22 dicembre 2011 – Donne sotto traccia 8

Rosi e i  diritti dei bambini.

Rosi, o meglio la pediatra neonatologa Rosalia Maria Da Riol, lavora all’ospedale di Udine ma ha fatto esperienze professionali anche  all’estero, sia nell’ambito di Organizzazioni non Governative che dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. E’ stata in Mozambico, Sudan, Gaza, Albania, Brasile e viene naturale chiederle quali indicazioni tragga per la sua attività professionale da queste esperienze. “In ogni caso il pediatra – ci dice – deve assicurare un’attenzione forte e costante al bambino come soggetto di diritti e non come oggetto di cure e ciò comporta una visione globale della sua salute. Inoltre l’approccio più clinico che strumentale che l’organizzazione dei servizi sanitari in paesi poveri impone,  si rivela utile risorsa al ritorno”.
Se da noi la Convenzione di New York sui diritti dei minori (che l’Italia ha ratificato e che nel nostro paese è legge) è arrivata come un documento  di cui fingiamo l’ovvietà rifiutandoci di considerarne le contraddizioni con la realtà,  nei paesi in via di sviluppo offre indicazioni che si fanno obiettivi  da raggiungere anche nella difesa del diritto primario alla vita tutt’altro che scontato.
I bambini infatti non sono minacciati ‘solo’ dalla fame, dalle malattie ma anche dalle distruzioni provocate da guerre che a volte li vogliono soldati e persino da politiche demografiche dagli effetti devastanti. In Cina, dove è possibile avere un solo figlio, le bambine  possono essere selettivamente eliminate  da chi voglia un maschio.
E, a questo punto, il colloquio con Rosi si sposta naturalmente sulla nostra realtà per considerare la situazione del bambino ‘straniero’ che nasce in Italia.
E’ dimostrato – ci informa- che  il rischio  di basso peso, prematurità, malformazioni congenite, asfissia perinatale è più alto per i figli di immigrati e che le condizioni di vita, determinate da  precari processi di integrazione, risultano fattori significativamente peggiorativi. E’ azzardato pensare a uno  ‘stress da razzismo’?
La nostra pediatra sottolinea che un approccio efficace in un percorso diagnostico-terapeutico è possibile solo se si giova di una relazione certa e significativa con i genitori  e insiste sulla figura paterna. E’ forse un elemento più difficile da mettere in gioco?
Lo è per tante ragioni e si declina in tante diverse situazioni non ultima quella dell’immigrato irregolare che, denunciando la nascita del figlio, e riconoscendolo se non è sposato con la mamma del piccolo, si espone al rischio di espulsione.
L’appartenenza familiare, e quindi il corretto inserimento nella vita sociale, sono radicalmente compromessi dalla mancanza di un certificato di nascita.
E’ paradossale che Rosi nei paesi in via di sviluppo si sia incontrata con organizzazioni non governative che promuovono campagne per la registrazione anagrafica del neonato e che in Italia non si reagisca al vulnus che nega ad alcuni questa certezza.
Nel primissimo approccio con la vita nascente l’assenza di un certificato di nascita impedisce l’inserimento nel  sistema sanitario nazionale, che non è solo garanzia di cure in stato di emergenza e necessità, ma ingresso nei percorsi base di salute e prevenzione a partire dalle vaccinazioni.
Nel clima di insicurezza che da tutto questo deriva può capitare che si offrano percorsi sanitari e assistenziali paralleli, realizzati da privati che non sono per sé garanzia di legalità e di intervento corretto. E a volte è proprio l’immigrato-vittima che, sostenendoli per necessità, se ne fa complice. 
Come sempre tutelare i diritti dei più deboli (e non sostituirli sistematicamente con scelte benefiche) assicura dignità anche alle nostre presunte sicurezze.
Da Ho un sogno – dicembre 2011  

dicembre 22, 2011Permalink

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