3 settembre 2010 – Colloqui (forse) di pace e una segnalazione.

 I colloqui per la pace in Medio Oriente.

Mentre attendevo di sapere qualche cosa sull’avvio dei colloqui israelo palestinesi a Washington (e riascoltavo la voce di un amico che mi diceva in un momento di sconforto: ‘spero solo in Obama, ma..’) è arrivata la doccia fredda: quattro coloni uccisi da palestinesi (brigate al Aqsa o che altro, non so) e poi altri due feriti.
E si è fatta sentire un’altra voce che in Palestina mi sussurrava con tremore, quasi non volesse farsi sentire: “Ogni volta che sembra profilarsi una speranza di pace succede qualche cosa che la blocca”.
A questo punto per capire, forse, o almeno cercar di capire, bisogna andare là dove il primo attentato ha avuto luogo, a Hebron o meglio nelle vicinanze della città presso l’insediamento di Kiryat Arba  dove é sepolto Baruch Goldstein colui che nel 1994, un venerdì di Ramadan, entrò nella moschea che sovrasta le Tombe dei Patriarchi e compì una strage ‘per vendicare l’onore del Dio di Israele’ come lasciò scritto e come probabilmente ricordano coloro che ne visitano la tomba in una specie di pellegrinaggio.
Hebron è la città della Cisgiordania dove gli insediamenti dei coloni si trovano all’interno, attigui –anzi sovrastanti- il nucleo dell’antica città araba le cui stradine sono chiuse in alto da una rete: un tentativo di difendersi dalle immondizie di ogni genere che i coloni gettano dalle loro finestre e che, ammucchiate sulla rete ormai sovraccarica, pendono sulla testa di chi passa.
Entrare in una casa può essere sconvolgente. A me è successo di vedere in una nicchia scavata nell’antico muro di pietra le fotografie di due bambini uccisi un giorno che invece di immondizia era stata tirata una granata.

A scuola con la scorta.

I bambini vanno a scuola scortati: la presenza di stranieri può difenderli da chi li beffa, li insulta, li molesta e, forse, anche da fucili di militari dallo sparo facile, e talvolta efficace (“Uccidere i bambini non è più una faccenda tanto importante”, scriveva nel 2004 Gideon Levy e ne abbiamo parlato anche qui).
Ho conosciuto alcune ragazze che li accompagnavano: facevano parte di un’iniziativa promossa dal Consiglio Ecumenico delle Chiese.
Fra loro –tesissime e angustiate- spiccava per la sua serenità Pandora, una sudafricana resa forte dall’esperienza dell’apartheid subita nel suo paese … ma incontrare un Nelson Mandela é quasi impossibile, ovunque.
La cultura che riesce ad identificare la forza con la pace – di cui sa accettare il prezzo a volte amaro – non è diffusa da nessuna parte.
Il 27 gennaio 2007 in un mio vecchio blog (la prima edizione di Diariealtro) avevo tradotto un articolo di Ha’aretz (che si può leggere da qui nel testo inglese)  in cui si riportavano le dichiarazioni a Radio Israele di Yosef Lapid, oggi scomparso ma allora presidente dello Yad Vashem.  Lapid, che aveva perso suo padre nel genocidio nazista ed era poi stato Ministro della Giustizia in Israele, era un sopravvissuto all’Olocausto..
Scriveva Ha’aretz il 20 gennaio 2007 che “gli atti di alcuni coloni di Hebron gli riportavano alla mente la persecuzione sofferta dagli Ebrei alla vigilia della seconda guerra mondiale, nel suo paese d’origine, la Jugoslavia” e citava: “Non c’erano forni crematori o pogroms che rendessero amara la nostra vita in diaspora prima che cominciassero ad ammazzarci, ma le persecuzioni, le molestie, il lancio delle pietre, le difficoltà di sostentamento, le intimidazioni, gli sputi e il disprezzo  …Avevo paura di andare a scuola perché i piccoli antisemiti erano soliti tenderci agguati lungo la strada e bastonarci.  Che differenza c’è rispetto ai bambini palestinesi di Hebron?”
Centinaia di commenti di lettori di Ha’aretz chiosavano con insulti le parole di Lapid.

L’impopolarità della pace

Volere la pace, quella possibile, quella che conviene e non semplicemente quella proclamata come moto del proprio cuore anche dove le parole –belle e alte- si possono sprecare senza preoccuparsi della loro efficacia, é difficile. Se non espone, come capitò a Lapid, allo stigma sociale, espone alla beffa. ‘Tu sogni’ ci si sente dire dimenticando chi come Luther King morì per un sogno che voleva essere, e in parte fu, efficace.
Il 23 gennaio del 2007, mentre mi sforzavo di tradurre Ha’aretz, moriva il grande giornalista e scritto polacco, Ryszard Kapuscinski  
Uno di coloro che lo celebravano nei vari blog citò una poesia che secondo me descrive magnificamente le contraddizioni della volontà di pace:
“Filo spinato
Tu scrivi dell’uomo nel lager
io – del lager nell’uomo
per te il filo spinato è all’esterno
per me si aggroviglia in ciascuno di noi
– Pensi che ci sia tanta differenza?
Sono due facce della stessa pena”.

Due facce della stessa pena

Anche se i media italiani non se ne occupano – e poco se ne occupano anche molti di coloro che dicono di volere la pace – qualche tentativo di incontro fra chi vive dalle due parti in lotta in Medio Oriente c’é. Qui mi limito a ricordare alcuni siti che propongono iniziative di cui ho parlato in passato:
—  Parents Circle che in un suo sito in italiano così si presenta:
“Siamo un gruppo di genitori in lutto che desidera impegnarsi per portare la pace fra israeliani e palestinesi. Noi, che abbiamo perso i nostri figli nella guerra fra i due popoli, sosteniamo la pace. Noi, madri e padri, vogliamo arrivare a un accordo fra i due popoli, e desideriamo rafforzare i dirigenti di ambo le parti durante i negoziati”.
Combatants for peace è un movimento creato congiuntamente da palestinesi e israeliani che sono stati gli uni soldati dell’esercito israeliano (IDF) e gli altri parte della lotta violenta per la libertà della Palestina.
E poi ci sono coloro che rifiutano di far parte dell’esercito israeliano di stanza in Palestina, una forma di diserzione ‘mirata’ diversa dalla obiezione di coscienza come da noi é stata intesa, i gruppi di israeliani che rendono testimonianza ai check point e tanti altri oscurati da una disinformata informazione

Confronti – Una segnalazione.  Io ho avuto la fortuna di conoscere direttamente parecchie di queste realtà attraverso le iniziative culturali e i viaggi organizzati dalla rivista Confronti, il cui numero di settembre  ha un carattere monografico ed è dedicato al ‘dialogo in precario equilibrio’..
 Potrete prenderne visione (c’é anche la possibilità di lettura di qualche articolo) andando al sito del mensile : www.confronti.net.

settembre 3, 2010Permalink

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