17 settembre 2016 – Qualcuno mi vuole spiegare perché la dimensione del costume da bagno costituisce un atto di culto?

Il culto nel sito dell’Associazione Studi Giuridici Immigrazione – sezione di Trieste                                                                                     untitled
‘’Burkini’’, ASGI: si rispetti la libertà di culto 23/08/2016
Burkini sul lungomare, polemiche a Trieste .

L’ASGI interviene ricordando che la nostra Costituzione e la Carta europea per i Diritti dell’Uomo garantiscono la libertà di culto. Una decisione che andasse in direzione contraria sarebbe discriminatoria e costituirebbe una grave violazione dei principi costituzionali e comunitari .

A seguito delle polemiche sviluppatesi a seguito della presenza, nelle spiagge di Trieste, di alcune donne vestite con il costume da bagno, comunemente noto come “burkini”, la sezione ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) del FVG, ha inviato una breve nota con la quale si chiariscono i profili giuridici .

L’ASGI – associazione di giuristi che ha, nel tempo, contribuito con propri documenti all’elaborazione dei testi normativi statali e comunitari in materia di immigrazione, anti-discriminazione, asilo e cittadinanza e che opera nell’ambito della tutela dei diritti dei cittadini stranieri ed apolidi – interviene sulla questione che ha acceso il dibattito cittadino nelle ultime settimane in merito alla questione del ‘’burkini’’, al fine di sottolineare alcuni fondamentali principi di diritto.

Innanzitutto si ricorda che l’art. 8 della Costituzione italiana garantisce la libertà di culto e tutela di conseguenza la possibilità da parte dell’individuo di manifestare liberamente il proprio credo.

Anche la CEDU (Carta Europea dei diritti dell’Uomo) garantisce la libertà di culto e all’art. 9 stabilisce che: “. Ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include (…) la libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato, mediante il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti”.

Il fatto di indossare il ‘’burkini’’ rientra nella pratica religiosa ed a tale proposito sempre l’art. 9 della CEDU specifica che: “La libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo non può essere oggetto di restrizioni diverse da quelle che sono stabilite dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, alla pubblica sicurezza, alla protezione dell’ordine, della salute o della morale pubblica, o alla protezione dei diritti e della libertà altrui.”

Solo la legge può imporre delle limitazioni alle pratiche religiose, ma solo allorché si debbano tutelare altri diritti fondamentali, quali la sicurezza pubblica, la protezione dell’ordine, la salute o la morale pubblica, o la protezione dei diritti e della libertà altrui e soltanto se la restrizione della libertà di manifestare il proprio credo rappresenta l’unico strumento idoneo a garantire gli altri interessi.

Una donna che indossa il costume da bagno integrale sceglie di manifestare il proprio credo attraverso l’uso di abiti propri della propria religione; in altre parole chi indossa il ‘’burkini’’ lo fa nella convinzione di rispondere a un precetto religioso e quindi lo considera “pratica religiosa”.

Una decisione del Comune di Trieste o di qualunque altra amministrazione che andasse in direzione contraria, costituirebbe una grave violazione dei principi costituzionali e comunitari citati, oltreché una discriminazione diretta, perché porrebbe in una condizione di svantaggio determinati soggetti (tra l’altro tutti appartenenti al genere femminile!) in ragione o a causa delle loro convinzioni religiose.

Avv. Dora Zappia – referente ASGI-FVG

Il precedente

Si ricorda la precedente azione legale dell’ASGI che portò all’ ordinanza del 14 aprile 2014 del giudice del Tribunale civile di Torino con cui venne dichiarato discriminatorio il comportamento del Comune di Varallo (Vercelli) : con l’ordinanza n. 99/09, tale Amministrazione comunale aveva disposto il divieto (con previsione di relativa sanzione amministrativa in caso di violazione) di indossare il “burkini” su tutto il territorio comunale “nelle strutture finalizzate alla balneazione”, nonché il divieto “di abbigliamento che possa impedire o rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, quale a titolo esemplificativo caschi motociclistici al di fuori di quanto previsto dal codice della strada e qualunque altro copricapo che nasconda integralmente il volto”.

Secondo il giudice di Torino l’ordinanza comunale “discriminava l’utilizzo di un costume da bagno, sostanzialmente corrispondente (tranne per il materiale da fabbricazione) ad una muta da subacqueo (certamente mai vietata nelle strutture finalizzate alla balneazione), adottato espressamente da alcune credenti di religiose islamica”. “I cartelli originari oggetto del ricorso introduttivo poi, così come descritti sopra, – prosegue l’ordinanza del giudice di Torino – erano certamente (e fortemente) discriminatori perché il divieto che dal cartello promanava veniva radicato tramite focalizzazione del messaggio (tra l’altro, dai forti contenuti anche nelle immagini figurative) soprattutto sulle minoranze femminili ed islamiche; divieto reso ancor più tagliente dall’utilizzo improprio del simbolo del divieto di sosta (riferito a tutte le condotte vietate) che l’art. 158 del Codice della Strada prevede per i veicoli e non per gli esseri  umani                                                          (link in calce)

Cerco la sicurezza nei vocabolari – la parola CULTO   untitled_blu

Lo strano concetto di culto che l’ASGI mi propone (ma non bastava tutelare la libertà di abbigliamento?) suscita irresistibilmente il mio senso dell’ironia. L’ironia è una difesa ma può anche essere un’arma e, poiché ho l’impressione di muovermi da orso in una cristalleria piena di oggetti inutili ma amati, cerco di darmi una ragione del culto ammesso in assenza di burkini. Comincio con i vocabolari che mi assicurino qualche certezza per delimitare il terreno su cui mi muovo e in cui vorrei indicazioni capaci di orientare il mio cammino.

  1. Grande dizionario della lingua italiana moderna 2000
    Culto L’ossequi religioso reso alla divinità; gli atti con cui esso si manifesta: rito, liturgia, credenza religiosa
  2. Lo Zingarelli 2002
    Complesso delle usanze e degli atti per mezzo dei quali si esprime il sentimento religioso b Nella teologia cattolica, complesso degli atti e dei riti e degli usi mediante i quali si rende onore a Dio c Religione o confessione religiosa come oggetto di amministrazione e legislazione pubblica (affari del culto; spese del culto)
  3. Da vocabolari Treccani on line
    Culto. s . m. [dal lat. cultus -us, der. di colĕre «coltivare, venerare», part. pass. cultus].
    Manifestazione interiore o esteriore del sentimento religioso, come ossequio individuale o collettivo reso alla divinità: il c. di Dio, della Madonna, dei santi. In partic., nella dottrina cattolica: c. di latrìa, quello esclusivo reso a Dio, c. di dulìa, reso ai santi, c. di iperdulìa, reso alla Madonna; c. assoluto, che si rivolge alle persone (Dio, Vergine, Santi); c. relativo, che si rivolge alle cose connesse con le persone sante (reliquie, immagini, ecc.). b. Il complesso degli atti rituali, interni ed esterni, di una religione: essere osservante del c.; ministro del c., il sacerdote; spese del culto. c. Religione, fede religiosa: c. cattolico, protestante; libertà di culto; c. acattolici, quelli, cristiani e non cristiani, diversi dalla religione cattolicaculto In generale, la manifestazione del sentimento con cui l’uomo, riconoscendo l’eccellenza di un altro essere, lo onora. Si distingue in c. profano e c. religioso. Quest’ultimo è il più comune e include le nozioni di manifestazione esterna del sentimento religioso, adorazione del divino e relazione con il sacro.

Sembra che i vocabolari mi diano conforto e passo ai commenti

Primo commento – Dalla enciclopedia Treccani on line

L’ordinamento costituzionale italiano riconosce e garantisce non soltanto la libertà religiosa individuale, quale diritto fondamentale e inviolabile dell’uomo, ma anche la libertà di culto nelle sue manifestazioni sociali. L’art. 19 della Costituzione stabilisce infatti che «tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume». Inoltre «il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di c. di una associazione o di una istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la loro costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività» (art. 20). In particolare, se i rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica sono oggetto di specifica regolamentazione (art. 7), la Costituzione attribuisce a tutti i c. acattolici un potere di autodeterminazione sottratto all’ingerenza degli organi dello Stato: l’art. 8, norma inserita tra i principi fondamentali, dispone che «tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge» e che quelle «diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze». Secondo l’accordo di modificazione del Concordato lateranense (1984), in armonia con i principi costituzionali, si considera non più in vigore il principio della religione cattolica come sola religione dello Stato.                                                             (Link in calce)

Secondo commento che affido alla memoria del blog

18 agosto – La riga nella calza 18 (preciso che era stato scritto e pubblicato prima del testo dell’Asgi; non è polemica, solo opinione.                                     (Link in calce)

Una scelta comunque opportuna – Dare un nome alle cose

Vorrei chiedere ai giornalisti di usare un linguaggio appropriato e chiamare gli abiti con i loro nomi.

Hijab è il velo islamico che copre la testa e il collo, nascondendo i capelli così ossessivi nelle culture del medio oriente (pensa alle donne ebree ortodosse rapate, con la testa coperta da cappelli o da parrucche!). Non capisco perché, se a una va di coprirsi i capelli, non possa farlo anche se l’hijab può essere una ‘identificazione’. Di che?

Niqab è il velo integrale che copre anche il volto, acconciato in modo da lasciare una fessura orizzontale per gli occhi

Burqa è il mantello con una griglia di tessuto che consente di vedere (non so quanto).

Chador è il mantellone nero in cui si avvolgono le donne iraniane trattenendone i lembi con una mano.

Ciò premesso il neologismo burkini è un’abile bestialità perché non copre il volto (e quindi nulla ha a che fare con il burqa) ma quando viene pronunciato richiama il volto coperto dalla divisa imposta in Afghanistan dai talebani al loro arrivo su cui non mi trattengo.

Il ‘burkini’ è un hijab unito a una tunica che copre il corpo.

Potrebbe chiamarsi hijabino!

belle-epoquePosso dire ‘povere donne’ ma ricordo che la frequentazione delle spiagge da parte delle signore bene italiane (le popolane non andavano al mare) che si è evoluta fino al bikini, un secolo fa si realizzava con ridicoli cappelloni, mutandoni e corpetti molto coprenti. Oggi non è più così e non dimentico che fra i mutandoni di un tempo e il bikini di oggi c’è stato il voto alle donne, che non fu un grazioso regalo!

FONTI:
Il culto nel sito dell’ASGI
http://www.asgi.it/discriminazioni/burkini-trieste-liberta-culto-discriminazione/

Vocabolario Treccani on line
http://www.treccani.it/vocabolario/culto2/

Primo commento – Dalla enciclopedia Treccani on line http://www.treccani.it/enciclopedia/culto/

Secondo commento che affido alla memoria del blog http://diariealtro.it/?p=4545

Settembre 17, 2016Permalink

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