30 marzo 2018 – Qualche nota sulle elezioni di fine aprile.

Il 28 marzo la consigliera regionale del FVG Silvana Cremaschi proponeva un indovinello sulla sua pagina facebook. Eccolo qui:
«Sapete che in comune voterete con il sistema della doppia preferenza di genere (un uomo ed una donna) ed invece in regione no? ».
Ne seguivano numerose condivisioni e commenti (in cui la dr. Cremaschi interveniva in forma di dialogo avendo chiaramente presente anche il discrimine di sesso su cui insistevano altri commenti) finché un interlocutore non proponeva una battuta sintetica (o sbrigativa?) dal tono risolutivo. Eccola
«In politica si deve guardare solo alle capacità. E agire di conseguenza. Punto.»
Io privilegio il riferimento alla competenze (verificabili) che alle capacità (che pur se affermate restano un termine ambiguo) ma fermiamoci al punto.
Punto? Il punto, secondo l’Enciclopedia Treccani, è «il più forte tra i segni di punteggiatura. Indica una netta interruzione del discorso e si colloca a conclusione di una frase o un periodo».
Ne ‘Il portale della grammatica italiana’ l’argomento è ripreso con una precisazione interessante: «Il punto (o punto fermo) indica generalmente una pausa forte all’interno del discorso, alla fine di una frase di senso compiuto. Se dichiara un cambio di argomento, è seguito dall’a capo. La sua nettezza rende il discorso più frammentario, sincopato. I periodi diventano brevi e la sintassi semplice, condizioni necessarie, ad esempio, per non affaticare la vista del lettore nella scrittura sul web.» [Fonte 1]
Scusandomi per la mia irrispettosa trascuranza del ‘punto’, azzardo la mia risposta all’indovinello: «conosco la doppia modalità per cui in Friuli Venezia Giulia l’espressione del voto si svolge, nella stessa giornata, con due modalità diverse per cui si può esprimere la doppia preferenza di genere nella scheda riguardante le elezioni comunali ma non in quella riguardante la scheda delle elezioni regionali. Il che non è buona cosa in una situazione in cui la chiarezza dovrebbe essere massima nella semplicità (che non è semplificazione)».
L’indicazione della modalità della doppia preferenza di genere per le elezioni comunali si trova nella circolare regionale “oggetto: circolare 1/el elezioni comunali 2017 – Principali novità introdotte dalla legge regionale 5 dicembre 2013, n. 19. Gli articoli da 8 a 10 della legge regionale 19/201” [Fonte 2]
Poiché la circolare che ho citato non nomina la regione, nella scheda che ci verrà consegnata per votare non sarà possibile esprimere la preferenza di genere.       Qui considero solo gli aspetti formali della questione, non propongo soluzioni che possano far pensare, come qualcuno teme, alla ‘discriminazione inversa’ [Fonte 3]

Una deroga al punto
Lascio perdere la precarietà del buon senso, fondato sul pensiero che la tradizione automaticamente assicura e consente di esprimere, e faccio riferimento alla Costituzione.
Dice l’art. 3 (Ne riporto il testo dal sito del Senato che, fra parentesi quadra, indica gli articoli successivi ai singoli principi fondamentali della Costituzione – art. 1-12), consentendoci di trovare con tutta rapidità agli articoli conseguenti citati:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale [cfr. XIV] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [cfr. artt. 29 c. 2, 37 c. 1, 48 c. 1, 51 c. 1], di razza, di lingua [cfr. art. 6], di religione [cfr. artt. 8, 19], di opinioni politiche [cfr. art. 22], di condizioni personali e sociali.
E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Il termine ‘pari opportunità’ compare nell’art. 51 (Onore alla competenza delle madri e dei padri costituenti che ne riconobbero il significato nel 1946) [Fonte 4], nel quadro di quella sovranità che appartiene al popolo (quindi al contesto di realtà in cui tutte e tutti abbiamo responsabilità e il diritto ad esprimerci anche su questo piano, ‘nelle forme e nei limiti della Costituzione” – art. 1).

Una storia che è cominciata ma non è finita
Incrociamo allora la realizzazione della modalità della doppia preferenza di genere con le norme attente alle ‘pari opportunità’ (sia esplicitato il termine o meno) e facciamo mente locale alle leggi che riguardano le donne.
Ci possiamo servire di un ampio elenco
“Donne: date che ci riguardano, una cronologia di leggi dal 1902 ad oggi”
E’ un testo molto interessante di facile accesso [Fonte 5] che ci consente di considerare le varie norme che hanno dato significato ed efficacia ai principi affermati nella costituzione.
Per l’elenco lascio voce al sito che ho linkato in calce.
Non voglio però trascurare un aspetto di questa storia che ritengo dirimente.
Per constatare l‘abolizione del delitto d’onore’ e del matrimonio riparatore’ fu necessario aspettare molti anni finché non intervenne la “Legge 5 agosto 1981, N. 442. Abrogazione della rilevanza penale della causa d’onore e del matrimonio riparatore” [Fonte 6]
Quella legge abrogava l’Articolo 587 Codice penale ((R.D. 19 ottobre 1930, n.1398 – Omicidio e lesione personale a causa di onore).

Onore di chi?
Per capirlo bisogna leggerne il testo
Articolo abrogato dall’art. 1, della L. 5 agosto 1981, n. 442
«Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni.
Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona, che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.
Se il colpevole cagiona, nelle stesse circostanze, alle dette persone, una lesione personale, le pene stabilite negli articoli 582 e 583 sono ridotte a un terzo; se dalla lesione personale deriva la morte, la pena è della reclusione da due a cinque anni.
Non è punibile chi, nelle stesse circostanze, commette contro le dette persone»
La donna – in questa norma e soprattutto nella cultura che ne era fondamento – non è persona ma oggetto (moglie, figlia, sorella) da sventolare puro ed illibato per l’onore della famiglia, del territorio, del sesso femminile in genere la cui prima virtù doveva essere la ‘modestia’ .
In sostanza la donna si manifesta come contenitore dell’onore altrui.
Attenzione: l’articolo di legge in vigore fino al 1981 tratta della violenza agita dal ‘vendicatore’ non di quella subita dalla donna (si usa infatti il termine ‘relazione illegittima’ su cui si fonda la volgarità dell’espressione ancora in uso ‘lei ci stava’, per i raffinati ‘vis grata puellae’, meno in uso).
Per maggior precisazione fu necessario attendere la legge sulla violenza sessuale (1996) [Fonte 7]
Quando la si cita non bisogna mai dimenticare Franca Viola che aprì coraggiosamente la strada – lunga e tutt’altro che piana – a questa norma, rifiutando il ‘matrimonio riparatore’ nel 1965.
Me ne sono interessata più volte nel mio blog. Il primo articolo è datato 2 febbraio 2011 [Fonte 8].
Se la donna è riconosciuta a pieno titolo persona nel 1996 sarebbe un azzardo imprudente pensare che le scelte costruite nel corso di cinquant’anni non fossero inficiate dalla lacuna concettuale che l’assenza del riconoscimento della pregnanza del termine ‘persona’ comporta.
E pensare oggi a una specie di rivolgimento culturale totale sarebbe ingenuo (e l’ingenuità negli adulti è una colpa) perché la radice del pregiudizio non è spenta. Ce lo dicono le cronache e l’esperienza ci testimonia quanto sia importate una voce di donne nelle istituzioni.
Punto, nel rispetto della grammatica ad indicare la fine dello scritto di oggi, non come pugno su un tavolo ad affermazione di uno slogan autoritario ma non autorevole.

FONTI

Fonte 1: http://www.grammatica-italiana.it/punto-fermo.html

Fonte 2: http://autonomielocali.regione.fvg.it/aall/export/sites/default/AALL/Elezioni/elezioni2017/allegati/circolari/01_Novitx_LR_19_13.pdf

Fonte 3. Più nota con il termine inglese ‘reverse discrimination’ di cui non ho trovato una convincente definizione italiana. Riporto quindi quella inglese: “the act of giving advantage to those groups in society that are often treated unfairly, usually because of their race, sex, or sexuality”
https://dictionary.cambridge.org/it/dizionario/inglese/reverse-discrimination

Fonte 4. Le pari opportunità sono un principio giuridico inteso come l’assenza di ostacoli alla partecipazione economica, politica e sociale di un qualsiasi individuo per ragioni connesse al genere, religione e convinzioni personali, razza e origine etnica, disabilità, età, orientamento sessuale o politico.
Ricordo che le ‘pari opportunità vengono chiamate anche ‘azioni positive’

[Fonte 5] www.uilsgk.it/79/public/pariopportunita/leggi_donne_dal_1900_-_versione_15_marzo_2011.pdf

[Fonte 6] Legge 5 agosto 1981, N. 442. Abrogazione della rilevanza penale della causa d’onore e del matrimonio riparatore
https://www.brocardi.it/codice-penale/libro-secondo/titolo-xii/capo-i/art587.html

[Fonte 7] Legge 15 febbraio 1996 n. 66. Norme contro la violenza sessuale.
https://www.studiocataldi.it/articoli/19475-il-reato-di-violenza-sessuale.asp
Copio: Il reato di violenza sessuale rientra tra i delitti contro la libertà sessuale, a loro volta ricompresi nella più ampia categoria dei delitti contro la libertà individuale.
L’attuale disciplina si è radicata nel nostro ordinamento a seguito delle modifiche al codice penale introdotte dalla legge numero 66 del 15 febbraio 1996. Prima dell’intervento di questa legge i delitti sessuali erano collocati tra i reati contro la moralità pubblica e il buon costume.
La modifica della collocazione è chiara dimostrazione della nuova concezione della sessualità come diritto della persona umana, disponibile solo da parte del titolare e non più collegata ad una valutazione moralistica.

[Fonte 8] http://diariealtro.it/?p=650

marzo 30, 2018Permalink

29 marzo 2018 – Malala torna in Pakistan

Malala ritorna nella sua patria: visita blindata in Pakistan a sei anni dall’attentato.
L’attivista per i diritti delle donne, premio Nobel per la pace nel 2014, fu portata via in coma dopo gli spari dei talebani e sognava di rivedere la sua terra: è arrivata in segreto
  Malala Yousafzai, vincitrice del premio Nobel per la pace e attivista per i diritti delle donne, è tornata nella sua terra natale, il Pakistan, per la prima volta da quando è sfuggita a un attentato nel 2012. I dettagli del suo viaggio sono stati “tenuti segreti a causa della natura sensibile di questa visita”, ha detto un funzionario del governo, mentre il suo sbarco all’aeroporto internazionale di Islamabad è stato blindato dalla polizia, secondo le foto mostrate in televisione.
Malala, che ha 20 anni ed è arrivata accompagnata dai suoi genitori, dovrebbe incontrare il primo ministro Shahid Khaqan Abbasi e fermarsi nel Paese per quattro giorni. A tentare di ucciderla 6 anni fa furono i talebani pakistani. L’agguato scattò mentre lei tornava da scuola: non le perdonavano la sua campagna per l’educazione delle ragazze. Una sfida che Manala aveva lanciato nel 2007, quando i talebani hanno imposto la loro legge sanguinosa nella sua Swat Valley (nel nord-ovest del paese), regione che in passato era stata pacifica meta turistica ai piedi dell’Himalaya. Figlia di un preside e di una madre analfabeta, a 11 Malala stava alimentando un blog sul sito web della Bbc in urdu, la lingua nazionale del Pakistan. Sotto lo pseudonimo di Gul Makai, descrisse il clima di paura nella sua valle. Il nome di questa ragazza coraggiosa, amante dei libri e della conoscenza, cominciò allora a circolare a Swat, poi nel resto del Paese e la fama la portò a vincere un premio nazionale per la pace. Finché il 9 ottobre 2012, i jihadisti del Ttp hanno fatto irruzione nello scuolabus di Malala all’uscita dalle lezioni. Un attentatore ha chiesto chi era Malala prima di spararle in testa. Gravemente ferita, la ragazza era stata trasferita d’urgenza in un ospedale di Birmingham, nel Regno Unito, dove aveva ripreso conoscenza alcuni giorni dopo.

In Inghilterra, dove vive dopo quell’attentato, è diventata la paladina del diritto all’istruzione femminile. Nel 2014 ha ricevuto il premio Nobel insieme all’indiano Kailash Satyarthi per il loro lavoro a sostegno del diritto all’istruzione per le ragazze. Ora studia economia, filosofia e scienze politiche all’Università di Birmingham.

In patria è ancora minacciata dai circoli islamici radicali contrari all’emancipazione delle donne. Ma la giovane attivista non ha rinunciato a vedere il suo paese nonostante le minacce. “Spero di poter un giorno tornare in Pakistan, è difficile non vedere la propria casa, la propria famiglia e gli amici per oltre cinque anni”, aveva detto a gennaio nel corso di una visita al World Economic Forum da Davos. Molti dei suoi compatrioti hanno accolto favorevolmente il suo ritorno su Twitter. “Benvenuta #MalalaYousafzai, la figlia coraggiosa e resistente del Pakistan, nel suo paese”, ha scritto il politico Syed Ali Raza Abidi.

http://www.repubblica.it/esteri/2018/03/29/news/malala_ritorna_nella_sua_patria_visita_blindata_in_pakistan_a_sei_anni_dall_attentato-192487267/?ref=RHPPBT-BH-I0-C4-P2-S1.4-T1

marzo 29, 2018Permalink

28 marzo 2018 – Storie di effetti collaterali

26 marzo 2018 Cifre apocalittiche: la guerra dell’Arabia Saudita e di Trump contro lo Yemen
Di Juan Cole
Tre anni fa, in marzo, il Ministro della Difesa dell’Arabia Saudita (ora Principe della Corona) che aveva 29 anni, diede inizio a una guerra disastrosa contro lo Yemen.
Lo Yemen era stato sempre dipendente dall’Arabia Saudita negli anni ’90 e 2000 ed è stato un importante beneficiario degli aiuti sauditi, che andavano nelle tasche del dittatore Ali Abdullah Saleh. Gli yemeniti restarono quindi disperatamente poveri, e i Sauditi tentarono allora di diffondere la loro forma intollerante di Wahhabismo anche tra gli Sciiti Zaydi,* producendo un contraccolpo sotto forma degli Houthi. *
Nel 2011-2012 Saleh è stato deposto e lo Yemen ha cominciato a lavorare a una nuova costituzione e a nuove istituzioni parlamentari.
Questo processo è stato interrotto da un colpo di stato degli Houthi nel 2014-2015 in alleanza nascosta con il deposto Saleh. A sua volta quel colpo di stato ha fatto in modo che l’allora ventinovenne ministro della difesa, Mohammed bin Salman, desse inizio a una guerra aerea contro il movimento di guerriglia Houthi, un guerra che era molto improbabile che avrebbe vinto.
Sono stato varie volte in Yemen. Il terreno è montagnoso e irregolare. Non si può bombardarlo per ridurlo in sottomissione.
Bin Salman accusa gli Houthi di essere agenti iraniani. Non sono, tuttavia il giusto tipo di Sciiti per essere tali. L’Iran, probabilmente, ha dato loro un pochino di aiuto, ma è un aiuto minore, paragonato al valore di miliardi di dollari delle bombe avute da Stati Uniti e Regno Unito che Bin Salman ha lasciato cadere sui condomini civili nel centro di Sana’a. E’ proprio buffo che i Sauditi diventano isterici per dei piccoli razzi mirati su Riyadh, mentre loro quotidianamente fanno attacchi aerei lanciando bombe sulle città yemenite con gli F16 e gli F18.
La propaganda secondo la quale l’Iran sta dietro le agitazioni nello Yemen, invece che la corruzione di Saleh che i Sauditi hanno reso possibile, ha coinvolto gli ingenui generali a Washington, D.C. che hanno aiutato attivamente gli sforzi bellici sauditi. Questa è una vecchia tradizione. Eisenhower invase il Libano nel 1958 perché il presidente libanese Chamoun gli aveva detto che gli abitanti Drusi dei villaggi facevano parte della cospirazione comunista internazionale.
L’Arabia Saudita e i suoi alleati hanno bombardato in maniera indiscriminata. Un terzo dei loro obiettivi cono stati edifici civili come scuole o ospedali o infrastrutture civili fondamentali, come i ponti. Forse metà delle persone che hanno ucciso, sono stati civili non-combattenti, compresi i bambini.
5.000 bambini sono stati uccisi
8.700 civili sono stati uccisi
50.000 civili sono stati feriti
1,9 milioni di bambini non vanno a scuola, ed entrambe le parti hanno reclutato bambini, alcuni dei quali di soli 10 anni, come combattenti.
11.3 milioni di bambini hanno necessità di assistenza sanitaria; molti di loro sono sull’orlo della fame;
Nel complesso, 22 milioni di yemeniti di tutte le età hanno necessità di assistenza sanitaria, cioè i tre quarti della popolazione.
Ci sono stati un milione di casi di colera e c’è la minaccia di un’altra epidemia.

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/apocalyptic-numbers-the-saudi-trump-war-on-yemen

marzo 28, 2018Permalink

25 marzo 2018 – Il senatore Calderoli non è insindacabile

Volevo far sintesi sul problema delle Disposizioni in materia di cittadinanza (cd ius soli), con l’inizio della XVIII legislatura ormai inesistenti, ma do la precedenza alla vicenda processuale del sen Calderoli che si riapre in seguito all’intervento della Corte Costituzionale

Il fatto Nel 2013 il senatore Calderoli paragonò la ministra per l’integrazione Cécile Kyenge a un orango. Allora il senato lo ritenne insindacabile
A seguito della sentenza della Corte Costituzionale che, a proposito degli insulti pronunciati nel 2013 dal senatore, precisa non esistere “alcun nesso funzionale con l’esercizio dell’attività parlamentare”, gli atti torneranno a Bergamo per l’esercizio dell’azione penale.
Ora mi limito a riportare la notizia apparsa il 23 marzo sul sito dell’Ansa ma chi volesse saperne di più troverà una serie di link in calce. [fonte 1; fonte 2; fonte 3]

(ANSA) – ROMA, 23 MARZO – Non può godere dell’ “insindacabilità” concessagli dal Senato Roberto Calderoli, che nel 2013 insultò in un comizio l’allora ministro dell’ Integrazione Cecilia Kyenge, chiamandola “orango”.
Lo ha deciso la Corte Costituzionale accogliendo il ricorso del Tribunale di Bergamo che aveva sollevato il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti del Senato, in relazione alla deliberazione del 16 settembre 2015 con le quali l’Assemblea aveva affermato che le opinioni del senatore erano “espresse da un membro del Parlamento nell’esercizio delle sue funzioni” e, dunque, “insindacabili”.  Kyenge -le parole del senatore imputato di diffamazione- “sarebbe un ottimo ministro, ma dovrebbe esserlo in Congo non in Italia”; Calderoli aveva poi attribuito, “sembianze di orango” alla ministra, tali da lasciarlo “sconvolto” nel vederla comparire sul sito internet del Governo.
Le opinioni espresse da Calderoli, rileva la Consulta, non hanno “alcun nesso funzionale con l’esercizio dell’attività parlamentare”.

[fonte 1] articoli di quotidiani sulla vicenda Calderoli-Kyenge
http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2018/03/23/insulto-kyengecalderoli-e-sindacabile_3c886a6d-71a6-4271-b636-8039fde0679b.html

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/03/23/defini-orango-la-ministra-cecile-kyenge-per-la-consulta-calderoli-non-puo-godere-dellinsindacabilita-sugli-insulti/4246700/

http://www.repubblica.it/politica/2018/03/23/news/calderoli_kyenge_consulta_senato_non_insindacabile-192047973/

www.ilgiornale.it/news/cronache/kyenge-orango-consulta-annulla-linsindacabilit-roberto-1508484.html

http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/18_marzo_24/consulta-caso-kyenge-calderoli-si-puo-processare-6fa5d32a-2f42-11e8-8bb6-779994a184b2.shtml

[fonte 2 ] L’autobiografia dell’on. Kyenge http://www.cecilekyenge.it/chi-sono/

[fonte 3] Il curriculum e alcune gesta dell’on Calderoli
dr. Roberto Calderoli eletto senatore nella XVIII legislatura che si è aperta ieri, deputato nella XI XII XIII legislatura, senatore nella XIV XV XVI XVII legislatura
Ministro per la semplificazione normativa dal 2008 al 2011 e, per chi volesse saperne di più,
http://temi.repubblica.it/micromega-online/calderoli-roberto-lega-nord-ministro-per-la-semplificazione

marzo 25, 2018Permalink

24 marzo 2018 – La sinistra se n’è andata da sé

da Il Manifesto 10 marzo
«L’animo nostro informe». Un’Italia irriconoscibile. La sinistra del 2018 non è stata messa sotto da nessuno. Gli elettori si sono limitati a sfilarle accanto per andare altrove. Come si lascia una casa in rovina
di Marco Revelli

L’Italia del day after non ce la dicono i numeri, le tabelle dei voti. Ce la dicono le mappe, ce la dicono i colori. Ed è un’Italia irriconoscibile, quasi tutta blu nel centro nord, tutta gialla nel centro sud. Verrebbe da dire: l’Italia di Visegrad e l’Italia di Masaniello.
L’Italia di sopra allineata con l’Europa del margine orientale, l’Europa avara che contesta l’eccesso di accoglienza e coltiva il timore di tornare indietro difendendo col coltello tra i denti le proprie piccole cose di pessimo gusto: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, passando per il corridoio austriaco…
L’Italia di sotto piegata nel suo malessere da abbandono mediterraneo, nella consapevolezza disperante del fallimento di tutte le proprie classi dirigenti, e in tumultuoso movimento processionale nella speranza di un intervento provvidenziale (un novum, qualcuno che al potere non c’è finora stato mai) che la salvi dall’inferno.
L’una attirata dal flauto magico della flat tax, l’altra da quello del reddito di cittadinanza.
In mezzo il nulla, o quasi: una sottile fascia, slabbrata, colorata di rosso nei territori in cui era radicato il nucleo forte dell’insediamento elettorale della sinistra, e che ora appare in progressiva disgregazione, con i margini che già cambiano.
Bisognerà ben dircelo una buona volta fuori dai denti, se non altro per mantenere il rispetto intellettuale di noi stessi: in questa nuova Italia bicolore la sinistra non c’è più. Non ha più spazio come presenza popolare, come corpo sociale culturalmente connotato, neppure come linguaggio e modo di sentire comune e collettivo. Persino come parola. La sua identità politica, un tempo tendenzialmente egemonica, non ha più corso legale. L’acqua in cui eravamo abituati a nuotare da sempre è defluita lontano – molto lontano – e noi ce ne stiamo qui, abbandonati sulla sabbia come ossi di seppia. Disseccati e spogli.

NON È UNA «SCONFITTA storica», come quella del ’48 quando il Fronte popolare fu messo sotto dalla Dc atlantista e degasperiana, ma non uscì di scena. È piuttosto un «esodo». Allora il giorno dopo, come dice Luciana Castellina, si poté ritornare al lavoro e alla lotta, perché quell’esercito era stato battuto in battaglia ma c’era, aveva un corpo, messo in minoranza ma consistente, e nelle fabbriche gli operai comunisti ritornavano a tessere la propria tela come pesci nell’acqua, appunto.
Oggi no: la sinistra del 2018 (se ha ancora un senso chiamarla così) non è stata messa sotto da nessuno. Non è stata selezionata come avversario da battere da nessuno degli altri contendenti. Se n’è andata da sé. O quantomeno si è messa di lato. Gli elettori si sono limitati a sfilarle accanto per andare altrove. Come si lascia una casa in rovina. Ha ragione Roberto Saviano quando dice che i blu e i gialli hanno potuto occupare tutto lo spazio perché dall’altra parte non c’era più nulla. Da questo punto di vista questo esito elettorale almeno un merito ce l’ha: ci mette di fronte a un dato di verità. E a un paio di constatazioni scomode: che l’«onda nera» non era affatto illusoria, è stata veicolata al nord da Salvini, ed è stata neutralizzata al sud dai 5Stelle (come fece a suo tempo la Dc).

D’ALTRA PARTE un tratto di verità ci viene consegnato anche dalla catastrofica esperienza del quadriennio renziano. L’opera devastante di «Mister Catastrofe», come felicemente lo chiama Asor Rosa, costituisce un ottimo experimentum crucis. Utilissimo – a volerlo utilizzare per quello che è: una sorta di vivisezione senza anestesia – per indagare che cosa sia diventato il Pd a dieci anni dalla sua nascita, ma anche cosa rimanga delle sue identità pregresse, delle culture politiche che plasmarono il suo background novecentesco, dell’antropologia dei suoi quadri e dei suoi membri, del suo radicamento sociale, del grado di tenuta o viceversa di evaporazione dei riferimenti nel set di tradizioni che definiscono ogni comunità. Matteo Renzi, nella sua breve ma tumultuosa (quasi isterica) esperienza da leader nazionale ha stressato il proprio partito in ogni sua fibra, ne ha rovesciato (e irriso) tutti i valori, ha umiliato persone e idee che di quella tradizione avessero anche una minima traccia, ha rovesciato di 180 gradi l’asse dei riferimenti sociali (gli operai di Mirafiori sostituiti da Marchionne), ha provocato a colpi di fiducia l’approvazione di leggi impopolari e antipopolari, ha rieducato alla retorica e alla menzogna una comunità che aveva fatto del rigore intellettuale un mito se non una pratica effettiva, ha cancellato ogni traccia di «diversità berlingueriana» dando voce al desiderio smodato di «essere come tutti», di coltivare affari e cerchi magici, erigendo a modelli antropologici i De Luca delle fritture di pesce e i padri etruschi dei crediti facili agli amici… Ora, con tutto questo, ci si sarebbe potuto aspettare che, se di quella tradizione fosse rimasto qualcosa, se un qualche corpo collettivo di «sinistra storica» fosse rimasto dentro quelle mura, si sarebbe fatto sentire (“se non ora, quando”, appunto). Tanto più dopo il compimento del gran passo – del rito sacrificale – della scissione. Un esodo di massa, al seguito del quadro dirigente che avevano seguito fino al 2013.

INVECE NIENTE: fuori da quelle mura è uscito un fiume di disgustati, ma è filtrato appena un esile rivolo, una minuscola «base» al seguito di un pletorico gruppo dirigente. Il 3 e rotti percento di Liberi ed Eguali misura le dimensioni di uno spazio residuale. Non annuncia – e lo dico con rammarico e rispetto per chi ci ha creduto – nessun nuovo inizio, ma piuttosto un’estenuazione e tendenzialmente una fine. Dice che non c’è resilienza, in quello che fu nel passato il veicolo delle speranze popolari. Né l’esperienza pur generosa (per lo meno nella sua componente giovanile) di Potere al popolo – purtroppo sfregiata dal pessimo spettacolo in diretta la sera dei risultati con i festeggiamenti mentre si compiva una tragedia politica nazionale -, può tracciare un possibile percorso alternativo: il suo risultato frazionale, sotto la soglia minima di visibilità, ci dice che neppure l’uso di un linguaggio mimetico con quello «populista» aiuta a superare l’abissale deficit di credibilità di tutto ciò che appare riesumare miti, riti, bandiere travolte, a torto o a ragione, dal maelstrom che ci trascina.

SI DISCUTERÀ A LUNGO degli errori compiuti, che pure ci sono stati: delle candidature sbagliate (come si fa a scegliere come frontman il presidente del Senato in un’Italia che odia tutto ciò che è istituzionale e puzza di ceto politico?). Delle modalità di costruzione della proposta politica, assemblata in modo meccanico. Della compromissioni di molti con un ciclo politico segnato da scelte impopolari. Tutto vero. Ma non basta. La caduta della sinistra italiana tutta intera s’inquadra in un ciclo generale che vedo la tendenziale e apparentemente irreversibile dissoluzione delle famiglie del socialismo europeo, e con esse l’uscita di scena della categoria stessa di “centro-sinistra”, inutilizzabile per anacronismo.

PER QUESTO NON BASTA fare. Occorre pensare e ripensare. Guardare le cose per come sono e non per come vorremmo che fossero. Misurare i nostri fallimenti. Costruire strumenti di analisi più adeguati. Perché questo mondo che non riconosciamo, non ci riconosce più… Come il Montale del 1925 (millenovecentoventicinque!) mi sentirei di dire: «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato | l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco | lo dichiari e risplenda come un croco | perduto in mezzo a un polveroso prato», per concludere, appunto, con il poeta, che questo solo sappiamo «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo»

https://ilmanifesto.it/la-sinistra-se-ne-andata-da-se

marzo 24, 2018Permalink

18 marzo 2018 – Non per intimismo

Credo che in questo momento se qualcuno ha qualche cosa da dire non debba nascondersi in una nicchia ma esprimersi dove possibile.
Il mondo cattolico ha molti strumenti per dire la libertà responsabile degli esseri umani.
Purtroppo dispone di un grosso numero di nicchie  esclusive e insonorizzate: le cementano il moralismo, il devozionismo e la tradizione di comportamenti ben accetti se succubi.
Per chi vi è entrato riesce difficile saltarne fuori.
Penso alla nicchia in cui si sono acquattati i vescovi italiani pur di non prendere parola almeno per dire che c’è una legge italiana che dal 2009 nega il certificato di nascita ai figli dei sans papier.
Mentre dicono famiglia fingono di non vedere i nuovi nati in Italia cui la famiglia è negata a garanzia del mantenimento di una tipologia di fedeli privi di consapevolezza, impauriti da tutti i proclami razzisti che passano vincenti nell’opinione pubblica  e incapaci di una reazione responsabile. 
Trascrivo un tweet papale e lo intreccio con i segni dei tempi del Concilio Vaticano II (Gaudium et Spes 4).
Penso al ‘vivere la fede’ oltre ogni moralismo e devozionismo rassicuranti.

Un tweet papale – 19 marzo 2018
Molte volte siamo caduti nella tentazione di pensare che il laico impegnato sia colui che lavora nelle opere della Chiesa e/o nelle cose della parrocchia o della diocesi, e abbiamo riflettuto poco su come accompagnare un battezzato nella sua vita pubblica e quotidiana; su come, nella sua attività quotidiana, con le responsabilità che ha, s’impegna come cristiano nella vita pubblica. Senza rendercene conto, abbiamo generato una élite laicale credendo che sono laici impegnati solo quelli che lavorano in cose “dei preti”, e abbiamo dimenticato, trascurandolo, il credente che molte volte brucia la sua speranza nella lotta quotidiana per vivere la fede.

Fonti:

http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19651207_gaudium-et-spes_it.html

http://www.orsolinescm.it/pagina.asp?quale=525

marzo 18, 2018Permalink

17 marzo 2018 – La moglie dell’uomo ucciso a Firenze spiega cos’è il razzismo

Un articolo del 13 marzo di Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale

Ha una specie di rosario tra le mani, il kurus: una catena di perline di legno che scorre nervosamente con le dita. Rokhaya Mbengue si nasconde dietro un velo viola decorato con fiori e gocce argentate, mentre siede in silenzio nel salotto della casa di Pontedera, in provincia di Pisa, circondata da amici e parenti venuti a trovarla.
Non ha nemmeno quarant’anni, ma ha già perso due mariti nello stesso modo: entrambi uccisi per strada a Firenze da due italiani che non li conoscevano nemmeno. Seduta su un materasso steso per terra in un appartamento al terzo piano di un palazzo, la donna è piegata su se stessa nel gesto ripetitivo di pregare contando le perline di legno del rosario. Tutti sono intorno a lei. L’unico rumore è quello della pioggia che entra dalla finestra. Ogni tanto arriva qualche schiamazzo dei bambini di casa che si rincorrono nel corridoio.
Era nel suo paese a Morola, in Senegal, quando il 13 dicembre 2011 Rokhaya Mbengue, soprannominata Kenne, ha saputo che il suo primo marito, Samb Modou, era stato ucciso da un uomo bianco che si era messo a sparare contro i neri. Gianluca Casseri, un militante di CasaPound, aveva ucciso due venditori ambulanti senegalesi al mercato di piazza Dalmazia, nel centro di Firenze. Tra loro c’era Samb Modou.
Ricorda di essere rimasta senza fiato, per giorni con la sua unica figlia, Fatou, ad aspettare che tornasse il corpo del marito dall’Italia. “Nella nostra religione, se uno muore dobbiamo seppellirlo il prima possibile per garantirgli la pace”, spiega Suleiman Seck, un cugino che è rimasto in piedi accanto a lei e l’aiuta a parlare quando le parole s’inceppano.
“Ho pensato che non mi sarei mai ripresa da quel dolore, era troppo”, ricorda Kenne. Ma poi per il bene della figlia Fatou, si è tolta il lutto e si è comportata come la famiglia le ha consigliato e come prevede la tradizione senegalese. Ha sposato uno dei cugini di Samb, Idy Diene, un uomo molto religioso che viveva in Italia dal 2001 e si era occupato di tutte le questioni burocratiche per il rimpatrio della salma. Dopo il matrimonio con Diene, Kenne si è trasferita in Italia. Voleva lavorare per assicurare un futuro a sua figlia Fatou, rimasta senza padre.
Come un diamante
I primi tempi a Firenze sono stati duri, ricorda. Ma poi è stata assunta come badante nella casa di una signora che l’ha accolta come una figlia. “La mia vita insieme a Idy è stata bellissima: Idy era una brava persona, era gentile, il suo cuore era puro come quello di un diamante”. Rokhaya Mbengue si copre con il velo che le nasconde gli zigomi pronunciati e gli occhi allungati, cerchiati da un’ombra scura, dopo giorni di pianto. Anche la donna italiana per cui lavorava voleva molto bene a suo marito e ci parlava spesso al telefono, “perché Idy amava scherzare”. “Il giorno in cui è stato ucciso ci avevamo parlato verso le 10, avevamo riso”, racconta Kenne.
Solo due ore dopo, mentre era sul ponte Amerigo Vespucci a vendere ombrelli, Idy Diene, un uomo corpulento di 54 anni, che tutti dipingono come “un uomo di pace” è stato colpito da tre proiettili: uno alla nuca, uno al petto e uno alle gambe. A sparare il sessantacinquenne Roberto Pirrone, ex tipografo in pensione, che dopo essere stato arrestato ha detto alla polizia di aver sparato a caso contro il primo che passava, perché era uscito di casa per suicidarsi, ma non aveva avuto il coraggio di farlo.
Kenne non ha nemmeno voluto vedere la foto dell’assassino di suo marito. “Una persona buona è andata via, un uomo che pensava solo a lavorare. Ora chi si occuperà dei suoi figli?”. Se potesse incontrare Pirrone, Kenne non vorrebbe parlargli. È molto religiosa, crede nella giustizia divina. “Dio è grande, più grande di tutti noi, io voglio solo pregare per mio marito”, dice mentre le si spezza la voce. “C’erano altre persone sul ponte, ma la violenza omicida di Pirrone si è scagliata contro l’unico nero, colpito alle spalle. In sette anni sono morti tre senegalesi a Firenze, tutti nello stesso modo e noi ora abbiamo paura, aggiunge Suleiman.
Kenne non vuole più rimanere in Italia, anche se da poco ha ottenuto la cittadinanza italiana. Vuole tornare da sua figlia in Senegal. “Io ho paura a camminare per strada, ho troppa paura”, dice. Il razzismo per Kenne è il disprezzo immotivato e quotidiano, che può diventare improvvisamente una condanna a morte. “A volte salgo sull’autobus e mi siedo. E subito quello che è accanto a me si alza perché io sono nera”, racconta. “Molte volte i colleghi al lavoro nemmeno ci dicono buongiorno e non rispondono quando li salutiamo”, aggiunge Suleiman. “Altre volte ci insultano per strada o sui mezzi pubblici senza motivo”.
Aliou Diene, il fratello minore di Idy, è distrutto. È stato lui a convincere il fratello a venire in Italia nel 2001, perché aveva trovato un buon lavoro a Firenze in una pelletteria, e sperava che anche lui potesse trovare qualcosa di simile. Invece Idy Diene faceva l’ambulante: vendeva accendini, fazzoletti, ombrelli. Non era mai riuscito a stabilizzarsi e anche per questo da tre anni aveva problemi a rinnovare il permesso di soggiorno, così non poteva tornare in Senegal a trovare la famiglia. “Era un uomo di pace, non aveva problemi con nessuno. Non aveva mai litigato con nessuno”, racconta Aliou. “Ogni cosa che aveva era pronto a dartela, era una persona generosa”, aggiunge con una voce morbida Abdullahi, il figlio diciottenne di Aliou. “Mi ha cresciuto come un figlio e aveva sempre buoni consigli per me”.
“Era molto religioso e frequentava la moschea di Firenze, aveva studiato l’arabo, leggeva il Corano”. Lavorava e basta, dice il fratello con cui condivideva la casa di Pontedera. La stanza di Idy Diene è rimasta come sospesa: un luogo immobile in cui i familiari si affacciano ogni tanto per guardare quello che apparteneva a Diene e sentirsi ancora vicini. Al centro un letto matrimoniale con una coperta rossa e un enorme pavone disegnato, sul comodino alcune medicine, un armadio sul lato destro della stanza è circondato da borsoni e valige. Sulla parete è appesa una foto plastificata che ritrae Idy Diene con sua moglie Kenne, sono abbracciati, stretti stretti. Indossano cappelli di lana, sembra inverno. Sorridono. Sullo scaffale sotto alla finestra c’è un libro, L’amica geniale di Elena Ferrante, e sopra al libro un piccolo portachiavi di pezza.

Non è più il tempo della paura
Nel salotto della casa all’ora di pranzo la tv è sintonizzata su una rete egiziana, un imam recita la preghiera. La sala è piena di ragazzi e ragazze, donne e uomini venuti da tutta la Toscana. Due uomini s’inginocchiano vicino ad Aliou, seduto sul divano, gli prendono le mani, poi insieme le alzano a conca verso il cielo e cominciano a pregare. Sono gesti che tutti riconoscono e così si uniscono alla preghiera condotta da Aliou.
“Quando vedevo tutte quelle persone arrivare alla manifestazione, molti italiani che conoscevano Idy e che piangevano per lui, le mie lacrime si sono fermate. Le loro lacrime asciugavano le mie lacrime”, racconta Suleiman che insieme ad Aliou e ad altri familiari ha aperto la manifestazione contro il razzismo che ha portato in piazza diecimila persone a Firenze il 10 marzo. “Più eravamo e più non sentivo paura”, continua. “Idy aveva molta paura dopo che era stato ucciso suo cugino Samb Modou”, racconta Suleiman. Gli aveva raccontato che quando vedeva un bianco mettere le mani in tasca si allontanava perché temeva che potesse estrarre una pistola. “Eppure la sua paura non l’ha salvato, questo significa che non è più il tempo di avere paura”, conclude.

Aggiungo: Chi era Idy Diene
Alla fine sono stati almeno diecimila, e pacifici, i partecipanti alla manifestazione che si è tenuta a Firenze in ricordo di Idy Diene, il senegalese di 54 anni freddato a colpi di pistola, senza un motivo apparente, lunedì scorso nel capoluogo toscano, sul ponte Vespucci, dal tipografo in pensione Roberto Pirrone.

Fonte:
https://www.internazionale.it/reportage/annalisa-camilli/2018/03/13/moglie-idy-diene-firenze
L’articolo di internazionale è reperibile anche nel sito ildialogo.org

http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/norazzismo/notizie_1521005976.htm

marzo 17, 2018Permalink

14 marzo 2018 – Per non perdere gli articoli di Michela Marzano, ricopio

12 Marzo 2018 La parità uomo-donna e il tradimento della sinistra di MICHELA MARZANO

La parità uomo-donna è ancora molto lontana in Italia, e la politica non aiuta nemmeno quando ci si proclama di sinistra, anzi. Nonostante il nuovo Parlamento sia il più “rosa” della storia repubblicana con il 34% di deputate e senatrici, ci sono più donne elette nel M5S e in Fi di quante non ce ne siano nel Pd o in Leu, facendo sorgere il sospetto che il principio di uguaglianza piaccia molto quando si tratta di rivendicarlo, ma resti poi lettera morta quando si passa dalla teoria alla pratica.
Certo, la nuova legge elettorale prevedeva l’alternanza di genere. Ma è stato facile aggirare l’ostacolo con lo strattagemma delle pluricandidature femminili: mettendo le stesse donne capolista in più collegi , una volta avuti i risultati e scelto il collegio in cui farsi eleggere, sono stati tanti i posti che si sono liberati per i maschi. Per non parlare poi della situazione ai vertici del Pd: gli unici nomi che circolano in questi giorni per la segreteria sono solo maschili. E le donne? Mancano le competenze? Manca la voglia? Manca il desiderio? Niente affatto , se ci si pone dal punto di vista femminile. Che rimane però marginale, come se gli uomini non ce la facessero proprio a dare spazio alle donne, permettendo loro di esistere indipendentemente da loro. Come dimenticare le interminabili discussioni all’interno del Pd durante la scorsa legislatura quando si trattava di dare via libera alla legge sul doppio cognome? La obiezioni maggiori non venivano proprio dai “compagni” che pensavano ad ammettere che il “none del padre” non fosse per sé più degno, o simbolicamente più efficace di quello della madre? La sinistra ha ancora molta strada da fare. C’è bisogno di una maggiore consapevolezza da parte delle donne delle proprie capacità e competenze. C’è bisogno di più coraggio da parte di coloro che, prestandosi ai giochi di potere maschili, portano pregiudizio non solo a se stesse, ma anche a tutte le donne che dovrebbero essere da loro rappresentate. Ma c’è pure bisogno che gli uomini accettino di mettersi in discussione. Le donne non hanno bisogno di elemosina. Ce ne sono molte che hanno già mostrato di essere capaci (o incapaci) almeno quanto gli uomini. E poi, il problema dell’uguaglianza uomo-donna non sarà definitivamente risolto solo quando si vedrà «una donna incompetente occupare un posto di responsabilità», come disse un giorno provocatoriamente François Giroud, famosa in Francia per essere stata la prima donna a occupare il posto di Ministro delle pari opportunità negli anni Settanta?

https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2018/03/12/news/parita_donne_uomini-191121282/?ref=RHPPBT-BH-I0-C12-P4-S2.4-T1

Due altri articoli di Michela Marzano che ho particolarmente apprezzato e ricopiato

17 febbraio 2018 – Il 31 gennaio è entrata in vigore la legge 219
Il 15 febbraio ho pubblicato nel mio blog il testo della legge 2 dicembre 2017, n. 219 Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento.
Li stesso giorno ho trovato un articolo della filosofa Michela Marzano che ho ricopiato parola per parola per poterlo conservare.
http://diariealtro.it/?p=5547

23 giugno 2016 – Ancora una volta bambini disprezzati fino all’invisibilità.
http://diariealtro.it/?p=4432

marzo 14, 2018Permalink

13 marzo 2018 Scrive una studentessa africana

12 marzo 2018    “Lettera a un mio coetaneo razzista che sui muri mi vuole uccidere”

Leaticia Ouedraogo – dal Burkina Faso – ha 20 anni e a Venezia studia Lingue a Ca’ Foscari. Ha scritto questo messaggio toccante dopo che nei bagni dell’università è apparsa una scritta inneggiante a Luca Traini: “Uccidiamoli tutti”, con il simbolo della svastica. “Come puoi pensare di uccidere qualcuno solo per il colore della pelle?” di FRANCESCO FURLAN
VENEZIA – “Voglio parlarti, capire perché tu mi voglia uccidere, visto che sono negra. Sono impaurita, non perché io abbia paura di essere uccisa, ma mi spaventano le ragioni per cui verrei uccisa. Come puoi pensare di uccidere qualcuno solo per il colore della sua pelle?”. Leaticia Ouedraogo, 20 anni, originaria del Burkina Faso, è una studentessa di lingue al Collegio internazionale di Ca’ Foscari, e questo è uno dei passaggi più intensi della lettera che ha idealmente spedito al “mio coetaneo razzista e fascista”. L’ha pubblicata pochi giorni fa nel blog studentesco Linea 20 dopo che nel bagno dei maschi della biblioteca universitaria alle Zattere, dove lavora, è apparsa una scritta che inneggiava al duce e a Luca Traini, l’uomo che a Macerata ha sparato a caso contro persone di colore: “Uccidiamoli tutti ‘sti negri”, con il simbolo della svastica.

“Mi sono immaginata un ragazzo della mia età chiedermi la tessera per la biblioteca, e poi andare in bagno a scrivere quelle frasi, e mi sono chiesta: perché?”. È una lettera che inizia con un dialogo tra lei e il fratellino di 8 anni, apostrofato come negher da due compagni di classe. “Doveva essere un insulto. Magari credono di essere migliori di te perché loro sono bianchi. Ma tu non ci devi credere, perché non è vero. La prossima volta che te lo dicono, tu rispondi che sei fiero di essere negro. Capito?”, scrive la studentessa, rivolgendosi al fratellino.

Arrivata in Italia a 11 anni, a Bergamo insieme alla madre per raggiungere il padre, in prima media Leaticia ha dovuto rispondere alle prime strane domande dei suoi compagni. “Ma sei arrivata con il barcone?”. Oppure: “Ma tu sei una bambina in regola?”. Negli anni del liceo, mentre aspettava l’autobus per tornare a casa, è capitato che le si avvicinassero uomini tre volte più grandi di lei per offrirle un passaggio. Sfregando il pollice e l’indice. “Mi scambiavano per una prostituta. Allora io rispondevo a voce alta, tutti sentivano e loro si vergognavano da matti”.

La sua arma per difendersi dal razzismo, racconta la ragazza, che da due anni vive a Venezia, è sempre stata l’ironia. “In qualche modo mi ha reso immune al razzismo”. Almeno lo credeva. La scritta trovata nel bagno della Biblioteca, vergata a pennarello in un luogo di cultura da qualche suo coetaneo, è stata come uno schiaffo: “Uccidiamoli tutti”. La lettera di Leaticia è la risposta di una ventenne all’odio. “L’ho scritta di getto, non pensavo che potesse avere questa attenzione”, spiega dopo che il suo intervento è stato condiviso da migliaia di lettori, soprattutto studenti.

Una lettera scritta pensando a quel che è successo a Macerata, pensando a suo fratello. “A otto anni, come si rielabora il razzismo? E io, da sorella maggiore, come lo semplifico il razzismo per un bambino ingenuo?”, si interroga. Non le fanno paura le persone, i mostri che le abitano sì. Finiti gli studi a Venezia Leaticia ha un sogno, al quale si sta applicando con sacrificio: lavorare nelle relazioni internazionali, costruire un progetto che possa aiutare i ragazzi di origine africana a realizzarsi, come sta facendo lei.

La sua lettera si chiude con queste parole: “Non devi uccidere me, devi uccidere quel mostro oscuro che si nutre delle tue paure e della tua ignoranza, ma anche della tua ingenuità. Ti auguro sinceramente di sconfiggere questi mostri”.
Chissà se il suo coetaneo razzista avrà avuto il coraggio di leggerla tutta fino alla fine.

http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/norazzismo/notizie_1520922021.htm

 

marzo 13, 2018Permalink

10 marzo 2018 – Quando le radici nutrono la corruzione

Da tempo mi chiedo e chiedo perché il Parlamento non sia stato capace, nel corso della successione di quattro governi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, di estirpare dalla nostra legislazione la norma introdotta nel 2009 (era al potere il quarto governo Berlusconi e la norma specifica fu sostenuta con forza fino al voto di fiducia dell’allora ministro dell’interno, tale on. Maroni, Lega Nord allora oggi Lega tout court).
Per molta opinione pubblica, succube dell’ignoranza introdotta dalla paura costruita e perseguita dai sodali del Maroni di cui sopra, fu l’effetto di una comunicazione pervasiva e insistita che investì anche i vescovi cattolici, cui non poteva essere tolta la voce che li vuole caritatevoli ma resi muti nella dignità che li avrebbe fatti capaci (ma impopolari) di praticare il sostegno dell’uguaglianza del diritto all’esistenza legale come affermato dal certificato di nascita, quel documento ad alcuni negato.
Così la volontà di privare i nuovi nati nel nostro stato del certificato di nascita in termini di uguaglianza si è arricchita dell’autorevolezza del silenzio dei monsignori associati nella Conferenza Episcopale Italiana e la legge che propone la disuguaglianza dei deboli marcia imperterrita verso la XVIII legislatura. [link Nota 3]
In calce il mio link al messaggio che ho inviato al presidente Gentiloni lo scorso dicembre quando la fine delle Disposizioni in materia di cittadinanza (cd ius soli) fu sancita dal Senato.
L’ho riportato nel mio blog lo scorso febbraio. [link Nota 2]
Ora il teologo biblista Alberto Maggi propone considerazioni che condivido totalmente [link Nota 1] .

Alberto Maggi Radici cristiane? “Radici marce”

La riflessione del biblista Alberto Maggi si rivolge a chi “rivendica le radici cristiane della nostra civiltà guardando a un passato più ideale che reale, a una società dove l’ordine era garantito dall’obbedienza e dalla sottomissione”. Ma “se queste sono le radici, c’è solo da vergognarsene, e occorre estirparle”.
Anche perché “il disegno del Signore non è quello di una società tutta cristiana, utopia irrealizzabile e neanche auspicabile…”. E ancora: “Gesù non invita i suoi a occupare o sostituirsi alle strutture sulle quali si regge la società, ma di infiltrarsi, come il sale e come il lievito, per dare sapore, per dilatarle, per renderle sempre più umane e attente ai bisogni e alle sofferenze degli uomini”

Molti di quelli che rivendicano le radici cristiane della nostra civiltà guardando a un passato più ideale che reale, a una società cristiana dove l’ordine era garantito dall’obbedienza e dalla sottomissione, della moglie e dei figli al capofamiglia, dei sudditi ai governanti e dei fedeli alle autorità religiose, in una gerarchia di valori indiscussa, da tutti accettata o subita.
Costoro sono i nostalgici di un passato, quando le chiese erano piene di cattolici che assistevano alla messa domenicale perché precettati (l’unica alternativa possibile era commettere peccato mortale e finire all’inferno per tutta l’eternità). Alcuni rimpiangono la famiglia cattolica, quando l’educazione religiosa alle spose le invitava ad accettare con cristiana rassegnazione anche i maltrattamenti da parte del coniuge (ancora negli anni ’60 era in voga un manuale della sposa cattolica, dove tra i doveri delle mogli si elencava quello di obbedire al marito come a un superiore, tacendo quando lo si vedeva alterato, ed essere sottomessa alla suocera).
Altri vorrebbero ritornasse quel tempo in cui i treni viaggiavano in orario, non c’era la delinquenza, e si poteva lasciare la chiave sulla porta di casa, in un ordine sociale garantito dall’obbedienza all’indiscusso capo, un uomo sempre inviato dalla Provvidenza, in risposta al bisogno atavico degli uomini di barattare la propria libertà con la sicurezza che offre la sottomissione acritica al potente di turno.
Le radici di questa società saranno state anche cristiane, ma i frutti evidentemente no, e in questo clima di soggezione a ogni forma di potere, la libertà era vista come uno spauracchio, una minaccia all’ordine costituito dai potenti e sempre sostenuto e benedetto dalla Chiesa. Obbedienza, sottomissione sono vocaboli assenti nel linguaggio di Gesù, il quale invece di rifarsi al passato, alle radici, invita a osservare i frutti (“dai loro frutti li riconoscerete”, Mt 7,20). Per Gesù “ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi” (Mt 7,17). L’albero che non produce frutti buoni è immagine di quanti non hanno cambiato vita a contatto con il suo messaggio; oppure hanno simulato tale cambiamento e continuano ad essere complici dell’ingiustizia della società. Più che di radici bisognerebbe parlare di catene. Questa civiltà, tanto cristiana e tanto cattolica, all’insegna dell’ordine e dell’obbedienza, ha da sempre temuto la libertà, vista più come una minaccia che come un dono del Signore (Gv 8,32-36): “Cristo ci ha liberati per la libertà!” (Gal 5,1). E la Chiesa, anziché promuovere la dignità umana e il diritto alla libertà, cercò, finché le fu possibile, di sopprimerli, basta pensare a Gregorio XVI, il papa che nell’Enciclica Mirari vos, nel 1832, arrivò a parlare di quella “perversa opinione…errore velenosissimo” [pestilentissimo errori] o piuttosto delirio, che debbasi ammettere e garantire per ciascuno la libertà di coscienza” (Denz. 2730).
C’è da chiedersi quale frutto perverso queste radici cristiane possano aver generato, se papi come Niccolò V, nella bolla Dum Diversas (1452), ribadita poi con la bolla Romanus Pontifex nel 1454, arrivò ad autorizzare i regnanti cattolici a “invadere e conquistare regni, ducati, contee, principati; come pure altri domini, terre, luoghi, villaggi, campi, possedimenti e beni di questo genere a qualunque re o principe essi appartengano e di ridurre in schiavitù i loro abitanti”. Forte della sua autorità il papa, a difesa delle sue parole, conclude la bolla con questa minaccia: “Se qualcuno oserà attaccarla, sappia di stare per incorrere nello sdegno di Dio onnipotente e dei beati apostoli Pietro e Paolo”. Queste aberranti e disumane dichiarazioni furono purtroppo confermate e convalidate dai pontefici successivi, sempre in nome di Cristo, naturalmente.
Se queste sono le radici c’è solo da vergognarsene, e occorre estirparle, liberando il terreno sassoso dalle pietre che non hanno permesso il loro sviluppo e dai rovi che le hanno soffocate e tornare a seminare a loro posto la buona notizia di Gesù (Mt 13,3-23), il cui progetto non è volto a conservare il mondo così com’è, ma a cambiarlo (“Convertitevi!”, Mt 4,17). Il disegno del Signore non è quello di una società tutta cristiana, utopia irrealizzabile e neanche auspicabile (il disastro di ogni teocrazia è evidente), ma Gesù chiede ai suoi seguitori di influire positivamente nel mondo, e per questo usa immagini come il sale e il lievito (Mt 5,13; 13,33), elementi che anche in minima quantità possono influire nella massa liberando tutte le loro potenzialità. Gesù non invita i suoi a occupare o sostituirsi alle strutture sulle quali si regge la società, ma di infiltrarsi, come il sale e come il lievito, per dare sapore, per dilatarle, per renderle sempre più umane e attente ai bisogni e alle sofferenze degli uomini. Per questo la fedeltà al Cristo non può essere rivendicata a parole (“Non chiunque mi dice: “Signore, Signore…”, Mt 7,21), ma solo nei fatti (“Colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”, Mt 7,21). Non sono gli attestati di ortodossia la garanzia di vita cristiana, ma un comportamento il cui unico distintivo è l’amore; non basta rivendicare la sacralità del vangelo, ma è necessario che il credente diventi la buona notizia per ogni persona che si incontra. I cristiani non si riconoscono per i distintivi religiosi ostentati (“Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filatteri e allungano le frange”, Mt 23,5), ma per l’umanità che li rende attenti, sensibili e solleciti ai bisogni e necessità degli emarginati e di tutti gli esclusi della società: “Ero straniero e mi avete accolto… ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,35).

Nota 1
https://alzogliocchiversoilcielo.blogspot.it/2018/03/alberto-maggi-radici-cristiane-radici.html#more

Nota 2: http://diariealtro.it/?p=5574

Nota 3:
https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2015/10/24/0816/01825.html

marzo 10, 2018Permalink