18 agosto 2016 – La riga nella calza

Volevo riprendere nel mio blog il discorso, iniziato il 16, su Salvini passando dalla sua sbrodolatura verbale a Ponte di Legno a reazioni meritate ma non posso resistere alla tentazione di parlare  della relazione calze- religione-intervento salvifico del mercato.
E’ una connessione che il burkini mi ha fatto tornare irresistibilmente alla mente facendomi ridere ripetutamente e di cuore anche se da sola.
Erano i turpi anni cinquanta quando a una ragazzina non era dato conoscere la repressione fuori dell’ambito scuola-famiglia, ridotte a custodi della sua ‘normalità. Certamente, dato il livello della informazione di allora, poco si sapeva della repressione extra domestica, anche se i tempi della strage di Portella della Ginestra erano abbastanza vicini. In realtà per me fu una repressione benefica perché mai avrei letto tanti libri se non lo avessi dovuto fare sotto il banco durante lezioni particolarmente noiose e in sedute culturali nel gabinetto di casa.
Quella ragazzina, passata l’età dei calzetti e dei calzettoni dovette usare le calze.
Già le calze: prima del nylon erano di seta, i telai d’epoca le fabbricavano con la riga che a me formava una spirale attorno alle gambe benché fossero appese (i collant erano ancora lontani) a un coso orrendo chiamato giarrettiera che mi infastidiva l’addome. Però per andare in chiesa (messa domenicale e catechismo erano obbligatori) bisognava avere le calze, guardate facilmente a vista appunto in virtù della maledetta riga con tendenze di spirale.
Non hai le calze? Non entri in chiesa.
Poi la cerimonietta alle porte finì: erano arrivate le calze di nylon, sempre rette da giarrettiere ma senza riga e il più guardone dei custodi del sacro avrebbe dovuto constarne manualmente l’esistenza il che ‘alle porte’ era improbabile accadesse.
Era la prima vittoria del mercato sul sacro: le calze di nylon costavano meno di quelle di seta e non abbisognavano di rimagliatrici (mestiere oggi scomparso).
Ma non c’era pietà per il velo (testa coperta!).
In chiesa non si entrava con i calzoni, in un primo tempo sgraditi anche a scuola dove venivamo umiliate dentro grembiuli neri. Se per le maniche la cui lunghezza doveva rapportarsi in certo modo al gomito il doppio decimetro sembrava più importante del battesimo, per le gonne la questione aveva un rapporto con le ginocchia.
Restiamo alle chiese, luogo pertinente dato che i valori da difendere contro l’esibizione religiosa del burkini sono quelli della laicità dello stato secondo il primo ministro francese. Anche in Francia i bei tempi dell’Illuminismo sono finiti: se la laicità teme gli stracci ….
Però nelle chiese cattoliche le ragazze entrano in estrema libertà di abbigliamento: di veli non se ne parla, i calzoni sono un’ovvietà, non mancano i calzoncini corti e magliette aderenti e smanicate.. Se per la perdita delle calze aveva vinto il mercato, prima che se ne parlasse, per un abbigliamento, un tempo non lontano impensabile, hanno vinto i sondaggi che avvertono: la presenza nelle chiese è in calo vertiginoso. Così la prudenza induce a dismettere  la severità nell’abbigliamento che, se mantenuta, probabilmente farebbe delle chiese un luogo over 70. Mi ci metto anch’io quando guardo con allegria le ragazze libere di esprimere la loro fede senza gli ammennicoli coprenti che a me, molto tempo fa, venivano imposti.
Quando riusciremo a ridere comunitariamente di tutto questo?

PS: Questo testo è stato in un primo tempo inserito su fb, poi rivisto nel blog. Su fb ha ottenuto alcuni consensi e un codicillo inserito da Marco M. in nome della  pari opportunità maschile: “E da maschietto comunico anche l’imbarazzo di essere tenuto fuori dalle chiese che nei torridi giorni estivi volevo visitare, in assenza dì celebrazioni, solo perché avevo i pantaloncini al ginocchio. Anche negli anni duemila. Soprattutto al sud, forse dove la frequenza era meno in crisi”.

Agosto 18, 2016Permalink