18 ottobre 2015 – Sbucano i bambini invisibili –Terza puntata

Una integrazione

Ieri ho scritto anche degli ostacoli incontrati nella società civile nel portare avanti la segnalazione del rifiuto al certificato di nascita. Si tratta di atteggiamenti omissori non di aperto contrasto (almeno nella maggior parte) ma ho dovuto constatare che non riesco a chiarire equivoci anche in gruppi significativi.
Da uno di questi ho ricevuto un messaggio che mi ha molto turbato.
Nella consapevolezza che al momento è essenziale l’approvazione del comma 3 dell’articolo 2 della norma che porta il numero 2092 per superare la disposizione della legge del 2009 che negava (e nega perché ancora in vigore) l’esistenza giuridica ai figli dei sans papier, preferisco – per ragioni di chiarezza e trasparenza – riportare la mia relazione al convegno cui il 9 ottobre ha dato ospitalità il Centro Balducci .

Relazione del 9 ottobre

Nell’anno 2009, al tempo del quarto governo Berlusconi, ministro dell’interno l’on Maroni, il Parlamento italiano si apprestava a votare la legge che, approvata, sarebbe stata chiamata ‘pacchetto sicurezza’. La votazione si sarebbe conclusa con voto di fiducia nel mese di luglio e la legge avrebbe portato il n. 94. Molto ci sarebbe da dire in proposito ma mi soffermerò soltanto sull’oggetto di cui al titolo di questo incontro: i bambini invisibili.

I bambini, una particolare categoria di bambini costruita per l’occasione, vennero resi invisibili a seguito della lettera g, del comma 22, dell’art. 1 della legge 94/2009. Quella lettera afferma, sia pur attraverso una formula criptica che si rifiuta alla immediata lettura, che lo straniero non comunitario debba presentare il permesso di soggiorno per registrare la dichiarazione della nascita in Italia del proprio figlio. Così si è negata a un padre, a una madre la possibilità di assicurare al proprio figlio un nome, un’identità, di testimoniarne la cittadinanza ed affermarne il diritto di essere componente riconosciuto della propria famiglia. Sono i dati che vengono trascritti nel certificato di nascita. Il certificato è diritto personale del bambino ma oggi in Italia sulla testa del genitore che, privo del titolo di soggiorno, glielo voglia assicurare quale fondamento di un’esistenza giuridicamente riconosciuta, pesa il rischio dell’espulsione. Il diritto del nuovo nato si è fatto trappola. Spesso alle critiche viene opposta una questione  di quantità. Quante volte mi sono sentita chiedere: “Ma quanti sono?”. Non è un problema di quantità, non stiamo pesando le bottiglie rotte in un cassonetto della raccolta differenziata per capire a che punto il comune tragga profitto dalla raccolta, stiamo affermando un diritto assoluto che l’umanità dovrebbe sostenere prima ancora della legge. Ce lo ricorda da quattro anni la Convention on the Rights of the Child , gruppo che raccoglie associazioni e realtà coordinate da Save the Children  e chiede con forza una soluzione istituzionale del problema, raccomandando al Parlamento una riforma legislativa che garantisca il diritto alla registrazione di tutti i minori nati in Italia, indipendentemente dalla situazione amministrativa dei genitori. Certamente anche il governo in carica nel 2009 previde un sistema di salvezza, ma non in legge; scelse di affidare la sorte di un nuovo essere umano alla labile volatilità di una circolare. Non voglio entrare ora nella tecnicità della legge. Abbiamo qui chi potrà dircene con più competenza e significato di ruolo di quanto io abbia e soprattutto potrà informarci in merito alle modifiche che si stanno discutendo (o sono già state discusse) alla camera a proposito della lettera g. Quindi continuo con la narrazione, lasciando all’on Rosato l’onore di poterci aprire alla speranza che potrebbe consentirci di parlare al presente di quanto io sto per narrare al passato, a un passato che non dobbiamo però dimenticare e, per capirne il significato, è utile ripercorrerne la storia. Aprendo questo intervento ho parlato del periodo in cui il Parlamento si apprestava a votare la legge perché ha una specifica importanza che impegna ad attenzione e gratitudine per chi in quel periodo è stato pubblicamente attivo.

Infatti il progetto presentato prevedeva la cancellazione dell’articolo in vigore allora – e ancora oggi – che recita “L’accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all’autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano”.

Se fosse stata realizzata la cancellazione dell’articolo che ho appena letto,  sarebbe stato cancellato il principio del segreto professionale fondante la deontologia medica che impegna il medico a                                                        (art. 10 del codice di deontologia medica)

“mantenere il segreto su tutto ciò di cui è a conoscenza in ragione della propria attività professionale”. … e precisa che “la violazione del segreto professionale assume maggiore gravità quando ne possa derivare … nocumento per la persona assistita o per altri”.

Ricordo la reazione allora fortissima degli ordini professionali da noi pubblicizzata dalla componente locale della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni e voglio citare quanto scrisse l’allora presidente provinciale dell’Ordine dei medici di Udine in un comunicato pubblicato anche dai media locali:

“ Qualora dovessero passare i provvedimenti annunciati dal governo, i medici dovranno rifiutarsi di denunciare i pazienti immigrati irregolari, esercitando l’obiezione di coscienza per non venir meno ai principi etici e deontologici della loro professione”.

Purtroppo, anche per l’indifferenza della società che si definisce civile, la lettera g invece restò, penalizzando per due anni anche chi volesse sposarsi pur se privo di permesso  di soggiorno. Ho detto per due anni perché nel 2011 una sentenza della Corte Costituzionale sottrasse i matrimoni alla previsione della lettera g rimasta come un inamovibile, squallido e disonorante pilastro, per penalizzare esclusivamente i neonati, ultimo resto di un progetto che si era proposto di usare anche la debolezza del malato, dell’infartuato, del ferito per farne forza di chi lo volesse distruggere. E in ogni caso la ‘debolezza’ da usarsi era quella dello straniero non comunitario attraverso uno slalom fra le maglie delle leggi per sentirsi vincitori di non so che e come tali presentarsi a una popolazione che si voleva e si vuole e si costruisce impaurita. Ora quella forza può ancora rivolgersi legalmente solo contro i neonati. Ormai solo alla politica – che non si umili alla ricerca di consenso fondato sul numero di chi si associ alla volontà devastatrice– è dato essere parola autorevole e alta per affermare un principio che ne proclami l’onore nel farsi voce di chi nasce sul nostro territorio, chiunque sia, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali                                                                           (art. 3 Costituzione).

Per capire il senso del disprezzo che consente di penalizzare i neonati, alcuni neonati, fino a negarne l’esistenza legale –ci aiuta anche la storia e non mi rifaccio alla grande storia che ci ha fornito testimonianze incancellabili (per brevità ricordo due nomi soltanto, Primo Levi e Hannah Arendt che ci hanno offerto strumenti per pensare l’impensabile e per dire l’indicibile). Voglio invece far memoria di un esempio di piccola storia, quella della famiglia Cardosi, una famiglia italiana la cui madre fu deportata ad Auschwitz dove morì. Racconta una figlia in un prezioso libretto che onora la piccola editoria per essere stato pubblicato ma che è immeritatamente poco noto:

Mia madre era stata arrestata, perché ebrea, la mattina del 12 maggio 1944 nella nostra abitazione di Gallarate da agenti di pubblica sicurezza per ordine della questura di Varese … e consegnata alle SS del comando di polizia germanica del carcere di San Vittore a Milano”. La colpa di quella donna era di essere ebrea e questa sua caratteristica di razza era stata identificata da solerti funzionari italiani del regno d’Italia ancora nel 1938 quando, a seguito delle leggi razziali, era stata cacciata dalle scuole del regno dove insegnava come maestra elementare. E non l’aveva salvata neppure l’essere cattolica e sposata a un ‘ariano’. Dal 13 maggio all’ 8 giugno 1944 fu ristretta nel carcere di San Vittore a Milano, poi spostata a Fossoli e infine definitivamente ad Auschwitz. La figlia maggiore, Giuliana allora diciottenne, così ci narra della sua visita al carcere. Era in fila con i familiari dei detenuti cui era concesso portare un pacco per il cambio di biancheria e viveri e

Quando venne il mio turno l’agente di custodia italiano incaricato del ritiro dei pacchi, dopo un rapido controllo sui registri, mi disse che il nome della mamma non risultava. Mi chiese il motivo dell’arresto e quando glielo dissi raccolse il mio fagotto e me lo scaraventò in faccia”.

Se una persona non ha un nome giuridicamente riconosciuto non può avere rapporti familiari: la sua famiglia come luogo di relazioni definite, non esiste. La situazione dei detenuti a San Vittore è confermata dal rapporto inviato dal comandante provinciale della Guardia nazionale repubblicana di Milano l’11 gennaio 1945 al capo della Provincia di Milano e per conoscenza alla G.N.R. (Guardia Nazionale Repubblicana – a scanso di equivoci non si tratta della Repubblica Italiana ma della repubblica di Salò). Testimoniando la presenza all’interno del carcere di San Vittore di due reparti, uno giudiziario e uno tedesco, scrive

Non risulta … che i detenuti presso questo reparto vengano sottoposti a mezzi coercitivi. La disciplina è alquanto rigida su ciò che concerne il tenore di vita dei detenuti. Non così si può dire per i detenuti di razza ebraica, la sorte dei quali si ignora”. Era e ancora può essere il destino dei senza nome quando arrivano al vortice che via via si forma per cui c’è sempre un punto di partenza. Affido alla riflessione di tutti noi il commento di Giuliana Cardosi:

 “Capii allora che .. gli ebrei avevano perduto qualsiasi identità , quindi nei loro confronti la violazione di qualsiasi obbligo civile ed umano era permessa”.

Non credo ci sia bisogno di declinare le tante analogie fra gli eventi del 1944 e la situazione che si è voluta rendere possibile sei ani fa. Non ne avrei il tempo e non credo sia necessario. Quel pacco negato arrivò a Clara Pirani, la mamma di Giuliana Cardosi, per l’attività clandestina di un agente penitenziario, Andrea Schivo, che si fece garante di umanità nel mantenere il legame fra i familiari e i carcerati. Quando fu scoperto finì a Flossemburg  dove morì il 29 gennaio 1945. E’ ricordato in Israele allo Yad Vashem (il museo dell’olocausto di Gerusalemme) come Giusto fra le nazioni. In Italia le sorelle Cardosi (Giuliana, Marisa e Gabriella) gli hanno dedicato il loro libro. E io mi permetto di affidare la sua memoria, che ci onora fra tanto squallore, alla presidente dell’Ufficio regionale FVG di Garanzia dei diritti della persona con la funzione specifica di garanzia per i bambini e gli adolescenti. Per fortuna di tutti noi ha ben altri strumenti di quel fondamentale rispetto di sé come essere umano che Andrea Schivo seppe efficacemente manifestare di cui sa fare l’uso migliore, garante di bambini e adolescenti che – se le vengono presentati – sono in stato di sofferenza e sono anche certa che saprà sostenere i parlamentari che vogliono liberarci dalla vergogna che ci è stata imposta con una legge che conta ormai sei anni.

Ricordo che l’organizzazione mondiale della sanità ha definito la salute: stato di benessere fisico, mentale e sociale e sono certa che tutti vogliano e vogliamo (perché non si può giocare con le responsabilità) associarsi, come medici di una ferita non del corpo ma di umanità, all’antico giuramento di Ippocrate che fa parte delle nostre radici di europei fin dal IV secolo a. C. In un suo passo recita In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l’altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi.

[continua3]

ottobre 18, 2015Permalink

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