6 agosto 2017 – No tu no. Ma perché? Perché no

La Stampa 6 agosto
L’agenda dei diritti su un binario morto. Ecco le leggi che non vedranno la luce

Dallo Ius soli al biotestamento, mancano numeri e tempi per l’approvazione entro febbraio
Gabriele Martini Torino Pubblicato il 06/08/2017

C’è chi le chiama leggi di civiltà. Unioni gay, divorzio breve, disposizioni sul «dopo di noi», introduzione del reato di tortura. Per un momento sembrò che i diritti civili potessero essere il tratto distintivo di questa travagliata legislatura. Poi nella maggioranza qualcosa s’è inceppato. E le riforme ancora da approvare rischiano di non vedere la luce.
Il copione è sempre lo stesso: i contrari fanno ostruzionismo, il dibattito s’infiamma, i tempi s’allungano e le proposte finiscono nel dimenticatoio. Ma quello che finora era un rischio, sta diventando una certezza: il fischio finale della legislatura potrebbe arrivare prima che i nuovi diritti diventino legge.

Dal fine vita alla cannabis
Lo Ius soli «temperato» prevede che il bambino nato in Italia acquisisca automaticamente la cittadinanza se almeno uno dei due genitori si trova legalmente nel Paese da almeno 5 anni. Gli alfaniani hanno minacciato la crisi di governo, il Pd non se l’è sentita di forzare la mano prima della pausa estiva e il dibattito è stato rinviato all’autunno. I centristi sono riusciti a bloccare anche il testamento biologico (zavorrato in Commissione Igiene e Sanità da 3 mila emendamenti), dietro cui i falchi cattolici scorgono un’introduzione mascherata dell’eutanasia. Anche la legge sugli orfani di femminicidio non convince gli alfaniani: approvata all’unanimità alla Camera, da cinque mesi è arenata nelle secche del Senato dopo il dietrofront del centrodestra. Sorte ancor peggiore è toccata alla legge contro omofobia: il via libera di Montecitorio arrivò il 19 settembre del 2013 (per capirci: all’epoca governava Enrico Letta e Guglielmo Epifani era segretario del Pd), ma da quasi quattro anni il testo giace nel congelatore di Palazzo Madama. È ferma al Senato da 34 mesi anche la norma che consente ai genitori la possibilità di dare al figlio il cognome della madre: nel mentre la Consulta ha dichiarato illegittima «l’automatica attribuzione» di quello paterno in presenza di una diversa volontà della famiglia. Il ddl sulla cannabis, invece, è stato affossato già alla Camera: le norme riguardanti la legalizzazione sono state stralciate dal testo base, che ora punta a regolamentare soltanto l’uso terapeutico della marijuana.

Conto alla rovescia
Per districarsi nel groviglio delle riforme in cantiere conviene sfogliare il calendario. Finora c’è un’unica data sicura: Camera e Senato, chiusi per ferie, riaprono il 12 settembre. Gli onorevoli non lesinano sulle vacanze estive e torneranno a solcare i corridoi del Transatlantico fra 40 giorni. L’altro appuntamento da cerchiare sull’agenda è la data delle elezioni politiche. Come previsto da Mattarella, dovrebbero svolgersi all’inizio della primavera 2018. Fossero ai primi di aprile, le Camere andrebbero sciolte entro la metà di febbraio (tra i 70 e i 45 giorni prima delle urne, recita la Costituzione). Sulla carta, quindi, i parlamentari hanno davanti a loro cinque mesi di lavoro. È un periodo sufficiente per approvare le leggi sui diritti? La risposta è no. Perché quei cinque mesi sono solo virtuali.

Parlamento intasato
Il conto è presto fatto. Deputati e senatori siedono in Aula mediamente tre giorni a settimana. Inoltre ci sono di mezzo le vacanze di Natale. Tocca poi sottrarre le giornate in cui l’attività parlamentare sarà monopolizzata dall’esame della legge di bilancio: la regola prevede che in quel periodo non possa essere esaminata nessuna altra legge che comporti anche un solo euro di spesa per le casse dello Stato. Rimangono quindi 40-45 giorni netti. Senza contare che in quel mese e mezzo c’è chi vorrebbe portare a casa anche una nuova legge elettorale. La riforma caldeggiata da Mattarella è in alto mare e molto probabilmente finirà per riempire l’agenda dei partiti per almeno un paio di settimane. Morale della favola: il tempo da dedicare a ius soli, testamento biologico, legge sugli orfani da femminicidio e norme anti-omofobia rischia di ridursi a un pugno di giorni. Non più di una ventina, ammettono dalle file del Pd. Probabilmente anche meno. Di certo non sufficienti per discutere e approvare leggi sulle quali per di più gravano divisioni politiche.

Priorità alla manovra
Da qualche settimana nella maggioranza si respira un clima da liberi tutti. Lo stallo sui diritti è emblematico: da una parte i centristi frenano riforme care alla sinistra; dall’altra Mdp non ha intenzione di accettare mediazioni al ribasso. In mezzo a questa tenaglia c’è il Pd, che promette – senza troppa convinzione – di voler andare fino in fondo per lo meno sullo ius soli. Ma i tempi sono stretti e al Senato i numeri sono risicati. Anche perché i grillini quasi mai si sono dimostrati disponibili a votare provvedimenti altrui. Infine c’è la variabile Gentiloni: il premier, per non restare stritolato, governa con passo felpato, consapevole di dover blindare la maggioranza in vista della manovra. Così l’agenda dei diritti è finita su un binario morto. E mentre i partiti sono pronti a gettarsi a capofitto nella campagna elettorale, i cittadini aspettano.

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