29 aprile 2017 – Parole da salvare, pietre per costruire

 

 

Il 24 febbraio scorso ho ricopiato la notizia della condanna che il tribunale di Milano ha inferto alla Lega Nord per aver usato l’espressione “clandestini” cui riconosce un «carattere discriminatorio e denigratorio». Le parole infatti sono pietre che possono essere gettate per distruggere gli esseri umani inserendoli in categorie che li umiliano, imprigionandoli in una definizione che diventa senso comune fino a una condanna socialmente accettata.
Diceva Nelson Mandela Disumanizzare l’altro significa inevitabilmente disumanizzare se stessi

Farsi cura invece dell’altro umanizza anche noi stessi e ci rende capaci di pronunciare parole che danno senso alle relazioni fra umani troppo spesso negate dal prevalere di una discriminazione aggressiva e arrogante. E le parole sono il mezzo potente che abbiamo per comunicare, confrontare, far crescere pensieri che possano essere base di una responsabilità condivisa nel costruire una realtà diversa da quella che ci angoscia. Tante volte ho cercato di testimoniare nel mio blog vicende che dessero il senso di questa umanità consapevolmente viva, solidale e rispettosa. Non è facile perché fanno parte della quotidianità che non fa notizia e purtroppo lo diventa quando si manifesta nella tragedia quando vi siano catapultate persone normali, più indifese di chi – per svolgere un ruolo di potere – può giovarsi di qualche significativa forma di protezione.

A Parigi: non avrete il mio odio

Il 13 novembre 2015 l’attentato terroristico al Bataclan uccideva, tra gli altri, una giovane donna, madre di un bambino di due anni. Il vedovo esprimeva il suo dolore rivolgendosi agli assassini con una espressione straordinaria “non avrete il mio odio”. Originariamente inserita in una lettera, quella frase, diventata il titolo di un libro, è entrata in una specie di vocabolario dell’umanità che non si adegua alla barbarie, fino a dare un senso pieno a un linguaggio completamente alternativo rispetto a quello che sembra dominante dell’odio, della paura, dell’indifferenza. Quella espressione è stata ripresa, sempre a Parigi, da Etienne Cardile per ricordare Xavier Jugelé, il compagno poliziotto ucciso il 20 aprile sugli Champs Elysées: «Soffro ma senza odio. Perché quest’odio non ti somiglia». E infine è riuscito a salutarlo con un «ti amo», evocazione del loro spazio privato, immune dalla malvagità.

In Italia: “Portare pesi impossibili con le spalle dritte”

Lo ha detto il padre di Valeria Solesin, la ragazza italiana uccisa al Bataclan, cui la città di Venezia ha riservato il funerale in piazza San Marco, accogliendo una osservazione del papà di Valeria «Se la mia famiglia ha dato un segno di civiltà vuol dire che non è morta invano». E ancora il richiamo alla negazione dell’odio: «Non sono una persona capace di odiare. Io e Luciana (la moglie e mamma di Valeria n.d.r.) crediamo nel valori che non dividono le persone».
Insieme a loro voglio ricordare anche i genitori di Giulio Regeni che rivendicano il loro diritto a quella giustizia che impone di far conoscere la verità sulla morte del figlio. Chiedono giustizia non vendetta.

In Algeria, più di vent’anni fa
Mi torna alla mente il testamento di padre Christian de Chergé scritto a Tibihrine, il primo gennaio 1994, due anni prima del rapimento suo e dei suoi monaci, di cui furono trovate solo le teste. La conoscenza della violenza del passato coloniale dell’Algeria (non dimentichiamo che le vicende di Tibihrine precedono di più di vent’anni quello appena ricordate dei giorni nostri) fonda le sua capacità di previsione: « Se mi capitasse un giorno – e potrebbe essere oggi – di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria,  vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. …Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato .. Venuto il momento, vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse … di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito».

A Gaza: Restate umani

Lo aveva detto Vittorio Arrigoni, attivista sostenitore della causa palestinese, la sera del 14 aprile 2011 venne rapito da un gruppo terrorista dichiaratosi afferente all’area jihādista salafita, all’uscita dalla palestra di Gaza nella quale era solito recarsi. In un video immediatamente pubblicato su YouTube, Arrigoni venne mostrato bendato e legato, mentre i rapitori accusavano l’Italia di essere uno “stato infedele” e l’attivista di essere entrato a Gaza “per diffondere la corruzione”. Il 15 aprile fu assassinato.

Gabriele Del Grande: la violenza istituzionale

Il giornalista arrestato in Turchia e fortunatamente rientrato in Italia che, ritrovandosi nella sua terra ci ha dato gioia e ci ha regalato una parola, o almeno l’ha regalata a me che ormai la considero una pietra di costruzione: violenza istituzionale. Ha precisato con consapevolezza e dignità di non aver subito violenze fisiche, di essere stato trattato con rispetto ma, dato che il suo non era un rapimento ma un arresto, di aver subito una violenza istituzionale.

Il parlamento italiano e i suoi complici nel perpetrare violenza istituzionale

Dopo che l’intervento della Corte Costituzionale aveva consentito alle coppie ‘ miste’ di chiedere la registrazione delle pubblicazioni di matrimonio senza cadere nella trappola tesa dal pacchetto sicurezza, restavano solo i nuovi nati in Italia da genitori non comunitari privi di permesso di soggiorno, a soddisfare il cannibalismo cartaceo organizzato durante il quarto governo Berlusconi dall’allora  Ministro Maroni. Per sanare la situazione furono presentate due proposte di legge ma vennero abbandonate al disinteresse parlamentare (forte dell’indifferenza dell’opinione pubblica) finché l’articolo potenzialmente risolutivo venne inserito nella proposta di legge sulla cittadinanza che, approvata alla Camera, gode non solo del disinteresse ma, a quanto pare, della determinazione della commissione Affari Costituzionali del Senato ad affossarla giocando sulla lentezza. Basterà infatti una mancata approvazione prima delle elezioni per annullare tutto il lavoro svolto. Di recente un gruppo di associazioni, singoli cittadini e alcuni assessori e consiglieri comunali udinesi ha chiesto l’approvazione rapida della norma con un appello che, proposto agli strumenti di informazione, non ha ottenuto nemmeno un riscontro.

Un filo rosso fra le parole

Per fortuna le parole di giustizia, rispetto del diritto e della legalità restano. Chissà se qualcuno vorrà trovare il filo che le colleghi offrendoci la possibilità di costruire il linguaggio della dignità che si diffonda opponendosi alla barbarie che ci insozza?

 

NOTA
Nel file la cui pubblicazione nel mio blog precede questo testo ho elencato le fonti con i link che permettono di raggiungerle. L’ho fatto per non appesantirne la lettura dove sarà possibile proporla.
http://diariealtro.it/?p=4976

Aprile 29, 2017Permalink

21 ottobre 2011 – Rileggendo diariealtro

La morte di Gheddafi
Le immagini atroci dell’uomo rifugiato in un scarico fognario, preso e, vivo o morto che fosse, calpestato e trascinato a terra assumono, per me, un forte valore simbolico.
Per quanti amici di Gheddafi, che ora probabilmente si sentiranno rassicurati dalla scomparsa del colonello che forse conosceva anche loro non confessabili segreti, quel buco fetido sarebbe, almeno simbolicamente, un adatto rifugio?
Un ex ambasciatore – ora rispettato editorialista- oggi ha scritto su Il Corriere della sera un articolo con un passaggio molto interessante. Quando il colonnello prese il potere: l’identità nazionale libica era molto più labile delle identità nazionali dell’Egitto, del Marocco, dell’Algeria e della Tunisia. <…>La Libia era una creazione artificiale del colonialismo italiano, uno Stato composto da due territori (la Tripolitania e la Cirenaica) che avevano avuto storie diverse, popolato da tribù che avevano interessi contrastanti, abitato da circa due milioni di persone (tanti erano i libici quando Gheddafi conquistò il potere), sparse su un enorme territorio prevalentemente desertico”.
Una identità artificiale, nata dalla decadenza dell’impero ottomano, costruita contro qualcuno … a me viene in mente la Padania con tutti i nefasti ‘contro’ via via esibiti: meridionali, zingari, stranieri …
Costruire contro è facile. Aiuta a non guardare se stessi, a imprecare o piatire, secondo i gusti, a non costruire nulla e, quando ciò torna utile, a distruggere.
E non si distruggono solo cose ma anche i riferimenti di civiltà faticosamente definiti.
Comunque chi volesse, al di là delle mie elucubrazioni, leggere l’intero articolo di Sergio Romano, può farlo anche da qui.

Il ritorno di Shalit
Quando ho saputo del rientro a seguito di trattativa del soldato Shalit, prigioniero da cinque anni di Hamas a Gaza, mi sono detta che – al di là della gioia per quel ragazzo e per i più di mille palestinesi che tornano a casa- Netanyahu aveva trovato il mezzo – opportunistico e cinico, al di là dell’umanitaria copertura – per umiliare al Fatah e renderlo poco credibile davanti all’occidente e agli stessi palestinesi, dopo che Abu Mazen era riuscito a portare, sia pur per ora senza successo, la questione palestinese alle Nazioni Unite.
Quando ho letto su Repubblica del 19 ottobre un articolo di Lucio Caracciolo intitolato “Lo sconfitto è Abu Mazen” mi sono sentita molto confortata nella mia opinione.
L’articolo è molto circostanziato, merita di essere letto e potete farlo anche da qui.
Però ho poi trovato su Il Manifesto del 20 0ttobre, un articolo di Zwi Schuldiner, un anziano professore universitario e giornalista israeliano che stimo molto.
Scrive problematicamente Schuldiner: Netanyahu si è aggiudicato una vittoria di cui aveva un gran bisogno dentro il paese, in quanto essa farà dimenticare – almeno per un po’ – le proteste sociali e la paralisi dei negoziati con i palestinesi. I pessimisti temono che l’improvvisa popolarità del premier gli consentirà di sferrare un attacco militare all’Iran e questo – un progetto demenziale che metterebbe a rischio il futuro stesso di Israele – sarebbe possibile con il via libera Usa.
Però è possibile anche una versione più ottimista. In Israele si sta levando qualche voce a sostegno della logica dell’accordo che ha portato alla liberazione di Shalit: volente o nolente Netanyahu ha negoziato, sia pure in forma indiretta, con Hamas ed è arrivato il tempo di capire che il movimento islamico può essere un partner per negoziati più generali”.
Lascio anche il testo dell’articolo di Schuldiner alla lettura di chi fosse interessato.

Ottobre 21, 2011Permalink

08 febbraio 2009 – Dopo l’inferno di Gaza, quale futuro?

Il dramma di Gaza, con annessi e connessi, ha scosso e scuote le nostre coscienze, di tutte e tutti noi «occidentali». Infatti, se quegli eventi hanno ovviamente colpito il mondo intero, anche nel Sud del pianeta, essi hanno pesato, e pesano, soprattutto sul Nord del mondo – sull’Occidente, in sostanza. E questo perché la vicenda storica del popolo ebraico l’antisemitismo e l’antigiudaismo cristiano, l’illuminismo, la modernità, il colonialismo, il comunismo, il nazismo, la Shoah, il rapporto con l’islam, la necessità «nostra» del petrolio del Medio Oriente in mano a regimi a vario titolo ed intensità proclamantisi musulmani… formano un amalgama intricatissimo e incombente che penetra fino alle fibre più profonde del nostro essere, personale e collettivo, e sprigiona passioni fortissime. Di fronte alla tragedia di Gaza, in controluce – almeno a noi sembra – sta tutto questo intricato ed ineliminabile background.

Negli ultimi anni, per fermarci a questi, sono avvenute nel mondo vicende che hanno provocato infinitamente più vittime (in Conga e in Ruanda quattro milioni!), uccise in modo crudelissimo, che non quante sarebbero morte secondo fonte palestinese – tra le 1300 e le 1400 – a Gaza e ai suoi confini in Israele, dal 27 dicembre al 18 gennaio. Ci siamo commossi anche per le tragedie africane, ed altre, del pianeta; ma senza esagerare e senza inquietarci troppo. Quali masse hanno infatti percorso le strade delle nostre città per gridare contro gli eccidi nel cuore del continente nero? Invece, ora, si sono moltiplicate, qui da noi, le manifestazioni pro o contro Israele per il dramma di Gaza. Perché – questa la nostra ipotesi – in quest’ultima vicenda noi sentiamo, oscuramente forse, che siamo in gioco in prima persona, come Occidente.

Proprio perché siamo così coinvolti, inevitabile che sulla vicenda di Gaza siamo uniti da eguale passione, ma anche, spesso, divergenti sull’analisi dei fatti, nel loro contesto storico immediato o lontano, e sulle prospettive per uscire dalla crisi. Specchio di tali divergenze sono le dichiarazioni dei leader europei, o di personalità occidentali che – semplificando – hanno individuato la causa del dramma in Hamas che lancia razzi sulla popolazione civile d’Israele o in questo che bombarda indiscriminatamente la Striscia e che da oltre quarant’anni occupa i Territori.

In quanto Confronti, come rivista siamo – volenti o nolenti – inseriti in questo quadro, ed a maggior ragione perché, nel nostro piccolo (infinitamente piccolo di fronte alla vastità immensa dei problemi), cerchiamo di favorire il dialogo tra ebrei, cristiani, musulmani e «laici», e portare la nostra minuscola tessera per creare il grande mosaico della pace in Medio Oriente, che preveda la pace nella giustizia (non la pace di Brenno del «Guai ai vinti!») e, cioè, due Stati per due popoli: Israele (ma Stato per gli ebrei, o Stato per tutti i cittadini che lo abitano?), che c’è, e deve esserci, ed una Palestina che non c’è, e che va creata come realtà vivibile e non semplice fantoccio o «bantustan» – l’ipotesi poi, o il sogno, che i due Stati decidano di unirsi in confederazione sarà, forse, un tema obbligato del lontano futuro. Consapevoli dell’estrema complessità della situazione, tentiamo dunque di riflettere su tali problemi senza la pretesa di avere la verità in tasca e, anzi, desiderosi che voci variegate ci aiutino, su queste pagine, a vedere le molteplici sfaccettature della tragedia, e i numerosi fili della matassa.

Perché – proviamo ad addentrarci nella cronaca – il governo di Ehud Olmert, leader del partito Kadima, il 27 dicembre ha avviato la micidiale operazione «Piombo fuso» contro Gaza? Ci sembra che in quel momento, e in quella proporzione, il premier abbia così scelto per tre motivi. Intanto, per la consapevolezza che la popolazione israeliana era stremata, con crisi economica e città in via di sviluppo mai sviluppatesi. Poi per rafforzare le fortune del suo partito alle elezioni politiche anticipate del 10 febbraio. Va infatti ricordato che, quello in carica, è un governo degli affari correnti, perché Olmert, accusato di corruzione, è stato costretto a dimettersi in settembre. Il suo ministro degli Esteri, la signora Tzipi Livni, aveva tentato in ottobre di formare un nuovo governo ma, non essendoci riuscita, il presidente di Israele, Shimon Peres, ha indetto le elezioni anticipate per la Knesset (il parlamento). Olmert e Livni, insieme al ministro della Difesa, ed ex premier laburista, Ehud Barak, decidendo «Piombo fuso» hanno probabilmente pensato – si vedrà con quale risultato – di rovesciare i pronostici elettorali che, fino al 27 dicembre, davano per vincitore il leader del Likud, Benyamin Netanyahu, colui che da sempre propugna il pugno di ferro contro i palestinesi.

Ma il motivo forse più pressante per attuare a fine anno l’attacco contro Gaza è stato l’interregno del partner decisivo e dello sponsor fondamentale di Israele, il presidente degli Stati Uniti d’America. Barack Obama, infatti, eletto il 4 novembre ma in carica solo dal 20 gennaio, non poteva intervenire, essendo ancora al comando George W. Bush. Era scontato l’o.k. di questi alla decisione di Olmert, e il segretario di Stato Condoleezza Rice si era affrettata a dire che quella di Israele era una legittima scelta di autodifesa da un’aggressione; ma anche se, per ipotesi, la Casa Bianca fosse stata contraria, è ben possibile che Olmert avrebbe proceduto lo stesso, essendo ormai Bush un’«anatra zoppa». In ogni caso Obama non era in carica e, da presidente, adesso si ritrova con un’inattesa patata bollente in mano. Quello che egli farà concretamente, lo vedremo, e per giudicare occorre attendere.

Il governo d’Israele afferma che Hamas ha violato la tregua di sei mesi stipulata in giugno e che scadeva il 19 dicembre. Ma, appunto, la tregua era scaduta, e quindi non è stata violata. Essa poteva comunque almeno essere rinegoziata, senza ignorare i pericoli che avrebbe corso la popolazione civile di Gaza, i bambini primi fra tutti, a fronte di una reazione israeliana. Altro e differente problema è valutare la decisione di Hamas. Molti ritengono che, riprendendo in grande stile il lancio di razzi contro le città israeliane prossime alla Striscia, esso abbia offerto su di un piatto d’argento il pretesto ad Olmert per far partire «Piombo fuso» (altro problema ancora è quanto sull’operazione abbia pesato il governo e quanto, seppure non formalmente, il vertice delle Idf – Tsahal –, le forze di difesa israeliane). Hamas sottolinea che, durante la cosiddetta tregua, in realtà Israele ha continuato le esecuzioni mirate e, soprattutto, ha continuato a chiudere, a sua inappellabile discrezione, i passaggi tra Israele (o dal Mediterraneo) e Gaza. È vero infatti che nel 2005 il premier Ariel Sharon aveva costretto gli ottomila coloni ebrei ad abbandonare i 21 insediamenti della Striscia, ma aveva mantenuto le chiavi di essa, rendendola una grande prigione a cielo aperto, dove i beni essenziali, dai viveri alle medicine all’energia, entrano solo se Israele lo consente, e si arrestano quando sbarra le porte. L’obiettivo, sicuramente fallito, di tali chiusure, era bloccare l’entrata di armi nella Striscia, ma esse sono arrivate in abbondanza (soprattutto attraverso i tunnel «artigianali» scavati sotto il confine tra la Striscia e l’Egitto).

Bisogna anche ricordare che lo sgombero israeliano della Striscia era stato deciso da Sharon senza alcuna concertazione con il presidente palestinese ed esponente di al-Fatah Abu Mazen (il 9 gennaio 2005 eletto dal popolo come successore di Yasser Arafat, morto due mesi prima). Il premier sosteneva di non avere un partner con cui trattare ma, escludendolo come inesistente, ha umiliato Abu Mazen, reso ridicolo agli occhi di molti palestinesi, e favorendo così proprio Hamas. Che, infatti, alle elezioni legislative del 25 gennaio 2006 ha ottenuto la maggioranza assoluta nel parlamento. Una vittoria assicurata, naturalmente, da diversi fattori, tra i quali una diffusa corruzione nell’Autorità palestinese controllata da al-Fatah, resasi così insopportabile agli occhi della popolazione. Il tentativo, poi, di condominio tra al-Fatah ed Hamas nel governo con un premier, Ismail Haniyeh, indicato dal Movimento di resistenza islamico, è fallito. E nel giugno 2007 con un colpo di mano (compiuto, afferma, per prevenirne uno analogo di Abu Mazen per debellarlo), e lasciando per le strade morti del confronto fratricida, Hamas ha preso da sola il potere a Gaza. Per cui da allora vige un potere bicefalo intra-palestinese: Hamas a Gaza, al-Fahah in Cisgiordania.

Il mandato di Abu Mazen scadeva il 9 gennaio 2009 ma, sostenuto da al-Fatah, ha deciso di prolungarlo; decisione considerata anticostituzionale da Hamas. Così che ora sono in carica un presidente la cui legittimità è dubbia, e un premier di Hamas, rifiutato da Israele e dall’Occidente, seppur frutto di elezioni democratiche.

Perché Hamas ha deciso di provocare Israele lanciando razzi contro la popolazione civile? Che il numero di morti israeliani sia stato limitatissimo – tredici persone, in maggioranza militari caduti durante l’operazione «Piombo fuso», e alcuni di essi uccisi da «fuoco amico» – non cancella il furore che questi lanci hanno provocato nell’opinione pubblica del paese? Intanto, vanno segnalate le tensioni alla testa del Movimento, tra l’ala politica e l’ala militare e, soprattutto, tra chi opera a Gaza e chi, come il leader Khaled Meshaal, è riparato a Damasco: gli uni al fronte, gli altri al sicuro in Siria. Infine, comunque, una decisione fu presa, e forse Hamas ha agito per conto dell’Iran, ritenendo, a Gaza o a Teheran, che mille o duemila morti palestinesi, e un disastro materiale immane provocati dai prevedibili bombardamenti israeliani, servissero alla «causa». E diversi regimi arabi – dalla Giordania, all’Arabia Saudita, all’Egitto anch’esso con in mano una delle chiavi di accesso alla Striscia – pur verbalmente condannando la scelta d’Israele, hanno visto con sollievo il lavoro sporco fatto dalle Idf per decapitare Hamas, ritenuto la longa manus dell’Iran per esportare idee e scelte tali da far traballare i loro regimi. Pur essendo sciita, l’Iran aiuta strumentalmente il sunnita Hamas. Ma la vera posta in gioco è la leadership del mondo musulmano e il contrasto tra le potenze musulmane per ottenerla.

Perché Israele ha risposto ad Hamas con tale potenza di fuoco – usando, pare, anche bombe Dime e al fosforo bianco – da provocare, a quanto sappiamo il 21 gennaio, mentre scriviamo, tra i 1300 e i 1400 morti, di cui quasi un terzo bambini – e cioè più di cento palestinesi morti per ogni israeliano ucciso dai razzi o durante l’attacco a Gaza – senza contare i più di cinquemila feriti, e le tremende distruzioni di case e infrastrutture, ospedali compresi? Sembra che Olmert abbia voluto applicare a Gaza la «dottrina Dahiya» che il generale Gadi Eisenkot, comandante del Comando settentrionale di Israele, aveva così espresso in ottobre in un’intervista al quotidiano Yedioth Ahronoth: «Useremo una forza sproporzionata contro ogni villaggio da cui saranno sparati colpi contro Israele e provocheremo immensi danni e distruzioni». Il riferimento era a Dahiya, un sobborgo di Beirut raso al suolo dagli aerei israeliani durante la guerra dell’estate 2006 per stroncare i guerriglieri filo-sciiti Hezbollah. Il governo Olmert avrebbe dunque applicato all’intera Striscia controllata da Hamas la punizione inferta al villaggio libanese che ospitava i miliziani. Senza tenere in alcun conto i terribili «effetti collaterali», l’uccisione di centinaia di donne e bambini e, perfino, la distruzione di edifici dell’Unrwa (il Servizio dell’Onu per i rifugiati palestinesi), duramente criticata dal segretario dell’Onu, Ban Ki-moon.

La tragedia di Gaza ha mostrato, una volta di più, la pochezza delle Nazioni Unite e dell’Unione europea. Ma, pensando al futuro, come ipotizzare una pace, dopo tanto sangue, e partendo dalla tregua (fragilissima) proclamata unilateralmente da Israele e da Hamas il 18 gennaio? Il programma politico-ideologico del Movimento di resistenza islamico fa paura, perché in sostanza prevede uno Stato rigidamente teocratico dove viga la sharia (legge islamica interpretata nel modo più rigido), e dove la «laicità» che innervava larga parte dell’Olp viene cancellata. Esso è dunque non solo contro l’Occidente, ma anche contro quello che pensano molti palestinesi. E però è stato massicciamente da questi votato, perché delusissimi dall’appoggio acritico degli Usa e dell’Unione europea alla politica israeliana. E adesso?

Adesso Israele avrebbe tutto l’interesse a favorire al più presto, senza furbe dilazioni, la nascita di uno Stato palestinese, trattando con tutte le parti interessate – tutte, nessuna esclusa. Una giusta soluzione comporta la fine dell’occupazione militare e coloniale dei Territori che dura intollerabilmente da oltre quarant’anni, la condivisione di Gerusalemme come capitale di due Stati (la Palestina formata da Striscia e Cisgiordania non amputata), un accordo onesto su possibili scambi territoriali tenendo però come base i confini israeliani del 1967, una soluzione concordata del problema dei profughi. Ora che Hamas sembra indebolito (ma, dopo un periodo di «convalescenza», forse diventerà ancora più forte, perché bisognerà vedere come si orienteranno, crescendo, quelle migliaia e migliaia di bambini che hanno visto gli orrori di «Piombo fuso»), che farà l’attuale e il futuro governo israeliano? I palestinesi dovranno ancora mendicare giustizia? Le risoluzioni dell’Onu saranno finalmente applicate, o sempre svuotate? Obama sarà un mediatore efficace ed autorevole, o semplice portavoce del governo israeliano e di chi lo sostiene, anche negli States? Nel suo discorso del 20 gennaio, parlando del Medio Oriente il neo-presidente ha nominato esplicitamente l’Iraq («responsabilmente lasceremo il paese alla sua gente») ma non ha citato né Israele né Gaza: un silenzio singolare! Tuttavia ha precisato: «Al mondo musulmano dico che cerchiamo una nuova via di uscita basata sugli interessi reciproci e sul reciproco rispetto… A quanti [nel mondo] rimangono attaccati al potere con la corruzione, la menzogna e soffocando il dissenso, dico che stanno dalla parte sbagliata della storia, ma che tenderemo loro la mano se si dimostreranno disposti ad un segno di pace».

Lo slogan riassuntivo per sciogliere veramente ed onestamente il nodo gordiano israelo-palestinese non può essere (come abbiamo sentito in Italia): «Salviamo Israele per salvare la pace»; ma: «Salviamo Israele e Palestina per salvare la pace». Perché salvare solo uno è impossibile, se si vuole una pace degna di questo nome.

la redazione di Confronti

Febbraio 8, 2009Permalink