8 marzo 2011 – Donne sotto traccia 1

Novembre 2010

Il benessere delle nuove famiglie è stato il tema di un incontro promosso il 23 ottobre scorso dal GrIS del Friuli Venezia Giulia, presso l’Ospedale di Gorizia.

Le nuove famiglie (le famiglie migranti) sono state presentate attraverso il punto di vista di donne mediatrici culturali e di comunità (particolarmente formate all’attenzione competente al sistema sanitario) e, nello stesso tempo componenti delle ‘nuove famiglie’.

Così il punto di vista si moltiplicava, insieme vita e specchio della vita stessa, complessa e difficile anche per i più giovani.

E proprio i bambini a Gorizia sono stati i protagonisti, attraverso i racconti che hanno permesso di arricchire la logica quantitativa delle statistiche per entrare nei processi affascinanti di una cultura, fatta di nuove relazioni, di strumenti di comprensione del vissuto che non possono essere immaginati a tavolino, ma che chiedono di essere conosciuti perché ci permettono di prefigurare il domani del nostro paese.

’Il quattro novembre saremo tutti italiani’, così dichiarava una piccola al rientro da scuola, opponendo  alla sorpresa dei familiari un perentorio ‘lo ha detto la maestra’. Non è stato possibile sapere se vi fosse stata una comunicazione equivoca o che altro, ma era chiaro che la fermezza della piccola manifestava il suo desiderio di diversità. Nata qui, la cultura familiare non le appartiene, il suo riferimento sono i suoi amichetti.

E una madre, mediatrice nella vita oltre che nella professione, riferiva – non senza disagio – della decisione di consentire alla figlia di indossare quei jeans stretti che le permettevano di essere ‘normale’ a scuola.

Sotto la traccia dei racconti si delineavano le figure di altre donne, silenti e assenti, chiuse nelle mura domestiche e perciò impermeabili ai modi e alle relazioni della società in cui i loro figli vivono.

Immigrate a seguito del marito, sole in una realtà in cui non godono di relazioni parentali e amicali, oberate dal lavoro e dai figli di regola numerosi, hanno come riferimento sicuro il ricordo di certezze altrove maturate e appaiono rigide nella loro diversità. E’ una diversità tanto più vistosa quanto più quotidiana che si rende leggibile negli abiti, nel cibo, nei silenzi imposti dalla difficoltà di dirsi e di dire, dall’ignoranza della lingua che la fatica e la solitudine impediscono di apprendere. Capita che quando si incontrano con altri molte di loro abbassino gli occhi.

Per loro è un segno di rispetto per chi é più vecchio o investito di autorità.

E alla mamma che, in nome di quel rispetto, impone alla figlia di abbassare gli occhi quando le parla, la bambina ribatte: “La maestra invece mi dice ‘guardami in faccia quando ti parlo’. Cosa devo fare?”.

Se il gioco degli sguardi diventerà un sereno ‘guardiamoci’ quella bambina sarà stata mediatrice di un processo culturale ancora tutto da scoprire.

Nota informativa
La  Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM – www.simmweb.it) –cui si deve l’impegno che ha consentito di non privare gli operatori sanitari di quel fondamento deontologico che è il segreto professionale –realizza molte delle sue attività attraverso i Gruppi Immigrazione Salute (GrIS).
Per contatti con il GrIS del Friuli Venezia Giulia, la cui pagina è raggiungibile dal sito simmweb, gris.friuliveneziagiulia@simmweb.it  – Portavoce: Guglielmo Pitzalis

Gennaio 2011 –  Faten, cittadina di Udine.

Dieci anni fa ho curato per Ho un sogno la presentazione di alcune storie di donne immigrate e mi sono chiesta se non sia possibile raggiungerle di nuovo e leggere con loro lo svolgersi della loro vita in questi due anni.

Il primo nuovo incontro è con Faten. Nel 2001 avevo intervistato una giovane donna, gentile e inappuntabile nell’aspetto, che era arrivata sette anni prima dalla Siria con un permesso di lavoro.

Oggi mi trovo davanti una imprenditrice (che ancora fa onore al significato del suo nome, affascinante) che gestisce con il marito attività di ristorazione e catering e anche una scuola di danza cui fanno capo alcune iniziative culturali, (“di cultura araba-medio orientale!”, precisa Faten, attenta a sottolineare i caratteri plurali delle presenze straniere).

Questi lunghi anni di presenza in Italia le hanno insegnato il rischio di accettare, e in qualche modo giustificare, la divisione dei migranti in quei blocchi tanto cari a semplificazioni che facilmente scivolano nel pregiudizio.

La Siria da cui proviene – precisa- non è, ad esempio, il Maghreb, pur se la religione maggioritaria è la stessa. Le differenze sono molte, così come in Europa.

Già la religione, quella che- secondo una parte dell’opinione pubblica italiana – vorrebbe le donne coperte e con il volto velato.

La donna che ho davanti veste come me, pantaloni, maglioncino e camicetta, non l’ho mai vista velata né con la testa coperta oltre la necessità di difendersi dal freddo. Eppure so che è mussulmana praticante, che ha fatto il pellegrinaggio a La Mecca (uno dei pilastri dell’Islam, cui si è accompagnata al marito) ed è tornata – secondo il titolo che spetta ai pellegrini- ‘agia’.

“Una responsabilità in più, precisa, nella preghiera, nella condotta della vita, nell’educazione dei figli”.

Dieci anni fa era mamma di Omar, un bambino la cui educazione era al centro dei suoi pensieri. Mi aveva detto: “Per me il fatto che il bambino conosca un’altra religione è cosa che lo fa arricchire, ma mi obbliga a un doppio impegno perché voglio trasmettergli la nostra religione e la nostra cultura e quando torna a casa devo impegnarmi in un grande sforzo per offrirgli un’informazione adeguata sulla nostra fede e le nostre usanze. Mi ripaga il fatto che il mio bambino così diventa più ricco. Io sono facilitata dal fatto di essere cresciuta in Siria, in una società multiculturale e multireligiosa: frequentavo arabi, armeni, curdi, cristiani di varie confessioni. Ricordo che nelle reciproche feste ci scambiavamo gli auguri”.

Con la piccola Leila (che oggi ha otto anni) le cose sono meno facili: alla serenità di Omar (che oggi frequenta un istituto superiore della città) Leila oppone un suo precoce spirito critico.

L’attenzione costante all’educazione dei figli e alla vita familiare (“appena arrivata in Italia –mi dice- ero rimasta sgradevolmente colpita dalla poca disponibilità a sacrificarsi per la famiglia”) non le impedisce di seguire con impegno il lavoro che occupa una trentina di dipendenti, per un terzo italiani.

Le chiedo quali siano a suo parere le ragioni del successo dei ristoranti che lei e il marito dirigono e Faten osserva che il cibo che loro offrono, curato anche nella presentazione, piace perché è sano, nell’insieme vicino alla dieta mediterranea, le materie prime fresche vengono dal mercato locale, altre (grano, semola, una particolare birra leggermente alcolica ma compatibile con le prescrizioni coraniche) dalla Siria.

Affronta il problema del pregiudizio che colpisce l’Islam con molta tranquillità ma non senza determinazione, attribuendo all’ignoranza, che porta a confondere la religione con tradizioni locali radicate che dalla religione non provengono, alcuni eventi e costumi che lei stessa non pratica.

Da quattro anni ha chiesto, insieme al marito, la cittadinanza italiana ma non ha avuto ancora risposta.

Febbraio 2011  -In Bosnia come in Italia: lotta alla discriminazione ( SK).

Continuando con la rivisitazione delle interviste proposte dieci anni fa su Ho un Sogno incontrola bosniaca SK, che ha voluto dar continuità alla scelta di allora anche presentandosi con le sole iniziali.

SK e il marito B rappresentano una figura propria nel panorama delle migrazioni: la loro presenza è infatti il risultato di una guerra europea e del clima di nazionalismo impazzito forse causa, forse conseguenza di quella guerra o forse entrambe le cose.

Giunti in Italia dalla Bosnia nel 1992, sono una coppia mista, lei appartenente al gruppo croato, lui serbo e, se nella realtà di quella che fu la Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia  questo non era un problema, oggi, che i nazionalismi degli anni ’90 hanno identificato e radicalizzato le differenze, lo sarebbe.

Il rifiuto della guerra di SK e B ci propone una scelta di vita estranea alla violenza che alla guerra si collega e che spesso si manifesta nelle scelte che ne seguono. SK sorride ricordando le città legate alla vita sua e della famiglia: Doboj, dove è nata, oggi appartiene alla Repubblica Srpska (l’entità serba della nuova Bosnia), mentre  Visoko (la cittadina dove è nato B) e Maglaj – dove la famiglia si è formata e dove è vissuta – sono zone a maggioranza mussulmana.

Le ‘nuove’ realtà, stabilizzate dal riconoscimento internazionale seguito all’armistizio di Dayton, si rispecchiano anche nella scuola –dove le classi mostrano una monoetnicità un tempo sconosciuta – e nella lingua in cui si radicalizzano terminologie e pronunce che sottolineano non tanto differenze quanto una voluta separazione.

Così anche le religioni entrano nel quadro che SK prospetta come elementi di novità che la turbano.

L’influenza delle chiese ortodossa e cattolica e dell’islam è forte in tutti i settori della società; inoltre l’islam della Bosnia, un tempo europeo, si è modificato per l’imitazione di modelli precedentemente sconosciuti. Anche le nuove, numerose moschee non rappresentano più le storiche modalità degli edifici bosniaci.

E non mancano modificazioni del comportamento personale: in Bosnia il velo era indumento sconosciuto. Oggi invece molte donne lo indossano senza che faccia parte del tradizionale costume bosnjacco e, come altrove in Europa, non copre la testa delle madri, che lo avevano dismesso, ma delle figlie che se ne sono appropriate. Ci ritroviamo concordi nel non riuscire a considerare questa una scelta di libertà, pur nel rispetto dovuto alle manifestazioni personali di un credo religioso.

Il veloce passaggio sul problema del velo, ci porta a parlare dell’integrazione che per SK ha la sua chiave insostituibile nella parità di diritti di fronte all’accesso al lavoro. E’ appena tornata dal Belgio dove l’ha impressionata l’evidente molteplicità etnica nella conduzione dei pubblici servizi da parte di persone evidentemente diverse.

Le viene naturale ripensare a domande di partecipazione a concorsi per l’accesso al lavoro rifiutate perché il richiedente non era cittadino italiano.

A questo punto il colloquio si fa dolente perché accanto all’inadeguatezza delle leggi che regolano l’immigrazione si profila la tragica mancanza di lavoro. E così non parlo più con una migrante, ma con una neo cittadina italiana, angosciata quanto me.

Scheda

La Bosnia (Bosnia Herzegovina – capitale Sarajevo) si trova nei Balcani occidentali, confina con la Serbia ad est, il Montenegro a sud-est e con la Croazia a nord e ad ovest. Fino all’aprile 1992, faceva parte della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia.
Nell’ex Jugoslavia era stato riconosciuto uno status particolare per tre delle numerose etnie che ne facevano parte (Serbi, Croati e Bosnjacchi) e che, nella Bosnia post bellica, costituiscono riferimento per una suddivisione territoriale.
La Repubblica Srpska (capitale Banja Luka) è l’area a grande maggioranza serba, mentre croati e Bosnjacchi si dividono a macchia di leopardo il resto del territorio.

8 Marzo 2011Permalink