18 novembre 2018 Moni Ovadia incontra Liliana Segre

 L’indecenza della moderazione  (parola il cui significato appartiene a una specie di neolingua vile)

Vorrei che questa intervista, la più straordinaria fra quelle di Liliana Segre che ho ascoltato e che continuerò ad ascoltare per quanto facciano male, arrivasse anche a chi ha deciso che, per avere consenso politico, si debba essere moderati.
Moderati una parola che da neutra per me è diventata indecente.
Moderati è la progettualità del non vedere, del non sentire per sostenere la scelta di vivere nel tepore dell’ignoranza millantata per semplicità, ostentata come diritto di parlare senza essere infastiditi dal proporsi di una conoscenza critica.
E’ un atteggiamento antico che potrebbe entrare anche nelle parole da dirsi in chiesa – un luogo che fra poco più di un mese sarà affollato perché così è il Natale della tradizione – quando non si volesse affogare tutto nella melensaggine dei buoni sentimenti: “Non sanno nulla, non capiscono nulla; hanno impiastrato loro gli occhi perché non vedano, e il cuore perché non comprendano”. (Is 44, 18)

Dalle leggi razziali al lager
Un elemento fondamentale che Moni Ovadia riesce a far dire a Liliana Segre è la continuità dalle leggi razziali – l’inizio necessario – alla deportazione.
Io non so quale sarà il punto d’arrivo dell’inizio che sto osservando: frammenti di razzismo declinato attraverso episodi che però convergono in norme fino alla legge, che valuto un banco di prova della praticabilità di ogni orrore. Quando ci sono adulti, tranquilli nelle loro case (come ci aveva ricordato Primo Levi) che si uniscono per dire a un neonato “Tu non esisti”, tu non esisti perché ai tuoi genitori manca un pezzo di carta che si chiama permesso di soggiorno, allora tutto è possibile.
E non dimentico che quella legge, voluta nel 2009 dall’allora ministro Maroni, ha resistito per tutto il tempo dei governi Berlusconi quarto, che ne ha promosso l’approvazione, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni oggi patrimonio del governo Conte (legge 94/2009 art. 1, comma 22, lettera g).
In un primo tempo fu ignorata, poi ha aperto le porte alla costruzione di un lungo sentiero che porterà a qualche cosa che non so pensare ma a qualche cosa di definitivamente orribile.
Sarà il male – quale che sia il modo della sua espressione – come collante di una società che sopravvive unita dall’odio, dalla malvagità che si fa sempre più operativa.
Chi ascolti quella intervista penso avrà un brivido di fronte al ricordo preciso della senatrice Segre delle camice nere che aiutavano le camice brune a spingere i prigionieri dentro i carri bestiame che li avrebbero portati ad Auschwitz.

I leader e gli schiavi, due facce della stessa medaglia
La camicia può cambiare colore certo, se quella nera non risulta più utile al lavoro in corso o il tessuto nero non si vende più, la meta può essere altro da un campo di concentramento. Quel che è certo che il sentiero è in costruzione e chi vi lavora deve essere così schiavo della paura indotta dall’affidarsi fiducioso a un leader.
Con abile prudenza (ed è un elemento che in altre interviste Segre ben sottolinea) l’insegnamento della storia viene annullato, scompare per aiutare la costruzione di un presente senza confronti che si rinnova ogni giorno sui resti di chi si è voluto non ci sia più.

https://www.youtube.com/watch?v=VmbtjQZQ1aE

Novembre 18, 2018Permalink

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