25 aprile 2012 – Quando la memoria non è un rifugio per il letargo

Prima di tutto segnalo gli aggirnamenti nelle segnalazioni che riguardano tre avvenimenti locali e un viaggio in Iran organizzato per il prossimo agosto.
Vi ricordo che oggi – nel corso di programmi di Radio3 -vengono lette lettere dei condannati a morte della Resistenza.

Quando la memoria non è un rifugio per il letargo
ma si fa strumento per comprendere il presente e interagire con responsabilità.
Il mensile Ho un sogno ha pubblicato nel numero di aprile un articolo del giornalista Max Mauro che riporto integralmente.
Per chi volesse saperne di più sul giornalista che ne è autore ricordo che il suo sito (con cui da qui potete collegarvi) si chiama My home is where I/’m happy.

Bambini nascosti, una storia (purtroppo) ancora attuale.

C’è un capitolo dell’emigrazione italiana su cui poco si è scritto e parlato fino ad oggi. Diversamente da altri, tuttavia, ed è un paradosso non insignificante, racconta una storia che non ha perso di attualità. Si tratta del fenomeno dei “bambini nascosti” o “bambini clandestini” nella Svizzera degli anni sessanta e settanta (ma è proseguita fino ai novanta). Il recente dibattito attorno ai diritti dei figli di immigrati irregolari in Italia ha riportato di attualità quegli eventi. Mi è stato chiesto di scrivere un breve contributo al riguardo e lo faccio volentieri. Il mio libro “La mia casa è dove sono felice” (pubblicato da Kappa VU nel 2005 e da poco ristampato) conteneva un capitolo intitolato “Bambino nascosto”. Era la storia, comune a migliaia di altre nella Svizzera a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, di un figlio di emigranti friulani residenti in quel paese con regolari permessi lavorativi che, stante le leggi vigenti, non erano autorizzati a tenere con sé i figli. Al tempo la legge svizzera distingueva fra diverse categorie di immigrati. Numerosi erano gli stagionali, ai quali non era consentito avere con sé i figli. Va detto che i settori dell’edilizia e del turismo, a cui si riferivano quei permessi, occupavano immigrati lungo tutto l’anno, ma per convenzione i permessi erano distinti a questo modo. Erano gli anni del boom demografico e le giovani coppie di immigrati (in maggioranza italiani) che davano alla luce dei bambini erano costrette a trovare soluzioni dolorose e spesso terribili per non rischiare l’espulsione. Molti affidavano i figli ai nonni al paese di origine, finendo per vederli una o due volte all’anno. Altri li nascondevano in casa o li “piazzavano” in collegi al confine con la Svizzera. Altri ancora, come il bambino di cui ho parlato nel mio libro, venivano “alloggiati” presso famiglie con permessi di soggiorno pluriennali oppure presso famiglie di svizzeri disponibili a correre dei rischi. E’ facile immaginare il carico di sofferenze che tutte queste scelte implicavano. “Bambino nascosto” prende spunto dall’esperienza della mia famiglia. Al tempo avevo voluto cercare di mantenere un distacco da studioso e l’avevo trattata come le altre raccolte nel volume, ma oggi, a distanza di qualche anno, sento sia giusto affrontare a viso aperto questo passaggio della mia vita. La decisione è stata in parte influenzata dal dialogo a distanza con Marina Frigerio, ricercatrice svizzera autrice, assieme a Simone Burgherr, del libro “Vesteckte Kinder” (Bambini nascosti, uscito in Svizzera nel 1992). Frigerio mi ha chiesto di scrivere la post-fazione al suo libro “Bambini proibiti” (in uscita presso l’editore Il Margine), dove ricostruisce il contesto storico e riporta alcune testimonianze di ex bambini nascosti di origine italiana. Trovarmi a riflettere nuovamente su quegli eventi mi ha aiutato a capire l’importanza di una memoria civile vissuta in prima persona e sulla necessità di coltivarla per opporsi agli orrori del presente.

NOTA: il libro di Frigerio non è ancora in distribuzione in Italia, appena lo sarà ne darò notizia.

aprile 25, 2012Permalink

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