24 maggio 2018 – Sconfortanti novità istituzionali in Friuli Venezia Giulia

Sono preoccupata: Il neogovernatore del Friuli Venezia Giulia comincia ad esprimere il suo sconfortante pensiero

Il 15 maggio ho pubblicato su questo blog la storia del percorso della legge che vuole privare del certificato di nascita i nati in Italia, figli di migranti non comunitari senza permesso di soggiorno e ora trascrivo il documento del prof. Marceca, Presidente nazionale della Società Italiana di Medicina delle migrazioni che interviene in merito alle sconcertanti dichiarazioni del neogovernatore del Friuli Venezia Giulia. [nota 1]

Roma, 15 maggio 2018
Notizie apparse sulla stampa regionale del Friuli Venezia Giulia riferiscono che fra le priorità del neo-eletto Presidente della Regione, Massimiliano Fedriga, riveste particolare importanza la revisione, o rivisitazione, del protocollo attraverso il quale i richiedenti asilo vengono iscritti al Servizio Sanitario Regionale (SSR).

La S.I.M.M. (Società Italiana di Medicina delle Migrazioni), Società scientifica che da quasi 30 anni studia le questioni di salute e sanità pubblica legate ai fenomeni immigratori, precisa che l’iscrizione dei richiedenti asilo al Servizio Sanitario non è materia di competenza regionale né avviene sulla base di un protocollo modificabile dalla Regione, ma sulla base delle norme previste dalle leggi della Repubblica nel rispetto dei principi della Costituzione. Infatti, ai sensi dell’art. 34 del Testo Unico delle “disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero e successive modifiche ed integrazioni” (cosiddetta legge Bossi-Fini), per gli stranieri non appartenenti all’Unione Europea richiedenti protezione internazionale o richiedenti asilo l’iscrizione al SSR) è obbligatoria, così come si legge chiaramente anche nelle pagine dell’Accordo Stato Regioni del 20 dicembre 2012, sottoscritto da tutte le Regioni Italiane (e quindi anche dal FVG), che dettaglia le indicazioni per la corretta applicazione della normativa per l’assistenza sanitaria alla popolazione straniera da parte delle Regioni stesse.
A proposito di questa revisione, il neo-eletto Presidente del F.V.G., ha anche dichiarato che metterà mano ai criteri con cui vengono decise quali e quante prestazioni erogare a chi è entrato clandestinamente in FVG: poiché, con una terminologia scorretta dal punto di vista della definizione dello status giuridico dello straniero, spesso si confondono le parole “clandestino” e “irregolare” e si usano anche in riferimento ai richiedenti asilo e al loro ingresso in Italia, la S.I.M.M. ricorda che, in data 10 maggio ultimo scorso, tutte le Regioni Italiane hanno approvato un Accordo Stato-Regioni che recepisce le Linee guida, predisposte da Istituto Superiore di Sanità, I.N.M.P. e dalla stessa S.I.M.M., nel documento tecnico-scientifico intitolato “I controlli alla frontiera. La frontiera dei controlli”, che presenta raccomandazioni cliniche e tecnico-organizzative basate sull’evidenza scientifica per i controlli sanitari su migranti e profughi, al momento dell’arrivo in Italia e durante le fasi di accoglienza. [nota 2]
Infine, la S.I.M.M. sottolinea che già da molti anni gli operatori socio-sanitari del Friuli-VeneziaGiulia – come evidenziato anche nel 2011 ai tempi della prima emergenza Nord-Africa – elaborano percorsi di accoglienza e sorveglianza sanitaria, orientati a garantire tutela e sicurezza anche alle comunità locali, che poi applicano concretamente con competente attenzione e rigore.
Il Presidente Nazionale della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni
prof. Maurizio Marceca

Dopo la preoccupazione la perplessità: il sindaco di Udine è un sindaco buono o un buon sindaco?

Un imbarazzato titolo del più diffuso quotidiano locale recita: “Nell’era leghista. Prima unione civile gay. Fontanini. C’è una legge. Nel palazzo dell’anagrafe due uomini hanno coronato il loro sogno d’amore. Il sindaco: noi rispettiamo le regole, nonostante la pensiamo diversamente”.
Gli elettori non sono i confessori del sindaco. Celebrare le Unioni civili come vuole la legge è suo dovere e, come il sindaco la pensi in merito, interessa forse ai suoi elettori me non ai cittadini.
La campagna elettorale è finita!

Ma non basta.
Venuto a conoscenza che un ambulante senegalese vorrebbe tornare la suo paese ma non ne ha i mezzi il Sindaco fa una proposta stravagante: «Se mi promette che va in Senegal per restare là – continua il primo cittadino leghista -, il biglietto lo pago io, ho già contattato una compagnia aerea e ho trovato un posto per 290 euro da Venezia o da Treviso, posso permettermelo con le mie finanze personali quindi lo aspetto per concludere l’accordo». [nota 3]
Cosa vuol dimostrare? Il suo desiderio sincero e benefico che i migranti se ne vadano?
Stato d’animo o politica dell’ente locale nel rispetto delle norme sull’accoglienza?
Non capisco.

Chi si ricorda dei diritti civili?
Nella presentazione delle sinossi elaborata dal prof Della Cananea che avrebbe dovuto fondare un programma di governo con un contratto di tipo tedesco da rifilare al possibile premier, l’on. Di Maio parlava di sicurezza e diritti sociali
Non una parola sui diritti civili che non consentono beneficenza ma rispetto dei cittadini.
Nel contesto dell’articolo di cui segnalo il link c’è una breve registrazione dell’on. Di Maio in cui ho trovato questa assenza. Poiché non ne parlano mai perso ne ignorino o ne rifiutino l’esistenza
Qualcuno vorrà leggergli gli art. 2 e 3 della Costituzione? [nota 4].

NOTE

[nota 1] Sito della Società Italiana di medicina delle migrazioni www.simmweb.it
Cos’è il GrIS : “Scelta strategica della SIMM è quella di favorire la conoscenza e la collaborazione tra quanti si impegnano a vario titolo per assicurare diritto, accesso e fruibilità all’assistenza sanitaria degli immigrati partendo da ciò che unisce e valorizzando l’esperienza di ciascuno. Ciò si traduce spesso in un lavoro in Rete che ha affinato una metodologia applicativa nei Gruppi locali Immigrazione Salute (GrIS), vere e proprie Unità Territoriali della SIMM”.
www.simmweb.it
https://www.simmweb.it/gris-friuli-venezia-giulia
[nota 2] I controlli di frontiera La frontiera dei controlli
http://www.inmp.it/lg/LG_Migranti-web.pdf
[nota 3]
http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2018/05/23/news/la-provocazione-1.16871477
[nota 4]
http://www.repubblica.it/politica/2018/04/21/news/berlusconi_prova_a_frenare_salvini_e_il_nostro_leader_mai_detto_governo_col_pd_-194462952/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1

Maggio 24, 2018Permalink

21 aprile 2018 – Non solo matrimoni omossessuali: una sindaca contro il personale del comune?

Prima parte (certificato di nascita fra il no e il sì a Torino)
rassegna stampa

17 aprile 2018 – Il bimbo è figlio di due mamme, e l’anagrafe non lo registra
Il piccolo, figlio della consigliera comunale di Torino Chiara Foglietta e di Micaela Ghisleni, è TORINO
Un bambino concepito con tecniche di procreazione assistita di tipo eterologo, figlio di due mamme, non è stato registrato dall’ufficio anagrafe del Comune di Torino. Il piccolo, figlio di Chiara Foglietta, consigliera comunale di Torino, e Micaela Ghisleni, è venuto al mondo il 13 aprile. Stamattina le due mamme si sono recate all’ufficio anagrafe dell’ospedale Sant’Anna per registrare la nascita del bambino, ma gli impiegati hanno rifiutato di ricevere il riconoscimento del figlio da entrambe le madri, nonché la dichiarazione – da parte della sola Chiara – che il figlio è stato concepito a seguito di tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo, con gamete maschile di donatore anonimo, come peraltro indicato in tutta la cartella clinica.
PARLA IL LEGALE DELLA COPPIA
«L’anagrafe – spiega il legale della coppia, Alexander Schuster – usa le formule previste dal Ministero nel 2002. Queste ignorano completamente la riproduzione assistita, anche in contesti di coppie di sesso diverso, o donne senza partner, e obbligano a dichiarare che la nascita deriva da un’unione naturale, cioè dal rapporto sessuale, con un uomo, di cui si può non fare il nome, ma che si garantisce non essere né parente né nei gradi di parentela vietati dall’ordinamento italiano». «Sono andata via, mi sono rifiutata di dire il falso – spiega Foglietta – così come consigliato dal mio avvocato. Abbiamo un documento che attesta come sia avvenuto il concepimento in una clinica danese. Oggi a noi viene negato il diritto di inserire dichiarazioni veritiere nell’atto di riconoscimento e a nostro figlio il diritto ad un’identità corrispondente alla realtà, il diritto a conoscere l’insieme di eventi che hanno determinato la sua esistenza».
LE RESPONSABILITÀ PENALI
«Ciò che il Comune chiede a Chiara (Foglietta) – aggiunge il legale – è di dichiarare il falso in atto pubblico, con conseguenti gravi responsabilità penali. L’inerzia di un Ministero non può esporre i cittadini a responsabilità di questo tipo. Il Comune, che speriamo ritorni sui propri passi, deve dare istruzioni ai propri uffici perché non è la realtà a doversi adeguare a formule antiquate, semmai il contrario». L’episodio è stato commentato anche dalla compagna di Chiara Foglietta, Micaela Ghisleni. «Ho fortemente voluto questo figlio insieme a Chiara, mi sono assunta l’impegno e le responsabilità proprie di un genitore nel momento stesso in cui ho firmato l’atto per il consenso alla Pma nella clinica danese. È un impegno che voglio e devo onorare, come scelta consapevole e volontaria di nove mesi fa». [Fonte 1]

20 aprile 2018 – Diritti, la svolta di Appendino: “Pronti a riconoscere i figli di tutte le coppie”             Maria Teresa Martinengo Miriam Massone
TORINO
La sindaca di Torino: forzeremo la mano, vogliamo aprire un dibattito
La sindaca Chiara Appendino prende posizione a favore «dell’amore di una famiglia» riconoscendolo come «un diritto che va oltre a qualsiasi categoria o definizione socialmente imposta». Lo dice su Facebook, a una settimana dal caso della consigliera Foglietta (Pd) storica attivista del movimento Lgbt, che il 17 aprile si è vista negare dall’Anagrafe la possibilità di registrare Niccolò. Il bimbo è stato concepito infatti tramite fecondazione assistita in Danimarca; Foglietta l’ha partorito ma la sua compagna ha firmato il modulo obbligatorio in cui si è assunta la responsabilità genitoriale. Tutto in regola, se non fosse che in Italia due donne e due uomini non ossono registrarsi come genitori di un bambino. Lo stesso era successo a una coppia di uomini, rientrati dal Canada. «Per la prima volta la Città di Torino – scrive nel suo post Appendino – si trova dinnanzi a casi inediti di nuove forme di genitorialità che richiedono del tutto legittimamente il riconoscimento di quella che per loro è una famiglia, intesa come luogo fisico ed emotivo in cui due o più persone si amano e costruiscono insieme il futuro proprio e dei propri figli».

LEGGI ANCHE: Il bimbo è figlio di due mamme, e l’anagrafe non lo registra
(ndr: articolo precedente)

E aggiunge: «Oggi l’Italia non è ancora pronta a riconoscere legalmente queste famiglie e ci si trova davanti a ostacoli burocratici tanto fastidiosi nella loro forma quanto difficili da superare. Tuttavia la nostra posizione politica è chiarissima. Lo è sin da quando all’inizio del nostro mandato, insieme all’Assessore ai Diritti, Marco Alessandro Giusta, abbiamo dato un segnale scegliendo di cambiare la forma stessa degli atti del Comune, modificando nei dispositivi il termine “famiglia” con il plurale “famiglie”. Ribadisco questa posizione, dichiarando la ferma volontà di dare pieno riconoscimento alle famiglie di mamme e di papà con le loro bambine e i loro bambini. Da mesi stiamo cercando una soluzione compatibile con la normativa vigente. Dopodiché la nostra volontà è chiara e procederemo anche forzando la mano, con l’auspicio di aprire un dibattito nel Paese in tema di diritti quanto mai urgente».
«La sindaca, Chiara Appendino, dopo molti incontri e giornate di riflessione insieme ai rappresentanti del Coordinamento Torino Pride, scioglie la riserva e decide di trascrivere tutti gli atti di nascita dei bambini e delle bambine nate all’estero da coppie omogenitoriali e, con una storica, importantissima e coraggiosa decisione decide di registrare l’atto di nascita di un bimbo, nato all’ospedale Sant’Anna di Torino, indicando nel registro di stato civile che non solo ha due mamme ma che è stato concepito grazie alle tecniche di fecondazione eterologa in Danimarca. Non possiamo che essere felici di questa decisione che ha necessariamente avuto bisogno di tempo e molti accertamenti». Il Coordinamento Torino Pride, attraverso il coordinatore Alessandro Battaglia, che riunisce le associazioni lgbt, accoglie l’annuncio della sindaca con l’entusiasmo delle decisioni storiche nei confronti della comunità gay e lesbica.
«Le scelte e il coraggio della Sindaca Appendino dovrebbero essere quelle di tutti gli amministratori e tutte le amministratrici dei comuni italiani. Se così fosse, il Parlamento e il Governo del Paese, di qualsiasi colore, non potrebbe fare finta di nulla. Tutti, almeno a parole, considerano il benessere dei cittadini e delle cittadine una assoluta priorità. Ci auguriamo che, come ha più volte indicato la Corte Costituzionale, la politica decida di risolvere una volta per tutte il problema dei bambini e delle bambine arcobaleno e delle loro famiglie. L’ipocrisia e la sciatteria politica devono finire. Tutti e tutte dobbiamo rimanere vigili per non permettere più a nessuno di considerare noi e le nostre famiglie di serie B», dice Battaglia. E invita a partecipare domenica 6 maggio in piazza Carlo Alberto alla Festa delle Famiglie «la più grande e felice che mai si sia vista per non dimenticare mai che “i diritti dei bambini vengono prima di tutto”». [Fonte 2]

N.D.R. Nella pagina del Corriere che segue ho trovato il post su facebook (vedi sotto) e una dichiarazione della sindaca di Torino, preceduta dal simbolo della bandiera arcobaleno che trascrivo di seguito

Appendino: «Pronti a forzare la mano sulle nuove forme di genitorialità»
Dopo il caso del bimbo con due madri concepito con la procreazione assistita che non è stato registrato dall’anagrafe di Torino di Redazione online

L’amore di una famiglia è un diritto che va oltre a qualsiasi categoria o definizione socialmente imposta.
Questo semplice principio, che da sempre guida la nostra azione politica, vogliamo ribadirlo in questi giorni con rinnovata forza.
Per la prima volta la Città di Torino si trova dinnanzi a casi inediti di nuove forme di genitorialità che richiedono del tutto legittimamente il riconoscimento di quella che per loro è una famiglia, intesa come luogo fisico ed emotivo in cui due o più persone si amano e costruiscono insieme il futuro proprio e dei propri figli.
Oggi l’Italia non è ancora pronta a riconoscere legalmente queste famiglie e ci si trova davanti a ostacoli burocratici tanto fastidiosi nella loro forma quanto difficili da superare.
Tuttavia la nostra posizione politica è chiarissima. Lo è sin da quando all’inizio del nostro mandato, insieme all’Assessore ai Diritti, Marco Alessandro Giusta, abbiamo dato un segnale scegliendo di cambiare la forma stessa degli atti del Comune, modificando nei dispositivi il termine “famiglia” con il plurale “famiglie”.
Oggi ribadisco questa posizione, dichiarando la ferma volontà di dare pieno riconoscimento alle famiglie di mamme e di papà con le loro bambine e i loro bambini.
Da mesi stiamo cercando una soluzione compatibile con la normativa vigente. Dopodiché la nostra volontà è chiara e procederemo anche forzando la mano, con l’auspicio di aprire un dibattito nel Paese in tema di diritti quanto mai urgente.
Ci tengo a ringraziare il Coordinamento Torino Pride GLBT, da sempre promotore di modernità su questi temi, insieme a tutte le cittadine e tutti i cittadini che li sostengono.
[Fonte 3]

TGcom 24
20 aprile 2018 Unioni civili, Appendino: a Torino riconosceremo i figli di coppie gay
Il post su Facebook a seguito della polemica nata dopo che l’anagrafe non ha registrato il bimbo nato con due madri.

La città di Torino ha “ferma volontà di dare pieno riconoscimento alle famiglie di mamme e di papà con le loro bambine e i loro bambini. Da mesi stiamo cercando una soluzione compatibile con la normativa vigente, ma la nostra volontà è chiara e procederemo anche forzando la mano”. Con questo post su Facebook il sindaco Chiara Appendino interviene sulla polemica nata dopo che l’anagrafe non ha registrato il bimbo nato con due madri.
“Ci tengo – prosegue Appendino – a ringraziare il Coordinamento Torino Pride GLBT, da sempre promotore di modernità su questi temi, insieme a tutte le cittadine e tutti i cittadini che li sostengono”. “Da mesi – si legge ancora sul post – stiamo cercando una soluzione compatibile con la normativa vigente. Dopodiché la nostra volontà è chiara e procederemo anche forzando la mano, con l’auspicio di aprire un dibattito nel Paese in tema di diritti quanto mai urgente”.
“L’amore di una famiglia – dice Appendino – è un diritto che va oltre a qualsiasi categoria o definizione socialmente imposta. Questo semplice principio, che da sempre guida la nostra azione politica, vogliamo ribadirlo in questi giorni con rinnovata forza. Per la prima volta la Città di Torino si trova dinnanzi a casi inediti di nuove forme di genitorialità che richiedono del tutto legittimamente il riconoscimento di quella che per loro è una famiglia, intesa come luogo fisico ed emotivo in cui due o più persone si amano e costruiscono insieme il futuro proprio e dei propri figli”.
“Oggi l’Italia – sottolinea il sindaco Appendino – non è ancora pronta a riconoscere legalmente queste famiglie e ci si trova davanti a ostacoli burocratici tanto fastidiosi nella loro forma quanto difficili da superare”. “Tuttavia la nostra posizione politica è chiarissima – conclude. – Lo è sin da quando all’inizio del nostro mandato, insieme all’assessore ai Diritti, Marco Alessandro Giusta, abbiamo dato un segnale scegliendo di cambiare la forma stessa degli atti del Comune, modificando nei dispositivi il termine ‘famiglia’ con il plurale ‘famiglie'”. [Fonte 4]

Seconda parte (piazza San Carlo il 21 aprile)

21 aprile 2018 Caos in piazza San Carlo, da Appendino tanti “non so” e la colpa all’ex braccio destro di OTTAVIA GIUSTETTI
Il verbale dell’interrogatorio. La sindaca: “Fu il capo di gabinetto Giordana a gestire l’organizzazione della serata proponendomi di affidarla a Turismo Torino”
TORINO – Per dodici volte davanti ai magistrati Chiara Appendino, la sindaca di Torino, nomina il suo ex braccio destro, Paolo Giordana, indicandolo come il vero responsabile dell’organizzazione della serata del 3 giugno 2017 in piazza San Carlo, dove sono rimaste ferite oltre 1500 persone e una ragazza è morta schiacciata dai tifosi in fuga. “Perché fu affidato l’allestimento della piazza per la proiezione della finale di Champions League a Turismo Torino?” Chiede il procuratore Armando Spataro nell’interrogatorio del 20 novembre scorso. “Fu il mio capo di gabinetto – risponde Appendino – a dirmi, non ricordo né dove né quando, che Turismo Torino era disponibile e interessata a organizzare questo evento”. Turismo Torino, secondo l’accusa dei pm, si rivelò del tutto inadeguata, senza personale esperto di sicurezza, e senza risorse per mettere in piedi in soli quattro giorni l’organizzazione per una manifestazione da 40 mila tifosi. “Perché non ha disposto accertamenti per verificare che Turismo Torino osservasse le prescrizioni della Commissione provinciale di vigilanza”? Le chiedono i magistrati. “Una volta che Giordana mi ha comunicato che era “tutto a posto” non avevo necessità di disporre accertamenti” risponde la sindaca accompagnata dagli avvocati, Luigi Chiappero ed Enrico Cairo.

Sono pesantissime le accuse nei confronti di Appendino, verso l’allora questore di Torino, Angelo Sanna, il numero due della polizia municipale, Marco Sgarbi, e altre 12 persone considerate responsabili per una parte di organizzazione. Omicidio colposo, lesioni colpose anche gravissime e disastro. Ed è la seconda inchiesta in pochi mesi, a Torino, che chiama la sindaca a rispondere delle sue responsabilità. Non basta che il 13 aprile sia stata svelata la vera causa del caos in piazza quella notte. Fino ad allora si è sempre parlato di reazione inspiegabile della folla che, fuggendo, ha travolto tutto. Ma quattro ragazzi, una gang di giovani rapinatori specializzati nei furti con lo spray al peperoncino, ora sono stati arrestati, e due di loro hanno confessato di aver seminato il panico spruzzando spray urticante per scippare il pubblico stipato ad assistere alla finale di Champions League.

Restano comunque in piedi le accuse agli amministratori: aver agito con “imprudenza, negligenza, imperizia, violando leggi e regolamenti” e causando il disastro. Chiara Appendino ripete quasi ossessivamente di non sapere nulla della preparazione della manifestazione durante l’interrogatorio nell’ufficio di Spataro al settimo piano del Palazzo di Giustizia. Il motivo che ricorre a ogni domanda è: “Non sapevo, non compete al mio ruolo, non ricordo, non so per quale motivo Giordana non mi abbia informato”. Nei dieci mesi di inchiesta più volte le è stato ricordato il post che pubblicò sul suo profilo Facebook pochi minuti prima dell’inizio della partita. “Vi assicuro che tanti cittadini sono al lavoro da settimane per garantire sicurezza e ordine in quella che dev’essere, comunque vada, una serata di festa”. La sindaca in quel momento era già allo stadio, a Cardiff, per assistere di persona alla finale della sua squadra del cuore. Mentre la piazza “salotto” di Torino era gremita due volte oltre la capienza di sicurezza e ricoperta da un tappeto di bottiglie di vetro. Più tardi, sotto i piedi scalzi delle persone in fuga, i cocci si trasformeranno in un’arma micidiale. “Perché non vietaste la vendita di bibite in vetro?”, le chiedono i pm. “Nessuno nei miei uffici mi segnalò la necessità di provvedere in tal senso”. [Fonte 5]

21 aprile 2018 “Mi sono affidata ai funzionari”. La difesa della Appendino con i pm                        Giuseppe Legato Massimiliano Peggio
Depositati gli atti dell’indagine. La sindaca: “Mai entrata nell’iter burocratico”
«Non compete al mio ruolo di sindaco vedere e vagliare concessioni e autorizzazioni. Non sono mai entrata nel merito dell’iter burocratico dei provvedimenti che erano adottati per consentire l’organizzazione (della proiezione del 3 giugno 2017 in Piazza San Carlo della finale di Champions League). Vi erano dei funzionari preposti a tali compiti e questo mi dava sicurezza». Ancora: «Nessun ufficio mi ha sollevato questioni, criticità e nessuna obiezione fu fatta anche sulla documentazione. Non compete al mio ruolo di sindaco vagliare concessioni e/o autorizzazioni. Vi erano funzionari e preposti a tali compiti e questo mi dava sicurezza».
Così il 20 novembre scorso, negli uffici della procura, il sindaco di Torino Chiara Appendino si è difesa dalle accuse di omicidio colposo, disastro e lesioni colpose, per i fatti di piazza San Carlo. In 18 pagine di verbale ha risposto alle contestazioni del pm Antonio Rinaudo titolare dell’inchiesta insieme all’aggiunto Vincenzo Pacileo.
Come sindaca avrebbe causato – in cooperazione colposa con altre 14 persone – la morte di Erika Pioletti e plurime lesioni per 1527 persone «per imperizia, negligenza, imprudenza, inosservanza di leggi regolamenti, ordini e discipline».

A leggere i verbali depositati ieri dalla procura, si rafforzano i sospetti su quella notte sciagurata, scaturita da una catena di errori e omissioni. Errori che avrebbero dovuto portare a annullare la proiezione della partita. «Non compete a me», «non ero al corrente». Sono frasi che si ripetono, non solo nel verbale della sindaca ma anche degli altri indagati. L’ex questore Angelo Sanna ribadisce che aveva assunto l’incarico pochi giorni prima del 3 giugno. Si fidava dei sui uffici. E che il prefetto gli aveva assicurato che in piazza non si erano mai verificate problematiche. Il capo di gabinetto della questura parla al questore «in corridoio» ed è troppo impegnato per «guardare le mail». E anche se l’ente strumentale del comune, Turismo Torino cui spettava organizzare l’evento non era in grado di fornire steward a sufficienza, non competeva a lui vietare la proiezione, ma scrupolosamente informò il questore.
Ecco il risultato. Serata organizzata in poco tempo e senza un piano di sicurezza adeguato. Secondo la procura Appendino «non ha considerato che il tempo per organizzare la manifestazione di soli 4 giorni non avrebbe consentito un’organizzazione meditata, completa ed efficiente, particolarmente sotto il profilo della sicurezza per l’incolumità pubblica».
Lei ha ribattuto: «Turismo Torino aveva già organizzato la manifestazione del 2015 per la finale Juventus-Barcellona e ho creduto che fosse sicuramente in grado. Prendo atto in questa sede che l’istanza per ottenere l’occupazione di suolo pubblico in una piazza aulica debba essere presentata almeno 40 giorni prima, ma per quanto mi consta è un termine che non è mai stato ritenuto tassativo». Quella delibera viene approvata il 30 maggio 2017: «ma io non ero presente» sottolinea il sindaco. Perché, chiedono i pm, non ha «emesso un’ ordinanza urgente per la limitazione di orari di vendita e di somministrazione di alcolici e superalcolici e di un provvedimento che vietasse l’utilizzo di contenitori di vetro in piazza». Appendino: «questo problema attiene alla sicurezza pubblica. Tra queste la Questura».
Ma c’è un altro punto. Quando la commissione provinciale di vigilanza rilascia parere favorevole lo fa emanando 19 prescrizioni. Per i pm l’Appendino ha omesso «di disporre accertamenti affinchè Turismo Torino le osservasse». Questo avrebbe comportato la decadenza dell’autorizzazione. Quella sera dunque nessuna manifestazione si sarebbe dovuta tenere perché «priva delle autorizzazioni e della concessioni del suolo pubblico». Perché non ci sono stati accertamenti? La sindaca: «Come noto, mi trovavo a Cardiff in rappresentanza della città. Sapevo che il referente sarebbe stato Paolo Giordana (ex capo di gabinetto del sindaco). Quando lui mi comunicò che c’era il rilascio del parere favorevole della commissione e che era tutto a posto, non avevo necessità di disporre accertamenti per verificare che le prescrizioni (imposte) venissero osservate».
E aggiunge: «Nessuno da Cardiff mi segnalò la necessità di intervento da parte mia». E le vie di fuga? La capienza? Appendino: «Non ho mai saputo di quanto mi viene contestato. Sapevo che si svolgevano delle riunioni nell’ufficio del mio capo di Gabinetto. Vi erano dei tecnici e quindi non avevo timore…». Poi «Né il presidente di Ttp ne altri mi rappresentarono dubbi o perplessità in ordine all’organizzazione». Infine: «Se qualche singolo ha tenuto comportamenti anomali dando disposizioni in merito al posizionamento delle transenne è andato al di là dei suoi ruoli istituzionali». [Fonte 6]

FONTI
[Fonte 1]
http://www.lastampa.it/2018/04/17/cronaca/il-bimbo-figlio-di-due-mamme-e-lanagrafe-non-lo-registra-StKrKRpwRI99AKaPuBUgLI/pagina.html
[Fonte 2]
http://www.lastampa.it/2018/04/20/cronaca/appendino-si-schiera-dalla-parte-del-bambino-con-due-mamme-pronti-a-forzare-la-mano-gIKwBQxVGFqGUInbLYWrQJ/pagina.html
[Fonte 3]
https://torino.corriere.it/cronaca/18_aprile_20/appendino-pronti-forzare-mano-nuove-forme-genitorialita-421e8e62-44b7-11e8-af14-a4fb6fce65d2.shtml
[Fonte 4]
http://www.tgcom24.mediaset.it/politica/unioni-civili-appendino-a-torino-riconosceremo-i-figli-di-coppie-gay_3135464-201802a.shtml
[Fonte 5] http://torino.repubblica.it/cronaca/2018/04/21/news/caos_in_piazza_san_carlo_da_appendino_tanti_non_so_e_la_colpa_all_ex_braccio_destro-194435543/
[Fonte 6]
http://www.lastampa.it/2018/04/21/italia/mi-sono-affidata-ai-funzionari-la-difesa-della-appendino-con-i-pm-ynnvKhPRWRzrN0qB12U1lO/pagina.html

Aprile 21, 2018Permalink

17 gennaio 2018 – Fra ONU e Regione spuntano i bambini-persona

Una proposta di legge del Friuli Venezia Giulia
Mentre mi apprestavo a pubblicare nel blog la nota che segue ho avuto dalla Consigliera regionale Silvana Cremaschi la notizia del deposito della la proposta di legge “Crescere in Friuli Venezia Giulia: Armonizzazione delle politiche regionali per il benessere dei bambini e degli adolescenti”
Noto con piacere la conformità della norma al linguaggio del Comitato ONU, un segno di presa di distanza da terminologia arcaiche e dolciastre che ancora sono care a molti.

Dopo una immediata lettura frettolosa (ma sarà un testo di cui seguire l’iter sperando che l’approvazione intervenga in tempo prima delle elezioni) propongo una sola nota.
Il comma 3 dell’art. 2 alla lettera f recita “assicura il diritto delle giovani generazioni a essere informate e dotate di adeguati strumenti di conoscenza della realtà e a esprimere la propria cultura;”
A me sembrerebbe preferibile un richiamo alle persone interessate piuttosto che alle “generazioni” e mi piacerebbe che al diritto all’espressione “della propria cultura” venisse unito il diritto alla pronuncia delle proprie opinioni.
Ma queste sono quisquilie rispetto agli indirizzi proposti che aprono strade importanti nelle politiche di riferimento.

La prossima legislatura sarà capace di raccogliere le raccomandazioni che seguono e farne norme di civiltà?.

Il gruppo CRC (www.gruppocrc.net) nel mese di dicembre dello scorso anno ha presentato il 3° Rapporto Supplementare alle Nazioni Unite sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza in Italia, alla cui redazione hanno contribuito 144 operatori delle 96 associazioni del network.

Il gruppo CRC (Convention on the rights of the Child, Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza) è un network attualmente composto da 91 soggetti del Terzo Settore che da tempo si occupano attivamente della promozione e tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza ed è coordinato da Save the Children Italia.
Il Gruppo si è costituito nel dicembre 2000 con l’obiettivo prioritario di preparare il Rapporto sull’attuazione della Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza in Italia, supplementare a quello presentato dal Governo italiano, da sottoporre al Comitato ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza presso l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.

Da anni ne riporto una particolare raccomandazione che subito trascriverò anche se ci troviamo in una situazione ridicola. Infatti il Gruppo pubblicava nel proprio sito il 3o Rapporto , raccomandando l’approvazione dell’impegno “sul diritto di tutti i bambini a essere registrati alla nascita, indipendentemente dall’estrazione sociale ed etnica e dallo status soggiornante dei genitori” , mentre il Senato di apprestava ad affossare la proposta di legge (lo scempio sarebbe avvenuto il 23 dello stesso mese con la chiusura dell’attività parlamentare).
Il comma 3 dell’articolo 2, che avrebbe soddisfatto la raccomandazione del Gruppo e del Comitato ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza presso l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, finirà nel nulla quando la conclusione della legislatura segnerà la scomparse di tutto ciò che, pur elaborato nella legislatura, non rappresenta una legge approvata.
Resterà, ferma, inamovibile, approvata al tempo del quarto governo Berlusconi, tutelata da tre governi e ora traghettata dal governo Gentiloni alla prossima legislatura, solo la norma che le raccomandazioni di cui copierò in calce il testo chiedono di abrogare da anni.

Raccomandazione del Comitato ONU (Capitolo 3.1)
29. Il Comitato, richiamando l’accettazione da parte dello Stato Italiano della raccomandazione n. 40 dell’Universal Periodic Review, al fine di attuare la Legge 5 febbraio 1992 n. 91 sulla cittadinanza italiana, in modo da preservare i diritti di tutti i minorenni che vivono sul territorio nazionale, raccomanda all’Italia:
a) di assicurare che l’impegno sia onorato tramite la legge e di facilitarlo nella pratica in relazione alla registrazione alla nascita di tutti i bambini nati e cresciuti in Italia;
b) di intraprendere una campagna di sensibiliz¬zazione sul diritto di tutti i bambini a esse¬re registrati alla nascita, indipendentemente dall’estrazione sociale ed etnica e dallo status soggiornante dei genitori;
c) di facilitare l’accesso alla cittadinanza per i bambini che potrebbero altrimenti essere apolidi.

Raccomandazione del Gruppo CRC
Pertanto il Gruppo CRC raccomanda:
1. Al Parlamento, alla luce dell’urgenza di ottenere una riforma che faciliti l’ac¬quisto della cittadinanza italiana per i minorenni di origine straniera, di ap¬provare in via definitiva, prima della fine dell’attuale Legislatura, il disegno di legge S. 2092 – “Modifiche alla leg¬ge 5 febbraio 1992 n. 91 e altre dispo¬sizioni in materia di cittadinanza” – già approvato in prima lettura alla Camera nel 2015;
2. Al Parlamento di legiferare in modo da garantire il diritto alla registrazione per tutti i minorenni nati in Italia, in¬dipendentemente dalla situazione am¬ministrativa dei genitori, adeguando in tal senso l’ordinamento interno.

Gennaio 17, 2018Permalink

26 settembre 2017 – Vengo anch’io! No, tu no. Ma perché? Perché no!

Perché no? Te lo spiega il governo e non da solo

Se è vero ciò che leggo nell’articolo che ho ricopiato di seguito (comunque corredato da link per eventuali controlli) non posso che rafforzare la mia ipotesi: il minore persona non esiste, né per il governo, né per la chiesa cattolica, né per le chiese protestanti.
La cosa non mi meraviglia e aggiungo un aspetto che è la mia cartina al tornasole in questo argomento
Unisco alle famiglie gay e adottive i nati in Italia, figli di migranti non comunitari irregolari.
Dal 2009 il pacchetto sicurezza (legge 94/2009) impone (art. 1 comma 22 lettera g) la presentazione del permesso di soggiorno per registrare la nascita di un figlio inducendo quindi, chi è privo di quel documento – quale che ne sia la ragione – ad evitare la registrazione che potrebbe essere causa di espulsione.
Di conseguenza si creano bambini-fantasma per legge, cui la famiglia è negata.
A differenza delle categorie penalizzate nella Terza Conferenza Nazionale sulla famiglia, questi – che famiglia non hanno – non hanno neppure voce.
Anche la chiesa cattolica ha accettato che fossero cancellati dalle persone di cui segnalare i disagi al fine di creare forme dovute di protezione. Ha evitato accuratamente di nominarli nel Sinodo sulla famiglia dal 2015 e lo stesso silenzio hanno mantenuto le chiese protestanti.

26 settembre 2017 Famiglie gay e adottive fuori dalla Conferenza nazionale: “Per il governo siamo fantasmi”

L’appuntamento, organizzato dalla Presidenza del Consiglio, è in programma per il 28 settembre a Roma e servirà a fare il punto sulle politiche di sostegno famigliare. Ma le associazioni insorgono di MARIA NOVELLA DE LUCA
ROMA – Era un appuntamento atteso da anni, continuamente annunciato e poi rinviato. Ma la Terza Conferenza Nazionale sulla Famiglia organizzata dal Governo che si aprirà il 28 settembre a Roma fa già discutere non tanto per i contenuti quanto per una serie di esclusioni eccellenti.

A cominciare da quella, macroscopica, del mancato inviato alle associazioni di genitori omosessuali. “Per il governo italiano, gay e lesbiche vanno tenuti fuori dalla porta quando si discute di politiche per la famiglia”. Eppure soltanto un anno fa in Italia sono state approvate le unioni civili, ormai nel nostro decine di sentenze di stepchild adoption hanno di fatto riconosciuto “legalmente” i bambini nati in coppie con due mamme e due papà, addirittura diversi comuni hanno accettato di trascrivere la nascita di piccoli venuti al mondo con genitori dello stesso sesso. “Noi esistiamo, ci siamo, ma lo Stato italiano continua a considerarci fantasmi” dicono le Famiglie Arcobaleno.

La conferenza organizzata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri con il supporto dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia, sarà aperta al Campidoglio dalla sindaca di Roma Virginia Raggi, seguita dalla presidente della Camera Laura Boldrini e dall’intervento del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. Un evento istituzionale per fare il punto sulle politiche per la famiglia in Italia.

Non però famiglie gay. Mentre Agedo, associazione che rappresenta genitori eterosessuali di ragazzi Lgbt, è stata invitata a partecipare (ma non a intervenire) le due associazioni che rappresentano le coppie gay con figli sono state escluse. Rete Genitori Rainbow, in particolare, l’associazione che riunisce i genitori omosessuali che hanno avuto figli da precedenti relazioni, ha chiesto di aderire all’iniziativa, ma la sua richiesta è stata rifiutata. Il messaggio è: l’Italia non riconosce a livello istituzionale i bambini nati da relazioni omosessuali.

Durissimo il comunicato dei rappresentanti delle tre associazioni: Marilena Grassadonia (Famiglie Arcobaleno), Alessandra Forani e Gabriele Faccini (Rete Genitori Rainbow) e Fiorenzo Gimelli (Agedo): “L’esclusione delle associazioni rappresentative del mondo Lgbt è grave, e il solo fatto che si parli di ‘famiglia’, e non di di ‘famiglie’ come sarebbe più corretto, è altamente significativo. Il Governo non può farsi promotore di un evento che si rifiuta di prendere in considerazione le istanze sia delle famiglie omoparentali di nuova costituzione, cioè che hanno avuto figli all’interno della coppia omosessuale, sia delle numerose famiglie ricomposte in cui un componente della coppia omosessuale abbia avuto figli da relazione etero precedente, tutte realtà in cui sono presenti bambini e ragazzi che vanno tutelati”.

“Chiediamo ai rappresentanti delle istituzioni e del Governo più sensibili alle istanze del mondo Lgbt – continuano – di intervenire per andare oltre questa esclusione, o in alternativa di disertare un appuntamento che, così congegnato, è inaccettabilmente discriminante”. Una situazione che sta già creando imbarazzo nel Governo, tanto che, dice Marilena Grassadonia, “domani siamo stati convocati ad un incontro con la sottosegretaria Maria Elena Boschi, un incontro però, non certo un invito a partecipare alla Conferenza”.

Da sottolineare anche che l’esclusione della Famiglie Omosessuali è forse il dato più eclatante, ma diversi famosi enti che si occupano ad esempio di adozioni internazionali, come il Cifa o il Ciai, lamentano un mancato invito.

Scrive in un comunicato il Cifa di Torino: “Ancora una volta l’adozione internazionale viene snobbata dalle istituzioni. La nostra richiesta di partecipazione è stata rifiutata con una motivazione che ci pare decisamente discutibile. La manifestazione sarebbe infatti riservata ai soggetti istituzionali e ai rappresentanti delle organizzazioni nazionali della società civile presenti negli organismi collegiali a supporto delle politiche in materia di famiglia. Da decenni Cifa è l’Ente Autorizzato che in Italia porta a termine il maggior numero di adozioni e abbiamo contribuito a formarne più di cinquemila, di famiglie. Il fatto che si tratti di famiglie adottive significa forse che le ‘nostre’ famiglie valgono di meno rispetto a quelle biologiche?”.

http://www.repubblica.it/cronaca/2017/09/26/news/famiglie_gay_e_adottive_escluse_dalla_conferenza_nazionale_scoppia_la_protesta_per_il_governo_siamo_fantasmi_-176529582/?ref=RHPPLF-BH-I0-C4-P6-S1.4-T1

 

 

Settembre 26, 2017Permalink

20 luglio 2017 – Da Ilham alla CEI

Sventolando lo ius soli come una minaccia
Ogni volta che scrivo delle Disposizioni in materia di cittadinanza (senato ddl 2092) aggiungo “cd ius soli” rovesciando la vulgata corrente che con questa semplificazione linguistica diffonde una informazione falsa.
Infatti lo ius soli – il diritto ad avere automaticamente la cittadinanza del paese in cui si nasce – esiste solo negli USA e in Brasile.
Da noi il principio che informa la legge sulla cittadinanza in vigore (n.91/1992) è lo ius sanguinis che – sia pur temperato e arricchito dello ius culturae – informerebbe anche la norma già approvata dalla camera e che si giace al senato dal mese di ottobre 2015.
Dopo la gazzarra abilmente organizzata a Palazzo Madama e fuori il 15 giugno scorso, il dibattito sulle “Disposizioni in materia di cittadinanza” è scivolato fino ad essere previsto dopo la pausa estiva (eufemismo per sine die?).
Sostenuta anche da esibizioni di boxe non professionale l’ignoranza ha trionfato.
Ce lo ricorda anche Ilham Mounssif. Ne riprendo le parole da la Repubblica del 18 luglio;
«Da quando la legge è approdata in Senato è scoppiato il caos più totale: articoli, post su Facebook, foto del profilo pro o contro. Sui social festeggiano solo le destre e il M5S, ho letto tweet disgustosi. Sembra l’Italia di quaranta anni fa alle prese con la legge sul divorzio. Il linguaggio mediatico ha deciso per noi: “ius soli” non è il giusto modo di chiamare questa riforma. Sarebbe più appropriato parlare di ius soli temperato, ius culturae o semplicemente riforma della cittadinanza, che non prevede alcuno diritto di nascita automatico ma una sua forma temperata da rigidi criteri, proprio come avviene nel resto d’Europa. Un compromesso al ribasso, ma che salverebbe me e tanti come me.

Ilham non è italiana(!?)
Ne ho raccontato la storia anche nel mio blog del 19 marzo scorso.
Ilham è una ragazza venuta in Italia da Marrakesh quando aveva due anni. Da allora risiede con la sua famiglia, da Bari Sardo, provincia di Nuoro, e lì ha fatto tutte le scuole, fino a laurearsi con 110 e lode in Relazioni Internazionali .Lo scorso mese di marzo è stata scelta per rappresentarci al Rome Mun 2017 (Rome Model United Nations), un’iniziativa delle Nazioni Unite che simula una sessione dell’Onu mettendo insieme studenti di tutto il mondo. Nell’occasione è stata anche premiata. Dopo la cerimonia desiderava visitare Montecitorio Però non è italiana. I suoi genitori sono marocchini e, come vuole la legge è marocchina anche Ilham. Così all’ingresso è stata respinta: con il passaporto di un paese non europeo non si entra nell’aula del Parlamento italiano

Fra sangue e territorio, pregiudizio e paura trionfa l’ignoranza
A questo punto l’uso costante della espressione ius soli per indicare ciò che ius soli non è, e contemporaneamente diffondendo e lasciando diffondere il pregiudizio che equipara gli stranieri a una totale indiscriminata minaccia, affossa le Disposizioni in materia di cittadinanza (norma sintetizzata nel mio blog il 28 giugno).
Come fare per diffondere la consapevolezza del concetto di ius culturae?
Aiuterebbe i cittadini italiani ad essere coscienti di ciò che significherà l’affossamento delle ‘Disposizioni’.
E non dimentichiamo che quando ciò capiterà sarà ribadita la condanna dei figli dei sans papier che dal 2009, se nascono in Italia, non hanno diritto ad esistere giuridicamente.
Se ne ricordino anche i vescovi italiani improvvisamente loquaci in merito alla cittadinanza ma incapaci di dire una parola di dovuta solidarietà per questi piccoli cui è negata la famiglia che le loro eccellenze dicono di doversi sostenere. Appunto non possono avere famiglia sono solo persone senza possibilità di parola. Perché farsene carico?

FONTI
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2017/07/18/aspetto-da-ventanni-anche-lonu-mi-ha-premiata-e-tradita02.html?ref=search

19 marzo 2017 http://diariealtro.it/?p=4901

Luglio 20, 2017Permalink

13 luglio 2017 – Fra ignoranza, razzismo e pratica della violenza

Nel caos folle e repellente che sembra aver colpito come un’epidemia incontenibile il discorso politico italiano fino al parlamento si colloca anche l’insulto che unisce (e non sarebbe possibile altrimenti) antisemitismo e volgarità insostenibile.
Stupidamente mi chiedo come sia stato possibile anche se so (o mi illudo) di saperlo ma voglio ragionarci con ordine.

E per far ordine bisogna partire da principio dal giorno in cui lo stordito esponente di una dinastia rozza e ignorante, Vittorio Emanuele III per grazia di Dio e per volontà della Nazione Re d’Italia Imperatore d’Etiopia, firmò il
R.D.L. 17 novembre 1938, n. 1728 – Provvedimenti per la difesa della razza italiana
Lo sciagurato sovrano che cinque anni dopo sarebbe fuggito dalla capitale con bagagli e famiglia (compreso l’erede al trono, ufficiale dell’esercito!) aveva già approvato un decreto che garantiva la cacciata dalla scuola (a partire dalla scuola materna – come allora si diceva e uso questo termine perché nella nostra storia ha un senso preciso che non abbiamo voluto dismettere) di insegnanti e allievi ‘di razza ebraica’
Lo aveva fatto in fretta, prima ancora che si esprimesse il Gran Consiglio del fascismo con la Dichiarazione sulla razza, che fu votata il 6 Ottobre 1938

Il 6 ottobre infatti l’’Italia si era liberata dal suo peggior nemico da un mese perché i
Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista
erano stati approvati con R.D.L. il 5 settembre 1938 – XVI, n. 1390
quando il provvido Vittorio Emanuele III per grazia di Dio e per volontà della nazione Re d’Italia Imperatore d’Etiopia, ritenuta la necessità assoluta ed urgente di dettare disposizioni per la difesa della razza nella scuola italiana, udito il Consiglio dei Ministri; aveva decretato:
Art. 1. All’ufficio di insegnante nelle scuole statali o parastatali di qualsiasi ordine e grado e nelle scuole non governative, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere ammesse persone di razza ebraica, anche se siano state comprese in graduatorie di concorso anteriormente al presente decreto; nè potranno essere ammesse all’assistentato universitario, né al conseguimento dell’abilitazione alla libera docenza.
Art. 2. Alle scuole di qualsiasi ordine e grado, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica.

Così, sgombrato il campo dai nemici più pericolosi, poteva, con il
Regio Decreto – Legge 17 novembre 1938 – XVII, n. 1728, affermare
Art. 8 Agli effetti di legge: a) è di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se appartenga a religione diversa da quella ebraica; b) è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori di cui uno di razza ebraica e l’altro di nazionalità straniera; c) è considerato da razza ebraica colui che è nato da madre di razza ebraica qualora sia ignoto il padre; d) è considerato di razza ebraica colui che, pur essendo nato da genitori di nazionalità italiana, di cui uno solo di razza ebraica, appartenga alla religione ebraica, o sia, comunque, iscritto ad una comunità israelitica, ovvero abbia fatto in qualsiasi altro modo, manifestazioni di ebraismo. Non è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori di nazionalità italiana, di cui uno solo di razza ebraica, che alla data del 1º ottobre 1938 – XVI, apparteneva a religione diversa da quella ebraica.
Art. 9 L’appartenenza alla razza ebraica deve essere denunziata ed annotata nei registri dello stato civile e della popolazione

Arriviamo ai giorni nostri
Ignorando la storia e zampettando con disinvoltura oltre la Costituzione nello spregio diretto degli articoli 3 e 10 arriviamo al 2009, quando nel contesto del quarto governo Berlusconi l’allora ministro Maroni fece fare un passo avanti rispetto alla legge Bossi Fini stabilendo che, per ottenere la registrazione degli atti di stato civile, i migranti non comunitari dovessero presentare il permesso di soggiorno. Impossibilitati a garantirsi ciò che per definizione non potevano avere i migranti subirono le conseguenze di un effetto voluto, non di una conseguenza casuale della legge.
Due anni dopo la corte Costituzionale, a tanto interpellata, ripristinò la certezza dei diritti civili di chi volesse contrarre matrimonio (sentenza 245) ma, poiché nessuno legittimato a farlo si occupò di chi nasceva in Italia a rischio inesistenza, i neonati restarono vittime di quella norma, capaci di produrre solo indifferenza e anche peggio, degni successori degli occupanti della ‘scuola materna’ cacciati nel 1938. A quelli era negata anche la scuola materna a questi le madri!
Per la verità fra il 2013 e 2014 furono presentate, nel disinteresse generale e garantite la nulla dalla indifferenza degli stessi presentatori, due proposte di legge che avrebbero potuto rimediare alla situazione se qualcuno se ne fosse presa cura. Il che non fu.

Qualcuno mi chiede perché … e attende una risposta convincente
Secondo me c’è poco da attendere. La risposta è nelle cose.
Decisi ad usare i più deboli come arma contro i forti – una novità efficace – leghisti e complici (ritrovabili in uno spettro ampio di campioni del neorazzismo) provarono a mettere in gioco prima il personale sanitario chiamato a farsi spia degli ‘irregolari’ (ma in questo caso fallirono. Nel 2008 la deontologia ebbe ancora la capacità di determinare una reazione), poi gli atti di stato civile.
Per i matrimoni i nostri eroi riuscirono a tenere la posizione per due anni ma poi, essendo coloro che vogliono contrarre matrimonio adulti, legati a cittadini italiani, in grado di sollecitare protezione anche con strumenti che ancora la legge offre, intervenne la Corte Costituzionale a ripristinare la dignità dell’esercizio di un diritto fondamentale.
Restavano i neonati, figli di irregolari impauriti perché la registrazione della nascita per loro significava e significa rischio di espulsione: l’esercizio di un diritto si è fatto causa di devastazione.
C’è la circolare che, se applicata, può salvare ma l’informazione in proposito è scarsa e io continuo a trovare indecente che un diritto fondamentale come quello di esistere giuridicamente sia affidato a un atto che può essere cancellato senza che ciò richieda neppure l’intervento del parlamento.
E così torniamo alla ‘scuola materna’ negata nel 1938 e anche oggi a chi non può avere un certificato in cui sia scritto il nome della madre e del padre.
La continuità della storia è assicurata.
La devastazione dei neonati ha preceduto l’infamia dell’insulto recente e se ne è fatta garante.
Si poteva e si può!

FONTI
leggi 1938
https://it.wikisource.org/wiki/R.D.L._17_novembre_1938,_n._1728_-_Provvedimenti_per_la_difesa_della_razza_italiana

https://it.wikisource.org/wiki/Dichiarazione_sulla_razza,_votata_dal_Gran_Consiglio_del_Fascismo_il_6_Ottobre_1938

http://www.cdec.it/home2_2.asp?idtesto=185&idtesto1=643&son=1&figlio=558&level=6#

la corte costituzionale salva i matrimoni

http://www.guidelegali.it/sentenze-in-immigrazione-diniego-sanzioni-e-processo/corte-costituzionale-sentenza-n-245-del-25-luglio-2011-illegittimita-costituzionale-dell-articolo-116-primo-comma-del-co.aspx

proposte legge abbandonate:

17 giugno 2013 – Forse qualcuno ha visto i bambini fantasma

24 ottobre 2014 – Una proposta di legge antirazzista. La facciamo approvare?

Luglio 13, 2017Permalink

9 giugno 2017 – Antisemitismo, risoluzione del parlamento Europeo (1 giugno 2017)

 

Lotta contro l’antisemitismo

Risoluzione del Parlamento europeo del 1° giugno 2017 sulla lotta contro l’antisemitismo (2017/2692(RSP))

Il Parlamento europeo,

– visto il trattato sull’Unione europea (TUE), in particolare il preambolo, il secondo, quarto, quinto, sesto e settimo considerando, nonché l’articolo 2, l’articolo 3, paragrafo 3, secondo comma, e l’articolo 6,

– visto l’articolo 17 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea,

– vista la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, del 7 dicembre 2000,

– vista la decisione quadro 2008/913/GAI del Consiglio, del 28 novembre 2008, sulla lotta contro talune forme ed espressioni di razzismo e xenofobia mediante il diritto penale1,

– vista la direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 ottobre 2012, che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato e che sostituisce la decisione quadro 2001/220/GAI2,

– vista l’adozione, nel 2015, dell’Agenda europea sulla sicurezza,

– vista la risoluzione n. 2106 (2016) del Consiglio d’Europa, del 20 aprile 2016, su un rinnovato impegno nella lotta contro l’antisemitismo in Europa,

– viste le conclusioni del primo convegno annuale sui diritti fondamentali organizzato dalla Commissione, tenutosi l’1 e il 2 ottobre 2015 a Bruxelles sul tema “Tolleranza e rispetto: prevenire e combattere l’odio antisemita e antislamico in Europa”,

– vista la nomina, nel dicembre 2015, di un coordinatore della Commissione per la lotta contro l’antisemitismo,

1 GU L 328 del 6.12.2008, pag. 55.

2 GU L 315 del 14.11.2012, pag. 57.

– vista l’istituzione, nel giugno 2016, del Gruppo ad alto livello dell’Unione europea sulla lotta contro il razzismo, la xenofobia e le altre forme di intolleranza,

– visto il codice di condotta per contrastare l’illecito incitamento all’odio online concordato il 31 maggio 2016 tra la Commissione e le principali aziende informatiche nonché altre piattaforme e società del settore dei media sociali,

– vista la sua risoluzione del 13 dicembre 2016 sulla situazione dei diritti fondamentali nell’Unione europea nel 20151,

– visti gli atti di violenza e gli attentati terroristici mirati contro membri della comunità ebraica verificatisi negli ultimi anni in vari Stati membri,

– vista la responsabilità primaria dei governi di garantire la sicurezza e la protezione di tutti i loro cittadini, e pertanto la loro responsabilità primaria di monitorare e prevenire la violenza, inclusa la violenza antisemita, e di perseguirne gli autori,

– visto l’articolo 123, paragrafo 2, del suo regolamento,

  1. A. considerando che negli ultimi anni il numero degli episodi di antisemitismo verificatisi negli Stati membri dell’Unione europea è significativamente aumentato, come segnalano tra gli altri l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) e l’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA);
  2. B. considerando che i dati indicano che l’introduzione di misure di sicurezza mirate contribuisce a prevenire e ridurre il numero di aggressioni antisemite violente;
  3. considerando che combattere l’antisemitismo è responsabilità dell’intera società;
  4. sottolinea che l’incitamento all’odio e ogni forma di violenza contro i cittadini europei ebrei sono incompatibili con i valori dell’Unione europea;
  5. invita gli Stati membri e le istituzioni ed agenzie dell’Unione europea ad adottare e applicare la definizione operativa di antisemitismo utilizzata dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA)2, al fine di sostenere le autorità giudiziarie e di contrasto nei loro sforzi volti a identificare e perseguire con maggiore efficienza ed efficacia le aggressioni antisemite, e incoraggia gli Stati membri a seguire l’esempio del Regno Unito e dell’Austria in proposito;
  6. invita gli Stati membri a prendere tutti i provvedimenti necessari per contribuire attivamente a garantire la sicurezza dei propri cittadini ebrei e degli edifici religiosi, scolastici e culturali ebraici, in stretta consultazione e in stretto dialogo con le comunità ebraiche, le organizzazioni della società civile e le ONG impegnate contro la discriminazione;
  7. plaude alla nomina del coordinatore della Commissione per la lotta contro l’antisemitismo e sollecita la Commissione a predisporre tutti gli strumenti e il sostegno necessari affinché tale funzione sia espletata con la massima efficacia possibile;

1 Testi approvati, P8_TA(2016)0485.

2 http://ec.europa.eu/newsroom/just/item-detail.cfm?item_id=50144

  1. invita gli Stati membri a nominare coordinatori nazionali per la lotta contro l’antisemitismo;
  2. incoraggia i membri dei parlamenti nazionali e regionali e gli esponenti politici a condannare sistematicamente e pubblicamente le affermazioni antisemite e a confutarle con argomentazioni di segno opposto, nonché a istituire gruppi parlamentari interpartitici contro l’antisemitismo per intensificare la lotta trasversalmente all’intero spettro politico;
  3. pone in evidenza l’importante ruolo delle organizzazioni della società civile e dell’istruzione nel prevenire e contrastare ogni forma di odio e intolleranza e sollecita un maggior sostegno finanziario;
  4. invita gli Stati membri a incoraggiare i mezzi di comunicazione a promuovere il rispetto per tutte le fedi e il riconoscimento della diversità, nonché la formazione dei giornalisti rispetto a tutte le forme di antisemitismo, in modo da combattere possibili pregiudizi;
  5. invita gli Stati membri in cui l’invocazione di motivi fondati sulla razza, l’origine nazionale o etnica, la religione o il credo non costituisce ancora un’aggravante di reato a rimediare quanto prima a questa lacuna, e ad adoperarsi per far sì che la decisione quadro del Consiglio sulla lotta contro talune forme ed espressioni di razzismo e xenofobia mediante il diritto penale sia integralmente e correttamente recepita e applicata, in modo da garantire che gli atti di antisemitismo siano perseguiti dalle autorità degli Stati membri dell’Unione sia online che offline;
  6. insiste sulla necessità di fornire alle autorità incaricate dell’applicazione della legge una formazione mirata in merito al contrasto dei reati d’odio e della discriminazione e di istituire in seno alle forze di polizia, qualora ancora non esistano, unità speciali per il contrasto dei reati d’odio, e invita le agenzie dell’UE e le organizzazioni internazionali ad assistere gli Stati membri nel predisporre tali misure di formazione;
  7. incoraggia la cooperazione transfrontaliera, a tutti i livelli, nel perseguimento dei reati d’odio, soprattutto per quanto riguarda il perseguimento dei reati gravi, come le attività terroristiche;
  8. invita l’Unione europea e i suoi Stati membri a intensificare gli sforzi per garantire che sia posto in essere un sistema esaustivo ed efficiente che consenta di raccogliere sistematicamente dati affidabili, pertinenti e comparabili sui reati d’odio, disaggregati in base alla motivazione, inclusi gli atti di terrorismo;
  9. invita gli Stati membri, in relazione al codice di condotta concordato tra la Commissione e le principali aziende informatiche, a sollecitare gli intermediari online e le piattaforme dei media sociali ad agire prontamente per prevenire e contrastare l’incitamento all’odio antisemita online;
  10. sottolinea che la scuola costituisce un’opportunità unica per trasmettere i valori della tolleranza e del rispetto, dal momento che si rivolge a tutti i bambini sin dalla più tenera età;
  11. incoraggia gli Stati membri a promuovere l’insegnamento sull’Olocausto (la “Shoah”) nelle scuole e a garantire che gli insegnanti siano adeguatamente formati a tale compito e dispongano degli strumenti per affrontare in classe la questione della diversità;

incoraggia inoltre gli Stati membri a prendere in considerazione una revisione dei libri di testo per far sì che la storia ebraica e la vita ebraica contemporanea siano presentate in modo esaustivo ed equilibrato, evitando qualsiasi forma di antisemitismo;

  1. invita la Commissione e gli Stati membri a potenziare il sostegno finanziario per attività mirate e progetti educativi, a sviluppare e consolidare partenariati con le comunità ed istituzioni ebraiche e a incoraggiare gli scambi tra bambini e ragazzi di fedi diverse mediante attività in comune, varando e sostenendo campagne di sensibilizzazione in proposito;
  2. invita la Commissione a collaborare strettamente con attori internazionali quali l’UNESCO, l’OSCE, il Consiglio d’Europa e altri partner internazionali per combattere l’antisemitismo a livello internazionale;
  3. invita la Commissione a richiedere uno status consultivo in seno all’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto;
  4. incoraggia ogni Stato membro a celebrare ufficialmente il 27 gennaio il Giorno internazionale della memoria dell’Olocausto;
  5. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri dell’Unione europea e dei paesi candidati, al Consiglio d’Europa, all’OSCE e alle Nazioni Unite.

P8_TA-PROV(2017)0243

http://barbara-spinelli.it/wp-content/uploads/Risoluzione-del-Parlamento-europeo-del-1%C2%B0-giugno-2017-sulla-lotta-contro-lantisemitismo.pdf

 

Giugno 9, 2017Permalink

26 marzo 2017 – Cominciando dall’immagine. 2

Per non ignorare e per non dimenticare

Questa mattina avevo riportato la fotografia di un verbale della Polizia di Stato di Ventimiglia che, muovendo dal sito dell’associazione Antigone, gira su facebook.
Mi rendevo conto che il documento è quasi illeggibile ma mi sono impuntata e trascriverlo (almeno nei passaggi pertinenti) perché lo trovo tanto interessante da ritenere doveroso contribuire a diffonderne la lettura (e che la mia trascrizione non sia un falso può essere verificato da chiunque la confronti con il documento che si trova nel post di sotto, se riesce a farlo rispettando gli occhi. I miei protestano un po’). Eccolo:

POLIZIA DI STATO
Questura di Imperia
Commissariato di PS di Ventimiglia

Oggetto: Verbale di identificazione e dichiarazione o elezione di domicilio – nomina difensore    (ai sensi dell’Art. 349, 161 e 96 c.p,p, a carico di segue nome e cognome ( che ovviamente non  trascrivo) e la nota

identificato tramite C.I. Francese

L’anno 2017 il giorno 20 del mese di marzo alle ora 19,45 in parcheggio S: Antonio, via Tenda (Ventimiglia) innanzi a noi sottoscritti UFF.li/ AG.ti di P.S. tutti appartenenti al suindicato Ufficio, in data 20/03/2017 a disposizione della Questura di Imperia, è presente il nominato in oggetto il quale conferma le generalità sopra dichiarate (in relazione al documento non sussistono dubbi circa l’autenticità), previo avvertimento delle conseguenze cui si espone chi le rifiuta o le dà false, e conseguentemente viene avvertito che verrà segnalato in stato di libertà alla competente A.G., in quanto indagato per aver somministrato senza autorizzazione cibo ai migranti, art. 650 C.P. contravvenendo a un’ordinanza del sindaco di Ventimiglia. In ordine a tale procedimento l’indagato dichiara di non avere difensore di fiducia, per cui gli viene nominato d’ufficio l’avv. (seguono generalità dell’avvocato) del Foro d’Imperia. (Segue dichiarazione del domicilio e tutto è regolarmente firmato)

Commenti miei

Di solito ne scrivo. In questo caso li ritengo superflui.
Il documento si commenta da sé.

Un favore:
Chi lo leggerà su fb, dove lo riprenderò, NON scriva ‘mi piace’ anche se su fb è una convenzione diffusa … a meno che non si voglia predisporre una rappresentazione della storia del conte Ugolino, nuova edizione di dantesca memoria.

Marzo 26, 2017Permalink

4 dicembre 2016 – Chiarisco a me stessa, poi vado a dormire e domani mattina vedrò

Anche Cartesio ragionevolmente dubitava. Perché non io?

Adesso provo a chiarire a me stessa (e, a urne chiuse, pubblicherò su facebook) perché ho annullato la scheda del referendum. Dopo aver preso visione delle modifiche della Costituzione sottoposte a referendum ho deciso di non votare SI’. Ho conservato i testi di molte sagge e competenti analisi nel mio archivio personale, qualche cosa ho trasferito nel blog e da lì su fb. Ora però mi interessa spiegarmi (a mia futura memoria) perché non ho potuto votare NO. Il SI’ mi garantirebbe – dicono – la continuità politica con qualche modifica nei comportamenti (cominciamo a cambiare, era il mantra). Considerazione del tutto marginale ma quando qualche cosa diventa ridicola a me scatta un segnale d’allarme. Mi chiedo, se vincerà il SI’,  come potranno arrangiarsi fra i corridoi di palazzo Madama e l’aula i senatori nuovo modello che non si conosceranno fra di loro, probabilmente non faranno in tempo a conoscersi ed entreranno nel loro ruolo a piccoli gruppi, in momenti diversi secondo le elezioni locali e la conferma della eventuale scelta differenziata dei cittadini (non credo che comuni e regioni tireranno sbrigativamente a sorte i nominativi dei senator/consiglieri). Temo che, per la difficoltà di girare in un palazzo ignoto fra sconosciuti, la domanda più frequente sarà: ‘ Scusi dov’è la toilette?’. Non dimentichiamo che si tratta di un necessario luogo di universale conforto per chiunque, comunque collocato..

Ma veniamo al ‘perché del mio no al NO’

La causa del mio no al NO è dei suoi sostenitori che lasciavano intravedere, e spesso prevedevano con sicurezza, un futuro diverso e migliore in caso di vittoria. Ora, in caso di successo del NO, resteremo con la Costituzione in vigore e l’insieme dei gruppi che lo sostengono perderanno anche il collante dell’antirenzismo che svaporerà come la benzina in una bottiglia dimenticata aperta. Per proporre modifiche di loro gradimento (pur se migliorative del testo  del SI’) i gruppi pro NO dovranno allearsi in modo da costituire maggioranze. E’ possibile che lo facciano? Personalmente non credo ne siano capaci. Pendo ad esempio l’ignobile manifesto del movimento Pro Vita che, a sostegno del suo dichiarato NO, afferma
Pro vita non si occupa della politica. A noi non interessano i partiti ma i diritti dei bambini. Se passa il referendum sulla riforma costituzionale il 4 dicembre ci troveremo con una Camera legislativa nelle mani della maggioranza che farà passare leggi come l’utero in affitto, l’eutanasia, le norme contro l’omofobia, la liberalizzazione della cannabis. Quindi, per ragioni di coscienza non abbiamo alternativa, il 4 dicembre votiamo ‘no’”.

Con analoghe motivazioni nel 2005 il movimento Scienza e Vita sostenne il card Ruini nel sua squallidamente furbesco invito agli italiani a non andare a votare al referendum per l’abrogazione della legge 40 “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”. Non si trattava di referendum confermativo, il quorum era necessario e l’incrocio fra una bella domenica di giugno, la pigrizia degli elettori e le surrettizie  blandizie del cardinale produsse la mancanza di quorum. Nel recente dibattito sulla legge Cirinnà l’on.Giovanardi e i suoi sodali, più con beceri toni urlati che con raziocinio, riuscirono a escludere  ogni protezione da parte del partner per i figli del compagno o compagna quando il genitore legalmente riconosciuto venisse a mancare. Beffardamente finsero di non sapere che pochi mesi prima era stata approvata una legge che sanciva il diritto alla continuità affettiva dei bambini che, già in affido, diventassero adottabili. Il soggetto privilegiato a prendersi cura di loro deve essere l’affidatario cui i bambini non devono venir tolti per venir affidati ad altre famiglie anche se in ‘lista d’attesa’ (Legge, 19/10/2015 n° 173).
Ne consegue che ci sono bambini che, per la condizione di eterosessualità dei loro genitori affidatari hanno la garanzia della continuità affettiva come diritto, altri che – per il diverso tipo di sessualità di chi di loro ha una cura genitoriale – tale diritto non hanno. Le forze del SI’, maggioritarie in parlamento, hanno ampiamente dimostrato il loro disinteresse per soggetti deboli cui solo la politica potrebbe dare contrattualità, ma hanno comunicato a tutti noi la politica ha altro da fare.

Che hanno da dire i sostenitori del gruppo dei NO in merito?

Mi aspettavo la promessa di un distinguo. Invece nessuno di loro, che io sappia, ha avuto la dignità di affermare ufficialmente e pubblicamente: “Se vinceremo, per la maggior forza che avremo in Parlamento non lasceremo prevalere chi abusa dei bambini per spaventare i genitori, nemmeno se si tratti di non  comunitari privi di permesso di soggiorno, mutilati per legge della possibilità di dirsi padri e madri”.
Il silenzio mi fa pensare che, trovandosi di fronte a rinnovate o consolidate minacce di creare bambini fantasma, non faranno quanto in loro potere per evitare tale scempio, certi insieme del silenzio complice della società civile organizzata e delle chiese mute.
Il mio rifiuto a quel NO non conta nulla ma, in questo caso, è tutto quello che ho

Dicembre 4, 2016Permalink

26 luglio 2016 – Dal 2013 al 2016 perplessità e preoccupazioni permangono

Oggi, secondo una cortese consuetudine, che sarebbe imbarazzante se non mi consentisse di verificare la mia monotematica coerenza, ho ritrovato una mia vecchia pagina di diario, da fb trasferita che ripubblico con la premessa aggiornata ad oggi e il link per raggiungerne il testo del 26 luglio 2013.

Per completare la vecchia notizia riesumata: Il dépliant segnalato nel 2013 è stato ritirato dopo un paio di mesi e sostituito da uno che non nomina il permesso di soggiorno fra i documenti da presentare per registrare la dichiarazione di nascita di un figlio. Ciò è avvenuto nel rispetto della circolare del ministero dell’interno che dice il contrario della legge che invece tanto impone (legge 9472009 art. 1 comma 22 lettera g). Purtroppo la mia segnalazione, in questo caso efficace, alla direzione dell’ospedale ha avuto solo in consenso di qualche persona amica. La società civile felicemente organizzata, pur se importante, ha taciuto e così continua. Per modificare la legge occorrerebbe un impegno della società civile che non c’è. Sorvolo – in un moto di mattutina e disgustata pietà – su istituzioni e chiese cristiane, cattolica e protestante, in ecumenica unione contro i figli dei sans papier.

http://diariealtro.it/?p=2535

 

Luglio 26, 2016Permalink