avevo letta su Adista Notizia n. 12 ma da lì non era trasferibile. Così l’ho cercata e la inserisco pro memoria.

La Ncan, che sostiene di rappresentare circa 2mila religiose, ha annunciato il suo appoggio all’”Affordable Care Act”, che prevede l’obbligo per le istituzioni di garantire procedure di contraccezione                             Marco Tosatti

È in pieno svolgimento la battaglia legale che oppone numerose istituzioni cattoliche degli Stati Uniti all’amministrazione Obama, in tema di aborto e contraccezione. E ancora una volta un gruppo particolarmente agguerrito di religiose statunitensi non manca di schierarsi contro la posizione adottata dalla Chiesa del Paese. La “National Coalition of American Nuns” (Ncan) che sostiene di rappresentare circa duemila religiose americane ha annunciato il suo appoggio all’”Affordable Care Act”, un provvedimento che fra l’altro prevede l’obbligo per le diverse istituzioni, anche religiose, di garantire  procedure di contraccezione, sterilizzazione e distribuzione di medicinali abortivi.

Nei prossimi giorni la Corte suprema dovrà decidere se ha ragione il governo, o due organizzazioni, la “Hobby Lobby” e la “Conestoga”, rispettivamente mennonita e cristiano-evangelica, che si oppongono a questa imposizione motivandola su base religiosa. La battaglia legale in questo senso è condivisa e alimentata da molti vescovi e diocesi cattoliche. Parecchie organizzazioni non-profit cattoliche hanno fatto ricorso a vari livelli di giudizio (fra di esse le Piccole Sorelle dei Poveri) e sicuramente anche i loro ricorsi giungeranno nel corso del tempo alla Suprema Corte.

Le religiose della National Coalition hanno pubblicato una lettera aperta. “La Ncan – scrivono – è costernata perché le Piccole Sorelle dei Poveri, l’Università di Notre Dame e altre organizzazioni cattoliche stanno battendosi contro l’Affordable Care Act. Queste organizzazioni, spronate dalla Conferenza episcopale statunitense stanno cercando di prendere in ostaggio tutte le donne rifiutando di garantire loro i contraccettivi”.

È opportuno ricordare che la Chiesa, dal tempo di Paolo VI, con la sua enciclica “Humanae Vitae”, accetta solo i metodi naturali per regolare la fecondità, escludendo quelli meccanici o chimici. Donna Quinn, leader della Ncan ha protestato contro la posizione assunta dalla Chiesa americana. “Ora abbiamo anche altre confessioni Cristiane che vedono quello che stanno facendo i vescovi cattolici e dicono: facciamo anche noi così. Non c’è libertà quando una donna può essere presa in ostaggio dal padrone di un’impresa”. Donna Quinn è una suora di Chicago che partecipa alle manifestazioni con una felpa bianca che ha la scritta “Suore pro-Choice”, ha accompagnato donne ad abortire ed è stata molto critica con l’investigazione sulle religiose Usa iniziata nel 2012. Durante il Sinodo dei Vescovi sulla “Vita Religiosa” del 1994 la Ncan partecipò a una sorta di “Contro Sinodo” al femminile.

Queste suore hanno trovato l’appoggio di Debra Haffner, una sessuologa e pastora della Chiesa unitaria universalista, presidente e fondatrice di un ente il “Religious Institute” specializzato nei rapporti fra fede e sessualità. Haffner ha lanciato una campagna sui social media per sostenere l’iniziativa della National Coalition.

Nel frattempo è ancora in corso la visita apostolica avviata dalla Congregazione per i Religiosi e la Vita consacrata, per  studiare la situazione degli istituti religiosi femminili degli Stati Uniti, che nel corso degli anni hanno creato non pochi problemi di dottrina e di disciplina. Il segretario della Congregazione, l’arcivescovo José Rodrigio Carballo, una delle prime nomine di papa Francesco, ha dichiarato recentemente che la visita apostolica terminerà prima dell’inizio dell’Anno dedicato alla Vita consacrata e che avrà inizio nell’ottobre 2014, senza sovrapporsi al Sinodo sulla Famiglia.

 

 

Marzo 31, 2014Permalink

7 febbraio – Mutilazioni Genitali Femminili

Ieri era la giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili.
Non ho fatto in  tempo a trascrivere questo mio articolo comparso sul numero di gennaio di Ho un sogno.   Provvedo oggi.

CONTRO LE DONNE. LE MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI NEL NOSTRO PAESE

Avevamo concluso il pezzo dello scorso numero su Le donne migranti e il diritto alla salute – un’intervista a Claudia Gandolfi, medico e operatrice del GrIS del FVG (Gruppo Immigrazione e Salute della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni) – con un  richiamo alle mutilazioni genitali femminili, un problema terribile per chi le subisce e una questione che è doveroso affrontare. Le donne mutilate sono ormai presenti sul nostro territorio e non basta riconoscere la mutilazione come reato per impedire nuovi casi. Ancora una volta ci viene in aiuto Claudia Gandolfi, mettendoci a disposizione una sua ricerca sul tema.

Violazione dell’integrità fisica, psichica e morale delle donne, le mutilazioni genitali sono interventi distruttivi e intesi al controllo della sessualità delle giovani, che possono avere entità differenti:  dall’asportazione del prepuzio del clitoride o del clitoride stesso con rimozione parziale o totale delle piccole labbra, all’infibulazione o circoncisione faraonica, cioè l’asportazione di parte o della totalità dei genitali esterni e sutura o restringimento del canale vaginale.

Naturalmente le conseguenze sulla salute delle donne sono molto gravi e si manifestano sia nei rapporti sessuali e nel parto, sia con l’insorgenza di vere e proprie patologie. Occorre considerare non solo le possibili emorragie legate all’intervento o lo shock, ma anche le infezioni che ne conseguono: setticemia o tetano, infiammazioni pelviche o del tratto urinario, epatiti, HIV, ostruzione del flusso mestruale e delle urine, fistole urinarie e fecali. È necessario tener presente, ancora, che la mutilazione non solo viene praticata senza anestesia ma in condizioni igieniche precarie e con strumenti rudimentali (coltelli, forbici, rasoi o pezzi di vetro e in alcuni contesti anche pietre affilate). A eseguire l’intervento sono in genere donne anziane autorevoli nella comunità ed “esperte” nella pratica, ma anche ostetriche tradizionali o barbieri del villaggio.

In generale le mutilazioni genitali femminili vengono collocate tra le tradizioni che segnano il passaggio dall’infanzia all’età adulta, un rito attraverso il quale si diventa “donna”. Appartengono a culture tribali antiche e profonde e non vi sono evidenze scientifiche di una correlazione tra religione e diffusione della pratica: sono diffuse sia fra i cristiani (protestanti, cattolici e copti), che fra i musulmani, gli ebrei, gli animisti e gli atei in Africa, Medio Oriente, Asia. L’Organizzazione mondiale della sanità stima che nel mondo siano 100-140 milioni le donne mutilate e che le bambine sottoposte a tali pratiche raggiungano, ogni anno, circa i 2 milioni.

Le bambine, appunto. Un periodo cruciale per il rischio che si intervenga su di loro – anche se residenti in Europa – è il periodo delle vacanze estive quando, affidate alle nonne, rischiano di essere mutilate a garanzia di un loro apprezzamento e di una “sicura” vita matrimoniale. Sebbene molti stati si oppongano alla mutilazione (che pur viene praticata) con leggi che la condannano e campagne di informazione affidate a esponenti delle comunità di villaggio (soggetti importantissimi per l’autorevolezza loro riconosciuta), il rischio resta. E non è indifferente nemmeno per le bambine e le adolescenti  che vivono in Europa e in Italia.

È fondamentale quindi che anche da noi i medici (in particolare i ginecologi, per le attività di cura, e i pediatri, per la dovuta prevenzione) conoscano il problema e se ne facciano carico nell’ambito delle rispettive competenze.  In Italia è stata approvata la  legge n. 7 del 9 gennaio 2006 “Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile”, che prevede una pena dai quattro ai dodici anni di reclusione per chiunque pratichi mutilazioni genitali su una bambina o una donna, sia che l’operazione avvenga in Italia, sia che venga praticata nel paese d’origine e poi rilevata al rientro nel nostro paese. E la pena è estesa non solo a chi esegue l’operazione ma anche a genitori o parenti che l’abbiano richiesta.

Sarebbe opportuno garantire una giusta informazione anche nelle scuole frequentate dalle piccole a rischio, in modo da raggiungere il più possibile i genitori, suscitando la loro attenzione di fronte alle conseguenze penali che ne possono derivare, ma soprattutto per indurli al superamento del pregiudizio.
In Friuli il GrIS svolge un importante lavoro d’informazione e prevenzione delle mutilazioni genitali femminili e si segnala anche il contributo delle mediatrici  di comunità, che possono istituire un rapporto privilegiato con le donne mutilate e fornire testimonianze utili per la crescita della consapevolezza intorno al problema in tutti gli ambienti interessati

Febbraio 7, 2014Permalink

16 gennaio 2014 – Ricevo da Giancarla Codrignani

Pubblico volentieri questo scritto di Giancarla Codrignani, che altre volte ho citato, che ritengo possa aprire la strada un dialogo informato e razionale.
Non conoscevo Marea – termine che ho ritrovato nella data dell’articolo – e ne ho recuperato il link.
http://www.women.it/cms/

ABORTION IS (NOT) A RIGHT                             Marea, n.1 – gennaio 2014

Giancarla Codrignani

Sarebbe una gran bella cosa se riuscissimo a realizzare un coordinamento europeo di donne per i diritti di genere.

Ci aveva provato in Francia Choisir, che un paio di anni fa aveva promosso una campagna per l’estensione a tutta l’Unione delle migliori leggi dei diversi paesi su determinati temi. Anche Snoq aveva portato avanti l’idea di leggi comuni “di genere”, prontamente contestata – come già in Francia Choisir – perché le donne non sono “una specie protetta”. Peccato che la realtà sorpassi sempre l’immaginazione.

Almeno da quando perfino in Italia lo scandalo della clandestinità degli aborti ha prodotto una legge “per la maternità libera e responsabile” convalidata da due terzi del paese chiamato a referendum abrogativo, le donne europee si sentivano abbastanza al sicuro. Ovvero, noi italiane ci tenevamo la questione dell’obiezione di coscienza e anche alle altre non mancavano problemi che abbiamo sempre sbagliato a ritenere “piccoli”; ma a tutte bastava l’accesso legale all’aborto. Anzi,  ormai molte – come me – si erano messe a pensare a nuove questioni antropologiche: se la RU486, la pillola del giorno dopo e quella abortiva privatizzeranno la decisione abortiva, di fatto, si autorizzerà la disponibilità del nostro corpo a rapporti irresponsabili e senza consenso?

Invece la doccia fredda sia del governo Rajoy in Spagna di cancellare, in nome della difesa della vita, le norme Zapatero del 1985, sia del voto europeo che ha bocciato (anche per l’astensione di alcuni europarlamentari PD, mentre francesi e tedeschi hanno accusato un fuorviante errore di traduzione per giustificarsi) la relazione della portoghese Edite Estela sul diritti riproduttivi, tra cui “l’aborto sicuro e legale”,  da estendere all’intera UE.

Se diamo uno sguardo in giro, facciamo bene a non sentirci sicure e a prevenire altri guai. Infatti il panorama non è entusiasmante, a riprova del fatto che, sul piano dei diritti, la prima linea difensiva la facciamo noi. Prescindiamo dagli Usa, dove le donne non si sono mai riprese dal colpo mortale di non essere riuscite (mancò il voto di due stati) ad emendare in forma paritaria la Costituzione; tuttavia è assai grave che negli ultimi tre anni più della metà degli stati abbia modificato le disposizioni sull’interruzione di gravidanza e tra poco la stessa Corte Suprema si dovrà pronunciare in materia. Guardando all’Europa, sembrerebbe  che la Francia sia al sicuro con la legge Veil del 1975. Non è così : il 2 febbraio ci sarà “la Manif”, a Versailles contro la “morte prenatale dei bambini”, contro la cultura di genere, contro l’omosessualità e per la tutela della famiglia. La reazione ha usato furbescamente il termine Choisir, antica sigla femminista di Gisèle Halimi, per il proprio “choisir la vie”. Dice in un’intervista Cécile Edel del gruppo promotore: “affinché le donne possano veramente essere libere, è urgente riconoscere il dolore delle donne che hanno abortito, denunciare la sordida realtà dell’aborto, accompagnare le donne e informarle sulle alternative possibili”. Abbiamo già sentito queste parole e le risentiremo: Il Movimento per la vita si è mosso ovunque e ha ha raccolto due milioni di firme per portare all’attenzione del Parlamento europeo lo statuto dell’embrione come persona, “uno di noi”.

In Germania l’aborto è illegale perché vietato dalla Costituzione (ovviamente, dopo le leggi hitleriane sulla selezione), anche se la Corte costituzionale ha riconosciuto la non punibilità per quasi tutto: il pericolo di vita della donna, lo stupro, le malformazioni fetali e le condizioni economiche. Lo stesso in Austria, solo che il 9 febbraio gli austriaci sono chiamati ad una votazione popolare dalla campagna “il finanziamento dell’aborto è una questione privata”. Con la stessa motivazione che intacca la solidarietà sociale delle norme, anche in Svizzera si andrà ad un referendum (ahimè collegato ad altri due sull’immigrazione). In Belgio la questione si è complicata lo scorso anno perché la solita manifestazione “anti” era esasperata dalla proposta di estendere l’eutanasia ai bambini. In Inghilterra, dove si recano le donne di tutti i paesi che hanno leggi di divieto, si è verificato un paio di casi di medici che hanno accettato accordi con donne per aborti selettivi: di femmine…. Soddisfatti sembrano solo i portoghesi che sperano nell’emigrazione delle spagnole se Rajoy procederà ad annullare le leggi socialiste.

Si evidenzia, dunque, la potenziale efficacia di una solidarietà transnazionale anche se è ancora da inventare. Perfino in Polonia le femministe hanno diffuso un cartello My Choice con l’indicazione  dei voli scontati – 70 euro – per la Gran Bretagna.

Speriamo di farcela. Noi vecchia guardia ci siamo, credo, tutte. Dice bene – e colorito – Diana Lopez Varela che l’ha scritto al presidente Rajoy: mi cogno es mìo y yo decido lo que entra y lo que sale de el. La vecchia autodeterminazione.

In Italia dobbiamo tenere presenti due dati di realtà da cui partire: l’obiezione di coscienza e i dubbi sul numero degli aborti dati dal ministero della sanità. Sul primo punto ci si è battuti per il riconoscimento dell’odc. al servizio militare obbligatorio perché riguardava la disobbedienza ad un principio costituzionale. Le leggi, invece, sono solo riformabili, non obiettabili – provatevi a non pagare le tasse – e un medico non è obbligato ad esercitare nelle strutture pubbliche. Il negoziato per ottenere la legge 194 del 1978 è stato troppo oneroso e oggi ne sta boicottando  l’applicazione. Anche perché questa carenza contraddice le dichiarazioni circa la presunta diminuzione degli aborti in Italia. Proprio mentre sono in aumento in tutta Europa a causa soprattutto delle minori, non si vede come mai l’Italia registri riduzioni della pratica ormai adottata prevalentemente dalle immigrate. Proviamo a pensare che cosa farebbe la più restia ad accettare l’interruzione volontaria della propria gravidanza, diciamo la cattolica più osservante, se restasse incinta la sua bambina di quindici anni. Andrebbe al consultorio? ad un ospedale pubblico? Davvero sono finiti i ferri da calza e il prezzemolo, ma nessuno è privo di 500, 1000 euro per ricorrere all’ambulatorio privato. Abbiamo dunque un impegno preciso: sono prossime le elezioni europee e forse tocca a noi aiutare a salvare la democrazia dei diritti.

 

 

Gennaio 16, 2014Permalink

29 dicembre 2013 – NEMMENO A NATALE di Giancarla Codrignani

Una interessante riflessione di Giancarla Codrignani

Davvero alle donne non è consentito di fruire dei comuni diritti nemmeno per Natale. si sono dovute inquietare (e addolorare) mentre preparavano i regali per i bimbi e pensavano a come rimediare il bilancio di fine anno. Il governo Rajoy, a cui supponiamo che dell’aborto non importi assolutamente nulla, per consolidare ulteriormente il consenso della destra cattolica in Spagna, ha approvato proprio in questi giorni una legge che limita l’aborto al pericolo di morte per la donna e ai casi di stupro (ovviamente non da parte del marito). Papa Francesco, che tempo fa ha espresso la carità del cristiano nel rifiutarsi di giudicare il dolore di una donna che ha abortito, non ha espresso nessun giudizio sulla decisione spagnola, ma, da uomo di chiesa che crede nel diritto “naturale”, non potrà certo sostenere l’aborto come diritto.

Comunque, non inquieta solo la Spagna. Nel Parlamento europeo è stato bocciato per una manciata di voti il riconoscimento in tutti i paesi dell’Unione del diritto di aborto. C’è da temere che qualcosa contro le donne si possa mettere in moto da parte del mondo cattolico reazionario che non ama Papa Francesco e che ha portato in Europa la richiesta di riconoscimento dello “status di persona” per l’embrione. Il Movimento per la vita ha raccolto quasi due milioni di firme e il 2 febbraio celebrerà la giornata dedicata alla “vita nascente”, che sarebbe appunto quell’embrione chiamato “uno di noi” che così frequentemente scivola giù in bagno senza che neppure la donna, che pensa a un ritardo del ciclo, se ne accorga.

Per chi fosse cattolica, basterebbe pensare al riguardo che Dio usò, secondo la tradizione, nei confronti di Maria, a cui inviò un messaggero per chiederle se consentiva al progetto e alla successiva reazione del patriarcato – antico e moderno – di giudicare impuro il sangue mestruale  e di tenere la donna fuori dal tempio per quaranta giorni dopo il parto. Sempre difficile accettare che la donna abbia “propri” diritti di libertà…

Penso tuttavia che noi donne dovremmo discuterne. Abortire è un diritto? Se nessuno va volentieri dal chirurgo, ormai la società è convinta che sia diminuito il numero delle interruzioni volontarie di gravidanza, mentre è vero solamente che sono finiti i ferri da calza e il prezzemolo. Si sospetta che sia grande e silenzioso il ricorso al privato (chi porterebbe una bambina di quindici anni in consultorio?), dal momento che 500/1.000 euro costituiscono una cifra non impossibile. Inoltre, anche se non ancora da noi, in tutto il mondo aumenta la vendita dei farmaci on-line anche per le pillole abortive: semplice “libertà”, autodeterminazione?. Infatti è già violenza restare incinte senza averlo voluto, violenza quanto meno dell’ignoranza (non si fa educazione di genere nelle scuole). Ma è anche violenza sociale, se la persona, maschio o femmina, ignora il senso della propria sessualità, se la coppia non parla di sé e del suo futuro, se la pratica contraccettiva resta limitata, ma soprattutto se l’uomo non attende il consenso e non rispetta il volere della partner. Ancor oggi il maggior numero di ricorso alla 194 è delle coniugate. In Italia sappiamo che la contraccezione è limitata e anche la pillola del giorno dopo, che non è abortiva, è contestata da medici e farmacisti. Soprattutto, la legge italiana prevede l’obiezione di coscienza per i medici (assolutamente no per i farmacisti che vi si appellano); che è uno strano principio, inventato contro le donne. Infatti chi obiettava al servizio militare obbligatorio – la sola obiezione prevista dal codice – obiettava contro un principio costituzionale. Secondo una corretta giurisprudenza, le leggi si riformano, non si obiettano. Ne deriverebbe che chi fa il medico, vigente la 194, non dovrebbe essere obbligato a lavorare nel servizio pubblico; non è andata così e così resta. Tuttavia le ideologie continuano la loro violenza: è del 21 novembre 2013 in Usa la decisione della Corte della Pennsylvania di disapplicare le multe erogate alle organizzazioni cattoliche che – per convincimenti religiosi – non intendono applicare la legge federale del sistema sanitario che chiede ai datori di lavoro la copertura assicurativa comprensiva di contraccezione e aborto.

Sarebbe dunque il caso di riprendere a ragionare per chiederci se riteniamo di avere “diritto” di abortire perché la gravidanza è un incidente o un destino, o se intendiamo provvedere per non “dovere” continuare ad abortire dal momento che qualunque rapporto sessuale si deve fondare sul consenso e sul rispetto. Il dato di realtà della pillola abortiva è l’ultima chance per ragionare del problema, prima di seppellirlo nei casi di sanità o di moralità privata.

Nel mondo esistono anche le mutilazioni genitali femminili: la ministra Bonino ha da poco chiuso una conferenza a Roma esercitando sull’argomento la responsabilità dell’Italia. In genere non ne parliamo molto. Nemmeno gli uomini, a cui dovrebbe apparire una loro follia. Eppure è un altro problema di violenza sul corpo femminile. Nel 2014 dovremmo pensare anche a donne che stanno peggio di noi in ragione della comune dignità.

E una citazione-regalo sempre di Giancarla

DICEVA EMILY DICKINSON

La speranza è quella cosa piumata
che si viene a posare sull’anima.
Canta melodie senza parole
e non smette mai.

Dicembre 29, 2013Permalink

24 ottobre 2013 – Registrazione anagrafica per i figli di immigrati

Premessa a mia futura memoria

Riporto per esteso la mozione n. 21 presentata ieri alla presidenza del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia.

Mi sembra importante rilevare che le firme dei presentatori appartengono a consiglieri di tre diversi gruppi che si sono fatti carico di due elementi per me ineludibili: una corretta documentazione che non si umilia, come spesso accade, agli slogan a volte impropriamente declamati e lo sforzo di ritrovare in una materia per sé appartenente allo stato e, nella sua attuazione, ai comuni, un ruolo proprio e corretto della Regione.
Vorrei scrivere molto di più perché per me seguire nel corso degli ultimi anni questa vicenda è stata un’esperienza per lo più dolorosa, spesso frustrante ma importante anche per valutare chi ci rappresenta e governa. E non voglio dimenticare.

XI LEGISLATURA  Mozione n. 21

Registrazione anagrafica per i figli di immigrati”

Pustetto, Cremaschi, Edera, Da Giau, Paviotti, Gregoris, Zecchinon

Il Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia,

PREMESSO che:

− il 6 giugno 2013 il Gruppo Convention on the Rights of the Child (CRC) ha redatto il Sesto Rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia (2012-2013) alla presenza del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Enrico Giovannini, del Vice Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maria Cecilia Guerra, e dell’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza, Vincenzo Spadafora;

− in quell’occasione il CRC ha rilanciato la raccomandazione del Comitato ONU sui Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza perché il Governo italiano si impegni a superare le “restrizioni legali e pratiche rispetto al diritto dei minori di origine straniera di essere registrati alla nascita”;

− in particolare il Comitato esprime preoccupazione di come la Legge 15 luglio 2009, n. 94 sulla pubblica sicurezza renda obbligatorio per i cittadini stranieri mostrare il permesso di soggiorno per gli atti inerenti il registro civile; il conseguente obbligo di denuncia per i pubblici ufficiali rappresenta un deterrente per quei genitori che, trovandosi in situazione irregolare, non si presentano agli uffici anagrafici per la registrazione del figlio per paura di essere identificati ed eventualmente espulsi (art. 1, comma 22, lettera g), stessa legge);

− sebbene non vi siano dati certi sull’entità del fenomeno le stime più recenti sulla presenza di immigrati in situazione irregolare fanno supporre che vi possa essere un numero significativo di gestanti in situazione irregolare che potrebbero, per paura di essere identificate, non accedere alle cure ospedaliere ed alla registrazione anagrafica del figlio;

− se è vero che la circolare n 19 del 7 agosto 2009 del Dipartimento per gli affari interni e territoriali, nell’ intento di sciogliere possibili dubbi interpretativi della l. 94/2009, al punto 3 recita: “Per lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – dello stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto”, resta il fatto che la legge in questione è tuttora in vigore e in ogni caso è sempre sovraordinata rispetto ad una circolare;

POSTO che la “Convenzione dei diritti del fanciullo– ratificata con legge 27 maggio 1971, n. 176 –stabilisce che: “il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto ad un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e ad essere allevato da essi”;

VISTO che il decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”, all’art 35 norma l’Assistenza sanitaria per gli stranieri non iscritti al Servizio sanitario nazionale (legge 6 marzo 1998, n. 40, art. 33) anche se non in regola con le norme relative all’ingresso e al soggiorno;

CONSIDERATO che al comma 3, lettere a), b), c), d), e) dello stesso articolo viene puntualizzato come lo Stato assicura la tutela sociale della gravidanza e della maternità, la tutela della salute del minore, le vaccinazioni, gli interventi di profilassi internazionale e la diagnosi e la cura delle malattie infettive;

VISTO che la Regione FVG con deliberazione della Giunta regionale n. 1147 del 28 giugno 2013 ha recepito l’accordo n. 255/CSR sui migranti, approvato il 20 dicembre 2012 in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, in cui si dispone che l’accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme del soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all’autorità;

PRESO ATTO che non tutte le nostre strutture hanno recepito in toto quanto sopraindicato stante che richiedono un documento valido di soggiorno per la registrazione del minore alla nascita

Tutto ciò premesso;

impegna la Giunta regionale

− a garantire l’obbligo di registrazione alla nascita di tutti i bambini che nascono e vivono in Regione intervenendo presso gli uffici dell’anagrafe di tutti i Comuni della Regione e presso i Presidi Ospedalieri che hanno la delega dei Comuni per la registrazione anagrafica dei nuovi nati affinché si applichi la Circolare del 7 agosto 2009;

− a coinvolgere i parlamentari eletti in regione al fine di sostenere la proposta di legge 740 “Modifica dell’art 6 del Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 in materia di obbligo di esibizione dei documenti di soggiorno” presentata il 13 aprile 2013 a prima firma Rosato;

− ad intraprendere una diffusa campagna di sensibilizzazione sul diritto di tutti i bambini di essere registrati alla nascita, indipendentemente dalla validità o meno del permesso di soggiorno dei genitori.

Presentata alla Presidenza il 23/10/2013

Ottobre 24, 2013Permalink

4 settembre 2013 – Naturalmente tacciono

Io non sono una lobby

Il 26 luglio avevo segnalato in questo blog lo sconcerto provocatomi da un documento con una affermazione sorprendente distribuito dall’Ospedale di Udine. (Si veda Perplessità e preoccupazioni )

Ho consegnato una segnalazione in merito all’Ufficio relazioni con il pubblico dell’ospedale stesso e ne ho scritto all’assessore comunale di competenza. A distanza di più di sei settimana risposta zero.
Certamente ci sono le ferie, ma i responsabili dei servizi dispongono di sostituti … comunque io conto solo uno che sembra equivalere a nulla.

Ecco la segnalazione consegnata all’Ospedale di Udine

Non parlo né di me né di singoli casi a me noti ma espongo quanto potrebbe essere accaduto o accadere a tutti i neonati, figli di migranti privi di permesso di soggiorno, cui sia stato richiesto il permesso stesso per presentare la denuncia di nascita del figlio/a, per assicurargli l’atto di nascita. Se tale certificato dovesse mancare il bambino non risulterebbe esistere quale persona destinataria delle regole dell’ordinamento giuridico. Nel comune di nascita non ne verrebbero infatti registrati né il nome, né la data e ora di nascita, né il nome dei genitori, né la cittadinanza (che, allo stato attuale, è quella dei genitori dato che viene attribuita secondo jus sanguinis).

Purtroppo se un migrante si trova in situazione di irregolarità non può corrispondere alla richiesta del documento di cui non dispone (ché se lo avesse non sarebbe irregolare) nemmeno se ciò comporti per il figlio il danno irrimediabile della mancata registrazione e la mancata iscrizione nei registri dello stato civile andrebbe a ledere un diritto assoluto del figlio che nulla ha a che fare con la situazione di irregolarità di chi che lo ha generato.

Nello scritto che segue cercherò di chiarire perché la richiesta stessa del permesso di soggiorno possa – anche se non ne consegue esplicito rigetto della domanda presentata–trasformare la richiesta della registrazione anagrafica in un rischio e quindi disincentivarne la presentazione.

Riferendomi a  quanto ho affermato constato che nel  dépliant intitolato : Guida rapida all’ospedale dove si citano esplicitamente l’Azienda Ospedaliera Universitaria Santa Maria della Misericordia di Udine, la sede di Cividale del Friuli e di Gemona del Friuli alla voce ‘denuncia di nascita’ si precisa la richiesta del permesso di soggiorno, scrivendo:  “COSA SERVE: documento di identità valido di entrambi i genitori, se stranieri non residenti passaporto o permesso di soggiorno valido” .

Preciso che tale dépliant è stato consegnato in un reparto dell’Ospedale di Udine al signor Luca Peresson in giornata immediatamente precedente il 25 luglio quando me lo ha messo a disposizione.

Il proposito osservo che:

secondo quanto recita l’art. 7 della Legge 27 maggio 1991, n. 176 (Ratifica ed esecuzione della Convenzione sui diritti del fanciullo fatta a New York il 20 novembre 1989) “Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi”.

Tanto dovrebbe bastare a dissuadere dalla richiesta di un documento che, per il fatto di non esistere, diventa un ostacolo al soddisfacimento di un diritto fondamentale.

Fino al 2009 la legge italiana non prevedeva la richiesta del permesso di soggiorno o documento equipollente per lo straniero che registrasse la nascita di un figlio.

In quell’anno intervenne la legge 94 (cd pacchetto sicurezza) che modificò il Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286 “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero” e  successive modifiche che al comma 2 dell’art. 6 impose la presentazione del documento un migrante ’irregolare’ non possiede per definizione..

Pochi giorni dopo l’approvazione della legge venne emanata una circolare definita interpretativa che consente ciò che la legge nega (Circolare del Ministero dell’interno n. 19 del 7 Agosto 2009) la cui applicazione, sebbene si tratti di strumento il cui valore è inferiore a quello di una legge, assicura la regolare registrazione anagrafica. Vi si legge infatti. “Per lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – dello stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto”.

Non sia indifferente ricordare che il migrante in situazione di irregolarità non potendo assicurare al figlio il normale certificato di nascita gli causa danni irrimediabili (la impossibilità della tutela genitoriale, la difficoltà nell’accesso alle cure sanitarie, l’impossibilità di iscrizione al nido, alla scuola dell’infanzia, alla scuola successiva a quella dell’obbligo e a tutti gli atti di stato civile che accompagnano il corso dell’esistenza in cui il certificato di nascita è richiesto) e nello stesso tempo espone se stesso al rischio di essere espulso quale ‘clandestino’ in costanza del permanere del reato di clandestinità introdotto dalla legge cd. Bossi Fini.

Il Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (Gruppo CRC che ha il compito di preparare il Rapporto sull’attuazione della Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza che viene trasmesso al Garante Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza), oltre a far presente che la mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato avviene in violazione del diritto all’identità nonché dell’art. 9 della Convenzione di New York contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori, ricorda che ciò comporta un rischio anche per le partorienti. Infatti “il timore di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto ”sottraendosi a cure necessarie e cui hanno diritto.

Segnalo anche la relazione della proposta di legge 740 (allegata) che, prevedendo la modifica della norma in vigore, spiega nell’ampia relazione in premessa la situazione che ho sommariamente riportato nella mia segnalazione.

Non ho titolo alcuno per richiedere o proporre alcunché.

Solo la consuetudine all’esercizio dei miei doveri di cittadina nei confronti di soggetti privi di difesa – e spesso del tutto ignorati anche da chi dovrebbe assicurarne tutela – mi ha indotto a segnalare la situazione che ho descritto.

Non posso che augurarmi che i dépliant con il testo che ho trascritto vengano immediatamente corretti nella speranza che neppure un neonato abbia subito il danno della mancata registrazione o della sottrazione alla potestà genitoriale se già privo di certificato che tale genitorialità formalmente dichiari.

Una interrogazione parlamentare.

Nel frattempo sono venuta a conoscenza di una interrogazione parlamentare che puntualizza un altro aspetto –che a quello che ho più volte segnalato si connette – e che, per documentazione utile almeno a me, ricopio.

Rossomando – Al Ministro dell’Interno – per sapere – premesso che:

–             l’art. 7 comma 1 della Convenzione delle N.U. sui Diritti del Fanciullo,  ratificata dall’Italia con la legge 27.5.1991 n. 176, stabilisce testualmente: “Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della nascita, e da allora ha diritto a un nome, ad acquistare una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e ad essere allevato da loro”;

–             La Convenzione sui diritti del  Fanciullo introduce un vero e proprio diritto del fanciullo all’immediata “registrazione”, che nel nostro ordinamento consiste nella formazione dell’atto di nascita da parte dell’ufficiale di stato civile sulla base della dichiarazione di nascita effettuata da chi ha il dovere di farla;

–             Il vecchio Ordinamento dello stato civile (r.d. 9/7/1939 n. 1238) prevedeva, all’art. 67, che la dichiarazione di nascita fosse fatta nei dieci giorni successivi al parto dal padre o dalla madre, o dall’ostetrica o da qualsiasi persona che avesse assistito al parto (art. 70 e71), con un ampio intervallo temporale attribuibile alle difficoltà di collegamento esistenti all’epoca;

–             il vigente Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’Ordinamento dello Stato civile, emanato con D.P.R. 3 novembre 2000 n. 396, in attuazione della legge 15 maggio 1997 n. 127, ha previsto, all’articolo 30, un nuovo termine di tre giorni per le dichiarazioni fatte presso la direzione sanitaria dell’ospedale o della casa di cura  in cui è avvenuta la nascita, ma ha conservato il vecchio termine di dieci giorni fissato nella previgente normativa nel caso di registrazione della nascita presso il comune nel cui territorio è avvenuto il parto e nel caso in cui i genitori vogliano registrare il neonato nel comune di residenza (articolo 30, comma 7); 

–             il mantenimento del termine dei dieci giorni, oltre ad essere in contrasto con quanto previsto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, potrebbe portare all’eventualità che le dimissioni della puerpera avvengano prima che la dichiarazione di nascita con contestuale riconoscimento sia stata effettuata, esponendo quindi il neonato al pericolo di divenire vittima della tratta di minori o di finire nel circuito delle adozioni illegali, anche attraverso falsi riconoscimenti di paternità-:

quali iniziative intenda assumere affinché i termini per la registrazione e il riconoscimento dei neonati vengano aggiornati ed uniformati a quanto indicato dall’art. 7 comma 1 della Convenzione delle N.U. sui Diritti del Fanciullo, ratificata dall’Italia con la legge 27.5.1991 n. 176, affinché i neonati non vengano dimessi prima che sia stata effettuata la dichiarazione di nascita, sia stato dato loro un nome e, se del caso, nominato un tutore provvisorio che ne risponda.

Roma, lunedì 5 agosto 2013

On. Anna Rossomando

Settembre 4, 2013Permalink