30 novembre 2018 – La storia di Fara, eritrea, mamma di un fagottino

La solidarietà batte il razzismo: siamo tutti con Fara di Alessandro Puglia

Ondata di solidarietà nei confronti della ragazza eritrea diciannovenne sbarcata nella notte tra sabato e domenica a Pozzallo e aggredita verbalmente da alcune mamme italiane in ospedale mentre andava a trovare la figlia di soli 15 giorni, partorita in un centro di detenzione in Libia.
Il sindaco e l’ex direttrice dell’hotspot di Pozzallo le hanno fatto visita, portando un’orchidea alla madre e giocattoli per la neonata. E sul Web tra donazioni di ovetti e passeggini c’è chi le vorrebbe adottare

A quelle mamme che nel reparto di neonatologia dell’ospedale Maria Paternò Arezzo di Ragusa le hanno urlato frasi del tipo: “vattene via”, “porti malattie”, “tua figlia ha un virus è inaccettabile che stia qui”, verrebbe da dire guarda con chi te la stai prendendo. Perché la giovane A., nota come Fara, giovane eritrea di soli 19 anni sbarcata sabato scorso a Pozzallo, quel “fagottino gracile” di soli 15 giorni l’ha partorito non in una clinica o in un letto di ospedale, ma in una prigione in Libia, senza medici o infermieri, e con altre donne che quel parto non sono riuscite a portarlo a termine. La piccola M. non è stata infatti la sola neonata nello sbarco dei 263, in gran parte eritrei, di sabato scorso. C’era anche un’altra neonata, orfana, arrivata con lo zio o un cugino perché la madre pare proprio che sia morta proprio nello stesso lager libico dove ha partorito Fara.
Basterebbe soltanto il racconto di questa nascita difficile alla giovane eritrea per meritarsi una carezza o una parola di conforto dalle altre mamme italiane che invece l’hanno aggredita, allontanata, spaventata tanto da aver reso necessario l’intervento dei carabinieri per placare gli animi. «Quando abbiamo soccorso la piccola abbiamo notato delle crosticine di sangue e che la neonata non era ancora stata lavata. Abbiamo chiesto alla madre da quanto tempo avesse partorito e lei in inglese ha risposto “15 days”, 15 giorni, e così abbiamo capito che la bimba era nata pochi giorni prima della partenza in Libia», racconta Angelo Gugliotta, responsabile della Misericordia di Modica. Prima dell’episodio di razzismo l’associazione di volontariato cattolica tramite la sua pagina Facebook aveva lanciato una gara di solidarietà nei confronti del “fagottino” appena sbarcato, come ama ripetere Gugliotta.

Nota inutile di Augusta – I paradossi
Se il” fagottino”, figlia di Fara, fosse nato da una mamma, irregolarmente presente in Italia (per esempio una badante che avesse perso il lavoro e conseguentemente il permesso di soggiorno per la morte della persona italiana assistita), e avesse poi concepito la sua piccola e l’avesse partorita in Italia, la piccola potrebbe essere nata in un comune dove si applichi – con eroico rigore – la legge che a questa tipologia di piccoli invasori nega il certificato di nascita.
Oppure potrebbe esser stata indotta a non presentarsi allo sportello dell’ufficio anagrafe dello stesso comune perché, come ci spiega il 3° Rapporto Supplementare alle Nazioni Unite sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia, anno 2016-2017 “il timore dei genitori privi di permesso di soggiorno di essere identificati come irregolari può spingere i nuclei familiari ove siano presenti donne in gravidanza sprovviste di permesso di soggiorno a non rivolgersi a strutture pubbliche per il parto, con la conseguente mancata iscrizione al registro anagrafico comunale del neonato, in violazione del diritto all’identità (art. 7 CRC), nonché dell’art. 9 CRC contro gli allontanamenti arbitrari dei figli dai propri genitori.”.

Ieri nel mio blog c’era un ottimo articolo del giornalista Fabio Folisi  (Il Friuli  e Paper) che consente di collocare questo testo in un razionale – quanto istituzionalmente ignorato – quadro di riferimento http://diariealtro.it/?p=6250

La storia di Fara, mamma di un “fagottino”

http://www.vita.it/it/article/2018/11/29/la-solidarieta-batte-il-razzismo-siamo-tutti-con-fara/149948/

https://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/norazzismo/notizie_1543555305.htm

Per sapere cos’è la “misericordia” di Modica: http://www.misericordiamodica.it/

Novembre 30, 2018Permalink

29 novembre 2018 – …eppur ci sono!

Friuli Sera e Paper

Ufficialmente mai nati. Il diritto negato ai bimbi partoriti in Italia da genitori senza permesso di soggiorno
DI FABIO FOLISI · 29 NOVEMBRE 2018

Le nefandezze del nuovo “decreto sicurezza” in tema di migranti si sommano ad alcune “chicche” già presenti nella legislazione italiana e che, anche se da quando furono emanate sono passati quasi due lustri, hanno superato indenni svariati governi. Governi, intendiamoci, non solo di destra come l’odierno, ma anche di centro-sinistra, rei non solo di non aver messo mano alla “Bossi-Fini” madre di molti problemi, ma anche di non aver sanato una questione forse piccola nella considerazione della politica, ma enorme per chi la vive da invisibile e senza voce. Ma spieghiamo meglio, erano i tempi del IV governo Berlusconi (7 maggio 2008 al 16 novembre 201) e l’on. Roberto Maroni era Ministro degli Interni, predecessore nella funzione ministeriale di Matteo Salvini, ma come è noto della stessa “pasta” politica. Fu Maroni infatti a far approvare con voto di fiducia, la storia curiosamente si ripete, il cosiddetto pacchetto sicurezza di allora che, fra le altre cose, stabiliva doversi presentare per gli stranieri non comunitari il permesso di soggiorno per ottenere la registrazione della dichiarazione di nascita di un partorito in Italia (lettera G del comma 22 art. 1 della legge 94/2009). Questo per tutti questi anni ha significato un caos dato che, in assenza di registrazione perché magari i genitori non erano ancora in possesso del permesso, il nuovo nato nonostante il primo respiro fosse italiaco, non solo non meritava neppure la classificazione di “clandestino” ma addirittura era un invisibile. A scanso di equivoci tutto questo non c’entra nulla con lo jus soli che indica l’acquisizione della cittadinanza di un dato paese come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori, parliamo solo di certificare la nascita. Non farlo vuol dire che per lo stato italiano, ma anche per il resto del mondo, semplicemente la persona non esiste. Privo del certificato di nascita, suo diritto personale, che ne garantisce l’identità, l’appartenenza familiare, la cittadinanza (non necessariamente quella italiana ma quella dei suoi genitori) il piccolo diventa insomma un paradosso burocratico, un abominio legale. Fra l’altro il problema si ripercuote sul neonato anche al suo eventuale rientro nel paese di origine perché, di fatto, risulta “non nato”. Insomma dal 2009 una legge dello stato italiano ha aperto le ostilità contro i neonati, altro che “prima gli italiani”, qui si vuole addirittura negare l’esistenza di persone, che se pur piccole ed indifese, dovrebbero possedere tutti i diritti garantiti almeno dalla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e scusate se è poco.
E’ una condanna, comminata a bambini che provoca a catena la negazione di diritti basilari come la salute, l’istruzione e la stessa esistenza, anche se parliamo per fortuna solo di esistenza giuridica. Andando indietro nella storia, passando per l’annullamento dell’individuo praticato nei campi di sterminio nazisti, troviamo altri esempi di inesistenza di registrazione anagrafica solo come caratteristica degli schiavi di un tempo, sia negli USA che in Europa, tanto che per alcuni soggetti, magari poi liberati, non è nota la data di nascita ma solo quella di morte.
Ma in questi 10 anni cosa è effettivamente accaduto? Forse rendendosi conto dell’abominio della norma e dei combinati disposti multipli che si producevano con l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello stato (sempre nella legge 15 luglio 2009 n.94) che obbliga alla denuncia i pubblici ufficiali o che vengano a conoscenza delle irregolarità di un migrante, si materializza una circolare dello stesso Ministero degli interni, Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali. Si tratta della circolare n.19 del 7 agosto 2009 che cercò di mettere una pezza, non al problema in se, ma alla contraddizione e ai rischi per i funzionari dei Comuni. Recita infatti la circolare: « Per lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – dello stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto».
Problema risolto? Ma manco per niente, visto che la circolare ministeriale è un provvedimento di natura amministrativa e potrebbe essere disapplicata dagli Uffici di Stato Civile dei Comuni che vedono comunque dei rischi, se non altro perché il contenuto della circolare di fatto è modificativo della norma di legge e soprattutto del suo spirito vessatorio. Fra l’altro la circolare, anche quando conosciuta, non rassicura i genitori stranieri che, trovandosi loro malgrado e da oggi per volontà politica in situazione largamente più irregolare, manco si presentavano e presenteranno agli uffici anagrafici. Il timore è ovvio, quello di essere fermati, internati e forse espulsi. Fra l’altro il “vezzo” ministeriale di scaricare le responsabilità di tutti i problemi sui Comuni, che addirittura viene propagandata come una scelta di democrazia diffusa, in realtà nasconde proprio la volontà di non far funzionare le cose perché saranno molto pochi, sia i politici locali, che gli apparati burocratici che si prenderanno una qualsivoglia responsabilità. Insomma siamo all’uso pianificato della burocrazia come strumento di vessazione razziale. Ed allora non ci rimane che citare la Costituzione, la legge delle leggi, quella alla quale ogni provvedimento politico e giuridico dovrebbe far riferimento ed attenersi. Ma è evidente che a determinate parti politiche, e non solo di destra, quella “Carta” va stretta e non riuscendo a cambiarla fanno spallucce e la ignorano. Non fosse così anche il nuovo decreto sicurezza di Salvini, come quello del suo predecessore Maroni, non avrebbero dovuto, quelli sì, avere un certificato di nascita. Dice infatti l’art. 3 della Carta Costituzionale: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso , di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana …» e badate bene si parla di “cittadini” non di “italiani”.

Ufficialmente mai nati. Il diritto negato ai bimbi partoriti in Italia da genitori senza permesso di soggiorno

https://friulisera.it/ufficialmente-mai-nati-il-diritto-negato-ai-bimbi-partoriti-in-italia-da-genitori-senza-permesso-di-soggiorno/?fbclid=IwAR0cjQEE31CSpQHkHXrrqA0-ZsZInKFgr7uL-2wJ-Bk18fVneIdIVfElUOE

 

Novembre 29, 2018Permalink

25 novembre 2018 – Uno spray anti neonati? Attenzione: sono pericolosi.

Per chi avrà la pazienza di leggere trascrivo due mie annotazione suggerite dalla
giornata della violenza contro le donne.
1. Silenzio su alcune donne minacciate ma di cui non si deve parlare e di cui invece parlo.
2. Una pregevole interrogazione dell’on Giuditta Pini con una mia annotazione finale.

1

Ancora una volta la giornalista che conduceva Prima Pagina (questa volta era de Il Manifesto ma, se fosse stata de Il Giornale o simili, sarebbe stato lo stesso) non mi ha passato al colloquio, anzi non ha letto il messaggio che avevo inviato pur citandolo con nome e cognome ma ben guardandosi dall’accennarne al contenuto: dei nati in Italia che la legge vuole senza nome perché figli di migranti non comunitari senza permesso di soggiorno non si deve parlare.
Sono la minaccia che prova a insinuarsi nel nostro territorio attraverso la nascita. Di loro non si deve parlare anzi non devono esistere. Se ne era accorto il ministro Maroni, predecessore dell’attuale a lui consono nel ruolo e nell’ideologia.
Le convenzioni internazionali, che dovremmo rispettare – Costituzione art. 10 – ratificate in legge (176/1991, tanto per citare) dicono il contrario.

Non ha importanza
La prassi ormai decennale (dalla approvazione del cd ‘pacchetto sicurezza’ – L. 94/2009) ha promosso il consenso del silenzio che, praticato fermamente e quasi totalmente, assicura che così si può fare e si fa. Una occulta conventio ad excludendum vuole così e zitti tutti, zitte tutte.
Le persone perbene tacciono. Ma io non sono perbene e trascrivo quanto avevo scritto e che la professionista di turno a Prima Pagina oggi ha taciuto.

La violenza del silenzio coatto.
Dal 2009 il ‘pacchetto sicurezza’ (legge 94) impone la presentazione del permesso di soggiorno per registrare la dichiarazione di nascita di un figlio.
I non comunitari che non ne dispongono per evitare il rischio dell’espulsione possono non provvedere e il nuovo nato in Italia resta senza certificato di nascita su cui sarebbero scritti, insieme al suo nome, quelli dei genitori.
Oggi vorrei si ricordassero le mamme che non possono dire “questo è mio figlio”. Anche questa è violenza (legale) alle donne (e all’uomo se c’è un papà)”.

2
La deputata Giuditta Pini ha rivolto un’interrogazione al ministro Salvini del che la ringrazio.

Ricopio per intero il testo dal sito ufficiale della on. Pini
Atto Camera
Interrogazione a risposta orale 3-00339
presentato da PINI Giuditta
testo di Mercoledì 21 novembre 2018, seduta n. 88

PINI. — Al Ministro dell’interno. — Per sapere – premesso che:
il 19 novembre 2018 alle 09,47 il Ministro interrogato, sulle proprie pagine ufficiali di Facebook e Twitter ha postato una foto di tre ragazze con la didascalia «Poverette, e ridono pure…»; le ragazze nella foto sulla pagina pubblica di Facebook del Ministro interrogato sono ritratte senza nessun tipo di forma grafica che ne tuteli la privacy, e sono delle studentesse minorenni; la foto sulla pagina pubblica di Facebook del Ministro interrogato è stata oggetto di numerosi commenti, oltre 12 mila;

nei commenti le tre ragazze sono state bersagliate da minacce e innumerevoli insulti, anche e direttamente nella pagina ufficiale del Ministro dell’interno, senza che questi fossero cancellati o moderati; secondo gli ultimi dati dell’Istat il 31,5 per cento delle 16-70enni (6 milioni e 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Ha subìto minacce il 12,3 per cento delle donne;

sul sito del Ministero dell’interno nella sezione «Violenza di genere» è riportata la dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne che è stata adottata da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la risoluzione 48/104 del 20 dicembre 1993. Si legge: «È violenza contro le donne ogni atto di violenza fondata sul genere che provochi un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà. Così recita l’articolo 1 della dichiarazione Onu sull’eliminazione della violenza contro le donne»; il 25 novembre cade la Giornata internazionale per eliminazione violenza contro donne proclamata dalle Nazioni Unite. L’Onu promuove iniziative e convegni dedicati alle donne che hanno subìto o subiscono ancora una violenza fisica o psicologica;

la prima sezione penale della Corte di cassazione con la sentenza n. 42727, pubblicata il 23 ottobre 2015 stabilisce, tra l’altro, che «Facebook è una gigantesca piazza immateriale con oltre cento milioni di utenti nel mondo, che comunicano in settanta lingue diverse: la community internet, dunque, ben può rientrare nella nozione di “luogo pubblico” ex articolo 660 Cp»;

la quinta sezione della Corte di cassazione con la sentenza n. 4873 del 1° febbraio 2017 ha stabilito che la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca «Facebook» integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’articolo 595, comma 3, codice penale, poiché questa modalità di comunicazione di un contenuto informativo suscettibile di arrecare discredito alla reputazione altrui, ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone; attraverso tale piattaforma virtuale, invero, gruppi di soggetti valorizzano il profilo del rapporto interpersonale allargato ad un numero indeterminato di aderenti al fine di una costante socializzazione;
tra i compiti del Ministero dell’interno c’è la sicurezza del cittadino, la tutela dell’incolumità e delle libertà individuali garantite dalla Costituzione;
l’11 ottobre 2018 Luca Morisi, responsabile social network del Ministro interrogato ha dichiarato che esiste un solo spin doctor di Salvini ed è Salvini stesso –:

se il Ministro interrogato abbia pubblicato direttamente la foto delle tre ragazze minorenni;
per quale motivo non abbia operato per cancellare e limitare le minacce e gli insulti nei confronti delle tre minorenni;

se non ritenga opportuno, per quanto tardivo, adottare iniziative per rimuovere gli insulti e le minacce alle ragazze dalla sua pagina;

se non ritenga, come Ministro dell’interno, di dover adottare iniziative per tutelare l’incolumità delle tre ragazze minorenni nelle forme e nelle modalità previste dalla legge.
(3-00339)

Da parte mia ricordo che il superiore interesse del minore (best interests of the child nelle norme internazionali che l’Italia ha ratificato) rappresenta il principio informatore di tutta la normativa a tutela del minore.
Quindi ogni pronuncia giurisdizionale deve essere finalizzata a promuovere il benessere psicofisico del minore e a privilegiare l’assetto di interessi più favorevole a una sua crescita e maturazione equilibrata e sana.
A me il cartello esibito dalle ragazze non piace. Il testo è violento.
Ma la scelta fatta dal Ministro – che quando parla non può permettersi di sfuggire al suo ruolo – di esporre tre ragazzine alla gogna mediatica, gli assicura un protagonismo inaccettabile, l’opzione di un metodo che, a mio parere, appartiene a una mancanza di discernimento che gli sarebbe imposta dal ruolo e dall’età
Mi sembra il caso di citare il filosofo Kant, presenza forte in quell’Europa di cui c’è chi ostenta la scelta di non sapere nulla,
agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo”.

Novembre 25, 2018Permalink

23 novembre 2018 – Educazione civica o galateo?

I rottamati, categoria da non trascurare.

Da una vecchia ex insegnante che sa, se mai qualcuno volesse perdere tempo ad accorgersi della sua esistenza, di essere collocabile fra i rottamati (neologismo di cui ricordo bene l’origine che gli dà sapore, consistenza e consente orgogliosa collocazione nella categoria che qualcuno vorrebbe beffare).
Perciò mi do voce come rottame responsabile perché qualche competenza mantengo in fatto di educazione civica, materia di cui mi sono occupata per vent’anni nel mio dovere di insegnante di storia e filosofia.
Ora mi limito ad alcune considerazioni sulla proposta di legge a iniziativa popolare formalizzata lo scorso mese di giugno per poter essere presentata al Parlamento.
Ricopio il punto di partenza ufficiale dell’itinerario per consentirne la verifica anche a chi mi voglia leggere:

Annuncio di una proposta di legge di iniziativa popolare (18A04292)
(GU Serie Generale n.137 del 15-06-2018)

Ai sensi degli articoli 7 e 48 della legge 25 maggio 1970, n.352, si annuncia che la cancelleria della Corte suprema di cassazione, in data 14 giugno 2018, ha raccolto a verbale e dato atto della dichiarazione resa da sedici cittadini italiani, muniti di certificati comprovanti la loro iscrizione nelle liste elettorali, di voler promuovere, ai sensi dell’art. 71 della Costituzione, una proposta di legge di iniziativa popolare dal titolo:
«Insegnamento di educazione alla cittadinanza come materia autonoma con voto, nei curricula scolastici di ogni ordine e grado.».
Dichiarano, altresì, di eleggere domicilio presso la sede dell’ANCI in via dei Prefetti, 46 – 00186 Roma – indirizzo e-mail: gastaldi@anci.it

Sebbene io sia una lettrice piuttosto attenta di quotidiani e ascoltatrice selettiva della radio non ne avevo mai sentito parlare finché il sindaco di Firenze non l’ha rilanciata pochi giorni fa durante un importante convegno a Palazzo Vecchio: “1938-2018, ottant’anni dalla promulgazione delle leggi razziali”, organizzato dalla Fratellanza militare, dal Sindacato degli avvocati di Firenze e dall’Associazione avvocati matrimonialisti italiani con il patrocinio del Comune e della Regione Toscana.
Scopro così che la proposta, nata dall’iniziativa dell’ANCI, è ora offerta alle firme (ne occorrono 50.000) nei modi e luoghi che saranno (o sono già stati?) identificati per poter aprire l’iter che – se praticato – la porterebbe al dibattito in Parlamento, dibattito che, se positivamente concluso, ne farebbe legge.
Mi sembra che al momento i promotori abbiano scelto di onorarla con firme illustri.
In calce come mio solito metterò i link che consentiranno autonomia di informazione.

Dichiaro però da subito che chiunque mi suggerisca la firma io quel testo non lo firmerò mai.

Ci sarebbe moltissimo da dire. Mi limito a qualche considerazione ricordando che sul tema della cittadinanza (e molti altri essenziali) la formazione dei giovani a scuola ha già ricevuto mutilazioni significative: eliminata l’educazione civica come disciplina autonoma (che era però opportunamente connessa alla storia, attraverso la figura dell’unico insegnante) è stata esclusa dalla prima prova degli esami di maturità la traccia del tema di storia.

Dice l’art. 2 della proposta

“Il monte ore necessario (non inferiore alle 33 ore annuali) ove non si preveda una modifica dei quadri orari che aggiunga l’ora di educazione alla cittadinanza, dovrà essere ricavato rimodulando gli orari delle discipline storico-filosofico-giuridiche”.

Nell’art. 3 si precisa:

Gli obbiettivi specifici di apprendimento dovranno necessariamente comprendere nel corso degli anni: lo studio della Costituzione, elementi di educazione civica, lo studio delle istituzioni dello Stato italiano e dell’Unione Europea, diritti umani, educazione digitale, educazione ambientale, elementi fondamentali di diritto e di diritto del lavoro, educazione alla legalità, oltre ai fondamentali principi e valori della società democratica, come i diritti e i doveri, la libertà e i suoi limiti, il senso civico, la giustizia.
Certamente il trasferimento del carico di argomenti elencati dalle materie ancora curriculari all’ora in più che si gioverà di insegnante ad hoc lascia un po’ sbalorditi, ma i proponenti si fanno garanti del contenimento dei costi a carico dello stato.

Riporto il testo dell’art. 6 che io capisco così: Gli insegnati curriculari saranno pagati meno per garantire la paga dei sopravvenuti per l’ora cara all’ANCI. Preciso: meno complessivamente non con tagli sullo stipendio dei singoli in attività di servizio.
Forse ho sbagliato e qualcuno mi illuminerà.

Ove si opti per l’individuazione dell’ora di educazione alla cittadinanza nell’ambito degli orari di italiano, storia, filosofia, diritto, dall’attuazione della presente legge non deriveranno nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica e le amministrazioni coinvolte svolgeranno le attività previste con le risorse umane finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente.

Gli insegnati cui si farà carico dell’ora in più come saranno scelti?
Sempre nel progetto compare una linea di affidamento del tutto alla funzione amministrativa, dal MIUR ai comuni.
Persino ovvio il ricordo del MinCulPop. Vorrei ridere ma non mi riesce. Ma come vecchia rottamata posso dire quello che voglio.

Link per verifica del testo
1. Testo proposta di legge a iniziativa popolare con relazione:
http://www.anci.it/Contenuti/Allegati/proposta%20di%20legge_ok1.pdf

2. Testo proposta di legge a iniziativa popolare con relazione e icona ANCI nell’intestazione:
http://www.provincia.fermo.it//public//2018/10/10/proposta-legge-iniziativa-popolare.pdf

Novembre 23, 2018Permalink

18 novembre 2018 Moni Ovadia incontra Liliana Segre

 L’indecenza della moderazione  (parola il cui significato appartiene a una specie di neolingua vile)

Vorrei che questa intervista, la più straordinaria fra quelle di Liliana Segre che ho ascoltato e che continuerò ad ascoltare per quanto facciano male, arrivasse anche a chi ha deciso che, per avere consenso politico, si debba essere moderati.
Moderati una parola che da neutra per me è diventata indecente.
Moderati è la progettualità del non vedere, del non sentire per sostenere la scelta di vivere nel tepore dell’ignoranza millantata per semplicità, ostentata come diritto di parlare senza essere infastiditi dal proporsi di una conoscenza critica.
E’ un atteggiamento antico che potrebbe entrare anche nelle parole da dirsi in chiesa – un luogo che fra poco più di un mese sarà affollato perché così è il Natale della tradizione – quando non si volesse affogare tutto nella melensaggine dei buoni sentimenti: “Non sanno nulla, non capiscono nulla; hanno impiastrato loro gli occhi perché non vedano, e il cuore perché non comprendano”. (Is 44, 18)

Dalle leggi razziali al lager
Un elemento fondamentale che Moni Ovadia riesce a far dire a Liliana Segre è la continuità dalle leggi razziali – l’inizio necessario – alla deportazione.
Io non so quale sarà il punto d’arrivo dell’inizio che sto osservando: frammenti di razzismo declinato attraverso episodi che però convergono in norme fino alla legge, che valuto un banco di prova della praticabilità di ogni orrore. Quando ci sono adulti, tranquilli nelle loro case (come ci aveva ricordato Primo Levi) che si uniscono per dire a un neonato “Tu non esisti”, tu non esisti perché ai tuoi genitori manca un pezzo di carta che si chiama permesso di soggiorno, allora tutto è possibile.
E non dimentico che quella legge, voluta nel 2009 dall’allora ministro Maroni, ha resistito per tutto il tempo dei governi Berlusconi quarto, che ne ha promosso l’approvazione, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni oggi patrimonio del governo Conte (legge 94/2009 art. 1, comma 22, lettera g).
In un primo tempo fu ignorata, poi ha aperto le porte alla costruzione di un lungo sentiero che porterà a qualche cosa che non so pensare ma a qualche cosa di definitivamente orribile.
Sarà il male – quale che sia il modo della sua espressione – come collante di una società che sopravvive unita dall’odio, dalla malvagità che si fa sempre più operativa.
Chi ascolti quella intervista penso avrà un brivido di fronte al ricordo preciso della senatrice Segre delle camice nere che aiutavano le camice brune a spingere i prigionieri dentro i carri bestiame che li avrebbero portati ad Auschwitz.

I leader e gli schiavi, due facce della stessa medaglia
La camicia può cambiare colore certo, se quella nera non risulta più utile al lavoro in corso o il tessuto nero non si vende più, la meta può essere altro da un campo di concentramento. Quel che è certo che il sentiero è in costruzione e chi vi lavora deve essere così schiavo della paura indotta dall’affidarsi fiducioso a un leader.
Con abile prudenza (ed è un elemento che in altre interviste Segre ben sottolinea) l’insegnamento della storia viene annullato, scompare per aiutare la costruzione di un presente senza confronti che si rinnova ogni giorno sui resti di chi si è voluto non ci sia più.

https://www.youtube.com/watch?v=VmbtjQZQ1aE

Novembre 18, 2018Permalink

17 novembre 2018 Un episodio che leggo su facebook mi spinge a riprendere parola

Leggo su facebook che cinque anni fa l’avv. A. K. durante un processo fu appellato da un collega come ‘ebreo querelante’. Dopo cinque anni il Tribunale ha deciso che il comportamento di quel collega fu lecito.
Al di là del caso, la cui notizia circola su facebook, ripresa da molti e anche da me come segno di solidarietà, ciò che mi preoccupa – oltre il fatto specifico -è il clima in cui quella sentenza è caduta.
L’uso della parola ‘ebreo’ per rivolgersi a una persona ha suscitato comprensibile fastidio semplicemente per il fatto di essere usata in un modo che mi sembra di capire arrogante e percepito come carico di intenti denigratori.
Era necessaria? nessuno che mi saluti si sognerebbe di dirmi ‘buon giorno signora bianca’ o ‘buongiorno signora italiana’.
Perché quella parola è stata usata? In quale clima è caduta?

Il richiamo a un’origine con particolari caratteri culturali o somatici che la distinguano sta assumendo caratteristiche denigratorie e pericolose. E io ho paura.
I negozi spesso mettono cartelli del tipo: prodotti provenienti dall’Italia, alimenti esenti da glutine, tessuti di prodotti naturali o che so io per indicare la positività di quei prodotti, suggerendo nel contempo che altri prodotti, privi di quelle caratteristiche, abbiano un sentore di negatività.
Immaginiamo il trasferimento di quelle cose alle persone.

Durante il fascismo i negozi esponevano cartelli che ne indicavano la non appartenenza ebraica o il divieto di     ingresso ad ebrei.
Al tempo dell’aggressione alla Libia (1911) il ‘mite’ poeta Pascoli pronunciò il famoso discorso “la Grande Proletaria si è mossa”. Nazionalista e interventista affermava che l’espansione coloniale costituiva per l’Italia l’opportunità di mostrare alle altre nazioni il proprio valore e la capacità di saper proteggere i propri figli non più costretti a una emigrazione necessaria per salvarli dalla fame ma, essendosi mossa la grande proletaria «ha trovato luogo per loro: una vasta regione bagnata dal nostro mare, verso la quale guardano, come sentinelle avanzate, piccole isole nostre; verso la quale si protende impaziente la nostra isola grande; una vasta regione che già per opera dei nostri progenitori fu abbondevole d’acque e di messi, e verdeggiante d’alberi e giardini; e ora, da un pezzo, per l’inerzia di popolazioni nomadi e neghittose, è per gran parte un deserto».
Dall’Italia alla Libia … e se invertissimo la direzione del movimento?
E, a proposito di guerre coloniali, arriviamo alla aggressione all’Etiopia (1935) di cui solo molto tardi furono rivelati gli orrori a un’Italia distratta.
Credo che sarebbe opportuno fare attenzione a quanto fu fatto per trasformare la guerra coloniale in un fatto positivo, quasi privo di violenza. Un esempio interessante: la canzone (ancora ben nota) “faccetta nera”.
Ho recuperato l’immagine di una cartolina che veniva inviata dai ‘conquistatori’ alle famiglie a casa. Ho scoperto che queste cartoline sono ancora in vendita come oggetti da collezione. Solo per il pregevole disegno o il messaggio che contengono o anche per altro?
Non mancò la propaganda riservata ai bambini, moderata da indicazioni benefiche, dove la beneficenza indica un rapporto univoco dall’alto in basso, estraneo alla possibilità di costruire rapporti umanamente reciproci.
Mi accorgo che ho usato il termine ‘moderare’ che spesso mi viene indicato per stimolare un mio miglior comportamento almeno verbale da chi ritiene sia bene non disturbare chi condivide la cultura diffusa dalla Lega, direttamente o tramite adepti variamente distribuiti. E quando me lo dicono spunta la parola ‘consenso’ da assicurarsi non irritando. Però mi irrito io e continuo.
Mi spiace ma l’idea che ognuno stia al suo posto, cacciato se invade quello altrui o, se il consenso tanto suggerisce, tollerato con la concessione di una carezza – o da una insolita pratica di benvenuto – non mi va.
C’è un posto, tranquilli italici benpensanti, che nella nostra confortante inciviltà resta sempre ben fermo:  c’è chi deve nascere fantasma a norma di legge e le cui mamme e papà non potranno mai dirsi tali. Nel linguaggio della legalità non esistono, possono rifugiarsi nei buoni sentimenti molto nascosti perché quel bambino nato in Italia ma figlio di migranti irregolari, se esibito potrebbe condannarli all’espulsione .
Chiedo: quel bambino legalmente ignoto potrebbe essere sottratto ai genitori non essendoci documento che registri il rapporto di filiazione (legge 94/2009 art. 1 comma 22 lettera g)?
Cominciamo ad attrezzarci per un Natale nuova maniera assicurando i fedeli turbati dalle indicazioni della cultura che si va affermando che Gesù aveva un nome legale, glielo aveva assicurato suo padre Giuseppe se , prima di rifugiarsi in Egitto, aveva fatto in tempo a registrarlo come dovuto.
Se non ne aveva avuto il tempo la sua omissione rientra in una sicura prescrizione o no?

Novembre 17, 2018Permalink

15 novembre 2018 _ Giovanni Franzoni _ Un ricordo

Trovo su “Nev.it – Agenzia stampa della Federazione delle chiese evangeliche in Italia” la cui newsletter ricevo regolarmente.
Ricopio la breve relazione di una tavola rotonda che ricorda Giovanni Franzoni, una persona straordinaria che ha vissuto con coerenza la sua vita, non si è sottratto alle domande che la conoscenza della realtà e la coerenza nella fede gli ponevano.
Ho conosciuto Giovanni in anni in cui il clima di speranza condivisa assicurava speranza e gioia che oggi mi sembrano impossibili. Di seguito riporto l’articolo di Adista che ricorda alcuni avvenimenti di cui voglio assicurarmi il ricordo..

12 novembre 2018 _ Franzoni, l’ecumenismo e le chiese ‘approssimative’

Il presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, Luca Maria Negro, ha partecipato alla Tavola rotonda per ricordare Giovanni Franzoni

Roma (NEV), 12 novembre 2018 – Si è tenuto il 9 e 10 novembre il convegno “Storia e Profezia: L’eredità di Giovanni Franzoni. La Comunità cristiana di base di San Paolo fa memoria di Giovanni Franzoni nel suo novantesimo compleanno”.
Fra le diverse iniziative, una tavola rotonda presso la sala teatro dell’Abbazia di san Paolo fuori le Mura a cui ha partecipato il pastore Luca Maria Negro, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI).

“Giovanni Franzoni è stato sicuramente un maestro – ha esordito Negro nel suo intervento –. Ho avuto il privilegio di lavorare al suo fianco prima come giovane redattore di Com Nuovi Tempi, e poi come direttore di Confronti. Maestro di giornalismo e maestro di eresia; e poi fratello maggiore nella fede, che mi ha insegnato soprattutto a interrogarmi sempre in profondità, a non accontentarmi di formule scontate, di stereotipi. Mi è stato chiesto di parlare dell’ecumenismo di Giovanni, cosa che non è facile perché Franzoni ha scritto poco di ecumenismo e si è preoccupato poco di teorizzarlo, ma lo viveva, specialmente a partire da quell’ esperienza di ecumenismo pratico che è stata appunto la rivista Com Nuovi Tempi”.
Negro ha poi proseguito citando un articolo di Confronti del 1991, intitolato “Per una chiesa approssimativa”, in cui Franzoni rifletteva sul rapporto tra le comunità di base e il protestantesimo, a partire da un suo intervento svoltosi pochi giorni prima all’Assemblea della FCEI a Santa Severa. Nella nota Franzoni proponeva una nuova classificazione delle chiese soggetto di ecumenismo distinguendo tra chiese dogmatiche, chiese tautologiche e chiese ‘approssimative’. “Secondo Giovanni, a fare dell’ecumenismo reale – ha detto Negro – possono starci solo le frange ‘eretiche’ delle chiese, perché mettono l’approssimarsi al mistero della salvezza manifestatosi nell’Evangelo al di sopra dell’autoriproduzione o della conservazione delle chiese stesse. Le comunità di base e le chiese protestanti, nella linea di questa chiesa ‘approssimativa’, potrebbero e dovrebbero fare qualcosa di più insieme. Lui sognava un specie di federazione, o meglio, lui sognava che le nostre piccole chiese accogliessero in sé le comunità di base. Ma era un sogno un po’ difficile da realizzare. Credo però che questa sua visione di una chiesa ‘approssimativa’ resti di grande attualità” ha concluso.

All’incontro hanno partecipato anche Luigi Sandri, Paolo Lojudice, Alberto Melloni, Marinella Perroni, Anna Maria Marlia. L’attore Marco Baliani ha letto dei brani del libro di Franzoni “La terra è di Dio. In sala, fra gli altri, il fondatore del Centro interconfessionale per la pace (CIPAX) Gianni Novelli e monsignor Luigi Bettazzi.  [fonte 1]

Un ricordo puntuale ricco di notizie a un anno dalla morte di Giovanni Franzoni

Tratto da: Adista Notizie n° 29 del 04/08/2018
27 luglio 2018 _ Un anno fa è morto Giovanni Franzoni. Che resta “fuori le mura” Marcello Vigli

39470 ROMA-ADISTA. La Chiesa di papa Francesco ha ri-aperto le sue porte a molti preti e laici scomodi, magari indagati dal Sant’Ufficio, talvolta con clamorose riconciliazioni. Per Giovanni Franzoni non c’è stata pacificazione. Non è certo il solo a rimanere escluso dal riconoscimenti ufficiali, come quelli tributati a Mazzolari e Milani, ma è stato escluso anche dalla silenziosa riabilitazione di preti europei e di quelli sudamericani. Nessuna svalutazione di gesti così significativi e nessun rammarico, ma l’occasione per una domanda: perché non Giovanni Franzoni?
Giovanni nonostante la giovane età era un abate, una sicura speranza per l’ordine benedettino, il prelato italiano più giovane che aveva partecipato al Vaticano II, la sua pastorale era coinvolgente e le sue dichiarazioni su questioni di pubblico interesse autorevoli.
Certo la sue scelte avevano compromesso la dignità della gerarchia, soprattutto, però, gli nuoceva la costruzione intorno a lui di una comunità che, in sintonia con le sue dichiarazioni ma in piena autonomia, esprimeva critiche alla gestione dei rapporti della Santa Sede con lo Stato, in particolare verso le operazioni finanziarie compiute dallo IOR.
In verità questa comunità, sollecitata dall’abate, andava assumendo una sua autonomia nella lettura della Bibbia e nell’esercizio della responsabilità ecclesiale riattivata dal Vaticano II, coniugando l’ascolto del Vangelo con la lettura delle situazioni politiche ed ecclesiali e con prese di posizione in senso progressista. Di particolare significato era l’opposizione al Concordato tra Stato e Chiesa, all’interno di altre scelte significative: la condanna verso la guerra in Vietnam e la solidarietà con le lotte operaie dell’autunno caldo.
In questo contesto nasce la lettera pastorale La terra è di Dio, pubblicata, provocatoriamente, nelle edizioni di Com, la struttura editoriale che lo stesso Franzoni aveva contribuito a far nascere per editare il settimanale che, con lo stesso titolo, era diventato la voce dei cristiani critici quando già la tensione con la Santa Sede era nell’aria. Questa pubblicazione fu determinante per la sua sconfessione e l’imposizione a dimettersi. A questi provvedimenti Franzoni ripose pubblicando Il mio regno non è di questo mondo, un libello edito anch’esso da Com.
Più difficile fu, per quei cristiani che si erano coinvolti con le sue scelte, costruire un percorso che testimoniasse il significato di tale coinvolgimento, perché non apparisse solo frutto di una controversia tutta interna alla Istituzione. Si aprì un dibattito sul come essere comunità cristiana in aperto confronto con la gerarchia.
Il cammino fu lungo e travagliato, ma poi la scelta fu chiara, con l’inserimento nel processo già avviato da altre esperienze simili impegnate a non ridursi a gruppi di consumo spirituale, per essere, invece, proposta di un nuovo modo di vivere la comunità cristiana.
Franzoni, intanto, in occasione del referendum sulla proposta abrogativa della legge che ha legalizzato il divorzio, diede la sua adesione alla scelta per il “no”. La sua scelta fu clamorosa perché rappresentava l’affermazione del diritto dei cattolici ad essere liberi nelle scelte politiche.
Libertà che Franzoni rivendicava, insieme ad altri cattolici, nel diritto di rinnegare anche ogni Concordato con lo Stato, anche quello stipulato con il nuovo Accordo siglato nel 1984 da Bettino Craxi. Queste sue scelte, insieme al dichiarato voto per il Pci, lo portarono successivamente alla sospensione a divinis fino alla “riduzione allo stato laicale”.
Per la ricerca di un modo diverso nell’esprimere il rapporto con il divino, determinante fu la riflessione che Franzoni andava proponendo con i suoi scritti che elaboravano una nuova teologia, e che al contempo leggevano, da cristiano, il quotidiano dell’uomo.
Per la nuova teologia, alla citata La terra è di Dio vanno aggiunte: Le cose divine. Omelie (1970-73), Il posto della fede, Farete riposare la terra, Anche il cielo è di Dio, La donna e il cerchio spezzato.
Ancora più numerosi sono gli scritti in cui esprime un modo nuovo d’intendere la società nelle sue diverse manifestazioni alla luce del Vangelo, che fosse comprensibile agli uomini di fine millennio.
Per tutto questo Franzoni è ancora fuori dal gruppo dei riabilitati: non è ancora recuperabile chi ha preteso, e continua a pretendere – senza però creare una nuova istituzione – di essere Chiesa in autonomia da quella Cattolica Apostolica Romana.
La crisi che stiamo vivendo, che non lascia ampi margini di scelta neppure nei Paesi sviluppati, rende certo ancora più lontani i tempi previsti da Gesù in cui regnerà la pace sulla Terra sempre più piccola e ancor più divisa, ma niente autorizza a tradire le sue parole istituzionalizzando l’esistente, presentandolo come la sua Chiesa. Per questo ricordare Franzoni aiuta a sperare in una Chiesa-comunità universale, mentre impone l’impegno a costruirne oggi un progetto. [fonte 2]

[fonte 1] www.nev.it/nev/2018/11/12/franzoni-lecumenismo-e-le-chiese-approssimative

[fonte 2] https://www.adista.it/articolo/59308

 

 

Novembre 15, 2018Permalink

14 novembre 2018 – Odio il pressapoco e la ‘pancia’ come luogo delle scelte politiche

Trovo su facebook una notizia interessante e diffusa con entusiasmo
Verifico secondo la mia abitudine (link in calce) e ricopio il testo richiamato con il solo titolo che, secondo me, è importante conoscere per intero (e perciò ricopio – Fonte: Europa today – Redazione Bruxelles)

Il testo della notizia

L’Ue vuole bypassare Salvini: fondi direttamente agli enti locali che accolgono migranti

Al Parlamento europeo passa un emendamento del Pd che stabilisce che le amministrazioni che offrono sostegno umanitario potranno chiedere finanziamenti comunitari senza passare per i ministeri
All’indomani dell’approvazione all’unanimità del Decreto sicurezza presentato da Matteo Salvini in Consiglio dei ministri, il gruppo del Partito democratico in Parlamento europeo esulta per il passaggio in commissione Bilancio di una loro proposta che punta a mitigare gli effetti del decreto. I deputati europei vogliono permettere a Comuni e Regioni che accolgono migranti di ricevere fondi europei senza dover fare domanda ai ministeri. Si tratta dei fondi gestiti dal Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) che finanzia interventi di “accoglienza mirata” che vanno oltre la semplice distribuzione di vitto e alloggio.

Regioni e Comuni diventano autonomi
“Fino ad oggi i fondi per lo Sprar venivano richiesti dagli Stati”, ha spiegato l’eurodeputato Pd Daniele Viotti, che ha presentato l’emendamento, “ma visto che Salvini vuole abolire la protezione, cosa che considero anticostituzionale, daremo possibilità alle regioni e ai comuni di chiedere direttamente le risorse per progetti specifici”. Nel solo mese di luglio lo Sprar ha finanziato 877 progetti in Italia coinvolgendo oltre 1.200 amministrazioni comunali nell’accoglienza di 35.881 migranti tra cui vi sono 734 persone con disagio mentale o disabilità e 3.500 minori non accompagnati. L’emendamento presentato da Viotti, che è anche relatore dell’intero bilancio europeo per il 2019, è stato votato a larga maggioranza.

Gli altri provvedimenti
Tra gli altri provvedimenti presi in materia di immigrazione, la commissione dell’Eurocamera ha aumentato di 147,5 milioni i fondi per la cooperazione e lo sviluppo, di 146 milioni le spese per paesi “vicini” dell’Ue, di 53 milioni il supporto per i Balcani occidentali e di 33 milioni i fondi per la migrazione e l’integrazione. La votazione finale in Parlamento europeo della bozza di bilancio è prevista per 24 ottobre. Nelle tre settimane successive, si dovrà trovare un accordo col Consiglio, che rappresenta la volontà dei singoli Paesi membri. L’approvazione definitiva del bilancio 2019 arriverà solo a fine novembre.

Fino qui la notizia – Le mie domande

(La forma dell’interrogazione è dovuta al fatto che le ho scritte in commenti a singole persone su Facebook)

L’idea è interessante ma vorrei capirne le modalità di realizzazione oltre il principio che certamente depone a favore di chi ha proposto l’emendamento.
Che io sappia infatti i finanziamenti europei su progetti richiedono un impegno finanziario anche di chi attua il progetto e una serie di passaggi burocratici di non facile applicazione.
Almeno io ricordo così da quando mi occupavo di più di queste faccende.
Quindi, per quel che ne so e ammettendo la possibilità di un totale errore da parte mia (chi può verifichi per favore):

1. il proponente dell’emendamento ha proposto un principio che per essere attuato deve essere elaborato e comunicato agli interessati;

2. gli interessati devono esserne informati. Come possono essere identificati per venir informati?
Con quale mezzo verrebbero informati (mi sembra un ruolo dei partiti politici ampiamente ormai disatteso. Ma le associazioni che pur potrebbero diffondere le informazioni hanno strumenti certi e affidabili per procurarsele?)

3. Altra fonte sarebbe la stampa e ci sono giornalisti in grado di farlo.
Purtroppo prevalgono non troppo acculturate (non so se per scelta o carenza originaria) e antistoriche voci antieuropee che, non a caso, con determinazione espressa con linguaggio particolarmente rozzo, denigrano chi al loro antieuropeismo si oppone informando con competenza e correttezza

4. La proposta di “fondi diretti agli enti locali” non può ridursi a bypassare Salvini.
Vorrei saperne di più, ma come?

http://europa.today.it/attualita/salvini-fondi-migranti.html?fbclid=IwAR2WjP47i9zYMuBlMKZoVsclyWpP0RFkJeeazJ1ZqHbbJArrhg79C0TH1s0

Novembre 14, 2018Permalink

10 novembre 2018 – Legge israeliana sullo stato nazionale: un parere degli Ordinari cattolici di Terra Santa

Con il primo link in calce si raggiunge il documento di cui ricopio il testo.
Con il secondo link si raggiunge un testo breve di storia del Patriarcato Latino.

Dichiarazione degli Ordinari cattolici di Terra Santa
sulla legge dello Stato nazionale, approvata dalla Knesset israeliana il
19 luglio 2018

in uno spirito di dialogo, l’Assemblea degli Ordinari cattolici di Terra Santa desidera affrontare la questione relativa alla legge sullo Stato-Nazione approvata dalla Knesset israeliana il 19 luglio 2018.
Secondo questa legge, lo Stato di Israele ha stabilito che le persone il cui “benessere e sicurezza” è più interessato a promuovere e proteggere sono quelle limitate ai cittadini ebrei dello Stato di Israele. Dobbiamo richiamare l’attenzione delle autorità su un semplice fatto: i nostri fedeli, i cristiani, i nostri concittadini, musulmani, drusi e baha’i, tutti noi arabi, non siamo meno cittadini di questo paese dei nostri fratelli e sorelle ebrei.
Dalla promulgazione della Dichiarazione di indipendenza nel maggio 1948, i cittadini arabi dello Stato di Israele hanno notato la tensione che esiste nel testo della dichiarazione secondo cui lo Stato è sia “ebraico” che “democratico”. Mentre l’equilibrio in continuo cambiamento tra questi due termini è stato elaborato prevalentemente dalla maggioranza ebraica, la minoranza araba ha lottato contro tutte le manifestazioni di discriminazione ogniqualvolta l’elemento “ebraico” ha sbilanciato quello “democratico”. Questo ha significato una continua lotta e un’ attenta vigilanza per proteggere i diritti di tutti i cittadini, per garantire il più possibile i valori di uguaglianza, giustizia e democrazia. La promulgazione della Legge fondamentale da parte della Knesset israeliana del 1992: “Dignità umana e libertà” è stata una pietra miliare nella lotta per proteggere e promuovere questi valori.
Tuttavia, la promulgazione della Legge fondamentale da parte della Knesset israeliana del 2018: “Israele come Stato-Nazione del popolo ebraico” è un colpo a questi valori. Sebbene la legge cambi poco nella pratica, fornisce una base costituzionale e giuridica per la discriminazione tra i cittadini israeliani, stabilendo chiaramente i principi secondo i quali i cittadini ebrei devono essere privilegiati rispetto agli altri cittadini. Promulgando in questi termini: “lo sviluppo dell’insediamento ebraico come valore nazionale e agirà per incoraggiare e promuovere la sua costituzione e il suo consolidamento”, la legge promuove una visione discriminatoria intrinseca. Infatti, a parte il serio declassamento della lingua araba rispetto alla lingua ebraica, la legge ignora totalmente il fatto che c’è un altro popolo, gli arabi palestinesi, e altre importanti comunità religiose, di cristiani e musulmani, nonché drusi e baha’i, che sono profondamente radicati in questa terra.
Cristiani, musulmani, drusi, baha’i ed ebrei, chiedono di essere trattati come cittadini uguali. Questa uguaglianza deve includere il rispettoso riconoscimento delle nostre identità civili (israeliane), etniche (arabe palestinesi) e religiose (cristiane), sia come individui che come comunità. Come israeliani e come arabi palestinesi, cerchiamo di essere parte di uno Stato che promuove la giustizia e la pace, la sicurezza e la prosperità per tutti i suoi cittadini. Come cristiani, siamo orgogliosi che la Chiesa universale sia stata fondata a Gerusalemme e che i suoi primi fedeli siano stati figli di questa terra e del suo popolo. Riconosciamo che Gerusalemme e l’intera Terra Santa siano un’eredità che condividiamo con ebrei e musulmani, drusi e baha’i, un’eredità che siamo chiamati a proteggere dalle divisioni e dai conflitti interni.
Questa Legge fondamentale contraddice gli aspetti umanistici e democratici identificabili nella legislazione israeliana e nelle leggi e convenzioni internazionali di cui Israele è firmatario, avendo come obiettivo la promozione dei diritti umani, il rispetto della diversità e il rafforzamento della giustizia, dell’uguaglianza e della pace. Noi, in quanto leader religiosi delle Chiese cattoliche, chiediamo alle autorità di abrogare questa Legge fondamentale e di assicurare a tutti che lo Stato di Israele cerchi di promuovere e proteggere il benessere e la sicurezza di tutti i suoi cittadini.

Gli Ordinari cattolici di Terra Santa
+ Georges BACOUNI
Gr. Melkite Cath. Arch. of Akko  Acting president A.C.O.H.L.
+ Moussa AL-HAGE
Maronite Archbishop of Haifa Maronite Exarch of Jerusalem
+ Pierbattista PIZZABALLA
Apostolic Administrator of the Patriarchate of Jerusalem for Latins
+ Youssef SOUEIF
Maronite Archbishop of Cyprus
+ Joseph GEBARA
Gr. Melkite Cath. Arch. of Petra and Philadelphia (Amman)
+Michel SABBAH
Former Latin Patriarch of Jerusalem.
President of Episc. Comm. Justice & Peace
+ Fouad TWAL
Former Latin Patriarch of Jerusalem
+Boutros MOUALLEM
Former Gr. Melkite Cath. Arch. of Akka
+Elias CHACOUR
Former Gr. Melkite Cath. Arch. of Akko
+Yaser Al-AYYASH
Gr. Melkite Cath. Patriarchal Vicar
+ Gregoire Pierre MELKI
Syrian Catholic Exarch
+ Krikor-Okosdinos COUSSA
Armenian Catholic Exarch
+ Giacinto-Boulos MARCUZZO
Latin Patriarchal Vicar for Jerusalem & Palestine
+William SHOMALI
Latin Patriarchal Vicar for Jordan
+Joseph Jules ZEREY
Former Gr. Melkite Catholic Patriarchal Vicar of Jerusalem
+Kamal-Hanna BATHISH
Former Auxiliary Bishop of the LPJ
+Selim SAYEGH
Former Auxiliary Bishop of the LPJ
+ Fr. Francesco PATTON, OFM
Custos of the Holy Land
+ Fr. Hanna KALDANI
Latin Patriarchal Vicar for Israel
+ Fr. Jerzey KRAJ, OFM.
Latin Patriarchal Vicar for Cyprus
+ Fr. Rafic NAHRA.
Patriarchal Vicar for St James Vicariate
+ Fr. Zaid HABBABA
Chaldean Vicar General for Jordan
+ Fr. Jean-Daniel GULLUNG, AA
Director of the Committee of the Religious Men
+ Sr. Bruna FASAN
President of the Union of the Religious Superiors of Women
+ Fr. Pietro FELET, scj
Secretary General
Jerusalem, 31st October 2018

https://www.lpj.org/dichiarazione-degli-ordinari-cattolici-di-terra-santa-sulla-legge-dello-stato-nazionale/?lang=it&fbclid=IwAR3dOo7-mOKwnnQGUiocaNekN5dL_WvuTvCxAGOS_mk-q6YjUk0rWKx1Vcc

https://www.lpj.org/diocese/storia-del-patriarcato-latino/?lang=it

Novembre 10, 2018Permalink

10 novembre 2018 – Trieste: la giunta comunale e il regolamento delle scuole dell’infanzia

Fra logica negata e incompetenze linguistiche: la giunta del comune di Trieste vs scuole dell’infanzia

Quanto scriverò fa capo a vari articoli che ho letto, che ognuno potrà leggere servendosi dei link in calce che inserisco senza annotazioni punto per punto.
Comunque, tentando di riassumere, comincio dal ‘grembiulino’ che viene proposto come indumento già utilizzato da anni negli ‘asili’e rivisitato ‘quale elemento di appartenenza alla singola scuola’.
Al di là della appartenenza alla scuola (ma che brutta parola “appartenenza”) se ne verranno distinti i colori maschio/femmina si porrà già una solida pietra per costruire una possibile educazione che apre alla distinzione gerarchica di ruoli per i due sessi.

E passo a un elemento ben più importante, se possibile: la denominazione, in altre parole un nome che è identità.

Dai tre ai sei anni ogni bambina e ogni bambino può essere iscritta/o alla scuola dell’infanzia, mentre l’intollerabile termine asilo si trova ancora in parecchie delle fonti che ho considerato, ricollocando la proposta educativa offerta all’infanzia nei tempi in cui questa era beneficenza per i piccoli che non avessero possibilità di venir accuditi a casa.

Segue il limite numerico di stranieri per classe (30%) che potrebbe essere un elemento di positività se poi i bambini cui questa misura desse disagio, per esempio per l’impossibilità di iscriversi alla più vicina scuola dell’infanzia, non venissero sistematicamente identificati fra gli ‘stranieri’.
Se fosse una proposta riferibile a una razionalità rispettosa e consapevole si potrebbe anche dire a rovescio, “in ogni classe i bambini italiani non possono superare il 70% delle presenza”.
E qui casca l’asino: che collocazione trovano i piccoli nati in Italia da genitori di altra cittadinanza?
Sul loro certificato di nascita – e sul documento di identità che ne consegue – c’è scritta la cittadinanza dei genitori, ma questi piccoli spesso parlano correntemente la lingua italiana e non costituiscono quindi ostacolo a una buona didattica.
Se la cittadinanza li esclude allora il principio di collocazione fra gli ‘stranieri’ assume caratteri razzisti (chiedo scusa: etnici). Se invece vengono collocati fra gli italiani si contraddice la formula prevista nel regolamento. Che fare?
Un aiuto potrebbe venirvi per definire la dicotomia dall’asino di Buridano.
La logica, signori amministratori del comune di Trieste, sfugge alle misure etnicamente orientate, la briccona!

Infine una proposta che in tempi meno caratterizzati da un analfabetismo funzionale diffuso avrei considerato una bufala ma sembra invece che non lo sia (la traggo da una comunicato Ansa il cui link si trova in calce) : l’insegnamento della religione cattolica quale principio fondante l’attività nelle scuole dell’infanzia.
Chi ha steso il regolamento si rende conto della improprietà del termina ‘lezione’ per quella età della vita e della foglia di sciocco fico della regolamentazione dell’avvalersi/non avvalersi e dell’uso del silenzio assenso?

Purtroppo nell’ambito dei principi ‘fondanti l’attività’ viene inserito anche il crocifisso previsto in tutte le aule della scuola pubblica dell’infanzia pur non essendo più considerato dal Concordato del 1984.
Personalmente ritengo che l’uso del crocifisso come strumento d’arredo utile per affermare una identità esclusiva sia blasfemo. Finora persino il Ministro che ha sventolato nell’ordine: rosario, Vangelo, statuetta della Madonna di Medjugorje, si è astenuto dal crocifisso. Un soprassalto di decenza? durerà? Vedremo
Lasciate perdere il crocifisso signori del consiglio comunale di Trieste, non merita tanto insulto nemmeno da non credenti che – in anni trascorsi – si chiamavano ‘atei devoti’ e ora non so.
L’opportunismo non appartiene al crocifisso.

http://www.ansa.it/friuliveneziagiulia/notizie/2018/11/09/scuola-comune-trieste-propone-tetto-30-stranieri-polemica_c6aa41d0-cf42-4d04-a567-81c67929b178.html

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/trieste-giunta-fissa-soglia-stranieri-negli-asili-1599635.html

Asili Comunali, al vaglio nuovo regolamento: crocefisso a scuola e insegnamento religione

Crocifissi in tutte le classi e tetto 30% stranieri a Trieste

http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2011/01/03/news/negli-asili-obbligatorio-il-crocefisso-1.19872

Il nuovo Regolamento per le scuole dell’Infanzia del Comune di Trieste è stato proposto dalla Giunta Comunale che lo ha votato. Ora è al vaglio della singole Circoscrizioni, che stanno votando per formulare un parere, anche se non vincolante.
Non abbandoniamoci alla speranza di una insorgente saggezza: la decisione finale spetta al Consiglio comunale e qui la scelta teologica da affermarsi o meno in luogo improprio verrà affidata alla conta di molti incompetenti in materia (non tutti ma quanti?).

Novembre 10, 2018Permalink