13 ottobre 2014 – UNA VERA BABILONIA. Il Friuli dopo Caporetto 2

Faccio seguito a quanto pubblicato dal mensile Ho un sogno lo scorso mese continuando con alcune testimonianze sull’esodo del 1917.

La guerra nel cuore dei maschi   

Nel numero scorso ci siamo proposti di riprendere passi dei diari pubblicati dagli storici Lucio Fabi e Giacomo Viola nel volume del 1993 ‘Una vera Babilonia’.  Ci riportano le memorie di parroci friulani, spesso unico riferimento per la popolazione dopo lo sfacelo di Caporetto, quando le autorità civili abbandonarono i territori occupati. La solidarietà operante che seppero manifestare non li rende però estranei a una cultura  allora diffusa.

Un anno prima della catastrofe, il 4 novembre 1916, il parroco di Campoformido scriveva, citando un personaggio che diventerà poi significativo nella realtà del cattolicesimo italiano: “Il capitano medico Padre Gemelli tenne uno splendido discorso dimostrando quanto sia nobile e santo il sacrificio della vita per la patria quando è vivificato dalla fede e dalla carità di Gesù Cristo. Dopo la funzione la Giunta Comunale presentò i suoi ossequi e ringraziamenti a Padre Gemelli in canonica”. La dichiarazione prova quanto fosse ambiguo il contesto in cui un anno dopo – il primo agosto del 1917 – la voce del papa Benedetto XV si sarebbe alzata isolata per definire la guerra “inutile strage”. Nel 1914 Giovanni Papini, direttore della rivista letteraria Lacerba, aveva scritto “Finalmente è arrivato il giorno dell’ira dopo i lunghi crepuscoli della paura. […] Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne. Ci voleva una bella innaffiatura di sangue per l’arsura dell’agosto; e una rossa svinatura per le vendemmie di settembre; e una muraglia di svampate per i freschi di settembre […] La guerra è spaventosa – e appunto perché spaventosa e tremenda e terribile e distruggitrice dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi”.

Una vera Babilonia: le donne, la razza, i pregiudizi  scalarini

Le parole dei parroci si insinuano fra militarismo e dolore e, pur non così grottescamente altisonanti, non rinnegano il pregiudizio diffuso. Nel febbraio 1918 il parroco di Moruzzo, testimoniando la difficoltà della situazione, identifica – associandoli – due fattori di rischio: “sia da parte delle donne, sia da parte delle truppe non vi furono, almeno in questa parrocchia disordini”. E’ un’associazione che, non estranea al contesto sociale, certamente apparteneva alle preoccupazioni del clero anche prima della catastrofe. Scriveva nel 1915 il parroco di Martignacco – dopo aver espresso una grottesca venerazione per il re e la sua famiglia presenti in paese: “Quale il contegno dei soldati addetti alla guardia reale? […]. Non sopprusi, né violenze … ma belli e grossi corazzieri aitanti nella persona, forniti di mezzi anche materiali più degli altri soldati, non influirono certo sulla castigatezza dei costumi. Una mancanza non restava imperdonata giunta all’orecchio del Re; ma si possono fare tante cose al mondo senza che il superiore lo sappia. I fatti purtroppo si conobbero di poi non solo dal numero degli illegittimi; ma peggio ancora dall’abbassamento dei costumi”. E nel 1918, a guerra finita, il parroco di Flambro scrive in un suo ‘bilancio morale’: “Di fatto durante questo sciagurato anno non si ebbero illegittimi, e i tentativi di violenza contro le nostre donne furono rarissimi e sempre superati. E’ bensì vero che due o tre ragazze non diedero il più bel saggio di correttezza nei loro contatti con i soldati nemici. Ma erano sempre quelle e tutto finì lì”.

La preoccupazione per  l’abbassamento dei costumi si fa dileggio senza pietà quando il 30 ottobre del 1918 il parroco di Campoformido osserva la fuga delle truppe austro tedesche:  “Durante l’intera notte vi fu un continuo passaggio verso Udine e Basaldella di autocarri. […] Tutto il giorno passaggio incessante di truppe isolate la maggior parte disarmate e affamate. […] E’ divertente vedere quelle signore con bauli e casse e fagotti sulla strada supplicare piangenti i passanti di lasciarle montare sui carri. Nessuno le accoglie; non era così quando vennero”. E se alle prostitute (spesso vittime coatte dell’organizzazione militare) non è rivolto uno sguardo di pietà altrettanto avviene per le madri che si trovano a reggere il peso dell’organizzazione della famiglia, fino a doversi far carico in solitudine – o al massimo con i parenti anziani – del sostentamento economico. La parola ‘genitori’ che compare nel testo successivo non deve trarci in inganno: gli uomini giovani ancora vivi erano al fronte o prigionieri. Scrive il parroco di Trasaghis il 15 novembre 1917: “Nonostante i ripetuti avvisi miei di custodire i ragazzi (acci) onde non scherzino colle bombe lasciate in quantità dai fuggitivi e con le cartucce e coi fucili, stassera mi is annuncia che un bambino (figlio di … omissis) di anni 8 circa è rimasto ucciso con una bomba a mano ai piedi Naruint. Mi fa compassione l’età e quindi l’inesperienza, ma la trascuranza dei genitori avvisati ripetutamene no e no e poi ancora no. Domani sera funerale … Non è bastato a questi gnocchi lo specchio del mese di gennaio scorso , in  cui 5 altri ragazzi, forse più gnocchi che cattivi lasciavano la pelle a brandelli con una granata fatta esplodere presso il passaggio del Leale per Oncedis”. Questa citazione è tratta da Timp di vuere Il diario del vicario di Avasinis e altre testimonianza sulla Grande Guerra nel territorio di Trasaghis a cura di Pieri Stefanutti, una pubblicazione edita nel 1989 dalla Biblioteca comunale del Comune di Trasaghis con il contributo della legge regionale 15/1987 che prevedeva di sostenere la costruzione di una cultura di pace ricordando certamente il passato ma in un contesto ben diverso da quello che caratterizza molte militarizzate celebrazioni centenarie.

La  Costituzione italiana all’art. 3, nell’elencare gli ostacoli che “limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”, avvicina le distinzioni (nell’ordine) di sesso e di razza. Abbiamo considerato sopra alcuni pregiudizi sulle donne che, pur non appartenendo esclusivamente al clero, sono testimoniati nei diari dei parroci, non solo significativa presenza riconosciuta autorevole nei territori occupati, ma anche dotati di certa familiarità con la scrittura in tempi di diffuso analfabetismo. E, in quei diari, compare anche il riferimento alla razza.

Il 2 novembre 1917, al parroco di Campoformido che si lamentava del furto di una carta topografica, un ‘ufficiale germanico’ spiegava, previa consultazione di vocabolario: “Eh! Signor Curato, è la guerra!”. Un anno dopo gli occupanti in fuga ripetevano le razzie per quel poco che era rimasto in canonica e “Si distingue fra tutti l’occhialuto ebreo di Trieste […] zoppo per giunta. Cave a signatis maxime quando sono anche ungheresi”. Il parroco, che non si è fatto mancare neppure il pregiudizio verso la disabilità, respira “Finalmente se ne vanno”. Ma non è finita: “Entro nella cucina tornata mia con profondo sospiro di sollievo. Povero me, ti vedo in un canto l’occhialuto elmo triestino. Ha trovato un bicchiere, un cucchiaino, una forchetta e se li porta via trionfante, Vada, vada, gli dico. Le serviranno per il rancio nella gavetta italiana quando sarà prigioniero a Padova. Mi lancia un’occhiata nella quale leggo tutto l’odio di un ebreo e tutta l’ironia di chi è sicuro di sé. Infatti egli non è né tedesco, né italiano. E’ ebreo e quindi prigioniero di nessuno, ma padrone di tutti”.
Non possiamo dimenticare che l’antigiudaismo fu solido supporto all’antisemitismo che più tardi avrebbe segnato per sempre la storia europea.

13 Ottobre 2014Permalink