5 gennaio 2019 – Quando la legge può garantire l’umanità

Oggi 5 gennaio ho ascoltato il TG delle 13.30 su La7 in cui veniva riferita una esternazione della on. Giorgia Meloni in merito ai sindaci dissenzienti del ‘decreto sicurezza’ . Non ci credevo ma invece la ricerca di un testo scritto ha confermato ufficialmente le parole della deputata. Per la verità i testi di conferma sono parecchi ma io scelgo il comunicato dell’ANSA:

ROMA, 4 GEN – “Fratelli d’Italia è pronta a denunciare in procura i sindaci che si rifiutano di applicare la legge e dare piena attuazione al decreto sicurezza. In Italia la legge è uguale per tutti, anche per i sostenitori dell’immigrazione incontrollata”

 

Si tratta quindi dell’obbedienza a una legge che, presentata come assoluta, non avrebbe possibilità di contrasto. Eppure ci sono esemplari eccezioni anche a questo rigore

Ricordo alla on. Melloni e a chi ritiene corretto sostenerla che esiste una legge che formalmente ammette il rifiuto di se stessa e trova in una circolare lo strumento per renderlo operativo.
Ne descrive l’iter una interrogazione dell’on. Rosato (16 aprile 2013) che riporto testualmente e pressoché integralmente, interrogazione che si può raggiungere facendo buon uso del link che trascrivo
https://parlamento17.openpolis.it/singolo_atto/9570

“— Al Ministro dell’interno. — Per sapere – premesso che:
il permesso di soggiorno e la carta di soggiorno consentono agli stranieri presenti sul territorio nazionale regolarmente di accedere ai servizi dello Stato; pertanto, l’esibizione del permesso di soggiorno o della carta è richiesta dagli uffici ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni od altri provvedimenti di interesse dello straniero;
l’articolo 6, comma 2, del decreto legislativo 25 luglio 1988, n. 286, così come modificato dalla legge 15 luglio 2009, n. 94, prevede che siano fatti salvi dall’obbligo di esibizione di tale documenti da parte dello straniero, i provvedimenti che riguardino l’«accesso alle prestazioni sanitarie […] e quelli attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie»;
in particolare, la legge 15 luglio 2009, n. 94, sostituisce la precedente previsione normativa che estendeva la non sussistenza dell’obbligo a tutti i provvedimenti inerenti «gli atti di stato civile o all’accesso a pubblici servizi»;
il decreto legislativo, così novellato, escluderebbe – stando ad una interpretazione restrittiva – la possibilità per lo straniero irregolare di poter registrare anagraficamente la nascita di un figlio in territorio nazionale;
eppure, l’articolo 7 della Convenzione sui diritti del fanciullo fatta a New York il 20 novembre 1989, che anche l’Italia ha recepito con legge 27 maggio 1991, n. 176, dichiara che «Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto ad un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori ed a essere allevato da essi»;
il Ministero dell’interno ha emanato una circolare del 7 agosto 2009, del dipartimento per gli affari interni e territoriali, nella quale si precisa che «per le attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti il soggiorno»;
sebbene la circolare ministeriale abbia contribuito a dirimere il dubbio iniziale circa l’interpretazione dell’articolo 6 del decreto legislativo di cui sopra, affinché tale disposizione non si ponga in contrasto con l’articolo 10 della Costituzione per violazione di norma del diritto internazionale generalmente riconosciuta, sarebbe necessaria una sua modifica –:
<…> (4-00229)

Se ne era occupato qualche anno prima anche l’on Orlando con una interrogazione del 2 agosto 2010 (Seduta n. 363). Gli aveva risposto l’allora sottosegretario (Lega Nord) Michelino Davico, con un testo interessante che in parte ricopio:

“Il Ministero dell’Interno, con la circolare n. 19 del 7 agosto 2009, ha inteso fornire indicazioni mirate a tutti gli operatori dello stato civile e di anagrafe, che quotidianamente si trovano a dover intervenire riguardo ai casi concreti, alla luce delle novità introdotte dalla legge n. 94/09 (entrata in vigore in data 8 agosto 2009), volta a consentire la verifica della regolarità del soggiorno dello straniero che intende sposarsi e ad arginare il noto fenomeno dei matrimoni “fittizi” o di “comodo”.
E’ stato chiarito che l’eventuale situazione di irregolarità riguarda il genitore e non può andare ad incidere sul minore, il quale ha diritto al riconoscimento del suo status di figlio, legittimo o naturale, indipendentemente dalla situazione di irregolarità di uno o di entrambi i genitori stessi. La mancata iscrizione nei registri dello stato civile, pertanto, andrebbe a ledere un diritto assoluto del figlio, che nulla ha a che fare con la situazione di irregolarità di colui che lo ha generato. Se dovesse mancare l’atto di nascita, infatti, il bambino non risulterebbe esistere quale persona destinataria delle regole dell’ordinamento giuridico.
Il principio della inviolabilità del diritto del nato è coerente con i diritti garantiti dalla Costituzione italiana a tutti i soggetti, senza alcuna distinzione di sorta (artt. 2,3,30 ecc .), nonché con la tutela del minore sancita dalla Convenzione di New York del 20 novembre 1989 (Legge di ratifica n. 176 del 27/05/1991), in particolare agli artt. 1 e 7 della stessa, e da diverse norme comunitarie.
<..>

Quindi una legge dice doversi presentare il permesso di soggiorno per chiedere la registrazione della dichiarazione di nascita, una circolare nega nel caso specifico tale esibizione impegnando gli Uffici Anagrafe dei comuni a non farne richiesta.
Mi è noto che la circolare cui fanno riferimento l’on. Rosato e il sottosegretario Davico, ottemperando il dettato della citata convenzione di New York in Italia ratificata in legge , viene identificata come interpretativa. Evidentemente un rispettabile livello istituzionale può ignorare l’uso di un normale vocabolario, mentre a me quel termine richiama una foglia di fico di biblica memoria atta a nascondere la ‘vergogna’ che non si vuole esibire.

Se vale una analogia basterebbe quindi una circolare interpretativa a trasformare i sindaci ribelli in legittimi soccorritori di soggetti in difficoltà anche (o meglio proprio perché) fragili e privi di parola.
O no? E se no perché?

Gennaio 5, 2019Permalink

8 ottobre 2013 – CIE di carne 3

Fra legge e circolare: un groviglio senza pietà.

Nell’hangar ormai indimenticabile obitorio di Lampedusa ci sono alcune piccole bare bianche con un numero.
Anche le piccole vittime del recente naufragio non hanno un nome.
Ma vediamo cosa può succedere a chi, riconoscendole dalla fotografia appoggiata al legno, glielo attribuisse.

Una legge che funziona.

Ci sono notizie sconcertanti che girano non smentite.
Ricopio da il Corriere della sera ma potrei farlo da qualsiasi quotidiano “Per la legge Bossi-Fini dovranno tutti rispondere di immigrazione clandestina”.
Se l’ingresso irregolare è reato, incriminare chi irregolarmente è entrato in Italia (tra l’altro con il massimo dell’irregolarità: chi oserebbe collocare un naufragio fra gli eventi ‘regolari’?).è ‘atto dovuto’ , come avrebbe detto un magistrato, (riferendosi, per quanto ho potuto capire, all’art. 10 bis del d.lgs. n. 286/98).

Per qualche utile considerazione segnalo un passo tratto dal sito dell’ASGI del 7 dicembre 2012 , dove comunque molto si può trovare.

Non posso e non voglio dimenticare che il pacchetto sicurezza contiene una delle norme più infami della nostra legislazione, a fronte della quale tutti ostentano indifferenza al fine –credo – di promuoverne la sottovalutazione: si tratta della lettera g del comma 22 dell’art 1 della legge 94/2009.
A  seguito di quella norma chi dichiari la nascita del proprio figlio – e chieda il relativo certificato –non lo può ottenere a norma di legge ma solo per il precario intervento di una circolare e, inoltre, scoprendosi, si espone al rischio di espulsione.
Ne ho scritto per anni e anche di recente il 26 settembre e il 4 ottobre   

Oggi chi si avvicinasse a quelle bare bianche, dando un nome alla piccola salma sulla base della fotografia esposta, dovrebbe – come testimone -identificarsi.
E’ ovvio e civile
MA….
Dichiarava un giornalista de La Repubblica qualche giorno fa: “abbiamo deciso con la redazione di non pubblicare la lista dei sopravvissuti. Non vorremmo che uno di loro potesse subire con l’identificazione regressione o ritorsioni nel paese d’origine, come è accaduto”.
Quindi il rischio dell’identificazione può costituire un deterrente tale da impedire di dare un nome a un bambino morto e di consentire ai suoi di conoscerne la sepoltura.
A questo punto è opportuno ricordare che l’Italia non ha una legge sull’asilo: se ne è ricordato ieri il Presidente della Repubblica e lo ha detto.
A mia memoria l’unica a cercar di farsi  carico del problema fu l’avv. Fernanda Contri, nella sua carica di ministro – governo Ciampi 1993-94. Poi tutti se ne disinteressarono.

Come volevasi dimostrare.

E restiamo ai vivi.
Ammettiamo che fra i sopravvissuti vi sia una donna incinta che non  si voglia identificare per le ragioni dette sopra e che il suo bambino, quando nascerà (se ciò avverrà in Italia), abbia anche un papà che lo voglia riconoscere.
Se non avrà dichiarato e dimostrato adeguatamente la fondatezza delle sue generalità (e se non  lo avrà fatto sarà stato per le ragioni saggiamente ricordate dal giornalista de La Repubblica) quel papà – e conseguentemente la mamma (anche se la tutela della maternità assicura qualche protezione)–sono  migranti irregolari, privi di permesso di soggiorno  e il figlio resterà senza certificato di nascita con tutto ciò che ne consegue.
Quando andavo a scuola io alla fine della dimostrazione di un teorema si diceva: come volevasi dimostrare. Appunto

Se si distruggono i CIE di muro restano quelli di carne e la funzione oggettiva dei neonati vivi (ma si può estendere ai bambini morti) è quella di assicurare identificazione ed espulsione dei genitori.

Un privatissimo e non invasivo appello

Questa volta non so proprio da che parte cominciare e prego chi legga questo pezzo e ritenga doveroso assicurare ai nuovi nati un certificato di nascita di scrivere a un qualsivoglia parlamentare perché nelle modifiche alle leggi sull’immigrazione di cui si parla si ricordino dei neonati cui tale certificato è negato: tutti, deputati e senatori, hanno una casella di posta e forse se scrivessimo in molti ….
Da cinque anni mi occupo dei figli degli immigrati privi di permesso di soggiorno, vittime, appunto, di questa spaventosa violazione dei loro diritti.

Poiché, nonostante il consenso del GrIS (vedi Simmweb.it) e la presentazione della pdl 740 (il cui testo ho pubblicato in questo blog il 17 giugno scorso), i mezzi di informazione non si occupano del problema, ho cercato di dare informazioni anche a singole persone.

Non ho ottenuto gran quantità di consensi ma pensavo che apprezzassero lo sforzo di informare: invece ho capito – da messaggi ricevuti – che infastidisco, nonostante abbia cura di scrivere sempre con lista cieca in modo da non ‘compromettere’ i destinatari dei miei messaggi.

Quindi proverò a limitarmi al blog e ad eventuali corrispondenze da non esibire se non a chi io ritenga istituzionalmente interessato e impermeabile ai fastidi che posso provocare.

Ottobre 8, 2013Permalink

26 agosto 2013 – Il silenzio non è calato sul CIE di Gradisca d’Isonzo 6

Dichiarazione a margine della manifestazione avvenuta davanti al Cie di Gradisca d’Isonzo sabato 17 agosto

“Ieri, a Gradisca d’Isonzo, si è svolta davanti al CIE una manifestazione di sensibilizzazione, di pacifica protesta e di civile impegno. Come tale molti l’hanno sostenuta e condivisa.
Spiace però constatare che gli esponenti delle istituzioni regionali non abbiano potuto accedere al CIE. Come già da me più volte auspicato riteniamo sia essenziale che questi luoghi possano essere accessibili attraverso più semplici protocolli.
Ma quello che più mi preoccupa è che l’accaduto possa vanificare il processo fin qui sviluppato. E’ evidente che la nuova situazione di crisi all’interno del CIE deve essere ricomposta: coloro che ne hanno la competenza istituzionale si attivino quanto prima.”

NOTA MIA

Il 31 luglio sette consiglieri regionali erano entrati al CIE. Io avevo trovato al notizia nell’intervento su fb della consigliera regionale Cremaschi e ne avevo dato notizia nel mio blog del 15 agosto, raggiungibile anche da qui                   
Perché è intervenuto il rifiuto di ingresso per i parlamentari locali, i sindaci e i loro rappresentanti?

Link ad articolo de Il Piccolo 17 agosto

COMUNICATO STAMPA   20 agosto 2013

Alla riapertura di oggi della Camera dei deputati , la parlamentare Serena Pellegrino ha depositato proprio in queste ore un interpellanza urgente : il Governo spieghi quali politiche intende attuare per affrontare concretamente le continue situazioni di crisi al CIE di Gradisca d’Isonzo.

 L’interpellanza inquadra il problema nell’architettura normativa vigente e ne illustra gli sviluppi in ordine a palesi violazioni delle leggi italiane, delle direttive europee , dei principi umanitari e dei diritti universali, delle disposizioni contrattuali che regolano il rapporto tra Prefettura e cooperativa che gestisce il CIE.

 Pellegrino, oltre a ribadire la necessità di una revisione della legge italiana in materia di immigrazione, chiede un controllo regolare sulle condizioni attinenti il rispetto della dignità umana e delle norme igienico sanitarie all’interno della struttura di Gradisca d’Isonzo. Si rivolge al Ministro dell’Interno affinché le istituzioni competenti alle pratiche di identificazione dei trattenuti – in primis ambasciate e consolati – svolgano con maggior sollecitudine gli adempimenti necessari.

22 agosto
Nei giorni scorsi, dopo aver vissuto le vicende del CIE di Gradisca, da dentro e in un periodo dell’anno molto particolare in cui l’Italia intera sembra sopita, devo esprimere un sentito grazie e manifestare la mia stima nei confronti del Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, Luigi Manconi. Avendo saputo che mi stavo interessando in prima persona del CIE, mi ha contattato e mi sono relazionata con lui quotidianamente, ferragosto e domeniche incluse.
L’interesse e il modo in cui ha preso a cuore l’evento, ben aldilà di quanto la carica istituzionale chieda, ha dato a tutti la possibilità di sapere quanto sia uomo di grande valore umanitario.
Mai incarico istituzionale è stato assegnato così appropriatamente.
Grazie sen. Luigi Manconi

24 agosto

Prima di dirigermi verso il Comune di Gradisca, alla riunione congiunta indetta dal Sindaco, sono passata dal CIE.
Vengo a sapere che uno di loro è ricoverato in ospedale per aver ingerito un quantitativo eccessivo di psicofarmaci ma che per fortuna è fuori pericolo.
Comunico alla questura il mio arrivo, il senatore Francesco Russo di Trieste mi chiama ieri e mi chiede se è possibile entrare al CIE. Certo che si può entrare! tutti i parlamentari possono entrare! è curioso, è come se mi chiedesse il permesso. Effettivamente in questi giorni si è instaurato un rapporto con tutti, dai poliziotti, ai soldati presenti, agli operatori “in maglietta arancione”, agli “ospiti” – mi ostino a chiamarli così perché così vuole la legge e perché è così che dovrebbero essere considerati – che sembra familiare.
Rimango piacevolmente stupita. La prima telefonata istituzionale che ricevo dopo quindici giorni da quando ho denunciato i primi episodi e scopro che fa parte anche lui della commissione per i diritti umani: gaudio!
Arrivo al CIE. Mi annuncio al telefono e mi dicono che è già presente in struttura l’onorevole Gigli.  BENE!
Porto con me Matteo Negrari. Aspettiamo il Sen. Russo ed entriamo nelle “vasche”. Mi accolgono come se fossi una loro sorella. Una gioia indiscriminata. Lo stupore dei presenti è forte. Anche il mio.
Trovo pulito, in ordine, nel limite delle potenzialità della struttura, i vetri riparati la rete ripristinata.
La gabbia è di nuovo intatta.

Quante speranze, quante aspettative nei confronti della riunione di oggi.    Non voglio illuderli.
Con chiarezza gli dico che l’incontro di oggi non è risolutivo perché non è quello il luogo dove si decidono le sorti del CIE di Gradisca.
Arrivo in Comune, i ragazzi delle associazioni fuori! sempre fuori dal muro! Ma oggi è importante che ascoltino anche loro il pensiero degli amministratori. Gli dico di seguirmi.
Ottengo, senza grande difficoltà, la loro presenza. Ci siamo tutti.

La riunione congiunta a Gradisca, ospiti del sindaco Tommasini gli amministratori del comune di Gradisca, della provincia di Gorizia, della regione e della Presidente Serracchiani, ha evidenziato una voce unanime: il CIE va chiuso e la Bossi/Fini superata.

Le analisi sono chiare ed è evidente a tutti che è arrivato il momento di far sentire la propria voce.
Tutti i parlamentari presenti Brandolin, Malisani, Pegorer, Russo sono intervenuti – tranne Lorenzo Battista del movimento 5 stelle e parlandoci successivamente capisco che proprio l’argomento gli è poco chiaro.

Il CIE questo sconosciuto. Per tanti, molti, troppi in Friuli il CIE è sempre stato un universo sconosciuto.

Il mio intervento: narro in parte quanto accaduto in queste due settimane ma mi addentro subito su chi e che cosa può essere fatto.
Chi può incidere sulle sorti del CIE di Gradisca: Viminale, Prefettura a cui fa riferimento la Questura, l’ente Gestore.

Il Parlamento è l’organo di controllo e può legiferare.
Regione, Provincia e Comune hanno il compito di vigilare, tutelare e far emergere le criticità del proprio territorio.
Ecco perché in tutti questi anni ognuno, una volta interrogato ha detto: “non è di mia competenza”.
Ma ora, tutti al tavolo, per dichiarare e far valere la propria posizione e il proprio pensiero.
Questa volta credo che ci siano le persone giuste a ricoprire i ruoli giusti.

La due giunte, comunale e regionale, hanno elaborato di concerto una nota da inoltrare al Governo.
E finalmente oggi la finestra si è aperta.
Un altro piccolo passo.

Nota mia – Una preghiera a Serena
Non dimenticarti, non far dimenticare l’esigenza di far riferimento anche alle norme del pacchetto sicurezza.

Non si dica solo eliminiamo/rivediamo la Bossi Fini. Il pacchetto sicurezza voluto dal Ministro Maroni aggiunge altri disumani  e incostituzionali elementi.
Prima che mi si contesti l’attributo di incostituzionali ricordo che la norma che prevedeva il rifiuto della registrazione dei matrimoni (unitamente a quella che ancora prevede il rifiuto della registrazione delle nascite, che si trova alla lettera g del comma 22 dell’art. 1 del pacchetto sicurezza) è stata cancellata dalla Corte costituzionale con  sentenza n. 245 del 20 luglio 2011 (depositata in cancelleria il 25 luglio 2011).
Serena, chiedere al padre e/o alla madre il permesso di soggiorno che non  hanno perché manifestino la loro condizioni di irregolari (e conseguentemente possano essere espulsi) significa fare del figlio il CIE vivente dei genitori
Così ho scritto a Serena.
Aggiungo che ne ho già scritto in questo blog  
Poiché mi si è detto (ed è questione su cui dovrò tornare che ‘chiedere il permesso di soggiorno o in alternativa altro documento’  lascia al migrante irregolare libertà di scelta, ricordo che il titolo della sentenza dell’Alta Corte  suona “Illegittimità costituzionale dell’art. 116, primo comma, Codice Civile, per richiesta esibizione del permesso di soggiorno ai fini del matrimonio”.
Non sempre la cura grammaticale di burocrati, ideologicamente orientati o meno essi siano, è utile a capire.

Agosto 26, 2013Permalink

11 settembre 2012 – Il cammino di Santiago 22

 La strage degli innocenti non finisce

Voglio aprire questa ultima tappa della mia memoria con una immagine che ci ha presentato Laura Novati durante una sua conferenza (e che mi ha gentilmente girato. Grazie). E’ una fotografia di Robert Capa. Si vede un gendarme francese che accompagna gli esiliati dalla guerra civile spagnola che vanno verso Tolosa.
Tolosa era punto di raccordo di alcune delle vie che andavano verso Santiago.
Nella fotografia di Capa diventa un’altra via, una delle vie che attraversano i confini e che la storia intreccia e confonde.
Nel 1937 gli spagnoli fuggono in Francia, la seconda guerra mondiale non è ancora scoppiata e la Francia sembra terra sicura. Ma così non sarà. Poco più di due anni dopo Walter Benjamin, un filosofo tedesco di origine ebraica che risiedeva da tempo in Francia, a seguito dell’occupazione tedesca sarà costretto alla fuga in Spagna dove attenderà il visto per l’espatrio negli USA. Il visto arriverà il 26 settembre 1940, il giorno successivo al suo suicidio. Benjamin aveva con sé una valigia nera che custodiva gelosamente, in cui erano contenuti probabilmente dei manoscritti o delle pagine incompiute. Quella valigia non si è più trovata.
I suoi amici provvidero alla sua sepoltura nel cimitero di PortBou in Catalogna, pagando il fitto del loculo per cinque anni. Poi anche la sua salma scomparve.
Di quanti Benjamin non conosciamo neppure il nome?
Mentre cercavo notizie su questo incrocio di fughe disperate, il nome di Portbou mi ha richiamato alla memoria un’altra coincidenza.
Nel mese di febbraio del 1928 era passato per Portbou un giovane tedesco. Si chiamava Dietrich Bonhoeffer, veniva da Berlino e aveva deciso di realizzare una sua esperienza di formazione al pastorato a Barcellona. Ormai noto e stimato teologo, il 9 aprile 1945 fu impiccato a Flossenbürg per aver partecipato a un complotto contro Hitler.
Avevo raggiunto Guernica, il quadro obiettivo di un mio lungo desiderio, approfittando di un viaggio interessante sulle vie di un pellegrinaggio in cui avevo molto ragionato di Europa e di incontri di popoli. Guernica mi ha imposto un altro pellegrinaggio della mente e l’immagine di popoli costretti a farsi nemici (la ex Jugoslavia dei primi anni ’90!) mi turba ancora: non è così lontana dall’esperienza che viviamo oggi.

FINE – precedenti puntate 18, 21, 23, 29, 30 giugno; 4, 10, 11, 17, 22, 27 luglio; 3, 5, 9, 10, 14, 19, 21 agosto e 8, 9 settembre.
Tutte le puntate sono collegate dal tag viaggio Spagna 2012.
Per ingrandire le immagini fare clic sopra con il mouse. Alcune non rispondono.

Settembre 11, 2012Permalink

16 agosto 2012 – Ferragosto, da Repubblica

Mi ero proposta di affrettare la conclusione del mio diario del cammino di Santiago ma non
voglio ignorare l’articolo di Repubblica che trascrivo integralmente. Chi volesse raggiungerlo nel sito del quotidiano potrà farlo anche da qui
Proviamo a riflettere su cosa sarebbe successo a Muna se la sua mamma fosse arrivata in Italia: le avrebbero messe in un Centro di identificazione ed espulsione (CIE), spero facendo scattare anche le particolari tipologie di protezione che la legge prevede per le puerpere. Ma l’inesistenza di una legge sul rifugio avrebbe reso confusa la situazione della mamma di Muna e, senza permesso di soggiorno, la registrazione dei figli comporta l’espulsione del reo che si definisce genitore. Così dice una legge voluta da una cultura legadipendente così pervasiva che non c’è impegno alcuno per la sua modifica:  la registrazione anagrafica senza rischi dei bambini è affidata a una circolare che può essere rimossa senza che il parlamento ne sappia nulla, così come senza che nulla ne sapesse è stata emanata (la legge della vergogna no, quella era stata votata). E continuo a non capire –perché capirlo mi spaventa- perché nessun partito (im)politico si voglia far carico di richiederne la modifica.
Molto ho già documentato di tutto ciò in questo blog e lo si può verificare attraverso il tag ‘anagrafe’.

15 agosto – La bimba nata su una nave senza patria e documenti

Le organizzazioni umanitarie si stanno battendo per lei: “Le leggi non la tutelano”. Ora ha 4 anni e vive in Francia con la mamma. Ma è apolide. E tra poco ci sarà la scuola
di DAVIDE CARLUCCI 

L’UMILIAZIONE potrebbe arrivare il primo giorno di scuola. “Dove sei nata, piccola?”. “In una barca, signore”.  Muna non avrà altre risposte da dare. Perché questa bambina somala di 4 anni, che oggi vive a Parigi, non ha nessun documento da esibire. Nessun pezzo di carta in cui è scritto in quale angolo della Terra è nata. E ora le organizzazioni cattoliche e umanitarie maltesi si stanno mobilitando perché le venga riconosciuto questo diritto.

Orfana del “qui e ora” che definisce ogni esordio umano nel mondo, Muna è nata in mare, figlia di una profuga somala salvata dal naufragio con altri 74 immigrati partiti dalla Libia e diretti verso l’Italia. Era il novembre del 2008, il Mediterraneo era grosso come un bestione affamato e cinque passeggeri finirono, uno dopo l’altro, inghiottiti dalle onde. Ma in quell’inferno di morte e salsedine c’era anche spazio per tre nuove vite: Muna e, figli di una madre diversa, altri due gemelli. Per prima nacque Muna. La barca era ancora in acque libiche o, forse, già internazionali. Chi poteva dirlo, in quel momento, quando c’era solo da salvare la pelle? E così, quando accostò la nave russa Yelenia Shatrova per salvare i disperati, la piccola appena nata salì a bordo, in braccio alla madre 24enne, già con un luogo di nascita confuso.

I due gemelli, invece, seppero aspettare. Fino a quando – la nave ormai in acque maltesi – arrivò l’elicottero della Marina militare italiana che prelevò la loro mamma e la trasportò d’urgenza all’ospedale maltese Mater Dei. “Da quel momento – spiega monsignor Philip Calleja, il presidente della commissione per gli immigrati della Chiesa maltese – il destino dei tre bambini si è diviso. I due gemelli sono stati immediatamente registrati a Malta. La bambina invece, vive ancora in un limbo civile. E questo va contro ogni elementare principio di dignità, a cominciare da quelli sanciti dalla Convenzione dei diritti dell’uomo dell’Onu”.

Calleja ha aperto un contenzioso con le autorità del suo Paese: ne è nata una disputa legale su quale nazione dovesse sobbarcarsi la registrazione della povera Muna. La Russia no, perché la bimba è nata prima dei soccorsi. La Libia? La Somalia? “Ma cos’avrebbe dovuto fare la madre – non riesce a capire il sacerdote – ritornare da dove fuggiva perseguitata?”. “Ogni persona deve avere un’identità”, protesta Tonio Azzopardi, l’avvocato che segue la causa e che ora, dopo una prima sentenza sfavorevole del tribunale, ha presentato un ricorso urgente in appello.

Per ottenere la registrazione anagrafica della figlia, la madre della bambina, Chama Hatra, ha fatto nel febbraio 2009 una dichiarazione giurata nella quale spiegava, chiamando a testimoni gli altri profughi che l’avevano aiutata a partorire: si legge che sua figlia è nata il 2 novembre 2008 “while on boat”, “mentre era su una barca”. In una autodichiarazione successiva, la donna scrive che la piccola è venuta al mondo “between Lybia and Malta”. Tutto qui: sono gli unici due atti “ufficiali” – di un’ufficialità provvisoria e labile – di cui la bambina dispone per poter attribuire un luogo, sia pure vago, alla sua comparsa sul pianeta. Ma è con questi due fogli, logori perché di continuo esibiti e rimessi a posto, che Chama, dopo essere stata ospite di un centro di accoglienza a Malta, è riuscita a ottenere un lasciapassare per raggiungere nel 2009 la Francia, dove vive grazie a un progetto europeo per la ricollocazione degli stranieri ai quali l’isola, troppo piccola, non riesce a garantire la permanenza.

“Quella bambina rischia di diventare un piccolo fantasma”, teme Laura Boldrini, portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati. Nel mondo, spiega, gli apolidi sono sempre di più, “almeno dieci milioni. Ma sono stime: pochi stati hanno accettato di istituire il registro che noi abbiamo chiesto. In questo caso manca addirittura la registrazione, il primo passo per l’acquisizione di qualsiasi diritto”.

Altri bambini nel mondo, spiega monsignor Calleja, si trovano o rischiano di trovarsi nel limbo di Muna. “Le legislazioni nazionali devono cominciare a tutelarli”. In molte nazioni, compresa l’Italia, si decide di registrare i neonati nella città portuale più vicina alla nascita. A Lampedusa, dove le puerpere di solito emigrano verso gli ospedali di Palermo, gli immigrati hanno rimpolpato il bilancio anagrafico. E il nome di Yeabsera, una piccola etiope nata a marzo del 2011 al largo di Linosa (ma in acque internazionali), è in un registro dell’ufficio comunale palermitano. Muna, invece no: il momento della sua venuta al mondo si è perso nel tempo indefinito del mare.

Agosto 16, 2012Permalink

28 giugno 2011 – Centri di identificazione e di espulsione.

Dichiarazione.

 Notizie di stampa informano che la permanenza dei cosiddetti clandestini nei centri di identificazione e di espulsione, già portata da 2 a 6 mesi, è stata ulteriormente protratta a 18 mesi (un anno e mezzo!). Le giustificazioni addotte appaiono del  tutto risibili: non si vede infatti come procedimenti di identificazione che non si riescono a fare con una certa rapidità diventino possibili in un lasso di tempo incredibilmente lungo. Ma non è questo il punto principale. La misura assunta si presenta infatti con un carattere pesantemente punitivo: la clamorosa conferma della volontà di rendere la vita degli immigrati nel nostro paese, soprattutto se provenienti dall’Africa, la peggiore possibile. Le caratteristiche dei centri e le durissime condizioni di vita cui  coloro che vi sono detenuti sono costretti li configurano ormai come veri e propri campi di concentramento. Non è un caso che i controlli esterni vi siano normalmente impediti. Il nostro paese ha così la straordinaria prerogativa di introdurre nuovamente in Europa una realtà che si poteva sperare cancellata per sempre dopo le truci esperienze del secolo scorso.

Mancano le parole per esprimere l’indignazione e il disgusto che una situazione del genere provoca. Si cerca di ritrovare il consenso sociale che vacilla facendo dei più deboli e indifesi il capro espiatorio di paure e insicurezze che hanno in ben altri fattori le loro ragioni. Le più elementari nozioni di comune umanità e di solidarietà vengono così infrante e calpestate. I più bassi ed egoistici istinti trovano in tal modo incentivo e conferma da chi governa e orienta il costume pubblico.

Abbiamo tuttavia fiducia che una coscienza civile ancora esista nel nostro paese. Sollecitiamo perciò i nostri concittadini a far sentire la propria voce di protesta per situazioni e metodi che disonorano l’Italia e smentiscono ancora una volta le sue tradizioni di civiltà, troppo spesso vantate solo a parole.

Giugno 28, 2011Permalink

08 luglio 2010 – I tempi non si scelgono – 2

8 luglio 2010 –

I tempi non si scelgono
In essi si vive e si muore – 2

Ho ricopiato il titolo dalla citazione di una poesia di Aleksander Kušner, proiettata alla mostra Russie! A Ca’ Foscari – Venezia.

I comuni, primo luogo istituzionale del vivere insieme, ma
….. ormai si sono poste le basi per riportarli a un ruolo neopodestarile non contestato.
La solidarietà si trasforma in pietà capace di assistenza ma la pietà dei ‘buoni’ non riscatta la sciatteria di chi vuole ignorare l’etica della solidarietà ‘politica, economica e sociale’ (Costituzione della Repubblica – art.2)
Anni fa avevo sperato in una svolta promossa e voluta dalle associazioni che si formano nella società civile. Ora non più…
Così concludevo la mia puntata precedente.
Ero arrivata al nodo che mi assilla da anni, l’involuzione del mondo associativo, quale luogo di pensiero discusso e condiviso e insieme momento di forza nella società civile.
L’associazione, più o meno formalizzata, è spazio offerto a chiunque e può farsi anche luogo per giudicare i livelli istituzionali che dovrebbero rappresentarci.
Non mi sembra funzioni così.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, (Costituzione. Art. 2)

Di conseguenza “i cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi” (Costituzione Art. 17). Forse sarò irrispettosa ma non posso impedirmi di dire che i padri costituenti erano ingenui. Le armi cui pensavano erano quelle, deposte a guerra finita, ma non immaginavano che arma potesse diventare la parola, che stavano adoperando con attenzione e rispetto nello sforzo condiviso di creare le basi del contratto sociale per l’Italia che stava nascendo.
E proprio qui il degrado della funzione associativa ha un ruolo che provo a raccontare a modo mio, dal mio punto di vista che diventa indiscusso non per mia volontà di egemonia ma perché non riesco più a trovare i luoghi per discuterlo.
Recentemente, e questo mi ha molto turbato, questa mia ricerca è stata definita ‘nostalgia’.

Qui e ora – ascesa e degrado delle associazioni

Era il 1991 e, quando scoppiò la crisi balcanica, il Friuli Venezia Giulia si trovò in una posizione protagonista. Nella prima fase della guerra i profughi fuggivano verso le frontiere del nord est italiano. Ponevano almeno due ordini di problemi: l’emergenza assistenziale e il riconoscimento del loro status.
Non fuggivano a seguito di persecuzioni dirette e personali per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a determinati gruppi sociali o di opinioni politiche ma solo –e, almeno nella fase iniziale, erano per lo più donne e bambini –
perché la loro vita era minacciata dalla guerra e dai suoi effetti collaterali.
L’anno successivo la legge 390 (‘recante interventi straordinari di carattere umanitario a favore degli sfollati delle Repubbliche sorte nei territori della ex Jugoslavia’) costruì le basi perché fosse possibile sostenerli nel nuovo percorso di vita.
Varie associazioni che si erano immediatamente mosse per offrire loro un sostegno si impegnarono anche per garantirli sul piano giuridico in un confronto che si volle caratterizzato da competenza e che fu stretto –e a volte anche aspro- con i livelli istituzionali.
Il permanere della crisi balcanica, l’intensificarsi del fenomeno migratorio tolsero a quell’intervento ogni carattere di occasionalità. La legge chiamata Martelli (n.30/1990) aveva consentito più ampio spazio all’accoglienza, sciogliendo la ‘riserva geografica’ che la voleva limitata coloro che provenivano da paesi d’Europa (leggi URSS e paesi satelliti).
I poteri locali riconobbero il ruolo delle associazioni e offrirono loro sostegno perché continuassero in un’attività di ormai indispensabile supplenza.

E la supplenza si fece scambio
Lentamente, con il farsi più significativo e visibile il ruolo delle migrazioni, la cultura della Lega Nord segnò l’area del suo maggior successo e poco a poco, senza che vi fossero difese al senso minacciato della decenza etica e politica, il razzismo divenne senso comune. Così regioni e enti locali, nella confusa girandola normativa di leggi statali, identificarono nell’accoglienza dei migranti un ruolo politico della ‘sinistra’ e le associazioni che di accoglienza si occupavano –e che lo facevano anche, ma non sempre, in forma dignitosa e positiva- divennero i referenti privilegiati per un sostegno che spesso si trasformava in occasione di possibile voto di scambio (o almeno per suscitare i sospetti delle persone consapevolmente maligne come me).
Anche per questa connotazione gli impegni a rimuovere le conseguenze perverse del razzismo dilagante tennero conto soprattutto di quei soggetti che potevano essere incisivi nei confronti dell’opinione pubblica, mentre altri vennero ignorati.
L’informazione sui diritti sanciti spesso si sciolse nella propaganda per questa o quella realtà associativa e per l’obiettivo specifico che questa o quella perseguivano..
Chi non poteva. per sua condizione, rendersi visibile fu ignorato.
Ne so personalmente qualche cosa per il mio peregrinare cercando di suscitare inutilmente o quasi interesse per la questione della registrazione anagrafica dei figli dei sans papier che qui ricordo solo riportando l’immagine che per tanto tempo ho lasciato nella homepage di questo mio sito e ricollegandomi per l’ennesima volta alla magistrale sintesi della questione curata da Enrica Brunetti.

Cappuccetto rosso non deve allontanarsi da casa per conoscere la violenza.
Dove nasce non la vogliono riconoscere e, rendendola invisibile, la abbandonano ad ogni minaccia.
L’immagine é stata gentilmente concessa dall’autrice Sarolta Szulyovszky.

 

 

 

Particolarmente sconvolgente l’indifferenza al problema della chiesa cattolica e delle aggregazioni (parrocchie e simili) che a questa fanno riferimento, in ipocrita contraddizione con i ‘valori’ della famiglia che ormai mi sembrano più schiamazzi che autorevoli comunicazioni.
Ma di ciò dirò più avanti.
(continua)

Luglio 8, 2010Permalink