24 dicembre 2018 – Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza.

Così diceva don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, morto nel 1993.
Dal 2007 è in corso un processo di beatificazione e lo scorso 20 aprile, giorno del suo 25º anniversario di morte, Papa Francesco si è recato sulla sua tomba.

Agli auguri scomodi di don Tonino, espressioni forti di speranze condivisibili, aggiungo una speranza mia:
Ci si renda conto che negare a un bambino il nome è un delitto.

Vivente “don Tonino” il problema in Italia non esisteva, dal 2009 urge, ignorato per lo più per scelta determinata cui appartengono indifferenza e violenza che ha fatto propria l’arma della burocrazia, oggi, ieri (Eichmann!) e non solo in Italia.
Infatti dal 2009 la legge 94 nega il certificato di nascita ai nati in Italia, figli di migranti senza permesso di soggiorno, imponendo ai genitori l’esibizione del documento che non hanno e quindi esponendoli al rischio di espulsione, mentre assicurano al nuovo nato ciò che gli è dovuto.
Lo strumento sono i loro piccoli che una scelta infame e condivisa trasforma in spie utili per far danno ai loro genitori e a se stessi.
A don Tonino unisco la voce di Kant: insieme li considero pilastri di un’Europa rispettosa di sé che consenta di convivere alla dignità che l’illuminismo promosse e alle radici cristiane che insieme le appartengono:
“agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo.”
Mi si opporranno le tragiche contraddizioni di una cultura laica cui si unisco le tragiche contraddizioni di una cultura che si è proclamata cristiana.
La storia però non è fatta per essere esibita come un fossile in un museo: il suo corso può essere orientato alla scelta del meglio e del peggio. La scelta è nostra. Nessun leader può assicurare risultati automatici alle nostre scelte.

Il documento di ‘don Tonino’
“Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo.
Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario.
Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati.
Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli!
Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio.
Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.
Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita; il sorpasso, il progetto dei vostri giorni; la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.
Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa.
Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro.
Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame.
I Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce” dovete partire dagli ultimi.
Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili.
Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura, ma non scaldano.
Che i ritardi dell’edilizia popolare sono atti di sacrilegio, se provocati da speculazioni corporative.
I pastori che vegliano nella notte, “facendo la guardia al gregge ”, e scrutano l’aurora, vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio.
E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l’unico modo per morire ricchi.
Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza.”
(Don Tonino Bello)

Dicembre 24, 2018Permalink

22 dicembre 2018 – La democrazia minacciata e devastata. Oggi in parlamento, ieri nella storia

All’intervento appassionato e ragionevole della senatrice Emma Bonino faccio seguire un quadro della storia d’Italia dalle leggi razziali ad oggi.
Dura un’ora ma prendetevela : la registrazione lo merita

https://www.lettera43.it/it/video/discorso-bonino-m5s/35214/

La senatrice ha denunciato l’approdo in Aula della manovra senza nemmeno un voto in commissione Bilancio: «Sono tentata di non partecipare al voto, non mi capita mai», ha annunciato, provocando qualche reazione della maggioranza. «Voi non avete rispetto delle istituzioni, ci passate sopra come dei rulli compressori, ma un giorno di queste istituzioni avrete bisogno anche voi», ha replicato la parlamentare di +Europa, parlando di sovrapposizione di potere giudiziario ed esecutivo e di esecutivo e legislativo, con un parlamento «esautorato, umiliato e ridotto alla farsa». Parole seguite ancora da mormorii che hanno costretto Bonino ad alzare la voce: «Voi non capite quant’è grave la decisione che devo assumere», ha insistito. La senatrice ha terminato il suo intervento scoppiando in lacrime.

 

Gad Lerner e Igiaba Scego
Il rifiuto dell’altro Ottant’anni dalle leggi razziali
Gad Lerner, noto giornalista e scrittore
Igiaba Scego, scrittrice italiana di origine somala

Dicembre 22, 2018Permalink

19 dicembre 2018 – “Qui si perdeva la dignità” ma le opportunità di perderla ci vengono ancora offerte, a tutti.

17 dicembre 2018 18:53
Per la prima volta i carabinieri al Binario 21, la visita con Liliana Segre:

Ricopio e mi chiedo: Cosa possono dire le parole della senatrice Segre a chi – OGGI -applichi operativamente il ‘decreto sicurezza’ del Ministro dell’interno?
Sia poliziotto, sia carabinieri, sia cittadino che ne sostenga l’applicazione, sia con il silenzio che con l’esplicito consenso.
Ieri ho ricopiato il discorso della senatrice agli studenti della Brianza, oggi mi propongo e propongo quello ai carabinieri .
Dal link in calce è possibile risalire all’originale e vedere anche brevi filmati.

Prima visita storica dei carabinieri al Binario 21. Ad accompagnare i militari è stata la Segre
Carmine Ranieri Guarino

Mentre lei parla un treno passa sui binari al piano superiore e fa rumore. Lei si ferma un secondo e tace, resta in silenzio. Quel rumore lo ha sentito che aveva soltanto tredici anni, che era una bambina. E naturalmente non lo ha mai dimenticato. Così, prende fiato, ritrova la voce: “Questa è la colonna sonora di questo posto – dice -. È il rumore dei treni che passano sopra nell’indifferenza di chi c’è dentro”. “

Lei è Liliana Segre, deportata nel campo di concentramento nazista di Auschwitz Birkenau dal binario 21 di Milano. E quel posto è proprio il binario 21, che nel tempo è diventato un memoriale della Shoah. Lì lei è tornata lunedì pomeriggio insieme a centoventi carabinieri del comando provinciale di Milano, che per la prima volta – mai nessuna tra le forze dell’ordine aveva fatto lo stesso – hanno varcato ufficialmente e insieme i confini del museo.

“Mi trovai arrestata per la colpa di essere nata”
Ad accogliere la senatrice è stato il colonnello Luca De Marchis, comandante provinciale dell’Arma, che ha poi fatto da spalla alla Segre durante tutta la visita. A dare il benvenuto ai militari è stata invece la stessa 88enne, che ha voluto fermarsi davanti alla scritta “indifferenza” che campeggia all’ingresso del memoriale. “La coscienza è il contrario dell’indifferenza ed è qualcosa di grande che va difeso – le sue prime parole – . Fa più danni l’indifferenza che la violenza”.
E proprio perché non ci sia più “indifferenza”, la Segre ha raccontato la sua storia ai carabinieri, che hanno ascoltato in religioso silenzio. “Mi trovai arrestata per la colpa di essere nata – ha spiegato -. Un pomeriggio un tedesco lesse 605 nomi di persone che sarebbero partite il giorno dopo e da quel momento in poi non c’era più nulla da fare. Saremmo partiti per ignota destinazione e la gente aveva paura.

Per la prima volta i carabinieri al Binario 21, la visita con Liliana Segre: “Qui si perdeva la dignità”

Lì inizia la mancanza di dignità”

Fummo messi sui camion e portati qua al binario 21 – ha continuato la senatrice nel suo racconto dell’orrore -. Era un antro oscuro per animali come animali eravamo noi. In quei vagoni non c’era nulla, solo un po’ di paglia e un secchio e il secchio si riempie subito, deborda e lì inizia la mancanza di dignità.

Quel vagone “venne caricato e portato sopra e quel treno, quel treno della morte, aveva la precedenza su tutto perché tutto era organizzato nei minimi dettagli. Ero la più giovane, non avevo nessuna capacità di sopravvivenza particolare, è solo il caso che mi ha fatto sopravvivere. Io ho conosciuto l’odio ma non ho mai parlato di odio, ho privilegiato l’amore – ha concluso – e invito tutti a scegliere la vita”.

I carabinieri nella Shoah
Vita e coscienza, due “stelle polari” che hanno deciso di seguire anche i carabinieri. “Sono particolarmente commosso di questa opportunità – ha ammesso Luca De Marchis, comandante provinciale dei carabinieri -. Il desiderio era far conoscere ai giovani dell’Arma che prestano servizio in questo territorio una parte importantissima della storia di questa città. Noi vogliamo che mai più nell’animo dell’essere umano alberghi l’indifferenza, la stessa che settantacinque fa fece partire questi treni versi i campi di sterminio mentre sopra la vita scorreva sui suoi binari”.
E la storia dei carabinieri si intreccia, e non poco, con quella della Shoah. “C’è memoria storica dei carabinieri che scelsero la via della clandestinità per seguire l’antifascismo – ha rivendicato il colonnello -. Gli stessi carabinieri hanno subito deportazioni. Il 7 ottobre del ’43 le caserme furono circondate e duemila carabinieri furono deportati”.

La lettera e il silenzio
Proprio per quello i militari hanno voluto essere i primi a entrare ufficialmente al Binario 21.

“Siamo onorati perché è la prima volta che abbiamo i rappresentati dello Stato con uno schieramento così compatto – ha sottolineato Roberto Jarach, presidente della fondazione Memoriale -. È una dimostrazione di solidarietà che più volte avevamo sollecitato. Siamo molto grati. Questo è un luogo che ha una sua santità, un centro di formazione dei giovani. Ci preme – ha concluso – che la gente prenda coscienza che a Milano c’è questo simbolo che deve diventare un punto di riferimento”.

Come un riferimento storico è diventato Enrico Sibona, uno dei quattro militari iscritto nei “Giusti tra le nazioni”, quei non ebrei che hanno messo a rischio la propria vita per salvare anche un solo ebreo.
La sua lettera – una sorta di suo testamento morale – è stata letta da Giulia, giovane maresciallo dei carabinieri di Milano, al termine della visita. Poi, un secondo militare ha suonato il silenzio, proprio davanti a quel binario che aveva visto il “silenzio” di chi partiva senza sapere dove andare. Perché la destinazione di quei treni, almeno per chi era chiuso nei vagoni, era “ignota”. E il silenzio – ha ammesso Liliana Segre – a “un certo punto è l’unica cosa che ti resta, né più lacrime né preghiere”.

https://www.milanotoday.it/attualita/visita-carabinieri-binario-21.html

Dicembre 19, 2018Permalink

18 dicembre 2018 – Monza la senatrice a vita Liliana Segre, 88 anni, al Teatro Manzoni

Non riesco a riportare la relazione dello straordinario incontro fra la senatrice Segre e gli studenti di Monza e Brianza senza premettere un mio appello che so  inutile. Non posso tacere perché sono in grado di capire  cosa significhi non  esistere in relazioni riconosciute, conosco l’indifferenza che tante volte ho sperimentato nella richiesta – sostenuta da pochi – di dire quel no che nel mio appello pronuncio.
Non si tratta di bilanciare un intervento con un altro in un momento di difficoltà finanziarie ma di affermare il diritto di chi non  può tutelarsi da sé. Non costa nulla a nessuno.

Personalmente penso a questa indifferenza come spregio alla Costituzione che nell’art 10 afferma
“L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”.

Vorrei che la lettura del passo che segue desse agli italiani – nelle istituzioni e nella società che si presenta civile – la dignità di dire il loro NO alla negazione del certificato di nascita imposta nel 2009 con la legge chiamata ‘pacchetto sicurezza’.Sono ormai certa che non  sarà così: in parlamentari eletti e quelli che sperano di continuare ad esserlo, coloro che si candideranno per le elezioni europee, i responsabili di associazioni che pretendono di far cultura, le associazioni di donne che si ostinano a non  voler prendere responsabile coscienza dell’esistenza di madri loro simili cui non è concesso dire ‘questo è mio figlio’, davanti al loro bambino.
Ricordo che anche i vescovi italiani – pur promuovendo il proprio ruolo di difensori delle persone più fragili e dei gruppi a rischio – a questi piccoli fantasmi hanno voltato spietatamente le spalle.

L’incontro di Liliana Segre con gli studenti di Monza e Brianza: «Impegno contro intolleranza e istigazione all’odio»

La senatrice a vita Liliana Segre ha incontrato 800 studenti di Monza e Brianza. Sopravvissuta ad Auschwitz, ha raccontato la persecuzione e l’indifferenza vissuta dopo l’emanazione delle leggi razziali. Ha presentato una proposta di legge in Senato contro gli hate speech. Monza le ha detto: “Grazie”.
Alla fine di un’ora di racconto di una vita, in un silenzio assoluto, tra gli ottocento studenti delle scuole di Monza e Brianza si leva un “grazie”, squillante e solitario. Un grazie a Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, senatrice della Repubblica dal gennaio di quest’anno, tornata a Monza, per parlare ai ragazzi a 80 anni dall’emanazione delle leggi razziali.
Sul palco, sono tantissimi a voler stringere la mano, dirle personalmente grazie, per il dono della sua testimonianza di sopravvissuta ad Auschwitz.
“Cosa vuole chiedermi ancora che non abbia già raccontato?”, mi domanda sorridendo e accarezzandomi il viso.
Parliamo di oggi, dell’attualità del suo messaggio, di quello che prova davanti alla violenza che pervade discorsi politici, la vita quotidiana.
“In Senato – dice – ho presentato un disegno di legge contro gli hate speech, i discorsi di odio. Vorrei che si istituisse una commissione parlamentare d’indirizzo e controllo sui fenomeni dell’intolleranza, razzismo e istigazione all’odio sociale. C’è violenza non solo in politica, ma anche nelle riunioni condominiali, in auto durante un sorpasso…”.
Liliana Segre parla volentieri soprattutto dei giovani: “Mi sento la loro nonna, ho tre nipoti maschi, i miei gioielli che hanno la stessa età di questi ragazzi. Quando sono diventata nonna del primo, Edoardo, ho capito che era arrivato il momento di iniziare a parlare, raccontare la mia storia.
Lo faccio per quei sei milioni di persone che non hanno potuto tornare e raccontare”.
“Non posso avere la certezza che tutti recepiscano il mio messaggio, ma qualche volta vedo i risultati. Non mi illudo che siano tutti candele della memoria, ma se anche solo uno porterà questa testimonianza con sé sarà valsa la pena”.

Il racconto di Liliana Segre del resto è partito con una richiesta: “Toglietemi per favore questa luce dagli occhi, perché voglio vedere i volti di questi ragazzi, voglio raccontarvi una storia che è la mia, personale e vera”.

Così, quasi guardandoli uno per uno racconta di Liliana bambina: “Perché anche quando diventerete tanto vecchi come me, voi resterete i ragazzi che siete oggi, ognuno resta quello che è stato”.
La memoria torna a quell’estate del 1938, a lei orfana di mamma, cresciuta in una famiglia ebrea della piccola borghesia milanese, non religiosa. La “principessa” di papà Alberto. È proprio lui a doverle dire che è stata espulsa da scuola. “Ma perché? Cosa ho fatto di male?”. Una domanda che ancora la agita, a cui non ha trovato una risposta.
Subito ricorda anche l’indifferenza, parola che ricorre spesso nei suoi discorsi e campeggia a caratteri cubitali sul palco del Manzoni. “Ricordo l’indifferenza del maggior parte degli italiani, in pochi hanno continuato ad invitarci e a parlarci. Della maestra e delle ex compagne mi indicavano sghignazzando mentre passavo davanti al cortile di quella che non era più la mia scuola”.

Tra le famiglie ebree di Milano c’è chi inizia a pensare di partire, lasciare l’Italia per gli Stati Uniti: “Si salvarono tutti. Genitori, figli, nonni persino il servizio dei bicchieri”. Ma per il papà di Liliana la decisione di partire arriva troppo tardi, frenato dalla preoccupazione di lasciare soli gli anziani genitori malati.

Per scappare dalle bombe su Milano anche Liliana come molti milanesi trova rifugio in Brianza, a Inverigo, poi inizia a nascondersi da amici “eroici” quelli veri che rischiano la propria vita nella speranza di salvare lei.

“A caro prezzo mio padre ottiene documenti falsi, ricordo contrabbandieri truci, interessati al denaro – dice – li ho paragonati ai trafficanti di uomini di oggi, a chi organizza i barconi dalla Libia”.

La felicità di essere quasi salvi dopo una notte in montagna per arrivare al confine svizzero dura poco e si scontra con il ghigno di un gendarme svizzero: “Ci guardò con disprezzo enorme, ci disse che eravamo imbroglioni che non era vero che eravamo perseguitati, che volevamo solo fuggire dalla guerra. Mi buttai ai suoi piedi, gli stringevo le gambe, piangevo. Non ci fu nulla da fare”.
Liliana Segre racconta questo episodio e la recente visita a Lugano dieci giorni fa quando il consigliere cantonale ha voluto chiederle scusa. “È stupefacente che ci siano voluti 75 anni per queste scuse e solo ora che sono diventata senatrice”.

Quel gendarme svizzero cambia il corso della sua vita. Sarà arrestata con il padre portata al carcere di Varese, poi Como e San Vittore, mentre i nonni furono deportati e gasati dopo che qualcuno ne denunciò la presenza in cambio di 5mila lire.
Chiusa a San Vittore a 13 anni senza aver fatto nulla di male, Liliana Segre attende il padre che era sottoposti ad interrogatori violenti. “Abbracciavo quel padre che era diventato anche fratello, figlio. Un padre che si sentiva perdente, che non poteva darmi risposte, che aveva il rimorso di non avermi portato via prima”.

Segue il lungo racconto del viaggio dal binario 21, quello delle merci e degli animali, ma prima di lasciare San Vittore Liliana Segre capisce cosa sia la pietà umana. “I detenuti comuni che ci videro uscire in fila ebbero gesti straordinari. Ci gridavano che Dio vi benedica, qualcuno ci diede un frutto”.
I sette giorni di viaggio furono gli ultimi trascorsi con il padre: “Un vagone promiscuo, con un secchio per i bisogni che si riempi subito, 600 persone stipate, senza acqua . I treni per Auschwitz avevano la precedenza su tutti, nessun macchinista si fermò, nessun capostazione intimò l’alt”. Indifferenza appunto.

Arrivati ad Auschwitz lasciò per sempre la mano del padre che non rivide più.

“Sono sopravvissuta per caso – dice – non sapevo le lingue, ero una bambina tredicenne, ma fui scelta per fare l’operaia- schiava, fu la mia salvezza perché lavoravo al coperto”.
Rasata, tatuata, con un corpo che non era più il suo, lavora in una fabbrica di munizioni. È quiche incontra un professore di storia belga.
“Avevo l’età di sua figlia che non c’era più. Io gli portavo il materiale e lui mi dava brevi lezioni di storia. Era il momento in cui ci sentivamo ancora liberi: lui professore, io studentessa di seconda media”.

L’altro incontro che segna la sua vita è quello con Janine , l’operaia francese a cui la macchina aveva troncato due falangi. “Alla selezione io passai , lei fu bloccata. Ero così felice di essere ancora viva che non fui capace di pietà, non mi voltai. Ero diventata una lupa, affamata ed egoista. Fui vigliacca. Non le dissi nemmeno “Coraggio””.
Il 27 gennaio 1945 arrivano i russi ad Auschwitz e per Liliana Segre inizia la marcia della morte. Settecento chilometri dalla Polonia alla Germania, un passo davanti all’altro, senza cadere, senza potersi appoggiare a nessuno”.

Un gruppo di soldati francesi le dicono di resistere: “La guerra sta per finire, i tedeschi perdono su due fronti”. Lei e altre due italiane sopravvissute, sono ormai degli ectoplasmi. Alla fine di aprile vedono aprire il cancello del campo, dopo il grigiore del lager c’è il miracolo di calpestare un prato di primavera.

“I soldati tedeschi abbandonano le divise, si mettono in borghese davanti a noi. Ho l’immagine di un generale che si toglie la divisa davanti a me, getta la sua pistola per terra. Sta scappando dalla sua famiglia, dai suoi bambini. In quel momento ho avuto forte la tentazione di prendere quella pistola e ucciderlo”.

“Stavo per chinarmi, ma per fortuna non lo feci. Capii la differenza tra me e il mio nemico, io avevo scelto la vita ero diversa da lui e in quel momento sono diventata quella donna libera e di pace che sono anche adesso”.

Rosella Redaelli

https://www.ilcittadinomb.it/stories/cultura-e-spettacoli/lincontro-di-liliana-segre-con-gli-studenti-nel mio blogdi-monza-e-brianza-vorrei-una-com_1297329_11/

Ho presentato la proposta di legge cui la senatrice Segre fa riferimento  il 29 ottobre scorso nel mio blog
S. 362  Istituzione di una Commissione parlamentare di indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza.

Dicembre 18, 2018Permalink

16 dicembre 2018 _ Giovedì scorso è morto Antonio Megalizzi

Megalizzi era un giornalista volontario di Europhonica, una web radio dedicata all’Europa, la sua passione. Pochi minuti prima dell’attentato era nella sede del Parlamento Europeo per fare un’intervista.
Nel 2015 il giovane italiano ucciso nell’attentato di Strasburgo aveva scritto questo racconto che richiama, per chi li voglia vedere, molti elementi alternativi al pensiero corrente, nutrito dal veleno del ‘buon senso’ comune..
È il racconto di un missile che aveva paura di volare. Dentro ci sono i pensieri di un’arma di morte che voleva solo vivere, per conoscere il mondo intero. Si intitola “Cielo d’acciaio” .
Antonio Megalizzi lo aveva pubblicato il 12 marzo 2015 con Ilmiolibro.it – piattaforma web di self-publishing del Gruppo Gedi.

Il missile ragiona, si interroga, cerca dei perché. Non li trova. Dice tra sé: “Fino a dieci minuti fa dovevo solo salvare il mio paese, dovevo mettere al sicuro il mondo. Al sicuro da cosa poi? Non ce lo hanno mai spiegato. Riesco ad intravedere le finestre degli appartamenti di fronte. Ci sono armadi, tavoli, cucine, sedie. Vedo persone che scappano, che urlano, che prendono infanti in braccio e se li portano via”. Un momento. C’è anche un orsacchiotto in una di quelle case che il missile sta per distruggere, suo malgrado. E se c’è un orsacchiotto, sarà forse rimasto pure un bambino. “Potrei fare amicizia col bimbo intanto che arrivano. Sembra simpatico. Chissà come si chiama? Jaamal? Salem? Taamir?”. Ma la corsa folle non si ferma. La violenza esplode. “Adesso io sono distrutto. Adesso ho distrutto loro. Il mondo è finalmente salvo?”.

Lo sguardo è aperto, libero, l’ideale pacifista.
Antonio Megalizzi – morto a 29 anni per mano del coetaneo Chérif Chekatt, vittima del suo integralismo – era così.

Si può leggere dalla voce il mio libro, ma per sicurezza, ne trascrivo anche il link.
https://ilmiolibro.kataweb.it/storiebrevi/404111/cielo-dacciaio/

Dicembre 16, 2018Permalink

15 dicembre 2018 – Il missile che aveva paura di volare

Cielo d’acciaio di ANTONIO MEGALIZZI  (morto a Strasburgo il 13 dicembre 2018)

Sento il vento penetrare sulle lastre metalliche del mio corpo longilineo. A malapena in questo momento riuscirei a leggere il nome stampato sul fianco destro. Sembra un codice fiscale: AGM – 158 – JASSM.
Durante le prove ascoltavo i miei costruttori rassicurare omaccioni in divisa militare riguardo le potenzialità del mio futuro operato.
«Ha per propulsore un turbogetto Teledyne CAE J402, e possiede un sistema di navigazione inerziale che aggiorna i dati attraverso il Global Positioning System».

Tele cosa? Global che?

«Possiamo piazzarli sugli F-35 o sugli F-16. Volano che è un piacere».

All’epoca non sapevo che mi avrebbero fatto volare davvero, e se l’avessi saputo avrei stoppato tutta la preparazione. Io ho paura di volare!
Anche perché tutti gli amici che si sono allenati con me non sono più tornati: AGM – 88 – HARM, AS – 9- KYLE, AGM – 62 – WALLEYE.

Quest’ultimo mi inquietava un sacco: diceva che il nostro compito era quello di salvare il mondo dalla minaccia del terrorismo. Dovevamo distruggere per non farci distruggere. Che è un po’ come dire che bisognerebbe accoltellare gente a caso per strada perché uno di questi un giorno potrebbe farlo a te.
Comunque anche lui è partito e mai più tornato, anche se i discorsi strani qui continuavano a farli. Prima della partenza sentivo gli stessi omaccioni della sala test vantarsi con altri militari inferiori di grado riguardo alla potenza del mio lancio.

«Se dimostra di fare il bravo bambino lo vendiamo alla Finlandia e alla Corea. Costa tanto ma rende bene».

Chissà se vedrò mai la Finlandia. O la Corea.
Al momento scorgo solo una distesa pianeggiante di sabbia arida e di pietre sudate.

Corro. Volo.
Raggiungo i 500 km/h, roba che neanche una Maserati truccata, o una Bugatti Veyron guidata da Alonso.
Inizio ad avere paura: l’addestramento finiva qui. Non conosco i passi successivi al lancio, non me li hanno mai raccontati.
Come mi devo comportare ora? Dove devo andare?

Gli omaccioni hanno pianificato metro per metro la mia traiettoria e dovrei sentirmi tranquillo, ma negli allenamenti il tutto finiva nel giro di due minuti mentre ora, che ne sono passati almeno quattro, sento la pressione dei miei motori che aumenta vertiginosamente.
Ansia. La cosa mi spaventa.
Esiste un tasto per spegnermi?
E se aprissi un paracadute e cadessi nel vuoto?
Il deserto mi accoglierebbe, dopotutto non gli ho fatto nulla.

700km/h.

Mi sembra di esplodere. Ogni mio componente invoca aiuto.
È assurdo che coloro che mi hanno costruito e cresciuto con tanta cura ora se ne freghino.
Amici? Dove siete? Mi sentite?
Vedo qualcosa all’orizzonte. Sembra un cumulo di case e macerie.
Forse è là che devo andare, forse è là che mi aspettano tutti.
AGM – 88 – HARM? AS – 9- KYLE? AGM – 62 – WALLEYE? Ci siete anche voi vero?

Ragazzi? Come si spegne quest’affare? Devo arrivare fin là?
Più mi avvicino e più prendo velocità. La cosa mi preoccupa.
Inizio a tremare. Sento un caldo infernale provenire dal mio interno, come se stessi già bruciando.

Spegnetemi amici! Ho bisogno di voi! Mi sentite?

Vedo le case del paese a pochi metri da me. Devo capire come arrestarmi, altrimenti rischio di fare male a qualcuno.
Ragazzi? Mi spegnete? Sto finendo contro delle case! Rischio di fare qualche danno!
Perché nessuno mi sente? Dove sono finiti tutti?
Eppure fino a dieci minuti fa dovevo salvare il mio paese, dovevo mettere al sicuro il mondo. Al sicuro da cosa poi? Non ce l’hanno mai spiegato.

Riesco ad intravedere le finestre degli appartamenti di fronte. Ci sono armadi, tavoli, cucine e sedie. Vedo persone che scappano, che urlano, che prendono infanti in braccio e se li portano via.

Scusate ragazzi! Non volevo spaventarvi. Adesso mi fermano e risolviamo! Tranquilli!
Tranquilli si, ma la velocità qui aumenta.

Adesso vedo un orsacchiotto. È giallo, con gli occhi marroni e il papillon rosso. Si trova appoggiato alla finestra con la testa leggermente inclinata verso il basso.
Chissà come si chiama? Dudu? Max? Orbit? Orbit mi piace. Si chiamerà Orbit.

Mi trovo a pochissimi metri da Orbit e dalla sua finestra e spero vivamente che mi fermino prima di romperla. Chi la sente la famiglia che ci abita poi? Come glieli restituisco i soldi che servono? Dovrei almeno attendere che mi vendano alla Finlandia o alla Corea.

Orbit si fa vicinissimo. Intravedo un taglio sopra l’occhio destro. Sarà caduto giocando?

Povero orsacchiotto, spero che lo riparino. Non è un bello spettacolo, anche perché la sua imbottitura di kapoc bianco latte stona un po’ sul giallognolo del tessuto da peluche.

Vedo anche una mano ora. Si è poggiata sugli occhi di Orbit. È una mano minuscola, che a malapena riesce a coprire le sue pupille.
Forse non vogliono che Orbit guardi me. Magari gli hanno detto di evitarmi.
Eppure sono buono, sto avvisando tutti del mio arrivo e chiedendo ai miei amici di spegnermi così non faccio male a nessuno.
Quegli sbadati.
Potrei fare amicizia col bimbo intanto che arrivano. Sembra simpatico.
Chissà come si chiama? Jaamal? Salem? Taamir?
Taamir mi piace. Si chiamerà Taamir.
Taamir indossa una maglia bianca sporca di rosso, dei pantaloncini blu e delle scarpe grigie. Ha i capelli a caschetto, neri come il petrolio.

Arrivato alla finestra scopro che questo Orbit deve stare davvero simpatico a tutta la famiglia: oltre a Taamir anche un uomo sulla quarantina e una donna col velo si stringono forte a lui!

Chissà come si chiamano?
Muhammad e Basheera? Saeed e Lateefa? Rashid e Jameela?
Rashid e Jameela mi piacciono. Si chiameranno Rashid e Jameela!
Rashid ha un viso sconvolto. Tiene stretto a sé il piccolo Taamir che non accenna a staccarsi da Orbit. Jameela piange. Non capisco perché. Forse ha paura.

Ragazzi, c’è un malinteso, voglio solo esservi amico! Adesso mi spengono. Ve lo prometto!

Entro in casa urlando a più non posso di frenarmi ma nessuno mi sente. Né AGM – 88 – HARM, né AS – 9- KYLE, né tantomeno AGM – 62 – WALLEYE. Per non parlare degli omaccioni in divisa che volevano vendermi alla Finlandia o alla Corea.
La casa intanto si illumina e tutto quello che prima vedevo in piedi in una frazione di secondo giace esanime a terra, tra sabbia, plastica, ferro, mattoni e altre macerie.
Ho finalmente stretto amicizia con la mia nuova famiglia, solo che non credo si siano accorti di me.
Giacciono anche loro al mio fianco, con la testa verso il cielo, quella distesa azzurra che solitamente si fa paesaggio dei desideri più audaci di grandi e piccini.

Il mio cielo, il loro cielo, che da sogno si è trasformato in incubo.

Da quando in qua bisogna aver paura di qualcosa di tanto bello?

E mentre anche io sto per addormentarmi, tra gli ingranaggi distrutti e rumorosi del mio motore e delle urla anonime in lontananza, mi faccio la domanda che forse anche AGM – 88 – HARM, AS – 9- KYLE ed AGM – 62 – WALLEYE si sono fatti: Adesso io sono distrutto. Adesso ho distrutto loro. Il mondo è finalmente salvo?

https://ilmiolibro.kataweb.it/storiebrevi/404111/cielo-dacciaio/

Dicembre 16, 2018Permalink

14 dicembre 2018 – Integrazione precoce a Codroipo, provincia di Udine

Poco più di una settimana fa su facebook (il social che frequento per cercar di sapere cosa accade e cosa si racconta a proposito di notizie  che non compaiono sui mezzi di informazione)  si sono resi visibili bambolotti di pelle chiara e di pelle scura, che si diceva fossero vietati  all’asilo nido comunale di Codroipo.
Ho cercato di capirne di più e prima di tutto ho stabilito alcuni  punti fermi per orientarmi:

  • Il nido pur facendo parte del  sistema educativo non appartiene al MIUR ma al comune.  In base a questo è legittimo che sia il comune a misurarsi con i regolamenti dei nidi;
  • Considerando la  comunicazione bianco/nera era ben chiaro che le notizie si riferivano ai bambini figli di non comunitari, nati in Italia o portati piccolissimi dai loro genitori, dato che il nido offre un  servizio dai 3 mesi ai tre anni;
  • Se parlare di integrazione non è una presa in giro, il nido sarebbe un servizio da considerare con attenzione se non altro per facilitare l’uso precoce della lingua italiana (ed eventualmente del friulano) come strumento di comunicazione e perciò di integrazione (l’uso del condizionale non è casuale: siamo nell’era dei condizionali dato che molte certezze che credevamo acquisite ci ballano sotto i piedi);
  • Per ciò che concerne l’iscrizione di minori ai servizi scolastici ed educativi l’esibizione del permesso di soggiorno è  esclusa solo per la scuola dell’obbligo.  Quindi i piccoli che vengano iscritti ad asili nido e scuole dell’infanzia per frequentare i servizi educativi loro spettanti, se figli di non comunitari, devono reggere e superare il giogo del permesso di soggiorno dei genitori per cui rischiano di farsi spie della loro irregolarità. 
    Mantenere la norma che spie li vuole a me sembra una abuso grave quanto l’esercizio attivo della pedofilia, una scelta da vigliacchi ignoranti.

Purtroppo il superiore interesse del minore, principio ormai fermo nella legislazione, viene  eluso con la complicità silente dell’opinione pubblica.   

E’ tempo di tornare ai bambolotti  bicolore … anzi no perché nulla se ne dice nei documenti ufficiali del comune.

Prima di tutto trascrivo  i testi di due degli emendamenti al regolamento in vigore, proposti dalla maggioranza e approvati, se ho ben capito, con voto in aula

Articolo 1 secondo capoverso; testo originario

Opera in stretta collaborazione con la famiglia e non in alternativa ad essa, sostenendo le capacità educative dei genitori, favorendo la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, concorrendo alla prevenzione delle situazioni di svantaggio psicofisico e sociale e contribuendo ad integrare le differenze ambientali e socio-culturali anche assicurando la presenza di materiali ludico-didattici che fanno riferimento alle diverse culture.

Articolo 1 secondo capoverso; testo modificato

Opera in stretta collaborazione con la famiglia e non in alternativa ad essa, sostenendo le capacità educative dei genitori, favorendo la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, concorrendo alla prevenzione delle situazioni di svantaggio psicofisico e sociale con lo scopo di favorire in ogni bimbo la possibilità di svilupparsi e d esprimersi liberamente, contando su interventi educativi che gli consentano, senza inibirlo, di orientare le proprie energie verso comportamenti in cui egli riesca a stabilire proficue relazioni e a manifestare in modo costruttivo la propria iniziativa e inventiva, supportato da adeguati materiali ludico-didattici.

Articolo 2 primo capoverso; testo originario

Al nido ogni azione è svolta nel rispetto delle diverse fasi di crescita, dei personali ritmi di sviluppo di ciascun bambino e alla cultura di provenienza.

Articolo 2 primo capoverso; testo modificato

Al nido ogni azione è svolta nel rispetto delle diverse fasi di crescita, dei personali ritmi di sviluppo di ciascun bambino garantendo a tutti i piccoli uguali possibilità di sviluppo e di mezzi espressivi e contribuendo a superare i dislivelli dovuti a differenze di stimolazioni ambientali e culturali.

Da dove sbucano i bambolotti?
Si tratta di testi piuttosto anodini e, se bambolotti ne sono schizzati fuori, deve esserci stato qualche indicatore specifico.
Può essere guida all’interpretazione l’espressione soppressa  “culture di provenienza” che carica di un sapore particolare ogni altra modifica (testo originario art. 2 primo comma).
Con giri di parole insomma il piccolo utente del nido non deve sentirsi africano, asiatico o che so io .

E qui la faccenda si fa un po’ ridicola.
I piccoli che si avvalgono del nido possono (evidentemente per i nativi italiani la possibilità di iscrizione è ovvia):

  1. essere nati in Italia da genitori stranieri (nella speranza che costoro abbiano il permesso di soggiorno con cui possono iscrivere al nido i loro piccoli e che soprattutto l’avessero al momento di registrarne la dichiarazione di nascita perché, se così non fosse, quei piccoli avrebbero alte opportunità di venir nascosti per non essere spie dell’irregolarità dei loro genitori);
  2. possono essere stati portati dal paese d’origine (o meglio dalla costa libica del Mediterraneo) in ogni caso immemori del loro passato ma probabilmente legati al proprio  oggetto transizionale, rassicurante compagnia al nido quando al primo ingresso la novità dall’ambiente segnerà un distacco;
  3. potrebbero essere adottati e in tal caso la situazione sarebbe diversa dato che si tratterebbe di italiani, figli di italiani, a meno che anime identitarie fino alle colorazioni non trovino il modo di penalizzarli. E’ già accaduto.

E a questo punto anche i bambolotti possono entrare in scena, come ogni altro elemento di rassicurazione che accompagni i piccoli nel mondo dell’educazione.
Potranno tenerli con sé anche quando insorgesse il sospetto che provengano dei paesi d’origine (e se nati in Italia qual è il paese d’origine)?
O saranno loro sottratti in omaggio  alla certezza del diktat che vedremo fra poso?
E se i piccoli –chiaramente non originari dalla Cina – avessero con sé un oggetto made in China che accadrà?

L’aver cercato di capire non mi tranquillizza.
La genericità scivolosa degli emendamenti approvati  riportati sopra potrebbe suggerire anche preoccupanti interpretazioni.
Mentre mi arrovello ho la risposta da un esegeta che parla da un luogo dominante.
La traggo  da una intervista concessa da Massimiliano Fedriga,  presidente della Giunta regionale, a  Viviana Zamarian del Messaggero Veneto (8 dicembre pag. 15).
Ricopio segnalando le virgolette della citazione originale e mentre scrivo non riesco a trattenere una solitaria, amara  risata.
Il presidente ha affermato che «per integrare bambini che vengono da paesi lontani non bisogna dar loro materiale ludico-didattico del paese d’origine. Questi bambini devono conoscere tradizione e cultura del territorio in cui si sono trasferiti a vivere. Questo è fare integrazione»

Dalle dichiarazioni presidenziali si deduce che

  1. i bambini da 3 mesi a tre anni possono elaborare i loro ricordi in modo da farne  un patrimonio atto a stabilire una consapevole identità;
  2. tale identità deve essere cancellata per assicurare la conoscenza del territorio in cui sono capitati precocemente a vivere;
  3. l’integrazione consiste nel cancellare la memoria e ogni possibile influenza del loro breve passato;
  4. pragmaticamente ciò si ottiene (parola di presidente della Giunta Regionale) negando ai piccoli gli oggetti transizionali anche nel momento critico del distacco dalla mamma.

Appena mi immagino una persona deputata alla pulizia etno-ludico-didattica, da svolgersi in un quadro culturale di integrazione che sottrae a un piccolo l’oggetto ostacolo all’integrazione stessa vengo fulminata da un’immagine orrenda.

Giocattoli vintage a Majdanek

Majdanek è una località situata a circa quattro chilometri ad est di Lublino in Polonia.
Sarebbe restrittivo definirlo un museo, è un campo di concentramento praticamente rimasto com’era dai tempi del nazismo. I pannelli esplicativi e gli oggetti esibiti all’interno delle baracche sono più che sufficienti per rivivere l’orrore di questo campo. Sono visibili anche i forni crematori, nonché le camere a gas in cui veniva usato il famigerato Zyclon B.
In quel campo, che visitai qualche anno fa, vidi ordinati in una bacheca  i bambolotti di ‘celluloide’  (ai miei tempo si chiamava così)  li conoscevo bene perché ci giocavo anch’io come i miei piccoli coetanei cui furono sottratti prima che fossero  gasati e bruciati, ceneri nel vento.
Per far memoria della malvagità idiota quei bambolotti furono trattati come bottino di guerra e conservati tanto da poter essere esibiti anche oggi all’orrore di chi pensa a quali abissi di disvalore aggiunto possa arrivare la crudeltà, specialmente se organizzata.
Ma non è il punto di partenza: una visitazione delle piccole crepe nella condotta umana aiuta … almeno a capire la storia

Dicembre 14, 2018Permalink

10 dicembre 2018 – L’assenza di rancore come scelta politica

09 dicembre 2018  – Liliana Segre: “Con tutto l’odio che c’era allora e che rivedo oggi sono contenta di essere stata vittima e non carnefice” 
di SIMONA CASALINI

La signora cammina con prudenza e cautela, attorniata da una folla di fan, la gran parte ragazzi. E’ il segnale migliore, la gioventù del suo pubblico, che sancisce che i quasi trent’anni  di Liliana Segre spesi a testimoniare cosa è stato il Male assoluto – l’essere bambina ebrea che a 8 anni le è stato vietato l’ingresso a scuola e poi il campo di Fossoli, poi la deportazione ad Auschwitz e la decimazione della famiglia – ha colto il cuore dei giovani più preparati, e lei lo capisce, si definisce nonna di tanti nipoti e si rallegra di tanta attenta partecipazione poco più che adolescenziale.

Della nonnina ha solo l’età, 88 anni, ma è donna d’acciaio, lucida e diretta.
Ad esempio, alla giornalista Simonetta Fiori che glielo chiede, a 80 anni dall’emanazione delle leggi razziali, scandisce questa risposta. “Sì, esiste un filo comune tra il razzismo che cominciò a inquinare una paese bonario e tollerante come l’Italia allora e quello che accade nei nostri giorni: Allora in pochissimi fecero una scelta diversa, dissero no al fascismo che montava, erano come eroi. Poi, dopo la guerra, dopo la tragedia degli ebrei, si scoprì che praticamente nessuno era stato fascista, c’era stata una sorta di lavaggio delle coscienze.
E subito dopo la guerra i sentimenti di intolleranza non erano assolutamente di moda, a nessuno veniva più in mente di discriminare altre religioni, altre razze. Poi però il tempo è passato e questi sentimenti di fascistizzazione stanno riemergendo e stavolta nel mirino per prima cosa c’è il colore della pelle. Un’ avversione, una discriminazione che evidentemente a tanta distanza di tempo viene permessa, non suscita tanto scandalo, non muove vivaci  e doverose reazioni. Di nuovo vedo complici, aguzzini e comunque tanta gente indifferente”.

Aggiunge, a ulteriore chiarimento: “Quando nel ’38 mio padre Alberto (internato come lei ad Auschwitz e mai più tornato ndr) mentre eravamo a tavola mi disse, ‘Liliana da domani non puoi più andare a scuola’, usò questa frase ‘sei stata espulsa’. Potete immaginare quale siano i miei sentimenti quando risento la parola espulsione?”.

Con coerenza la sua prima proposta di legge ( non sottoscritta da Lega e FdI, le ricorda Fiori ma lei sorride fredda: “mi interessa soprattutto chi è con me, non chi non c’è” ) è stata l’istituzione di una “commissione parlamentare di controllo e di indirizzo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza”. Con una convinzione di fondo, netta: “Con tutto l’odio che ho visto e ho provato sulla mia carne allora e di cui rivedo segnali oggi, resto comunque contenta di essere stata una vittima e non una dei carnefice”.

L’odio, gli odiatori, i bulli, gli indifferenti: sono queste le categorie di persone su cui la Segre si sofferma, stimolata anche dalla domanda di uno studente: “Perchè oggi sembra che ci sia la necessità di odiare nuovamente?”. “Evidentemente la storia non ha insegnato abbastanza ma vedo anche che nei licei alla storia gli si dà un bel taglio, storia magistrae vitae dicevano i latini, non altrettanto gli italiani di oggi”.

E torna il parallelo tra allora e oggi. “Le compagne di classe, le bambine che da un giorno all’altro non l’hanno più vista non le hanno mai chiesto scusa. Non le odia per questo?”
la sollecita Fiori. La risposta di Segre è quasi inaspettata: “No, assolutamente, non fu colpa loro, piuttosto avrei dovuto re-incontrare i genitori delle bambine di allora alle quali obbedivano. In realtà qualcuna l’ho ritrovata una volta rientrata in Italia ma loro si limitarono a chiedermi, ‘Segre, dove sei andata a finire?” senza che io avessi la forza di rispondere e spiegare. La trovai quando avevo quasi 60 anni…
E non ho mai voluto sapere i nomi dei delatori, dei violenti, di chi ci ha tradito. Non ero fatta per vendette, ero sì una diversa”.

Durante il suo breve discorso di insediamento da senatrice a vita, nominata dal presidente Mattarella e dal premier Gentiloni, Liliana Segre aveva ricordato di essere “una delle pochissime donne italiane ancora in vita con i numeri di Auschwitz tatuati sul braccio”. I ragazzi che l’ascoltano lo sanno bene e uno di loro va diritto al punto: “Quando non ci saranno più testimoni diretti, come si potrà tenere alta la guardia, la Memoria, per contrastare razzismo e antisemitismo?”, gli chiede un liceale, e lei è netta, senza indugi: “Sei tu che lo farai, sarà compito di persone come te”.

Rapporto madre e figli: “Siamo cresciuti con insegnamenti un po’ speciali: con passaporti sempre pronti, con cassetti traboccanti di foto di scheletri; con la paura delle ciminiere e l’impossibilità di tenere lo sguardo su un treno merci; non ci permettiamo di rifiutare il cibo, neanche se scaduto o maleodorante; non riusciamo a pronunciare la parola forno nemmeno per calcolare il tempo di cottura di una torta; fare una doccia ha un che di sinistro e il suono della lingua tedesca ci fa trasalire; ci spaventa il latrato di un cane, le cancellate, il filo spinato…”. Qui parla Federica Belli, la figlia di Liliana Segre di cui  Simonetta Fiori legge un brano della sua intervista tratto dal bel libro di Fabio Isman,  “1938 Italia razzista” ma la senatrice non vuole aggiungere nulla, non ama retorica e compiacimenti.

Ha invece parole di caldo e partecipato affetto per il presidente Mattarella, incontrato venerdì alla prima della Scala: “Conosco il pubblico scaligero, sono una appassionata di opera fin dai tempi della Callas e da anni ho l’abbonamento. Sono sempre stata convinta che fosse un pubblico freddino, distaccato. E invece venerdì, quando ha visto arrivare il presidente Mattarella, uomo solo, uomo che ha sofferto, profondamente triste, che non dice parolacce, non cavalca odi e rifiuta ogni retorica, il pubblico si è sciolto in cinque minuti di fila di applausi davvero emozionanti: tutti voltati verso di lui, dichiaravano il loro amore verso un padre giusto”.

http://www.repubblica.it/dossier/cultura/piu-libri-piu-liberi-2018—robinson-e-repubblica-alla-fiera-di-roma/2018/12/09/news/liliana_segre_con-213848232/?ref=RHPPBT-BH-I0-C12-P6-S1.12-T1

Contenuti analoghi a quelli dell’articolo ricopiato da Repubblica si ritrovano anche nel sito del Corriere (ma non è scaricabile) e su Avvenire
https://www.avvenire.it/agora/pagine/la-prima-della-scala-applausi-a-mattarella

Il testo della proposta di legge della senatrice Segre, di cui ho scritto nel mio blog del 29 ottobre, si legge con il seguente link:
https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/338344.pdf

Dicembre 10, 2018Permalink

7 dicembre 2018 _ La morte della pietà e di ogni rispetto della dignità dovuto a tutti i cittadini

Scrivo senza meraviglia alcuna la notizia che segue relativa al pestaggio di una donna rom vista durante un borseggio e della violenza esercitata sulla sua piccola bambina.
Ed è una violenza imposta a tutti noi che siamo costretti ad assistere a una violenza privata là dove si sarebbe dovuto garantire la presenza della polizia (che i ‘vigilantes’ avrebbero potuto chiamare consegnando la mamma, senza separarla dalla piccola, perché venisse attuata la procedura prevista per i borseggi nel rispetto della legge).
La presenza della piccola aggrava significativamente la situazione.
Il principio del superiore interesse del minore (the best interest of the child) trova solenne proclamazione nell’art. 3 dalla Convenzione sui Diritti del fanciullo, approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 a New York (ratificata dall’Italia con Legge 27.05.1991, n. 176), che testualmente recita: “In tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente”.

Aveva dichiarato la senatrice Segre nel suo discorso di insediamento, accogliendo un appello dello storico prof. Melloni : “Mi rifiuto di pensare che oggi la nostra civiltà democratica possa essere sporcata da progetti di leggi speciali contro i popoli nomadi. Se dovesse accadere, mi opporrò con tutte le energie che mi restano”
Il testo integrale del discorso nel mio blog. http://diariealtro.it/?p=5830

Alla voce della senatrice Segre unisco quella del presidente della Repubblica che recentemente ha ricordato l’art. 10 della Costituzione di cui ricordo i primi due capoversi “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali”

L’episodio che riporterò più avanti è peggio delle leggi speciali che la senatrice ha evocato. Indica che nella nostra società è penetrata una modalità di ‘giustizia fai da te’ che possiamo paragonare a barbare modalità del ku klux klan per non parlare nella storia nostra delle reazioni di condivisa violenza e di atteggiamenti omissori seguiti alle leggi razziali del 1938, soprattutto nell’applicazione durante il periodo bellico nella Repubblica di Salò e nel Litorale Adriatico (Risiera di san Sabba).

Non posso esimermi dal ricordare un punto preciso in questo processo ripugnante presente nell’Italia democratica ma che sembra essere accettato da molti e che muove dalla legge 94 del 2009 (art. 1 comma 22 lettera g) quando fu imposto ai migranti non comunitari di presentare il permesso di soggiorno all’atto di richiesta di registrazione della nascita di un figlio in Italia.
Poiché ho lottato per anni (e non ho intenzione di smettere) contro questa infamia ricordo che uno strappo di civiltà così pesante non poteva non creare uno spazio per la penetrazione di infamie altre (di cui tutti diventiamo vittime nella umiliazione della nostra dignità) e, poiché so di non essere creduta , riporto per l’ennesima volta richiamo al testo del Terzo Rapporto Supplementare alle Nazioni Unite sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia (novembre 2017. cap.3.1):
«Rispetto … al diritto di registrazione alla nascita, si fa presente che l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello stato, avvenuta con la legge 15 luglio 2009 n.94 in combinato disposto con gli artt. 316-362 c.p., obbliga alla denuncia i pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio che vengano a conoscenza delle irregolarità di un migrante. Tale prescrizione condiziona i genitori stranieri che, trovandosi in situazione irregolare, spesso non si presentano agli uffici anagrafici, proprio per timore di essere eventualmente espulsi».
La notizia di ciò che è accaduto a Roma pochi giorni fa ci apre alla possibile (ma non inarrestabile) deriva:

Roma, linea A della metro ore 14,30: questo è successo a me (di Giorgia Rombolà)
Giorgia Rombolà è una giornalista calabrese che da tempo vive e lavora a Roma, alla Rai. Ha lavorato al TgR e adesso fa parte del gruppo di RaiNews24. In particolare, è una cronista politico-parlamentare

QUESTO È SUCCESSO A ME di Giorgia Rombolà
Questo è successo a me, e non a qualcun altro. È successo alle 14.30 su un treno della linea A della metro di Roma. Fermi a una fermata, trambusto, urla e il pianto disperato di una bimba. Una giovane, credo rom, tenta di rubare il portafoglio a qualcuno. La acciuffano e ne nasce un parapiglia, la strattonano, la bimba che tiene per mano (3/4 anni) cade sulla banchina, sbatte sul vagone. Ci sono già i vigilantes a immobilizzare la giovane (e non in modo tenero), ma a quest’uomo alto mezzo metro più di lei, robusto (la vittima del tentato furto?) non basta. Vuole punirla. La picchia violentemente, anche in testa. Cerca di strapparla ai vigilantes tirandola per i capelli. Ha la meglio. La strattona fina a sbatterla contro il muro, due, tre, quattro volte. La bimba piange, lui la scaraventa a terra. Io urlo dal vagone: “Non puoi picchiarla, non puoi picchiarla”. Ma non si ferma.
Io urlo ancora più forte, sembro una pazza. Esco dal vagone, mi avvicino e cerco di fermarlo. Solo ora penso che con quella rabbia mi avrebbe potuto ammazzare, colpendomi con un pugno. “Basta, basta”, urlo. I vigilantes riescono a portare via la ragazza. Lui se ne va urlando, io risalgo sul treno. E lì vengo circondata. Un tizio che mi insulta dandomi anche della puttana dice che l’uomo ha fatto bene, che così quella stronza impara. Due donne (tra cui una straniera) dicono che così bisogna fare, che evidentemente a me non hanno mai rubato nulla. Argomento che c’erano già i vigilantes, che non sono per l’impunità, ma per il rispetto, soprattutto davanti a una bambina.
Dicono che chissenefrega della bambina, tanto rubano anche loro, anzi ai piccoli menargli e ai grandi bruciarli. Un ragazzetto dice se c’ero io quante mazzate. Dicono così. Io litigo, ma sono circondata. Mi urlano anche dai vagoni vicini. E mi chiamano comunista di merda, radical chic, perché non vai a guadagnarti i soldi buonista del cazzo. Intorno a me, nessuno che difenda non dico me, ma i miei argomenti. Mi guardo intorno, alla ricerca di uno sguardo che seppur in silenzio mi mostri vicinanza. Niente. Chi non mi insulta, appare divertito dal fuori programma o ha lo sguardo a terra. Mi hanno lasciato il posto, mi siedo impietrita. C’è un tizio che continua a insultarmi. Dice che è fiero di essere volgare. E dice che forse ci rivedremo, chissà, magari scendiamo alla stessa fermata. Cammino verso casa, mi accorgo di avere paura, mi guardo le spalle. E scoppio a piangere. Perché finora questa ferocia l’avevo letta, questa Italia l’avevo raccontata. E questo, invece, è successo a me.

Roma, linea A della metro ore 14,30: questo è successo a me (di Giorgia Rombolà)

https://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/rom-picchiata-in-metro-dopo-tentato-furto-insultata-la-giornalista-intervenuta-in-sua-difesa_3179157-201802a.shtml

https://roma.repubblica.it/cronaca/2018/12/06/news/roma_quel_razzismo_che_viaggia_anche_in_metro-213541724/?ref=RHPPBT-BH-I0-C4-P4-S1.4-T1

http://www.ilgiornale.it/news/roma/passeggero-metro-pesta-ladra-rom-presa-i-capelli-e-sbattuta-1612239.html

Anche il Corriere della sera ne scrive in più di un articolo (compreso il caffè di Gramellini) ma i file che avevo trovato non consentono l’intera lettura degli articoli

 

Dicembre 7, 2018Permalink

1 dicembre 2018 – Calendario di dicembre

1 dicembre 1955 – Rosa Parks si rifiuta di cedere a un bianco il suo posto in
…………………………. autobus. Alabama (Montgomery Bus Boycott)
.1 dicembre 2000 – Il giudice Guzman dispone il processo contro Pinochet in Cile
.1 dicembre 2013 – Rogo fabbrica cinese a Prato ..2 dicembre 2002 – Morte di Ivan Illich
.2 dicembre 2015 – Strage a San Bernardino – California
.2 dicembre 2018 – Hanukkah 2018 – inizio
.3 dicembre 1984 – India, disastro di Bhopal. Muoiono più di 3800 persone
.3 dicembre 1967 – Primo trapianto di cuore in Sud Africa
.4 dicembre 1975 – Muore Hanna Arendt
.4 dicembre 1999 – Muore Nilde Jotti
.4 dicembre 2016 – Referendum confermativo modifica Costituzione – Fallito
.5 dicembre 1349 – Norimberga – strage di ebrei accusati di essere responsabili
………………………………………..della peste del 1348.
.5 dicembre 2000 – Italia: ergastolo per due generali della dittatura argentina
.5 dicembre 2013..- Muore Nelson Mandela
.6 dicembre 1975 – Roma: prima manifestazione del movimento femminista
.6 dicembre 1990 – Casalecchio di Reno. Strage liceo Salvemini
.7 dicembre 1970 – Colpo di stato Borghese
.8 dicembre 1978 – Viene fermato il golpe di Junio Valerio Borghese
.8 dicembre 1965 – Chiusura del Concilio Vaticano II
.9 dicembre 1987 – Israele: inizio della prima Intifada
10 dicembre 1948 – Firma della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo (nota)
10 dicembre 2018 – Hanukkah 2018 _ fine
11 dicembre 1997 – L’Unione europea firma il protocollo di Kyoto
11 dicembre 2016 – Morte di Paolo De Benedetti
11 dicembre 2018 –  Strage al mercatino di Natale di Salisburgo
12 dicembre 570 (?)– Nascita del profeta Muhammad (Mawlid al-Nabi)
…………………………. La data è spostata da alcuni storici anche fino al 580
12 dicembre 1969 – Milano: strage alla Banca dell’agricoltura di piazza Fontana
12 dicembre 2017 – Primo giorno di Hanukkah (Chanukach)
13 dicembre 1294 – Celestino V rinuncia al papato
14 dicembre 1995 – Bosnia: firma degli accordi di Dayton
15 dicembre 1969 – Morte Giuseppe Pinelli
15 dicembre 1972 – Approvazione della legge 772 sull’obiezione di coscienza
15 dicembre 2018 –  Morte di Antonio Megalizzi
17 dicembre 2014 – USA e Cuba annunciano relazioni diplomatiche
18 dicembre 1994 – Si dimette Silvio Berlusconi (primo governo)
19 dicembre 2001 – In Argentina inizia il carcerolazo contro il governo
19 dicembre 2016 – Berlino: strage al mercatino di Natale (probabile origine
……………………………… terroristica)
20 dicembre 2008 – Morte di Piergiorgio Welby
22 dicembre 1988 – Brasile: uccisione di ‘Chico’ Mendes
22 dicembre 2017 – Viene approvata la legge n. 219 “Norme in materia di
………………………consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”.
23 dicembre 1899 – Nascita di Aldo Capitini
23 dicembre 2016 – ONU – approvata risoluzione sulla illegalità delle colonie nei
………………………………. Territori
23 dicembre 2017 – Il senato non vota lo ius soli con la collaborazione di Pd e
5stelle opportunisticamente silenti
24 dicembre 1979 – Le truppe sovietiche invadono l’Afghanistan
25 dicembre 1989 – Romania: viene giustiziato Nicolae Ceausescu
26 dicembre 1965 – Rapimento di Franca Viola
26 dicembre 1991 – Si dissolve ufficialmente l’Unione Sovietica
26 dicembre 1996 – Affonda un battello di migranti a Portopalo – 283 morti
27 dicembre 2007 – Uccisione di Benazir Bhutto
27 dicembre 2016 – Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approva la risoluzione
…………………………………2334 relativa agli insediamenti.
28 dicembre 2018 _  Morte di Amos Oz
29 dicembre 1908 – Terremoto di Messina
29 dicembre 1890 – USA. Il 7° cavalleggeri stermina gli ultimi Lakota Sioux
30 dicembre 2006 – Impiccagione di Saddam Hussein
31 dicembre 1991 – Si dissolve ufficialmente l’URSS

NOTA
La Giornata mondiale dei diritti umani è una celebrazione sovranazionale che si tiene in tutto il mondo il 10 dicembre di tutti gli anni. La data è stata scelta per ricordare la proclamazione da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite della Dichiarazione universale dei diritti umani, il 10 dicembre 1948.

Dicembre 1, 2018Permalink