13 marzo 2011 – Una lettera da Trento

Faccio parte di un’associazione che si chiama BIBLIA (per chi volesse informazioni  biblia.org) e ho ricevuto da uno dei partecipanti a un incontro che si è svolto a Bressanone la scorsa estate una lettera che trascrivo, facendo seguire la mia risposta.
(Per correttezza, dato che se ne riferisce una frase pronunciata in una situazione privata, a meno che non venga a sapere che l’interessata preferisce il contrario, metto al posto di un nominativo le iniziali A.C.)

                 150° dell’Unità d’Italia Da Firenze a Bressanone (passando per Trento)    di Silvano Bert

L’episodio è di vita quotidiana. A. C. è una signora di Firenze presidente di “Biblia”, l’associazione laica di cultura biblica. E’ lei che organizza l’estate scorsa a Bressanone un seminario sulla Lettera di Paolo ai Romani. Siamo in trenta persone, da Bolzano a Napoli, da Udine ad Asti.  Quella di Roma è una comunità nata da poco, alla metà del primo secolo, punta estrema in occidente del movimento di Gesù di Galilea, già diffuso in Palestina, Siria, Asia Minore. La comunità è piccola, di qualche decina di persone, fiduciosa, in crescita. E tuttavia al proprio interno è divisa. Sono uomini e donne, liberi e schiavi, fratelli uniti dalla fede in Cristo, ma diversi per culture di appartenenza. I “giudei” e i “greci” (noi diremmo gli ebrei e i pagani) sono divisi a proposito della legge, cioè sulla circoncisione, i giorni festivi, le regole alimentari, il rapporto con l’autorità politica. La lettera è un arrovellarsi di Paolo attorno a quell’acuto conflitto d’identità. Al rapporto fra “noi” e “loro”.

A.C., a tavola, all’Accademia Nicolò Cusano che ci ospita, un giorno sbotta: “Com’è che io a Trento mi sento italiana, mentre qui a Bressanone, in Alto Adige, mi sento straniera?” Il conflitto di identità in questo caso si rivela interno alla stessa persona. Una fiorentina, di raffinata cultura, si sente italiana e straniera in una stessa regione d’Italia. I trentini sanno forse interagire con i fiorentini meglio dei brissinesi? O la presidente, nel salire da Firenze verso le Alpi, aveva in mente una Bolzano uguale a Trento? O si aspettava, piuttosto, che Trento assomigliasse a Bolzano? Dove sta la sorpresa, l’attesa non corrisposta?

Io le racconto un poco la storia di un Alto Adige che chiamiamo sempre più Sudtirolo, anche in Trentino. Le faccio notare che nel giorno più drammatico della storia d’Italia del Novecento, l’8 settembre 1943, lei a Firenze, erede di Cavour, è spaventata dall’occupazione, mentre a Bolzano i soldati tedeschi, la Wehrmacht di Hitler, e più indietro di Bismarck, sono accolti come liberatori, con entusiasmo.

Ma non può bastare. Chiedo al prof. Martin Lintner, dello Studio teologico di Bressanone, l’intervento tenuto a Trento al convegno internazionale dei teologi morali, come “contributo per la convivenza pacifica dei gruppi etnici in Alto Adige-Sudtirol”. Per A.C., quella relazione sull’identità che muta, ispirata a Levinas, è pubblicata da l’Invito (n.221). Mi colpisce una differenza. Nella mia paginetta di storia la svolta inizia con la Costituzione italiana che nel 1948, sulla scia dell’accordo fra De Gasperi e Gruber, riconosce alla regione l’autonomia. Per Lintner, allievo di vescovi come Gargitter, Egger, Golser, per la svolta devono passare altri vent’anni, fino al cosiddetto “pacchetto” di autonomia a favore della popolazione sudtirolese.

Quando Luis Durnwalder, sommerso di soldi, dichiara di sentirsi in Italia un “austriaco”, alzano in tanti la voce, i professori Rusconi e Pombeni, su fino a Dellai e al Presidente della Repubblica. Che hanno da dire, che abbiamo da dire però, se A. C., fiorentina, dichiara nel 2010 di sentirsi “straniera” in una porzione di stato italiano? Io non avevo mai sentito parlare di Trento così.

Paolo, a suo tempo, al conflitto d’identità esploso nella comunità cristiana di Roma fra giudei e greci, non trovò soluzione. Come trascendere le diversità senza annullarle, e come conservarle senza assolutizzarle? L’apostolo dei popoli, tradizionalmente pensato come il fondatore della “grande chiesa”,  fu in realtà un grande sconfitto. Il nodo sarà tagliato da una guerra romana che distruggerà prima il tempio e poi la stessa città di Gerusalemme. Gli ebrei, dispersi nel mondo, con la loro Bibbia dimezzata, eppure completa, diverranno il prototipo dello straniero. Lo straniero, un fuori luogo, avrà sempre poco da festeggiare. Anzi, costringerà anche quelli del luogo a pensare, a non ubriacarsi, nemmeno nei giorni di festa. E’ Piero Stefani a concludere a Bressanone il seminario frequentato da soli italiani. La relazione più avvincente è di Martin Buergenmeister, pastore tedesco nella comunità luterana di Merano. Letta in presenza di A.C., maestra di cerimonia, che si sente, non so a nome di quanti, italiana e straniera.
[lettera pubblicata nel quotidiano  L’Adige, 10.3.2011]

La mia risposta:

Caro Silvano,

Non voglio entrare in un possibile dibattito sull’identità riferendomi alla battuta di A.C.. Non ero a quel tavolo quindi mi sfuggono il contesto, i modi, gli sguardi: tutto ciò che in una situazione conviviale è presente e darebbe ‘sapore’ alla battuta che hai riferito e che così non so e non posso capire.

Però in questo momento in cui si riparla di identità italiana, cercando di sfuggire al nazionalismo che –almeno per i più vecchi di noi – rappresentava il veicolo con cui ci era stata imposta e ce l’aveva resa difficile se non da accettare, da affermare, voglio provare a mettermici anch’io, estendendo la tua lettera e la mia risposta anche ad altri presenti a Bressanone.

A Bressanone mi sentivo italiana o straniera? Non mi sono posta il problema e allora lo riformulo.

La mia situazione (vedi che non mi è riuscito di scrivere ‘ identità’ !) di cittadina italiana quando e dove si fa consapevolezza identitaria?

Se non ho mal di denti non mi pongo il problema della loro, pur residua, presenza in bocca e così non mi sento dotata di una schiena  finché svolge la sua funzione senza farsi sentire (il che capita quando fa male) … e per l’italianità è lo stesso. Sono nata in Italia, vissuta in Italia (salvo il periodo di occupazione tedesca nel ’43 quando dalle mie parti  diventammo Adriatische Küstenland” , Litorale Adriatico del Reich) e l’avrei detta cosa ovvia finché i fondamenti della Costituzione non sono stati messi in discussione a livello politico ma, soprattutto, di coscienza comune in cui la cultura abilmente promossa dalla Lega Nord ha saputo far lievitare il peggio del peggio del fondo oscuro di cui evidentemente non ci eravamo liberati nel 1948 e la cittadinanza è diventata privilegio.

Io credevo (e credo ancora)  fosse una condizione per affermare, nella chiarezza della continuità –non dell’opposizione-la coscienza dei diritti e dei doveri e invece è diventata occasione per affermarsi come privilegio e mezzo per rifiutare culture altre e diverse che –invece di eccitare la nostra umana curiosità e stimolare la nostra intelligenza-  diventano istigazione all’affermazione del pregiudizio.

E l’esercizio dell’intelligenza si umilia da piacere libero, anche se di faticoso esercizio,  a disciplina governata dal cattivo-buon senso.

E così la questione dell’identità italiana per me è uscita dal silenzio dell’ovvietà e si è fatta consapevolezza per impormi il carico del disagio di un ritorno a una specie di rinnovato feudalesimo, dove la cittadinanza sta trasformandosi in una sorta  di corporazione sempre più chiusa in un palazzo che, per essere fortificato e impenetrabile dal ‘nemico’, chiude anche le vie di fuga proprie dei sistemi di sicurezza.

E qui io mi sento soffocare….

La vie di fuga che assicurano la sicurezza della libertà reciprocamente riconosciuta e fondata sull’uguaglianza sono più praticabili a Trento che a Bolzano (per restare alle collocazioni geografiche che tu proponi )?

Questo non lo so; io so che una delle ragioni che mi rendono ostico un richiamo al periodo risorgimentale, oggi richiamato come valore riferibile all’essere italiani, è che allora io –donna- non esistevo e la mia identità di genere mi impediva la partecipazione alla vita politica sia nell’esercizio attivo dell’eleggere che passivo dell’essere eletta. E questa impossibilità a dirmi, a subire una collocazione di subordinazione a priori –che è rimasta presente come valore  in molti anche dopo il 1948- mi ha turbata fin da bambina, quando famiglia e scuola mi avevano insegnato una regola di prudenza, quella del non far domande (secondo una mia pestifera –presto spenta- abitudine)  perché, per mia sfortuna quando ne ponevo, simile al bambino che diceva  ‘il re è nudo’, non ottenevo consenso ma rimproveri.

E ho dovuto imparare ben preso che vedere i vestiti che non ci sono è comodo ma –per me- ripugnante.

Mi piacerebbe che il dibattito sull’identità continuasse, se invece vi ho annoiato mi scuso e saluto tutti sperando di rivedervi a Trento o Sardegna o… ovunque sia

Augusta – Udine

marzo 13, 2011Permalink
9 Responses to 13 marzo 2011 – Una lettera da Trento
  1. Emanuela Savelli ha detto:

    Carissima Augusta,
    ti ringrazio per questo spunto, che mi ha stuzzicato, come dici tu, e mi ha fatto riflettere. Veramente, è da un po’ di tempo che stavo pensando a questa festa dell’unità d’Italia, se non altro a seguito della polemica della festa sì e festa no per il 17, e devo dire che non ho proprio le idee chiare in proposito. Quindi, mi ha fatto piacere pensarci un po’, e sentire anche le vostre opinioni, come altre che ho letto sui giornali in questi giorni.

    Provo quindi a dire la mia, anche se sono pensieri a ruota libera, senza nessuna articolazione.
    In effetti, mi sono interrogata su questo sentirmi italiana, o sentirmi straniera fuori d’Italia, o magari in alcune zone dell’Italia che non considero tali. Naturalmente tralascio gli aspetti beceri che porta avanti la Lega, do per scontato che la pensiamo allo stesso modo, che sia solo un sistema, da parte di una piccola parte di popolazione, di poter sfruttare le risorse locali senza condividere niente con nessuno, neanche di qualcuno al di là della strada, se questo può contribuire a vivere una vita più agiata (o se si è convinti di questo).

    Naturalmente, la questione posta è un’altra, riguarda l’”identità”, come rilevi tu, la “situazione”, o anche il sentimento “nazionale” che può facilmente diventare “nazionalista”. Devo dire che proprio non riesco a sentirmi Italiana, o comunque non provo nessun orgoglio nell’esserlo. Non perché mi vergogno di questo paese, tutt’altro, ma perché semplicemente non mi appartiene il sentimento di orgoglio nazionale, come non riesco a provare quello simile al campanilismo di essere romana. Naturalmente sono nata qui, vivo qui, e condivido tante cose con i miei simili, gente che è nata qui come me, cresciuta qui, e che cerca di sbarcare il lunario in Italia, cercando anche soddisfazioni che rendono la vita degna di essere vissuta.

    Potremmo dire che è una condivisione di cultura, di tradizioni, ma mi sembra che non sia niente di più, anzi, è molto di meno. Ho meno cose da condividere con un becero italiano, rispetto a una persona intelligente (o da me ritenuta tale) di un altro paese. Penso che i sentimenti di “vicinanza” e di “similitudine” si riescono a provare più per persone che condividono i tuoi ideali, piuttosto che con i vicini di casa. Con la gente del mio paese, della mia nazione, naturalmente condivido anche cose molto importanti, come la costituzione, come le regole fondamentali del vivere civile, come la lingua, il cibo, le tradizioni, i modi di dire e di fare, le leggi. Anche le regole del cosiddetto “galateo”, si condividono, che ti fanno sembrare sconveniente qualcuno solo perché si comporta in modo inusuale, seguendo altre regole e tradizioni. Ma tutte queste cose le condivido semplicemente perché sono nata qui, sono vissuta qui, non perché le ritenga migliori in assoluto.

    Insomma, il tanto viaggiare, e soprattutto il viaggiare di questi ultimi tempi, mi va sempre confermando l’ipotesi che tutto è relativo, che un luogo vale un altro, che si è legati al proprio paese solo per semplicità, per non avere il coraggio e la disponibilità mentale di cambiare, di accettare come buone le lingue, la tradizione e il cibo di altri luoghi, e che ci sono luoghi migliori e peggiori, e luoghi migliori in qualcosa e peggiori in qualcos’altro.

    Forse dico delle ovvietà, ma è proprio questo che non mi fa sentire l’orgoglio di essere italiana, e di conseguenza, non mi fa essere contenta di festeggiare l’anniversario della nascita di questo paese. Potrei essere contenta di festeggiare un anniversario della liberazione dalla schiavitù, o dal gioco totalitario di qualche dittatura. Ma la liberazione dall’occupazione di paesi stranieri, proprio non riesco a sentirla come un avvenimento distintivo. Certo, so bene che nella storia d’Italia, l’occupazione delle altre potenze, o la frammentazioni in piccoli staterelli in mano a principi locali è stata deleteria per secoli, per il suo sviluppo e per l’affermazione dell’indipendenza. Ma siamo sicuri che da quando siamo un unico stato, la popolazione sia vissuta meglio, i bisogni primari delle persone soddisfatti, i diritti democratici (per quello che riteniamo noi democrazia) siano stati automaticamente raggiunti? Come giustamente facevi notare tu, come donne abbiamo dovuto aspettare ben dopo l’unità d’Italia, per avere il riconoscimento di diritti minimi, cioè di essere considerate persone, e lottiamo ancora oggi perché continuiamo a essere cittadine di serie B. Come cittadini di serie B continuano a essere trattate persone che vengono a vivere nel nostro paese, solo perché non sono nate qui.

    Non riesco proprio a pensare che l’essere nati qui sia un motivo d’orgoglio, o dia automaticamente diritto a vivere in un certo modo, cioè in modo superiore a qualche altro. Siamo in un’epoca di globalizzazione, e questo dovrebbe riguardare qualunque aspetto della vita, non solo il libero scambio di merci, che poi significa far circolare di più le merci prodotte tramite sfruttamento delle persone, perché più competitive a parità di qualità. No, non mi sento italiana, come non mi sento francese se vado in Francia, o tedesca se vado in Germania. Ci sono delle cose che mi piacciono in un paese, e altre che mi piacciono in un altro. Ovvio, prediligo le cose di paesi più simili al mio, perché sono abituata a ritenere normali le cose simili a quelle in cui sono vissuta da sempre, è solo una questione di abitudine. Mi batto affinché le cose nel mio paese vadano bene, perché vivo qui, ma vorrei che andassero bene nello stesso modo anche negli altri paesi, e cerco di frequentare persone con cui sto bene e con cui condivido ideali che sono alla base dei diritti umani, ancora troppo spesso calpestati.
    Certo, il nostro paese può vantare una tradizione di rispetto, di democrazia, di uguaglianza che moltissimi altri non hanno, ma non sono molto sicura che sia per merito nostro. Gli avanzamenti civili derivano dallo sviluppo dei popoli, e lo sviluppo, per molta parte dell’Europa, è troppo legato alle sopraffazioni che abbiamo portato avanti nel recente passato a scapito di altre popolazioni, più che per il nostro rimboccarci le maniche. Lo so, ci sono tantissime brave persone in Italia, che si danno da fare, ma ce ne sono anche tantissime altre con le quali non riuscirei a condividere nulla, figuriamoci una festa sull’orgoglio di essere italiani. E’ un po’ come quando in televisione, a seguito di qualche disastro o rivoluzione di altri paesi (vedi le tragedie che stanno avvenendo in questi giorni), mentre si leggono bollettini terribili di migliaia e migliaia di morti, ci si perde dietro le notizie dei nostri connazionali all’estero, magari tre Italiani qui, due là, pensando anche di mettere l’esercito in campo per andare a recuperarli. Ma la vita di cinque Italiani può valere di più delle migliaia degli stranieri? Una vita non è sempre una vita, ovunque, comunque?

    Dunque, se la festa consiste nel commemorare una data storica, un evento senza il quale la storia sarebbe stata diversa, per tutti, va bene, ma se deve essere lo sfoggio dell’orgoglio nazionale, no grazie. Anche perché l’orgoglio o la potenza nazionale sono sempre a carico e a demerito di un’altra nazione, un po’ come le partite di calcio: se vince una squadra, vuol dire che ha perso un’altra, e perché dovrei essere contenta se vive la squadra del mio paese? Non sarebbe meglio che vincano i migliori?

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