11 giugno 2019 – Un blog da non trascurare

Diversi, ma diversi  (un ‘Eppure ..’ di G. Carbonetto)
L’improntitudine del sindaco di Udine, Pietro Fontanini (tendo a dare scarsa autonomia di movimento all’assessorato alla Cultura) è davvero esemplare. Attacca a spada tratta vicino/lontano – iniziativa assolutamente privata – perché, a suo dire, è troppo schierato in quanto conteggia la presenza di molti più intellettuali di sinistra che di destra, come se fosse colpa di qualcuno se la cultura, a destra, non è che vada proprio per la maggiore. Inoltre si scaglia contro Gad Lerner in quanto si permette di criticare la Lega, taglia il contributo comunale a un evento ormai apprezzato in tutto il resto d’Italia e pretenderebbe anche che i futuri programmi fossero, se non concordati, quantomeno depurati da momenti in cui egli e i suoi superiori politici potrebbero provare qualche fastidio.
Poi, in prima persona, come Comune, appoggia economicamente e con la concessione del Salone del Parlamento del Castello di Udine il convegno “Identitas: uguali ma diversi”, organizzato da Emanuele Franz , filosofo gemonese e direttore della casa editrice Audax, ampiamente incensato dai siti di destra oltre che da quella della sua stessa casa editrice, un convegno che, tra gli altri, annovera la presenza di Alexandr Dugin, filosofo russo dichiaratamente di destra e in netto contrasto con la tutela dei diritti civili, considerato da molti come l’ideologo di Putin, che ha ispirato e supportato una filosofia geopolitica che sostiene l’irrilevanza dell’Unione Europea e la collaborazione tra la “santa Russia” e le forze conservatrici del continente, per ridimensionare la forza degli Stati Uniti e darne di più all’attuale zar di Mosca.
Lungi da me l’idea anche soltanto di oppormi a un’occasione in cui si parla di idee, anche se sono diametralmente opposte alle mie, ma resto davvero ammirato dalla faccia di bronzo di chi pretende equidistanza e apoliticità dagli altri e poi, invece, concede, a se stesso e ai suoi amici, ampi spazi di propaganda senza eccessive opposizioni (si veda il resto dei partecipanti). Guardando in questo senso a Fontanini e ai suoi, forse il titolo più giusto – e per me consolante – per il convegno sarebbe “Identitas: diversi, ma diversi”.

Tutti gli “Eppure…” li puoi trovare anche all’indirizzo
http://g-carbonetto.blogspot.it/

Per meglio apprezzare il testo che ho ricopiato trascrivo la presentazione del convegno del 15 giugno a Udine

Convegno “Identitas: uguali ma diversi”
Sabato 15 giugno 2019 alle 16.30 si tiene il convegno “Identitas: uguali ma diversi”.
L’evento, patrocinato e promosso dal Comune di Udine, è organizzato sotto la direzione artistica di Emanuele Franz, filosofo e direttore della casa editrice Audax e ideatore del convegno. La realizzazione ha trovato un’importante collaborazione nell’associazione Historia gruppo studi storici e sociali, nonché in Limes Club Pordenone/Udine/Venezia presieduta dal professore dell’Università di Udine Guglielmo Cevolin.
L’evento affronta il tema dell’identità dal punto di vista territoriale, culturale e antropologico, e nel suo rapporto con la tradizione, con i costumi, con la società, con la lingua.
Interverranno: Aleksandr Dugin, Noam Chomsky, Diego Fusaro, Massimo Fini, Edoardo Sylos Labini, Paolo Paron, Guglielmo Cevolin, Daniele Bertello. Modera: Emanuele Franz.
Il convegno si tiene nel salone del Parlamento presso il Castello di Udine, piazzale Patria del Friuli.
Per informazioni: Audax Editrice

Fonte: http://www.comune.udine.gov.it/home/notizie/2162-convegno-dal-titolo-identitas-uguali-ma-diversi

 

Giugno 11, 2019Permalink

6 giugno 2019 – Dichiarazione del Presidente Mattarella in occasione della fine del Ramadan

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della fine del Ramadan (Eid al Fitr), ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«Al termine del Ramadan desidero porgere ai cittadini italiani di fede islamica e ai musulmani ospiti o residenti nel nostro Paese un sincero augurio di felice e sereno Eid al Fitr.
La realizzazione di società inclusive e pacifiche, rispettose dei diritti delle persone, con identico rispetto per quelle appartenenti a minoranze religiose, esige la partecipazione di tutti e rappresenta un dovere nei confronti delle giovani generazioni.
Alle istituzioni e ai singoli cittadini compete prevenire e contrastare l’incitamento all’odio e alla violenza, mentre i leader religiosi sono chiamati all’insostituibile ruolo di promozione delle fedi quali strumento di pace, dialogo e comprensione tra culture diverse.
Il pieno rispetto della libertà di coscienza – principio che trova ampio riconoscimento ed efficace tutela nella Costituzione repubblicana – consente di contrastare efficacemente l’estremismo violento e le discriminazioni su base religiosa, valorizzando l’armonica convivenza tra quanti professano credi diversi.
Con questi auspici, rinnovo a quanti festeggiano oggi l’Eid al Fitr i più sentiti auguri».

Roma, 04/06/2019

https://www.quirinale.it/elementi/30184?fbclid=IwAR0GOhuNyBEvcIrgqNLOAw2Zqq5_kCY-jT8i3r4Z6fo3Lvue2BpciSthydo

Costituzione  Art. 19
Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.

NOTA:
Nell’anno islamico 1440 (calendario gregoriano 2019) Il ramadan inizia il 5 maggio e termina il 4 giugno.

Giugno 6, 2019Permalink

30 maggio 2019 – Non accetto la clemenza

Leggo che la sanzione contro la professoressa Rosa Maria Dell’Aria sarà annullata.
Ricopio l’articolo che ho trovato e mi impegno con me stessa a seguire la vicenda di cui avevo scritto anche ieri nel mio blog http://diariealtro.it/?p=6622

« Non accetto la clemenza» , aveva detto regalando ai suoi studenti (e non solo a loro) una grande lezione di educazione civica.
Una mia considerazione: Dopo tutte le esibizioni corporee e di gadget personali del Ministro dell’Interno costui  non risulta presente né direttamente né indirettamente nella saletta vip dell’aeroporto di Punta Raisi.
Qualcuno si è accorto che il protagonismo del Ministro dell’Interno (chiunque lui sia e a qualsivoglia aggregazione politica appartenga), protagonismo in seconda battuta “assolutorio” gettava sulla vicenda l’ombra di uno stato di polizia?

Palermo, la sanzione contro la professoressa sospesa sarà annullata
Lo hanno annunciato gli avvocati dopo un incontro con i dirigenti del ministero dell’Istruzione. “Una dichiarazione di illegittimità della sanzione ne farà venire meno gli effetti giuridici”
“Abbiamo individuato la soluzione per chiudere la vicenda senza presentare il ricorso al tribunale di Palermo: una dichiarazione di illegittimità della sanzione che fa venir meno gli effetti giuridici della sanzione stessa”. Lo affermano gli avvocati Fabrizio La Rosa e Alessandro Luna, legali della docente di Rosa Maria Dell’Aria dopo un incontro con i dirigenti del ministero dell’Istruzione. “Per i dettagli e la definizione formale – aggiungono – ci incontreremo nei prossimi giorni per la formulazione del documento”.

L’incontro si è svolto nella saletta vip dell’aeroporto di Punta Raisi, a Palermo. Faccia a faccia il capo dipartimento per il sistema educativo del Miur Carmela Palumbo, il capo dell’ufficio legislativo Maurizio Borgo e Fabrizio La Rosa e i due avvocati (uno è il figlio) della professoressa sospesa per 15 giorni dall’Ufficio scolastico provinciale e rientrata a scuola lunedì scorso, dopo avere scontato per intero la sanzione. I dirigenti sono stati incaricati dal ministro Marco Bussetti di trovare una soluzione extragiudiziale per risolvere definitivamente il caso. Nei giorni scorsi la docente aveva chiesto un provvedimento in cui si dichiarasse la sua estraneità alle colpe: “La sanzione inflittami – ha detto – è ingiusta e non accetterò un atto di clemenza”.
Rosa Maria Dell’Aria era stata sospesa per non avere esercitato il controllo su una ricerca presentata in PowerPoint dagli alunni della seconda E informatica dell’istituto tecnico industriale Vittorio Emanuele III, all’interno della scuola e con altre classi, in cui gli studenti paragonavano le leggi razziali del 1938 al decreto sicurezza del ministro Salvini.

https://palermo.repubblica.it/cronaca/2019/05/30/news/palermo_la_sanzione_contro_la_professoressa_sospesa_sara_annullata-227568169/

Maggio 30, 2019Permalink

25 aprile 2015 – Il discorso del Presidente Mattarella

Intervento del Presidente Sergio Mattarella alla cerimonia commemorativa del 74° Anniversario della Liberazione
Vittorio Veneto – Teatro Da Ponte, 25/04/2019

Un saluto intensamente cordiale a tutti, al Presidente della Regione, al Sindaco e, attraverso di lui, a tutti i vittoriesi, ai rappresentanti del Parlamento, a tutte le autorità, ai Sindaci presenti salutandoli con molta cordialità.
Ringrazio per gli interventi già svolti. Abbiamo ascoltato delle cose di grande interesse e significato, in cui mi riconosco pienamente.
Sono davvero lieto di essere a Vittorio Veneto, per celebrare qui la Festa della Liberazione, in questo luogo simbolo caro all’Italia, che vide i nostri soldati segnare la conclusione vittoriosa della Prima guerra mondiale, sancendo così il compimento dell’unità territoriale italiana. Unità territoriale che corrispondeva all’unità morale e spirituale dell’Italia, all’aspirazione a una Patria libera e indipendente.
Quella stessa aspirazione – dopo poco più di un ventennio – animò i volontari della Libertà, in queste terre generose e martoriate del Veneto, negli aspri combattimenti contro l’oppressione nazifascista, con tutto il suo carico di sangue, lutti e devastazioni. E con pagine straordinarie di sacrificio, eroismo e idealità, che non possono essere rimosse e che vanno ricordate.
Festeggiare il 25 aprile – giorno anche di San Marco – significa celebrare il ritorno dell’Italia alla libertà e alla democrazia, dopo vent’anni di dittatura, di privazione delle libertà fondamentali, di oppressione e di persecuzioni. Significa ricordare la fine di una guerra ingiusta, tragicamente combattuta a fianco di Hitler. Una guerra scatenata per affermare tirannide, volontà di dominio, superiorità della razza, sterminio sistematico.
Se oggi, in tanti, ci troviamo qui e in tutte le piazza italiane è perché non possiamo, e non vogliamo, dimenticare il sacrificio di migliaia di italiani, caduti per assicurare la libertà a tutti gli altri. La libertà nostra e delle future generazioni.
A chiamarci a questa celebrazione sono i martiri delle Fosse Ardeatine, di Marzabotto, di Sant’Anna di Stazzema e di tanti altri luoghi del nostro Paese; di Cefalonia, dei partigiani e dei militari caduti in montagna o nelle città, dei deportati nei campi di sterminio, dei soldati di Paesi stranieri lontani che hanno fornito un grande generoso contributo e sono morti in Italia per la libertà. Questo doveroso ricordo ci spinge a stringerci intorno ai nostri amati simboli: il tricolore e l’inno nazionale (così ben cantato dal coro di ragazzi e adulti, complimenti al maestro Sabrina Carraro).
È il dovere, morale e civile, della memoria. Memoria degli eventi decisivi della nostra storia recente, che compongono l’identità della nostra Nazione da cui non si può prescindere per il futuro.
Il 25 aprile del 1945 nasceva, dalle rovine della guerra, una nuova e diversa Italia, che troverà i suoi compimenti il 2 giugno del 1946, con la scelta della Repubblica e il primo gennaio 1948 con la nostra Costituzione.
Il 25 aprile vede la luce l’Italia che ripudia la guerra e s’impegna attivamente per la pace. L’Italia che, ricollegandosi agli alti ideali del Risorgimento, riprende il suo posto nelle nazioni democratiche e libere. L’Italia che pone i suoi fondamenti nella dignità umana, nel rispetto dei diritti politici e sociali, nell’eguaglianza tra le persone, nella collaborazione fra i popoli, nel ripudio del razzismo e delle discriminazioni.
Non era così nel ventennio fascista. Non libertà di opinione, di espressione, di pensiero. Abolite le elezioni, banditi i giornali e i partiti di opposizione. Gli oppositori bastonati, incarcerati, costretti all’esilio o uccisi. Non era permesso avere un pensiero autonomo, si doveva soltanto credere. Credere, in modo acritico e assoluto, alle parole d’ordine del regime, alle sue menzogne, alla sua pervasiva propaganda. Bisognava poi obbedire, anche agli ordini più insensati o crudeli. Ordini che impartivano di odiare: gli ebrei, i dissidenti, i Paesi stranieri. L’ossessione del nemico, sempre e dovunque, la stolta convinzione che tutto si potesse risolvere con la forza della violenza.
E, soprattutto, si doveva combattere. Non per difendersi, ma per aggredire.
Combattere, e uccidere, per conquistare e per soggiogare. Intere generazioni di giovani italiani furono mandate a morire, male armati e male equipaggiati, in Grecia, in Albania, in Russia, in Africa per soddisfare un delirio di dominio e di potenza, nell’alleanza con uno dei regimi più feroci che la storia abbia conosciuto: quello nazista.
Non erano questi gli ideali per i quali erano morti i nostri giovani nel Risorgimento e nella Prima Guerra Mondiale
La storia insegna che quando i popoli barattano la propria libertà in cambio di promesse di ordine e di tutela, gli avvenimenti prendono sempre una piega tragica e distruttiva.
L’8 settembre 1943 e gli eventi che ne susseguirono rappresentarono, per molti italiani, la fine drammatica di una illusione. Con la dissoluzione dello Stato, i morti, i feriti, le gravissime sconfitte militari.
L’Italia era precipitata in una lenta e terribile agonia. Il Re era fuggito a Brindisi abbandonando Roma al suo destino, le truppe germaniche avevano invaso il territorio nazionale, seminando ovunque terrore e morte, a Salò si era insediato un governo fantoccio, totalmente nelle mani naziste.
Fu in questo contesto che molti italiani, donne e uomini, giovani e anziani, militari e studenti, di varia provenienza sociale, culturale, religiosa e politica, maturarono la consapevolezza che il riscatto nazionale sarebbe passato attraverso una ferma e fiera rivolta, innanzitutto morale, contro il nazifascismo. Nacque così, anche in Italia, il movimento della Resistenza. Resistenza alla barbarie, alla disumanizzazione, alla violenza: un fenomeno di portata internazionale che accomunava, in forme e modi diversi, uomini e donne di tutta Europa.
Alla barbarie si poteva resistere in tanti modi: con le armi, con la propaganda, con la diffusione di giornali clandestini, con la non collaborazione, con l’aiuto fornito ai partigiani, agli alleati, agli ebrei in fuga. Ma ci voleva forza d’animo e grande coraggio, perché ognuna di queste azioni poteva comportare la cattura, la tortura e la morte. Accadde, in forme e gradi diversi, in tutto il territorio nazionale soggetto all’occupazione nazista.
Contadini, operai, intellettuali, studenti, militari, religiosi, costituirono il movimento della Resistenza: tra loro vi erano azionisti, socialisti, liberali, comunisti, cattolici, monarchici e anche molti ex fascisti delusi. Non fu un esercito compatto, non poteva esserlo, ma piuttosto una rete ideale, che operava, in montagna o nelle città, in ordine sparso e in condizioni di grande difficoltà e pericolo.
Vi erano i partigiani, capaci di coraggio, di spirito di sacrificio e di imprese audaci; i soldati italiani che combatterono fianco a fianco con l’esercito alleato, coprendosi di valore. Accanto a essi, come componente decisiva della Resistenza italiana, desidero ricordare i tanti militari che, catturati dai tedeschi dopo l’8 settembre, rifiutarono l’onta di servire sotto la bandiera di Salò e dell’esercito occupante e preferirono l’internamento nei campi di prigionia nazisti. Seicentomila: un numero imponente che fa riflettere sulla decisa prevalenza del senso di onor di Patria rispetto al fascismo fra gli appartenenti alle Forze Armate. Quasi cinquantamila di questi morirono nei lager in Germania, di stenti o per le violenze.
Né va dimenticato il contributo fondamentale delle centinaia di migliaia di persone che offrirono aiuti, cibo, informazioni, vie di fuga ai partigiani e a militari alleati; e dei tanti giusti delle Nazioni che si prodigarono per salvare la vita degli ebrei, rischiando la propria.
Nel tessuto sociale del Veneto, permeato dalle cooperative di braccianti e dalle leghe contadine, la Resistenza germogliò dal basso in modo pressocché spontaneo: gruppi di cittadini, spesso guidati dal clero locale, che cercavano di mettere in salvo prigionieri alleati, perseguitati politici, ebrei e chi voleva sfuggire all’arruolamento nell’esercito di Salò o alla deportazione in Germania.
Spicca, nel territorio del Vittoriese, la personalità di don Giuseppe Faè, parroco di Montaner, vero cappellano dei partigiani. Arrestato insieme a collaboratori e familiari e condannato a morte, scampò alla fucilazione per intervento del Vescovo. Ma la sorella Giovanna, deportata in un lager nazista, non fece più ritorno.
Attorno a don Faè muovono i primi passi coloro che diventeranno i capi partigiani di questa zona: Ermenegildo Pedron, detto “Libero”, Attilio Tonon detto “Bianco” e dal giovane sottotenente degli alpini Giobatta Bitto, detto “Pagnoca”, che agirono soprattutto nella zona del Cansiglio.
In tutto il Veneto la guerra partigiana fu particolarmente difficile e dura. I tedeschi volevano preservarsi il Veneto come via di possibile fuga verso la Germania. Le formazioni partigiane, infersero all’occupante diverse e cocenti sconfitte, pur se i continui rastrellamenti operati dai nazisti e dai fascisti nell’inverno 1944-45, specialmente sul Grappa e sul Cansiglio, ne ridussero la capacità operativa.
In quel drammatico periodo ci furono molte esecuzioni di partigiani e rappresaglie contro la popolazione civile. Come la terribile impiccagione di 31 giovani agli alberi del corso centrale di Bassano del Grappa il 26 settembre 1944, di cui ha parlato la professoressa Giulia Albanese, che ringrazio per il suo intervento appassionato e puntuale. Alcuni di questi giovani impiccati avevano meno di 17 anni.
Il bilancio dei rastrellamenti pesò molto sulla Resistenza veneta: in pochi giorni vennero impiccati 171 combattenti per la libertà, 603 vennero fucilati, 804 deportati, oltre tremila fatti prigionieri e centinaia di case vennero bruciate.
Ma nella primavera del 1945, rafforzate da nuovi giovani venuti a irrobustire le loro file e dagli aiuti alleati, le formazioni partigiane venete riusciranno a infliggere nuovi, decisivi colpi alle forze tedesche, fino alla Liberazione. In alcuni casi, come in quello di Vittorio Veneto, l’esercito tedesco negoziò direttamente la resa con i capi partigiani.
Ringrazio la signora Meneghin per il suo appassionato intervento. E la ringrazio ancor di più per il coraggio dimostrato in quegli anni terribili della guerra partigiana. Concordo con lei: per la Resistenza fu decisivo l’apporto delle donne, volitive e coraggiose. In Veneto furono staffette, ma anche combattenti. Su di loro, se catturate, la violenza fascista si scatenava con ulteriore terrificante brutalità, come le sopravvissute raccontarono del trattamento della banda Carità, un gruppo di torturatori di inaudita ferocia che aveva sede presso Villa Giusti a Padova.
Ne abbiamo già ricordate alcune e tante altre giovani venete di allora andrebbero citate per quanto hanno fatto, per il loro impegno. Per tutte ricordo Tina Anselmi, con cui ho avuto l’opportunità e l’onore di lavorare a stretto contatto in Parlamento.
Fondamentale per animare il movimento resistenziale fu, in Veneto, il contributo del mondo della cultura e dell’università. Come è stato appena ricordato, l’Università di Padova, unico caso tra gli atenei italiani, fu insignito della medaglia d’oro al valore della Resistenza.
Ricordo l’appello, di grande suggestione e di altissimo valore morale, che il grande latinista Concetto Marchesi, rettore dell’università padovana, rivolse ai suoi studenti in piena occupazione nazista, invitandoli alla rivolta: «Una generazione di uomini – scrisse Marchesi – ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra Patria. Traditi dalla frode, dalla violenza, dall’ignavia, dalla servilità criminosa, voi insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell’Italia e costituire il popolo italiano».
Non furono queste solo parole. Perché Marchesi, comunista, insieme al suo allievo Ezio Franceschini, cattolico, diedero insieme vita a una organizzazione segreta, operativa (FraMa, dalle iniziali dei loro cognomi) capace di fornire assistenza logistica agli alleati, ai resistenti e agli ebrei. La FraMa ebbe i suoi martiri: il padre francescano Placido Cortese, torturato a morte nella Risiera di San Sabba, e la suora laica Maria Borgato, scomparsa nei lager tedeschi.
Anche in Veneto, come in altre zone d’Italia, ci furono, dopo il 25 aprile, vendette e brutalità inaccettabili contro i nemici di un tempo, peraltro prontamente condannate dai vertici del Cln. Nessuna violenza pregressa, per quanto feroce, può giustificare, dopo la resa del nemico, il ricorso alla giustizia sommaria. Mai questa può essere commessa in nome della libertà e della democrazia.
La Resistenza, con la sua complessità, nella sua grande attività e opera, è un fecondo serbatoio di valori morali e civili.
Ci insegna che, oggi come allora, c’è bisogno di donne e uomini liberi e fieri che non chinino la testa di fronte a chi, con la violenza, con il terrorismo, con il fanatismo religioso, vorrebbe farci tornare a epoche oscure, imponendoci un destino di asservimento, di terrore e di odio.
A queste minacce possiamo rispondere con le parole di Teresio Olivelli, partigiano, ucciso a bastonate nel lager di Hersbruck: «Lottiamo giorno per giorno perché sappiamo che la libertà non può essere elargita dagli altri. Non vi sono liberatori. Solo uomini che si liberano».
Buon 25 Aprile!!

https://www.quirinale.it/elementi/28579

Aprile 25, 2019Permalink

25 aprile 2019 – Il 25 aprile, festa nazionale.

Il 22 aprile 1946, su proposta del Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, il re Umberto II
emanò un decreto che dichiarava festa nazionale il 25 aprile di quell’anno.
Il 27 maggio 1949 fu stabilmente istituzionalizzato come festa nazionale (L. 27 maggio 1949, n. 260. Disposizioni in materia di ricorrenze festive).

SCRIVE LILIANA SEGRE

La libertà è una condizione assoluta, irrinunciabile. E non importa se qualche ministro resterà a casa. Sono sicura che domani saremo in tanti a provare la stessa emozione civile,
di LILIANA SEGRE

Per me il 25 aprile del 1945 non fu il giorno della Liberazione. Non poteva esserlo perché io quel giorno ero ancora prigioniera nel piccolo campo di Malchow, nel Nord della Germania.
C’era un grande nervosismo da parte dei nostri aguzzini, ma non sapevamo nulla di quel che accadeva in Europa. A darci qualche notizia furono dei giovani francesi prigionieri di guerra mentre passavano davanti al filo spinato. «Non morite adesso! », scongiurarono alla vista delle disgraziate ombre che eravamo. «Tenete duro. La guerra sta per finire. E i tedeschi stanno perdendo su due fronti: quello occidentale con gli americani e quello orientale con i russi».
Nelle ultime ore da prigioniere assistemmo alla storia che cambiava.
Fuori dal lager ci costrinsero all’ennesima orribile marcia ma niente era uguale a prima.
La mia personale festa di liberazione fu quando vidi il comandante del campo mettersi in abiti civili e buttare a terra la sua pistola. Era un uomo terribile, crudele, che ad ogni occasione picchiava selvaggiamente le prigioniere. La vendetta mi parve a portata di mano ma scelsi di non raccogliere quell’arma. All’improvviso realizzai che io non avrei mai potuto uccidere nessuno e questa era la grande differenza tra me e il mio carnefice. Fu in quel momento che mi sentii libera, finalmente in pace.

Il 25 aprile 1945 fu quindi un’esplosione di gioia che mi sarebbe arrivata più tardi filtrata dai racconti di amici e familiari. Avevo avuto bisogno di una tregua prima di tornare in Italia.
E dovevo guarire da troppe ferite per riuscire a far festa insieme agli altri.
Ero stata ridotta a un numero, costretta a vivere in un mondo nemico e con il male altrui davanti a me, come diceva Primo Levi. Ci vollero anni perché riscoprissi il sentimento della felicità collettiva.

Poi quel momento è arrivato. Il 25 aprile è diventato una festa familiare, la festa della libertà ritrovata. Simboleggiava la caduta definitiva del nazifascismo e la liberazione. E rendeva omaggio al sacrificio di partigiani e militari, ai resistenti senz’armi, ai perseguitati politici e razziali.
Era la festa del popolo italiano ma anche una festa celebrata in famiglia insieme a mio marito Alfredo che era stato un internato militare in Germania per aver detto no alla RSI.
Avevamo patito entrambi la privazione della libertà e potevamo capire il significato profondo di quella data che poneva le fondamenta della democrazia e della carta costituzionale.
Ogni 25 aprile sventolavamo idealmente la nostra bandiera.

Non ho mai smesso di sventolare quella bandiera. E ancora oggi mi ostino a spiegare ai ragazzi perché è una festa fondamentale. Ma è sempre più difficile combattere con i vuoti di memoria. Solo se si studia la storia si comprende cosa è stato il depauperamento mentale di masse di italiani e tedeschi indottrinati indottrinate dai totalitarismi fascista e nazista. Bisogna raccontare alle giovani generazioni cosa è stata la dittatura , soprattutto ora che il saluto romano non stupisce più nessuno. Mi chiedo se a una parte della politica non convenga questa diffusa ignoranza della storia. Chi ignora il passato è più facilmente plasmabile. E non oppone “resistenza”.

In anni non lontani, c’è stato anche chi ha proposto di abolire il 25 aprile dal calendario civile. Temo che prima o poi si arriverà a cancellarlo. Perché il tempo è crudele: livella i ricordi e confonde la memoria, mentre le persone muoiono e le generazioni passano. Qualche anno fa ci siamo illusi che interno a questa data fosse stata raggiunta l’unanimità delle forze politiche. Oggi leggo con preoccupazione che alla festa della Liberazione di preferisca una cerimonia di altro genere. Se devo dire la verità, rimango esterrefatta. In tarda età assisto a degli atti che non avrei mai immaginato di vedere: soprattutto avendo vissuto cosa volesse dire essere vittime prime del 25 aprile, quando la democrazia non c’era, e dissidenti e minoranze venivano imprigionati, torturati e anche uccisi.

Così come rimango tristemente stupita di fronte alla cancellazione della prova di storia alla maturità. La mancanza di memoria può portare a episodi come quello che ha coinvolto pochi giorni fa un istituto alberghiero di Venezia. Un insegnante su Facebook ha offeso la Costituzione con parole che preferisco non ripetere. E si è augurato che Liliana Segre finisca in un «simpatico termovalorizzatore ». Questa non l’avevo ancora sentita: probabilmente il «simpatico termovalorizzatore » è la forma aggiornata del forno crematorio.

Preferisco però concentrarmi sui moltissimi italiani che mi vogliono bene. E insieme ai quali festeggerò il 25 aprile, un rito laico che continua a emozionarmi. E a portarmi via con sé. Perché la libertà è una condizione assoluta, irrinunciabile. E non importa se qualche ministro resterà a casa. Sono sicura che domani saremo in tanti a provare la stessa emozione civile. Buon 25 aprile a tutti.                                         [fonte 1]

RISPONDE LILIANA SEGRE

Liliana Segre: «I politici non possono ignorare la storia. Così chi ha dato la vita muore di nuovo »
di Stefano Landi

Consuma le scarpe in giro per l’Italia. Una vita da testimone quella di Liliana Segre, 88 anni, sopravvissuta all’Olocausto e senatrice a vita. «Infatti sono stanca. Questo 25 aprile credo che rimarrò a casa. Mi hanno invitato in tv, ma ho davvero bisogno di staccare. Forse non ho più l’età per andare in corteo. Devo cominciare a delegare».

Che impressione le hanno fatto le polemiche sulla partecipazione del governo al 25 Aprile? I 5 Stelle ci saranno, la Lega lo ignora. Salvini dice che la vera liberazione è solo quella dalla mafia…
«Chi fa politica non può ignorare la storia. Deve averla studiata. Con ognuna di queste dichiarazioni chi ha dato la vita muore una volta di più. Non penso solo ai partigiani, ma anche ai militari italiani, morti di stenti, malattie, in un campo di concentramento, pur di non aderire alla Repubblica Sociale».

La statua bruciata di una partigiana domenica alle porte di Milano. Gli episodi di violenza che ogni anno si ripetono regolarmente…
«Non possiamo sempre ridurre tutto all’ignoranza. È il bisogno di odiare che muove certa gente. Appena messo piede in Senato mi sono battuta per una legge contro gli hate speech. L’odio torna a galla in contesti molto diversi. Per strada, su Internet soprattutto. È un sentimento che c’è sempre stato: la storia è fatta di corsi e ricorsi. Diciamo che dopo la Seconda guerra mondiale, dopo tutto quello che si era visto e sofferto, si aveva paura di ripetere certi atteggiamenti. Si è abbassato il volume, non si è spenta la musica».

Le hanno pure attribuito profili social finti che pubblicano dichiarazioni false a suo nome…
«Prese di posizione, spesso molto aggressive, che non corrispondono al mio pensiero. Ho già denunciato la situazione alla Polizia postale che sta indagando».

È più facile dimenticare il passato?
«Credo che la storia sia maestra di vita. Non si può capire il 25 Aprile se non si è studiato il passato. Non è solo colpa della superficialità dei giovani d’oggi. Gli stessi genitori non ricordano. E gli insegnanti sono troppo presi da altre dinamiche, pensano più alla forma che ai contenuti».

Lei incontra tantissimi ragazzi nelle scuole. Che idea si è fatta di questa generazione bollata come quella del disimpegno?
«Il 99 per cento di loro vive incollato al telefono, non si informa e accetta di essere omologato da una tv ignorante. Ma c’è quell’1 per cento che riscatta una classe intera. Hanno fatto una scelta, quella di non stare nell’ombra del gruppo. C’è chi in questi giorni ha rinunciato alle vacanze per venirmi ad ascoltare. La loro attenzione mi emoziona. Concludo sempre la mia testimonianza spiegando come andando da loro abbia ricordato una parte di storia per me tragica. Uno sforzo che sarà ripagato se solo uno di loro accenderà una candela della memoria».

Cosa vede nei loro occhi?
«Il desiderio di provarci. A casa ho scatole piene di lettere di ragazzi che mi scrivono. Ricevo anche migliaia di mail. Ci sono delle riflessioni bellissime, che lascerò come eredità».

Qualche settimana fa più di mille ragazzi si sono alzati in piedi per lei a New York dopo averla ascoltata in videoconferenza in religioso silenzio…
«Spiegavo come nei lager non si va in gita, ma per ascoltare la propria coscienza».

Riceve molti insulti?
«Regolarmente, di ogni genere. Pesantissimi. Un professore di Venezia, ex militante di Forza Nuova, mi ha augurato di finire in un termovalorizzatore. Altri mi volevano nei forni. Non reagisco agli insulti, ho imparato a lasciarli cadere».

Le testimonianze pesano..
«Siamo morti quasi tutti. Chi resta lo deve sentire come un dovere. Alla fine ogni sforzo vale ancora la pena».
[fonte 2]

[fonte 1]
https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2019/04/23/news/il_25_aprile_la_mia_nuova_resistenza-224719912/
[fonte 2]
https://www.corriere.it/politica/19_aprile_23/liliana-segre-politici-non-possono-ignorare-storia-cosi-chi-ha-la-vita-muore-nuovo-9313a748-6609-11e9-8d28-170002d143ad.shtml?refresh_ce-cp

Aprile 25, 2019Permalink

24 aprile 2019 – Una circolare per assicurare esistenti tutti coloro che nascono in Italia

Ieri nel mio blog ho scritto della senatrice Segre e ho proposto qualche mia considerazione che oggi voglio approfondire inviandola ai sindaci del Friuli Venezia Giulia che hanno aderito alla manifestazione del 13 aprile ‘Prima le persone’, manifestazione contro razzismo e discriminazione per la convivenza pacifica e l’integrazione, promossa dalla rete DASIFVG, centro Balducci Zugliano che a Trieste riprendeva quella precedente di Milano.
Tutto comincia con l’espressione di apprezzamento che un piccolo gruppo di donne ha inviato ai sindaci ufficialmente presenti a Trieste (quattro di loro poi ci hanno risposto in forma molto interessane che a me piacerebbe fosse fondamento di un progetto).

Apprezziamo i sindaci ufficialmente presenti e alcune di noi glielo comunicano.
Siamo un piccolo numero di donne che ha inviato all’organizzazione responsabile della manifestazione ‘prima le persone’ un proprio documento per ricordare la precarietà della situazione giuridica che da dieci anni caratterizza l’esistenza di nati in Italia, se figli di migranti non comunitari irregolari.
Per questo scriviamo ai sindaci ufficialmente presenti alla bella manifestazione di Trieste, uno di quegli incontri in cui si vive l’esperienza appagante di sentirsi insieme ai propri simili per uno scopo buono e giusto e sappiamo quanto questo sia importante per raggiungere un risultato che rappresenti un obiettivo comune.
Crediamo comunque che pur riconoscendo il significato di questo comune sentire ci voglia anche un altro passaggio.
Il nostro essere cittadini non è un dono di natura esclusivo ma uno status le cui caratteristiche sono determinate dalla Costituzione della Repubblica, che non è un testo costruito da ‘sovranisti’ in forma esclusiva ma un insieme di principi aperti a una dimensione umana che la storia ha costruito cui le norme che ci siamo dati danno certezze e indicazioni di metodo.
E figura fondante la relazione primaria che si costruisce fra le persone e la società è il sindaco, responsabile dell’onore di garantire il riconoscimento di ogni vita cui gli sportelli del suo comune devono assicurare un’esistenza riconosciuta.
Sappiamo che a ogni nuovo nato è dovuto il certificato che lo riconosce cittadino non necessariamente italiano perché, se i suoi genitori sono stranieri, quella cittadinanza risulterà riconosciuta nel documento che è fondamento della sua vita di relazione, che ne assicura il diritto ad avere dei diritti.
Da una decina d’anni quel principio assoluto ha subito una ferita dovuta all’affermazione di una norma cui il voto di fiducia ha dato una immeritata certezza: il genitore che si presenta allo sportello del comune ad assicurare ciò che è dovuto al figlio deve, se non comunitario, presentare secondo la legge, il permesso di soggiorno. Se irregolare la sua irregolarità incide sul figlio trasformandolo in ‘spia’ del genitore stesso che a seguito di questa emersione della situazione irregolare può subire l’espulsione o altra pena.
Il rischio che corre può portarlo a non denunciare la nascita del figlio, un’omissione di gravità estrema come è facile comprendere.
Ci è noto che una circolare, emanata in puntuale contemporaneità con la legge, segnala che in questa situazione il titolo di soggiorno dei genitori non deve essere richiesto perché in tal caso l’evidenza di una loro irregolarità inficerebbe l’inviolabilità del diritto del nuovo nato.
Ci troviamo quindi in un paradosso per cui l’atto più importante che consente di inserire un essere dalla totale fragilità nella società umana –o almeno in quella tipologia di società che l’Europa (e certamente anche l’Italia) conosce – è assicurato dal più fragile dei documenti amministrativi, una circolare.
E nello stesso tempo constatiamo che l’onore di trasformare quella fragilità in certezza dovuta ad ogni nuovo essere umano spetta ai sindaci.
Questo abbiamo letto nella vostra presenza oltre ogni emozione e di ciò vi siamo grate.

Adriana Libanetti , Alessandra Missana, Andreina Baruffini, Chiara Gallo, Giuliana Catanese, Ivana Bonelli , Maria Grazia Zanol, Marina Giovannelli con Gruppo Anna Achmatova, Mary Silva Remonato, Alida Mason, Rita Turissini, Silvana Cremaschi, Valentina Degano con Donne in nero.Udine, Suzi Cucchini, Augusta De Piero.

Incalzata dal 25 aprile mi vengono in mente alcune considerazioni
Nel documento ricordavamo l’obbligo di ogni comune a registrare le dichiarazioni di nascita di chiunque nasca sul territorio del comune stesso, obbligo che si sostanzia nel rispetto del diritto di ogni nato ad avere il certificato di nascita.
Purtroppo una pessima modalità informativa ha portato ad identificare la registrazione della nascita con l’attribuzione della cittadinanza italiana creando confusione nell’opinione pubblica.
Sarebbe bello ma non è (ancora?!) così: oggi ogni nato ha diritto ad esistere e la cittadinanza che gli viene riconosciuta è, nel caso di nati in Italia, quella italiana.
Questo sarebbe ius soli ma in Italia vige ancora lo ius sanguinis, peggiorato dalla discriminazione di neonati che si vogliono fantasmi.

Non dobbiamo dimenticare che in Italia la prossima estate – e precisamente il 7 agosto – cadrà il decennale della ferita inferta alla nostra dignità di cittadini e cittadine dalla legge che – ostacolando la concessione del certificato di nascita ai nati in Italia, figli di non comunitari irregolari – si fa beffe del principio affermato dalla Convenzione di New York del 1989, ratificata in legge 176/1991, di cui trascrivo l’art. 7

1. Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi.
2. Gli Stati parti vigilano affinché questi diritti siano attuati in conformità con la loro legislazione nazionale e con gli obblighi che sono imposti loro dagli strumenti internazionali applicabili in materia, in particolare nei casi in cui se ciò non fosse fatto, il fanciullo verrebbe a trovarsi apolide.

Per necessità che nasce dalla stessa legge 176 (“con gli obblighi che sono imposti dagli strumenti internazionali applicabili in materia”) lo stesso giorno dell’entrata in vigore della legge 94/2009 (art. 1 comma 22 lettera g) fu emanata una circolare (n. 19/2011-Ministero dell’interno) che cancella, per quanto può una circolare, l’obbligo di presentazione del permesso di soggiorno dei genitori, una misura che può farsi lesione di un diritto assoluto del figlio, che nulla ha a che fare con la situazione di irregolarità burocratica di chi lo ha generato.
La conseguenza è evidente: il permesso di soggiorno non deve essere richiesto a una mamma e a un papà che, nel rispetto del diritto del loro figlio, non possono in quella circostanza essere costretti a dichiarare una condizione che può prevederne l’espulsione.
E ci piacerebbe che i sindaci, consapevoli dell’onore che loro appartiene di trasformare la fragilità del più debole degli strumenti di cui sono responsabili, una circolare, nella garanzia del diritto alto e irrinunciabile di ogni essere umano ad avere un’esistenza giuridicamente riconosciuta, ne facessero pubblica informazione nel modo più trasparente per rompere – ove ci fosse – il muro della paura.
E naturalmente in questo impegno non dovrebbero essere lasciati soli.

Cittadine e non suddite (e anche cittadini, naturalmente)

A fronte della assicurazione che facesse di una circolare il fondamento per ogni persona, senza eccezione alcuna, del diritto ad avere dei diritti, ci è consentito superare il senso di umiliazione che una pessima legge, non modificata in un punto dirimente, impone a chiunque si senta cittadino e non suddito, come furono gli italiani sottomessi alle leggi razziali del 1938.
Sono certa di poter scrivere tutto questo anche a nome delle amiche che con me hanno firmato la lettera ai sindaci del 13 aprile.
E aggiungo la mia solidarietà di madre a quelle altre madri cui l’esultanza di poter dire, di fronte a un loro piccolo nato, “questo è mio figlio”, è stata soffocata da una norma, simile a quelle che hanno causato tragedie che molti fingono di non ricordare.

Blog del 23 aprile: http://diariealtro.it/?p=6560

Aprile 24, 2019Permalink

30 marzo 2019 – La Chiesa e gli abusi: non ci sono più intoccabili


7 MARZO 2019 La condanna di Barbarin un’altra prova della fine del privilegio cardinalizio. Ora verità sull’omertà dei vescovi
di ALBERTO MELLONI

Fine degli intoccabili. I sei mesi di carcere con sospensione inflitti al cardinale Barbarin, arcivescovo di Lione, condannato per omissione di soccorso davanti agli abusi di padre Bernard Preynat, assistente e molestatore degli scout fra il 1986 e il 1996, dicono questo: fine degli intoccabili. Nessuno può più sperare che la giustizia rinunci a denunciare gli abusi di potere (quelli di cui era accusato McCarrick), gli abusi sessuali (quelli di cui era accusato Pell) e il favoreggiamento degli uni e degli altri delitti (di cui è accusato Barbarin) per riguardo ad una dignità ecclesiastica o alla porpora cardinalizia.

È la conclusione di un ciclo storico assai lungo, che per i cardinali era iniziato nel 1577.
Allora quando il potere politico e quello giudiziario erano nelle mani del sovrano pontefice, Sisto IV, stabilì che i cardinali erano esonerati da tutte le norme penali che non li menzionavano esplicitamente, perché solo il Papa avrebbe potuto giudicarli. Un privilegio che li metteva al riparo della curia e che, violato una sola volta in oltre quattro secoli, era diventato quasi un istinto. Gli ecclesiastici che grazie al cardinalato diventavano parte del clero romano e guadagnavano il diritto di eleggerne il vescovo, sapevano di essere stati scelti per una funzione altissima, che implicava in loro un surplus di rigore e di virtù. Ma avevano anche assorbito l’idea che quel collegio di porpore godeva di diritti: e quando il Papa negava la porpora a un potente (si pensi a monsignor Marcinkus) era per tenerlo a una distanza eloquente. Continue reading

Marzo 31, 2019Permalink

21 marzo 2019 – Samir e Rami non sono mai entrati in Parlamento

Modifica del 24 marzo. Quando ho scritto questo post conoscevo solo il nome di Samir. Ora modifico e a Samir aggiungo Rami. 

Oggi si chiacchiera molto dei ragazzini, dei bambini (e dei loro insegnanti) salvati dall’essere bruciati vivi da Samir e da Rami, due  ragazzini intelligenti e coraggiosi.

Se quei bambini fossero nati dopo il 2009 quando per lego volontà (allora espressa dal Ministro dell’interno Maroni) con voto di fiducia fu approvata la legge che ostacola la garanzia del diritto al certificato di nascita dei nati in Italia, figlio di migranti non comunitari irregolari.
Se fossero nati dopo il 2009, figli ‘degli altri’ -non avrebbero nemmeno un nome. Privi di tutela genitoriale (come riconoscere madre e padre di chi non c’è?) potrebbero essere carne indifesa per pedofili.

Riferimento legislativo: legge 94/2009 art. 1 comma 22 lettera g –
presente nel Testo Unico sull’ immigrazione – testo coordinato dl 286/1998 art. 6/2.

La situazione che nasce dalla legge 94 cd pacchetto sicurezza è segnalata anche dal Terzo Rapporto Supplementare alle Nazioni Unite sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia (novembre 2017. cap.3.1): «Rispetto … al diritto di registrazione alla nascita, si fa presente che l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello stato, avvenuta con la legge 15 luglio 2009 n.94 in combinato disposto con gli artt. 316-362 c.p., obbliga alla denuncia i pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio che vengano a conoscenza delle irregolarità di un migrante. Tale prescrizione condiziona i genitori stranieri che, trovandosi in situazione irregolare, spesso non si presentano agli uffici anagrafici, proprio per timore di essere eventualmente espulsi».

Adesso c’è tutto un agitarsi attorno alla notizia del pullman minacciato, dimenticando che chi ha voluto la legge 94, chi ancora la sostiene, chi ritiene di non doversene occupare, chi addirittura sceglie di non nominarla mai si pone sullo stesso piamo dell’autista che voleva distruggere quei piccoli con il fuoco, mentre i nostri parlamentari – presenti al senato e alla camera – nel corso dei governi Berlusconi 4, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni , Conte hanno e hanno avuto per fare la stessa operazione distruttiva con meno clamore – gli strumenti della burocrazia confortati da una legge che nessuno vuole abolire, per odio, per intolleranza, per conformismo, per indifferenza e rassicurati dal silenzio che si esprime fra il ghigno e lo sbadiglio di molte organizzazioni della società civile.

In quelle nobili sedi e in parlamento  Samir e Rami non sono mai entrati

https://tg24.sky.it/cronaca/2019/03/21/rahmi-samir-bambino-eroe-autobus-milano.html?intcmp=hp-tg24_hero_box1-title_null

 

 

Marzo 21, 2019Permalink

16 marzo 2019 – Una notizia mal gestita

Vaccini umiliati a strumenti di opportunismo nella ricerca di consenso
Non voglio approfondire ma una nota me la consento.

Il presidente della regione Friuli Venezia Giulia ha avuto la varicella e scoppia un caso.
Gli faccio i migliori auguri di guarigione e spero non abbia sofferto troppo per i disagi che questa malattia provoca.
Nell’intervista riportata dall’ANSA (link in calce) trovo una citazione virgolettata. Se non è corretta vedrà l’interessato.
«Sto leggendo una serie di commenti su Twitter di fenomeni festeggianti perché sono stato ricoverato affermando che sarei un Novax. Questa setta di invasati che seguono Burioni non hanno nemmeno letto le mie interviste dove dico che sono a favore dei vaccini e per raggiungere il risultato è necessaria un’alleanza con le famiglie non l’imposizione».

Cerco di far ordine
Vaccini (dall’enciclopedia Treccani)
Preparazione rivolta a indurre la produzione di anticorpi protettivi da parte dell’organismo, conferendo una resistenza specifica nei confronti di una determinata malattia infettiva).
Chi è Burioni: medico, accademico e divulgatore scientifico italiano, attivo come ricercatore nel campo relativo allo sviluppo di anticorpi monoclonali umani contro agenti infettivi.

L’annuncio da parte di Burioni.
« Se non siete certissimi di avere avuto la varicella da bambini, io vi consiglio di vaccinarvi. Non per proteggere gli altri, ma perché – ve lo garantisco – la varicella è una malattia molto contagiosa e prenderla da adulti è davvero qualcosa di molto, molto, molto spiacevole».

Il linguaggio ‘politico’ di fonte ministro Salvini fa scuola e tracima da tutte le parti
Il presidente Fedriga ha usato parole inaccettabili che umiliano anche il ruolo istituzionale che ricopre definendo “setta di invasati che seguono Burioni” chi ha messo in discussione la contraddizione di sue posizioni ondeggianti, da quel che capisco, per simpatie no vax ed esperienze che orientano ai sì vax.
Coloro che gli si oppongono usando la varicella come opportunità per dargli addosso entrano nell’ipotetica scuola salviniana dalla porta sul retro, ma entrano.
Un segno brutto di incapacità di un razionale e condivisibile pensiero politico

http://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/medicina/2019/03/15/fedriga-in-ospedale-per-varicella-non-sono-no-vax-ma-no-alle-imposizioni_6f8a8119-6300-4291-a99b-08626441110e.html

Marzo 16, 2019Permalink

11 marzo 2019 — Apprezzamento della mozione Cirinnà ma …

Esprimo il mio apprezzamento alla mozione Cirinnà che impegna il Governo a revocare ogni forma di patrocinio al World congress of families, che si svolgerà a Verona il 29, 30 e 31 marzo 2019, a causa delle discriminazioni che l’ideologia del “World congress of families” impone a precisi soggetti.
Preciso che non si tratta di misure censorie ma solo di revoca del patrocinio.
In calce a queste mie brevi considerazioni, che tenterò di diffondere con i mezzi di cui dispongo perché credo che questi siano tempi in cui il nascondimento non è consentito, trascrivo il testo integrale della mozione proposta dalla senatrice Cirinnà e firmata da senatori di diversi partiti.

Poiché pubblicherò su facebook, e invierò a un sito che tiene conto di ciò che una persona cerca di comunicare, faccio mio tutto ciò che la senatrice scrive, aggiungendo di mio una considerazione che vuole segnalare una trascuratezza consueta.
Nella mozione non sono nominati i minori con le loro peculiarità in altre situazioni segnalate per soggetti adulti (punti 2 e 3 Mozione).

Ricordo che ai i minori le Nazioni Unite hanno assicurato il riconoscimento della “Convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989”, in Italia, ratificata con legge 176/1991. In tali documenti vien riconosciuto il principio della tutela del “superiore interesse del fanciullo” che trova solenne proclamazione nell’art. 3 dalla Convenzione che recita testualmente: In tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente.
Che io consideri (e non solo io) orrenda la traduzione di child in ‘fanciullo’ l’ho già scritto l’8 gennaio 2018 riportando un articolo di ben più autorevole fonte  [nota 1]

Ricordo due tradimenti dei minori che considero feroci:

1. Nella legge sulle Unioni Civili la mancata possibilità della adozione del figlio del partner riconosciuto come genitore.
Non ne faccio carico alla senatrice Cirinnà che – saggiamente – si adeguò a questa dichiarata trascuratezza perché quanto accettato sulle Unioni Civili passasse. A lei soprattutto dobbiamo quella legge che si può sempre migliorare ma stabilisce principi irrinunciabili.

2. Gli ostacoli alla garanzia del certificato di nascita ai nati in Italia, figli dei migranti senza permesso di soggiorno, una misura che fa violenza ad esseri umani senza proprie difese e disprezza gli articoli 3 e 10 della Costituzione             [nota 2]

Testo della mozione e firme espresse

Il Senato, premesso che:
il 29, 30 e 31 marzo 2019 si svolgerà a Verona il “World congress of families” (WCF), con il patrocinio del Ministro per la famiglia e le disabilità, con il previsto intervento di autorevoli esponenti del Governo in carica, tra cui il Ministro dell’interno, lo stesso Ministro per la famiglia e il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca;
il WCF è stato segnalato da organizzazioni per i diritti civili come il “Southern poverty law center” (SPLC) e lo “Human rights campaign” con la dicitura di “hate group”;
tra gli obiettivi del WCF non rientra soltanto la difesa della “famiglia naturale”, ma anche la promozione di una concezione delle relazioni familiari basate sulla subordinazione della donna all’uomo e su una decisa compressione dell’autodeterminazione femminile, ad esempio per ciò che riguarda la conciliazione tra vita familiare e lavoro;
come ampiamente riportato dagli organi di stampa, tra i soggetti organizzatori del WCF figurano associazioni e gruppi, anche stranieri, che si distinguono per un messaggio gravemente omofobo e di sostegno a leggi liberticide e miranti alla repressione penale dell’omosessualità, oltre che alla limitazione dell’autodeterminazione in materia affettiva e familiare;
secondo il programma ufficiale dell’evento, al congresso interverranno alcune personalità di spicco dell’antiabortismo e dei sostenitori della famiglia tradizionale come il russo Dmitri Smirnov, presidente della Commissione patriarcale per la famiglia e la maternità che ha lo scopo di influenzare il parlamento russo, la Duma, e di aiutare il presidente russo Vladimir Putin a sviluppare politiche in linea con le indicazioni della chiesa ortodossa; il ministro per la famiglia del Governo ungherese, Katalin Novak, e il presidente moldavo Igor Dodon, che ha spesso espresso posizioni omofobe;
all’evento interverranno inoltre anche Theresa Okafor, un’attivista nigeriana che nel 2014 ha proposto una legge che criminalizza le unioni tra persone dello stesso sesso, e Lucy Akello, Ministro ombra per lo sviluppo sociale in Uganda, che nel 2017 ha presentato al Parlamento ugandese una legge contro le coppie omosessuali, già proposta nel 2014, che prevedeva originariamente la pena di morte per “omosessualità aggravata”;
considerato che:
l’articolo 3 della Costituzione riconosce il principio della pari dignità sociale di tutti i cittadini e il divieto di discriminazione sulla base, tra l’altro, delle “condizioni personali e sociali”;
l’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea sancisce espressamente il divieto di discriminazione in ragione dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere;
la consolidata giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, anche in fattispecie riguardanti condotte poste in essere dalle istituzioni italiane, ha da tempo riconosciuto che alle coppie formate da persone dello stesso sesso spetta il pieno riconoscimento del diritto alla vita familiare ivi compreso il riconoscimento della possibilità di adottare il figlio del partner (in tal senso si vedano i casi Schalk and Kopf c. Austria, 24 giugno 2010; X. c. Austria, 19 febbraio 2013; Oliari v. Italia, 21 luglio 2015; Taddeucci v. Italia, 30 giugno 2016; Orlandi c. Italia, 14 dicembre 2017);
la stessa Corte europea dei diritti dell’uomo ha sancito la contrarietà alla Convenzione di qualunque discriminazione fondata sull’orientamento sessuale, così come delle condotte discriminatorie veicolate da discorsi d’odio e volte ad incidere sulla libertà di espressione delle persone LGBT+ (al riguardo i casi Bayev e altri c. Russia, 20 giugno 2017; Vejdeland e altri c. Svezia, 9 febbraio 2012);
il diritto italiano si è da tempo aperto alla pluralità delle formazioni familiari, sulla base di una cospicua giurisprudenza costituzionale e di legittimità, culminata nella nota pronuncia n. 138 del 2010 della Corte costituzionale;
la legge 20 aprile 2016, n. 76, recante “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”, all’articolo 1 definisce: “l’unione civile tra persone dello stesso sesso quale specifica formazione sociale ai sensi degli articoli 2 e 3 della Costituzione” e ai successivi commi 11 e 12 stabilisce rispettivamente che: “le parti acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri; dall’unione civile deriva l’obbligo reciproco all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione. Entrambe le parti sono tenute, ciascuna in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale e casalingo, a contribuire ai bisogni comuni”, nonché: “Le parti concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza comune”;
rilevato che:
il Presidente del Consiglio dei ministri, come riportato dagli organi di stampa, ha smentito il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei ministri al WCF, sottolineando come la partecipazione del Ministro per la famiglia e le disabilità sia da ricondursi ad autonoma iniziativa politica di quest’ultimo;
tuttavia, ad oggi sul sito del WCF, così come sul materiale informativo relativo al congresso, continua a comparire il logo della Presidenza del Consiglio dei ministri, seppure con la dicitura Ministro per la famiglia e le disabilità;
appare pertanto oltremodo grave, nonché lesivo dei principi costituzionali e convenzionali su richiamati, che il Governo della Repubblica e la Presidenza del Consiglio dei ministri, sia pure per il tramite di un Ministro senza portafoglio, concedano il proprio patrocinio ad un evento che si pone in aperto contrasto con detti principi, e che punta a diffondere una cultura di odio e discriminazione verso le persone LGBT+, oltre a promuovere una concezione delle relazioni familiari astorica e fondata sulla subordinazione femminile, in aperto contrasto con l’art. 29 della Costituzione,
impegna il Governo:
1) a revocare ogni forma di patrocinio al World congress of families, che si svolgerà a Verona il 29, 30 e 31 marzo 2019;
2) a porre in essere politiche di contrasto all’omotransfobia, con strumenti culturali e specificamente giuridici;
3) a sostenere attivamente la condizione femminile, in particolare attraverso una tutela adeguata delle lavoratrici madri e la salvaguardia del modello italiano di diritto di famiglia, solidamente basato, come impone la Costituzione, sull’eguaglianza morale e giuridica tra i coniugi.
Pubblicato il 7 marzo 2019, nella seduta n. 98

Firmatari:
CIRINNA’ , MARCUCCI , D’ARIENZO , BONINO , DE PETRIS , GRASSO , ERRANI , BRESSA , NENCINI , NUGNES , MALPEZZI , MIRABELLI , VALENTE , STEFANO , FERRARI , COLLINA , BINI , ROSSOMANDO , ALFIERI , ASTORRE , BELLANOVA , BITI , BOLDRINI , BONIFAZI , COMINCINI , CUCCA , D’ALFONSO , FARAONE , FEDELI , FERRAZZI , GARAVINI , GIACOBBE , GINETTI , GRIMANI , IORI , LAUS , MAGORNO , MANCA , MARGIOTTA , MARINO , MESSINA Assuntela , MISIANI , NANNICINI , PARENTE , PARRINI , PATRIARCA , PINOTTI , PITTELLA , RAMPI , RICHETTI , RENZI , ROJC , SBROLLINI , SUDANO , TARICCO , VATTUONE , VERDUCCI , ZANDA

Oltre il merito della mozione voglio segnalare che qualcuno ritiene l’ipotesi della proposta Segre (e mi dispiace che il rilievo mi sia venuto da amici di cui ho grande stima) lesiva del diritto di ognuno di esprimere le proprie opinioni.
Recita il titolo della proposta Segre (ddl S 362) – che tratta esplicitamente delle ‘hate speech’ (termine internazionale relativo alle ‘parole d’odio’) –“Istituzione di una Commissione parlamentare di indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza”.
Non è un richiamo a censure ma alla responsabilità nell’uso della parola che se imprudentemente proposta (o proposta proprio intenzionalmente ) può creare disprezzo e violenza contro determinati soggetti, un percorso ben noto nella storia europea del secolo scorso che a mio parere sta nuovamente dilagando.

NOTE
[Nota 1] LUIGI FADIGA : DA FIGLIO A BAMBINO. Il fanciullo come persona titolare di diritti
Pubblicato nella rivista: Jura Gentium, Rivista di filosofia del diritto internazionale e della politica globale, ISSN 1826-8269

[Nota 2] Legge 94/2009 art. 1 comma 22 lettera g – testo coordinato dl 286/1998 art. 6/2.
Vedi anche: Terzo Rapporto Supplementare alle Nazioni Unite sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia (novembre 2017. cap.3.1): «Rispetto … al diritto di registrazione alla nascita, si fa presente che l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello stato, avvenuta con la legge 15 luglio 2009 n.94 in combinato disposto con gli artt. 316-362 c.p., obbliga alla denuncia i pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio che vengano a conoscenza delle irregolarità di un migrante. Tale prescrizione condiziona i genitori stranieri che, trovandosi in situazione irregolare, spesso non si presentano agli uffici anagrafici, proprio per timore di essere eventualmente espulsi».

Marzo 11, 2019Permalink