18 settembre 2018 – LEGGI RAZZIALI, 1938-2018.

LEGGI RAZZIALI, 1938-2018: 80 ANNI FA IL DISCORSO DI MUSSOLINI A TRIESTE   Emanuele Forlivesi                                        (Link in calce)

Mattarella ricorda: «una delle pagine più brutte e tristi della nostra storia». Conte ammonisce: «ricordare per non dimenticare»; ma il caso della mostra contro il razzismo di un Liceo triestino accusata dal sindaco di centrodestra ci riporta a quel passato e fa riflettere.

Trieste – Sono passati 80 anni da quel 18 settembre 1938, quando Benito Mussolini, in una piazza dell’Unità gremita da 150mila persone annunciò la promulgazione delle leggi razziali, una serie di decreti regi e dichiarazioni che miravano a discriminare gli ebrei e limitarne la libertà. Fino alla fine della guerra l’Italia conobbe così una serie di provvedimenti legislativi e amministrativi applicati dal regime fascista contro gli ebrei e in difesa della “razza”. Oggi allora è una vigilia importante, poiché da quel giorno il destino di molti italiani venne segnato per sempre; circa 40mila ebrei italiani, avviata una spirale micidiale di violenza cui seguirono le deportazioni di massa, furono perseguitati. Le Leggi razziali in Italia sarebbero effettivamente entrate in vigore il 17 novembre 1938 a seguito dell’approvazione del Regio Decreto n. 1728, con l’appellativo provvedimenti per la difesa della “Razza italiana”.
A Trieste, questa mattina, si sono tenute le celebrazioni ufficiali, davanti alla targa in ricordo dell’evento di 80 anni fa, sul pavimento di piazza Unità. Erano presenti diverse autorità, tra le quali l’assessore alla Cultura Giorgio Rossi, lo storico Roberto Spazzali, il vicario generale della Diocesi monsignor Pier Emilio Salvadè e il rabbino capo di Trieste Alexander Meloni. Venerdì 21 settembre invece, si terrà una cerimonia commemorativa organizzata dalla Comunità ebraica di Trieste con l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e con il Comune di Trieste, in risposta al discorso tenuto nel medesimo luogo nel 1938 da Mussolini. Una cerimonia di commemorazione si svolgerà anche alla Risiera di San Sabba, l’unico campo di sterminio in terra italiana, con la lettura dei messaggi inviati dalla senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz-Birkenau alla Shoa, e dalla presidente delle Comunità Ebraiche italiane Noemi Di Segni. In questi appuntamenti per la memoria del passato degli italiani più nero ma ancora negato da molti, l’Associazione Nazionale ex Deportati nei campi nazisti (Aned) e l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (Anpi) di Udine ritengono «doveroso chiamare i cittadini a un incontro di riflessione; sui rischi derivanti dal diffondersi in Italia e in Europa di idee e movimenti di ispirazione nazifascista, di fenomeni di violenza legati al razzismo e per riaffermare con forza e convinzione la propria ispirazione ai valori democratici sanciti dalla Costituzione repubblicana e l’opposizione ad ogni forma di fascismo, di violenza e di razzismo». Tutta la stampa nazionale si unisce al ricordo e al valore di questo anniversario: sull’edizione cartacea del quotidiano Il Piccolo di Trieste di questo martedì così significativo campeggia il titolo “No al razzismo 80 anni dopo”, con uno speciale che ricorda l’annuncio delle leggi razziali.

Molte la parole per ricordare di non dimenticare la nostra storia, soprattutto in un clima pericoloso di discordia e miseria tra popoli di una stessa Terra; molte anche le polemiche, in particolare a Trieste: il pomo della discordia sono state la mostra e il manifesto dei ragazzi del liceo Petrarca per ricordare le leggi razziali, co un botta e risposta tra Comune di Trieste e la dirigente scolastica dell’istituto. Oggi più che mai la cronaca nazionale e l’opinione pubblica devono affrontare un dibattito, per riflettere sulle sfide del futuro, insieme a quelle perse nel passato.

Le parole per non dimenticare
A ricordare le leggi razziali è intervenuto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ieri, durante l’inaugurazione dell’anno scolastico a Portoferraio (Livorno), ha sottolineato che si è trattato di «una delle pagine più brutte e tristi della nostra storia». E ha aggiunto rivolgendosi agli studenti: «Ottanta anni fa la stagione scolastica si apriva con l’espulsione dalla scuola pubblica di tutte le ragazze e i ragazzi, le bambine e i bambini ebrei e con il licenziamento dei professori di origine ebraica». Il Capo dello Stato ha poi citato Liliana Segre, senatrice a vita nominata proprio da Mattarella, che «ha ricordato in questi giorni il suo trauma di bambina esclusa dalla scuola che era e sentiva propria». «Questa è una lezione che non dobbiamo mai dimenticare. La scuola deve unire e non dividere o segregare», ha concluso il Presidente.
Il premier Giuseppe Conte su twitter ha scritto: «una pagina buia per il nostro paese. Mussolini, a Trieste, annunciò l’imminente promulgazione delle leggi razziali. L’inizio di una persecuzione di tantissimi innocenti. A 80 anni dall’accaduto dobbiamo serbare memoria di questa ferita. Ricordare per non dimenticare».
Il segretario regionale del Pd del Friuli Venezia Giulia Salvatore Spitaleri ha lanciato un grido e un invito con le sue parole: «Non ci si deve stancare di fare memoria, anche quando è sgradevole e ci inchioda come popolo a responsabilità che non abbiamo mai riconosciuto fino in fondo come nostre. Gli 80 anni che ci separano dall’annuncio delle Leggi razziali sono un soffio nel respiro della storia: guai a chi finge di non sapere che il male cova sotto le ceneri».
«Il 18 settembre Trieste diventa la città simbolo di una storia scomoda e rimossa, che abbiamo il dovere morale e politico di guardare in faccia e raccontare tutta senza riserve. Mussolini è stato applaudito mentre annunciava che gli ebrei italiani non sarebbero stati più uguali agli altri cittadini, per forza di legge. Lo Stato si è piegato a un’ideologia perversa, accompagnato dal consenso» ha continuato; concludendo con un messaggio rivolto al PD: «Il Partito democratico si assume in pieno il peso di essere memoria e monito di quell’apice della vergogna che rese l’Italia complice della Shoah, abbraccia tutte le vittime mietute dall’intolleranza variamente colorata, si inchina a una terra di convivenza che è stata costretta a divenire crocevia di sangue e dittature. Lotteremo per difendere pace, diritti e verità».
Su Facebook il governatore del Friuli Massimiliano Fedriga ha postato: «Sulle leggi razziali, sulla loro infamia, su ciò che hanno prodotto, è già stato detto tutto, eppure non è mai stato detto abbastanza. In questo 80° anniversario del loro annuncio, voglio ricordare quell’indelebile sfregio sul volto del Paese e di una città, Trieste, da quasi mille anni profondamente legata alla comunità ebraica, con le parole senza tempo di “Se questo è un uomo” di Primo Levi».
Infine il commento dell’eurodeputata del Pd Isabella De Monte, che nomina anche la mostra del Liceo Petrarca screditata dal Comune: «Guai a tacere, oggi più che mai, davanti a chi osa imbrattare la storia e davanti ai rigurgiti fascisti. E non ci suggeriscano di parlare a voce bassa, perché davanti alle fascinazioni neofasciste bisogna dire le cose forte e chiaro. Proprio in una città simbolo come Trieste oggi assistiamo alle ronde di Forza Nuova e si annunciano manifestazioni di Casa Pound, per non parlare di amministratori pubblici che si fanno i filmini mentre cacciano i profughi. Una città come Trieste, che purtroppo ha visto e patito tutti gli orrori del Novecento, non si merita questo. Il caso della mostra del liceo Petrarca non sostenuta dal Comune di Trieste, che ha gettato discredito sulla città ancora una volta a livello nazionale è la ciliegina sulla torta. E la cosa incredibile è che, in Comune, più parlano e peggio fanno».

Le leggi razziali e il discorso a Trieste
Il primo decreto legge fu autorizzato il 5 settembre 1938 e ordinò l’esclusione degli ebrei dalle scuole. Il re Vittorio Emanuele lo firmò nella sua villa nella tenuta di San Rossore in Toscana, dopo una colazione e una passeggiata fino al mare. Mussolini non subì la scelta, la preparò, la propose e la sostenne. Le leggi razziali furono una decisione deliberata, sostenuta e accettata da tutti gli apparati dello Stato, fin dai suoi vertici, compreso il capo di Casa Savoia.
Nell’agosto del 1938 era già nata la “Difesa della Razza”, un quindicinale sostenuto economicamente dal fascismo e diretto da uno dei giornalisti più attivi nella polemica antisemita, Telesio Interlandi. È lì che venne pubblicato per la seconda volta in due settimane il Manifesto della razza, firmato da 10 scienziati, due dei quali zoologi; la prima era stata sul Giornale d’Italia. Galeazzo Ciano, genero e ministro di Mussolini, poi scrisse sul suo diario: «Il Duce mi dice che in realtà, il manifesto, l’ha quasi completamente redatto lui».
Poi ecco il discorso a Trieste, il 18 settembre: «Nei riguardi della politica interna il problema di scottante attualità è quello razziale. Anche in questo campo noi adotteremo le soluzioni necessarie. Coloro i quali fanno credere che noi abbiamo obbedito ad imitazioni, o peggio, a suggestioni (di Hitler), sono dei poveri deficienti, ai quali non sappiamo se dirigere il nostro disprezzo o la nostra pietà. Il problema razziale non è scoppiato all’improvviso, come pensano coloro i quali sono abituati ai bruschi risvegli, perché sono abituati ai lunghi sonni poltroni. È in relazione con la conquista dell’Impero, poiché la storia ci insegna che gli Imperi si conquistano con le armi, ma si tengono col prestigio. E per il prestigio occorre una chiara, severa coscienza razziale, che stabilisca non soltanto delle differenze, ma delle superiorità nettissime. Il problema ebraico non è dunque che un aspetto di questo fenomeno».
Poche settimane dopo, il 6 ottobre, il Gran Consiglio del fascismo, approvò la “Dichiarazione sulla razza”. In 5 anni i decreti razziali saranno circa 180. I primi furono più vessatori di quelli in Germania: gli studenti ebrei in Italia furono espulsi dalle scuole prima di quelli in Germania. Nel novembre del ’38, si bandirono i matrimoni misti e si vietò agli ebrei di possedere aziende, terreni e immobili di un certo valore, di essere impiegati nell’amministrazione pubblica, enti, istituti e banche, prestare il servizio militare e svolgere professioni di carattere intellettuale.
L’ultimo caso scoppiato a Trieste

Sarebbe dovuta partire proprio in questi giorni a Trieste la mostra “Razzismo in cattedra”, a 80 anni esatti dal Regio Decreto che varò i provvedimenti contro gli ebrei italiani. Un tributo per ricordare una pagina infame della nostra storia, scritta da Benito Mussolini con l’avallo di re Vittorio Emanuele III. Ma la mostra organizzata dal liceo Petrarca di Trieste in collaborazione con l’Università cittadina, il Museo della Comunità ebraica e l’Archivio di Stato, non avrà luogo, a causa delle polemiche scoppiate tra gli organizzatori e il sindaco Roberto Dipiazza. Motivo dello scontro la locandina dell’evento, un immagine d’epoca che ritrae tre ragazze sorridenti in grembiule scolastico e i libri sotto braccio a cui è sovrapposta la prima pagina de “Il Piccolo” del settembre 1938 con il titolo “Completa eliminazione dalla scuola fascista degli insegnanti e degli alunni ebrei”. Ma Dipiazza non ha apprezzato quel riferimento preciso ed esplicito a una delle leggi più inique del fascismo, dichiarando: «Quando ho visto quel titolo del Piccolo dell’epoca, così estremamente pesante, e quella scritta sul razzismo mi è sembrato esagerato. Dico io, dobbiamo ancora sollevare quelle cose?». Una frase choc, che ha scatenato polemiche, ma che non è stata messa molto in discussione dall’opinione pubblica e dai discorsi politico-mediatici. Da qui la convocazione della dirigente scolastica del Petrarca e la revoca delle sale comunali che avrebbero dovuto ospitare la mostra, con uno strascico amaro in cui si è inserito anche Enrico Mentana, con un post in risposta alle parole di Dipiazza: «Sì sindaco, oggi più che mai, e quelle sue parole feriscono. Non solo, ma non smetto di guardare quel manifesto, e non capisco con che cuore, con che animo e con che raziocinio lei lo abbia potuto definire esagerato. È storia, purtroppo. La nostra». Una storia che non può essere rimossa e che per la gravità delle sue conseguenze deve anzi esser ricordata e trasmessa alle nuove generazioni, anche con una mostra.

Emanuele Forlivesi
http://ilkim.it/leggi-razziali-1938-2018-80-anni-fa-il-discorso-di-mussolini-a-trieste/

Settembre 20, 2018Permalink

15 gennaio 2017 – Invito a firmare un appello

 Appello   Fuori l’esercito dalle scuole! di Franco Ferrario

Sono frequenti gli episodi in cui alunni, anche della scuola primaria (6-10 anni), vengono invitati a visitare caserme delle Forze Armate ed effettuare prove di tiro a mano armata.

Gentile Redazione del sito www.ildialogo.org,

vorrei invitarvi a sottoscrivere la petizione scaturita da una vicenda che mi ha coinvolto direttamente essendo accaduta alla scuola frequentata da mio figlio (ma, purtroppo, non solo lì).

Lo scopo è quello di tentare di STIMOLARE SERI – quantomeno meno ipocriti – PERCORSI DI EDUCAZIONE ALLA PACE nelle scuole primarie e medie E ABBANDONARE LA PRASSI PEDAGOGICAMENTE SCONCERTANTE DI ARMARE LA MANO DI BAMBINI come purtroppo spesso ancora accade in particolare nel corso delle “gite” delle scolaresche nelle caserme in occasione della festa dalle Forze Armate (potrete leggere l’articolo pubblicato a proposito dal periodico dei Padri Saveriani “Missione Oggi” nel febbraio 2014 inserendo il mio nome nel “cerca” del sito della rivista).

Vi chiedo anche di “fare eco”, se ne condividete il contenuto… di chiedere esplicitamente a vostri amici di firmare e di diffondere… ecco il link, al cui interno – nella sezione “aggiornamenti” – troverete anche rimandi sia all’interrogazione parlamentare al Ministro della Difesa con relativa sconcertante ed “imprecisa” risposta (nessun genitore fu preventivamente informato del fatto che avrebbero fatto il “tiro al bersaglio” con armi ad aria compressa) sia alla vigente normativa in materia di armi (tra cui quelle ad aria compressa utilizzate) e minori.

Per firmare andate su change.org
Franco Ferrario

Trovate il collegamento anche nel sito ildialogo.org, di cui riporto il link

http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/appelli/indice_1484480091.htm

 

Gennaio 15, 2017Permalink

25 settembre 2016 – La guerra del panino e i suoi effetti collaterali.

Scuole che hanno dichiarato guerra ai bambini con l’arma della fame.

Non so come altrimenti riassumere questa notizia sorprendente di cui porto alcune testimonianze fra quelle che ho raccolto e che cito punto per punto con la data degli articoli che ho ricopiato e trascritto di seguito  perché, scrivendo, dubito anche di me. Il costo delle mense scolastiche per alcuni genitori è insostenibile e quindi hanno pensato di rimediare inserendo nello zainetto dei figli un panino confezionato a casa. Altri hanno fornito il panino perché insoddisfatti del cibo della mensa. Ma restiamo ai primi.

Varie scuole hanno quindi aperto la guerra al panino infiltrato (il danno imposto ai bambini come in ogni evento militare che si rispetti rappresenta un effetto collaterale evidentemente irrilevante) con considerazioni igienico-sanitarie e altre finezze burocratiche che testimoniano se non altro il tempo  di cui dispongono alcuni dirigenti scolastici perché per certe elaborazioni ci vuole attenzione a ogni virgola delle circolari e non solo. Una preside, particolarmente meditativa, teorizza ad esempio la ‘ filosofia del pasto’ (23 settembre)

9 settembre – A Torino è intervenuto un ‘verdetto del tribunale’ a sostegno non è chiaro se di alcuni o di tutti i bambini al cibo. Condividendo e radicalizzando la meditata perplessità tribunalizia alcune scuole hanno pensato di allontanare dalla mensa i digiunatori, altre scuole invece hanno promosso il digiuno in mensa.

25 settembre, In Liguria  “i genitori si sono organizzati e hanno inviato diffide ai dirigenti per consentire ai propri figli di portare il cibo da casa” il diritto al panino è stato concesso ma, si precisa, si tratta di una “Una “concessione” che rischia, di far saltare gli equilibri legati ai costi”.

Le colpe dei padri ricadano sui figli
Tuo padre e tua madre non guadagnano abbastanza per pagarti la mensa, quindi …

21 settembre Milano Scoppia il caso: una bimba finisce in lacrime perché isolata, come un bambino in un altro istituto cittadino

22 settembre   –  In  Friuli Venezia Giulia un bambino resta a digiuno (non è chiaro se in mensa o in locale adibito all’assenza di pasto), ad Aosta invece digiunano in quattro nel locale della mensa (24 settembre)

Come ti cresco il figlio del ‘padrone’

Se il danno morale oltre che materiale per i bambini costretti al digiuno (e in taluni casi costretti a digiunare davanti ai mangiatori) è evidente, non voglio che ignorare anche quello dei bambini costretti a mangiare davanti ai digiunatori. Penso si possano dividere in due categorie: quelli educati alla solidarietà, che avranno provato un disagio non piccolo in una situazione a dir poco surreale, e quelli, educati a perseguire il successo e a riconoscerne come prova la ricchezza, che potrebbero aver gioito dell’umiliazione inferta ai loro compagni. Capita … anche nella buona scuola.

Testo degli articoli citati

9 settembre  –  A scuola con il panino portato da casa, dal tribunale un verdetto decisivo
I giudici si pronunciano sul ricorso del Miur che ha esteso a tutti il diritto di mangiare in classe il cibo della mamma  di JACOPO RICCA

Attesa per la nuova sentenza sul pasto cucinato a casa e mangiato a scuola. Questa mattina in tribunale a Torino si sono discussi i reclami del ministero dell’Istruzione contro l’ordinanza di agosto che estende ad altre famiglie oltre alle 58 che a giugno si sono viste dare ragione dalla corte d’Appello. L’Avvocatura dello Stato ha presentato la posizione del ministero, mentre le famiglie sono difese dagli avvocati Roberto e Giorgio Vecchione. La discussione è avvenuta davanti allo stesso giudice che già ad agosto aveva dato ragione ad alcune famiglie, ma anche a quella che invece più di anno fa aveva respinto la prima richiesta delle 58 famiglie, ribaltata poi dalla sentenza d’appello. Se verranno riconosciute le ragioni del ministero si torna indietro a giugno quando la Corte d’Appello sentenzio l’obbligo di poter consumare il panino in classe solo per i figli dei 58 genitori che avevano presentato ricorso. Se, invece, il ricorso del ministero viene cassato, passa il principio che il diritto vale per tutti e quindi tutte le scuole dovranno organizzarsi, pur tra le polemiche dei presidi.

23 settembre –  Tutti i presidi d’accordo, niente panino in classe

Genova – I pasti preparati a casa non entreranno in classe, tanto meno a mensa. Alla fine sono i presidi a chiudere con un secco no la partita del panino a scuola a Genova.  «Attualmente non ci sono le condizioni per consentire il consumo di pasti portati da casa», si legge nel documento diramato dopo l’incontro di ieri al Matitone, dai dirigenti scolastici della Conferenza cittadina di Genova. In pratica tutti i presidi degli istituti comprensivi della città. E, questo, per una serie di motivi, su tutti la mancanza di norme e regolamenti per organizzare il servizio. Nel documento, i presidi elencano i rischi sotto il profilo igienico – sanitario, con la presenza a scuola di bambini allergici e a rischio di shock anafilattico. Poi la modalità di conservazione e somministrazione dei cibi. E, ancora, sul piano logistico e organizzativo, la necessità di adeguare i locali e dedicare personale alla somministrazione.

«Va rispettata anche la filosofia di fondo del pasto uguale per tutti – dice Iris Alemanno, dirigente del Comprensivo di Pegli – la ristorazione può certamente essere migliorata, deve esserlo ma, questa campagna per il panino per com’è stata condotta e per quello che chiede, non fa altro e non farebbe altro che togliere risorse a tanti altri settori della scuola». La preside Alemanno non si ferma qui e aggiunge: «Dobbiamo aggiustare i soffitti, incrementare l’utilizzo dei supporti informatici e tecnologici che, certo, non sostituiranno i libri ma devono essere sempre più presenti come strumento didattico. Dobbiamo migliorare anche la didattica, i livelli di apprendimento. Basta dire che siamo alle prese con la mancata copertura degli insegnanti di sostegno, e dobbiamo perdere tempo per mettere in discussione il sistema della mensa, messo a punto negli anni, quando oltretutto la legge è chiara e dice che non si può?».

La presa di posizione di fronte alle prime richieste di rinuncia delle famiglie alla mensa comunale era già nell’aria, ma ieri è stata formalizzata nel corso dell’incontro al Matitone. Il documento, approvato all’unanimità da tutti i dirigenti, cita anche la sentenza di Torino, il grimaldello utilizzato dalla Rete per fare entrare in tutte le scuole d’Italia quel che le famiglie reputano sia meglio dar da mangiare ai propri figli. «La sentenza della Corte d’Appello di Torino non modifica gli ordinamenti e ha competenza limitata alla circoscrizione di riferimento», si legge ancora nella nota. Che si chiude con un appello: «I dirigenti auspicano che una comune riflessione eviti derive conflittuali dannose per la serenità della comunità scolastica, in particolare degli studenti». Prosegui la lettura nell’edizione cartacea o in edicola digitale

21 settembre Mense scolastiche, “a Milano bimbi allontanati dai compagni perché muniti di pasto da casa”. Scontro Comune-Regione

Dopo il via libera alla ‘schiscetta’ dei giudici torinesi, anche alcune famiglie lombarde decidono di rinunciare al servizio mensa. Ma scoppia il caso: una bimba finisce in lacrime perché isolata, come un bambino in un altro istituto cittadino. Palazzo Marino: “Non si può pretendere di consumare un pasto portato da casa all’interno dei locali della refezione”. L’assessore regionale Aprea: “Il Comune chieda scusa” di F. Q. |

Isolati a scuola e fuori dal refettorio perché hanno portato il pranzo da casa. Succede a Milano, in due elementari: alle Pirelli in zona Niguarda e a quelle in via Palermo. Dopo la sentenza di Torino che ha respinto il reclamo del Miur e dato il via libera al panino, anche alcuni genitori in Lombardia hanno deciso di rinunciare alla refezione per i loro bambini. Una scelta sfociata nell’esclusione dei piccoli. In una delle due scuole una bimba munita di cibo da casa, scrive il Corriere, “il primo giorno entra in mensa, il secondo la mandano in un’aula con la bidella, il terzo la preside la porta in mensa ma in un tavolo separato. Poi interviene il Comune e niente più refettorio”. Quindi mangia da sola e finisce in lacrime. Nell’altro caso, anche il bimbo è stato allontanato dai compagni. La conseguenza spiegata dai genitori: “Non ha toccato cibo e si è sentito male”.

Una procedura che deriva dalla comunicazione netta inviata venerdì dal Comune di Milano a tutti i presidi: “Nessuno a Milano può pretendere di consumare un pasto portato da casa all’interno dei locali della refezione“. Dunque, se i bimbi vengono isolati dai compagni all’ora di pranzo come è accaduto in questi giorni, non c’è nulla di strano. Ma l’opinione della Regione è diametralmente opposta. “Il Comune chieda scusa”, è stato il commento oggi dell’assessore all’Istruzione della Regione Lombardia Valentina Aprea. “L’ordinanza del tribunale di Torino del 9 settembre con cui è stato riconosciuto il diritto di consumare un pasto portato da casa – ha aggiunto – non vale solo per le 58 famiglie che hanno intrapreso l’azione legale avverso il ministero a Torino, ma per tutte le famiglie che dovessero decidere di non avvalersi più del servizio mensa”.

Ma per il vice sindaco di Milano Anna Scavuzzo non è così: “L’ordinanza del tribunale di Torino non è resa nell’ambito di un giudizio a cognizione piena, quindi non ha l’efficacia di una sentenza passata in giudicato, comunque valida solo per i ricorrenti – replica il vice sindaco e assessore all’Educazione del Comune di Milano Anna Scavuzzo – Insomma, nessuno a Milano può pretendere di consumare un qualsiasi pasto portato da casa all’interno dei locali adibiti alla refezione scolastica”. E mentre Comune e Regione continuano a scontrarsi, la Aprea ha annunciato un tavolo per stabilire le regole sulla schiscetta il prossimo 4 ottobre.

22 settembre  –  Panino a scuola, bimbo resta a digiuno

Vietato l’ingresso nell’aula di refezione. L’istituto si scusa. Il dirigente regionale: allo studio nuove regole per chi porta cibo da casa   di Michela Zanutto

UDINE. Non può mangiare a scuola il cibo portato da casa. E così uno studente di 10 anni resta digiuno fino al termine delle lezioni. È successo in una scuola del Friuli, dove l’insegnante che aveva il compito di sorvegliare il momento del pranzo, ha impedito al bambino di consumare il panino con la cotoletta preparato dalla mamma. Il motivo? Avrebbe potuto contaminare il pasto dei suoi compagni.

A stabilire la regola è la scuola. E così il bambino è rimasto a stomaco vuoto fino alle 16, quando i genitori sono andati a riprenderlo. «Mamma non preoccuparti, mi ha brontolato la pancia soltanto un paio di volte», ha poi raccontato ai genitori. Per fortuna un insegnante che ha fatto lezione nel pomeriggio aveva con sé un pacchetto di cracker che ha dato al bambino in attesa del ritorno a casa.

22 settembre   A Sacile liberalizzato il pasto della mamma

Da oggi consentito portarselo da casa. Una scelta legata anche alla crisi economica

«Sai mamma, mentre i miei compagni mangiavano, io sono andato a sedermi in un tavolino isolato perché avevo un po’ di acquolina».

E il disappunto dei genitori non si è fatto attendere: «Questo digiuno mi sta indigesto – attacca la mamma -. La mensa non è obbligatoria, pertanto deve essere concesso a mio figlio di portare il pasto da casa. Visto quanto accaduto d’ora in poi andrò a prenderlo al termine delle lezioni del mattino e lo riporterò nel pomeriggio. Ma non credo sia giusto.

Mio figlio ha un rapporto particolare con il cibo e non posso pretendere che la scuola vada incontro alle sue esigenze, cerco di sopperire io. Ma non mi sarei mai aspettata un comportamento simile: lasciare digiuno un bambino mentre i suoi compagni pranzano tutt’intorno».

La scuola ammette l’errore: «L’insegnante avrebbe dovuto contattare la dirigenza che a sua volta avrebbe convocato i genitori – spiegano dall’istituto friulano -. Perché al momento, sebbene il servizio mensa non sia obbligatorio per i bambini, non sia obbligatorio per i bambini, non è possibile consumare pasti portati da casa. E la mamma sapeva che doveva chiedere il consenso della dirigenza, ha forzato di proposito la procedura. In questa fase stiamo ragionando sulla sentenza di Torino e cerchiamo di capire come andrà a finire, ma bisogna stare un pochino attenti».

Il regolamento che vieta di portare cibi diversi da quelli forniti dal servizio mensa punta a garantire la salubrità dei pasti. «È un divieto sacrosanto – sottolinea il coordinatore dell’Ufficio scolastico regionale, Pietro Biasiol -. L’insegnante non avrebbe mai potuto autorizzare il bimbo a magiare in mensa.

In questa fase stiamo predisponendo una commissione per affrontare la faccenda perché le richieste di portare il cibo da casa sono molte. Abbiamo pregato le persone di non forzare il regolamento anche perché le mense rispondono in modo puntuale a tutte le esigenze presentate dalle famiglie. Ma vorrei capire se in questo caso la responsabilità è dell’insegnante che applica una norma a tutela della collettività o della mamma che vuole forzare la regola».

24 settembre  –  Aosta, quattro bambini lasciati a digiuno nella mensa della scuola

Li hanno fatto sedere nel refettorio ma senza pasto. Il motivo? I genitori non erano in regola con il pagamento e l’iscrizione.  Quattro bambini della scuola elementare  di Gignod , in provincia di Aosta sono stati lasciati a digiuno dal servizio di mensa scolastica. La vicenda risale al primo giorno di scuola in Val d’Aosta.  Pare che la causa sia legati a problemi di iscrizione al servizio. Così gli assistenti hanno deciso di lasciare i piccoli senza pasto, in attesa della ripresa delle lezione del pomeriggio.  I quattro bambini, due della classe seconda e due della quarta, sono stati fatti sedere nel refettorio e lasciati a digiuno mentre gli altri alunni consumavano regolarmente il pranzo. Al ritorno in aula, le insegnanti hanno dato da mangiare ai bimbi.  Anche ad altri due bambini è stato negato il pranzo, ma i loro genitori hanno fatto in tempo ad andarli a prendere e a portarli a casa.  L’appalto per il servizio di mensa scolastica nella scuola di Gignod è affidato alla cooperativa Noi e gli Altri di Aosta.  Pare che le famiglie dei quattro bambini non avessero ancora regolarizzato l’iscrizione alla mensa, una situazione  che per il Comune di Aosta non sarebbe stata un problema: “Chiunque viene in refezione è preso in carico dalla ditta che gestisce il servizio, poi in qualche modo si cerca di sanare l’iscrizione”, sottolinea l’assessore Paron.  “I nostri uffici avevano fornito tutta la documentazione, non si è capito chi ha dato l’ordine di non far mangiare i bambini. Mi sembra una misura un pò rigida”, commenta l’assessore comunale di Aosta

25 settembre  – Mense, dirigenti scolastici contro la libertà di portare il cibo da casa. Contrari anche alcuni deputati PD  di redazione

Secondo quanto scrive il Secolo XIX di oggi, alcuni dirigenti scolastici hanno firmato una petizione a favore del cibo da mensa. La petizione è stata lanciata su internet dai genitori favorevoli alle mense che temono un aumento dei costi a seguito della sentenza che ha decretato la possibilità per le famiglie di preparare il pasto da portare a scuola. La sentenza è stata emanata dal Tar Piemonte e sta influenzando tutto il Nord Italia, dalla Lombardia alla Liguria. In quest’ultima regione, i genitori si sono organizzati e hanno inviato diffide ai dirigenti per consentire ai propri figli di portare il cibo da casa. Una “concessione” che rischia, però, di far saltare gli equilibri legati ai costi. Anche la politica si è mossa in contrapposizione alla libertà concessa ai genitori dai tribunali. Così, ad esempio, la parlamentare del PD Mara Carocci ha chiesto al Ministero di prendere iniziative per consentire ai dirigenti di intervenire e addirittura di legiferare per impedire alle famiglie di far portare il panino da casa ai propri figli.

FONTI

9 settembre – verdetto tribunale di Torino http://torino.repubblica.it/cronaca/2016/09/09/news/a_scuola_con_il_panino_portato_da_casa_dal_tribunale_un_verdetto_decisivo-147448365/

23 settembre  – posizione unanime presidi di Genova http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2016/09/23/AS9XaSQE-niente_presidi_accordo.shtml

21 settembre Milano – scolari a digiuno http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/09/21/mense-scolastiche-a-milano-bimbi-allontanati-dai-compagni-perche-muniti-di-pasto-da-casa-scontro-tra-comune-e-regione/3047285/

22 settembre Messaggero Veneto: uno scolaro a digiuno http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2016/09/22/news/panino-a-scuola-bimbo-resta-a-digiuno-1.14132692

http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2016/09/22/news/a-sacile-liberalizzato-il-pasto-della-mamma-1.14132701

24 settembre – Aosta quattro scolari a digiuno http://torino.repubblica.it/cronaca/2016/09/24/news/aosta_quattro_bambini_lasciati_a_a_digiuno_nella_mensa_della_scuola-148445470/?ref=HREC1-18

25 settembre – A digiuno con sostegno deputati PD http://www.orizzontescuola.it/mense-dirigenti-scolastici-contro-la-liberta-di-portare-il-cibo-da-casa-contrari-anche-alcuni-deputati-pd/

Settembre 25, 2016Permalink

19 settembre 2014 – Due date da ricordare

Ogni primo giorno del mese inserisco un calendario che, se il caso, modifico quando intervengano nuovi eventi.
Fra le date che ho ricordato in agosto e settembre di due abbiamo scritto nel n. 230 del mensile Ho un sogno
Trascrivo

5 agosto. Jerry Masslo 1989

25 agosto 1989. A Villa Literno (Caserta) venne assassinato Jerry Masslo che era fuggito dal Sudafrica dell’apartheid. Nelson Mandela sarebbe uscito dal carcere nel 1990 ed eletto Presidente del Sudafrica nel 1994.Masslo fu ucciso da quattro balordi bianchi mentre fuggiva dall’edificio fatiscente dove dormiva, cercando di difendere il suo salario dalla rapina. Faceva il raccoglitore di pomodori. Non aveva ottenuto il riconoscimento della sua condizione di rifugiato politico perché era ancora in vigore la “riserva geografica” che la riconosceva possibile solo per chi venisse dall’Unione Sovietica e dai paesi satelliti.

La sua morte fu probabilmente determinante per assicurare l’anno successivo l’approvazione della legge Martelli che cancellò quella riserva.

Quando Masslo morì nulla accadde a Villa Literno mentre a Roma sfilarono 200.000 persone per una manifestazione cui partecipò anche Tommie Smith, medaglia d’oro per i 200 metri nel 1968 a Città del Messico, che assieme a Lee Evans era salito sul podio olimpico senza scarpe e aveva alzato al cielo il pugno con il guanto nero. Sei mesi prima a Memphis era stato assassinato Martin Luther King.

5 settembre 1938 – Gli ebrei non vanno a scuola!

Il Gran Consiglio del Fascismo approvò il Regio Decreto Legge 5 settembre 1938-XVI, n. 1390, Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista, successivamente convertito in legge senza modifiche (L. 99/1939). I provvedimenti complessivi per la difesa della razza sarebbero intervenuti due mesi dopo (Decreto Legge 17 novembre 1938-XVII, n. 1728), ma prima dell’inizio dell’anno scolastico ci si preoccupò che “all’’ufficio di insegnante nelle scuole statali o parastatali di qualsiasi ordine e grado e nelle scuole non governative, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere ammesse persone di razza ebraica” e che alle stesse scuole non potessero “essere iscritti alunni di razza ebraica”. Chi ha memoria di quell’orrore non poteva non essere turbato dalle “Linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri” emesse dal Miur (Ministero per l’istruzione, università e ricerca) nel febbraio 2014, con cui (al paragrafo 2.2) si chiedeva l’esibizione del permesso di soggiorno ai fini dell’iscrizione scolastica.Fortunatamente in questo caso è bastata una lettera-segnalazione, inviata il 7 maggio scorso dal presidente dell’Associazioni per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI), a indurre il Miur alla pubblica precisazione per cui “tale indicazione deve considerarsi mero errore materiale di trascrizione”.Per l’iscrizione alle scuole il permesso di soggiorno non deve quindi essere richiesto mentre resta in vigore la norma che lo prevede per la registrazione degli atti di nascita di chi, figlio di sans papier, nasca in Italia (legge 94/2009, art. 1, comma 22, lettera g).

Settembre 19, 2014Permalink

13 giugno 2014 – Forse qualche volta segnalare è utile [Quinta puntata]

Il 16 maggio avevo scritto della lettera inviata il 13 maggio dall’ASGI al MIUR a proposito della richiesta del permesso di soggiorno per l’iscrizione alla scuola dell’obbligo presente nelle linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri dello stesso  ministero. Drasticamente l’Asgi affermava “le linee guida vanno modificate” e ancor più drasticamente la lettera di accompagnamento firmata dal suo presidente concludeva: «in mancanza di sollecito riscontro ci attiveremo in sede giudiziale al fine di ottenere  la rimozione dalle linee guida della richiesta del permesso di soggiorno ai fini dell’iscrizione scolastica».
Il 23 maggio l’Asgi informava che «tale indicazione deve considerarsi mero errore materiale di trascrizione, essendo più volte ribadito nel corpo delle stesse Linee Guida come l’irregolarità dei genitori riguardo al possesso del permesso di soggiorno non possa in alcun modo compromettere il diritto degli alunni all’iscrizione scolastica».

L’esonero del permesso di soggiorno per l’iscrizione alla scuola dell’obbligo – una storia.

Soddisfatta del risultato della richiesta dell’ASGI non posso però impedirmi di giudicare ridicola la giustificazione dell’errore perché l’inserimento della dizione ‘iscrizione alla scuola dell’obbligo’ ha una non onorevole storia, raccontata molto bene in un articolo di Paolo Citran (CIDI) di cui ho dato notizia con il relativo link il 9 giugno

Scrive Paolo: « L’aureo provvedimento esonera però il cittadino straniero che chiede l’iscrizione del proprio figlio a scuola dall’obbligo di esibire il permesso di soggiorno per quanto concerne le “prestazioni scolastiche obbligatorie”. Il carattere buonista (!) di questa disposizione si avverte tenendo conto del fatto che genitori privi del permesso di soggiorno, richiesti della presentazione di tale documento, tenderebbero a non iscrivere i loro figli a scuola per evitare di autodenunciarsi come irregolari. Tuttavia la faccenda sembra valere per la sola scuola dell’obbligo. Ma prima della scuola dell’obbligo esistono l’asilo nido e la scuola dell’infanzia».
Tanto per la cronaca l’intento di escludere la scuola dell’obbligo dalla presentazione del permesso di soggiorno era stato espresso dall’allora presidente della Camera on. Fini e realizzato con un emendamento – accolto dalla maggioranza – dell’on. Alessandra Mussolini (era il 2009 e si discuteva del ‘pacchetto sicurezza’. Persino la legge Bossi Fini non era intervenuta nel merito).

Scrive il Movimento di Cooperazione Educativa

Il 12 giugno di prima mattina trovo copia di una lettera che il gruppo di Udine del MCE ha scritto alla propria segreteria nazionale.
Tralascio la prima parte dove l’MCE udinese segnala le riserve dell’Asgi e chiede alla segreteria nazionale di intervenire in proposito.
Come ho scritto sopra è superata.
Ne riporto invece la seconda parte:
«Rileviamo d’altra parte come, in base all’articolo del Decreto legislativo sopra citato, l’esenzione dalla presentazione del permesso di soggiorno riguardi solo l’iscrizione alla scuola dell’obbligo e non alle altre istituzioni educative e scolastiche, la cui frequenza viene quindi di fatto ostacolata per i figli di immigrati “irregolari”. Pensiamo in particolare agli asili-nido e alle scuole dell’infanzia, che rappresentano per il bambino un’ occasione di crescita e di arricchimento, nonché di precoce apprendimento della lingua italiana, necessario ai fini di un’effettiva integrazione sociale e culturale nel nostro Paese.

Ciò è in evidente contrasto con la Legge n. 176/1991 (Ratifica ed esecuzione della Convenzione dei diritti del fanciullo, pubblicata a New York il 20.11.1989) e con l’insieme della legislazione riguardante i minori, che afferma come la condizione di irregolarità dei genitori non possa ostacolare in alcun modo il rispetto dei diritti dei minori, compreso quello all’educazione e all’istruzione.

Riteniamo perciò che sia urgente una revisione complessiva della legislazione in materia.

 Vogliamo ricordare, in particolare, che la Legge n. 94 del 15 luglio 2009 stabilisce l’obbligo di presentare il permesso di soggiorno anche per gli atti di stato civile quali la dichiarazione di nascita (art.1 comma 22, lettera g). Questo crea il rischio che genitori immigrati irregolari non denuncino la nascita di un figlio per paura di essere espulsi. Precisiamo che il 7 agosto dello stesso 2009, il Ministero dell’Interno ha cercato con una circolare  di porre rimedio a questa situazione, chiarendo che non è necessario esibire documenti inerenti al soggiorno per dichiarazioni  di nascita e di riconoscimento di filiazione. Ma, non essendo una Circolare Ministeriale una fonte primaria del diritto, permane l’urgenza di una revisione della legislazione in materia, da approvarsi da parte del Parlamento. (Esiste a riguardo una proposta di legge, la  n.740, presentata  il 13 aprile 2013 e assegnata alla Commissione Affari Costituzionali, che ancora giace ignorata).

L’MCE, che nei suoi principi di fondo annovera l’attenzione e l’impegno al  riconoscimento dei diritti dei minori, a nostro parere dovrebbe impegnarsi per un cambiamento dell’attuale  legislazione
».

Una speranza, come altre forse inutile, ma non illegittima.

L’MCE nazionale è organizzazione stimata e autorevole. Mi ostino a sperare che faccia buon uso della lettera udinese e si attivi presso il ministero per  arrivare a una norma che ponga fine a questi continui riferimenti al Permesso di soggiorno.
Probabilmente il coinvolgimento responsabile del Ministero faciliterebbe la revisione parlamentare della norma che l’MCE correttamente auspica.
Risolvendo la questione in radice – come anche l’MCE udinese suggerisce – si semplificherebbe la situazione.
Ma di ciò a una prossima puntata   –  continua

La documentazione specifica a questo punto si infittisce.
Per ora segnalo le quattro puntate precedenti:

6 maggio 2014 –http://diariealtro.it/?p=3051;
8 maggio 2014 –http://diariealtro.it/?p=3056
16 maggio 2014 – http://diariealtro.it/?p=3070
11 giugno 2014  –  http://diariealtro.it/?p=3110

A queste aggiungo, oltre i documenti citati nel testo, quelli pubblicati  il 25 maggio
http://diariealtro.it/?p=3081 e il 7 giugno   http://diariealtro.it/?p=3090 .

Giugno 13, 2014Permalink

25 maggio 2014 – Lettera all’on. Kyenge

 

Ho inviato questa lettera aperta alla destinataria e la pubblicherò su facebook.
Servirà a qualche cosa?
Vista la mia esperienza temo di no ma non mi sento di lasciar perdere.

Gentile on. Cécile Kyenge,

Le scrivo a elezioni concluse per spiegarle le ragioni per cui ho dato il mio voto solo a lei, ragioni che non ho scritto prima perché non volevo entrare nel bailamme della propaganda elettorale secondo me malissimo giocata negli argomenti e nei modi.
Per essere comprensibile devo inserire le storie che mi hanno condotto alla scelta che ho dichiarato.

Prima storia
Delusa dall’atteggiamento del Pd su molte questioni e in particolare su un problema di cui dirò più avanti (le poche persone che so essere state capaci di una propria ragionata consapevolezza non hanno riscattato l’atteggiamento omissivo del Pd in quanto tale) avevo pensato a un voto per Tsipras, attratta dalla presenza di due persone che vorrei vedere nel Parlamento europeo, l’una – Barbara Spinelli – per la sua eccezionale competenza nella istituzione europee e nei Trattati firmati nel corso degli anni, l’altro – Adriano Prosperi – come storico di cui ho grande stima e soprattutto lo ritengo persona cui avrei affidato la mia speranza di poter leggere, nei fondamenti dell’agire del Parlamento Europeo, la consapevolezza delle  speranze di pace che, nell’immediato secondo dopoguerra – e se pensiamo al Manifesto di Ventotene – anche durante, avevano acceso l’idea dell’unità del vecchio continente.
Quella unità era sperata in un fondamento politico nato dalla lettura consapevole e responsabile di una storia drammatica e porterebbe fino al significato di scelte politiche quotidiane che non vogliano (e dalle proposte che ho sentito mi sembra invece lo vogliano) affidarsi all’occasionalità, eventualmente sostenuta da brandelli di ideologie più o meno metabolizzate.
Adriano Prosperi è candidato nella mia circoscrizione e mi sarebbe piaciuto votarlo affiancandolo a una candidata locale di cui ho stima.
E invece è arrivato lo schiaffo: Spinelli e Prosperi hanno dichiarato che, se eletti, si ritireranno per dar posto ad altri.
Vogliono ridursi a specchietti per le allodole? Non sono affari miei, non sono un’allodola.
E così, caduta la speranza Tsipras, sono tornata alla mia originaria ipotesi di scheda bianca.
Poi le cose sono cambiate.
Ma, per spigargliene la ragione devo passare alla

Seconda storia

Cinque anni fa l’allora ministro Maroni (era in carica il quarto governo di un tale già cav., già on. già molte altre cose) impose il voto di fiducia sulla legge che prese il numero 94/2009 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica). Ora la Corte Costituzionale la sta facendo a pezzi ma non si è occupata dell’aspetto che mi sta a cuore e su cui cerco di documentarmi: la lettera g) del comma 22 dell’art. 1 che impone la presentazione del permesso di soggiorno ai non comunitari che vogliano assicurare ai figli un certificato di nascita, come la legge di ratifica della Convenzione  di New York impone invece per ogni bambino (legge 176/1991).
La Corte non se ne è occupata perché nessuno ne ha messo in moto il meccanismo nelle forme dovute ma tanto non servirebbe se fosse discussa e approvata una semplice modifica già formulata in proposta di legge n.740, affidata alla commissione Affari Costituzionali e di cui non sembrano occuparsi più nemmeno i 104 proponenti.

Ora dobbiamo collegarci alla storia europea.
Ho scritto sopra di storia drammatica. Appunto
Il nazismo voleva che certe persone, interi popoli fossero Untermenschen, sotto uomini e dovessero scomparire dopo che tutta la loro capacità lavorativa, i loro corpi stessi fossero stati messi a disposizione del grande reich.
La burocrazia tedesca creò le condizioni perché i lager potessero esistere e prosperare e sappiamo cosa furono.
Non vennero calati dal cielo compiuti e prefabbricati nella soluzione finale: crebbero un po’ alla volta, nel diffuso consenso popolare.
Il fascismo rivendicò orgogliosamente la stessa dottrina e il popolo italiano aderì.
Si faccia predisporre, on. Kyenge,  una rassegna stampa dei giornali italiani del 1938.
Cominci dal discorso a Trieste di Mussolini (cav. pure lui e pure lui capo dell’allora governo). Era il 1938, se non erro il mese di ottobre … ma non le sarà difficile trovare la registrazione di quell’infame discorso. Lo ascolti.
E nessuno o quasi (e molto dovremmo ragionare su quel ‘quasi’) protestò, anzi ..
Legga (io l’ho fatto) gli articoletti dei giornali locali di allora con cui direttori didattici, preside, insegnanti  plaudono ufficialmente alla scomparsa dei loro colleghi e dei loro studenti cacciati da scuola perché ebrei.
Oggi il popolo italiano subisce una legge che caccia neonati dal consorzio civile negando loro il certificato di nascita e tutti – o quasi – stanno buoni e zitti. Tacciono anche i parlamentari e io non mi sento rappresentata da chi digerisce tranquillo un’infamia del genere. E’ una norma che mi offende per il fatto di essere stata scritta e votata a prescindere dai danni che può provocare.
Certo i neonati che la legge vuole fantasmi sono probabilmente pochi ma, fermo restando che il diritto ad esistere non si pesa né a quintali né a chili, ci sono.
Ce lo dice un complesso di 80 associazioni che fanno parte del Gruppo Convention on the Rights of the Child (che ha il compito di monitorare la Convenzione di New York):
«Il timore, quindi, di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità (art. 7 CRC), nonché dell’art. 9 CRC contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori».

«Pur non esistendo dati certi sull’entità del fenomeno, le ultime stime evidenziano la presenza di 544 mila migranti privi di permesso di soggiorno. Questo può far supporre che vi sia un numero significativo di gestanti in situazione irregolare»..

Ho parlato con  parecchi rappresentati del Pd (e salvo un consenso di alcuni a titolo personale e la predisposizione della negletta proposta di legge 740) ho capito che l’estraneità del problema per il Pd (e anche per Tsipras) è totale.
Ci si intestardisce ad affermare che la cittadinanza jus soli quando sarà sanerà tutto e a trasformare quel pur condivisibile obiettivo in un alibi per tacere sulla realtà che – solo in parte – le ho esposto.
Nel consenso diffuso (condito di finta inconsapevolezza intenzionalmente giustificante) abbiamo cominciato a creare i sotto bambini come il nazismo aveva creato i sotto uomini.

E allora perché le ho dato il mio voto?

Quando la settimana scorsa ci siamo incontrate a Udine in piazza San Giacomo io, a seguito del suo discorso per molti aspetti condivisibile ma non accettabile nell’omissione, sono intervenuta  e so che poi è stata avvicinata da due esponenti del Pd che hanno capito il problema.
Così il giorno successivo ho avuto la convincente sorpresa.
Sul più diffuso quotidiano locale ho letto, a seguito della proposta dei tre punti forti del suo programma in caso di elezione, «Giovani, donne, lavoro e integrazione», una precisazione che trascrivo: «La registrazione all’anagrafe italiana  per tutti i nuovi nati sul territorio in modo che a scuola non ci siano distinzioni, perché quella è la prima pietra di integrazione»
Aveva ascoltato, aveva capito, aveva superato l’omissione.
Io non so, on Kyenge, se sarà eletta al Parlamento Europe (spero di sì e che anche a Bruxelles resti capace di ascoltare, capire, rafforzare la sua determinazione e, se il caso, correggersi).
Lei è comunque parlamentare italiana. Quindi le faccio, con attenzione alla responsabilità che le spetta in entrambi i ruoli, quello che riveste e quello che forse rivestirà

due modeste proposte

Il 23 aprile nel corso della trasmissione di radio 3 (RAI – Tutta la città ne parla ore 10) un avvocato componente dell’Associazione Studi Giuridici Immigrazione  dichiarò (trascrivo dalla trasmissione ascoltabile in podcast):
«c’è un problema relativo a una questione  molto più grave.  Cioè la possibilità da parte di due persone che senza permesso di soggiorno, ma anche senza un documento di identità (la donna che è priva di un passaporto) di poter riconoscere il proprio figlio. Nel senso che sicuramente la normativa nazionale e internazionale le  riconosce questo diritto. Però questo diritto è stato posto in discussione più volte».
E ancora:
«  non è raro – purtroppo non è raro – il fatto che al momento del parto venga negata alla persona, alla donna che ha partorito in ospedale, la possibilità di riconoscere il figlio senza documento di identità, per cui una serie di strutture mediche trovano escamotage tipo per esempio la richiesta di testimoni che possano testimoniare che quella donna ha partorito quel figlio o anche altri stratagemmi assolutamente stravaganti»
Quindi i nostri sotto bambini non resterebbero, se ciò che ha detto l’avvocato dell’ASGI è vero, privi solo di certificato di nascita ma sarebbe negato persino il diritto naturale della madre che precede ogni burocrazia.
La mia proposta? Inviti il ministro della salute a verificare il fondamento di questa negazione della maternità  che a me sembra un crimine.

E ancora l’ASGI afferma (e sostiene tale affermazione con una lettera al MIUR del suo stesso presidente):
«Nelle indicazioni operative contenute nel testo del Ministero si trovano le indicazioni dirette alle segreterie scolastiche di richiedere ai genitori degli alunni stranieri, ai fini dell’iscrizione dei figli, l’allegazione alla domanda di copia del proprio permesso di soggiorno.»
Come nel caso precedente le chiedo di promuovere una verifica di questa procedura che paradossalmente contraddice addirittura la legge 94 che ho citato.

Cordiali saluti e auguri di buon lavoro ovunque si troverà ad operare.

Augusta De Piero  –  Udine

Maggio 25, 2014Permalink

30 marzo 2014 – Interferenze da rifiutare

Segreteria tecnica nazionale delle Comunità cristiane di base
c/o CdB di San Paolo     Via Ostiense, 152/B – 00155 – Roma segreteria@cdbitalia.it – www.cdbitalia.it

L’intervento del cardinale Bagnasco, che critica l’iniziativa promossa dal Ministero dell’istruzione (Miur) per sensibilizzare le scuole a promuovere un’azione informativa ed educativa per il rispetto delle diversità di genere e di orientamento sessuale e contro l’omofobia ed il conseguente bullismo, ripropone ancora una volta il problema delle interferenze del potere ecclesiastico nella vita politica italiana.

E’, infatti, legittimo in regime democratico che parlamentari e genitori cattolici contestino la diffusione dei tre volumetti destinati agli insegnanti per realizzare quell’iniziativa che, a loro parere, metterebbe in discussione la famiglia “naturale” e incoraggerebbe i ragazzi all’omosessualità.

E’, invece, inammissibile che il Miur, dopo quell’intervento, abbia rinviato «a data da destinarsi» la due giorni di corso di formazione per i docenti prevista per questa settimana mettendo al bando, di fatto, il materiale informativo ‘Educare alla diversità’ curato dall’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali che rientrava nel piano Strategia nazionale Lgbt 2013-2015, lanciato due anni fa dal governo Monti e confermata dal governo Letta.

È evidente che, da un lato la Cei non intende rinunciare al connubio concordatario e, dall’altro, che la nostra rappresentanza politica continui ad essere ossequiente alle prese di posizione delle gerarchie della chiesa cattolica romana, come la ampia partecipazione dei nostri parlamentari e membri del governo alla messa papale odierna sembra dare segno.

Le Comunità cristiane di base

Roma, 27 marzo 2014

Marzo 30, 2014Permalink

12 giugno 2013 – Obiezione di coscienza?

Riporto per intero anche se molto lungo il testo della mozione presentata in parlamento da un deputato di Sinistra Ecologia e Libertà, su cui il Partito Democratico si è astenuto.
Io sono senza parole o meglio al momento quelle che mi verrebbero spontanee è preferibile non vengano scritte. In un messaggio alla deputata che ne ha dato notizia su facebook ho chiesto maggiori precisazioni sull’esito di questa votazione e sul futuro di un dibattito in merito.
Ne parleranno o no? E se in questo caso i deputati del Pd facessero un piccolo ragionamento sulla loro obiezione di coscienza a fronte di una indicazione che ha tutto il sapore della più vecchia – ma non dimenticata (almeno da me) – DC?
Se riceverò o troverò altre informazioni ne darò notizia.

 Mozione 1-00045 presentato da MIGLIORE Gennaro
testo di Giovedì 6 giugno 2013, seduta n. 30

La Camera, premesso che:
nel nostro Paese, in ambito medico sanitario il diritto all’obiezione di coscienza è espressamente codificato e disciplinato per legge riguardo: all’interruzione della gravidanza, laddove l’obiezione è riconosciuta dall’articolo 9 della legge n. 194 del 1978; alla sperimentazione animale, dove l’obiezione di coscienza è disciplinata dalla legge n. 413 del 1993; alla procreazione medicalmente assistita, dove l’obiezione di coscienza viene prevista e disciplinata dall’articolo 16 della legge n. 40 del 2004;
l’esercizio del diritto all’obiezione di coscienza da parte del personale sanitario in relazione all’interruzione volontaria di gravidanza riveste particolare importanza, per le sue ricadute socio-sanitarie sulle donne, e sulla stessa funzionalità del servizio sanitario nazionale;
ultima relazione sullo stato di attuazione della legge n. 194 del 1978 presentata al Parlamento dal Ministro della salute il 9 ottobre 2012 riporta – tra l’altro – i dati definitivi sull’obiezione di coscienza esercitata da ginecologi, anestesisti e personale non medico nel 2010. I dati che emergono sono molto eloquenti e impongono ancora una volta, e con forza, una seria riflessione sulla garanzia e la qualità del servizio per l’interruzione della gravidanza disciplinata dalla legge n. 194 del 1978;
la relazione dice che in Italia ben il 69,3 per cento dei ginecologi, del servizio pubblico è obiettore di coscienza. In pratica quasi sette medici ginecologi su dieci è obiettore. Se si analizzano i dati su base territoriale, si trova che, ad eccezione della Valle d’Aosta, dove i ginecologi obiettori sono solamente il 16,7 per cento, le percentuali regionali non scendono mai al di sotto del 51,5 per cento. I dati medi aggregati per Nord, Centro, Sud e Isole indicano percentuali di ginecologi obiettori di coscienza pari rispettivamente al 65,4 per cento; 68,7 per cento; 76,9 per cento; 71,3 per cento. Il maggior numero di ginecologi obiettori si trova al Sud, con la punta più alta in Molise, dove si raggiunge l’85 per cento;
i dati della relazione al Parlamento in realtà non riescono a fotografare lo stato reale della sua applicazione sul territorio nazionale, che risulta ben più grave di quella riferita dal Ministro pro tempore;
si ricordano, in tal senso, i dati resi noti da LAIGA (Libera associazione italiana dei ginecologi per l’applicazione della legge 194) il 14 giugno 2012, e risultanti da un attento monitoraggio dello stato di attuazione della legge nella regione Lazio dai quali emerge una situazione reale ben più grave di quanto riportato nella relazione del Ministro pro tempore: nel Lazio in 10 strutture pubbliche su 31 (esclusi gli ospedali religiosi che invocano una obiezione «di struttura» e le cliniche accreditate, la maggior parte delle quali ignora semplicemente il problema) non si eseguono interruzioni di gravidanza. Nella medesima regione ha posto obiezione di coscienza il 91,3 per cento dei ginecologi ospedalieri. In 3 province su 5 (Frosinone, Rieti, Viterbo) non è possibile eseguire aborti terapeutici, il che costringe le donne alla triste migrazione verso i pochi centri della capitale, sempre più congestionati, o in altre regioni, o all’estero;
molte strutture ospedaliere, per garantire l’applicazione della legge, ricorrono a specialisti esterni convenzionati con il sistema sanitario ed assunti esclusivamente per le interruzioni di gravidanza (medici SUMAI), o a medici «a gettone», con un significativo aggravio per il Sistema sanitario nazionale;
a livello nazionale, la principale conseguenza di un numero così elevato di obiettori di coscienza è quella di rendere sempre più difficoltosa la stessa applicazione della legge n. 194 del 1978, con effetti negativi sia per la funzionalità dei vari enti ospedalieri e quindi del sistema sanitario nazionale, sia per le donne che ricorrono all’interruzione volontaria di gravidanza;
la drammaticità dello stato di applicazione della legge comporta l’allungamento dei tempi di attesa, con maggiori rischi per la salute delle donne e maggiori rischi professionali per i pochi non obiettori, costretti loro malgrado ad una cattiva pratica clinica;
a fronte di questo stato «di emergenza» le donne devono spesso migrare da una regione all’altra o addirittura all’estero, e, soprattutto tra le immigrate, risulta necessario il ricorso all’aborto clandestino;
il diritto all’obiezione di coscienza in materia di aborto per il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie, è sancito dall’articolo 9 della suddetta legge n. 194 del 1978, che allo stesso tempo prevede che gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate siano «tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure e gli interventi di interruzione della gravidanza. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale»;
la legge n. 194 prevede quindi scelte individuali e responsabilità pubbliche. L’obiezione di coscienza è infatti un diritto della persona ma non della struttura;
al personale sanitario viene garantito di poter sollevare l’obiezione di coscienza. Ma quel che è un diritto del singolo non è diritto della struttura sanitaria nel suo complesso, che ha anzi l’obbligo di garantire l’erogazione delle prestazioni sanitarie;
i dati suindicati sulle percentuali molto elevate di obiettori, comportano oltre che evidenti ricadute negative sulla stessa effettiva attuazione della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza e quindi sulle donne che rivendicano l’inviolabile libera scelta a farne ricorso, anche conseguenze oggettivamente pesanti sui sempre più pochi medici non obiettori, che spesso si ritrovano relegati a occuparsi quasi esclusivamente di interruzioni di gravidanza con il rischio più che concreto di una dequalificazione professionale, e conseguenti effetti penalizzanti sulle loro stesse possibilità di carriera;
il diritto della donna ad interrompere una gravidanza indesiderata, e quello del personale sanitario a sollevare obiezione di coscienza dovrebbero poter convivere affinché nessun soggetto veda negata la propria libertà. Di fatto, tale ipotesi, trova estrema difficoltà nel realizzarsi per i numeri esorbitanti dei medici obiettori che spesso si rifiutano anche di segnalare alle pazienti un medico non obiettore o un’altra struttura sanitaria autorizzata alla interruzione volontaria di gravidanza;
dal 2009 l’AIFA ha autorizzato l’immissione in commercio del mifepristone, o Ru486, per l’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica, nel rispetto dei precetti normativi previsti dall’articolo 8 della legge n. 194 del 1978; tale articolo prevede che l’interruzione volontaria di gravidanza possa essere praticata in ospedali pubblici generali e specializzati, e «case di cura autorizzate e presso poliambulatori pubblici adeguatamente attrezzati». L’articolo 8 non precisa il regime in cui deve essere praticata l’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica (ricovero ordinario, DH, prestazione ambulatoriale). Il Ministro della salute pro tempore, in data 24 febbraio 2010, ha chiesto in proposito il parere del Consiglio superiore di sanità; il Consiglio superiore di sanità, nella seduta del 18 marzo, ha individuato il ricovero ordinario come il regime più idoneo per l’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica;
i dati riportati dalla letteratura internazionale, nonché i dati della regione Emilia Romagna che ha adottato il regime di day hospital, non confermano la scelta e le raccomandazioni del Consiglio superiore di sanità; gli stessi dati del Ministero della salute sull’interruzione volontaria di gravidanza medica dicono che dal 2005 al 2011 circa 15mila donne hanno scelto il metodo farmacologico, e che il 76 per cento delle pazienti ha scelto la dimissione volontaria dopo la somministrazione del mifepristone, senza che vi siano state complicazioni maggiori rispetto alle donne che sono state ricoverate fino all’espulsione;
risulta improrogabile la necessità di valorizzare e ridare piena centralità ai consultori, quale servizio per la rete di sostegno alla sessualità libera e alla procreazione responsabile. Come conferma anche l’ultima relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della legge n. 194 del 1978, «nel tempo i Consultori familiari non sono stati, nella maggior parte dei casi, potenziati né adeguatamente valorizzati. In diversi casi l’interesse intorno al loro operato è stato scarso ed ha avuto come conseguenza il mancato adeguamento delle risorse, della rete di servizi, degli organici, delle sedi»,

impegna il Governo:

a garantire il rispetto e la piena applicazione della legge n. 194 del 1978 su tutto il territorio nazionale nel pieno riconoscimento della libera scelta e del diritto alla salute delle donne, assumendo tutte le iniziative, nell’ambito delle proprie competenze, finalizzate all’assunzione di personale non obiettore al fine di garantire il servizio di interruzione volontaria di gravidanza;
ad attivarsi, nell’ambito delle proprie competenze, al fine di assicurare, come prevede la legge, il reale ed efficiente espletamento da parte di tutti gli enti ospedalieri e delle strutture private accreditate, delle procedure e gli interventi di interruzione della gravidanza chirurgica e farmacologica;
a garantire il pieno rispetto della legge da parte di ogni struttura pubblica o del privato accreditato (sia essa un ospedale o un consultorio), posto che solo a fronte di questo impegno può essere concesso l’accreditamento;
ad attivarsi perché l’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica sia offerta come opzione a tutte le donne, che, entro i limiti di età gestazionale imposti dalla metodica, devono poter scegliere;
ad attivarsi perché l’interruzione volontaria di gravidanza medica possa essere praticata in regime di day hospital, che non comporta, come evidenziato dalla letteratura scientifica internazionale e dalla stessa relazione del Ministero della salute pro tempore, maggiori rischi per la salute, e che costa meno, considerato che l’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica viene da tempo praticata in regime ambulatoriale o di day hospital negli altri Paesi europei e nella stessa regione Emilia Romagna;
ad assumere ogni iniziativa di competenza, affinché la gestione organizzativa e del personale delle strutture ospedaliere sia realizzata in modo da evitare che vi siano presìdi con oltre il 30 per cento di obiettori di coscienza, anche attraverso un controllo più stringente sull’attuazione delle previste procedure di mobilità del personale sanitario;
ad assumere iniziative per prevedere che il requisito della non obiezione sia introdotto per chi deve essere assunto o trasferito in presìdi, fissando la percentuale di personale sanitario non obiettore al fine di garantire la piena applicazione della legge n. 194 del 1978;
ad assumere iniziative finalizzate a prevedere che il requisito della non obiezione sia condizione all’espletamento delle funzioni apicali nelle strutture di ostetricia e ginecologia dei presidi ospedalieri;
ad assumere iniziative volte a prevedere – anche ai fini di una maggiore trasparenza nel rapporto tra cittadini e medici di base – che i medici di famiglia siano tenuti a comunicare agli ordini provinciali dei medici chirurghi e odontoiatri ai quali sono iscritti, se intendono esercitare il loro diritto all’obiezione di coscienza, facendo si che da dette comunicazioni i suddetti ordini ricavino un apposito elenco pubblico;
ad assumere iniziative per valorizzare e ridare piena centralità ai consultori familiari, quale servizio fondamentale nell’attivare la rete di sostegno per la sessualità libera e la procreazione responsabile, nonché strutture essenziali per l’attivazione del percorso per l’interruzione volontaria di gravidanza;
a confermare e diffondere la conoscenza dei diritti in tema di contraccezione di emergenza, anche tramite adeguate azioni informative sull’esclusione del diritto all’obiezione di coscienza per i farmacisti.

Giugno 12, 2013Permalink

9 giugno 2013 – Miscellanea: dalla legge suina ai bimbi fantasma

Libertà e giustizia

Ricevo dalla coordinatrice del circolo locale libertà e Giustizia un volantino da cui traggo una citazione per me importantissima sia per chi ne è l’autore sia per i contenuti..
“Possiamo confidare d’avere una legge elettorale conforme alla democrazia, per quando si sarà chiamati a votare?
Un Parlamento di nominati non dispiace affatto a chi li può nominare, distribuendo favori e, al contempo, assicurandosi fedeltà incrollabili. Gli accoliti possono essere più utili di rappresentanti della Nazione. E anch’essi possono riporre nel sistema delle nomine dall’alto la speranza di “rielezione”, in cambio della fedeltà ai capi”. Gustavo Zagrebelsky

Avevo sperato che il governo Letta si adoperasse per portarci subito fuori dai meandri della legge suina. Non è così. Come voteremo la prossima volta e quando sarà?
Mentre scrivo sento le notizie relative alla non affluenza ai seggi elettorali.
Ma cosa si aspettavano? Non capiscono che siamo stanchi di uomini dalla fedeltà che quando non è complice (non credo all’equazione politico-delinquente, che però è diffusa) è incompetente e inconcludente?

Monitorare una Convenzione ONU

In Italia la convenzione Onu sui diritti dei minori è legge (n.176/1991) e la sua attuazione viene monitorata dal Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (CRC) che presenterà domani al Parlamento il suo sesto  rapporto annuale.
E’ un testo molto chiaro e documentato che, attraverso le raccomandazioni poste alla fine di ogni paragrafo, fornisce alle istituzioni competenti indicazioni concrete e soprattutto attuabili per promuovere un cambiamento.
Chi volesse leggere l’intero documento (più di 160 pagine) può accedervi da vari siti,
Al momento quello dell’Asgi di cui di solito mi servo non funziona, ma potete farlo da qui.

Domani, lunedì, il Rapporto Annuale dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza verrà presentato al Parlamento.
Nella speranza che qualche parlamentare ascolti e ne tragga efficaci indicazioni per il suo lavoro ho scritto la lettera che ricopio e che ho inviato a parlamentari eletti in Friuli Venezia Giulia (cui ho aggiunto l’on. Khalid  Chaouki che mi hanno detto essere persona attenta a questo tipo di problemi).

Ai signori senatori Francesco Russo, Isabella De Monte, Carlo Pegorer, Lodovico Sonego,
Ai signori deputati Gianna Malisani, Giorgio Zanin; Ettore Rosato, Giorgio Brandolin,  Tamara Blazina,  Serena Pellegrino

Vi scrivo come cittadina italiana preoccupata dal fatto che in Italia nascano bambini cui è negata la registrazione anagrafica preoccupazione confermata dal documento che vi sarà presentato lunedì 10 giugno, secondo quanto ho ricavato dal sito del Parlamento e di cui trascrivo il riferimento.

Vicepresidente Di Maio lunedì a Presentazione Rapporto Autorità Garante Infanzia e Adolescenza
Il Vicepresidente della Camera dei deputati, Luigi Di Maio, lunedì 10 giugno, alle ore 11.00, parteciperà alla Presentazione del Rapporto Annuale dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, Vincenzo Spadafora, presso Palazzo Giustiniani – nella Sala Zuccari del Senato (Via della Dogana Vecchia, 29).


Sono pienamente a conoscenza dell’ampiezza del documento citato nel comunicato e vi prego pertanto di fare efficace attenzione a quanto raccomandato e ampiamente descritto al punto 1 del cap. III e che, per quanto di competenza del Parlamento, trascrivo.

Capitolo III  1. Diritto registrazione e cittadinanza
Alla luce di tali considerazioni il Gruppo CRC raccomanda:

1. Al Parlamento di attuare una riforma legislativa che garantisca il diritto alla registrazione per tutti i minori, indipendentemente dalla situazione amministrativa dei genitori;
2. Al Parlamento di attuare una riforma della Legge 91/1992 che garantisca percorsi agevolati di acquisizione della cittadinanza italiana per i minori stranieri nati in Italia e per i minori arrivati nel nostro Paese in tenera età;

Ringrazio per l’attenzione  Augusta De Piero – Udine

Nella lettera ho fatto riferimento solo al problema della registrazione anagrafica dei figli degli immigrati senza permesso di soggiorno di cui ho parlato tante volte (si attivi il tag anagrafe e in particolare il mio pezzo del 20 giugno 2012 ) sorpresa dal fatto che il Gruppo CRC raccomandi al punto 1 quello che io chiedo dal 2009. (Per saperne di più si vedano i punti 28 e 29 del capitolo citato sopra)

Cristian cittadino italiano   
Ne ho scritto il 5 giugno, riportando un articolo del Corriere della Sera dove c’erano anche dei link relativi alla pregressa attività del ministro Cancellieri (ieri interni, oggi giustizia). L’articolo, facendo riferimento alla disabilità del ragazzo che gli avrebbe impedito di diventare cittadino italiano perché non in grado di capire il senso del giuramento sulla Costituzione  affermava correttamente : “C’è, però, e prevale sulle norme nazionali, la Convenzione Onu per i diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia, che stabilisce esplicitamente: il diritto di cittadinanza non può essere negato”.
Tutto chiaro? Non troppo perché l’osservazione che segue è molto preoccupante.
Trascrivo: “La materia diventa allora complessa e delicata, come osserva il ministro, e potrebbe riguardare molti casi, finora rimasti in ombra. Nei dati dell’Istruzione relativi all’anno scolastico 2009-10, riportati dall’Agenzia Redattore sociale, si calcolano nelle classi italiane oltre 10.500 alunni immigrati con disabilità intellettiva”.
I 10.500 disabili segnalati sono tali per patologie o per difficoltà intercorse  nel processo di integrazione e in particolare nell’apprendimento della lingua italiana?

No, tu no … né libero né giusto

Fra le tante contraddizioni del coacervo di norme che trattano della condizione dei minori ricordo (e non sarà l’ultima volta. Magari lo fosse!) la condizione dei bambini non registrati all’anagrafe, il cui processo di integrazione è impedito per legge all’origine.
Tutti condannanti al destino di disabili certificati?
E se si troveranno in una scuola dove i disabili vengono picchiati e insultati (la documentazione del caso che collego dei carabinieri) chi potrà difenderli dato che non esistono e che i loro genitori tali non sono? Dove mai è scritto? Ma è possibile che parlamentari, sindaci e opinione pubblica se ne infischino?

Giugno 9, 2013Permalink

28 aprile 2013 — Boldrineide e non solo

Torno a sentire un linguaggio politico vero?
E’ un linguaggio su cui chi ne avesse competenza e sapienza potrebbe costruire politiche più efficaci e degne.
Trascrivo perciò i link di due discorsi importanti di Laura Boldrini, ricordando anche il suo primo intervento parlamentare, come l’ho riportato insieme a quello di Pietro Grasso, il 17 marzo
http://diariealtro.it/?p=2175

Manifestazione in occasione del 68° Anniversario della Liberazione
http://presidente.camera.it/5?evento=60

10 aprile Torino- Teatro Regio – Lezione inaugurale della Biennale Democrazia 2013 “Utopico. Possibile”
http://presidente.camera.it/5?evento=37

Proverò a creare un tag Boldrini sperando di collegarvi molti interventi

Non solo boldrineide.

Devo al contatto con insegnanti del Centro Territoriale Permanente per l’istruzione e la formazione in età adulta (CTP) la conoscenza del PROGETTO FORMATIVO INTERISTITUZIONALE

CITTADINANZA E COSTITUZIONE
 “IL PIACERE DELLA LEGALITÀ?  MONDI A CONFRONTO”ETICA INDIVIDUALE – ETICA PUBBLICA

Sono stata coinvolta già due volte, lo considero un grande onore e ne sono stata molto emozionata.
Della prima volta ho dato relazione ieri http://diariealtro.it/?p=2272

C’è una seconda volta

Il CTP (insisto braccio operativo di un’iniziativa che fa capo alla scuola pubblica italiana;
so che il linguaggio è improprio ma per rendermi conto della realtà devo smaltire l’effetto del burocratese) assicura tra l’altro l’organizzazione di corsi per il raggiungimento del titolo di studio che segnala il completamento della scuola dell’obbligo.
In questo contesto vengo invitata a parlare del razzismo. L’insegnante mi avverte che hanno già parlato dell’antisemitismo, letto alcune pagine di Primo Levi e del diario di Anna Frank e, spontaneamente, durante quel lavoro alcuni di loro hanno posto il problema del bullismo. Il bullismo è razzismo?
Devo incontrare nove studenti  stranieri immigrati (di cui tre ragazze). Cerco di prepararmi con qualche difficoltà: quando insegnavo ero abituata a far lezione nel contesto di un programma che proponevo, aggiornavo, modulavo …La lezione estemporanea mi preoccupa un po’.
E invece l’esperienza si rivela non solo molto interessante ma addirittura piacevole.
Gli studenti raccontano di sé, delle loro opinioni sul razzismo e di esperienze (in qualità di vittime) di bullismo. Raccogliamo le storie, le analizziamo e le ritroviamo ben definite dall’elenco che ci propone l’art. 3 della Costituzione: “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.
A un ragazzo sfugge la parola ‘stronzo’, ride e si giustifica. Sa che non è termine da usare in quel contesto. Per quanto discutibile sia la sua capacità di espressione verbale conosce i meccanismi del codice linguistico. E un bel passo avanti.
Guardo con ammirazione l’insegnante.
Quando arriviamo ad analizzare l’esperienza di bullismo un ragazzo mi chiede di precisare il significato della parola. Forte di una previa consultazione di vocabolari, comincio da ‘bullo’ e, mentre mi destreggio fra sinonimi e aggettivi, lo studente esplode: ‘allora è come figo’. Ha trovato un sinonimo che entusiasma il gruppo perché trasferisce il concetto un po’ astratto alla loro esperienza. E così elaboriamo quella scoperta ‘Uno che si ritiene bullo mentre…’
E i racconti ricominciano, emergono altri particolari della loro vita, prima della migrazione e dopo (per la verità due sono nati in Italia ma non hanno potuto praticare fin da piccoli un italiano corretto).
La scuola si svolge di pomeriggio e al mattino alcuni lavorano, altri (e ‘altre’ in particolare) frequentano la scuola superiore in classi corrispondenti a quelle di cui facevano parte nel paese d’origine ma, senza il diploma di terza media, non potranno sostenere l’esame di maturità.
Non mi sento di commentare: le poche cose che ho scritto, fra le tante vissute in quell’aula, parlano da sé.

 Elenco finale dei soggetti coinvolti nel progetto del CTP di Udine.

E infine riporto l’elenco dei soggetti istituzionali coinvolti nel progetto:
Istituto Comprensivo II Udine Sede Valussi, Centro Territoriale Permanente  e CC, ISIS “Caterina Percoto”, ISIS “Bonaldo Stringher”. Presidio Rita Atria Libera contro le mafie Udine, Direzione della Casa Circondariale di Udine, Direzione della Casa Circondariale di Tolmezzo, Ufficio Esecuzione Penale Esterna di UD-PN-GO

Aprile 27, 2013Permalink