21 luglio 2018 – Se nasci e non hai un nome non esisti. Nessuno potrà chiamarti vicino a sé

Oggetto: Lettera aperta alle assessore del comune di Udine
– diritto di ogni nato in Italia al certificato di nascita

Gentili assessore dott.ssa Elisa Battaglia, dott.ssa Francesca Laudicini, dott.ssa Daniela Perissutti, avv. Silvana Olivotto,
sono una vecchia cittadina udinese preoccupata dall’ipotesi che ci siano bambini che, nati in Italia, vengano privati del certificato di nascita non per negligenza dei genitori ma per una norma di legge emanata nel 2009. Scrivo quindi a ognuna di voi, come da anni faccio con donne e uomini del mondo politico e della cultura, perché assessore del comune, l’ente che ora gioca un ruolo determinante in una vicenda molto triste.
Infatti nel 2009 la legge 94 (art. 1, comma 22, lettera g) aveva modificato in una forma inusitata le condizioni di registrazione delle dichiarazioni di nascita se – allo sportello degli Uffici anagrafe dei comuni – si presentassero cittadini non comunitari, genitori di un bimbo nato in Italia pronti a garantirgli, come dovuto, il certificato di nascita.
La legge che ho sopra citato, nota come ‘pacchetto sicurezza’ prevedeva e prevede infatti fra i documenti che i genitori devono presentare il permesso di soggiorno, il che ha creato una significativa difficoltà come testimonia il Terzo Rapporto Supplementare alle Nazioni Unite sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia (novembre 2017. cap.3.1):
«Rispetto … al diritto di registrazione alla nascita, si fa presente che l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello stato, avvenuta con la legge 15 luglio 2009 n.94 in combinato disposto con gli artt. 316-362 c.p., obbliga alla denuncia i pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio che vengano a conoscenza delle irregolarità di un migrante. Tale prescrizione condiziona i genitori stranieri che, trovandosi in situazione irregolare, spesso non si presentano agli uffici anagrafici, proprio per timore di essere eventualmente espulsi».
E il rapporto ancora raccomanda «di intraprendere una campagna di sensibilizzazione sul diritto di tutti i bambini ad essere registrati alla nascita, indipendentemente dall’estrazione sociale ed etnica e dallo status soggiornante dei genitori».
Contestualmente alla legge era stata però emanata la circolare n. 19 del 7 agosto 2009 del Ministero dell’Interno (Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali) che afferma:
« Per lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – dello stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto».
La circolare quindi rende possibile ciò che la legge nega, assicurando ad ogni nuovo nato in Italia quello che gli è dovuto: il diritto ad avere un’identità, un nome, una cittadinanza, diritto assoluto (secondo il significato del termina latino ab solutus, sciolto da ogni vincolo).
Non gli garantisce naturalmente la cittadinanza italiana perché in Italia vige lo ius sanguinis non lo ius soli e la cittadinanza può essere concessa solo a particolari condizioni previste dalla legge n.91/1992 (Nuove norme sulla cittadinanza). Quindi, finché non ci saranno contestuali modifiche, ad ogni nuovo nato verrà riconosciuta la cittadinanza dei genitori.
Purtroppo il ‘pacchetto sicurezza’ non è stato modificato e oggi questo diritto è affidato a uno strumento debole, quale una circolare nei confronti di una legge.
Ma, proprio perché strumento debole per un diritto assoluto (diritto di ogni neonato insisto), la circolare merita il massimo di attenzione e cura in una situazione in cui una donna non può non provare una totale solidarietà per sue simili che possono (dalla scarsa conoscenza della circolare e dalla paura di una scorretta applicazione) essere indotte a nascondere il piccolo senza identità e senza nome: un fantasma in definitiva, vittima di una norma che penalizza chi la subisce, degrada chi la promuove e umilia chi non può liberarsene come cittadino/a di uno stato che l’ha fatta propria.
Il 10 dicembre del 1948 l’Assemblea delle Nazioni Unite si aprì affermando nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”.
In questo momento di confusa fragilità della civiltà che allora sperammo di promuovere, consapevoli degli orrori che avevano distrutto e schiavizzato popoli interi, di fronte al rischio di negare a nuovi nati un’esistenza giuridicamente riconosciuta, i Comuni possono farsi garanti di un passaggio importante e le donne, nell’orgogliosa rivendicazione del loro status di madri (biologiche e non), possono farsene responsabili custodi.
Augusta De Piero                                                           Udine 9 luglio 2018

NOTA: la lettera è stata pubblicata il 21 luglio  dal quotidiano Messaggero Veneto

luglio 21, 2018Permalink

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