28 settembre 2013 – Ti chiamano con un numero come in un campo di concentramento

Chiara Paccagnella ha raccolto questa frase dal racconto di un ‘trattenuto’ (ma forse sarebbe più  appropriato dire ‘detenuto’) al Centro di Identificazione e Espulsione (CIE) di Gradisca d’Isonzo.
Si è confrontata così con una situazione di privazione della propria identità che si rafforza ogni giorno fino a diventare sofferenza tale da richiedere un intervento professionale.
Entrata al CIE mentre era di servizio su un’ambulanza, Chiara è infermiera, ha incontrato Chadi (nome evidentemente di fantasia), un ragazzo che soffriva di un forte dolore toracico che il personale in servizio al Centro non si sentiva di gestire.
Il giorno precedente la manifestazione Chadi  aveva assistito al tentato suicidio per impiccagione di un suo compagno. Inevitabile la riflessione: “ho pensato che al dolore fisico fosse il sintomo di una ferita invisibile ma profonda”. Ma Chiara non ha potuto approfondire; nell’esercizio della sua professione, in quel momento, non le era consentito.
Non ha lasciato perdere e si è chiesta cosa sia il CIE, come operi,  elaborando una tesina discussa nel novembre 2012  in occasione del Master in  Medicina delle Emigrazioni, delle Migrazioni, delle Povertà  e presentata dal GrIS FVG a Udine nel marzo 2013.
Così ha potuto constatare che “la privazione della libertà personale è uno strumento della giustizia penale estraneo al diritto amministrativo” ma “la detenzione amministrativa” – quella forma di limitazione della libertà personale consentita eccezionalmente al potere esecutivo – “per gli stranieri negli ultimi decenni è diventata una pratica di controllo ordinaria”.
La detenzione amministrativa per gli stranieri venne inserita nella legislazione italiana nel 1998 (legge n.40, cd Turco Napolitano ) con l’istituzione degli allora  CPTA (Centro di permanenza temporanea e Assistenza) che con i successivi interventi legislativi e amministrativi si trasformarono in CIE,  in cui trattenere i cittadini extracomunitari ‘clandestini’ in attesa di espulsione.
Su questo termine il lavoro di Chiara offre una precisazione importante:  “la clandestinità inerisce al tentativo del migrante di entrare in un Paese diverso dal proprio eludendo i controlli di polizia alle frontiere o con l’ausilio di documenti falsi, la irregolarità riguarda invece il soggiorno, ovvero il mancato possesso dell’autorizzazione a risiedere sul territorio nazionale”.
Purtroppo i due termini vengono usati indistintamente e su questa viscosità semantica ogni straniero diventa ‘clandestino’ e una accurata propaganda, iniziata molti anni fa, lo fa percepire come pericoloso.
Così a Gradisca  (e non solo: i centri organizzati in Italia allo scopo non realizzato di gestire la presenza straniera sono 13)  esistono due realtà diverse:  il CARA (Centro di Accoglienza per i Richiedenti Asilo) e il CIE  che pratica un lunghissimo trattenimento degli stranieri che dovrebbero essere identificati ed eventualmente espulsi.
E’ gestibile una simile situazione?
Rispondono in un loro rapporto  che risale al 2010 i Medici Senza Frontiere: “nei CIE convivono persone con status giuridico differenti e negli stessi ambienti si trovano vittime di tratta, di sfruttamento, di tortura, di persecuzioni così come individui in fuga da conflitti e condizioni degradanti, altri affetti da tossicodipendenze, da patologie croniche, infettive o della sfera mentale, oppure stranieri che vantano anni di soggiorno in Italia, con un lavoro (non regolare), una casa e la famiglia o sono appena arrivati. Sono luoghi dove coesistono e si intrecciano in condizioni di detenzione storie di fragilità estremamente eterogenee tra loro da un punto di vista sanitario, giuridico, sociale e umano, a cui corrispondono esigenze molto diversificate”.
In un simile coacervo gli operatori che appartengono a Cooperative appaltate allo scopo diventano coatti come i loro ‘assistiti’. Non è a loro che vivono e lavorano in condizioni esasperanti che ci si deve rivolgere ma a chi ha il potere di pensare un simile sistema, definirne le regole, assicurarne la gestione.
E su questo piano il discorso è tutto da costruire. Non è tollerabile che l’interesse istituzionale si manifesti solo quando la situazione scoppia e diventa visibile all’esterno delle mura sormontate da filo spinato
“Filo spinato
Tu scrivi dell’uomo nel lager
io – del lager nell’uomo
per te il filo spinato è all’esterno
per me si aggroviglia in ciascuno di noi
– Pensi che ci sia tanta differenza?
Sono due facce della stessa pena”.
(Ryszard Kapuściński)

 NOTA. Responsabile del GrIS è il dr. Guglielmo Pitzalis, relatore della tesi di Paccagnella
 discussa a Roma nel novembre 2012 e presentata a Udine dal GrIS Fvg nel marzo 2013.
Il master Memp è promosso da Fondazione Idente, Caritas, Simm e Scuola superiore di scienze biomediche F. Rielo

Questo pezzo è l’editoriale del mensile udinese Ho un sogno del mese di settembre

Settembre 28, 2013Permalink