13 luglio 2013 – Il tentativo di un dossier – Prima puntata

Provo a costruire un dossier su una questione che sta diventando la parte principale del mio blog e comincio da un dato storico perché i riferimenti di questo tipo mi aiutano a capire.
Riporto un breve passo dal Principe di Nicolo Machiavelli (e inserisco un link per chi volesse leggere integralmente almeno l’intero capitolo) 

CAPITOLO VII.
De’ Principati nuovi, che con forze d’altri e per fortuna si acquistano.

Preso che ebbe il Duca la Romagna, trovandola essere stata comandata da Signori impotenti, quali piuttosto avevano spogliato i loro sudditi, che correttoli, e dato loro materia di disunione, che di unione; tantochè quella provincia era tutta piena di latrocini, di brighe, e di ogni altra sorte d’insolenza, giudicò necessario, a volerla ridurre pacifica ed obbediente al braccio regio, darli un buon governo. Però vi prepose messer Ramiro d’Orco, uomo crudele ed espedito, al quale dette pienissima potestà. Costui in breve tempo la ridusse pacifica e unita con grandissima riputazione. Dipoi giudicò il Duca non essere a proposito sì eccessiva autorità, perché dubitava non diventasse odiosa; e preposevi un giudizio civile nel mezzo della provincia, con un presidente eccellentissimo, dove ogni città avea l’avvocato suo. E perchè cognosceva le rigorosità passate avergli generato qualche odio, per purgare gli animi di quelli popoli, e guadagnarseli in tutto, volse mostrare che se crudeltà alcuna era seguita, non era nata da lui, ma dall’acerba natura del ministro. E, preso sopra questo occasione, lo fece mettere una mattina in duo pezzi a Cesena in su la piazza con un pezzo di legno e un coltello sanguinoso a canto. La ferocità del quale spettacolo fece quelli popoli in un tempo rimanere soddisfatti e stupidi.

 Un commento d’attualità con il suo link

L’ira del premier sul Viminale “Chi ha sbagliato ora deve pagare”

“Strutture” del ministero sotto accusa. Angelino: “Mi hanno tenuto all’oscuro. Pensate che io sono stato avvisato solo dal ministero degli Esteri. Il capo del governo: la mia linea e di “total disclosure”  di FRANCESCO BEI 

ROMA – “Da questa vicenda ne possiamo uscire soltanto adottando una politica di… total disclosure, di trasparenza assoluta”. Enrico Letta detta la linea ai ministri, chiusi nel suo studio a palazzo Chigi da mezzogiorno fino alle cinque della sera. Una prima parte riservata soltanto a Letta, Bonino, Alfano e Cancellieri, poi alla riunione fiume vengono ammessi il capo della Polizia, Alessandro Pansa, e il sottosegretario alla presidenza Filippo Patroni Griffi.

La tensione è altissima. Il caso Shalabayeva, come confida un ministro, “rischia di far deragliare il governo”. Se infatti venissero accertate responsabilità del ministro dell’Interno e Alfano (già colpito da mozione di sfiducia di Sel e M5S) fosse costretto a dimettersi, è chiaro che il Pdl non potrebbe restare più in maggioranza. Per questo Letta e i ministri leggono e rileggono ad alta voce i risultati dell’inchiesta interna del Viminale, tutte le carte prodotte dalla difesa della signora Ablyazov e provano a ricostruire i vari passaggi nei dettagli, illuminando le responsabilità. Sembra che Alfano ne sia fuori. “Mi hanno tenuto all’oscuro, solo la Farnesina, ossia Emma, mi ha avvertito”, si difende. Il premier gli crede. “Sono stato io a informarlo – conferma Bonino a Letta – Angelino nemmeno sapeva chi fosse”.

Ma se la consegna a un dittatore della moglie di un perseguitato politico è avvenuta alle spalle del titolare del Viminale, per il premier questo non può affatto costituire una giustificazione. Letta alza lo sguardo verso il capo della Polizia (nominato dal Consiglio dei ministri a cose fatte e quindi innocente) e per la prima volta da quando è a Palazzo Chgi scandisce le parole senza nascondere la sua rabbia: “Ora qualcuno deve pagare. Se è vero che Angelino non sapeva, qualcuno della struttura ne risponderà”. Qualche testa salterà, insomma, fosse quella del capo dell’Immigrazione o del prefetto di Roma o del Questore o del capo della Digos. Chiunque si sia reso responsabile consapevolmente di esporre il paese a una figuraccia internazionale. 

“Non saranno tollerati ombre e dubbi”, aveva promesso il premier tre giorni fa in Parlamento. E la decisione presa ieri di revocare l’espulsione della Shalabayeva per Letta è soltanto il primo passo. Presto arriverà il momento delle responsabilità. “È importante che si faccia chiarezza”, insiste Emma Bonino, la prima ad essersi occupata della vicenda a livello di governo. Quando ancora la collega Cancellieri il 5 giugno affermava alle agenzie che “le procedure sono state perfette e tutto si è svolto secondo le regole”. Il ministro degli Esteri la pensava diversamente. Tanto che già dal 3 giugno aveva mobilitato la Farnesina per garantire alla deportata kazaka i diritti di difesa, con il console italiano spedito ad Almaty a raccogliere la firma autentica della Shalabayeva per la richiesta di estradizione.

Quello che è accaduto in quella maledetta notte intorno alla villetta di Casalpalocco e poi ancora nei locali del Cie di Ponte Galeria presenta numerosi aspetti oscuri. Le procedure formali sembrano rispettate, così è scritto nelle carte portate da Pansa, ma qualcuno ha avuto troppa fretta, qualcun altro ha fatto finta di non vedere. “Sembra trasparire un evidente stacco – aveva detto Letta al question time – tra la correttezza formale dei vari passaggi e crescenti interrogativi sostanziali”. Intanto chi era quell’uomo con l’auricolare in un orecchio trovato dalla Digos intorno alla villa e presentatosi con un tesserino della presidenza del Consiglio? Il premier vuole sapere. Dall’inchiesta interna viene fuori che effettivamente “l’investigatore” è un ex 007 italiano in pensione, dipendente di un’agenzia privata di sicurezza incaricata di vigilare sulla residenza. Ma incaricata da chi e per quali motivi? L’interrogativo resta sebbene nel vertice di governo i servizi siano stati tenuti fuori dal “processo” perché non avrebbero avuto alcun ruolo.

Durante il vertice si discute anche di quali mosse mettere in campo per alleviare la posizione delicata della Shalabayeva, mamma di una bambina di 6 anni che ora è costretta ai domiciliari. Tenuta di fatto come ostaggio dal dittatore kazako. Letta e Bonino decidono di mandare oggi stesso l’ambasciatore italiano ad Astana a informare le autorità del Kazakistan della revoca del provvedimento di espulsione. È un segnale che Roma ha acceso un faro. Gli avvocati della donna hanno libero accesso alla Farnesina, la collaborazione è massima. “Ma al momento non abbiamo molte armi in mano”, ammettono dal ministero degli Esteri e da palazzo Chigi. Quella che è iniziata ieri è una difficile partita a scacchi, giocata nella consapevolezza che la donna difficilmente sarà rilasciata  e rispedita a Roma. “Dobbiamo esercitare al massimo la nostra moral suasion”, dicono dal governo. L’obiettivo al momento è evitare alla Shalabayeva il carcere e una pesante condanna penale. Con il rischio che la bambina possa essere mandata in un orfanotrofio nell’attesa che la madre venga rilasciata. Sarebbe un’onta per l’Italia. “Chi si è reso responsabile di tutto questo – ripete il premier ai ministri – non la può passare liscia”.

Luglio 13, 2013Permalink

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