16 agosto 2012 – Ferragosto, da Repubblica

Mi ero proposta di affrettare la conclusione del mio diario del cammino di Santiago ma non
voglio ignorare l’articolo di Repubblica che trascrivo integralmente. Chi volesse raggiungerlo nel sito del quotidiano potrà farlo anche da qui
Proviamo a riflettere su cosa sarebbe successo a Muna se la sua mamma fosse arrivata in Italia: le avrebbero messe in un Centro di identificazione ed espulsione (CIE), spero facendo scattare anche le particolari tipologie di protezione che la legge prevede per le puerpere. Ma l’inesistenza di una legge sul rifugio avrebbe reso confusa la situazione della mamma di Muna e, senza permesso di soggiorno, la registrazione dei figli comporta l’espulsione del reo che si definisce genitore. Così dice una legge voluta da una cultura legadipendente così pervasiva che non c’è impegno alcuno per la sua modifica:  la registrazione anagrafica senza rischi dei bambini è affidata a una circolare che può essere rimossa senza che il parlamento ne sappia nulla, così come senza che nulla ne sapesse è stata emanata (la legge della vergogna no, quella era stata votata). E continuo a non capire –perché capirlo mi spaventa- perché nessun partito (im)politico si voglia far carico di richiederne la modifica.
Molto ho già documentato di tutto ciò in questo blog e lo si può verificare attraverso il tag ‘anagrafe’.

15 agosto – La bimba nata su una nave senza patria e documenti

Le organizzazioni umanitarie si stanno battendo per lei: “Le leggi non la tutelano”. Ora ha 4 anni e vive in Francia con la mamma. Ma è apolide. E tra poco ci sarà la scuola
di DAVIDE CARLUCCI 

L’UMILIAZIONE potrebbe arrivare il primo giorno di scuola. “Dove sei nata, piccola?”. “In una barca, signore”.  Muna non avrà altre risposte da dare. Perché questa bambina somala di 4 anni, che oggi vive a Parigi, non ha nessun documento da esibire. Nessun pezzo di carta in cui è scritto in quale angolo della Terra è nata. E ora le organizzazioni cattoliche e umanitarie maltesi si stanno mobilitando perché le venga riconosciuto questo diritto.

Orfana del “qui e ora” che definisce ogni esordio umano nel mondo, Muna è nata in mare, figlia di una profuga somala salvata dal naufragio con altri 74 immigrati partiti dalla Libia e diretti verso l’Italia. Era il novembre del 2008, il Mediterraneo era grosso come un bestione affamato e cinque passeggeri finirono, uno dopo l’altro, inghiottiti dalle onde. Ma in quell’inferno di morte e salsedine c’era anche spazio per tre nuove vite: Muna e, figli di una madre diversa, altri due gemelli. Per prima nacque Muna. La barca era ancora in acque libiche o, forse, già internazionali. Chi poteva dirlo, in quel momento, quando c’era solo da salvare la pelle? E così, quando accostò la nave russa Yelenia Shatrova per salvare i disperati, la piccola appena nata salì a bordo, in braccio alla madre 24enne, già con un luogo di nascita confuso.

I due gemelli, invece, seppero aspettare. Fino a quando – la nave ormai in acque maltesi – arrivò l’elicottero della Marina militare italiana che prelevò la loro mamma e la trasportò d’urgenza all’ospedale maltese Mater Dei. “Da quel momento – spiega monsignor Philip Calleja, il presidente della commissione per gli immigrati della Chiesa maltese – il destino dei tre bambini si è diviso. I due gemelli sono stati immediatamente registrati a Malta. La bambina invece, vive ancora in un limbo civile. E questo va contro ogni elementare principio di dignità, a cominciare da quelli sanciti dalla Convenzione dei diritti dell’uomo dell’Onu”.

Calleja ha aperto un contenzioso con le autorità del suo Paese: ne è nata una disputa legale su quale nazione dovesse sobbarcarsi la registrazione della povera Muna. La Russia no, perché la bimba è nata prima dei soccorsi. La Libia? La Somalia? “Ma cos’avrebbe dovuto fare la madre – non riesce a capire il sacerdote – ritornare da dove fuggiva perseguitata?”. “Ogni persona deve avere un’identità”, protesta Tonio Azzopardi, l’avvocato che segue la causa e che ora, dopo una prima sentenza sfavorevole del tribunale, ha presentato un ricorso urgente in appello.

Per ottenere la registrazione anagrafica della figlia, la madre della bambina, Chama Hatra, ha fatto nel febbraio 2009 una dichiarazione giurata nella quale spiegava, chiamando a testimoni gli altri profughi che l’avevano aiutata a partorire: si legge che sua figlia è nata il 2 novembre 2008 “while on boat”, “mentre era su una barca”. In una autodichiarazione successiva, la donna scrive che la piccola è venuta al mondo “between Lybia and Malta”. Tutto qui: sono gli unici due atti “ufficiali” – di un’ufficialità provvisoria e labile – di cui la bambina dispone per poter attribuire un luogo, sia pure vago, alla sua comparsa sul pianeta. Ma è con questi due fogli, logori perché di continuo esibiti e rimessi a posto, che Chama, dopo essere stata ospite di un centro di accoglienza a Malta, è riuscita a ottenere un lasciapassare per raggiungere nel 2009 la Francia, dove vive grazie a un progetto europeo per la ricollocazione degli stranieri ai quali l’isola, troppo piccola, non riesce a garantire la permanenza.

“Quella bambina rischia di diventare un piccolo fantasma”, teme Laura Boldrini, portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati. Nel mondo, spiega, gli apolidi sono sempre di più, “almeno dieci milioni. Ma sono stime: pochi stati hanno accettato di istituire il registro che noi abbiamo chiesto. In questo caso manca addirittura la registrazione, il primo passo per l’acquisizione di qualsiasi diritto”.

Altri bambini nel mondo, spiega monsignor Calleja, si trovano o rischiano di trovarsi nel limbo di Muna. “Le legislazioni nazionali devono cominciare a tutelarli”. In molte nazioni, compresa l’Italia, si decide di registrare i neonati nella città portuale più vicina alla nascita. A Lampedusa, dove le puerpere di solito emigrano verso gli ospedali di Palermo, gli immigrati hanno rimpolpato il bilancio anagrafico. E il nome di Yeabsera, una piccola etiope nata a marzo del 2011 al largo di Linosa (ma in acque internazionali), è in un registro dell’ufficio comunale palermitano. Muna, invece no: il momento della sua venuta al mondo si è perso nel tempo indefinito del mare.

Agosto 16, 2012Permalink

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