5 maggio 2016 – Abraham Yehoshua: “Europa aiutaci ….”



Israele, Abraham Yehoshua: “Europa aiutaci 
a fare la pace con i palestinesi”

Gli Stati Uniti sono ostaggio della destra israeliana. Solo voi potete 
riavviare la trattativa coi palestinesi. Per arrivare a uno Stato comune.  Ma il Vecchio Continente è troppo vile… Parla il grande scrittore israeliano  

DI WLODEK GOLDKORN  02 maggio 2016

Voi europei siete vili e anche poco dignitosi. Siete oltre mezzo miliardo di persone; benestanti; da decenni non avete conosciuto la guerra; avete creato una struttura unitaria che nonostante le apparenze è forte. Ma poi vi lamentate, vi presentate come deboli, pensate alle vie di fuga separatiste: tutto questo per evitare di misurarvi con i problemi del mondo; eppure la vostra ministra degli Esteri Federica Mogherini è brava e competente.

L’Europa nel Medio Oriente può fare moltissimo; e per quanto riguarda il conflitto tra noi israeliani e i palestinesi, può e deve essere decisiva, visto che tutto quello che fanno gli States è nocivo e distruttivo e che Washington è ormai ostaggio della destra israeliana. Dovete spingere il nostro governo e i palestinesi a tornare al tavolo dei negoziati. Purtroppo, la viltà vi sembra più comoda dell’assunzione di responsabilità…

Dalla sua casa di Tel Aviv, Abraham Yehoshua alza la voce mentre lancia la sua invettiva contro l’indolenza del Vecchio Continente e fa un appello perché noi europei usciamo dal torpore per salvare almeno una parte del mondo ai nostri confini. L’occasione per questa intervista è la lectio magistralis che lo scrittore terrà a Milano il 6 maggio al Festival dei diritti umani e che ha come titolo “Dalle donne ebree alle donne d’Israele”. E allora, procediamo con ordine e parliamo delle donne, prima di tornare alle vicende di geopolitica e geostrategia.

Yehoshua, per Flaubert, Emma Bovary è una donna ribelle, ma la sua è una rivolta poco sensata. Tolstoj racconta Anna Karenina come una schiava d’amore, e per questo, incapace di vera felicità. Le donne nevrotiche di Amos Oz sono il lato femminile dell’autore. Nei suoi romanzi invece

«Nei miei primissimi racconti le donne erano assenti. Poi, lentamente, sono entrate a far parte della narrazione; ma da figure dell’immaginazione del protagonista maschio. È con “Il viaggio alla fine del Millennio” del 1997, che una protagonista donna giudica, prende posizione. Ester Mina, questo è il suo nome, si oppone alla bigamia e agisce di conseguenza. Nella “Sposa liberata” del 2002, un’altra protagonista è l’arbitro di ciò che è lecito e illecito. Non era una mia invenzione. Semplicemente le donne in Israele sono una presenza massiccia nel sistema giudiziario: tra avvocati e magistrati. Nel mio più recente romanzo, “La comparsa”, la protagonista assoluta è finalmente una donna. Potrei dire che alla soglia degli 80 anni (lo scrittore li compie quest’anno, ndr) mi sono sentito abbastanza maturo e forte per capire il mondo femminile».

Parliamo di Israele, oggi. Ci sono donne, partorienti, che rifiutano di essere ricoverate nella stessa stanza d’ospedale con le arabe. Un deputato alla Knesset, Bezalel Smotrich, ha addirittura teorizzato il diritto delle ebree a non condividere la camera con le madri di potenziali futuri assassini dei loro figli…

«È in crescita il razzismo e il nazionalismo. L’incitamento all’odio fa parte della strategia politica del premier Benjamin Netanyahu. Ciò detto: il deputato Smotrich è semplicemente una persona cattiva, uno cui piace il Male. E perfino i suoi colleghi di destra lo hanno condannato. Del resto, nel sistema della sanità i contatti tra ebrei e arabi sono frequentissimi. Abbiamo tanti medici e tantissimi infermieri arabi. Le vite degli ebrei e degli arabi sono ormai intrecciate e non separabili».

Stiamo parlando di cittadini israeliani. E nei Territori?

«Lì è tutto assurdo. I fondamentalisti ebrei vanno ad abitare all’interno dei quartieri e delle città palestinesi».

Perché è assurdo?

«Perché il sionismo consiste nel legare l’identità ebraica alla lingua e al territorio; il contrario dell’identità diasporica. E i nostri fondamentalisti cosa fanno? Rinunciano a questa conquista; vanno ad abitare nei luoghi che non gli appartengono e in mezzo alla gente che non parla l’ebraico. Ma l’assurdità maggiore è un’altra».

Quale?

«Da un lato, vivono in mezzo ai non ebrei, ma dall’altro sono razzisti. Per loro, i non ebrei, gli arabi sono esseri umani inferiori».

Finora chi pensava a una pace possibile, aveva in mente il progetto di due Stati e il ritorno ai confini del 1967. È un’ipotesi ancora valida?

«Diversi anni fa avevo proposto che i coloni rimanessero là dove stanno, in quanto minoranza ebraica, sottoposta alla legge dello Stato palestinese a venire. Ma ho cambiato idea. Temo che oggi tirare fuori dalla Cisgiordania centinaia di migliaia di ebrei non sia più possibile. E non è, purtroppo, immaginabile stabilire una frontiera che divida in due la Palestina storica, e tanto meno la città di Gerusalemme. Non solo per l’opposizione dei coloni e delle nostre destre; sono convinto che neanche i palestinesi vogliono la separazione dagli israeliani. Siamo in una specie di limbo».

Ha un piano alternativo ?

«Sì. Anziché parlare di due Stati e continuare a seminare illusioni circa il ripristino dei vecchi confini, bisogna preparare un progetto della costruzione di una confederazione tra Israele e i palestinesi. Ho in mente un piano che rispecchi la realtà e non i sogni».

Insomma, uno Stato binazionale. E allora, con il sionismo, con l’idea di uno Stato tutto per gli ebrei, come la mettiamo?

«Il sionismo ha realizzato quello che si è prefigurato. Esiste una nazione israeliana. Esiste la lingua ebraica. E del resto, perfino dentro i confini del 1967 siamo uno Stato un po’ binazionale. Il 20 per cento della popolazione israeliana è arabo; e questo fatto non è in contraddizione con il sionismo. Però a me interessa un altro aspetto della questione: forse potremmo realizzare la più grande rivoluzione degli ultimi duemila anni; forse abbiamo una chance di separare l’aspetto religioso da quello nazionale della nostra identità. Ma forse, da scrittore, corro troppo con l’immaginazione».

Nel frattempo si va nella direzione opposta. Movimenti di destra accusano lei e i suoi colleghi Amos Oz e David Grossman di essere agenti del nemico. Il romanzo di Dorit Rabinyan, “Borderlife” (pubblicato in Italia da Longanesi), in cui si narra dell’amore tra un’israeliana e un palestinese è stato ritirato dalle scuole. La ministra della Cultura vuole negare finanziamenti a chi non riconosce il carattere ebraico dello Stato.

«Non mi stupisco. La destra fa la destra. Alla radice del problema c’è la debolezza del mondo arabo, in preda a guerre civili e disgregazione degli Stati. La nostra destra non ha più paura degli arabi e così il suo disprezzo nei loro confronti aumenta. Certo, il terrorismo – le bombe sugli autobus o gli accoltellamenti – rende la vita difficile, ma non è una minaccia all’esistenza del Stato d’Israele. E così la destra prende di mira la cultura. Ma la cosa non mi preoccupa più di tanto. Anzi, penso che la nostra sinistra sia fissata troppo sulle questioni di cultura a scapito della politica. All’epoca di Internet è impossibile limitare la libertà di parola. E ciò vale pure per i nostri avversari: non è possibile limitare la libertà di coloro che incitano all’odio contro persone come me. I social media poi rendono il tutto più volgare; chiunque può dar fiato a ciò che pensa e nella maniera che pensa. E per quanto riguarda Dorit Rabinyan: l’hanno attaccata, ma il suo libro in pochissimi giorni è diventato un bestseller. Ciò detto, siamo malati di razzismo e di xenofobia. Ma sono convinto che sia un bene che le nostre malattie si manifestino apertamente».

Davvero?

«Sì, perché così possiamo affrontarle. Una volta si parlava dell’“etica ebraica” e della “purezza delle armi” e poi si agiva in un modo che contraddiceva ogni etica. Oggi, tutto è in Rete. Un soldato che uccide o umilia un palestinese, viene fotografato e ne nasce un dibattito».

Torniamo all’Europa. È giusto segnare i prodotti dei Territori occupati? È giusto boicottarli?

«Sono contro. Nelle fabbriche di proprietà israeliana nei Territori lavorano i palestinesi. Vogliamo privarli dello stipendio? E poi, Israele vende merci alla Cina, all’India. Là nessuno chiede dove e chi le ha prodotte. Il boicottaggio serve solo all’autocompiacimento della sinistra europa».

In Europa, abbiamo il problema dell’Islam, dell’integrazione, dei rifugiati…

«Per contrastare il fondamentalismo islamico in Europa, bisogna cercare aiuto delle comunità islamiche: gente che vive tra di voi da decenni. Bisogna rafforzare le comunità. Non dovete aver paura dell’altro che risiede tra di voi».

E con lo Stato islamico lei cosa farebbe?

«Abbiamo vinto una guerra contro la Germania nazista e oggi pensiamo di non essere in grado di costruire una coalizione capace di spazzare via il Daesh, un esercito di straccioni, armato di qualche pickup e pochi fucili?».

Fonte: http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/04/29/news/isreale-abraham-yehoshua-europa-aiutaci-a-fare-la-pace-con-i-palestinesi-1.263270?ref=HEF_RULLO

 

 

Maggio 5, 2016Permalink

19 marzo 2016 – Una voce dalla Siria

Vescovo siro-cattolico: la dichiarazione Usa sul ‘genocidio’ dei cristiani in Medio Oriente è “un’operazione geopolitica strumentale” 

di Agenzia Fides 18/3/2016

Hassakè (Agenzia Fides) – Il percorso che ha portato l’Amministrazione Usa a riconoscere come “genocidio” le violenze perpetrate dallo Stato Islamico (Daesh) sui cristiani rappresenta “una operazione geopolitica” che “strumentalizza la categoria di genocidio per i propri interessi”. Così l’Arcivescovo siriano Jacques Behnan Hindo, alla guida dell’arcieparchia siro cattolica di Hassakè-Nisibi, commenta per l’Agenzia Fides le dichiarazioni rilasciate ieri dal Segretario di Stato Usa John Kerry in risposta alla mobilitazione di gruppi e istituzioni che da tempo sollecitavano la leadership politica statunitense a applicare la definizione di “genocidio” alle varie forme di brutalità e oppressione consumate dai militanti dell’autoproclamato Califfato Islamico sui cristiani e su altri gruppi minoritari.

“A mio giudizio” ha affermato ieri Kerry, assecondando le richieste poste da una vasta rete di organizzazioni e sigle, “Daesh è responsabile di genocidio contro gruppi nelle aree sotto il suo controllo, compresi yazidi, cristiani e musulmani sciiti. Daesh – ha aggiunto Kerry – è genocidario per auto-definizione, per ideologia e per i fatti, in ciò che esso dice, per ciò in cui crede e per ciò che opera”.

Secondo l’Arcivescovo Hindo, che svolge la sua opera pastorale in una delle aree più travagliate della Siria nord-orientale, “la proclamazione del genocidio viene compiuta puntando i riflettori sul Daesh e censurando tutte le complicità e i processi storico-politici che hanno portato alla creazione del mostro jihadista, a partire dalla guerra fatta in Afghanistan contro i sovietici attraverso il sostegno ai gruppi armati islamisti. Si vuole cancellare con un colpo di spugna tutti gli strani fattori che hanno portato all’emersione repentina e anomala di Daesh. Mentre solo fino a poco tempo fa, c’erano addirittura pressioni turche e saudite – fatte quindi da Paesi alleati degli Usa – affinchè i jihadisti di al-Nusra prendessero le distanze dalls rete di al Qaida, in modo da poter essere classificati e magari aiutati anche dall’Occidente come ‘ribelli moderati…’”

A giudizio dell’Arcivescovo siro-cattolico di Hassakè-Nisibi, la dichiarazione di “genocidio contro i cristiani” da parte dell’Amministrazione Usa rappresenta anche un tentativo di recuperare terreno, davanti all’accresciuto prestigio russo tra i popoli del Medio Oriente: “l’intervento russo in Siria” sottolinea l’Arcivescovo “ha fatto crescere l’autorevolezza di Mosca in un ampio settore dei popoli del Medio Oriente, non solo tra i cristiani. Circoli potenti negli Usa temono questo, e allora adesso giocano la carta della protezione dei cristiani. Sembra di essere tornati al XIX secolo, quando la protezione dei cristiani del Medio Oriente era anche strumento di operazioni geopolitiche per aumentare l’influenza nella regione”.

Secondo l’Arcivescovo, intervistato dall’Agenzia Fides, è fuorviante anche presentare i cristiani come vittime esclusive o prioritarie delle violenze del Daesh: “Quei pazzi” fa notare Mons. Hindo “uccidono sciiti, alawiti e anche tutti i sunniti che non si sottomettono a loro. Dei 200mila morti del conflitto siriano, i cristiani rappresentano una parte minima. E lo ripeto, in certi casi ai cristiani viene concesso di scappare o di pagare la tassa di sottomissione, mentre per i non cristiani c’è solo la morte”. (GV) (Agenzia Fides 18/3/2016).

Venerdì 18 Marzo,2016 Ore: 22:22

Fonte

http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/noguerra/NotizieCommenti_1458336218.htm 

http://www.fides.org/it/news/59677-ASIA_SIRIA_Vescovo_siro_cattolico_la_dichiarazione_Usa_sul_genocidio_dei_cristiani_in_Medio_Oriente_e_un_operazione_geopolitica_strumentale#.VuzgWeQUXv8

NOTA: L’arcieparchia di Hassaké-Nisibi dei Siri (in latino: Archieparchia  mappahassakèapihbxyp8rlaHassakensis et Nisibena Syrorum) è una sede della Chiesa cattolica sira immediatamente soggetta al patriarcato di Antiochia. Nel 2011 contava 35.000 battezzati. È attualmente retta dall’arcivescovo Jacques Behnan Hindo. L’arcieparchia ha sede nella città di Hassaké nel governatorato omonimo nell’est della Siria. Nisibis è una sede storica, oggi in Turchia, al confine con il governatorato.

L’Agenzia Fides è organo di informazione delle Pontificie Opere Missionarie dal 1927

Marzo 19, 2016Permalink

2 gennaio 2016 – Entra in vigore l’accordo tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina firmato lo scorso 26 giugno

Entra in vigore l’accordo tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina firmato lo scorso 26 giugno. Lo ha comunicato oggi il Vaticano spiegando che «la Santa Sede e lo Stato di Palestina hanno notificato reciprocamente il compimento delle procedure richieste per la sua entrata in vigore». L’intesa è arrivata dopo 15 anni dall’ accordo base tra la Santa Sede e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) che era stato firmato il 15 febbraio 2000 e che ha costituito il punto di partenza dei negoziati.

Il testo: https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2015/06/26/0511/01117.html#com

Il precedente all’ONU

La prima bandiera palestinese all’Onu

01 ottobre 2015 09:43

Il 30 settembre 2015 è stata issata per la prima volta la bandiera della Palestina al palazzo delle Nazioni Unite. La cerimonia si è svolta durante il discorso del presidente palestinese Abu Mazen di fronte all’assemblea generale delle Nazioni Unite.

Il 10 settembre del 2015, l’assemblea ha votato in favore di una mozione che permette anche alle bandiere degli stati osservatori (dal 2012 Palestina e Città del Vaticano) di sventolare insieme ai vessilli dei 193 paesi membri dell’Onu. I paesi che riconoscono la Palestina come stato sono 135.

http://www.internazionale.it/notizie/2015/10/01/bandiera-palestina-onu-foto

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Gennaio 2, 2016Permalink

14-07-2015. – Se terrà è un accordo storico, se non terrà sarebbe stato tale

IRAN, OBAMA: ACCORDO NUCLEARE NON SU FIDUCIA MA SU VERIFICA. ISRAELE, MONDO PIÙ PERICOLOSO

Soddisfatto il presidente Usa che cita Kennedy: “Non negoziamo mai sulla base della paura, ma non abbiamo paura dei negoziati” e aggiunge: “Se Teheran lo violerà ci saranno serie conseguenze”. Putin: “Lo sviluppo di Teheran non sarà più influenzato”. Netanyahu: “Errore storico mondiale”

WASHINGTON – L’accordo tra i Paesi 5+1 e l’Iran sul programma nucleare della Repubblica islamica “non si basa sulla fiducia ma sulla verifica”, ha assicurato il presidente americano Barack Obama, in una dichiarazione dalla Casa Bianca in cui si è detto soddisfatto dell’intesa raggiunta a Vienna. L’Iran dovrà eliminare “il 98% delle sue riserve di uranio arricchito” ha riferito, “ora ne ha sufficienza per fare 10 bombe atomiche da oggi sarà ridotto a una sola arma”, ha spiegato il presidente americano.

Ma, ha detto il presidente, “se l’Iran violerà l’accordo, tutte le sanzioni saranno ripristinate e ci saranno serie conseguenze”. Fonti ufficiali statunitensi, anonime, hanno aggiunto che le sanzioni verranno riattivate nel giro di 65 giorni nel caso in cui l’Iran non rispettasse i termini dell’accordo.

Il problema resta Israele. E’ Israele a essere deluso. L’accordo di Teheran è un “errore storico mondiale”, ha detto il primo ministro Benjamin Netanyahu che ha convocato per questo pomeriggio a Gerusalemme il consiglio di difesa del proprio governo: “Il mondo è molto più pericoloso” ed “Israele non si è impegnato” a rispettare l’accordo di Vienna sul nucleare iraniano perché l’Iran “insiste nel volerci distruggere” ha affermato all’inizio della seduta straordinaria”.

Obama l’ha chiamato e ha ribadito l’impegno forte degli Usa alla sicurezza di Israele: l’intesa “non diminuirà le preoccupazioni americane sul sostegno dell’Iran al terrorismo e alle minacce verso Israele”. Netanyahu dalla sua parte non ha dubbi, “nel prossimo decennio – ha detto – questo accordo garantirà all’Iran centinaia di miliardi di dollari una abbondanza di fondi che sarà utilizzata per diffondere il terrorismo e per accrescere gli sforzi di distruggere Israele”. “In maniera stupefacente – ha aggiunto – questo cattivo accordo non esige in alcun modo dall’Iran di cessare la propria aggressività”. Le potenze mondiali, ha concluso, hanno così “scommesso sul nostro futuro collettivo”. Nella notte italiana c’è stata anche una telefonata di rassicurazione, da parte di Obama, al sovrano saudita Salman bin Abdulaziz, con cui ha condiviso i dettagli sull’accordo raggiunto sul nucleare iraniano. “Obama – dice una nota della Casa Bianca – ha sottolineato l’impegno immutato nel lavorare con i partner del Golfo per contrastare le attività dell’Iran destabilizzanti nella regione”.

Per ora il presidente americano è sollevato. L’accordo impedirà a Teheran di avere un’arma nucleare: “Questo dimostra che la  diplomazia può portare cambiamenti reali” ha detto il presidente Usa. Perché questo accordo “soddisfa tutte le condizioni: le ispezioni, la trasparenza. E l’Iran non produrrà uranio arricchito”, ha continuato prima di citare Kennedy: “Non negoziamo mai sulla base della paura, ma non abbiamo paura dei negoziati”. Il Congresso degli Stati Uniti dovrà votare sull’intesa: “Porrò il veto a qualsiasi legge che si opporrà all’attuazione” dell’intesa.

“Credo che la sicurezza nazionale” degli Stati Uniti “dipenda dall’impedire all’Iran di arrivare ad armi nucleari” e “sarebbe da irresponsabili abbandonare questo accordo”. Previene il rischio che in futuro si debba “usare la forza militare per impedirglielo ” ha spiegato Obama: “Molte volte ho deciso di ricorrere alla forza e non esiterei a farlo se si trattasse della sicurezza del nostro Paese”. Ma i repubblicani scalpitano.  “L’accordo con l’Iran alimenterà nel mondo la corsa alle armi nucleari” afferma lo speaker della camera statunitense, il repubblicano John Boehner. “Questo è un passo importante che ci permette di mettere un punto sul programma nucleare e di concentrarci per tentare di prevenire altri comportamenti da parte dell’Iran” ha detto Hillary Clinton.

E mentre la Santa Sede valuta “positivamente” l’accordo, Vladimir Putin commenta ufficialmente dal sito del Cremlino: “La Russia si augura che tutte le parti interessate, prima di tutto il sestetto, attuino pienamente le soluzioni trovate” a Vienna dice il presidente russo, “lo sviluppo di Teheran non sarà più influenzato da fattori esterni”. Per Mosca l’accordo sul nucleare “è totalmente conforme all’idea di politica estera della Russia”, ha detto il ministro degli Esteri Sergei Lavrov, citato dalle agenzie Interfax e TassK2-RF. Una risoluzione sull’accordo sul programma nucleare iraniano sarà presentata al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dove sarà poi messa al voto, nei prossimi giorni, ha anticipato Lavrov. Ad aprile Mosca ha tolto l’embargo alla vendita di missili S-300 a Teheran.

In contemporanea a Obama, il presidente iraniano Hassan Rohani, ha parlato alla nazione in diretta tv: con le elezioni del 2013 “il popolo iraniano ha detto chiaramente di volere la pace”, e ha “duramente sofferto per le ingiuste sanzioni” internazionali imposte dalla comunità internazionale per il programma nucleare di Teheran. Il governo iraniano lo ribadisce: “Non cercavamo in alcun modo di dotarci di un’arma nucleare” ha detto il ministro degli Esteri iraniano, Moahmad Javad Zarif. Ma l’intesa definitiva raggiunta con le grandi potenze sui programmi nucleari iraniani “non è solo un semplice accordo, è un buon accordo per tutte le parti in causa e tutta la comunità internazionale”.

“L’Italia deve essere forte e autorevole in tutte le sedi internazionali: è accaduto a Vienna in queste ore…” è l’elogio che il presidente del Consiglio Matteo Renzi riserva al lavoro svolto da Federica Mogherini nel suo ruolo di Alto rappresentante Ue al tavolo per i negoziati sul nucleare iraniano. “In una regione mediorientale da troppo tempo segnata da una pericolosa conflittualità e dalla recrudescenza del terrorismo, quest’intesa – ha sottolineato – dimostra che la soluzione delle crisi con mezzi pacifici, attraverso il dialogo, è possibile. Lo dobbiamo innanzitutto alla capacità e alla perseveranza dei negoziatori, ai quali vanno le mie più vive congratulazioni”.

All’Italia il compito di rassicurare. Per il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni “ci sono alcuni Paesi che vivono l’accordo con preoccupazione”, ma uno dei compiti dell’Italia “nei prossimi giorni sarà rassicurare questi Paesi”. Il ministro ha poi concluso che l’accordo sul nucleare potrà offrire una grande opportunità all’Iran per aiutare a rafforzare la stabilità anche del Libano

http://www.repubblica.it/esteri/2015/07/14/news/nucleare_obama_iran-119049307/?ref=HRER3-1

 

Luglio 15, 2015Permalink

16 maggio 2015 – Il Vaticano apre a rapporti con la Palestina

La notizia cui di seguito si fa riferimento si trova sull’Osservatore Romano del 13 maggio ed è leggibile da qui

Bruno Segre

Il giorno successivo Bruno Segre ha inviato la lettera che pubblico di seguito ai componenti della sua mailing list.
L’ho ringraziato subito e ricordo una precedente lettera che ha girato e ho pubblicato il 7 settembre 2009 e così inizia: Una lettera aperta agli ebrei americani

Siamo un gruppo di israeliani viventi attualmente negli Stati Uniti.  Ci rivolgiamo a voi in quanto ci opponiamo agli atti compiuti dal governo israeliano nel contesto dell’operazione “Margine di protezione”.

Si può leggere anche da qui    http://diariealtro.it/?p=3317

 Milano, 14 maggio 2015

Al reverendo
Don Cristiano Bettega,
Ufficio CEI per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso,
Roma

Caro Don Cristiano,

ti è possibile far arrivare al Pontefice la voce di un vecchio ebreo italiano che da decenni persegue con impegno totalmente laico rapporti di  fraterno dialogo con amici cristiani nelle sedi più diverse: dai Colloqui di Camaldoli alle sessioni estive del S.A.E.?

Ebbene, se hai tale possibilità, ti prego di esprimergli la mia  più profonda gratitudine per l’annuncio odierno del riconoscimento da parte del Vaticano dello Stato di Palestina. Si tratta di un passo fondamentale in direzione della pace nel Vicino Oriente, pace che non si materializzerà mai fino a quando in quella regione non vi siano due Stati, Israele e Palestina.

Con questa storica decisione, Papa Francesco si erge quale autentico leader del mondo libero, dimostrandosi capace di operare per la promozione della giustizia in tutte le sue declinazioni. Ne fa fede, oltre alla sua caparbia volontà di riconciliazione tra i popoli e tra le fedi, il suo reiterato impegno nel combattere le troppe sacche di miseria presenti un po’ ovunque nel mondo, e nell’esigere da tutti i politici misure più consapevoli di protezione dell’ambiente globale.

Ti ringrazio per l’attenzione.
Di cuore, shalom.
Bruno Segre

Mons Sabbah  –  Giovedì 14 Maggio 2015

Ho poi trovato queste considerazioni di mons Sabbah, patriarca latino emerito di Gerusalemme.

09:05 – TERRA SANTA: SABBAH (PATRIARCA EMERITO), “POTENZE MONDO SFRUTTANO ESTREMISMO ISLAMICO”

(dall’inviato Sir a Betlemme) – “La ricerca della pace in Medio Oriente è anche una lotta contro i poteri politici del mondo e i loro piani per creare un nuovo Medio Oriente. Poteri che sfruttano l’estremismo religioso per raggiungere questo scopo”. Lo ha detto al Sir il patriarca emerito di Gerusalemme, Michel Sabbah, ieri sera a Betlemme, a margine della cerimonia inaugurale di “Pilgrims on the path to peace” (Pellegrini sul sentiero verso la pace), che celebra il 70° anniversario di Pax Christi international. “Coloro che uccidono oggi in questa regione – è la denuncia di Sabbah – sono due, l’estremismo islamico e le potenze mondiali che fingono di combatterlo, ma in realtà lo usano e gli danno spazio perché uccida. L’estremismo è nelle mani dell’Occidente”. Come sta avvenendo in Siria e in Iraq. (segue)

09:06 – TERRA SANTA: SABBAH (PATRIARCA EMERITO), “POTENZE MONDO SFRUTTANO ESTREMISMO ISLAMICO” (2)

Situazione preoccupante anche in Israele e Palestina dove “non c’è nessuna speranza per un cambiamento che offra almeno stabilità: “Gli israeliani hanno paura anche se sono forti e potenti, non vivono nella pace ma nell’insicurezza. Dal canto loro i palestinesi aspettano chiedendo pace”. Il ruolo dei leader religiosi, in questo contesto, è significativo ed “è quello di liberare la religione e i fedeli in modo che essi vedano nell’altro una creatura di Dio da amare. I leader religiosi devono essere educati perché possano educare i fedeli a diventare costruttori di pace e non feroci assassini”. Vanno per questo apprezzate e sostenute le azioni di pace di molte associazioni di dialogo e di difesa dei diritti umani. “Veri segni di speranza” le ha definite Sabbah, che in passato è stato anche presidente di Pax Christi International. Il patriarca emerito ha poi commentato al Sir l’accordo tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina, a conclusione della plenaria della Commissione bilaterale. “Si tratta di un passo verso la speranza – ha spiegato – che sancisce gli ottimi rapporti della Chiesa con l’Autorità palestinese. Sarà un segno per tutto il mondo arabo e forse anche per Israele per fare lo stesso passo”.

fonte:

http://www.agensir.it/pls/sir/v4_s2doc_b.stampa_quotidiani_cons?id_oggetto=312651

Maggio 16, 2015Permalink

3 marzo 2015 – Cinque minuti di Palestina

Il 27 febbraio la camera ha approvato due mozioni relative al riconoscimento dello stato di Palestina ma fra loro in parte divergenti ed entrambe accolte dal governo.palestina - laStampa
Inserisco il link a un articolo de La stampa che alla fine propone una mappa che può essere più utile di tante parole.

http://www.lastampa.it/2015/02/27/esteri/palestina-gentiloni-governo-favorevole-al-riconoscimento-ZZtoZpI3UdyfmdafNOZ7iO/pagina.html

Moni Ovadia

Di seguito il link a un intervento di Moni Ovadia che precede di qualche giorno il dibattito parlamentare ma contiene considerazioni che aiutano a ragionare.

Pubblicato il 13 feb 2015 Intervista a Moni Ovadia a cura di Massimo Annibale Rossi, presidente di Vento di Terra ONG Moni Ovadia sostiene la campagna SCP – Società Civile per la Palestina e ci spiega perché è importante che l’occidente riconosca la Palestina quale stato indipendente.

https://www.youtube.com/watch?v=ogYEzXTC7Wk

 

 

Marzo 3, 2015Permalink

26 gennaio 2015 – Yehoshua: “Sostenete lo Stato palestinese, è l’unica via per arrivare alla pace”

Idee per pensare il 27 gennaio – L’articolo che trascrivo è stato pubblicato il 23

Intervista allo scrittore israeliano. “I palestinesi vogliono solo il diritto di essere cittadini della propria patria. Questo dobbiamo concederlo, ormai anche il 50-60% degli israeliani è d’accordo” dal nostro corrispondente FABIO SCUTO

Gerusalemme. “I PALESTINESI non vogliono un califfato islamico e non hanno obiettivi religiosi estremi. Ciò che in definitiva chiedono è ciò a cui ha diritto ogni persona al mondo: essere cittadini della propria patria. Questo dobbiamo darglielo, come chiede la maggioranza degli israeliani. Il problema è come realizzarlo”. Va subito al nocciolo della questione lo scrittore israeliano Avraham B. Yehoshua: il riconoscimento dello Stato palestinese. Professore emerito dell’Università di Haifa e “visiting professor” a Harvard, Oxford, Princeton e Chicago, Yehoshua appartiene ai molti israeliani che negli ultimi anni hanno fortemente criticato le posizioni del governo di Benjamin Netanyahu che hanno contribuito al fallimento della trattativa di pace. Il Parlamento italiano  –  dopo Gran Bretagna, Francia, Spagna, Irlanda e Portogallo  –  si appresta a votare il riconoscimento della Palestina. Yehoshua è uno dei primi firmatari israeliani di un appello per questo riconoscimento, cosa che il governo israeliano giudica un’assurdità.

Perché è importante il riconoscimento dello Stato palestinese da parte dei parlamenti europei? “L’assenza di una trattativa, le lungaggini, la guerra a Gaza, l’ampliamento incontrollato degli insediamenti, tutto ciò crea una situazione in cui, i palestinesi, quelli moderati, coloro che vogliono vivere in pace su quello che è un quarto della Palestina storica hanno bisogno di un incoraggiamento, dopo che gli Stati Uniti hanno tirato per le lunghe e non sono riusciti ad avere un solo successo, non sono riusciti a fare “smantellare” nemmeno un insediamento in Cisgiordania. Non sto parlando delle trattative vere e proprie, che sono una questione complessa, in cui sono presenti molti elementi quali il “Diritto al Ritorno”, che senza dubbio presenta molti problemi, ma almeno bloccare la costruzione di insediamenti, che è l’azione più elementare che Israele dovrebbe compiere, per non creare situazioni irreversibili”.

Siamo al punto di non-ritorno? È finita la soluzione “due Stati per due popoli”? “Spero davvero che non siamo ancora arrivati a questo punto, perché uno Stato bi-nazionale sarebbe una catastrofe per entrambi i popoli. Vediamo che cosa sta accadendo oggi negli stati bi-nazionali: un caos atroce negli stati arabi. Per questo, proprio i palestinesi che ancora credono in una trattativa e ancora credono in uno Stato palestinese sono quelli che hanno bisogno di un incoraggiamento più concreto dagli europei, di un riconoscimento dello Stato Palestinese “.

Quindi lei è d’accordo sul fatto che la comunità internazionale, l’Europa e l’Italia, continuino a dedicare attenzione a quanto avviene nel Medio Oriente? “Ma certamente. Guardi che cosa succede in Siria, cose terribili, e lì è praticamente impossibile fare qualcosa. Ma la questione palestinese, che è una delle ragioni del caos medioorientale, non unica ma una delle tante che infiammano gli estremismi, è invece risolvibile. Naturalmente l’Europa non può creare lo Stato Palestinese, che può essere costituito solo tramite una trattativa fra Israele e i palestinesi, con condizioni che garantiscano la sicurezza di Israele, ma può incoraggiare questo processo con un atto simbolico di riconoscimento”.

La soluzione del conflitto fra Israele ed i palestinesi può offrire una maggiore possibilità di confrontarsi con gli altri conflitti che travagliano il Medio Oriente, come quelli con l’Is o Al Qaeda? “Non lo so. Sembra che nemmeno coloro che combattono sappiano su che cosa verta il conflitto. Chi sa veramente che cosa vogliono l’Is ed Al Qaeda? Sono conflitti molto complessi, in cui non è chiaro dove stia il bene e dove il male, né in Iraq né in Siria, dove non è possibile sapere che cosa accade. Quello che si sa, però, è quello che vogliono i palestinesi: non vogliono un califfato islamico, non hanno obiettivi religiosi estremi. Ciò che vogliono in definitiva è ciò a cui ha diritto ogni persona al mondo: essere cittadino nella propria patria. Questo dobbiamo darglielo e le dirò di più: il 50-60% degli israeliani sono d’accordo, il problema è come realizzarlo”.

Se è vero ciò che lei dice che cosa ne impedisce la realizzazione? “La paura che possa succedere quello che è successo con il ritiro da Gaza. Allora ci fu un ritiro israeliano dalla Striscia incondizionato (che ha portato a tre successive operazioni militari in nove anni, ndr), mentre ora stiamo parlando di un ritiro con garanzie, con contingenti israeliani che rimarrebbero sul posto: il coordinamento fra l’esercito israeliano e le forze di sicurezza palestinesi ha dato ottime prove da anni. Non vi è terrorismo, e se ci sono episodi, si tratta di casi sporadici occorsi soprattutto nei Territori palestinesi che sono ancora sotto il dominio israeliano. Abbiamo visto Abu Mazen che è andato a Parigi per esprimere la sua solidarietà e ha marciato a fianco del primo ministro di Israele. Il terrorismo non è nel suo ordine del giorno, non combatte gli ebrei ovunque siano e non rappresenta l’estremismo islamico. Ha un obiettivo chiaro e preciso: ottenere il suo piccolo Stato “.

A due mesi da un voto politico decisivo Israele si trova sull’orlo della pace o su quello della guerra? “Israele si trova sull’orlo di un cambiamento, sull’orlo della fine del ricatto dei coloni estremisti di destra, sull’orlo della possibilità di cambiare registro, di ritornare al dialogo che vi è stato in passato. Non siamo più all’epoca in cui nessuno nel mondo arabo voleva parlare con noi, abbiamo sul tavolo la proposta della Lega Araba: bisogna soltanto superare l’ostacolo del “Diritto al Ritorno”, che per noi è impossibile accettare (il ritorno dei profughi arabi nel territorio di Israele, ndr).

In cambio della rinuncia dei profughi palestinesi al ritorno, lei sarebbe disposto a rinunciare alla Legge del Ritorno per gli ebrei? “No, perché si tratta di due cose che non hanno nulla in comune, la Legge del Ritorno non ha alcun collegamento con gli arabi. Noi abbiamo bisogno della Legge del Ritorno, perché solo così possiamo assicurare la possibilità di accogliere tutti gli ebrei che ne hanno necessità: guardi quello che succede in questo momento in Francia. Il Diritto al Ritorno dei palestinesi non può essere esteso al ritorno dei profughi in Israele, ma per quanto riguarda il ritorno entro i confini dello Stato Palestinese, lì avranno ogni diritto di ritornare, lì sarà applicata la loro legge del ritorno”.

http://www.repubblica.it/esteri/2015/01/23/news/yehoshua_sostenete_lo_stato_palestinese_l_unica_via_per_arrivare_alla_pace-105562033/

Gennaio 26, 2015Permalink

1 gennaio 2015 – L’Italia riconosca lo stato di Palestina

Ricopio dalla newsletter di ‘Bocche scucite”.
In Palestina, se ben ricordo, ci sono tre patriarchi : cattolico, ortodosso e armeno. Poiché il patriarca cattolico dipende dalla Santa Sede questa dichiarazione mi sembra di rilevante significato. Forse sarebbe ancor più rilevante una posizione unitaria delle chiese cristiane, comprese quelle protestanti.

IN ESCLUSIVA per il lancio dell’Appello “ANCHE L’ITALIA AFFRETTI LA PACE”, il PATRIARCA DI GERUSALEMME dichiara il suo appoggio alla richiesta al parlamento italiano per il riconoscimento dello Stato di Palestina:

Riconoscere lo Stato di Palestina incoraggia i palestinesi a credere nel dialogo che dovrà seguire a questo riconoscimento. Non capisco perché l’Italia, che é stata sempre vicina a noi, tarda a riconoscere lo Stato di Palestina. Se l’Italia riconoscerà questo Stato dopo tanti altri Stati, non avrà, in realtà, molto merito. Ma se lo fa adesso, sarà un gesto profetico e coraggioso, e avrà il rispetto di un miliardo di musulmani nel mondo. D’altra parte, va ricordato a tutti che lo Stato di Palestina è già nato! La storia può tardare oppure affrettare i tempi, ma deve registrare che il nostro Stato di Palestina é già nato.

Appoggio il vostro Appello “Anche l’Italia affretti la pace” e vi ringrazio di cuore per il vostro impegno. Buon anno nuovo, pieno di coraggio, di buona salute e di buone sorprese! Amen.

Mons. FOUAD TWAL  Patriarca Latino di Gerusalemme, 25 dicembre 2014

vedi anche: http://www.bocchescucite.org/anche-litalia-affretti-la-pace/

 

Gennaio 1, 2015Permalink

21 dicembre 2014 – Frottole tosco-francescane per discriminare le bambine di Betlemme.

Si parla di francescani inguaiati per un affare finanziario ‘poco chiaro’ (diciamo così) Nel 2005 sono stata testimone di una affare a quanto ne so non  finanziario ma decisamente oscuro., Mi trovato a Betlemme per un periodo abbastanza lungo per consentirmi di guardare attorno e avevo avuto modo di visitare l’edificio della bellissima scuola dell’infanzia, costruita dall’Italia (e vedremo fra poco chi sostenne l’iniziativa) nel compound della Scuola di terra Santa dei Francescani. Sapevo con certezza che era frequentata solo da maschi ma mi turbava il vago ricordo di una campagna finalizzata alla raccolta di fondi finalizzati a un  regalo per “i bambini e le bambine di Betlemme”.

Rovistando nei miei appunti ho trovato il testo di un comunicato stampa d’epoca, di cui purtroppo non ho conservato il link. Lo ricopio lo stesso perché alla fine ci sarà la prova del fatto che segnalo da fonte diversa del mio diario 

2004 – Il vecchio comunicato  ”Giorgio La Pira”, una scuola per la pace

Domenica 24 ottobre, è stata inaugurata la scuola materna Giorgio La Pira del Terra Santa college di Betlemme.  Erano presenti Claudio Martini, presidente della Regione Toscana, mons. Luciano Giovannetti, vescovo di Fiesole, mons. Rodolfo Cetoloni, vescovo di Montepulciano, Chiusi e Pienza, Mario Primicerio, presidente Fondazione La Pira, Turiddo Campaini, presidente di Unicoop Firenze e alcuni primi cittadini della Toscana. Presente anche l’on. Rosi Bindi. La costruzione della Scuola materna del Terra Santa college di Betlemme è un progetto che ha visto la convergenza di tanti: da Unicoop Firenze, alle diocesi toscane, dall’Antoniano di Bologna, ai comuni gemellati con Betlemme e molte altre istituzioni. L’intento di tutti é quello di offrire ai bambini e alle bambine di Betlemme un ambiente accogliente per far crescere una speranza di pace e normalità. E’ stata chiamata Giorgio la Pira, in omaggio ad una grande personalità fiorentina, nel centenario della sua nascita. La scuola Terra Santa offre a oltre duemila alunni, maschi e femmine, sostegno materiale e possibilità di studiare: dalla materna alle superiori. E’ aperta a palestinesi cristiani e musulmani che fanno esperienza vera di convivenza e collaborazione, ed è una possibilità unica di aggregazione e vita civile. Essa rappresenta uno strumento fondamentale di qualificazione delle nuove generazioni: di formazione e di apertura alla speranza. Alla realizzazione della nuova scuola materna Unicoop Firenze ha destinato 100 mila euro

Dopo il 14 agosto 2005 (quando avevo registrato la prima notizia) scrissi più volte all’Ufficio stampa Unicoop (e ne ho dato resoconto nel mio blog) sempre senza risposta. Allora avevo questi riferimenti che non so se siano ancora validi ma li trascrivo nel caso incuriosissero qualcuno
Claudio Vanni – Ufficio stampa Unicoop Firenze Tel. 0554780316
E-mail: c.vanni@coopfirenze.it

20017  -Un amico giornalista ottiene risposta

Nel 2007 un amico giornalista (che collaborava alla rivista Diario) si occupò della questione e ne trasse l’articolo che riporto.

Da Diario nr. 1/2007   Un asilo a Betlemme: peccato sia solo per maschi

Dalla coop ai comuni in tanti avevano dato i soldi: ma le bambine nella scuola non possono entrare.  di Max Mauro

Una scuola materna per i bambini e le bambine di Betlemme. Per questo obiettivo nel Natale del 2002 venne avviata una raccolta di fondi con protagonisti Unicoop Firenze, le diocesi toscane, l’Antoniano di Bologna e vari comuni gemellati con la città. Venne reperita la somma di un milione e duecentomila dollari, necessaria alla costruzione dell’edificio all’interno del Terra Santa College, gestito da frati francescani. La scuola materna è stata inaugurata il 24 ottobre 2004 alla presenza del presidente della regione Toscana Claudio Martini e dell’allora deputata o oggi ministro Rosi Bindi. Un successo della solidarietà internazionale, quindi? Non proprio, perché in quella scuola ci vanno solo bambini, bambini maschi s’intende, in barba alla propagandata intenzione “di offrire ai bambini e alle bambine di Betlemme un ambiente accogliente per far crescere una speranza di pace e normalità”, come si può leggere in un comunicato di Unicoop.

A denunciare il fatto è Augusta De Piero, una pensionata che dopo una vita divisa tra la politica – è stata vicepresidente del consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, eletta col Pci – e l’insegnamento, ha deciso di dedicare parte del suo tempo al volontariato. Trascorre alcuni mesi all’anno in Palestina ed è durante uno di questi viaggi che ha avuto modo di visitare il Terra Santa College. “La realtà è ben diversa da come hanno voluto far credere i promotori”, dice. “Quella scuola è frequentata solo da maschi. All’interno del Terra Santa College non esiste un’esperienza di integrazione tra bambini e bambine, quale invece si può trovare alla scuola Dar Al Khalima, gestita da luterani”. La risposta di Unicoop cela qualche imbarazzo. “Noi siamo solo dei sostenitori del progetto”, dice Claudio Vanni dell’ufficio stampa, “abbiamo raccolto 100mila euro per acquistare gli arredi. E’ vero, là maschi e femmine sono separati,  una cosa che io personalmente non condivido, ma è la loro cultura e va rispettata”. Per avere maggiori informazioni Vanni ci rimanda a Angelo Rossi, collaboratore della Conferenza Episcopale Italiana e uno dei promotori del progetto. “Sappiamo di questo problema” dice, “ma i fondi sono stati indirizzati in quella struttura perché c’era il terreno disponibile e un progetto, ora si vorrebbe proseguire, magari aiutando una scuola materna dell’Autorità Palestinese. Farne una per le femmine? E’ difficile raccogliere di nuovo tutti quei soldi”.

Conclusione irrinunciabilmente mia

Io non posso mettere ostacoli ad alcuno che voglia costruire una scuola monosex. Che però lo faccia in ambiente dove la condizione della donna andrebbe sostenuta e promossa e racconti frottole ai sottoscrittori questo mi infastidisce. Io non ho contribuito a quel progetto ma se lo avessi fatto – per fare un regalo a bambini e bambine – e poi avessi scoperto che le bambine erano state usate come esca per essere poi cancellate – e di conseguenza io sarei stata presa in giro – non gliela avrei fatta passare liscia se mai fossi riuscita a disturbare quei muri silenti e impermeabili. Secondo il mio ordine di valori quello che esce da questa notizia segnala un fatto non meno grave di un ipotetico pastrocchio finanziario.

Dicembre 21, 2014Permalink

7 dicembre 2014 – Notizie da Israele

Limes_4-12-2014Lo scorso 3 dicembre avevo copiato un articolo dello scrittore arabo israeliano Sayed Kashua sull’incendio provocato alla scuola bilingue Hand in Hand a Gerusalemme. Ora trovo i link a due articoli di Limes del 4 dicembre che si riferiscono al disegno di legge fondamentale approvato il 23 novembre dal Consiglio dei ministri di Israele col titolo  “Israele, Stato nazionale del popolo ebraico”. A seguito di quell’approvazione Netanyahu ha estromesso dal governo i ministri Yair Lapid e Tzipi Livni che vi si erano opposti.

http://temi.repubblica.it/limes/israele-lo-stato-nazione-del-popolo-ebraico-e-lodio-di-se/67526

http://temi.repubblica.it/limes/la-scelta-di-netanyahu-elezioni-sullidea-stessa-di-israele/67524

Intanto Amos Oz, David Grossman e Abraham Yehoshua  hanno sottoscritto un appello ad alcuni Parlamenti europei per il riconoscimento dello stato palestinese. Insieme a loro hanno firmato altri  800 cittadini dello Stato di Israele  tra i quali il Nobel Daniel Kahneman. “Un atto di incoraggiamento soprattutto per il negoziato”

http://www.repubblica.it/esteri/2014/12/07/news/israele_oz_grossman_yehoshua_palestina-102347383/

Trovo anche notizia di un convegno organizzato in una università israeliana a vent’anni dal genocidio del Ruanda. Il commento di Corriere.tv è breve ma introduce un argomento importante. |

http://video.corriere.it/israele-si-frantuma-tabu/f383449a-7922-11e4-abc3-1c132dc377f5

 

Dicembre 7, 2014Permalink