1 marzo 2018 – Gerusalemme: la serrata del Santo Sepolcro

25 febbraio 2018 – Santo Sepolcro chiuso per protesta [fonte nota 1]

Con un’azione senza precedenti, le Chiese cristiane hanno deciso la chiusura indefinita del Santo Sepolcro a Gerusalemme come protesta contro le autorità israeliane. Il passo è stato annunciato congiuntamente dalla Chiesa cattolica, la chiesa greco ortodossa e la Chiesa Armena apostolica, in un comunicato in cui si parla di “campagna sistematica di abusi contro le Chiese e i Cristiani”.
Al centro della controversia, spiegano i media israeliani, vi è l’intenzione della municipalità di Gerusalemme di congelare beni ecclesiastici per ottenere il pagamento di tasse anche sulle proprietà delle chiese cristiane diverse dai luoghi d culto.
LA PROTESTA – Inoltre, i cristiani sono preoccupati per una legge in discussione alla Knesset che permetterà allo Stato di espropriare proprietà vendute dalle chiese cattolica e greca ortodossa a partire dal 2010.
VIOLAZIONE – Il documento diffuso dal Custode della Terrasanta Francesco Patton, il Patriarca greco ortodosso Teofilo III e il Patriarca armeno Nourhan Manougian parla di “flagrante violazione dello status quo” religioso di Gerusalemme e di “rottura degli accordi esistenti e degli obblighi internazionali”.
LA LEGGE – Il testo attacca con durezza “la legge razzista e discriminatoria che attacca soltanto le proprietà della comunità cristiana”, un provvedimento che ricorda “leggi di simile natura che furono messe in opera contro gli ebrei in periodi bui della storia europea”.

28 febbraio Non è questione di tasse, a Gerusalemmedal blog di Paola Caridi. [fonte nota 2 – per la foto vedi nota 3]

Il grande portone del Santo Sepolcro a Gerusalemme è stato riaperto all’alba.
La clamorosa protesta delle chiese cristiane presenti nella Città Santa e proprietarie di immobili si è chiusa, per il momento. O meglio, è stata sospesa quando si è aperta una linea di dialogo con il governo israeliano ed è stato messo per ora in un cassetto il progetto di legge presentato alla Knesset dalla deputata Rachel Azaria su complesse questioni immobiliari.
Sarebbe riduttivo descrivere lo scontro tra le chiese cristiane di Gerusalemme e Israele come una mera questione fiscale. Nessun parallelo è possibile con l’imposta sugli immobili di proprietà ecclesiastica in Italia. Gerusalemme è, nella sua parte orientale, occupata. Nella parte orientale, peraltro, ricade il Santo Sepolcro, così come molti degli appartamenti in cui vive, per esempio, la piccola comunità cattolica. La municipalità israeliana di Gerusalemme ha chiesto alle chiese (soprattutto a quelle che possiedono più immobili e più terra, come il patriarcato greco-ortodosso, la Custodia francescana di Terrasanta, gli armeni) il pagamento di imposte arretrate. Non sulle chiese, viene detto, bensì su appartamenti e alberghi. Dal punto di vista della comunicazione, non c’è dubbio che le autorità israeliane abbiano toccato un nervo sensibile, soprattutto in Italia. Perché non dovrebbero pagare, come tutti, l’esosa imposta sugli immobili che in loco porta il nome di “arnona”? Peccato che Gerusalemme sia una città completamente diversa da Roma, dal punto di vista del diritto internazionale. Peccato che la proprietà immobiliare debba relazionarsi non con una semplice amministrazione comunale, ma con una potenza occupante, per quanto concerne Gerusalemme.
E poi ci sono i nodi politici e diplomatici. La questione fiscale è parte integrante del negoziato pluridecennale tra Vaticano e Israele. E’ un negoziato complesso che non comprende solo gli alberghi per i pellegrini, ma proprietà delicatissime come – per esempio – la famosa Collina del Papa, un pezzo di terra tra l’area della Tomba di Lazzaro (quartiere palestinese) e la colonia israeliana di Maaleh Adumim che incide sulla stessa strategia di Tel Aviv verso il totale controllo della città. Re Hussein di Giordania donò la Collina a Paolo VI in occasione della sua visita in Terrasanta nel 1964. Appena alla vigilia del nuovo stravolgimento della terra e dei confini sancito dalla Guerra dei Sei Giorni. La Collina del Papa è all’interno di un’area cruciale per ridisegnare i confini municipali della città e tagliare il collegamento tra i quartieri orientali palestinesi e Ramallah.
E poi ci sono le case, gli appartamenti di proprietà della chiesa, dove vivono ad affitto calmierato famiglie palestinesi cristiane. A Beit Fage (l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, per intenderci), così come a Beit Hanina o a Shuafat, quartiere dove sono stati costruiti edifici residenziali sulla terra di proprietà ecclesiastica. Quelle case sono un piccolo polmone all’interno di un contesto abitativo difficilissimo: i palestinesi (compresi i palestinesi di fede cristiana) debbono fronteggiare una carenza nell’offerta immobiliare che penalizza la loro comunità a vantaggio degli abitanti israeliani. Praticamente impossibile ottenere una licenza per ampliare i piccoli edifici a Gerusalemme est, nella neanche tanto velata strategia di spingere i palestinesi fuori dalla città, verso Ramallah e Betlemme. Le famiglie che non vogliono abbandonare Gerusalemme e perdere il diritto di risiedervi hanno poche alternative: costruire abusivamente, senza licenza; essere costretti a vivere in piccoli spazi affollatissimi; pagare affitti sproporzionati nei pochi quartieri rimasti a maggioranza palestinese. Oppure, ma sono in pochi a poter avere questo privilegio, ottenere un appartamento di quelli che le chiese (greco-ortodossa e cattolica) riescono a costruire sulle terre di loro proprietà. L’arnona è l’ultimo dei problemi, dunque, in una situazione così complessa, e soggetta a un evidente doppio standard.
Il gesto clamoroso ed eclatante di questi giorni, in cui le chiese hanno reagito a un chiaro tentativo di rompere uno status quo vecchio di circa 150 anni, ha indotto Israele a non spingere sull’acceleratore. Il governo è stato cioè costretto a una ritirata tattica che non significa, però, la chiusura del caso. Il caso, cioè, verrà molto probabilmente riproposto quando si abbasseranno le luci per ora dirette sul portone del Santo Sepolcro. E dunque, sarà necessario continuare a seguire la vicenda.
Vi è una riflessione ulteriore da fare. La chiusura eccezionale del Santo Sepolcro fa il paio con la protesta su Al Aqsa di un anno e mezzo fa. In entrambi i casi, toccare i Luoghi Santi di Gerusalemme ha suscitato reazioni immediate e ferme da parte sia delle istituzioni religiose sia della popolazione palestinese, scesa subito in massa a protestare senza distinzione di fede. Palestinesi musulmani e cristiani assieme. I Luoghi Santi non si toccano, perché incarnano una dimensione che va ben oltre quella religiosa: è dimensione identitaria, comunitaria, nazionale, popolare, politica. Occorre non dimenticarlo, in queste settimane che preludono a una delle fasi più delicate di Gerusalemme, e cioè lo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv. Proprio in concomitanza con il settantesimo anniversario della fondazione dello Stato di Israele. In aperto conflitto con l’anniversario coincidente, la naqba, la catastrofe palestinese.

Nota 1:
http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2018/02/25/santo-sepolcro-chiuso-per-protesta_fFQcCCdhxsfBqrwqCTjRIL.html
Nota 2
https://www.invisiblearabs.com/tag/santo-sepolcro/
Nota 3
La foto del Santo Sepolcro è di circa un secolo fa, ed è conservata nel fondo Eric Matson presso la Library of Congress di Washington.

marzo 1, 2018Permalink

Comments are closed.