6 dicembre 2015 – Natale e scuola. Fanatici disturbatori

Una circolare

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Si può leggere dal link la dignitosa circolare di Marco Parma, dirigente della scuola di Rozzano,  che per sé è una risposta alla canea fanatica, strumentalizzata da leghisti e non solo (chi potrà dimenticare la canterina già ministra Gelmini!). e ricopio alcuni articoli con relativi link

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2 dicembre 2015  –  da Famiglia cristiana

Sono prete da vent’ anni e, anche in tempi non sospetti, ho sempre suggerito ai fedeli di realizzare a casa propria il presepio o l’ albero di Natale da molti, erroneamente, ritenuto un simbolo pagano e che invece ha radici molto più cristiane di quanto si creda. Lo stesso Babbo natale, pur travisato nei segni pastorali dalla Coca-Cola, non è altro che san Nicola vescovo. In qualche zona d’ Italia è santa Lucia che porta i doni e poi, a chiudere il periodo natalizio c’ è la Befana, storpiatura lessicale di Epifania che, invece di indicare il Cristo che si manifesta ai magi, identifica una vecchina dall’ aspetto un  po’ stregonesco che non proviene certamente dall’ambiente cristiano. Tutte tradizioni che ho sempre accompagnato perché possono aiutare a vivere la dimensione interiore del Natale, ma che non si identificano con il mistero del Dio fatto uomo. Lo possono indicare, ricordare, favorire, rappresentare ma il “Verbo che si è fatto carne”, come scrive l’ evangelista Giovanni, è una manifestazione dell’ amore di Dio, un segno di salvezza che si coglie nel profondo di sé e si traduce nelle opere quotidiane. L’ identità del credente non coincide con i segni esteriori, ma è rivelata dalla la testimonianza nella vita: inizio a pensare che in molti difensori delle tradizioni natalizie questa dimensione sia carente.

Se sostenere i segni della tradizione significa innescare battaglie, generare rabbia e odio, innalzare muri certamente più politici che religiosi, da uomo e da cattolico dico chiaramente che non ci sto. Che eco di messaggio cristiano e di maturità può giungere ad un ragazzo che vede accapigliarsi genitori, dirigenti scolastici, docenti, politici nel presunto nome di colui che è segno supremo di amore? «Per fare la pace – ha detto papa Francesco in occasione di una preghiera per la pace del giugno 2014- ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra. Ci vuole coraggio per dire sì all’ incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza. Per tutto questo ci vuole coraggio, grande forza d’ animo». Le polemiche prenatalizie di quest’ anno non aiutano, confondono i piani della discussione solo per generare reazioni viscerali. Il vescovo di Padova è finito nel tritacarne per aver messo in chiaro che esiste una gerarchia di valori: se il valore da salvaguardare è quello di creare ponti e non muri (l’ ha detto il Papa) come posso sacrificarlo per innescare battaglie dolorose soprattutto per gli occhi più giovani che guardano curiosi come stiamo costruendo il loro futuro? Nessuno rinuncia alla sua identità, ci mancherebbe, ma l’ identità è scritta nella testimonianza della vita ancor prima che nei segni esteriori. Chi è cristiano sa di essere erede del dono dei martiri che hanno raccontato la loro identità rifiutando sempre l’ approccio violento. Chi si dichiara cristiano dev’ essere consapevole che a Pietro è stato chiesto di riporre la spada nel fodero e che la massima manifestazione di identità è raccontata dalla fragilità di una persona con i chiodi nelle mani e nei piedi, quando avrebbe potuto dare segno di una potenza distruttiva e non gli sarebbero certo mancati i titoli per far valere la sua identità. Un passo indietro, quello di Cristo in croce. Il passo che, per chi crede, ha meritato la Salvezza.

http://m.famigliacristiana.it/blogpost/presepe-si-presepe-no-natale-e-polemiche-io-prete-non-ci-sto-.htm

 

Giorgio Cremaschi . Il presepe arruolato in guerra   da micromega

Sono ateo e padre di figlie non battezzate, ma ho sempre fatto il Presepe. Come Luca Cupiello nella commedia di Eduardo, il Presepe mi piace perché trovo bello guardarlo e soprattutto costruirlo. Ora sono in dubbio se farlo ancora.

Ho visto un presepe brandito come arma da Matteo Salvini davanti alla scuola di Rozzano. Ho visto l’onorevole Gelmini cantare “Tu scendi dalle stelle”come inno di lotta sempre davanti alla stessa scuola. Ho letto il commento del sottosegretario all’istruzione Faraone, indignato per la rinuncia ai nostri valori. Mi pare cha Matteo Renzi abbia usato toni simili. Una crociata politico mediatica ha così occupato il centro dei talkshow.

Su un fatto praticamente inesistente, il normale rifiuto di un preside a due mamme di organizzare fuori orario e fuori programma canti di Natale, non dunque la cancellazione della celebrazione della festa, si è costruito uno scenario di guerra. Ora non mi stupisce che i Mass media italiani siano capaci di costruire autentici falsi e di far ruotare attorno ad essi tutto il confronto politico e di opinione pubblica che loro stessi alimentano. Nelle guerre la macchina del falso è la prima a mettersi in moto. Così i manifestanti per l’ambiente a Parigi sono stati accusati di profanare il sacrario delle vittime del terrorismo, quando è stata la polizia di Hollande a caricarli brutalmente e a calpestare i fiori. Ci sono video e foto che documentano questo ma il nostro giornale e telegiornale unico ha titolato sulla vergogna degli oltraggi perpetuati dai manifestanti. Franti rise al racconto dei funerali del re, racconta il libro Cuore con lo stesso sdegno.

Lo stessa macchina del falso ha dunque prodotto il caso di Rozzano, chiarendo subito che lo scopo era quello di aprire un dibattito sui nostri valori e sul coraggio di difenderli. Di fronte ai terroristi che uccidono gridando Allah Akbar non festeggiare il Natale come si deve diventa cedimento di fronte al nemico, collaborazionismo persino. Il figlio di Luca Cupiello, che nella già citata commedia afferma più volte che il Presepe non gli piace, diventa l’archetipo del traditore.

Il Presepe diventa così un’arma della guerra identitaria che si scatena in difesa della nostra civiltà, arma che si può imbracciare senza scandalo. Il vescovo segretario della Cei Nunzio Galantino è abituato ad usare toni forti ed è subito sceso in campo in difesa del Natale minacciato. Ma non ha sentito il bisogno di dire nulla contro questo uso violento del Presepe. Ma come, l’invenzione di S. Francesco viene usata per bassa speculazione politica ed elettorale e il vescovo Galantino non ha il coraggio di dire: giù le mani dal Presepe?

Tutto questo mi spaventa e non tanto perché così si fa distrazione di massa dai problemi veri. Questo è ovvio, ma a me spaventa proprio ciò verso cui il regime mediatico sta orientando l’opinione pubblica: si vuole prepararla alla necessità e alla inevitabilità della guerra: “Vogliono abolire il Natale per farci festeggiare il Ramadan e vorremmo cedere come il vile preside di Rozzano? Oppure vogliamo combattere per i nostri valori?”. Sono i nostri mostri di sempre che vengono così evocati e a me dispiace molto che cerchino di nasconderli tra le statuette del Presepe.

I terroristi legati all’Isis, per quanto feroci, non hanno certo la forza per far regredire alle guerre di razza e di religione le nostre società. Se questa regressione si manifesta lo stesso, è per cause sociali politiche e culturali che stanno tutte qui da noi e la caccia alle streghe di Rozzano lo dimostra.

Giorgio Cremaschi   (2 dicembre 2015)

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/12/02/giorgio-cremaschi-il-presepe-arruolato-in-guerra/ 

Il passo avanti del Vescovo di Padova e l’effetto presepe. di Andrea Grillo

Ci sono, nelle tradizioni, logiche profonde e complesse, che vanno rispettate proprio nella loro complessità. Anche la tradizione cristiana, e in particolare quella cattolico-romana, non sfugge a queste logiche. Quasi 70 anni fa un parroco diede fuoco a Babbo Natale, sul sagrato della Chiesa, per “difendere” Gesù bambino dai “culti pagani”. Questo episodio diede lo spunto, a C. Lévi-Strauss per scrivere un bell’opuscolo, dal titolo “Babbo Natale giustiziato” nel quale metteva in luce la profonda continuità tra culto pagano e culto cristiano, sulla base della antica festa del Sol invictus, dove i temi della luce, delle piante sempreverdi e dei “vecchi/morti” e dei “bambini/neonati” si intrecciano strutturalmente.

Ora, in questo contesto, quando la polemica diventa vuota e formale, possiamo trovare il paradosso per cui un Presidente di Regione come Zaja, la cui sensibilità verso lo straniero è proverbiale, diventi il “difensore del presepe”, pretendendo di far passare il Vescovo di Padova come un “nemico del popolo”.

La questione decisiva, in tutto questo, è ciò che da tempo chiamo “effetto presepe”. Vorrei provare a spiegarlo brevemente. In tutte le grandi tradizioni, infatti, i passaggi decisivi – nel nostro caso cattolico, il Natale e la Pasqua – diventano “luoghi di riconoscimento”, non solo religioso, ma culturale e sociale. “Fare il presepe” a Natale, e “visitare i sepolcri” a Pasqua diventano luoghi di identità. Ma, proprio in questo passaggio, le tradizioni si mettono a rischio, perché concentrano in un punto tutti i “messaggi” e proprio per questo “sovraccarico” rischiano di perderne il senso.

Il presepe, in modo esemplare, costituisce un caso tipico di questa “tentazione”. Presepe dice, in latino, “mangiatoia” e costituisce la “versione di Luca” del mostrarsi del Salvatore. Che si rivela ai pastori irregolari e non ai buoni credenti regolari del tempo. La tensione, in quel testo di Luca, è tra la grandezza del Signore e la piccolezza umana che può riconoscerlo solo nella irregolarità dei pastori. Nella versione di Matteo, invece, la dose è ancora rincarata: la tensione è tra la stella e i magi che la seguono, nella loro condizione di stranieri, e la ostilità viscerale dei residenti. Il “presepe”, mescolando tutti questi messaggi, rischia di non aumentare, ma di diminuire la forza della tradizione, riducendola a un “soprammobile” borghese. Il presepe significa che ultimi, stranieri e irregolari riconoscono Gesù, mentre Governatori e residenti regolari cercano di ucciderlo. Esattamente come, a Pasqua, sanno riconoscere Gesù una donna dai molti mariti, un handicappato grave come il cieco e un morto come Lazzaro. Queste sono le categorie privilegiate.

Di fronte al “significato” del presepe, è chiaro che quello evocato dal Vescovo di Padova è un passo avanti e non un passa indietro. Mentre ciò che il Governatore del Veneto difende come un soprammobile, è la propria più clamorosa smentita e contestazione. Forse è venuto anche per lui il momento della conversione?

Ciò che il Vescovo di Padova ha chiesto, con parole pacate, è un passo avanti nel significato autentico del Presepe. Ecco le sue parole: «Fare un passo indietro non significa creare il vuoto o assecondare intransigenze laiciste, ma trovare nelle tradizioni, che ci appartengono e alimentano la nostra fede, germi di dialogo. Il Natale, in questo senso, è un esempio straordinario, un’occasione di incontro con i musulmani, che riconoscono in Gesù un profeta e venerano Maria». Solo con un piccolo passo indietro si fa un grande passo avanti. Nella pura tradizione cristiana. E non è un caso che i Governatori oppongano resistenza.

http://www.cittadellaeditrice.com/munera/il-passo-avanti-del-vescovo-di-padova-e-leffetto-presepe/

Dicembre 6, 2015Permalink

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