31 maggio 2014 – Cento anni da una strage letti con Ho un sogno

Sul mensile Ho un sogno pubblichiamo qualche considerazione sulla prima guerra mondiale.
In aprile e in maggio ho scritto due piccoli articoli che riporto a conclusione di questo mese.

APRILE

Quali date segnano per noi, in Friuli Venezia Giulia, l’inizio della prima guerra mondiale?
Se pensiamo all’Italia quale oggi è, la risposta è semplice: l’inizio fu il 24 maggio 1915, quando  il regno d’Italia, dopo aver esplorato le diverse alleanze possibili, dichiarò guerra all’Austria-Ungheria e si inserì nel conflitto, già in atto dall’estate dell’anno precedente, a fianco della Francia, della Gran Bretagna e dell’Impero Russo
Ma se guardiamo i confini della nostra regione – e li confrontiamo con  quelli di allora –  ci è impossibile accettare senza riserve la data che abbiamo sentito e che sentiremo risuonare ancora forse come esclusiva.
Il 28 giugno 1914 – quando a Sarajevo risuonò lo sparo che avrebbe dato occasione allo scoppio di un conflitto spaventoso e imprevedibile  per l’ampiezza che avrebbe assunto e i risultati che avrebbe provocato – i confini della nostra regione erano diversi dagli attuali. A nord Pontebba segnava il confine con  l’impero austro-ungarico che ad est, seguendo grosso modo la linea dell’Isonzo,  comprendeva le terre del goriziano e del monfalconese, estendendosi a oriente ben oltre  Trieste e l’Istria.
Quindi una parte della popolazione, oggi amministrativamente unita, il 28 luglio 1914, quando l’impero austro-ungarico dichiarò guerra alla Serbia, si scoprì combattente e dovette considerare  nemici coloro che ne erano divisi solo dalla storica mobilità di un confine.
Ma non a loro si sarebbe potuta attribuire la causa di sofferenze che negli anni a seguire avrebbero reso il “cuore … il paese più straziato”,  come scrisse il poeta Ungaretti allora militare nel goriziano.
Sapremo nel centenario che si celebrerà l’anno prossimo unire il ricordo delle vittime dell’altra parte a quello  dei loro “nemici”? O le celebrazioni ufficiali sorvoleranno su questo aspetto?
Fra le tante rimozioni possibili dello strazio degli anni di guerra vogliamo ricordarne una probabile, di cui fa inconsueta memoria  la bella ricerca ‘Cantieri di guerra’ dello storico gemonese Matteo Ermacora (edizione Il Mulino. 2005).
Si tratta dei lavoratori, anche giovanissimi, impiegati in tutti i lavori necessari per l’operatività dell’esercito. Infatti l’ampiezza e la complessità delle strutture che dovevano garantire le condizioni per l’azione militare ne impegnarono un gran numero mentre  sulle donne gravò anche  il peso della produzione agricola cui gli uomini – trasformati in combattenti – erano stati sottratti.
Molti  erano lavoratori migranti, anche provenienti dal meridione,  costretti a rientrare in Italia già dall’agosto del 1914 per la nuova situazione creata dalla guerra.
L’organizzazione del lavoro a supporto dell’attività militare fu affidata a un apposito organismo, il Segretariato Generale per gli Affari Civili
Le sofferenze degli “operai  borghesi”,  sottoposti a un lavoro durissimo e pericoloso, umiliati da una disciplina di tipo militare,  non erano inferiori a quelle dei combattenti  ma al termine del conflitto le “pensioni di guerra” furono loro negate.
L’esaltazione nazionalista privilegiava la figura del combattente, raffigurato in modalità astratte che non erano quelle di chi era stato obbligato all’orrore della trincea che era stata elemento caratterizzante della “grande guerra”.
Chi era tornato dal fronte si confrontava con la desolazione delle macerie.
E sulle macerie nasceva una nuova Italia che altre macerie avrebbe prodotto.

Fratelli di G: Ungaretti

Mariano il 15 luglio 1916

Di che reggimento siete

fratelli?

Parola tremante

nella notte

Foglia appena nata

Nell’aria spasimante

involontaria rivolta

dell’uomo presente alla   sua

fragilità

Fratelli

 

San Martino del Carso
di G: Ungaretti

Di queste case
Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro
Di tanti
Che mi corrispondevano
Non è rimasto
Neppure tanto
Ma nel cuore
Nessuna croce manca
E’ il mio cuore
Il paese più straziato

MAGGIO

La circolare 3525 del comando supremo emanata il 28 settembre 1915 a firma del gen. Cadorna affermava “deve ogni soldato essere certo di trovare, all’occorrenza nel superiore il fratello o il padre, ma deve essere convinto che il superiore ha il sacro potere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti e i vigliacchi” (A. Monticone.  Gli italiani in uniforme Laterza 1972. pag. 224).
Nel quadro di tanta fraterna paternità i tribunali militari emisero più di 4000 sentenze di morte, pari al 2,3% della cifra globale della condanne per tutti i reati  previsti dal codice penale militare (op. cit. pag. 217)
Non sappiamo invece quante esecuzioni sommarie furono messe in atto nel corso della guerra per ‘dare il buon esempio’.
Quando la memoria é un grumo di dolore e il permanere di un’ingiustizia che non può trovare rimedio impedisce di scioglierlo, anche le voci più lontane possono farsi consonanti e riconoscersi nell’esperienza della violenza subita e giudicata.   “Quando é viva davvero la memoria non contempla la storia, ma spinge a farla. <…> Come noi… è  piena di contraddizioni … non è  nata per servirci da ancoraggio. La sua vocazione sarebbe piuttosto di farci da catapulta”. Così le parole dello scrittore uruguayano Eduardo Galeano diventano voce per significare ciò che è  accaduto e accade in un paese del Friuli.

Il paese, Cercivento, é un piccolo centro della Carnia, non lontano dal confine italo-austriaco. Dietro il cimitero, che é ben visibile dal nuovo municipio costruito dopo il terremoto del 1976, si trova un cippo collocato due anni fa a ricordo di quattro caduti in guerra. Sono caduti speciali, ignorati dal monumento che fa memoria di chi morì fra il 1915-18 e il 1940-45. Infatti, proprio nel luogo del cippo, il primo luglio del 1916 vennero fucilati quattro alpini, dopo un processo sommario istituito da un Tribunale Straordinario di guerra e tenutosi in chiesa, l’unico spazio del paese sufficientemente ampio occupato per l’occasione..

I quattro alpini uccisi, tre caporali e un soldato, facevano parte della 109a compagnia alpina (XII° Corpo d’Armata), cui era stato ordinato di muovere alla conquista di una cima, tenuta dall’esercito austriaco e considerata dal capitano di quella compagnia particolarmente interessante dal punto di vista strategico.

Si trattava di una strategia connessa a scelte militari o al desiderio di un pezzetto di gloria strettamente personale? Questo non lo sapremo mai perché dopo la fucilazione dei quattro alpini il capitano passò ad altra zona d’operazioni e mori in guerra, colpito – tale almeno é la voce popolare- dai suoi stessi soldati.

Comunque, in quel lontano giugno 1916, i soldati della compagnia 109 si rifiutarono di uscire dai propri baraccamenti, invitando invece il capitano ad assicurare una adeguata copertura all’operazione che si sarebbe dovuta svolgere su un terreno particolarmente esposto.
Non é irrilevante il fatto che fra quei militari ci fossero valligiani che già avevano dimostrato in precedenti operazioni l’utilità della loro conoscenza del terreno.

Cosi fu convocato a Cercivento, il paese più vicino alle trincee, un Tribunale Militare straordinario per giudicare 80 alpini (68 soldati e dodici graduati) a norma dell’art. 114 del Codice penale militare. L’art.114 prevedeva il reato di “rivolta”, aggravato dal riconoscimento del “concerto tra i rivoltosi”, che poteva ritenersi fondato su un’intesa, anche istantanea, di almeno quattro militari.

Oggi sappiamo che nel 1916, dopo lo sfondamento dell’esercito austro-ungarico in Trentino e il conseguente ripiegamento dell’esercito italiano, la recrudescenza dell’azione penale militare fu assai rilevante: non é un caso che gli storici parlino di “fronte interno”.

Allora però non era il momento dei giudizi storici, ma solo quello dell’orrore e del dolore e il fatto che il processo di Cercivento avvenisse vicino alla residenza degli imputati non consenti di nascondere e mistificare la realtà del dramma e perciò coinvolse, nel suo svolgersi, anche la popolazione, spettatrice e insieme protagonista di quanto si andava consumando.

Così se da una parte tutti gli arrestati, continuando forse a non rendersi ben conto della gravità della situazione, vivevano in un’attesa che era contrassegnata da un pesante mutismo, le loro madri e spose stavano cercando, piangendo, di mettersi in contatto con loro per capire cosa era successo e per dare loro quanto poteva necessitare.

E mentre altre donne, nello stesso momento, stavano dando origine a reazioni di protesta sempre più difficoltosamente tenute a freno dalle truppe in armi, alcuni anziani, in questo clima di confusione generale, manifestavano urlando e minacciando sotto l’edificio dove era imprigionata buona parte degli arrestati.

Il processo avvenne nell’unico locale adeguatamente spazioso, la chiesa del paese, fra il 29 e il 30 giugno e si concluse con pesanti pene per tutti gli imputati e, per quattro di loro, con la condanna a morte, eseguita precipitosamente all’alba del primo luglio, poco dopo la lettura della sentenza e che fu cosi registrata: “Oggi primo luglio 1916 alle ore 4 e minuti 58 in Cercivento di sopra, presente la truppa sotto le armi, é stata eseguita, in conformità ai regolamenti, la sentenza capitale emanata dal Tribunale Straordinario di guerra… per mezzo di fucilazione al petto”.

La memoria mai spenta di quell’evento é stata stimolo per un intero paese a conoscere e a capire e a tale desiderio ha dato risposta e ancora voce la pubblicazione di un volumetto, accurata e insieme appassionata raccolta di documenti e memorie. Il titolo “Sembravano anime del purgatorio” (Sameavin animes dal purgatori) viene da una testimonianza straordinaria, quella di Anna che, ormai vecchia, nel 1989 ricordava il suo incontro con chi aveva eseguito la sentenza:   «Erano circa le cinque del mattino: mi stavo recando al lavoro. In quel periodo ero una ragazza e aiutavo … a preparare i pasti ai militari che erano acquartierati presso il Lazzaretto … D’improvviso ho sentito una scarica …Mi sono spaventata … Non sapevo se andare avanti o ritornare a casa … Mi sono fatta coraggio e ho proseguito … Lungo il cammino verso il Lazzaretto ho incontrato il plotone che era stato incaricato di sparare …. Sembravano anime del purgatorio (Sameavin animes dal purgatori) …Li avevano ammazzati solo per dare il “buon esempio!” »

Quella ragazza, per dare un nome al tormento di chi non si era saputo sottrarre all’obbligo di farsi massacratore, aveva rievocato il fondo oscuro di antiche leggende! Il medioevo aveva associato alla guerra la “peste e la fame” e cosi era ancora nel 1916 e cosi ancora é oggi.

Se ne accorsero persino, sempre nel 1916 e pur senza raggiungere la profondità di penetrazione psicologica e politica dimostrata da Anna, i giudici del Tribunale militare della Carnia illustrando le motivazioni dell’assoluzione di un imputato di diserzione: “Scarno e macilento di aspetto con lo sguardo spaventato ed incerto, col volto attraversato di continuo da contrazioni dei muscoli facciali, egli non é stato nemmeno in grado di rendere il suo interrogatorio, rispondendo a malapena ed a monosillabi alle domande che gli si rivolgevano, e mantenendosi come estraneo e indifferente a quanto intorno a lui accadeva”.

La memoria, quando diventa catapulta, può rovesciare le convinzioni consolidate, ricostruire valori originari, uscire da quel conformismo che nel suo squallore riesce a rendersi ridicolo persino nelle tragedie. E la memoria dei morti di Cercivento viene oggi celebrata riconoscendo nella violenza che aveva distrutto i quattro alpini l’offesa ancora dolente a una intera comunità (che si é giovata anche della collaborazione di una autorità comunale singolarmente responsabile e consapevole).

Di recente, nel contesto di un’iniziativa cui ha presenziato il presidente della Repubblica per onorare le portatrici carniche (le donne che la necessità costrinse a farsi eroiche e che con le loro gerle non solo assicurarono i vettovagliamenti della prima linea, ma provvidero talvolta anche al trasporto di munizioni), é stata ripetuta la richiesta di formale riabilitazione dei quattro alpini, inutilmente perché‚ vi si oppone la morte degli interessati (sic!). Solo loro infatti – secondo il Tribunale Militare di Sorveglianza- avrebbero legittimo titolo a presentare l’istanza per cui, come recita un’ordinanza del novembre 1990, “difettano manifestamente le condizioni”: le condizioni per la riabilitazione o le condizioni per l’esercizio della ragione?      

1 Giugno 2014Permalink