4 settembre 2017 – Una confessione e un ragionamento che conservo perché aprono a molte riflessioni

Una confessione e un ragionamento che conservo perché aprono a molte riflessioni che non possono fermarsi qui

3 settembre 2017 -Stupro di Rimini, il padre dei due fratelli reo confessi.
“Ora devono pagare” di Alessandro Mazzanti
Mohamed: “Ho riconosciuto i miei figli dalla foto pubblicata dal vostro giornale e li ho costretti a costituirsi”
Vallefoglia (Pesaro), 3 settembre 2017 -Mohamed è marocchino, ha 51 anni, 4 figli, fa il saldatore, la moglie lo chiama, esce in ciabatte sul terrazzo della casa fornita dal Comune di Vallefoglia, dove lui abita. Proprio sotto, scorre il fiume. La figlia piccola, 3 anni, gli passa e ripassa tra le gambe. A terra ci sono giocattoli, sotto le scale il telaio smontato d’una bici da corsa.

Mohamed, come ha saputo dei suoi figli?
«Quello più grande, che ha 17 anni, è venuto a casa oggi, che piangeva».
Perché?
«Mi ha detto che lui era con suo fratello, l’altro mio figlio di 15 anni, e altri due loro amici, un nigeriano e un congolese, a Rimini. Hanno partecipato allo stupro di cui parlano da giorni il telegiornale e il vostro giornale».
Cosa le ha detto di preciso suo figlio?
«Che quello maggiorenne li ha costretti ad andare a Rimini, che gli prometteva i soldi se loro magari rubavano qualche cellulare e poi lo rivendevano a lui. Che li ha fatti bere, una birra in un locale, una in un altro…».
Lei come ha fatto a sapere che erano davvero loro?
«Li ho riconosciuti, dalle foto sul vostro giornale… come camminavano».
A quel punto cosa ha fatto?
«Gli ho detto di andare subito dai carabinieri. Non voglio che i miei figli facciano queste str…, può capitare che uno rubi un telefonino, ma non che uno violenta una donna. Se hanno fatto una cosa del genere, devono pagare».
Ma i suoi figli, in dettaglio, cosa le hanno raccontato di quella notte?
«Il maggiore mi ha detto che il congolese ha puntato la ragazza polacca, e gli ha detto a loro ‘A questa ci penso io…’. Il congolese la picchiava, le tirava gli schiaffi, lui ha provato a dirgli ‘Lasciala fare, perché fai queste cose’, ma poi l’ha trascinata lontano da loro e ha continuato».
Ma lei non si è accorto di nulla, in tutti questi giorni?
«La mattina dopo la nottata di Rimini i miei figli dormivano tutti e due fuori, in terrazzo, così li ha visti l’educatrice del Comune, che tra l’altro ho anche mandato via… Io però me lo sentivo che era successo qualcosa di grosso».
E cosa ha detto oggi, quando ha capito che erano loro?
«Che dovevano dire la verità e che non dovevano stare zitti per una settimana intera. E che sono stati fortunati. Io lo so come funziona il giro. Gli errori li ho fatti anch’io. Mi sono ubriacato, ho rubato, ho fatto risse. Quindi, primo, con la transessuale hanno rischiato, perché potevano essere rintracciati dal protettore. Ma poi hanno rischiato anche per la violenza alla donna polacca. Perché, lo dico chiaro, se qualcuno violenta una delle mie donne, mia moglie o mia madre o mia figlia, io lo ammazzo. E poi gliel’ho detto: cosa pensavate, che le persone che avete picchiato e stuprato fossero ricche, che ci facevate i soldi?».
Ma perché i suoi figli hanno aspettato una settimana per andare dai carabinieri?
«Avevano paura».
Cosa fanno i suoi figli?
«Frequentano l’Alberghiero a Pesaro. Ma il minore ha dei problemi, è invalido all’80%, anche per questo viene l’educatrice. Credo che a lui il congolese gli abbia fatto un lavaggio del cervello».
Dove e quando hanno conosciuto il congolese?
«Da un paio di mesi. Tramite un loro amico nigeriano (il terzo arrestato, ndr), uno che abita a Pesaro. Frequentano tutti piazzale Matteotti (dietro il liceo classico già ritrovo di piccoli spacciatori, noto alle forze dell’ordine e ripulito di recente, ndr).
Quando pensa che rivedrà i suoi figli?
«Non lo so. Sono distrutto, le cavolate le ho fatte anche io, ma non ho mai fatto male a nessuno, questa è una cosa grave».
Non siete una famiglia povera.
«Io ai miei figli ho dato sempre tutto. Quando riuscivo a lavorare, e quando tornerò a farlo, prendevo bene, compresi gli assegni famigliari. Gli compravo tutto quello che gli serviva. Li accompagnavo al campo di calcio. Volevo che mio figlio più grande facesse il carabiniere e a volte sognavo che giocasse al Milan, io ho giocato in serie A in Marocco, qui in Italia ho fatto l’aiuto all’allenatore a Scala alla Reggina. Si è rovinato tutto nel 2013, quando sono dovuto tornare in Marocco per un permesso di soggiorno che mancava. Ho perso il controllo sui miei figli. Mi sento un po’ in colpa».
Ora lei cosa farà?
«Aspetto che mi telefoni il maresciallo».

2 settembre 2017 Il pezzo che segue è stato pubblicato su Avvenire sabato
L’autore, Giulio Michelini, è un Francescano, docente ordinario di Sacra Scrittura, Istituto teologico di Assisi

La Parola intreccia l’attualità. La storia della salvezza? Un percorso di migrazioni
Giulio Michelini

Da Abramo a San Paolo: la Parola di Dio intreccia l’attualità. L’apertura allo straniero «stile» della Rivelazione
Questa estate, anzi l’intero anno 2017, verranno probabilmente ricordati per il clamore politico-mediatico e le difficoltà suscitati dalle polemiche sulle modalità con cui in mare aperto i migranti sono sommersi (dai trafficanti e dai loro complici) o salvati (dai soccorritori, in divisa e no); ma anche – è ritornante novità delle ultime settimane – per le operazioni più o meno opache con cui i profughi che sono in cammino verso la Libia o che già l’hanno raggiunta vengono ‘trattenuti’ sulle coste del Nord Africa. Ci siamo resi conto una volta di più della faticosa incapacità dell’Europa nel dare una risposta condivisa al dramma di queste persone. Dei sentimenti xenofobi alimentati. E delle generose risposte offerte dalla nostra gente (provenienti anche dalle diverse realtà ecclesiali presenti nel territorio), che non hanno ancora corrispettivo nelle politiche concordate dagli Stati per affrontare seriamente le cause delle migrazioni forzate. Molti si preoccupano di quale effetto tutto questo avrà sul risultato delle prossime elezioni. Troppo pochi sembrano aver chiaro che prima di tutto ci sono in gioco la vita e il futuro di decine di migliaia di poveri (comunque essi siano arrivati sulle nostre coste, a causa di guerre o per cercare benessere) e assieme a queste vite anche molte risorse e l’impegno di coloro che li accolgono.
Quanto sta accadendo oggi avrà un impatto decisivo sull’Europa e ne potrà cambiare la fisionomia, portando anche a conseguenze indesiderate, se il fenomeno non verrà governato e orientato, magari nelle forme – come quella dei ‘corridoi umanitari’ – che già si sono mostrate efficaci. Per far questo urge ancor di più quella riflessione che, come detto, sembra mancare. Qui si offre un contributo a partire dalla Bibbia, ricordando alcuni elementi che sono già ben noti, ma che bisogna pur ribadire. Anzitutto, la stessa ‘storia della salvezza’ inizia come fenomeno migratorio, dentro una migrazione e con un popolo migrante. Abramo e Sara con tutto il loro clan escono, infatti, non solo dalla loro terra di origine, Carran (Gen 12,1-9), ma anche quando arrivano nella Terra della promessa sono nuovamente costretti ad abbandonarla e a migrare a causa di una carestia (Gen 12,10-20). In tutti questi movimenti Dio non abbandona le famiglie migranti, che pure sono sottoposte a pericoli e rischi gravi, come quello di perdere anche la vita (cfr. Gen 12,12). A causa di un’altra carestia, poi, tutti i figli di Israele devono chiedere ospitalità all’Egitto (Gen 41,56-57) e sono costretti a rimanervi per quattrocento anni, fino a quando, per la dura oppressione del regime di un faraone, gli Ebrei potranno con Mosè tornare proprio là da dove erano venuti. Immigrati sono presenti anche tra gli antenati di Gesù di Nazareth, come la straniera Rut a cui si allude nella genealogia di Gesù secondo Matteo, in apertura dell’omonimo Vangelo.
Appartenente a una delle etnìe considerate tra i popoli nemici di Israele, i Moabiti, dopo la morte del marito, originario di Betlemme, Rut emigra con la suocera, anch’ella vedova, per andare ad abitare dove sperava di trovare il pane (Betlemme, ‘casa del pane’). Lì Rut lavora umilmente raccogliendo gli avanzi della mietitura dell’orzo, aiutando in questo modo la suocera e facendosi stimare, nonostante i pregiudizi da parte dei betlemmiti. L’evento più straordinario di una storia apparentemente semplice è quello per cui da un nuovo matrimonio di Rut con un uomo di Betlemme nascerà un figlio, Obed, dal quale discenderà Iesse, il padre del futuro re di Israele, Davide. Nella linea genealogica di Gesù «figlio di Davide» vi è dunque una straniera moabita; la vera e propria anomalia, tuttavia, ben notata e studiata dall’esegesi giudaica, è che la storia narrata nel libro di Rut sembra contraddire quel passo della Legge dove si prescriveva che «l’Ammonita e il Moabita» non potessero entrare «nella comunità del Signore». A ciò si deve aggiungere che la genealogia che trasmette il nome della straniera, ripresa dall’evangelista Matteo, è stata composta probabilmente durante uno dei periodi di maggiore chiusura della storia ebraica, dopo il ritorno dall’esilio babilonese, quando le liste genealogiche servivano a garantire la purezza della linea sacerdotale. La Bibbia, con il racconto di una straniera integrata nel popolo di Dio, offriva un antidoto efficace contro ogni esclusivismo e controbilanciava così possibili tendenze intolleranti.Ma a leggere bene le Scritture si scopre che la Bibbia aveva preparato anche in altro modo il terreno a una tale apertura, prevedendo una legislazione non che tutelasse gli Ebrei dallo straniero ma che, al contrario, garantisse gli stranieri residenti nella Terra di Israele. In proposito, si può vedere Es 22,20: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto». In particolare, si può ricordare una delle istituzioni più care al popolo di Dio: il Sabato. Questo santo giorno aveva la funzione di ricordare la liberazione d’Israele dall’Egitto e di umanizzare la persona: non valeva, però, solo per i figli d’Israele, visto che il riposo era previsto anche per gli stranieri (cfr. Es 23,12). Diversi sono gli stranieri, inoltre, che hanno svolto un ruolo significativo per il popolo ebraico nella Bibbia. Tra questi si deve ricordare soprattutto Ietro, il suocero di Mosè, un sapiente, addirittura sacerdote di divinità straniere, che aiutò il profeta in uno dei momenti più delicati del suo compito di guida degli Ebrei riportandogli la sposa e consigliandogli d’istituire dei collaboratori (cfr. Es 18).
Per tornare a Gesù, non si può dimenticare che egli stesso, venuto «per le pecore perdute della casa di Israele» ( Mt 15,24), ha avuto un atteggiamento positivo verso quegli stranieri che, secondo i Vangeli, lo hanno incontrato nella sua terra. Più precisamente, per due volte e con stupore Gesù deve riconoscere che la fede di alcuni stranieri (come un centurione o una donna cananea) superava quella del suo popolo: «In Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande» ( Mt 8,10; cfr. anche Mt 15,28). La stessa cittadina di Cafarnao – eletta da Gesù a essere, come scrive Matteo, la «sua città» (cfr. Mt 9,1) – si trovava allo snodo di una delle vie più importanti dell’Oriente antico, la Via Maris, che congiungeva la Siria all’Egitto all’interno di quella «Galilea dei popoli stranieri» o «dei pagani» ( Mt 4,15) che doveva essere un luogo di continuo scambio interculturale. Gesù stesso, ancora, nei Vangeli viene definito in modo ironico e dispregiativo come «forestiero» (cfr. Lc 24,18). I due di Emmaus che rimproverano con questa espressione il Risorto di non essere aggiornato sugli eventi («solo tu sei forestiero a Gerusalemme!») si pentono subito per questo affrettato giudizio. Questi due discepoli, infatti, non solo riconosceranno che lo straniero era Gesù stesso, ma comprenderanno poi che quel forestiero poteva aiutarli a vedere le cose con uno sguardo diverso, fornendo proprio grazie a una prospettiva esterna una lettura non disperata degli eventi appena trascorsi – la passione e la morte del Messia («Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele», Lc 24,21) – ma aperta, anzi, alla fiducia.
La Chiesa di Cristo, infine, secondo quanto narrato negli Atti degli Apostoli, dovrà compiere un grande sforzo per aprirsi agli stranieri, accogliendoli e facendosi accogliere dai popoli pagani. Il primo passo di questo processo, rievocato simbolicamente nel racconto della Pentecoste, sarà quello di imparare le lingue degli altri popoli, preparandosi così a quel futuro incontro tra culture che arricchirà uomini e donne provenienti dall’ebraismo di nuovi modi per esprimere la propria fede. Paolo, l’apostolo dei pagani, che pure rimarrà strettamente legato alle proprie radici religiose e culturali, potrà annunciare il vangelo di Gesù poiché cresciuto «con una triplice cultura – ebraica, ellenistica e romana – e con una mentalità cosmopolita». Fu questa la condizione perché potesse diventare «’ambasciatore’ di Cristo risorto, per farlo conoscere a tutti, nella convinzione che in Lui tutti i popoli sono chiamati a formare la grande famiglia dei dei figli di Dio» (Benedetto XVI, Angelus del 18 gennaio 2009).
Ecco perché, detto tutto questo, nel Messale Romano sono presenti due interi formulari dedicati all’accoglienza, nelle due forme di una Messa «per i profughi e gli esuli» e di un’altra «per i migranti». Nel primo formulario la preghiera Colletta pronunciata dal sacerdote recita in questo modo: «O Dio, Padre di tutti gli uomini, per te nessuno è straniero, nessuno è escluso dalla tua paternità; guarda con amore i profughi, gli esuli, le vittime della segregazione, e i bambini abbandonati e indifesi, perché sia dato a tutti il calore di una casa e di una patria, e a noi un cuore sensibile e generoso verso i poveri e gli oppressi». Molto bella è anche la preghiera nella Messa «per i migranti»: «O Padre, che hai mandato il tuo Figlio a condividere le nostre fatiche e le nostre speranze e hai posto in lui il centro della vita e della storia, guarda con bontà a quanti migrano per lavoro lungo le vie del mondo, perché trovino ovunque la solidarietà fraterna che è libertà, pace e giustizia nel tuo amore». Come si vede, queste formule distinguono tra i vari tipi di fenomeni migratori, ma in fondo tutt’e due le preghiere, mentre chiedono a Dio l’aiuto per poter affrontare sfide che ci superano e ci spaventano, ci esortano ad avere in noi un unico spirito di ospitalità evangelica.

FONTI:
http://www.ilrestodelcarlino.it/rimini/cronaca/stupro-rimini-intervista-padre-1.3372204

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/la-storia-della-salvezza-un-percorso-di-migrazioni

SOLO LINK
http://www.corriere.it/cronache/17_settembre_03/stupri-rimini-padre-de-due-fratelli-che-hanno-confessato-ora-devono-pagare-e5f30428-907b-11e7-8eb0-0c961f9191ec.shtml

http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/13228051/padre-stupratori-marocchini-rimini-cosi-convinti-costituirsi.html

https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/09/03/stupri-rimini-arrestato-il-quarto-ragazzo-del-branco-era-fuga-verso-la-francia-polizia-nessun-segno-di-pentimento/3833429/

http://www.huffingtonpost.it/2017/09/03/stupro-di-rimini-arrestati-tutti-gli-aguzzini-il-nigeriano-butungu-stava-scappando-in-francia_a_23195171/

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/padre-dei-marocchini-sono-distrutto-paghino-1437058.html

settembre 4, 2017Permalink

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