17 aprile 2018 – Il mondo “alle prese con una terribile guerra mondiale a pezzi” (papa Francesco)

Peter Bruegel il vecchio- Un cieco conduce altri ciechi

Il conforto della paura.
Mentre la guerra distrugge interi paesi in Medio Oriente – vittime di interessi internazionali – in Italia si gioca contro chi, per essere demonizzato come diverso, può essere ridotto a oggetto della paura che una abile politica di lungo periodo (ho cominciato ad occuparmene negli anni ’90) ha proposto alla condivisione compiacente di molti.
E’ stato necessario ridurre lo spazio dell’osservazione a un ipotetico cerchio da tracciare attorno ai propri piedi e ragionare all’interno di quello, manipolando l’informazione e la capacità critica.
E anche questa è guerra, guerra a pezzi
Se usciamo da quel cerchio paralizzante e proviamo ad analizzare il nostro pezzo di guerra ne troviamo molti esempi, esempi di indottrinamento alla paura paralizzante, quella che suggerisce l’affido ai leader portatori di salvifiche irresponsabili e oscene ricette di comodo.
E troviamo anche la mafia chi si assume, a nome di una lunga tradizione, il compito di gestire la società come fosse uno stato parallelo.
C’è anche chi alla mafia (e al suo contesto devastante) si oppone.
Il 19 aprile una giornalista, FEDERICA ANGELI, che da cinque anni vive sotto scorta per aver trovato lo spazio, le parole, il coraggio di dire ciò che ha saputo vedere, tornerà a testimoniare in tribunale.
Ho raccolto alcuni articoli (tutti assicurati dalla loro fonte che trascrivo in calce) e nel primo emerge un elemento importantissimo: la capacità di costruire per i suoi bambini una sorta di persino giocosa normalità.
Federica Angeli ci propone una figura di madre che si sottrae ai luoghi comuni della tradizione cara al nazionalismo, trasforma la responsabilità che le appartiene anche come madre in una scelta di vita che non la confina dentro le mura della sua casa, mura che in altre situazioni non sono una difesa ma la protezione di un rischio.
Ce lo testimoniano le cronache quotidiane.
La vicenda di Federica mi ha fatto tornare in mente una vecchia lettura (risale alle inquietudini dei miei vent’anni quando cercavo di capire un vizio che non ho perso).
E’ un indimenticabile articolo di Giovanni Papini del 1914. In Europa c’era la guerra. L’Italia ancora non vi partecipava non perché la rifiutasse ma perché non aveva deciso da che parte fosse utile stare.
Il macello sarebbe venuto meno di una anno dopo.
In quello scritto (che si trova più sotto) si può leggere “Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne”.
Oggi si usa un linguaggio diverso per offrire alla paura e all’odio chi viene da altrove e fingere che anche le madri di quell’altrove non siano ‘come noi’.
E’ la nostra guerra in fatti e parole.

16 Aprile 2018 Ostia, le minacce in aula alla cronista: “Giornalaia, pensa alla famiglia” [fonte 1 e fonte 2]
L’imputato al processo in cui è parte lesa Federica Angeli: “Non è così che fai carriera” di MARIA ELENA VINCENZI

ROMA. Le disse: “Federì, sei giovane, hai una famiglia”. Ma non era una minaccia, secondo lui. Solo un consiglio. Eppure, è stato lui stesso, Paolo Riccardo Papagni, socio e fratello del presidente di Assobalneari, sentito come imputato nel processo per tentata violenza privata ai danni della giornalista di Repubblica Federica Angeli, a raccontare della volta in cui, nel tentativo di bloccare un’intervista, le disse quelle spaventose parole.

Federica Angeli e il coraggio di combattere la mafia scritto da Federica Ginesu il 16 Aprile 2018 [fonte 3 – Il sole 24 ore]
19 aprile entrerà di nuovo in un’aula di tribunale e testimonierà ancora perché è la mafia che deve avere paura. Nonostante quella busta arrivata qualche giorno fa. Dentro un proiettile. L’ennesima intimidazione non l’ha fermata. Federica Angeli si batte senza sosta per la verità. Racconta con la sua penna, non cede all’omertà. Rischia la sua vita perché crede nella giustizia. Al Festival del Giornalismo di Perugia, la giornalista in prima linea del quotidiano La Repubblica è simbolo incarnato di coraggio, di un giornalismo che nonostante le difficoltà, il precariato e i bavagli non molla.
Cronista di nera e giudiziaria, Angeli da cinque anni vive sotto scorta. Le sue inchieste hanno denunciato il malaffare del quartiere di Roma in cui è nata e in cui continua a vivere: Ostia. 22 chilometri dal Colosseo, l’affaccio della Capitale sul Mediterraneo. È il suo territorio, il campo di indagine che ha studiato e analizzato. Una frazione litoranea geograficamente spartita tra i clan Triassi, Fasciani e Spada. «A Roma la mafia non ha un nome. E non nominarla significa non riconoscerla e identificarla» dice mentre ripercorre le tappe del lavoro giornalistico iniziato nel 2013 che ha contribuito all’arresto per mafia nel gennaio di quest’anno di 32 persone del clan Spada, l’organizzazione criminale che minaccia Angeli e la sua famiglia. «C’è ancora una forte resistenza nel riconoscere l’esistenza di una mafia che parli l’accento romano. Nella nostra cultura la mafia è una piaga che riguarda solo il Sud Italia, respingere l’idea che possa esistere a Roma è come allontanare il problema» spiega la giornalista durante l’incontro di Perugia.
Angeli riesce a scoprire che gli Spada dediti a estorsioni e pizzo, la manovalanza del crimine, vogliono espandere la loro influenza agli stabilimenti balneari. Mentre sta operando delle verifiche sul campo che possano suffragare la sua inchiesta, la giornalista arriva all’“Orsa Maggiore”, uno degli stabilimenti più belli di Ostia sottratto con un sotterfugio in cinque giorni alla famiglia che lo gestiva da oltre trent’anni. Il 23 maggio Federica Angeli con due cineoperatori entra dentro il chiosco e chiede di parlare con il titolare. Si trova davanti Armando Spada, uno degli uomini di spicco del clan. È la prova giornalistica che sta cercando. Incomincia a fare domande, lo incalza e Spada si spazientisce. La rinchiude per ore in una stanza, la sequestra. La minaccia, le fa capire che potrebbe far del male ai suoi tre bambini, le intima di occuparsi di altro. «Non rispondevo alle sue domande perché avevo paura» – ricorda. “Non ti sei accorta che sono 40 anni che comandiamo?” Le dice il boss che aggiunge “Sono tutti qua nelle nostre mani: la politica, le guardie, la pubblica amministrazione”. Intanto i due cameramen che la accompagnavano simulano di aver cancellato i filmati girati e Angeli e la sua troupe vengono lasciati andare.
«Avevano comandato Ostia con la complicità di tutti, di noi cittadini, persino di noi giornalisti che non avevamo saputo raccontare quella realtà, come era caduta in basso. Ostia viveva con le luci spente, perché dove c’è il buio proliferano le mafie, diventano forti e si irrobustiscono» è il monito di questa donna impavida che confessa di essersi sentita piccola e impotente davanti alle parole spavalde della mafia. Dopo il terribile episodio, Angeli sceglie però di non demordere e non si arrende. Continua la sua inchiesta per dimostrare la collusione di commercianti, imprenditori, politici, poliziotti. Un sistema che viene riconosciuto anche dalla magistratura. Gli arresti poi le daranno ragione.
È però una notte a segnare la sua vita. Il 16 luglio del 2013. Nel giro di sei ore Federica Angeli si trova sotto scorta. Angeli è già a letto quando sente una ragazza urlare. Si sporge dal suo balcone e assiste a uno scontro a fuoco tra il clan Spada e il clan Triassi. Non è l’unica a essere svegliata dai colpi di pistola. Tante persone si sono affacciate alle finestre, ma uno dei boss presente alla sparatoria intima a tutti di rientrare dentro casa e la gente obbedisce. Federica Angeli diventa così l’unica testimone oculare del tentato omicidio a cui ha appena assistito. Si veste per andare in commissariato, ha riconosciuto i mafiosi. «Ho pensato a quelle pallottole vaganti e ai miei figli. Lo dovevo fare anche per loro». Squarcia così l’omertà. Va a fare i riconoscimenti fotografici. «Non ero certa di vincere questa battaglia. Ma almeno non ero come loro. Ho scelto di non essere come loro».
Federica viene privata della sua libertà. Minacciata di morte continuamente. Trova gli uomini del clan al bar mentre prende il caffè con le amiche, occhi che la fissano per farle capire “Ti trovo quando voglio”, il messaggio esplicito. La paura diventa inquilina quotidiana di vita che cerca di prosciugare le energie. Bisogna stare continuamente all’erta, captare ogni segnale, anche se la scorta la protegge e la segue ovunque. «Ai bambini ho detto che la mamma aveva pubblicato un bellissimo articolo ed era stata premiata con degli autisti». Essere sotto scorta significa però niente più giornalismo d’inchiesta. Una rinuncia pesantissima per lei che vive di una vocazione che è ragione di vita. Di notte le urlano “infame” sotto la sua finestra. Federica prende spunto dal film “La Vita è bella” di Roberto Benigni per cercare di spiegare ai suoi piccoli quello che sta succedendo. «Dicevo loro che più i nostri nemici urlavano, più significava che avevano paura di noi». Arriva anche la benzina sotto la porta di casa e Angeli inventa il gioco dell’ “acchiappaliquido”. «Ho fatto correre i bambini in salotto, chi si bagnava i piedi perdeva perché potevano arrivare le fiamme. Abbiamo vinto, la casa non è andata a fuoco. Mantenere il sorriso e il sangue freddo in queste situazioni è complicato» ammette.
I sacrifici, le privazioni, le rinunce, il dolore vengono ripagate dagli arresti e da quel 416 bis, il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso per cui vengono arrestati gli Spada. «Non ho vinto io – precisa – ma il giornalismo».
All’incontro organizzato a Perugia, intitolato “Giornalisti in prima linea e cronisti sotto scorta” insieme a Federica parlano Silvio Aparo, direttore del magazine VoxPublica e Nello Trocchia, giornalista d’inchiesta del Fatto Quotidiano che ha da poco ricevuto per la sua indagine sull’università telematica Pegaso una querela bavaglio, una richiesta di risarcimento danni pari a 39 milioni di euro. Assente all’incontro, Paolo Borrometi, presidente di Articolo 21, collaboratore dell’agenzia Agi e direttore del giornale La Spia, fortemente provato dallo sventato attentato organizzato da Cosa Nostra per ucciderlo.
La solidarietà non basta più. I cronisti in prima linea vengono attaccati, diffamati, messi a tacere. Non possono essere lasciati soli.
In Italia dal 2006 ad oggi, oltre 3600 giornalisti sono stati minacciati. Secondo i dati dell’Osservatorio Ossigeno per l’Informazione, aggiornati al 31 marzo, nel 2018 sono stati 76 i giornalisti e le giornaliste che hanno ricevuto minacce a cui si aggiungono altri 19 cronisti e croniste le cui vicende, relative ad anni precedenti, sono emerse solo ora. Una ventina sono quelli che vivono sotto scorta.
Federica Angeli ha ricevuto quel proiettile, un brutale avvertimento per metterla a tacere. Lei, unica testimone di una notte che le ha portato via la sua libertà, andrà in tribunale. A testa alta. “Non sono invincibili” diceva Giovanni Falcone. Non vincono sempre loro. La mafia ha un inizio e deve avere anche una fine. Perché è la mafia che deve avere paura, è la mafia che verrà sconfitta.

Amiamo la guerra di Giovanni Papini 1 ottobre 1914 [fonte 4]
Finalmente è arrivato il giorno dell’ira dopo i lunghi crepuscoli della paura. Finalmente stanno pagando la decima dell’anime1 per la ripulitura della terra.
Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne. Ci voleva una bella innaffiatura di sangue per l’arsura dell’agosto; e una rossa svinatura per le vendemmie di settembre; e una muraglia di svampate per i freschi di settembre.
E’ finita la siesta della vigliaccheria, della diplomazia, dell’ipocrisia e della pacioseria. I fratelli sono sempre buoni ad ammazzare i fratelli! i civili son pronti a tornar selvaggi, gli uomini non rinnegano le madri belve.
Non si contentano più dell’omicidio al minuto.
Siamo troppi. La guerra è una operazione malthusiana.2 C’è un di troppo di qua e un di troppo di là che si premono. La guerra rimette in pari le partite. Fa il vuoto perché si respiri meglio. Lascia meno bocche intorno alla stessa tavola. E leva di torno un’infinità di uomini che vivevano perché erano nati; che mangiavano per vivere, che lavoravano per mangiare e maledicevano il lavoro senza il coraggio di rifiutar la vita.
Fra le tante migliaia di carogne abbracciate nella morte e non più diverse che nel colore dei panni, quanti saranno, non dico da piangere, ma da rammentare? Ci metterei la testa che non arrivano ai diti delle mani e dei piedi messi insieme. E codesta perdita, se non fosse anche un guadagno per la memoria, sarebbe a mille doppi compensata dalle tante centinaia di migliaia di antipatici, farabutti, idioti, odiosi, sfruttatori, disutili, bestioni e disgraziati che si son levati dal mondo in maniera spiccia, nobile, eroica e forse, per chi resta, vantaggiosa.
Non si rinfaccino. a uso di perorazione, le lacrime delle mamme. A cosa possono servire le madri, dopo una certa età, se non a piangere.
E quando furono ingravidate non piansero: bisogna pagare anche il piacere.
E chissà che qualcuna di quelle madri lacrimose non abbia maltrattato e maledetto il figliolo prima che i manifesti lo chiamassero al campo. Lasciamole piangere: dopo aver pianto si sta meglio.
Chi odia l’umanità – e come si può non odiarla anche compiangendola? – si trova in questi tempi nel suo centro di felicità. La guerra, colla sua ferocia, nello stesso tempo giustifica l’odio e lo consola. “Avevo ragione di non stimare gli uomini, e perciò son contento che ne spariscano parecchi”. La guerra, infine, giova all’agricoltura e alla modernità. I campi di battaglia rendono, per molti anni, assai più di prima senz’altra spesa di concio. Che bei cavoli mangeranno i francesi dove s’ammucchiarono i fanti tedeschi e che grasse patate si caveranno in Galizia quest’altro anno!
E il fuoco degli scorridori e il dirutarnento dei mortai fanno piazza pulita fra le vecchie case e le vecchie cose. Quei villaggi sudici che i soldatacci incendiarono saranno rifatti più belli e più igienici. E rimarranno anche troppe cattedrali gotiche e troppe chiese e troppe biblioteche e troppi castelli per gli abbrutimenti e i rapimenti e i rompimenti dei viaggiatori e dei professori. Dopo il passo dei barbari nasce un’arte nuova fra le rovine e ogni guerra di sterminio mette capo a una moda diversa. Ci sarà sempre da fare per tutti se la voglia di creare verrà, come sempre, eccitata e ringagliardita dalla distruzione.
Amiamo la guerra ed assaporiamola da buongustai finché dura. La guerra è spaventosa – e appunto perché spaventosa e tremenda e terribile e distruggitrice dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi.
1la decima dell’anime:: un cospicuo tributo di vite umane.
2 un’operazione malthusiana: l’economista inglese Thomas Roben Malthus (1766-1834) sostenne la necessità di una limitazione delle nascite per risolvere la contraddizione tra incremento delle nascite e inadeguatezza delle risorse e dei mezzi di sussistenza.

[fonte 1] La Repubblica
https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2018/04/16/news/ostia_le_minacce_in_aula_alla_cronista_giornalaia_pensa_alla_famiglia_-194062699/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P8-S1.8-T1

[fonte 2] Articoli che illustrano la vicenda di Federica Angeli http://www.repubblica.it/protagonisti/federica_angeli

[fonte 3] Il sole 24 ore

Federica Angeli e il coraggio di combattere la mafia

[fonte 4] Dall’articolo di Giovanni Papini 1 ottobre 1914 _ Lacerba
http://www.pavonerisorse.it/storia900/tests/papini.htm

http://en.fondazionefeltrinelli.it/dm_0/FF/FeltrinelliPubblicazioni/allegati/Papini/files/assets/basic-html/page6.html

Nota: Qui è possibile leggere il testo con la documentazione originale ma l’operazione è complessa quindi l’ho pubblicato da una fonte che me ne ha concesso il trasferimento

Nota: Non sono capace di inserire parole alle illustrazioni.
Gli autori nell’ordine: Scalarini, Bruegel il vecchio, Munch e ancora Scalarini.

aprile 17, 2018Permalink

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