08 febbraio 2009 – Dopo l’inferno di Gaza, quale futuro?

Il dramma di Gaza, con annessi e connessi, ha scosso e scuote le nostre coscienze, di tutte e tutti noi «occidentali». Infatti, se quegli eventi hanno ovviamente colpito il mondo intero, anche nel Sud del pianeta, essi hanno pesato, e pesano, soprattutto sul Nord del mondo – sull’Occidente, in sostanza. E questo perché la vicenda storica del popolo ebraico l’antisemitismo e l’antigiudaismo cristiano, l’illuminismo, la modernità, il colonialismo, il comunismo, il nazismo, la Shoah, il rapporto con l’islam, la necessità «nostra» del petrolio del Medio Oriente in mano a regimi a vario titolo ed intensità proclamantisi musulmani… formano un amalgama intricatissimo e incombente che penetra fino alle fibre più profonde del nostro essere, personale e collettivo, e sprigiona passioni fortissime. Di fronte alla tragedia di Gaza, in controluce – almeno a noi sembra – sta tutto questo intricato ed ineliminabile background.

Negli ultimi anni, per fermarci a questi, sono avvenute nel mondo vicende che hanno provocato infinitamente più vittime (in Conga e in Ruanda quattro milioni!), uccise in modo crudelissimo, che non quante sarebbero morte secondo fonte palestinese – tra le 1300 e le 1400 – a Gaza e ai suoi confini in Israele, dal 27 dicembre al 18 gennaio. Ci siamo commossi anche per le tragedie africane, ed altre, del pianeta; ma senza esagerare e senza inquietarci troppo. Quali masse hanno infatti percorso le strade delle nostre città per gridare contro gli eccidi nel cuore del continente nero? Invece, ora, si sono moltiplicate, qui da noi, le manifestazioni pro o contro Israele per il dramma di Gaza. Perché – questa la nostra ipotesi – in quest’ultima vicenda noi sentiamo, oscuramente forse, che siamo in gioco in prima persona, come Occidente.

Proprio perché siamo così coinvolti, inevitabile che sulla vicenda di Gaza siamo uniti da eguale passione, ma anche, spesso, divergenti sull’analisi dei fatti, nel loro contesto storico immediato o lontano, e sulle prospettive per uscire dalla crisi. Specchio di tali divergenze sono le dichiarazioni dei leader europei, o di personalità occidentali che – semplificando – hanno individuato la causa del dramma in Hamas che lancia razzi sulla popolazione civile d’Israele o in questo che bombarda indiscriminatamente la Striscia e che da oltre quarant’anni occupa i Territori.

In quanto Confronti, come rivista siamo – volenti o nolenti – inseriti in questo quadro, ed a maggior ragione perché, nel nostro piccolo (infinitamente piccolo di fronte alla vastità immensa dei problemi), cerchiamo di favorire il dialogo tra ebrei, cristiani, musulmani e «laici», e portare la nostra minuscola tessera per creare il grande mosaico della pace in Medio Oriente, che preveda la pace nella giustizia (non la pace di Brenno del «Guai ai vinti!») e, cioè, due Stati per due popoli: Israele (ma Stato per gli ebrei, o Stato per tutti i cittadini che lo abitano?), che c’è, e deve esserci, ed una Palestina che non c’è, e che va creata come realtà vivibile e non semplice fantoccio o «bantustan» – l’ipotesi poi, o il sogno, che i due Stati decidano di unirsi in confederazione sarà, forse, un tema obbligato del lontano futuro. Consapevoli dell’estrema complessità della situazione, tentiamo dunque di riflettere su tali problemi senza la pretesa di avere la verità in tasca e, anzi, desiderosi che voci variegate ci aiutino, su queste pagine, a vedere le molteplici sfaccettature della tragedia, e i numerosi fili della matassa.

Perché – proviamo ad addentrarci nella cronaca – il governo di Ehud Olmert, leader del partito Kadima, il 27 dicembre ha avviato la micidiale operazione «Piombo fuso» contro Gaza? Ci sembra che in quel momento, e in quella proporzione, il premier abbia così scelto per tre motivi. Intanto, per la consapevolezza che la popolazione israeliana era stremata, con crisi economica e città in via di sviluppo mai sviluppatesi. Poi per rafforzare le fortune del suo partito alle elezioni politiche anticipate del 10 febbraio. Va infatti ricordato che, quello in carica, è un governo degli affari correnti, perché Olmert, accusato di corruzione, è stato costretto a dimettersi in settembre. Il suo ministro degli Esteri, la signora Tzipi Livni, aveva tentato in ottobre di formare un nuovo governo ma, non essendoci riuscita, il presidente di Israele, Shimon Peres, ha indetto le elezioni anticipate per la Knesset (il parlamento). Olmert e Livni, insieme al ministro della Difesa, ed ex premier laburista, Ehud Barak, decidendo «Piombo fuso» hanno probabilmente pensato – si vedrà con quale risultato – di rovesciare i pronostici elettorali che, fino al 27 dicembre, davano per vincitore il leader del Likud, Benyamin Netanyahu, colui che da sempre propugna il pugno di ferro contro i palestinesi.

Ma il motivo forse più pressante per attuare a fine anno l’attacco contro Gaza è stato l’interregno del partner decisivo e dello sponsor fondamentale di Israele, il presidente degli Stati Uniti d’America. Barack Obama, infatti, eletto il 4 novembre ma in carica solo dal 20 gennaio, non poteva intervenire, essendo ancora al comando George W. Bush. Era scontato l’o.k. di questi alla decisione di Olmert, e il segretario di Stato Condoleezza Rice si era affrettata a dire che quella di Israele era una legittima scelta di autodifesa da un’aggressione; ma anche se, per ipotesi, la Casa Bianca fosse stata contraria, è ben possibile che Olmert avrebbe proceduto lo stesso, essendo ormai Bush un’«anatra zoppa». In ogni caso Obama non era in carica e, da presidente, adesso si ritrova con un’inattesa patata bollente in mano. Quello che egli farà concretamente, lo vedremo, e per giudicare occorre attendere.

Il governo d’Israele afferma che Hamas ha violato la tregua di sei mesi stipulata in giugno e che scadeva il 19 dicembre. Ma, appunto, la tregua era scaduta, e quindi non è stata violata. Essa poteva comunque almeno essere rinegoziata, senza ignorare i pericoli che avrebbe corso la popolazione civile di Gaza, i bambini primi fra tutti, a fronte di una reazione israeliana. Altro e differente problema è valutare la decisione di Hamas. Molti ritengono che, riprendendo in grande stile il lancio di razzi contro le città israeliane prossime alla Striscia, esso abbia offerto su di un piatto d’argento il pretesto ad Olmert per far partire «Piombo fuso» (altro problema ancora è quanto sull’operazione abbia pesato il governo e quanto, seppure non formalmente, il vertice delle Idf – Tsahal –, le forze di difesa israeliane). Hamas sottolinea che, durante la cosiddetta tregua, in realtà Israele ha continuato le esecuzioni mirate e, soprattutto, ha continuato a chiudere, a sua inappellabile discrezione, i passaggi tra Israele (o dal Mediterraneo) e Gaza. È vero infatti che nel 2005 il premier Ariel Sharon aveva costretto gli ottomila coloni ebrei ad abbandonare i 21 insediamenti della Striscia, ma aveva mantenuto le chiavi di essa, rendendola una grande prigione a cielo aperto, dove i beni essenziali, dai viveri alle medicine all’energia, entrano solo se Israele lo consente, e si arrestano quando sbarra le porte. L’obiettivo, sicuramente fallito, di tali chiusure, era bloccare l’entrata di armi nella Striscia, ma esse sono arrivate in abbondanza (soprattutto attraverso i tunnel «artigianali» scavati sotto il confine tra la Striscia e l’Egitto).

Bisogna anche ricordare che lo sgombero israeliano della Striscia era stato deciso da Sharon senza alcuna concertazione con il presidente palestinese ed esponente di al-Fatah Abu Mazen (il 9 gennaio 2005 eletto dal popolo come successore di Yasser Arafat, morto due mesi prima). Il premier sosteneva di non avere un partner con cui trattare ma, escludendolo come inesistente, ha umiliato Abu Mazen, reso ridicolo agli occhi di molti palestinesi, e favorendo così proprio Hamas. Che, infatti, alle elezioni legislative del 25 gennaio 2006 ha ottenuto la maggioranza assoluta nel parlamento. Una vittoria assicurata, naturalmente, da diversi fattori, tra i quali una diffusa corruzione nell’Autorità palestinese controllata da al-Fatah, resasi così insopportabile agli occhi della popolazione. Il tentativo, poi, di condominio tra al-Fatah ed Hamas nel governo con un premier, Ismail Haniyeh, indicato dal Movimento di resistenza islamico, è fallito. E nel giugno 2007 con un colpo di mano (compiuto, afferma, per prevenirne uno analogo di Abu Mazen per debellarlo), e lasciando per le strade morti del confronto fratricida, Hamas ha preso da sola il potere a Gaza. Per cui da allora vige un potere bicefalo intra-palestinese: Hamas a Gaza, al-Fahah in Cisgiordania.

Il mandato di Abu Mazen scadeva il 9 gennaio 2009 ma, sostenuto da al-Fatah, ha deciso di prolungarlo; decisione considerata anticostituzionale da Hamas. Così che ora sono in carica un presidente la cui legittimità è dubbia, e un premier di Hamas, rifiutato da Israele e dall’Occidente, seppur frutto di elezioni democratiche.

Perché Hamas ha deciso di provocare Israele lanciando razzi contro la popolazione civile? Che il numero di morti israeliani sia stato limitatissimo – tredici persone, in maggioranza militari caduti durante l’operazione «Piombo fuso», e alcuni di essi uccisi da «fuoco amico» – non cancella il furore che questi lanci hanno provocato nell’opinione pubblica del paese? Intanto, vanno segnalate le tensioni alla testa del Movimento, tra l’ala politica e l’ala militare e, soprattutto, tra chi opera a Gaza e chi, come il leader Khaled Meshaal, è riparato a Damasco: gli uni al fronte, gli altri al sicuro in Siria. Infine, comunque, una decisione fu presa, e forse Hamas ha agito per conto dell’Iran, ritenendo, a Gaza o a Teheran, che mille o duemila morti palestinesi, e un disastro materiale immane provocati dai prevedibili bombardamenti israeliani, servissero alla «causa». E diversi regimi arabi – dalla Giordania, all’Arabia Saudita, all’Egitto anch’esso con in mano una delle chiavi di accesso alla Striscia – pur verbalmente condannando la scelta d’Israele, hanno visto con sollievo il lavoro sporco fatto dalle Idf per decapitare Hamas, ritenuto la longa manus dell’Iran per esportare idee e scelte tali da far traballare i loro regimi. Pur essendo sciita, l’Iran aiuta strumentalmente il sunnita Hamas. Ma la vera posta in gioco è la leadership del mondo musulmano e il contrasto tra le potenze musulmane per ottenerla.

Perché Israele ha risposto ad Hamas con tale potenza di fuoco – usando, pare, anche bombe Dime e al fosforo bianco – da provocare, a quanto sappiamo il 21 gennaio, mentre scriviamo, tra i 1300 e i 1400 morti, di cui quasi un terzo bambini – e cioè più di cento palestinesi morti per ogni israeliano ucciso dai razzi o durante l’attacco a Gaza – senza contare i più di cinquemila feriti, e le tremende distruzioni di case e infrastrutture, ospedali compresi? Sembra che Olmert abbia voluto applicare a Gaza la «dottrina Dahiya» che il generale Gadi Eisenkot, comandante del Comando settentrionale di Israele, aveva così espresso in ottobre in un’intervista al quotidiano Yedioth Ahronoth: «Useremo una forza sproporzionata contro ogni villaggio da cui saranno sparati colpi contro Israele e provocheremo immensi danni e distruzioni». Il riferimento era a Dahiya, un sobborgo di Beirut raso al suolo dagli aerei israeliani durante la guerra dell’estate 2006 per stroncare i guerriglieri filo-sciiti Hezbollah. Il governo Olmert avrebbe dunque applicato all’intera Striscia controllata da Hamas la punizione inferta al villaggio libanese che ospitava i miliziani. Senza tenere in alcun conto i terribili «effetti collaterali», l’uccisione di centinaia di donne e bambini e, perfino, la distruzione di edifici dell’Unrwa (il Servizio dell’Onu per i rifugiati palestinesi), duramente criticata dal segretario dell’Onu, Ban Ki-moon.

La tragedia di Gaza ha mostrato, una volta di più, la pochezza delle Nazioni Unite e dell’Unione europea. Ma, pensando al futuro, come ipotizzare una pace, dopo tanto sangue, e partendo dalla tregua (fragilissima) proclamata unilateralmente da Israele e da Hamas il 18 gennaio? Il programma politico-ideologico del Movimento di resistenza islamico fa paura, perché in sostanza prevede uno Stato rigidamente teocratico dove viga la sharia (legge islamica interpretata nel modo più rigido), e dove la «laicità» che innervava larga parte dell’Olp viene cancellata. Esso è dunque non solo contro l’Occidente, ma anche contro quello che pensano molti palestinesi. E però è stato massicciamente da questi votato, perché delusissimi dall’appoggio acritico degli Usa e dell’Unione europea alla politica israeliana. E adesso?

Adesso Israele avrebbe tutto l’interesse a favorire al più presto, senza furbe dilazioni, la nascita di uno Stato palestinese, trattando con tutte le parti interessate – tutte, nessuna esclusa. Una giusta soluzione comporta la fine dell’occupazione militare e coloniale dei Territori che dura intollerabilmente da oltre quarant’anni, la condivisione di Gerusalemme come capitale di due Stati (la Palestina formata da Striscia e Cisgiordania non amputata), un accordo onesto su possibili scambi territoriali tenendo però come base i confini israeliani del 1967, una soluzione concordata del problema dei profughi. Ora che Hamas sembra indebolito (ma, dopo un periodo di «convalescenza», forse diventerà ancora più forte, perché bisognerà vedere come si orienteranno, crescendo, quelle migliaia e migliaia di bambini che hanno visto gli orrori di «Piombo fuso»), che farà l’attuale e il futuro governo israeliano? I palestinesi dovranno ancora mendicare giustizia? Le risoluzioni dell’Onu saranno finalmente applicate, o sempre svuotate? Obama sarà un mediatore efficace ed autorevole, o semplice portavoce del governo israeliano e di chi lo sostiene, anche negli States? Nel suo discorso del 20 gennaio, parlando del Medio Oriente il neo-presidente ha nominato esplicitamente l’Iraq («responsabilmente lasceremo il paese alla sua gente») ma non ha citato né Israele né Gaza: un silenzio singolare! Tuttavia ha precisato: «Al mondo musulmano dico che cerchiamo una nuova via di uscita basata sugli interessi reciproci e sul reciproco rispetto… A quanti [nel mondo] rimangono attaccati al potere con la corruzione, la menzogna e soffocando il dissenso, dico che stanno dalla parte sbagliata della storia, ma che tenderemo loro la mano se si dimostreranno disposti ad un segno di pace».

Lo slogan riassuntivo per sciogliere veramente ed onestamente il nodo gordiano israelo-palestinese non può essere (come abbiamo sentito in Italia): «Salviamo Israele per salvare la pace»; ma: «Salviamo Israele e Palestina per salvare la pace». Perché salvare solo uno è impossibile, se si vuole una pace degna di questo nome.

la redazione di Confronti

Febbraio 8, 2009Permalink

01 febbraio 2009 – Medio Oriente. Prima, durante e dopo una tragedia annunciata – da Confronti – febbraio 2009

  

La tragedia di Gaza ha naturalmente sconvolto anche ciascuna e ciascuno di noi di Confronti, e  quante e quanti seguono il nostro lavoro, le nostre iniziative, e ci onorano della loro fiducia. Un dramma tremendo che pesa sul nostro cuore, e lacera le nostre coscienze. Mille le domande che si siamo fatti, e continuiamo a farci: che possiamo fare, che possiamo dire per dare il nostro – infinitesimale, ma sincero – contributo ad una pace giusta? In questo numero, dall’editoriale alle pagine che seguono, riportiamo voci variegate per tentare una qualche analisi, porre domande a noi stessi, arrischiare brandelli di risposte. Un «confronto» che naturalmente non può esaurirsi in questo numero, e che continuerà a lungo, arricchito, vogliamo sperare, da interventi di commento, di critica, di sostegno, di analisi da parte di chi ci legge, e che noi caldamente invitiamo ad entrare in questa arena – non per combatterci ma, nel rispetto delle diverse ed appassionate opinioni, per aiutarci tutti a capire e ad aiutare la pace. 

Ma, intanto cominciamo qui a fare la cronaca del nostro viaggio a Gerusalemme e dintorni, programmato attorno a Capodanno, perché esso si è intrecciato proprio con gli imprevisti eventi di Gaza. Partiamo lo stesso? Annulliamo? Domande angosciose, che ci siamo scambiati tra noi, e con ciascuna delle persone – provenienti da varie regioni italiane – che si erano iscritte al nostro ennesimo viaggio di studio là dove la pace è più difficile, e che dal 28 dicembre al 5 gennaio ci avrebbe portati in Israele e in Cisgiordania. L’attacco israeliano è iniziato laggiù alle 11,30 del 27 dicembre – era sabato ma, abbiamo appreso poi, il rabbinato aveva dato il suo consenso al lavoro dell’operazione «Piombo fuso» in quanto considerata una necessaria misura difensiva contro l’aggressione di Hamas. Dopo molte consultazioni e telefonate, abbiamo deciso di partire, anche perché su 31 iscritti solo una persona, già per diversi motivi, aveva dovuto disdire il viaggio. Naturalmente, il nostro itinerario – preparato accuratamente da molte settimane – avrebbe subìto variazioni, da valutarsi in rapporto alla situazione in loco e sentite anche le autorità diplomatiche italiane. Di fatto, siamo stati costretti ad annullare i previsti incontri con le autorità di Sderot, la città israeliana, quasi confinante con la Striscia, e bersaglio da mesi di razzi lanciati da Hamas; e cancellare la visita alla città di Jenin – al nord della Cisgiordania occupata – dove tra l’altro ci attendevano impazienti le ragazze e i ragazzi che nel giugno scorso erano stati da noi invitati in Italia, nell’àmbito dell’iniziativa Fiori di pace, insieme a coetanei ebrei israeliani. La cancellazione della tappa di Jenin ci ha privati di testimonianze importanti. 

Da «Parents circle» a «Breaking the silence» 

A Gerusalemme abbiamo incontrato Rami Elhanan, ebreo, uno dei leader di Parents circle in Israele; impedito dalla situazione politica e militare, all’appuntamento non è però arrivato un rappresentante palestinese dell’organizzazione bipartisan che raccoglie circa cinquecento famiglie di ebrei israeliani e di palestinesi che, gli uni a causa dei kamikaze, gli altri a causa dei bombardamenti o degli attacchi delle Idf-Tshal (Forze di difesa israeliane), hanno perso un familiare e che, da questo dramma, non vogliono trarre motivi di vendetta ma motivi per non spargere altro sangue e ricavare dalla rispettiva tragedia il coraggio di riconciliarsi con il nemico e lavorare insieme per una pace giusta. Il nostro amico Rami (che, con il suo «collega» palestinese, avevamo incontrato varie altre volte in precedenti viaggi), oltre a raccontare la sua vicenda – una figlia morta in un attentato kamikaze – e la scelta di Parents circle, ha anche raccontato quello che certamente avrebbe detto l’amico palestinese. 

A proposito di Gaza, Rami, giudicando una tragedia la scelta del governo d’Israele, si è chiesto che cosa sarebbe avvenuto quando tutto fosse finito, se Israele sarebbe stato più al sicuro e la pace giusta più vicina. Più o meno lo stesso interrogativo se lo è posto Mikhael Manekin, uno degli esponenti di Breaking the silence, un’organizzazione che raccoglie un piccolissimo gruppo di soldati israeliani che hanno prestato servizio nei check-point della Cisgiordania occupata e che, proprio partendo dalla loro concreta esperienza, hanno deciso appunto di «spezzare il silenzio» raccontando all’opinione pubblica israeliana le ingiustizie inevitabilmente collegate con gli stessi passaggi di controllo disseminati ovunque in Cisgiordania, che sono decine e decine. Senza voler giudicare nessuno, ma parlando di sé o di ciò che lui ha personalmente constatato, ha ricordato che moltissimi soldati vigilano ai check-point senza sapere una parola di arabo, il che comporta quasi automaticamente incomprensioni con i palestinesi che cercano di passare, e spesso innescano brutalità perché la gente, non comprendendoli, magari disobbedisce a certi ordini. «Sono un ebreo israeliano, amo Israele, soffro per Israele. Proprio perché amo il mio paese ritengo giusto parlare delle cose che non vanno, per cercare di correggerle». 

Hand in Hand. Wolfson Center. Ministero israeliano degli Affari sociali. Caritas Baby Hospital 

In Israele vi è un’organizzazione, Hand in Hand (mano nella mano) che gestisce quattro scuole – che vanno dalle elementari alla scuola media (14 anni) – nelle quali gli insegnanti parlano in ebraico o in arabo, e gli alunni imparano le due lingue. Queste scuole seguono i normali programmi del Ministero dell’Istruzione, che dunque paga i docenti. Ma il governo paga un solo docente per materia, e quindi l’altro deve essere pagato dall’organizzazione che è dunque impegnata a raccogliere fondi ad hoc sia in patria che all’estero. Anche i presidi delle scuole Hand in Hand sono due, un ebreo israeliano e un arabo israeliano: Orna Eylat e Taghreed Khatib sono le due presidi della scuola Galil da noi visitata. Anche nel nostro incontro alla scuola Galil non poteva non irrompere la tragedia di Gaza. Molto onestamente, Orna e Taghreed ci hanno detto di non aver direttamente toccato la tematica con i bambini più piccoli, ma di averla invece affrontata con i ragazzi più grandi. I quali, così, hanno potuto sentire due punti di vista: l’uno che sostanzialmente ritiene inevitabile la ferma risposta delle Idf ai lanci di razzi da parte di Hamas, l’altra che ritiene tale risposta, così come attuata, immorale e anche, politicamente parlando, in prospettiva deleteria per Israele. 

Le ripercussioni della tragedia di Gaza sulla coraggiosa iniziativa di Hand in Hand hanno toccato anche gli insegnanti e le famiglie della scuola Galil e di Jenin da dove, finora, sono venuti la maggior parte dei ragazzi israeliani e palestinesi coinvolti in Fiori di pace. Noi non sappiamo, ora, se e come potremo portare avanti la nostra iniziativa, che prevedeva una nuova puntata proprio alla metà del prossimo marzo: infatti, se alcune famiglie (di qua e di là del «fronte»), a quanto finora abbiamo potuto apprendere, sono ancor più motivate a continuare l’esperienza iniziata, altre invece pensano che, dopo il dramma di Gaza, non abbia più senso un tale dialogo. 

Ma un particolare tipo di dialogo – se possiamo denominarlo così – continua in una singolare esperienza, che per la prima volta abbiamo avvicinato nei nostri viaggi: Save a child’s heart (Sch, Salva il cuore di un bambino). Iniziata nel 1996 per opera del dottor Ami Cohen presso il Wolfson Center, un ospedale di Holon – periferia di Tel Aviv – Sch è specializzato per curare bambini con malattie cardiache. Il che non è nulla di speciale, naturalmente: la particolarità è che tali bambini provengono da paesi «in via di sviluppo» e, in particolare – un terzo – dai Territori palestinesi occupati e dall’Iraq. I piccoli degenti sono ospitati gratuitamente, insieme ai genitori che li accompagnano, e tutte le spese sono coperte da Sch, che si finanzia con donazioni di privati in Israele e nel mondo (per informazioni: www.saveachildshearth.org). In tredici anni di lavoro Sch ha curato più di duemila bambini, provenienti da trenta paesi asiatici ed africani. Ci dice il dottor Sion Houri – ebreo di origine tunisina e tra i fondatori di Sch– che lavora al Wolfson Center: «Non guardiamo al colore della pelle, né al paese di provenienza. Curiamo tutti i bambini che, nei limiti delle nostre possibilità, riusciamo ad ospitare. Siamo tutti di una sola razza: umana». 

Ancora sul versante israeliano, al Ministero degli Affari sociali incontriamo il dottor Avraham Lavine, direttore del Dipartimento degli affari internazionali del Ministero, che ci illustra quello che il suo dicastero ha fatto per i Territori palestinesi fino a che (nel 1994, come applicazione degli accordi di Oslo) la sanità e gli affari sociali sono stati presi in mano dall’Autorità palestinese. Secondo Lavine Israele aveva messo in piedi, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza occupate nel 1967, un’ampia e solida rete che stava dando i suoi frutti e che Israele sperava si sarebbe ulteriormente sviluppata una volta affidata totalmente ai palestinesi. Purtroppo però – questa la tesi di Lavine – così non è accaduto, e molte delle infrastrutture messe in piedi sono state smantellate o si sono esaurite. Ad esempio, precisa Lavine, quando Israele aveva il controllo dei Territori vi erano solo cinque Ong (organizzazioni non governative) che davano un contributo per il welfare; ma, poi, sotto il governo palestinese esse sono diventate un centinaio. 

Sempre nel campo dell’assistenza sanitaria, a Betlemme torniamo a salutare il Caritas Baby Hospital (Cbh), l’unica struttura pediatrica della Cisgiordania: struttura fondata nel 1952 dal sacerdote svizzero Ernst Schnydrig, e dove lavorano da anni anche alcune suore italiane (le elisabettiane di Padova) che danno un apporto preziosissimo per la formazione del personale (tutto palestinese, in maggioranza musulmano) e per la gestione complessiva dell’ospedale – che, anch’esso, vive di donazioni provenienti dall’estero (per informazioni: info@cbh.beth.org). Suor Donatella, veneta, ci descrive con passione il «suo» ospedale: ci parla delle difficoltà oggettive (molti bambini, in Cisgiordania, nascono con gravi problemi perché spesso i genitori sono tra loro cugini, il che favorisce malattie genetiche; e molte donne subiscono un maschilismo atavico). Naturalmente, le difficoltà che pesano sulla Cisgiordania occupata incombono anche sul Cbh. Il Muro – che Israele ha iniziato a costruire nel 2002 allo scopo dichiarato di impedire il passaggio di kamikaze; Muro il cui tracciato, quasi sempre in territorio palestinese, nel 2004 è stato dichiarato illegale dalla Corte internazionale dell’Aja – si erge per un tratto proprio di fronte al Cbh: «Che possiamo fare? Per dire la nostra silenziosa protesta, e la nostra solidarietà a chi soffre – ci dice suor Donatella – ogni venerdì ci raccogliamo presso il Muro a pregare. Speriamo che Dio ci doni la desiderata, e tanto necessaria, pace nella giustizia». 

Arabi israeliani/palestinesi di Israele. Il vescovo melkita Elias Chacour 

La popolazione complessiva di Israele è di oltre sette milioni di abitanti, in maggioranza ebrei; ma vi è una forte minoranza di arabi israeliani (ma essi più volentieri si chiamano palestinesi di Israele) di 1,2 milioni di persone circa; vi sono poi centomila drusi e altre piccole comunità. Gli arabi israeliani/palestinesi di Israele sono in gran parte musulmani (il 16% sul totale della popolazione israeliana), ma (e lo stesso accade nei Territori) vi è tra loro un 2% di cristiani, di varie Chiese. 

«Dove vuole arrivare, il governo d’Israele, con «Piombo fuso», un’operazione che inevitabilmente comporta e comporterà un altissimo numero di vittime civili, soprattutto di bambini? Nella Striscia, una delle zone del mondo a più alta densità di popolazione, è impossibile distinguere bersagli militari da bersagli civili. Inoltre, tutte queste vittime indeboliranno Hamas – movimento, preciso, con la cui visione politica io sono in disaccordo – o non finiranno piuttosto per rafforzarlo?». A parlarci, a Nazareth, è Mustafa Qossoqsi, arabo israeliano, psicoterapeuta che lavora anche a Jenin, e con il quale abbiamo lavorato insieme fruttuosamente nell’ambito di Semi di pace e Fiori di pace. 

Ad Haifa ci riceve monsignor Elias Chacour, da tre anni vescovo melkita (greco-cattolico) di Akko. Parlando di Gaza, egli ci invita a situare l’attuale dramma in un più ampio contesto storico. Egli sottolinea (per il testo integrale, si veda Adista 8/09) che la costituzione, nel 1948, dello Stato di Israele, in quella vicenda che gli ebrei israeliani considerano la loro vittoriosa guerra di indipendenza, e gli arabi palestinesi la naqba, la catastrofe, «la maggioranza dei palestinesi subì una pulizia etnica: sono stati deportati, cacciati da case e villaggi, 460 villaggi palestinesi sono stati completamente svuotati e distrutti, compreso il mio villaggio natale… L’inizio della tragedia palestinese è stata la miopia degli ebrei di non voler vedere che la Palestina non era vuota, ma abitata dagli arabi palestinesi». 

Monsignor Chacour ribadisce: «Dio dice chiaramente: Non uccidere! Non dice: non uccidere l’ebreo o il palestinese; dice solo: Non uccidere. Ebrei e palestinesi gridano: “La terra è nostra, la terra ci appartiene”. Hanno dimenticato che la terra non può appartenere né agli ebrei né ai palestinesi, la terra appartiene a Dio, e palestinesi ed ebrei devono imparare che essi appartengono a questa terra e finché non si accetta di appartenere alla terra, finché si vuole controllare la terra esclusivamente, non ci sarà né pace né giustizia». Infine: «Noi palestinesi abbiamo bisogno della vostra solidarietà; ma chi vi dice che l’amicizia verso di noi debba diventare automaticamente inimicizia verso gli ebrei? Se prendete parte per l’uno contro l’altro, vi riducete ad essere un nemico in più, e oggi non abbiamo bisogno di un nemico in più. Abbiamo bisogno, invece, di un amico comune e perciò io mendico in tutto il mondo per trovare un amico comune. Solo nell’amicizia potremo risolvere i problemi, ma non sarà facile. Del resto non c’è niente di prezioso che può essere raggiunto facilmente. E che c’è di più prezioso della riconciliazione fra ebrei e palestinesi?». 

Lucia Cuocci e David Gabrielli 

Febbraio 1, 2009Permalink