25 aprile 2015 – Il discorso del Presidente Mattarella

Intervento del Presidente Sergio Mattarella alla cerimonia commemorativa del 74° Anniversario della Liberazione
Vittorio Veneto – Teatro Da Ponte, 25/04/2019

Un saluto intensamente cordiale a tutti, al Presidente della Regione, al Sindaco e, attraverso di lui, a tutti i vittoriesi, ai rappresentanti del Parlamento, a tutte le autorità, ai Sindaci presenti salutandoli con molta cordialità.
Ringrazio per gli interventi già svolti. Abbiamo ascoltato delle cose di grande interesse e significato, in cui mi riconosco pienamente.
Sono davvero lieto di essere a Vittorio Veneto, per celebrare qui la Festa della Liberazione, in questo luogo simbolo caro all’Italia, che vide i nostri soldati segnare la conclusione vittoriosa della Prima guerra mondiale, sancendo così il compimento dell’unità territoriale italiana. Unità territoriale che corrispondeva all’unità morale e spirituale dell’Italia, all’aspirazione a una Patria libera e indipendente.
Quella stessa aspirazione – dopo poco più di un ventennio – animò i volontari della Libertà, in queste terre generose e martoriate del Veneto, negli aspri combattimenti contro l’oppressione nazifascista, con tutto il suo carico di sangue, lutti e devastazioni. E con pagine straordinarie di sacrificio, eroismo e idealità, che non possono essere rimosse e che vanno ricordate.
Festeggiare il 25 aprile – giorno anche di San Marco – significa celebrare il ritorno dell’Italia alla libertà e alla democrazia, dopo vent’anni di dittatura, di privazione delle libertà fondamentali, di oppressione e di persecuzioni. Significa ricordare la fine di una guerra ingiusta, tragicamente combattuta a fianco di Hitler. Una guerra scatenata per affermare tirannide, volontà di dominio, superiorità della razza, sterminio sistematico.
Se oggi, in tanti, ci troviamo qui e in tutte le piazza italiane è perché non possiamo, e non vogliamo, dimenticare il sacrificio di migliaia di italiani, caduti per assicurare la libertà a tutti gli altri. La libertà nostra e delle future generazioni.
A chiamarci a questa celebrazione sono i martiri delle Fosse Ardeatine, di Marzabotto, di Sant’Anna di Stazzema e di tanti altri luoghi del nostro Paese; di Cefalonia, dei partigiani e dei militari caduti in montagna o nelle città, dei deportati nei campi di sterminio, dei soldati di Paesi stranieri lontani che hanno fornito un grande generoso contributo e sono morti in Italia per la libertà. Questo doveroso ricordo ci spinge a stringerci intorno ai nostri amati simboli: il tricolore e l’inno nazionale (così ben cantato dal coro di ragazzi e adulti, complimenti al maestro Sabrina Carraro).
È il dovere, morale e civile, della memoria. Memoria degli eventi decisivi della nostra storia recente, che compongono l’identità della nostra Nazione da cui non si può prescindere per il futuro.
Il 25 aprile del 1945 nasceva, dalle rovine della guerra, una nuova e diversa Italia, che troverà i suoi compimenti il 2 giugno del 1946, con la scelta della Repubblica e il primo gennaio 1948 con la nostra Costituzione.
Il 25 aprile vede la luce l’Italia che ripudia la guerra e s’impegna attivamente per la pace. L’Italia che, ricollegandosi agli alti ideali del Risorgimento, riprende il suo posto nelle nazioni democratiche e libere. L’Italia che pone i suoi fondamenti nella dignità umana, nel rispetto dei diritti politici e sociali, nell’eguaglianza tra le persone, nella collaborazione fra i popoli, nel ripudio del razzismo e delle discriminazioni.
Non era così nel ventennio fascista. Non libertà di opinione, di espressione, di pensiero. Abolite le elezioni, banditi i giornali e i partiti di opposizione. Gli oppositori bastonati, incarcerati, costretti all’esilio o uccisi. Non era permesso avere un pensiero autonomo, si doveva soltanto credere. Credere, in modo acritico e assoluto, alle parole d’ordine del regime, alle sue menzogne, alla sua pervasiva propaganda. Bisognava poi obbedire, anche agli ordini più insensati o crudeli. Ordini che impartivano di odiare: gli ebrei, i dissidenti, i Paesi stranieri. L’ossessione del nemico, sempre e dovunque, la stolta convinzione che tutto si potesse risolvere con la forza della violenza.
E, soprattutto, si doveva combattere. Non per difendersi, ma per aggredire.
Combattere, e uccidere, per conquistare e per soggiogare. Intere generazioni di giovani italiani furono mandate a morire, male armati e male equipaggiati, in Grecia, in Albania, in Russia, in Africa per soddisfare un delirio di dominio e di potenza, nell’alleanza con uno dei regimi più feroci che la storia abbia conosciuto: quello nazista.
Non erano questi gli ideali per i quali erano morti i nostri giovani nel Risorgimento e nella Prima Guerra Mondiale
La storia insegna che quando i popoli barattano la propria libertà in cambio di promesse di ordine e di tutela, gli avvenimenti prendono sempre una piega tragica e distruttiva.
L’8 settembre 1943 e gli eventi che ne susseguirono rappresentarono, per molti italiani, la fine drammatica di una illusione. Con la dissoluzione dello Stato, i morti, i feriti, le gravissime sconfitte militari.
L’Italia era precipitata in una lenta e terribile agonia. Il Re era fuggito a Brindisi abbandonando Roma al suo destino, le truppe germaniche avevano invaso il territorio nazionale, seminando ovunque terrore e morte, a Salò si era insediato un governo fantoccio, totalmente nelle mani naziste.
Fu in questo contesto che molti italiani, donne e uomini, giovani e anziani, militari e studenti, di varia provenienza sociale, culturale, religiosa e politica, maturarono la consapevolezza che il riscatto nazionale sarebbe passato attraverso una ferma e fiera rivolta, innanzitutto morale, contro il nazifascismo. Nacque così, anche in Italia, il movimento della Resistenza. Resistenza alla barbarie, alla disumanizzazione, alla violenza: un fenomeno di portata internazionale che accomunava, in forme e modi diversi, uomini e donne di tutta Europa.
Alla barbarie si poteva resistere in tanti modi: con le armi, con la propaganda, con la diffusione di giornali clandestini, con la non collaborazione, con l’aiuto fornito ai partigiani, agli alleati, agli ebrei in fuga. Ma ci voleva forza d’animo e grande coraggio, perché ognuna di queste azioni poteva comportare la cattura, la tortura e la morte. Accadde, in forme e gradi diversi, in tutto il territorio nazionale soggetto all’occupazione nazista.
Contadini, operai, intellettuali, studenti, militari, religiosi, costituirono il movimento della Resistenza: tra loro vi erano azionisti, socialisti, liberali, comunisti, cattolici, monarchici e anche molti ex fascisti delusi. Non fu un esercito compatto, non poteva esserlo, ma piuttosto una rete ideale, che operava, in montagna o nelle città, in ordine sparso e in condizioni di grande difficoltà e pericolo.
Vi erano i partigiani, capaci di coraggio, di spirito di sacrificio e di imprese audaci; i soldati italiani che combatterono fianco a fianco con l’esercito alleato, coprendosi di valore. Accanto a essi, come componente decisiva della Resistenza italiana, desidero ricordare i tanti militari che, catturati dai tedeschi dopo l’8 settembre, rifiutarono l’onta di servire sotto la bandiera di Salò e dell’esercito occupante e preferirono l’internamento nei campi di prigionia nazisti. Seicentomila: un numero imponente che fa riflettere sulla decisa prevalenza del senso di onor di Patria rispetto al fascismo fra gli appartenenti alle Forze Armate. Quasi cinquantamila di questi morirono nei lager in Germania, di stenti o per le violenze.
Né va dimenticato il contributo fondamentale delle centinaia di migliaia di persone che offrirono aiuti, cibo, informazioni, vie di fuga ai partigiani e a militari alleati; e dei tanti giusti delle Nazioni che si prodigarono per salvare la vita degli ebrei, rischiando la propria.
Nel tessuto sociale del Veneto, permeato dalle cooperative di braccianti e dalle leghe contadine, la Resistenza germogliò dal basso in modo pressocché spontaneo: gruppi di cittadini, spesso guidati dal clero locale, che cercavano di mettere in salvo prigionieri alleati, perseguitati politici, ebrei e chi voleva sfuggire all’arruolamento nell’esercito di Salò o alla deportazione in Germania.
Spicca, nel territorio del Vittoriese, la personalità di don Giuseppe Faè, parroco di Montaner, vero cappellano dei partigiani. Arrestato insieme a collaboratori e familiari e condannato a morte, scampò alla fucilazione per intervento del Vescovo. Ma la sorella Giovanna, deportata in un lager nazista, non fece più ritorno.
Attorno a don Faè muovono i primi passi coloro che diventeranno i capi partigiani di questa zona: Ermenegildo Pedron, detto “Libero”, Attilio Tonon detto “Bianco” e dal giovane sottotenente degli alpini Giobatta Bitto, detto “Pagnoca”, che agirono soprattutto nella zona del Cansiglio.
In tutto il Veneto la guerra partigiana fu particolarmente difficile e dura. I tedeschi volevano preservarsi il Veneto come via di possibile fuga verso la Germania. Le formazioni partigiane, infersero all’occupante diverse e cocenti sconfitte, pur se i continui rastrellamenti operati dai nazisti e dai fascisti nell’inverno 1944-45, specialmente sul Grappa e sul Cansiglio, ne ridussero la capacità operativa.
In quel drammatico periodo ci furono molte esecuzioni di partigiani e rappresaglie contro la popolazione civile. Come la terribile impiccagione di 31 giovani agli alberi del corso centrale di Bassano del Grappa il 26 settembre 1944, di cui ha parlato la professoressa Giulia Albanese, che ringrazio per il suo intervento appassionato e puntuale. Alcuni di questi giovani impiccati avevano meno di 17 anni.
Il bilancio dei rastrellamenti pesò molto sulla Resistenza veneta: in pochi giorni vennero impiccati 171 combattenti per la libertà, 603 vennero fucilati, 804 deportati, oltre tremila fatti prigionieri e centinaia di case vennero bruciate.
Ma nella primavera del 1945, rafforzate da nuovi giovani venuti a irrobustire le loro file e dagli aiuti alleati, le formazioni partigiane venete riusciranno a infliggere nuovi, decisivi colpi alle forze tedesche, fino alla Liberazione. In alcuni casi, come in quello di Vittorio Veneto, l’esercito tedesco negoziò direttamente la resa con i capi partigiani.
Ringrazio la signora Meneghin per il suo appassionato intervento. E la ringrazio ancor di più per il coraggio dimostrato in quegli anni terribili della guerra partigiana. Concordo con lei: per la Resistenza fu decisivo l’apporto delle donne, volitive e coraggiose. In Veneto furono staffette, ma anche combattenti. Su di loro, se catturate, la violenza fascista si scatenava con ulteriore terrificante brutalità, come le sopravvissute raccontarono del trattamento della banda Carità, un gruppo di torturatori di inaudita ferocia che aveva sede presso Villa Giusti a Padova.
Ne abbiamo già ricordate alcune e tante altre giovani venete di allora andrebbero citate per quanto hanno fatto, per il loro impegno. Per tutte ricordo Tina Anselmi, con cui ho avuto l’opportunità e l’onore di lavorare a stretto contatto in Parlamento.
Fondamentale per animare il movimento resistenziale fu, in Veneto, il contributo del mondo della cultura e dell’università. Come è stato appena ricordato, l’Università di Padova, unico caso tra gli atenei italiani, fu insignito della medaglia d’oro al valore della Resistenza.
Ricordo l’appello, di grande suggestione e di altissimo valore morale, che il grande latinista Concetto Marchesi, rettore dell’università padovana, rivolse ai suoi studenti in piena occupazione nazista, invitandoli alla rivolta: «Una generazione di uomini – scrisse Marchesi – ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra Patria. Traditi dalla frode, dalla violenza, dall’ignavia, dalla servilità criminosa, voi insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell’Italia e costituire il popolo italiano».
Non furono queste solo parole. Perché Marchesi, comunista, insieme al suo allievo Ezio Franceschini, cattolico, diedero insieme vita a una organizzazione segreta, operativa (FraMa, dalle iniziali dei loro cognomi) capace di fornire assistenza logistica agli alleati, ai resistenti e agli ebrei. La FraMa ebbe i suoi martiri: il padre francescano Placido Cortese, torturato a morte nella Risiera di San Sabba, e la suora laica Maria Borgato, scomparsa nei lager tedeschi.
Anche in Veneto, come in altre zone d’Italia, ci furono, dopo il 25 aprile, vendette e brutalità inaccettabili contro i nemici di un tempo, peraltro prontamente condannate dai vertici del Cln. Nessuna violenza pregressa, per quanto feroce, può giustificare, dopo la resa del nemico, il ricorso alla giustizia sommaria. Mai questa può essere commessa in nome della libertà e della democrazia.
La Resistenza, con la sua complessità, nella sua grande attività e opera, è un fecondo serbatoio di valori morali e civili.
Ci insegna che, oggi come allora, c’è bisogno di donne e uomini liberi e fieri che non chinino la testa di fronte a chi, con la violenza, con il terrorismo, con il fanatismo religioso, vorrebbe farci tornare a epoche oscure, imponendoci un destino di asservimento, di terrore e di odio.
A queste minacce possiamo rispondere con le parole di Teresio Olivelli, partigiano, ucciso a bastonate nel lager di Hersbruck: «Lottiamo giorno per giorno perché sappiamo che la libertà non può essere elargita dagli altri. Non vi sono liberatori. Solo uomini che si liberano».
Buon 25 Aprile!!

https://www.quirinale.it/elementi/28579

Aprile 25, 2019Permalink

25 aprile 2019 – Il 25 aprile, festa nazionale.

Il 22 aprile 1946, su proposta del Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, il re Umberto II
emanò un decreto che dichiarava festa nazionale il 25 aprile di quell’anno.
Il 27 maggio 1949 fu stabilmente istituzionalizzato come festa nazionale (L. 27 maggio 1949, n. 260. Disposizioni in materia di ricorrenze festive).

SCRIVE LILIANA SEGRE

La libertà è una condizione assoluta, irrinunciabile. E non importa se qualche ministro resterà a casa. Sono sicura che domani saremo in tanti a provare la stessa emozione civile,
di LILIANA SEGRE

Per me il 25 aprile del 1945 non fu il giorno della Liberazione. Non poteva esserlo perché io quel giorno ero ancora prigioniera nel piccolo campo di Malchow, nel Nord della Germania.
C’era un grande nervosismo da parte dei nostri aguzzini, ma non sapevamo nulla di quel che accadeva in Europa. A darci qualche notizia furono dei giovani francesi prigionieri di guerra mentre passavano davanti al filo spinato. «Non morite adesso! », scongiurarono alla vista delle disgraziate ombre che eravamo. «Tenete duro. La guerra sta per finire. E i tedeschi stanno perdendo su due fronti: quello occidentale con gli americani e quello orientale con i russi».
Nelle ultime ore da prigioniere assistemmo alla storia che cambiava.
Fuori dal lager ci costrinsero all’ennesima orribile marcia ma niente era uguale a prima.
La mia personale festa di liberazione fu quando vidi il comandante del campo mettersi in abiti civili e buttare a terra la sua pistola. Era un uomo terribile, crudele, che ad ogni occasione picchiava selvaggiamente le prigioniere. La vendetta mi parve a portata di mano ma scelsi di non raccogliere quell’arma. All’improvviso realizzai che io non avrei mai potuto uccidere nessuno e questa era la grande differenza tra me e il mio carnefice. Fu in quel momento che mi sentii libera, finalmente in pace.

Il 25 aprile 1945 fu quindi un’esplosione di gioia che mi sarebbe arrivata più tardi filtrata dai racconti di amici e familiari. Avevo avuto bisogno di una tregua prima di tornare in Italia.
E dovevo guarire da troppe ferite per riuscire a far festa insieme agli altri.
Ero stata ridotta a un numero, costretta a vivere in un mondo nemico e con il male altrui davanti a me, come diceva Primo Levi. Ci vollero anni perché riscoprissi il sentimento della felicità collettiva.

Poi quel momento è arrivato. Il 25 aprile è diventato una festa familiare, la festa della libertà ritrovata. Simboleggiava la caduta definitiva del nazifascismo e la liberazione. E rendeva omaggio al sacrificio di partigiani e militari, ai resistenti senz’armi, ai perseguitati politici e razziali.
Era la festa del popolo italiano ma anche una festa celebrata in famiglia insieme a mio marito Alfredo che era stato un internato militare in Germania per aver detto no alla RSI.
Avevamo patito entrambi la privazione della libertà e potevamo capire il significato profondo di quella data che poneva le fondamenta della democrazia e della carta costituzionale.
Ogni 25 aprile sventolavamo idealmente la nostra bandiera.

Non ho mai smesso di sventolare quella bandiera. E ancora oggi mi ostino a spiegare ai ragazzi perché è una festa fondamentale. Ma è sempre più difficile combattere con i vuoti di memoria. Solo se si studia la storia si comprende cosa è stato il depauperamento mentale di masse di italiani e tedeschi indottrinati indottrinate dai totalitarismi fascista e nazista. Bisogna raccontare alle giovani generazioni cosa è stata la dittatura , soprattutto ora che il saluto romano non stupisce più nessuno. Mi chiedo se a una parte della politica non convenga questa diffusa ignoranza della storia. Chi ignora il passato è più facilmente plasmabile. E non oppone “resistenza”.

In anni non lontani, c’è stato anche chi ha proposto di abolire il 25 aprile dal calendario civile. Temo che prima o poi si arriverà a cancellarlo. Perché il tempo è crudele: livella i ricordi e confonde la memoria, mentre le persone muoiono e le generazioni passano. Qualche anno fa ci siamo illusi che interno a questa data fosse stata raggiunta l’unanimità delle forze politiche. Oggi leggo con preoccupazione che alla festa della Liberazione di preferisca una cerimonia di altro genere. Se devo dire la verità, rimango esterrefatta. In tarda età assisto a degli atti che non avrei mai immaginato di vedere: soprattutto avendo vissuto cosa volesse dire essere vittime prime del 25 aprile, quando la democrazia non c’era, e dissidenti e minoranze venivano imprigionati, torturati e anche uccisi.

Così come rimango tristemente stupita di fronte alla cancellazione della prova di storia alla maturità. La mancanza di memoria può portare a episodi come quello che ha coinvolto pochi giorni fa un istituto alberghiero di Venezia. Un insegnante su Facebook ha offeso la Costituzione con parole che preferisco non ripetere. E si è augurato che Liliana Segre finisca in un «simpatico termovalorizzatore ». Questa non l’avevo ancora sentita: probabilmente il «simpatico termovalorizzatore » è la forma aggiornata del forno crematorio.

Preferisco però concentrarmi sui moltissimi italiani che mi vogliono bene. E insieme ai quali festeggerò il 25 aprile, un rito laico che continua a emozionarmi. E a portarmi via con sé. Perché la libertà è una condizione assoluta, irrinunciabile. E non importa se qualche ministro resterà a casa. Sono sicura che domani saremo in tanti a provare la stessa emozione civile. Buon 25 aprile a tutti.                                         [fonte 1]

RISPONDE LILIANA SEGRE

Liliana Segre: «I politici non possono ignorare la storia. Così chi ha dato la vita muore di nuovo »
di Stefano Landi

Consuma le scarpe in giro per l’Italia. Una vita da testimone quella di Liliana Segre, 88 anni, sopravvissuta all’Olocausto e senatrice a vita. «Infatti sono stanca. Questo 25 aprile credo che rimarrò a casa. Mi hanno invitato in tv, ma ho davvero bisogno di staccare. Forse non ho più l’età per andare in corteo. Devo cominciare a delegare».

Che impressione le hanno fatto le polemiche sulla partecipazione del governo al 25 Aprile? I 5 Stelle ci saranno, la Lega lo ignora. Salvini dice che la vera liberazione è solo quella dalla mafia…
«Chi fa politica non può ignorare la storia. Deve averla studiata. Con ognuna di queste dichiarazioni chi ha dato la vita muore una volta di più. Non penso solo ai partigiani, ma anche ai militari italiani, morti di stenti, malattie, in un campo di concentramento, pur di non aderire alla Repubblica Sociale».

La statua bruciata di una partigiana domenica alle porte di Milano. Gli episodi di violenza che ogni anno si ripetono regolarmente…
«Non possiamo sempre ridurre tutto all’ignoranza. È il bisogno di odiare che muove certa gente. Appena messo piede in Senato mi sono battuta per una legge contro gli hate speech. L’odio torna a galla in contesti molto diversi. Per strada, su Internet soprattutto. È un sentimento che c’è sempre stato: la storia è fatta di corsi e ricorsi. Diciamo che dopo la Seconda guerra mondiale, dopo tutto quello che si era visto e sofferto, si aveva paura di ripetere certi atteggiamenti. Si è abbassato il volume, non si è spenta la musica».

Le hanno pure attribuito profili social finti che pubblicano dichiarazioni false a suo nome…
«Prese di posizione, spesso molto aggressive, che non corrispondono al mio pensiero. Ho già denunciato la situazione alla Polizia postale che sta indagando».

È più facile dimenticare il passato?
«Credo che la storia sia maestra di vita. Non si può capire il 25 Aprile se non si è studiato il passato. Non è solo colpa della superficialità dei giovani d’oggi. Gli stessi genitori non ricordano. E gli insegnanti sono troppo presi da altre dinamiche, pensano più alla forma che ai contenuti».

Lei incontra tantissimi ragazzi nelle scuole. Che idea si è fatta di questa generazione bollata come quella del disimpegno?
«Il 99 per cento di loro vive incollato al telefono, non si informa e accetta di essere omologato da una tv ignorante. Ma c’è quell’1 per cento che riscatta una classe intera. Hanno fatto una scelta, quella di non stare nell’ombra del gruppo. C’è chi in questi giorni ha rinunciato alle vacanze per venirmi ad ascoltare. La loro attenzione mi emoziona. Concludo sempre la mia testimonianza spiegando come andando da loro abbia ricordato una parte di storia per me tragica. Uno sforzo che sarà ripagato se solo uno di loro accenderà una candela della memoria».

Cosa vede nei loro occhi?
«Il desiderio di provarci. A casa ho scatole piene di lettere di ragazzi che mi scrivono. Ricevo anche migliaia di mail. Ci sono delle riflessioni bellissime, che lascerò come eredità».

Qualche settimana fa più di mille ragazzi si sono alzati in piedi per lei a New York dopo averla ascoltata in videoconferenza in religioso silenzio…
«Spiegavo come nei lager non si va in gita, ma per ascoltare la propria coscienza».

Riceve molti insulti?
«Regolarmente, di ogni genere. Pesantissimi. Un professore di Venezia, ex militante di Forza Nuova, mi ha augurato di finire in un termovalorizzatore. Altri mi volevano nei forni. Non reagisco agli insulti, ho imparato a lasciarli cadere».

Le testimonianze pesano..
«Siamo morti quasi tutti. Chi resta lo deve sentire come un dovere. Alla fine ogni sforzo vale ancora la pena».
[fonte 2]

[fonte 1]
https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2019/04/23/news/il_25_aprile_la_mia_nuova_resistenza-224719912/
[fonte 2]
https://www.corriere.it/politica/19_aprile_23/liliana-segre-politici-non-possono-ignorare-storia-cosi-chi-ha-la-vita-muore-nuovo-9313a748-6609-11e9-8d28-170002d143ad.shtml?refresh_ce-cp

Aprile 25, 2019Permalink

24 aprile 2019 – Una circolare per assicurare esistenti tutti coloro che nascono in Italia

Ieri nel mio blog ho scritto della senatrice Segre e ho proposto qualche mia considerazione che oggi voglio approfondire inviandola ai sindaci del Friuli Venezia Giulia che hanno aderito alla manifestazione del 13 aprile ‘Prima le persone’, manifestazione contro razzismo e discriminazione per la convivenza pacifica e l’integrazione, promossa dalla rete DASIFVG, centro Balducci Zugliano che a Trieste riprendeva quella precedente di Milano.
Tutto comincia con l’espressione di apprezzamento che un piccolo gruppo di donne ha inviato ai sindaci ufficialmente presenti a Trieste (quattro di loro poi ci hanno risposto in forma molto interessane che a me piacerebbe fosse fondamento di un progetto).

Apprezziamo i sindaci ufficialmente presenti e alcune di noi glielo comunicano.
Siamo un piccolo numero di donne che ha inviato all’organizzazione responsabile della manifestazione ‘prima le persone’ un proprio documento per ricordare la precarietà della situazione giuridica che da dieci anni caratterizza l’esistenza di nati in Italia, se figli di migranti non comunitari irregolari.
Per questo scriviamo ai sindaci ufficialmente presenti alla bella manifestazione di Trieste, uno di quegli incontri in cui si vive l’esperienza appagante di sentirsi insieme ai propri simili per uno scopo buono e giusto e sappiamo quanto questo sia importante per raggiungere un risultato che rappresenti un obiettivo comune.
Crediamo comunque che pur riconoscendo il significato di questo comune sentire ci voglia anche un altro passaggio.
Il nostro essere cittadini non è un dono di natura esclusivo ma uno status le cui caratteristiche sono determinate dalla Costituzione della Repubblica, che non è un testo costruito da ‘sovranisti’ in forma esclusiva ma un insieme di principi aperti a una dimensione umana che la storia ha costruito cui le norme che ci siamo dati danno certezze e indicazioni di metodo.
E figura fondante la relazione primaria che si costruisce fra le persone e la società è il sindaco, responsabile dell’onore di garantire il riconoscimento di ogni vita cui gli sportelli del suo comune devono assicurare un’esistenza riconosciuta.
Sappiamo che a ogni nuovo nato è dovuto il certificato che lo riconosce cittadino non necessariamente italiano perché, se i suoi genitori sono stranieri, quella cittadinanza risulterà riconosciuta nel documento che è fondamento della sua vita di relazione, che ne assicura il diritto ad avere dei diritti.
Da una decina d’anni quel principio assoluto ha subito una ferita dovuta all’affermazione di una norma cui il voto di fiducia ha dato una immeritata certezza: il genitore che si presenta allo sportello del comune ad assicurare ciò che è dovuto al figlio deve, se non comunitario, presentare secondo la legge, il permesso di soggiorno. Se irregolare la sua irregolarità incide sul figlio trasformandolo in ‘spia’ del genitore stesso che a seguito di questa emersione della situazione irregolare può subire l’espulsione o altra pena.
Il rischio che corre può portarlo a non denunciare la nascita del figlio, un’omissione di gravità estrema come è facile comprendere.
Ci è noto che una circolare, emanata in puntuale contemporaneità con la legge, segnala che in questa situazione il titolo di soggiorno dei genitori non deve essere richiesto perché in tal caso l’evidenza di una loro irregolarità inficerebbe l’inviolabilità del diritto del nuovo nato.
Ci troviamo quindi in un paradosso per cui l’atto più importante che consente di inserire un essere dalla totale fragilità nella società umana –o almeno in quella tipologia di società che l’Europa (e certamente anche l’Italia) conosce – è assicurato dal più fragile dei documenti amministrativi, una circolare.
E nello stesso tempo constatiamo che l’onore di trasformare quella fragilità in certezza dovuta ad ogni nuovo essere umano spetta ai sindaci.
Questo abbiamo letto nella vostra presenza oltre ogni emozione e di ciò vi siamo grate.

Adriana Libanetti , Alessandra Missana, Andreina Baruffini, Chiara Gallo, Giuliana Catanese, Ivana Bonelli , Maria Grazia Zanol, Marina Giovannelli con Gruppo Anna Achmatova, Mary Silva Remonato, Alida Mason, Rita Turissini, Silvana Cremaschi, Valentina Degano con Donne in nero.Udine, Suzi Cucchini, Augusta De Piero.

Incalzata dal 25 aprile mi vengono in mente alcune considerazioni
Nel documento ricordavamo l’obbligo di ogni comune a registrare le dichiarazioni di nascita di chiunque nasca sul territorio del comune stesso, obbligo che si sostanzia nel rispetto del diritto di ogni nato ad avere il certificato di nascita.
Purtroppo una pessima modalità informativa ha portato ad identificare la registrazione della nascita con l’attribuzione della cittadinanza italiana creando confusione nell’opinione pubblica.
Sarebbe bello ma non è (ancora?!) così: oggi ogni nato ha diritto ad esistere e la cittadinanza che gli viene riconosciuta è, nel caso di nati in Italia, quella italiana.
Questo sarebbe ius soli ma in Italia vige ancora lo ius sanguinis, peggiorato dalla discriminazione di neonati che si vogliono fantasmi.

Non dobbiamo dimenticare che in Italia la prossima estate – e precisamente il 7 agosto – cadrà il decennale della ferita inferta alla nostra dignità di cittadini e cittadine dalla legge che – ostacolando la concessione del certificato di nascita ai nati in Italia, figli di non comunitari irregolari – si fa beffe del principio affermato dalla Convenzione di New York del 1989, ratificata in legge 176/1991, di cui trascrivo l’art. 7

1. Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi.
2. Gli Stati parti vigilano affinché questi diritti siano attuati in conformità con la loro legislazione nazionale e con gli obblighi che sono imposti loro dagli strumenti internazionali applicabili in materia, in particolare nei casi in cui se ciò non fosse fatto, il fanciullo verrebbe a trovarsi apolide.

Per necessità che nasce dalla stessa legge 176 (“con gli obblighi che sono imposti dagli strumenti internazionali applicabili in materia”) lo stesso giorno dell’entrata in vigore della legge 94/2009 (art. 1 comma 22 lettera g) fu emanata una circolare (n. 19/2011-Ministero dell’interno) che cancella, per quanto può una circolare, l’obbligo di presentazione del permesso di soggiorno dei genitori, una misura che può farsi lesione di un diritto assoluto del figlio, che nulla ha a che fare con la situazione di irregolarità burocratica di chi lo ha generato.
La conseguenza è evidente: il permesso di soggiorno non deve essere richiesto a una mamma e a un papà che, nel rispetto del diritto del loro figlio, non possono in quella circostanza essere costretti a dichiarare una condizione che può prevederne l’espulsione.
E ci piacerebbe che i sindaci, consapevoli dell’onore che loro appartiene di trasformare la fragilità del più debole degli strumenti di cui sono responsabili, una circolare, nella garanzia del diritto alto e irrinunciabile di ogni essere umano ad avere un’esistenza giuridicamente riconosciuta, ne facessero pubblica informazione nel modo più trasparente per rompere – ove ci fosse – il muro della paura.
E naturalmente in questo impegno non dovrebbero essere lasciati soli.

Cittadine e non suddite (e anche cittadini, naturalmente)

A fronte della assicurazione che facesse di una circolare il fondamento per ogni persona, senza eccezione alcuna, del diritto ad avere dei diritti, ci è consentito superare il senso di umiliazione che una pessima legge, non modificata in un punto dirimente, impone a chiunque si senta cittadino e non suddito, come furono gli italiani sottomessi alle leggi razziali del 1938.
Sono certa di poter scrivere tutto questo anche a nome delle amiche che con me hanno firmato la lettera ai sindaci del 13 aprile.
E aggiungo la mia solidarietà di madre a quelle altre madri cui l’esultanza di poter dire, di fronte a un loro piccolo nato, “questo è mio figlio”, è stata soffocata da una norma, simile a quelle che hanno causato tragedie che molti fingono di non ricordare.

Blog del 23 aprile: http://diariealtro.it/?p=6560

Aprile 24, 2019Permalink

23 aprile 2019 — La voce di una richiedente asilo di ieri per i richiedenti asilo di oggi

Ho letto in un tweet della senatrice Segre:
Ho la paura della perdita della democrazia, perché io so cos’è la non democrazia. La democrazia si perde pian piano, nell’indifferenza generale, perché fa comodo non schierarsi.”
L’occhio vigile è reso consapevole non solo dalla memoria della sua tragica esperienza di ragazzina ma anche dal continuo esercizio che ne ha fatto con il suo prezioso regalo a tutti noi e in particolare ai giovani con cui si è confrontata in tanti incontri.
Ha avuto la capacità di descrivere la sua tragedia con le parole dell’oggi , offrendo al nostro linguaggio un significato che trascende il tempo: «Quando mio padre decise – troppo tardi, purtroppo – la fuga dall’Italia, siamo stati dei richiedenti asilo respinti dalla Svizzera al confine».

Ho letto in un tweet di Bruno Segre.
«Quando suona a morto la campana della libertà non chiedere per chi suona, suona anche per te».
Ce lo aveva detto anche Martin Niemöller (1892-1984).
Gli costarono il campo di concentramento
«Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare»

Lo dice anche la mia tartarughina con  il suo tozzo collo mantenuto dritto a fronte del gallo bello e arrogante che la sovrasta minaccioso. E’ una bestia che ha successo e il suo successo suscita adesione. Ma la mia tartarughina sa che in democrazia la parola, anche un No consapevole, è più forte di  qualsiasi mitraglietta, il simulacro di chi non conosce la forza di quella  ragione il cui sonno genera mostri.

Aprile 23, 2019Permalink

16 aprile 2019 – Mentre Notre-Dame..

Nella notte del rogo di Notre-Dame fiamme anche alla moschea di al Aqsa a Gerusalemme

L’incendio in un altro dei luoghi simbolo della spiritualità, il terzo più importante del mondo per l’Islàm, è stato spento in breve tempo dai pompieri
Proprio mentre la cattedrale parigina di Notre-Dame andava a fuoco, anche un altro luogo simbolo della spiritualità è stato attaccato dalle fiamme: la moschea di al Aqsa di Gerusalemme, una delle più importanti dell’Islam. In questo caso, le fiamme sono state spente in poco tempo dai vigili del fuoco, e fortunatamente non vengono segnalati né feriti né danni all’interno della struttura.
Al momento la causa del rogo, divampato nella guardiola sul tetto della sala di preghiera Marwani (conosciuta anche come “Stalle di Salomone”), non è stata accertata, ma secondo il direttore generale del Dipartimento per gli affari della moschea di Al Aqsa di Gerusalemme, Sheikh Azzam al-Khatib, il fuoco potrebbe essere stato appiccato (probabilmente in modo involontario) da alcuni bambini che erano stati visti giocare nelle vicinanze.

Nei video dell’incendio postato sui social media si vedono i pompieri intervenire prontamente e spegnere le fiamme sulla struttura, la terza più importante per il mondo musulmano.

https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/nella-notte-del-rogo-di-notre-dame-fiamme-anche-alla-moschea-di-al-aqsa-a-gerusalemme_3203247-201902a.shtml

Aprile 18, 2019Permalink

13 aprile 2019 – A volte le cose che accadono sembrano segnali.

Oggi appena svegliata corro al Pc. E’ la giornata della manifestazione a Trieste. Io non ci posso andare, so di non essere più in grado di reggere tanto tempo in piedi, ma qualche cosa ho provato a fare ed è quello che faccio da anni. Insieme ad alcune amiche ho costruito un testo, inviato all’organizzazione per chiedere che se in Italia nasce un bambino, figlio di genitori privi di permesso di soggiorno (irregolari, non clandestini!) agli sportelli del comuni non sia loro chiesto il documento che non hanno per provvedere alla registrazione della nascita del figlio.
Potrebbero essere indotti a non presentarsi agli sportelli dei comuni per paura di essere identificati come irregolari (in Italia molti amano chiamarli clandestini) e quindi rinviati all’inferno che loro conoscono.
Lo vuole la legge 94/2009 all’art. 1 comma 22 lettera g. E’ il fiore all’occhiello dell’allora ministro Maroni, mantenuto fresco per la gioia degli estimatori per tutto il tempo che va dal quarto governo Berlusconi ad oggi, passando per i governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni approdando infine al governo Conte come un dono gradito che un suo vice ama esibire con urla incoraggianti.
Ce lo dice il Terzo Rapporto Supplementare alle Nazioni Unite sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia (novembre 2017. cap.3.1).
Lo troverete al sito del gruppoCRC.net.
Il testo inviato, pur pubblicato dal sito della Rete che ha organizzato la manifestazione, non sarà letto pubblicamente, così mi hanno detto. Un tempo avrei insistito. Ora so che per molti non chiedere la modifica della legge è una scelta irriformabile. Piace alla società civile. Non mi chiedo nemmeno più perché. Ne prendo atto e cerco di capire. Preferisco non riferire le mie ipotesi.

Appena aperto facebook, mi compare il testo di Virginia di Vivo.
E’ del 9 aprile non so perché compaia oggi. Lo trascrivo più avanti–per chi avrà la forza di leggerlo fino in fondo. Mi limito a segnalarne all’interno la testimonianza del dott. Bartolo, il medico di Lampedusa e, fra i commenti, le parole dell’altro medico legale, la dr. Elena Cattaneo, quella che nel giubbotto del bambino annegato ha trovato la pagella di cui si è parlato.

Ora copio la conclusione dello scritto di Virginia:
” E non mi importa assolutamente nulla del perché sei venuto qui, se sei o no regolare, se scappi dalla guerra o se vieni a cercare fortuna: arrivare così, non è umano. E meriti le nostre cure. Meriti un abbraccio. Meriti rispetto. Come, e forse più, di ogni altro uomo”.
Di fronte all’orrore di cui Virginia prende atto come potrete vedere nel dettaglio più avanti, una si chiede :”Cosa posso fare?“. Direttamente nulla – se non essere consapevoli della notizia che si riceve – ma indirettamente sì.
Fondamentalmente non rinviare le vittime ai carnefici. Ma anche prevenire questo rischio con una misurale legittima che si vuole ignorare. Per l’ennesima, inutile volta vi prego:
Non accettate che sia negato a un bambino che nasce in Italia il certificato di nascita. Se per assicurarlo -com’è suo diritto – viene richiesto ai genitori il permesso di soggiorno e costoro non ce l’hanno (quale che ne sia la ragione) si scoprono irregolari e possono essere indotti a non registrarne la nascita e a nascondere il piccolo pur di non essere ricacciati nel paese da cui sono venuti.
Ce lo dice il Terzo Rapporto Supplementare alle Nazioni Unite sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia (novembre 2017. cap.3.1) che ho citato sopra.
Quel rapporto ancora raccomanda «di intraprendere una campagna di sensibilizzazione sul diritto di tutti i bambini ad essere registrati alla nascita, indipendentemente dall’estrazione sociale ed etnica e dallo status soggiornante dei genitori».
Contestualmente alla legge era stata però emanata la circolare n. 19 del 7 agosto 2009 del Ministero dell’Interno (Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali) che afferma:
« Per lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – dello stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto».

Così l’onore di salvare vite e umana dignità passa ai sindaci .
So che alcuni parteciperanno alla manifestazione di Trieste con la fascia tricolore.
Se il fragile contributo di una circolare può salvare persone che si sono rifugiate da noi sfuggendo all’inferno cui non devono essere rinviate, se è questo che in Italia ufficialmente si vuole, anche approfittando della nascita di un bambino, i sindaci possono essere responsabili di questo gesto di civiltà.

E ora il testo di Virginia di Vivo per chi avrà la forza di leggerlo fino in fondo.
Per me è stato difficile arrivare all’ultima parola e credo lo sia anche per altri.
Virginia di Vivo 9 aprile
Mi reco molto assonnata al congresso più inflazionato della mia carriera universitaria, conscia che probabilmente mi addormenterò nelle file alte dell’aula magna. Mi siedo, leggo la scaletta, la seconda voce è “sanità pubblica e immigrazione: il diritto fondamentale alla tutela della salute”. Inevitabilmente penso “e che do bali”. Accendo Pokémon Go, che sono sopra una palestra della squadra blu. Mi accingo a conquistarla per i rossi. Comincia a parlare il tale Dottor Pietro Bartolo, che io non so chi sia. Non me ne curo. Ero lì che tentavo di catturare un bulbasaur e sento la sua voce in sottofondo: non parla di epidemiologia, di eziologia, non si concentra sui dati statistici di chissà quale sindrome di *lallallà*. Parla di persone. Continua a dire “persone come noi”. Decido di ascoltare lui con un orecchio e bulbasaur con l’altro. Bartolo racconta che sta lì, a Lampedusa, ha curato 350mila persone, che c’è una cosa che odia, cioè fare il riconoscimento cadaverico. Che molti non hanno più le impronte digitali. E lui deve prelevare dita, coste, orecchie. Lo racconta: “Le donne? Sono tutte state violentate. TUTTE. Arrivano spesso incinte. Quelle che non sono incinte non lo sono non perché non sono state violentate, non lo sono perché i trafficanti hanno somministrato loro in dosi discutibili un cocktail antiprogestinico, così da essere violentate davanti a tutti, per umiliarle. Senza rischi, che le donne incinte sul mercato della prostituzione non fruttano”..
Ma non era un congresso ad argomento clinico? Dove sono le terapie? Perché la voce di un internista non mi sta annoiando con la metanalisi sull’utilizzo della sticazzitina tetrasolfata? Decido di mollare bulbasaur, un secondino, poi torno Bulba, devo capire cosa sta dicendo questo qua.
“Su questi barconi gli uomini si mettono tutti sul bordo, come una catena umana, per proteggere le donne, i bambini e gli anziani all’interno, dal freddo e dall’acqua. Sono famiglie. Famiglie come le nostre”.
Mostra una foto, vista e rivista, ma lui non è retorico, non è formale. È fuori da ogni schema politically correct, fuori da ogni comfort zone.
“Una notte mi hanno chiamato: erano sbarcati due gommoni, dovevo andare a prestare soccorso. Ho visitato tutti, non avevano le malattie che qualcuno dice essere portate qui da loro. Avevano le malattie che potrebbe avere chiunque. Che si curano con terapie banali. Innocue. Alcuni. Altri sono stati scuoiati vivi, per farli diventare bianchi. Questo ragazzo ad esempio”, mostra un’altra foto, tutt’altro che vista e rivista. Un giovane, che avrà avuto 15/16 anni, affettato dal ginocchio alla caviglia.
Mi dimentico dei Pokémon.
“Lui è sopravvissuto agli esperimenti immondi che gli hanno fatto. Suo fratello, invece, non ce l’ha fatta. Lui è morto per essere stato scuoiato vivo”.
Metto il cellulare in tasca.
”Qualcuno mi dice di andare a guardare nella stiva, che non sarà un bello spettacolo. Così scendo, mi sembrava di camminare su dei cuscini. Accendo la torcia del mio telefono e mi trovo questo..”
Mostra un’altra foto.
Sembrava una fossa comune. Corpi ammassati come barattoli di uomini senza vita.
“Questa foto non è finta. L’ho fatta io. Ma non ve la mostrano nei telegiornali. Sono morti li, di asfissia. Quando li abbiamo puliti ho trovato alcuni di loro con pezzi di legno conficcati nelle mani, con le dita rotte. Cercavano di uscire. Avevano detto loro che siccome erano giovani, forti e agili rispetto agli altri, avrebbero fatto il viaggio nella stiva e poi, con facilità, sarebbero usciti a prendere aria presto. E invece no. Quando l’aria ha cominciato a mancare, hanno provato ad uscire dalla botola sul ponte, ma sono stati spinti giù a calci, a colpi in testa. Sapeste quanti ne ho trovati con fratture del cranio, dei denti. Sono uscito a vomitare e a piangere. Sapeste quanto ho pianto in 28 anni di servizio, voi non potete immaginare”.
Ora non c’è nessuno in aula magna che non trattenga il fiato, in silenzio.
“Ma ci sono anche cose belle, cose che ti fanno andare avanti. Una ragazza. Era in ipotermia profonda, in arresto cardiocircolatorio. Era morta. Non avevamo niente. Ho cominciato a massaggiarla. Per molto tempo. E all’improvviso l’ho ripresa. Aveva edema, di tutto. È stata ricoverata 40 giorni. Kebrat era il suo nome. È il suo nome. Vive in Svezia. È venuta a trovarmi dopo anni. Era incinta” ci mostra la foto del loro abbraccio.
“..Si perché la gente non capisce. C’è qualcuno che ha parlato di razza pura. Ma la razza pura è soggetta a più malattie. Noi contaminandoci diventiamo più forti, più resistenti. E l’economia? Queste persone, lavorando, hanno portato miliardi nelle casse dell’Europa. E io aggiungo che ci hanno arricchito con tante culture. A Lampedusa abbiamo tutti i cognomi del mondo e viviamo benissimo. Ci sono razze migliori di altre, dicono. Si, rispondo io. Loro sono migliori. Migliori di voi che asserite questo”.
Fa partire un video e descrive: ”Questo è un parto su una barca. La donna era in condizioni pietose, sdraiata per terra. Ho chiesto ai ragazzi un filo da pesca, per tagliare il cordone. Ma loro giustamente mi hanno risposto “non siamo pescatori”. Mi hanno dato un coltello da cucina. Quella donna non ha detto bau. Mi sono tolto il laccio delle scarpe per chiudere il cordone ombelicale, vedete? Lei mi ringraziava, era nera, nera come il carbone. Suo figlio invece era bianchissimo. Si perché loro sono bianchi quando nascono, poi si inscuriscono dopo una decina di giorni. E che problema c’è, dico io, se nascono bianchi e poi diventano neri? Ha chiamato suo figlio Pietro. Quanti Pietri ci sono in giro!”.
Sorridiamo tutti.
“Quest’altra donna, invece, è arrivata in condizioni vergognose, era stata violentata, paralizzata dalla vita in giù… Era incinta. Le si erano rotte le acque 48 ore prima. Ma sulla barca non aveva avuto lo spazio per aprire le gambe. Usciva liquido amniotico, verde, grande sofferenza fetale. Con lei una bambina, anche lei violentata, aveva 4 anni. Aveva un rotolo di soldi nascosto nella vagina. E si prendeva cura della sua mamma. Tanto che quando cercavo di mettere le flebo alla mamma lei mi aggrediva. Chissà cosa aveva visto. Le ho dato dei biscotti. Lei non li ha mangiati. Li ha sbriciolati e ci imboccava la mamma. Alla fine le ho dato un giocattolo. Perché ci arrivano una montagna di giocattoli, perché la gente buona c’è. Ma quella bimba non l’ha voluto. Non era più una bambina ormai.”
Foto successiva.
“Questa foto invece ha fatto il giro del mondo. Lei è Favour. Hanno chiamato da tutto il mondo per adottarla. Lei è arrivata sola. Ha perso tutti: il suo fratellino, il suo papà. La sua mamma prima di morire per quella che io chiamo la malattia dei gommoni, che ti uccide per le ustioni della benzina e degli agenti tossici, l’ha lasciata ad un’altra donna, che nemmeno conosceva, chiedendole di portarla in salvo. E questa donna, prima di morire della stessa sorte, me l’ha portata. Ma non immaginate quanti bambini, invece, non ce l’hanno fatta. Una volta mi sono trovato davanti a centinaia di sacchi di colori diversi, alcuni della Finanza, alcuni della polizia. Dovevo riconoscerli tutti. Speravo che nel primo non ci fosse un bambino. E invece c’era proprio un bambino. Era vestito a festa. Con un pantaloncino rosso, le scarpette. Perché le loro mamme fanno così. Vogliono farci vedere che i loro bambini sono come i nostri, uguali”.
Ci mostra un altro video. Dei sommozzatori estraggono da una barca in fondo al mare dei corpi esanimi. “Non sono manichini” ci dice.
Il video prosegue.
Un uomo tira fuori dall’acqua un corpicino. Piccolo. Senza vita. Indossava un pantaloncino rosso. “Quel bambino è il mio incubo. Io non lo scorderò mai”. Non riesco più a trattenere le lacrime. E il rumore di tutti coloro che, alterandosi in aula, come me, hanno dovuto soffiarsi il naso.
“E questo è il risultato” ci mostra l’ennesima foto. “368 morti. Ma 367 bare. Si. Perché in una c’è una mamma, arrivata morta, col suo bambino ancora attaccato al cordone ombelicale. Sono arrivati insieme. Non abbiamo voluto separarli, volevamo che rimanessero insieme, per l’eternità”.
Penso che possa bastare così. E questo è un estratto. Si, perché il Dottor Bartolo ha parlato per un’ora. Gli altri relatori hanno lasciato a lui il loro tempo. Nessuno ha osato interromperlo. E quando ha finito tutti noi, studenti, medici e professori, ci siamo alzati in piedi e abbiamo applaudito, per lunghi minuti. E basta. Lui non ha bisogno di aiuto, “non venite a Lampedusa ad aiutarci, ce l’abbiamo sempre fatta da soli noi lampedusani. Se non siete medici, se non sapete fare nulla e volete aiutare, andate a raccontare quello che avete sentito qui, fate sapere cosa succede a coloro che dicono che c’è l’invasione. Ma che invasione!”.
E io non mi espongo, perché non so le cose a modo. Ma una cosa la so. E cioè che questo è vergognoso, inumano, vomitevole. E non mi importa assolutamente nulla del perché sei venuto qui, se sei o no regolare, se scappi dalla guerra o se vieni a cercare fortuna: arrivare così, non è umano. E meriti le nostre cure. Meriti un abbraccio. Meriti rispetto. Come, e forse più, di ogni altro uomo.

Aprile 13, 2019Permalink

11 aprile 2019 – L’odio dilaga a cominciare dai neonati.

Il dio Baal ispiratore.
La notizia che trascrivo di seguito si colloca in quella crepa introdotta nella nostra legislazione nel 2009 per ostacolare – e in pratica rendere per molti impraticabile – la registrazione delle dichiarazioni di nascita in Italia, finalizzata, evidentemente, alla garanzia del certificato dovuto ma negato al nuovo nato che risulta così inesistente.

Sapevo che la crepa si sarebbe allargata nella cultura artatamente diffusa che ha soggiogato menti deboli e schiave del pregiudizio ma di cui si sono fatte complici tutte le forze politiche che, avendo nel Berlusconi 4 il loro promotore ma anche essendone contrarie, si sono avvoltolate in un qualche cosa che preferisco non definire al tempo dei governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni per offrire al governo Conte e ai suoi due litigiosi puntelli un sacrificio umano come ai tempi del dio Baal

La notizia che segue è un primo segno.
Un errore di fondo è riferire le adozioni al desiderio di genitorialità e non ai diritti del bambino secondo il principio, affermato in legge ma trascurato con l’indifferenza dell’ignoranza e il gioco turpe del misconoscimento furbastro e ripugnante del principio del superiore interesse del minore che dovrebbe essere sostanza di ogni intervento che lo riguardi.
Nel 2009 la norma si è fatta cultura, ora la cultura che si è diffusa produrrà – temo – norme peggiorative benedette dalle istituzioni e assicurate dall’indifferenza.

Adozioni internazionali C’è razzismo contro i ragazzi adottati: nuovi accordi a rischio  Redazione 20 ore fa

La Commissione Adozioni Internazionali esprime «profonda preoccupazione» per i diversi episodi di razzismo nei confronti di quei figli adottivi che a causa del colore della loro pelle vengono fatti oggetto di atti di bullismo e vessazione. «Comportamenti del tutto censurabili, in un clima in cui la diversità è purtroppo percepita come un disvalore», scrive la CAI.
Gli episodi di razzismo nei confronti di ragazzi adottati? Potrebbero mettere a rischio la possibilità di nuovi accordi con alcuni Paesi d’origine.
A lanciare l’allarme è la Commissione Adozioni Internazionali, che sul proprio sito ha espresso oggi «profonda preoccupazione» per i diversi episodi di razzismo nei confronti di quei figli adottivi che a causa del colore della loro pelle vengono fatti oggetto di atti di bullismo e vessazione. Quando Gabriella Nobile – la fondatrice di Mamme per la Pelle – denunciò per la prima volta nel febbraio 2018 questo razzismo nascente contro bambini adottati, sembrava quasi un’eccezione. Invece sta succedendo sempre più spesso. Solo ricordando gli episodi giunti alla cronaca, c’è Shanthi, 23 anni, di origini indiane, figlia di Paola Crestani, presidente del Ciai: quando sale in treno, la donna seduta accanto a lei si alza perché «io non voglio stare vicino a una negra». E due ragazzi adottati dall’India e dall’Africa, neo-universitari che quando giungono all’appuntamento per visitare un appartamento si sono sentiti dire dalla ragazza dell’agenzia immobiliare “Non so se farvi salire, la signora ha le sue idee: non vuole stranieri”. Ultimo episodio quello accaduto a Melegnano, nel Milanese, dove vive Bakary Dandio, senegalese di 21 anni arrivato in Italia da profugo e poi diventato una promessa dell’atletica, adottato da una coppia italiana: sul muro di casa sono comparse scritte razziste.
«Questi comportamenti del tutto censurabili si inseriscono in un clima in cui la diversità è purtroppo percepita come un disvalore invece che essere considerata una fonte di arricchimento individuale e collettivo», scrive la CAI. La Commissione «sta cercando di riallacciare rapporti istituzionali con alcuni Paesi che, in passato, avevano contribuito a soddisfare il desiderio di genitorialità di molte coppie italiane; queste manifestazioni di razzismo potrebbero compromettere la possibilità di nuovi accordi. Ci auguriamo pertanto che intolleranza e razzismo rimangano fenomeni isolati e contrastati da tutti coloro che hanno a cuore fratellanza, solidarietà e soprattutto il bene dei minori».

http://www.vita.it/it/article/2019/04/10/ce-razzismo-contro-i-ragazzi-adottati-nuovi-accordi-a-rischio/151231

Aprile 11, 2019Permalink

9 aprile 2019 Come si spegne un Pillon – Ce lo racconta oggi La Repubblica

Simone Pillon, il senatore ultrà della famiglia sotto processo per omofobia
Il leghista: “L’Arcigay fa adescamento nelle scuole”. E oggi via alla discussione della legge sull’affido condiviso di cui è autore dalla nostra inviata ALESSANDRA ZINITI

PERUGIA – “Lei…lei lo sa come si fa l’amore?” (Risate) “Quali sono i due ingredienti che servono?” (Risate) “Un maschio e…?” (Risate) “Una femmina”, grida qualcuno dal pubblico. “Allora lei è un bullo omofobico” (Risate fragorose).
È un siparietto collaudato, ripetuto in giro per l’Italia, quello che – proprio mentre in Commissione giustizia entra nel vivo la discussione sul suo contestato ma mai ritirato disegno di legge sulla riforma dell’affido condiviso – potrebbe costare molto caro ( 200.000 euro la richiesta di risarcimento) al senatore leghista Simone Pillon, trascinato sul banco degli imputati da Omphalos, associazione Lgbt di Perugia affiliata ad Arcigay. Additati come adescatori di minorenni, si sono rivolti al giudice che ha rinviato a giudizio Pillon e ha fatto sequestrare e cancellare dal web il videoperformance del senatore che, di platea in platea delle sue tanto amate associazioni di famiglie, ha sostenuto, con tanto di volantini taroccati ad arte, che “quelli di Arcigay vanno nei licei e spiegano ai vostri figli che per fare l’amore bisogna essere o due maschi o due femmine e non si può fare diversamente e…venite a provare da noi, nel nostro welcome group”. Tranne poi provare a giustificarsi in aula richiamando la sua “ironia sferzante, la satira dei libri di Guareschi, per arrivare al paradosso…”. “Ma qui – obietta l’avvocato Saschia Soli, che lo ha trascinato in tribunale – non si parla né di satira né di paradosso né tantomeno di diritto di critica. Siamo di fronte a falsità che hanno trasformato un’opera di sensibilizzazione sociale in una campagna di adescamento”.

L’episodio sul quale giovedi il giudice Matteo Cavedoni dovrà emettere la sentenza ha avuto come teatro il liceo scientifico Alessi di Perugia dove l’associazione Omphalos era stata invitata a tenere un incontro con gli studenti sul tema “Lotta al bullismo omofobico”. “Spesso veniamo chiamati nelle scuole a dare il nostro contributo nella sensibilizzazione contro le discriminazioni, come riconoscere il bullismo omofobico. Portiamo anche materiale didattico sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili e volantini informativi delle nostre iniziative – spiega Stefano Bucaioni, presidente di Omphalos – Pillon ha distorto i fatti, alterando il nostro materiale, omettendo quello (che ovviamente c’era) sull’amore tra due persone eterosessuali, facendoci passare per adescatori. Il giudice ha accolto la nosstra costituzione di parte civile e ha disposto il sequestro dei video ritenendoli “offensivi e lesivi della reputazione””.

Uno spiacevole inciampo per il senatore con il farfallino, 48 anni, bresciano, che a Perugia ( città nella quale si è trasferito per la moglie farmacista umbra) è quasi sconosciuto. Tranne ai suoi colleghi avvocati con i quali non c’è grande feeling. Qualcuno lo ha anche segnalato all’Ordine degli avvocati per quel suo fare disinvolto con il quale, negli anni in cui era consigliere nazionale del Forum delle famiglie, riusciva a drenare presso lo studio legale che condivide con la collega Sara Napoleoni in via Angeloni una causa dietro l’altra: separazioni, figli contesi, violenze in famiglia. Da quando è stato eletto senatore le sue presenze in tribunale si sono diradate ma non le obiezioni sul conflitto d’interesse con il disegno di legge che prevede la mediazione nel diritto di famiglia (a pagamento naturalmente). Nell’homepage del suo studio legale i i servizi offerti nel campo della mediazione familiare con tanto di riferimento al suo disegno di legge sono ancora ben evidenziati: “Ormai da diverso tempo anche in Italia, come in altri ordinamenti europei – si legge – si è ravvisata la necessità di una mediazione familiare. È in corso di approvazione una modifica al codice civile che conferirà grande rilievo all’attiività di mediazione nel corso dei procedimenti per la separazione dei coniugi”.
Sono giorni complicati questi per Pillon a Perugia. Le elezioni amministrative sono alle porte, si vota il 26 maggio e la Lega ha affidato a lui il coordinamento della campagna elettorale sul territorio ma il suo disegno di legge non sembra calamitare consensi. Persino al Comune, dove la sinistra è minoranza, la settimana scorsa un ordine del giorno presentato dal Pd contro il ddl Pillon è passato a maggioranza.

https://www.repubblica.it/cronaca/2019/04/09/news/simone_pillon_il_senatore_ultra_della_famiglia_sotto_processo_per_omofobia-223582147/?ref=RHPPBT-BH-I0-C4-P2-S1.4-T1

 

Aprile 9, 2019Permalink

3 aprile 2019 – Raniero La Valle: Un parere che aiuta a riflettere

lunedì 1 aprile 2019
Il Senato ha salvato mercoledì scorso il ministro Salvini dalle acque minacciose di un processo per sequestro di persone e altri reati che avrebbe potuto travolgerlo.
Per molti è stato uno scandalo, per moltissimi un dolore, perché del via libera al processo avevano fatto un’istanza etica essenziale, a cominciare dal Centro per la pace di Viterbo. La scelta politica di rimandare i fuggiaschi alle prigioni e alle torture libiche è infatti (abbiamo i filmati) un po’ come se si fossero riportati indietro ebrei fuggiti da Auschwitz, è come proteggere il treno che vi scaricava i deportati, come fecero gli Alleati durante la guerra rifiutandosi di bombardare la ferrovia che giungeva fino al campo.
E tuttavia è una fortuna che il voto del Senato sia andato così, altrimenti ne sarebbero scaturiti pericoli anche maggiori. Era scontato che il Senato desse copertura politica all’operato del suo ministro, la maggioranza di governo è compatta nella lotta agli immigrati, ma anche gran parte del Senato che non appoggia il governo è schierata contro di loro, vittime tutti come sono di pulsioni identitarie e di pruriti elettorali.
Ma, appunto, si è trattato di un voto politico, non di un giudizio, per il quale almeno i parlamentari avrebbero dovuto leggere le carte. È la politica che così decide oggi in Italia, ma la politica si può cambiare, è nelle nostre mani, l’irreparabile non è avvenuto.
Se invece il Senato avesse concesso l’autorizzazione a procedere, la magistratura giudicante si sarebbe trovata di fronte a un gravissimo dilemma.
Se condannava il ministro, avrebbe condannato come reato l’attuale politica italiana, ma non avendo il potere di cambiarla, ne avrebbe solo certificato, di fronte al mondo, la natura criminosa.
Ma se assolveva Salvini, lo avrebbe fatto riconoscendo a termini di legge che sequestrare i naufraghi in mare, negare loro la terra, interdire i soccorsi e respingerli al punto di partenza è qualcosa che corrisponderebbe “a un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante” a “un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di governo”: un interesse di tutti, un preminente interesse anche nostro.
Ciò avrebbe legittimato come “ragion di Stato”, prevalente sulla stessa legge penale, la dimensione spietata dell’attuale politica italiana. Si sarebbe verificato un corto circuito tra uso illegittimo del potere e giurisdizione.
È questo il meccanismo che trasforma un potere ingiusto in regime, come accadde in Germania quando i giudici si conformarono a Hitler, i giuristi si allinearono, e il Paese fu perduto.
Perciò è così importante che resti la divisione dei poteri, e che la Costituzione non sia minacciata (lo sappia Zingaretti) e che la cultura si mantenga autonoma e critica, e naturalmente la Chiesa: altrimenti sarà lo stesso senso comune a precipitare in regime, a sacrificare alla sicurezza ogni pudore.
Potrebbe allora divenire realtà il quadro angoscioso disegnato da un romanzo appena uscito, “Ero straniero” (Bompiani editore), di un’Italia che diventa il Paese del “poligono diffuso”, dove sono “tutti pazzi per le armi”, dove si costruiscono poligoni di tiro nascosti nel giardino, come le piscine nei giardini dei ricchi.
È quello che racconta il bellissimo romanzo di Salvatore Maira (l’autore dei “Diecimila muli”) che finalmente fa entrare nella letteratura la nuova tragedia italiana dei profughi e degli stranieri in patria.
Ma è proprio la ragione che sembra perduta.

Aprile 3, 2019Permalink

3 aprile 2019 – Il diritto di sorridere

La ragazza della foto si chiama Alice Brine ed il suo post contro lo stupro è diventato virale su Facebook.

L’attrice ironizza acutamente facendo un paragone molto banale ma efficace.

“Ho iniziato ad andare a casa di alcuni ragazzi molto ubriachi e a rubare tutta la loro roba. Tutto ciò che avevano. Non è colpa mia…erano molto ubriachi. Dovevano farci attenzione. Di solito riesco a farlo il 90% delle volte ma quando un uomo coraggioso mi trascina in tribunale, mi difendo dicendo che non ero sicura di cosa intendesse dire quando ha affermato: ‘Non rubare la mia Audi’.

Semplicemente non avevo capito bene il significato. Gli ho detto: ‘Posso rubare il tuo orologio di Gucci per favore?’. Lui mi ha detto: ‘No’, ma io non ero sicura di cosa intendesse.

Era ubriaco. Si è cacciato lui in questa situazione. Potete vedere da soli come era vestito in discoteca, quelle magliette costose e quelle scarpe. Che messaggio stava lanciando?! Pensavo che volesse che io andassi da lui e lo derubassi di tutta la sua roba. Era ciò che stava chiedendo.
Quando ha detto ‘no’ alla mia richiesta di portargli via tutte le sue cose non capivo cosa intendesse dire.
‘No’ non è qualcosa di abbastanza oggettivo, può significare qualsiasi cosa”.

Ovviamente è solo un paragone per far capire quanto possa essere stupido incolpare la vittima dell’abuso o pensare che se la sia cercata.
Che cosa fare se non applaudire.
Source: The Huffington Post

Aprile 3, 2019Permalink