21 agosto 2018 – Nella fine il mio principio_3

Cominciamo da un punto fermo
La presentazione di uno specifico documento attestante non semplicemente l’identità ma anche le modalità della presenza degli stranieri, a tal fine suddivisi in precise categorie che li distinguano gli un i dagli altri, è un passaggio essenziale nella vita dei migranti e della tipologia di relazioni che possono instaurare là dove si trovano a vivere.
Ormai è intervenuta per esempio, a prova che certe categorie di informale classificazione sono entrate nell’uso, l’espressione ‘migranti economici’, che non ha alcun significato definito se non quello di essere utile nella più sommaria comunicazione
Per capire con modalità meno linguisticamente fantasiose è necessario fare riferimento all’art. 6 del Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero (Decreto legislativo 25 luglio 1998 n. 286) che, completo delle modifiche inserite con la legge 94/2009 (il cd. Pacchetto sicurezza), così recita: .

Fatta eccezione per i provvedimenti riguardanti attività sportive e ricreative a carattere temporaneo,
per quelli inerenti all’accesso alle prestazioni sanitarie di cui all’articolo 35 e
per quelli attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie,
i documenti inerenti al soggiorno di cui all’articolo 5, comma 8, devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di interesse dello straniero comunque denominati”.
Ne propongo, come nella puntata precedente, una lettura facilitata:
“I documenti inerenti al soggiorno di cui all’articolo 5, comma 8, del dlg 25 luglio 1998 n. 286 non devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione se il motivo dell’ingresso sia
– l’esercizio di attività sportive e ricreative a carattere temporaneo
– l’accesso alle prestazioni sanitarie previste per gli stranieri non iscritti al Servizio sanitario
nazionale ( di cui all’articolo 35 dgl 25 luglio 1998 n. 286)
– l’accesso alle prestazioni scolastiche obbligatorie

Quando non è prevista l’esibizione del permesso di soggiorno
Lasciamo perdere le attività sportive e ricreative a carattere temporaneo (sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re, al ricco, al cardinale… cantavano Jannacci e Fo!) Sappiamo
cosa sono i documenti inerenti al soggiorno di cui all’articolo 5, comma 8
e quali sono le prestazioni sanitarie previste per gli stranieri non iscritti al Servizio sanitario nazionale ( di cui all’articolo 35 dlg 25 luglio 1998 n. 286)
L’elenco di entrambi si può leggere nelle trascrizioni rispettivamente alle fonti 6 e 8 della seconda puntata del mio tentativo di sintesi (18 agosto) [Fonte 1]
A questo punto non dobbiamo dimenticare l’accesso alle prestazioni scolastiche obbligatorie che richiedono una ulteriore adeguata documentazione [Fonte 2]
E’ obbligatoria l’istruzione impartita per almeno 10 anni e riguarda la fascia di età compresa tra i 6 e i 16 anni e il rispetto di tale obbligo prevede un dovere e un’attività di vigilanza.                                                         [Fonte 3]
Ricordo che prima dell’arrivo in aula di quello che sarebbe stato il ‘pacchetto sicurezza’ – votato con un blindato voto di fiducia, il riferimento alle prestazioni scolastiche obbligatorie fu sollecitato dall’allora presidente della camera on. Fini e presentato con un emendamento dall’allora parlamentare Alessandra Mussolini. L’inserimento ebbe efficacia perché passò nel quadro del voto blindato
La lettura della dimensione temporale dell’obbligo e dell’elenco dei soggetti cui appartiene il dovere di vigilanza ci consente di rilevare nell’art. 6 una lacuna importantissima e artatamente ignorata da chi (almeno nel mondo della scuola) avrebbe dovuto considerarne la pesantezza.
Si tratta dei nidi e della scuola dell’infanzia per cui la frequenza non è obbligatoria. L’iscrizione a questi due istituti quindi deve essere formalizzata, esplicitando la propria situazione di stranieri con o senza permesso di soggiorno, autodenuncia non richiesta solo per la scuola dell’obbligo.                                    [fonte 3]
Di fatto viene così ostacolato ai figli dei sans papier l’apprendimento della lingua italiana in una fascia di età particolarmente importante, ostacolo che li metterà in difficoltà nella comunicazione rispetto ai loro coetanei.
La cosa era ben nota: chi vada alla seconda puntata di questo piccolo dossier (18 agosto) troverà che nella proposta di legge dello stesso on. Orlando (novembre 2011) il comma 2 dell’unico articolo, che è in sostanza una riscrittura dell’art 6 integrato, recita “Fatta eccezione per i provvedimenti riguardanti attività sportive e ricreative a carattere temporaneo, per i provvedimenti inerenti agli atti di stato civile, per i provvedimenti inerenti all’accesso alle prestazioni sanitarie di cui all’articolo 35 e per quelli attinenti all’accesso a pubblici servizi e alle prestazioni scolastiche nelle scuole di ogni ordine e grado, compresi le scuole dell’infanzia e gli asili nido, i documenti inerenti al soggiorno di cui all’articolo 5, comma 8, devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni e altri provvedimenti di interesse dello straniero comunque denominati”.
E la stessa dizione di ritrova nelle proposte di legge 740 (Camera) e 1562 (senato) citate con link nella fonte 10 del testo del 18 agosto.
La prova della devastante funzionalità di questo omissione ci è stata fornita di recente da un accordo fra la sindaca di Monfalcone e i dirigenti scolastici di due istituti comprensivi che ha penalizzato una quarantina di bimbi stranieri .
La situazione è descritta nel contesto dell’interrogazione della senatrice Tatiana Rojc che è riportato in nota. [fonte 4]

Quando è prevista l’esibizione del permesso di soggiorno

Dopo aver considerato le situazioni in cui non è prevista l’esibizione del permesso di soggiorno e averne rilevato un aspetto di ambiguità, vediamo quando tale esibizione è apertamente prevista e rifacciamoci ad alcuni passaggi della risposta all’ interrogazione dell’on. Orlando, firmata dall’allora sottosegretario Davico, riportata integralmente nella puntata precedente e qui ancora integralmente in nota [fonte 5]

Matrimoni
In un primo punto l’on. sottosegretario affronta il problema dei matrimoni di comodo affermando che la legge 94 era finalizzata a consentire la verifica della regolarità del soggiorno dello straniero che intendesse sposarsi e ad arginare il noto fenomeno dei matrimoni «fittizi» o di «comodo».
Ma il sottosegretario precisa (e per questo ostenta la circolare 19) che l’eventuale situazione di irregolarità riguarda il genitore e non può incidere sulla situazione del figlio per cui “la mancata iscrizione nei registri dello stato civile, pertanto, andrebbe a ledere un diritto assoluto del figlio, che nulla ha a che fare con la situazione di irregolarità di colui che lo ha generato. Se dovesse mancare l’atto di nascita, infatti, il bambino non risulterebbe esistere quale persona destinataria delle regole dell’ordinamento giuridico”
E a questo punto viene citata la legislazione pertinente “Il principio della inviolabilità del diritto del nato è coerente con i diritti garantiti dalla Costituzione italiana a tutti i soggetti, senza alcuna distinzione di sorta (articoli 2, 3, 30 eccetera), nonché con la tutela del minore sancita dalla convenzione di New York del 20 novembre 1989 (Legge di ratifica n. 176 del 27 maggio 1991), in particolare agli articoli 1 e 7 della stessa, e da diverse norme comunitarie”.
Si può quindi ritenere che l’art. 10 della Costituzione anche se non viene esplicitamente citato non fosse ignoto, dato l’esplicita citazione di una normativa internazionale.

Se ne riportano i primi due commi:
“Articolo 10.
L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali”

Tutto bene? Assolutamente no
Infatti se la ragione della legge erano i matrimoni di comodo perché venne usata l’espressione atti di stato civile introducendo poi la circolare per non penalizzare un diritto che loro stessi proclamano dei neonati? .
Di matrimoni invece si occupò la Corte Costituzionale con la sentenza 245/2011 (si può leggere in nota e vi si troverà anche la descrizione della vicenda che ne promosse l’azione ) concludendo che la Corte «dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 116, primo comma, del codice civile, come modificato dall’art. 1, comma 15, della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), limitatamente alle parole «nonché un documento attestante la regolarità del soggiorno nel territorio italiano».
Quindi agli sposi non deve essere chiesto il permesso di soggiorno o analogo documento.
Da quella sentenza ricopio altri due passaggi:
«Con riguardo, invece, al profilo della non manifesta infondatezza, il Tribunale pone in luce, in primo luogo, come il matrimonio costituisca espressione della libertà e dell’autonomia della persona, sicché il diritto a contrarlo liberamente è oggetto della tutela primaria assicurata dagli artt. 2, 3 e 29 Cost., in quanto rientra nel novero dei diritti inviolabili dell’uomo».
«Tale diritto, infatti, tende a tutelare … la piena espressione della persona umana, e come tale deve essere garantito a tutti in posizione di eguaglianza, come aspetto essenziale della dignità umana, senza irragionevoli discriminazioni. Inoltre, l’art. 31 Cost., nel prevedere che la Repubblica agevola «la formazione della famiglia», esclude la legittimità di limitazioni di qualsiasi tipo alla libertà matrimoniale».
Ricordo che allora, dopo la formalizzazione della sentenza dell’Alta Corte c i furono alcuni sindaci che si rifiutarono di celebrare matrimoni di immigrati irregolari – contraddicendo apertamente il loro ruolo di ufficiali di stato civile che si riproponeva come era stato prima che il pacchetto sicurezza diventasse legge.
Ne scrissi persino io nel mio blog il 2 ottobre 2011 quando si manifestò la figura dell’Ufficiale di stato civile obiettore non tanto di coscienza quanto di pregiudizio, un pregiudizio allora orientato ai temi della razza oggi dell’omofobia. Le documentazioni sul rifiuto di celebrare Unioni Civili di coppie omosessuali sono significative. [fonte 6]

Leggere questi testi vedendone la voragine che nega i neonati fa male.

L’efficacia della sentenza della consulta sui matrimoni non può estendersi alle nascite .
I minori non hanno chi li rappresenti e men che meno possono contare sui genitori che, per il fatto stesso di riconoscerli come figlio, scoprirebbero la loro irregolarità..
Ho dovuto constare nei colloqui che mi è capitato di praticare in tutti questi anni l’assoluta indifferenza della società civile e dei partiti politici alle considerazioni cui pure la lettura di questi passaggi avrebbe dovuto indurre.
La negazione dell’esistenza di un nato in Italia è vissuta con l’indifferenza annoiata propria di una cultura burocratica che sembra aver invaso ogni spazio etico.
Un ordine del giorno del comune di Udine, votato all’unanimità il 31 maggio 2016, propone una felice eccezione. Quell’ordine del giorno affermava:

“Considerato che la circolare ministeriale, sebbene abbia contribuito a dirimere il dubbio iniziale circa l’interpretazione dell’articolo 6 onde evitare che tale disposizione si ponesse in contrasto con l’articolo 10 della Costituzione per violazione di norma del diritto internazionale, non può ritenersi idonea a garantire la certezza del diritto in quanto, trattandosi di provvedimento di natura
amministrativa, può essere disapplicata dagli Uffici di Stato Civile dei Comuni atteso il suo contenuto, di fatto modificativo della norma di legge.
Rilevato che:
– i bambini ai quali è negata un’esistenza giuridicamente riconosciuta, una famiglia, una qualsivoglia cittadinanza, in Italia esistono come conferma anche il Gruppo Convention on the Rights of the Child (network attualmente composto da 85 soggetti del Terzo settore che dal 2000 esegue il monitoraggio sull’attuazione dei principi della Convenzione di New York sull’infanzia e l’adolescenza) che nei suoi rapporti afferma che “il timore dei genitori privi di permesso di soggiorno di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità (art. 7 CRC), nonché dell’art. 9 CRC contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori.”.
– nel suo settimo e ultimo rapporto il gruppo CRC riferisce che l’ONU stessa chiede all’Italia di modificare su questo specifico punto la legge 94/2009”.

E ancora una grave confusione a livello concettuale.
La più volte citata risposta ad Orlando firmata dal sottosegretario Davico afferma: “Considerato che a un anno dall’entrata in vigore della legge n. 94 del 2009 non risultano essere pervenute segnalazioni e/o richieste di ulteriori chiarimenti, si ritiene che le deposizioni contenute nella predetta circolare siano state chiare ed esaustive, per cui non si è ravvisata sinora la necessità di prospettare interventi normativi in materia”.
Perché mai dovrebbero essergli arrivate segnalazioni e di che? Del fatto che un bambino ha avuto il certificato di nascita? O che suo padre avendolo chiesto è stato espulso?

Una norma occultata da non ignorare
Di fronte al dilagare del pregiudizio razziale e xenofobo riporto ancora una volta una norma (punto 5 dell’art. 35) che, se fosse nota, sarebbe un freno a tante lego bufale e a tanta stordita e pericolosa credulità sull’ammissione incontrollata di soggetti pericolosi.
L’accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all’autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano”.

Una conclusione: Se nasci e non hai un nome non esisti. Nessuno potrà chiamarti vicino a sé
Se per anni ho sperato, insieme ad altre persone, che gli atti di stato civile rientrassero per legge fra quelli la cui registrazione non è soggetta alla richiesta del permesso di soggiorno, oggi non posso che constatare la beffa giocata a quella speranza.
Stabilito che la legge era nata per contrastare i matrimoni di comodo, fallito quell’obiettivo per la sentenza della Consulta che ritiene che il diritto a contrarre matrimonio «tende a tutelare … la piena espressione della persona umana, e come tale deve essere garantito a tutti in posizione di eguaglianza, come aspetto essenziale della dignità umana, senza irragionevoli discriminazioni»
non posso che concludere con due considerazioni sottolineando che l’eventuale estensione in legge della non richiesta del permesso di soggiorno per la registrazione delle dichiarazioni di nascita non comportava previsione alcuna di spesa né di impegno del proprio tempo come accade nelle attività di volontariato.
Oggi, dopo le elezioni di marzo, sembra impensabile la richiesta di una modifica di legge già fallita, e quindi bisogna realisticamente concludere che il riconoscimento formalizzato nell’anagrafe comunale è affidato a una circolare interpretativa e ne diventano responsabili i comuni. Ci saranno sindaci, giunte, consiglieri comunali che si faranno carico di un impegno certo e trasparente per aderire alla raccomandazione del Terzo Rapporto Supplementare alle Nazioni Unite sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia (novembre 2017. cap.3.1): «di intraprendere una campagna di sensibilizzazione sul diritto di tutti i bambini ad essere registrati alla nascita, indipendentemente dall’estrazione sociale ed etnica e dallo status soggiornante dei genitori»?
Credo di dover dare la più pessimistica delle risposte per cui mi voglio concedere ancora qualche annotazione.                                        (continua – 3)

[Fonte 1]
http://www.altalex.com/documents/news/2014/04/08/testo-unico-sull-immigrazione-titolo-ii#titolo2
Testo unico sull’immigrazione – Titolo II
Decreto legislativo, testo coordinato, 25/07/1998 n° 286, articolo 6

[Fonte 2]
https://www.orizzontescuola.it/guida/obbligo-scolastico-vigilanza-e-inadempienze-chi-compete-segnalazione/
L’art.5 comma 1 del dlg 76/05 stabilisce che i responsabili dell’adempimento del dovere di istruzione e formazione sono i genitori dei minori o coloro che a qualsiasi titolo ne facciano le veci, tenuti ad iscriverli alle istituzioni scolastiche o formative.
Nel comma 2 del succitato articolo viene ribadito il quadro dei soggetti responsabili della vigilanza, ossia il sindaco del comune in cui il minore risiede e il Dirigente scolastico dell’istituzione scolastica o al responsabile dell’istituzione formativa in cui il minore è iscritto o abbia fatto richiesta di iscrizione.

[Fonte 3]
Decreto Legislativo 15 aprile 2005, n. 76     Definizione delle norme generali sul diritto-dovere all’istruzione e alla formazione, ai sensi dell’articolo 2, comma 1, lettera c) della legge 28 marzo 2003, n. 53
ART. 5 (Vigilanza sull’assolvimento del diritto-dovere e sanzioni)
1. Responsabili dell’adempimento del dovere di istruzione e formazione sono i genitori dei minori o coloro che a qualsiasi titolo ne facciano le veci, che sono tenuti ad iscriverli alle istituzioni scolastiche o formative.
2. Alla vigilanza sull’adempimento del dovere di istruzione e formazione, anche sulla base dei dati forniti dalle anagrafi degli studenti di cui all’articolo 3, così come previsto dal presente decreto, provvedono:
a. il Comune, ove hanno la residenza i giovani che sono soggetti al predetto dovere;
b. il dirigente dell’istituzione scolastica o il responsabile dell’istituzione formativa presso la quale sono iscritti ovvero abbiano fatto richiesta di iscrizione gli studenti tenuti ad assolvere al predetto dovere;
c. la Provincia, attraverso i servizi per l’impiego in relazione alle funzioni di loro competenza a livello territoriale;
d. i soggetti che assumono, con il contratto di apprendistato di cui all’articolo 48 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n.276, i giovani tenuti all’assolvimento del diritto-dovere all’istruzione e alla formazione, nonché il tutore aziendale di cui al comma 4, lettera f), del predetto articolo e i soggetti competenti allo svolgimento delle funzioni ispettive in materia di previdenza sociale e di lavoro, di cui al decreto legislativo 23 aprile 2004, n.124.
3. In caso di mancato adempimento del dovere di istruzione e formazione si applicano a carico dei responsabili le sanzioni relative al mancato assolvimento dell’obbligo scolastico previsto dalle norme previgenti.

[fonte 4]  Interrogazione della senatrice Tatiana Rojc
Atto n. 3-00109 (in Commissione) Pubblicato il 19 luglio 2018, nella seduta n. 24

ROJC – Ai Ministri dell’istruzione, dell’università e della ricerca e per la famiglia e le disabilità. –
Premesso che:
ha avuto ampia eco di stampa non solo a livello locale, ma anche nazionale, la notizia che il
Comune di Monfalcone (Gorizia) avrebbe sottoscritto con due istituti scolastici comprensivi una
convenzione che fisserebbe un tetto massimo, pari al 45 per cento, per la presenza di stranieri in classe;
in base all’accordo “le parti convengono di accettare per l’anno scolastico 2018/2019 l’applicazione della percentuale di alunni stranieri fino al 45% per cento allo scopo di dare risposte ai bisogni dei bambini e delle famiglie e nel rispetto dei criteri di precedenza che gli istituti comprensivi stabiliranno”;
nel documento, inoltre, si cita tra gli obiettivi quello di “incentivare le iscrizioni a Monfalcone, in particolare da parte delle famiglie italofone residenti”;
tale “patto”, secondo il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, non sarebbe stato firmato dall’Ufficio scolastico regionale e provinciale, che a fronte delle liste d’attesa avrebbe,
invece, inviato 4 insegnanti in più per formare due nuove sezioni;
a seguito nell’accordo, nel mese di settembre 2018 circa 60 alunni rischiano di essere esclusi dai percorsi formativi; sarà, pertanto, loro impedito conoscere coetanei di altre origini, avranno problemi di lingua e di inserimento nella comunità cittadina, mentre per le scuole materne di Monfalcone si aprirebbe un problema di insegnanti in esubero;
si tratta di un grave pregiudizio per i bambini e le loro famiglie che non può essere risolto con la mera previsione di accompagnamento degli alunni in eccesso con uno scuolabus eventualmente presso altri comuni, né con la costituzione, a carico di Fincantieri, di classi specificamente dedicate, come pretenderebbe il sindaco di Monfalcone;
considerato che:
l’incidenza degli stranieri sul totale della popolazione nel comune di Monfalcone è di poco superiore al 20 per cento e il Comune è al 45° posto su 7.978 comuni per percentuale di stranieri sul totale della popolazione;
per regolamentare la presenza di stranieri in una classe, una circolare ministeriale del 2010 stabiliva un tetto del 30 per cento, cui i singoli Uffici scolastici regionali, d’intesa con gli Enti territoriali, possono però derogare, sia in aumento che in diminuzione;
il problema della formazione di classi di soli stranieri o a larghissima presenza di stranieri è presente in varie località del nostro Paese, ed è oggetto di valutazioni diverse in relazione alla capacità di fornire agli scolari tutti gli strumenti utili all’integrazione sociolinguistica,
le quote di alunni, tese ad evitare le cosiddette classi ghetto, possono avere un’utilità indicativa se hanno un carattere propositivo e se nell’ambito dell’autonomia della comunità scolastica si presta la dovuta attenzione ai percorsi di integrazione e non già di esclusione;
appare, pertanto, necessario affrontare in modo organico un fenomeno che tocca in modo particolare alcune località ad alta densità d’immigrazione, soprattutto regolare e stanziale, al fine di prevenire frizioni e incomprensioni e favorire l’integrazione di alunni e famiglie, senza pregiudizio per lo svolgimento del cursus formativo degli alunni a tutti gli effetti italiani e italofoni;
rilevato, inoltre che:
l’articolo 3 della Costituzione prevede che: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”;
l’articolo 34 della Costituzione dispone che: “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita”,
si chiede di sapere:
se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti e quali siano le loro valutazioni in merito;
quali iniziative, alla luce delle macroscopiche violazioni degli articoli 3 e 34 della Costituzione, intendano assumere al fine di assicurare a tutti i bambini il diritto allo studio e alla formazione, evitando, così, il trauma di una discriminazione precoce e, garantendo, invece, l’opportunità di un’armoniosa e progressiva integrazione.
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=18&id=1069502

[fonte 5]
Risposta scritta pubblicata lunedì 31 gennaio 2011 nell’allegato B della seduta n. 426 all’Interrogazione 4-08314 presentata da Leoluca Orlando
Il ministero dell’interno, con la circolare n. 19 del 7 agosto 2009, ha inteso fornire indicazioni mirate a tutti gli operatori dello stato civile e di anagrafe, che quotidianamente si trovano a dover intervenire riguardo ai casi concreti, alla luce delle novità introdotte dalla legge n. 94 del 2009 (entrata in vigore in data 8 agosto 2009), volta a consentire la verifica della regolarità del soggiorno dello straniero che intende sposarsi e ad arginare il noto fenomeno dei matrimoni «fittizi» o di «comodo».
È stato chiarito che l’eventuale situazione di irregolarità riguarda il genitore e non può andare ad incidere sul minore, il quale ha diritto al riconoscimento del suo status di figlio, legittimo o naturale, indipendentemente dalla situazione di irregolarità di uno o di entrambi i genitori stessi. La mancata iscrizione nei registri dello stato civile, pertanto, andrebbe a ledere un diritto assoluto del figlio, che nulla ha a che fare con la situazione di irregolarità di colui che lo ha generato. Se dovesse mancare l’atto di nascita, infatti, il bambino non risulterebbe esistere quale persona destinataria delle regole dell’ordinamento giuridico.
Il principio della inviolabilità del diritto del nato è coerente con i diritti garantiti dalla Costituzione italiana a tutti i soggetti, senza alcuna distinzione di sorta (articoli 2, 3, 30 eccetera), nonché con la tutela del minore sancita dalla convenzione di New York del 20 novembre 1989 (Legge di ratifica n. 176 del 27 maggio 1991), in particolare agli articoli 1 e 7 della stessa, e da diverse norme comunitarie.
Considerato che a un anno dall’entrata in vigore della legge n. 94 del 2009 non risultano essere pervenute segnalazioni e/o richieste di ulteriori chiarimenti, si ritiene che le deposizioni contenute nella predetta circolare siano state chiare ed esaustive, per cui non si è ravvisata sinora la necessità di prospettare interventi normativi in materia.
Il Sottosegretario di Stato per l’interno: Michelino Davico.

https://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2011&numero=245

[fonte 6]
http://diariealtro.it/?p=818

agosto 21, 2018Permalink

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