16 marzo 2020 – Nati in Italia senza nome, mai più_3

Un ragazzino senza ‘documenti’.
Pochi giorni prima dell’arrivo del corona virus, mentre il gruppetto NonSoChe continuava instancabile le prove dello spettacolo che aveva organizzato per far conoscere la dimensione drammatica dell’essere persona nata e immediatamente privata di un’esistenza riconosciuta tramite il certificato di nascita , stavo considerando non da sola la possibilità di proiettare pubblicamente un film che identifica proprio quella tematica: CAFARNAO, scritto e diretto da Nadine Labaki.
[ fonte 1]
Nadine Labaki ha scelto per titolo una parola che significa “accumulo disordinato di oggetti”
per raccontare la storia caratterizzata da un forte senso di caos che travolge la vita del piccolo protagonista, interpretato da Zain Al Rafeea.

«Il dodicenne Zain vive tra le baraccopoli di Beirut con la sua famiglia ma, dopo essere stato arrestato per aver pugnalato un uomo, cita in giudizio i suoi genitori per averlo fatto nascere sapendo già di non potergli offrire cura, sicurezza e affetto.
La madre Souad e il padre Selim sono talmente poveri che non hanno potuto pagare le tasse per registrare la nascita dei loro figli che, pertanto, sono privi di documenti.
Per questo non possono andare a scuola e sono costretti a guadagnarsi da vivere con alcuni lavori improvvisati. Dopo che la sorella a cui è molto legato viene costretta a sposarsi a soli 11 anni, Zain scappa di casa e inizia a lottare per sopravvivere da solo in una realtà frenetica e difficile.
L’incontro con l’immigrante etiope Rahil un’anima gentile che sta nascondendo il figlio di un anno Yonas ai datori di lavoro e alle autorità in una baracca fra detriti e ruggine, gli dona una speranza seppur per poco».
La vicenda si snoda poi in un crescendo drammatico di cui sarà possibile avere qualche notizia da un’altra e più ampia recensione.          [fonte 2]

La recensione che segue e si può leggere integralmente in calce coglie un elemento fondamentale nella narrazione: l’impietosa immagine di un ambiente degradato il cui squallore materiale è immagine a specchio dello squallore morale .                                                                [fonte 3]

Quando l’età si misura dalle ossa del polso
Accade però che, concentrando l’interesse su questo aspetto, lo spettatore italiano allontani da sé il racconto che rappresenta l’estraneità assoluta dell’altro, del diverso da noi e in qualche modo
esorcizza il significato della domanda del giudice che si ascolta nella clip: “Quanti anni hai?”.
La crudezza del bambino che, guardando i genitori, risponde: “Lo chieda a loro” trova la risposta razionale nell’intervento dell’avvocata che lo rappresenta e spiega al giudice che Zain non ha il certificato di nascita consegnando un documento con l’ipotesi di un medico sull’età presumibile del ragazzino.
In Italia un piccolo figlio di sans papier non avrebbe bisogno di avvocato: potrebbe semplicemente citare la legge voluta per creare paura e che nessuno vuol modificare.

LINK

[fonte 1] Da qui si può vedere in anteprima la clip essenziale per capire il filo conduttore del film in anteprima
https://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2019/03/26/news/nadine_labaki_cafarnao_-222547112/

[fonte 2] Notizie essenziali sul film e accesso a numerose recensioni
https://www.mymovies.it/film/2018/cafarnao/

[fonte 3] Contraddicendo il mio costume nello stendere queste note (che non a caso e per me ho chiamato “fonti”) pubblico un articolo in chiaro.
Appartengo alla generazione dei pioneristici cineforum e non ho dimenticato l’importanza di Ladri di biciclette (1948), il film di De Sica che può aiutare una riflessione anche oggi.

https://www.mymovies.it/film/2018/cafarnao/pubblico/?id=1142643

lunedì 15 aprile 2019 L’infanzia rubata nel grande caos dell’esistenza di laurence316
Assurdamente criticato da una parte della miope critica italica (che ha voluto ad ogni costo vedere nel film inesistenti ricatti emotivi, spettacolarizzazioni, malcelate disonestà intellettuali, un deplorevole sfruttamento dell’infanzia [usata, a quanto pare, come “grimaldello emotivo”] e infiniti altri criminosi sotterfugi e doppi fini [a quanto pare, se ci si impegna a fondo, si può arrivare a convincersi fermamente della più inesistente delle presenze]), Cafarnao si afferma invece, al contrario, come uno dei più toccanti, commoventi ed insieme duri e amari film della stagione.
Un film che quella stessa critica non avrebbe mai osato criticare se fosse stato prodotto negli anni ‘50, recasse un’impronta maggiormente nostrana e passasse sotto l’etichetta di neorealismo. Sì, perché il 3° film della regista libanese non può che ricordare quella straordinaria stagione del nostro cinema. Non si tratta certo di un capolavoro di paragonabile statura, ma riporta alla memoria, in qualche modo, Ladri di biciclette, nel personaggio del piccolo Zain, meno impotente del piccolo protagonista del grande film del ‘48, ma altrettanto continuamente atterrito e abbattuto da un mondo di adulti indifferenti e approfittatori (e nessuno, non v’è dubbio, oserebbe parlare di “disonesto ricatto emotivo” nel caso del film di De Sica e del pianto finale del piccolo Bruno).
Ovviamente, in questo Cafarnao ci si spinge oltre: Zain, nella volutamente provocatoria scena iniziale, intende portare alla sbarra i propri genitori, “colpevoli” di averlo fatto nascere in tale miseria materiale e umana.
Con un ragionamento forse un poco troppo elaborato per un ragazzino di quell’età che non ha mai frequentato una scuola, Zain in ogni caso porta alla luce ineludibili e spinose questioni di pianificazione familiare e controllo delle nascite, inducendo immancabilmente lo spettatore a riflettere. Arrivando ad indagare dove si può dire che finisca la pura fatalità (la semplice sfortuna dell’essere nati in contesti simili ed essere di conseguenza costretti ad arrangiarsi come meglio si riesce) e dove invece inizi la responsabilità individuale (per esempio, nella decisione di trascinare in quella stessa crude e invivibile realtà nuove vite, per giunta in grande numero, per poi, magari, dare in moglie le femminucce alle prime avvisaglie di pubertà [ad un età in cui non può assolutamente esistere consenso ragionato né tantomeno reciprocità], al fine, si suppone, di alleviare un poco il disagio economico).
Altro tema cardine (e conseguente) è, ovviamente, quello dei diritti negati dell’infanzia.
Al di là di questi aspetti centrali, diversi sono gli ulteriori temi trattati, o anche solamente sfiorati (l’immigrazione, l’emarginazione sociale, il razzismo, la condizione femminile), ma il film non si fa mai predicatorio, ricattatorio, didascalico, ed anzi si mantiene saldamente per quasi tutta la durata (gli ultimi cinque minuti, alla ricerca di una sorta di lieta fine, sono forse un po’ deboli) e coinvolge fin quasi a togliere il respiro (“colpa” non solo della narrazione, ma di una macchina a mano che tampina costantemente i protagonisti [con una perseveranza che sarebbe piaciuta a Zavattini]).
Un film da vedere, umanista e indimenticabile, che riesce vincitore anche grazie alla straordinaria prova del piccolo protagonista (nella realtà un immigrato con vicende similari alle spalle, poi emigrato in Norvegia) e all’ottima fotografia di Aoun.

16 Marzo 2020Permalink