8 gennaio 2012 – Il futile ci può annientare (prima puntata)

 “Il futile ci può annientare” così Barbara Spinelli in “Una parola ha detto Dio, due ne ho udite”  ( pag. 56 – editori Laterza seconda edizione 2011) . Leggo volentieri Spinelli perché riesce a dare parole appropriate a tanti pensieri che o fatico ad esprimere o non oso perché mi sembrano bizzarri e, in questo periodo in cui il dialogo sembra impossibile,  riesce difficile misurarsi con la propria stravaganza non verificabile.
Non tento un confronto su facebook – dove è facile ricevere numerose ‘futili’ risposte  –  perché non vorrei ritrovarmi vittima di quello sciagurato consenso prefabbricato ‘mi piace’, un’espressione certamente inventata da qualche mente banale che pensa, ad esempio, che l’interesse per le relazioni di un processo alla corte del L’Aia – se mai facebook le pubblicasse- possano essere oggetto non di una dolente curiosità ma del conforto di un disgustoso, dichiarato piacere, lo stesso che si dimostra per il pierino squittente di turno che informa di aver cucinato la minestra.
In realtà mi sento proprio così, non tanto annientata quanto a rischio di soffocamento da banalità che invadono anche spazi che pensavo affidati e da affidare a tutt’altro.   

La più grande delusione del 2011 

Da anni – e lo sa questo blog e poco più- mi occupo della questione della registrazione anagrafica dei neonati figli di immigrati irregolari.
Comunicare ad altri questo problema – e verificarne la reazione – è stata la mia cartina al tornasole per  misurare il livello di inconsapevolezza, a volte frutto di coscienze vinte se non dalla banalità dalla coazione a ripetere luoghi comuni cui la diffusione della cultura padan-belusconico-leghista ha dato nuova vitalità, a volte determinato da un progetto di vita in  cui è precipitata senza riserve e senza cautele la nostra democrazia.
In questi miei tentativi ciò che più mi ha sgomentato è stata l’impossibilità a comunicare l’essenza del problema. Il ‘pacchetto sicurezza’ aveva trasferito anche la registrazione degli atti di stato civile dallo spazio dell’uguaglianza a quello del privilegio e quindi ne aveva negato la natura di diritti …’ per loro, non per noi’ sentivo sghignazzare e non erano solo gli adepti all’ammucchiata  padan-belusconico-leghista, ma un insieme molto più ampio dello spazio politico che può occupare.
Mi ero fissata sulla questione nascite perché mi sembrava la conseguenza più ripugnante della diffusione del Bossi-pensiero e comunque un indizio che, per averlo approfondito, mi aiutava a capire molto altro.
Pensavo che avrebbe offeso i sindaci, privati del loro compito costituzionale e storico di avere l’evidenza della popolazione esistente sul loro territorio … e non era così.
O non  capivano o se ne infischiavano e se qualcuno sembrava capire si diceva troppo debole per opporsi alla deriva da cui forse (ma non ne sono sicura) cercheremo di risalire.
Pensavo avrebbe sconvolto i parlamentari che dovrebbero rappresentarci senza vincolo di mandato e invece sono nella maggior parte subordinati alle scelte di partiti determinanti nello stabilire chi dei clan che le singole segreterie controllano debba occupare i seggi parlamentari avendo a solo parametro di riferimento il consenso dell’opinione pubblica, così come si presenta, precostituito al di fuori dei loro programmi che forse neppure esistono.
E proprio qui sta il nodo del disastro: nell’opinione pubblica. 

L’opinione pubblica fondamento della corruzione politica  

Rubo ancora la parola a Barbara Spinelli, sottolineando con il grassetto le espressioni che mi interessano. Il titolo dell’articolo dello scorso 18 dicembre è ‘Abolire la miseria’ e, rifacendosi agli anni 1946-1948 ….
“….La sfida oggi è identica, e sono le pubbliche istituzioni nazionali e europee a doversi assumere il compito. Affidarlo a chiese o filantropi vuol dire regredire a tempi in cui solo la carità era il soccorso. In molti paesi arabi sono gli estremismi musulmani a occuparsi del Welfare, confessionalizzandolo. Non è davvero il modello da imitare: gli Stati europei si sono sostituiti alle chiese fin dal ‘200, creando istituzioni laiche aperte a tutti. Anche l’Europa unitaria investe su organismi comuni perché  –  sono parole di Jean Monnet  –  “gli uomini sono necessari al cambiamento, ma le istituzioni servono a farlo vivere“. 

 E aggiunge, citando il filosofo svizzero Amiel: “L’esperienza d’ogni uomo ricomincia sempre; solo le istituzioni diventano più sagge: accumulano l’esperienza collettiva e da quest’esperienza e saggezza, gli uomini sottomessi alle stesse regole vedranno cambiare non già la loro natura, ma trasformarsi gradualmente il loro comportamento“.
E finalmente È laico anche questo: voler cambiare i comportamenti, non la natura dell’uomo”.

La deriva locale che ho sperimentato negli ultimi anni.    

Non so se la mia regione sia un microcosmo. Forse ogni luogo lo è.
Comunque la cultura dominante nel territorio in cui vivo mi fa paura.
Un politica che si è sottratta alle sue responsabilità, che ne rifugge quando non le può agganciare al populismo acchiappavoti, che adegua il suo linguaggio a quello che nella sua insipienza considera ineliminabile, l’ululato o il brontolio del becerume dell’ammucchiata padan-belusconico-leghista, che ha dimenticato che lo spazio in cui, se volesse e sapesse, potrebbe operare le è stato consegnato da una storia di raggiungimento e tentata crescita di una democrazia giovane e traballante, ha affidato la solidarietà (quella che la Costituzione ancora dice ‘politica e sociale’ art. 2) al moralismo di quella cultura che si proclama  cattolica e che ha debordato ben oltre lo spazio della chiesa da cui prende il nome.
Nel mio linguaggio privato io lo chiamo ‘effetto collaterale caritas’, dove per caritas non  intendo l’ottimo lavoro che l’organizzazione promuove a livello alto ma ciò che ha trasmesso alla rete di base di organizzazioni e parrocchie, convincendole che lo spazio della solidarietà si manifesta nelle anime intenzionalmente buone mentre sfugge al dovere di promuovere regole più alte nel vivere associato, chiudendosi nell’orizzonte esclusivo e perciò angusto della famiglia che un tempo era stata indicata come istituzione amorale.
Avevo sentito i primi campanelli d’allarme anni fa, quando non c’era discorso, predica domenicale, esternazione estemporanea in cui qualcuno -dai preti ai loro imitatori- non si assumesse la banale irresponsabilità di pronunciare il termine Illuminismo come categoria da condannare, come sinonimo di ciò che non doveva essere.
Dimentichi di ciò che il Concilio Vaticano II  aveva detto in fatto di ‘segni dei tempi’, spregiatori della storia d’Europa (povero presidente Monti che afferma di crederci!) volevano secondo me rimuovere l’affermazione di Kant (1784): “ L’ illuminismo è l’ uscita dell’ uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’ incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stessi é questa minorità se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi del proprio intelletto senza essere guidati da un altro
Qui potrei riprendere un discorso su una, negativamente diffusa proposta di legge regionale che gode di ampia e autorevole accettazione, su cui mi riservo di tornare molto presto. Infatti comincio a prepararmi, documentandomi e ragionando, alle prossime elezioni nazionali, regionali e comunali.

Senza commento, perché non lo richiede
    

… voglio far memoria di una citazione di Beatrice Manetti (che ho tratto da L’indice n. 12 -2011. Sentieri per capre – riferimento a Scorciatoie e racconti di Umberto Saba).
L’articolista ci ricorda che il poeta Umberto Saba, dopo aver definito Mussolini “due terzi boia e un terzo pover’omo”, ne scrisse ancora come il padre carcerario che ha assecondato la congenita disposizione degli italiani al fratricidio  e precisamente “Gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli”.
Oggi, nella politica nazionale, chi legge riconosce un analogo padre, uso al linguaggio gestuale e ispiratore di altri simili padri? Io sì.

Gennaio 8, 2012Permalink

2 febbraio 2011 – Un articolo da leggere e, alla fine, un impegno.

Non volevo scrivere nulla in previsione dell’assenza di una settimana ma l’amica Enrica mi ha inviato questo articolo di Claudio Fava. Lo giudico imperdibile e, date la fretta, mi limito a collegare un link per avere notizie sull’autore.
In calce all’articolo si trova una citazione (Juliet Mitchell, La condizione della donna, 1966) che riprendo:
Come l’operaio si ritrova alienato nel suo stesso prodotto, così, grosso modo, la donna trova la sua alienazione nella commercializzazione del suo corpo.
Aggiungo io: … e nelle svendita del suo cervello  

Anche i padri … Nostalgia di un’altra Italia

Non solo il cavaliere, non solo le ragazzine, non solo le maitresse e gli adulatori, non solo gli amici travestiti da maggiordomi, le procacciatrici di sesso, i dischi di Apicella e la lap dance in cantina: in questa storia da basso impero ci sono anche i padri. E sono l’evocazione più sfrontata, più malinconica di cosa sia rimasto dell’Italia ai tempi di Berlusconi. I padri che amministrano le figlie, che le introducono alla corte del drago, le istruiscono, le accompagnano all’imbocco della notte. I padri che chiedono meticoloso conto e ragione delle loro performance, che si lagnano perché la nomination del Berlusca le ha escluse, che chiedono a quelle loro figlie di non sfigurare, di impegnarsi di più a letto, di meritarsi i favori del vecchio sultano. I padri un po’ prosseneti, un po’ procuratori che smanacciano la vita di quelle ragazze come se fossero biglietti della lotteria e si aggrappano alle fregole del capo del governo come si farebbe con la leva di una slot machine… Insomma questi padri ci sono, esistono, li abbiamo sentiti sospirare in attesa del verdetto, abbiamo letto nei verbali delle intercettazioni i loro pensieri, li abbiamo sentiti ragionare di arricchimenti e di case e di esistenze cambiate in cambio di una sveltina delle loro figlie con un uomo di settantaquattro anni: sono loro, più del drago, più delle sue ancelle, i veri sconfitti di questa storia. Perché con loro, con i padri, viene meno l’ultimo tassello di italianissima normalità, con loro tutto assume definitivamente un prezzo, una convenienza, un’opportunità.

Ecco perché accanto ai dieci milioni di firme contro Berlusconi andrebbero raccolti altri dieci milioni di firme contro noi italiani. Quelle notti ad Arcore sono lo specchio del paese. Di ragazzine invecchiate in fretta e di padri ottusi e contenti. Convinti che per le loro figlie, grande fratello o grande bordello, l’importante sia essere scelte, essere annusate, essere comprate. Dici: colpa della periferia, della televisione, della povertà che pesa come un cilicio, della ricchezza di pochi che offende come uno sputo e autorizza pensieri impuri. Balle. Bernardo Viola, voi non vi ricordate chi sia stato. Ve lo racconto io. Era il padre di Franca Viola, la ragazzina di diciassette anni di Alcamo che, a metà degli anni sessanta, fu rapita per ordine del suo corteggiatore respinto, tenuta prigioniera per una settimana in un casolare di campagna e a lungo violentata. Era un preludio alle nozze, nell’Italia e nel codice penale di quei tempi. Se ti piaceva una ragazza, e tu a quella ragazza non piacevi, avevi due strade: o ti rassegnavi o te la prendevi. La sequestravi, la stupravi, la sposavi. Secondo le leggi dell’epoca, il matrimonio sanava ogni reato: era l’amore che trionfava, era il senso buono della famiglia e pazienza se per arrivarci dovevi passare sul corpo e sulla dignità di una donna.

A Franca Viola
fu riservato lo stesso trattamento. Lui, Filippo Melodia, un picciotto di paese, ricco e figlio di gente dal cognome pesante, aveva offerto in dote a Franca la spider, la terra e il rispetto degli amici. Tutto quello che una ragazza di paese poteva desiderare da un uomo e da un matrimonio nella Sicilia degli anni sessanta. E quando Franca gli disse di no, lui se l’andò a prendere, com’era costume dei tempi. Solo che Franca gli disse di no anche dopo, glielo disse quando fece arrestare lui e i suoi amici, glielo urlò il giorno della sentenza, quando Filippo si sentì condannare a dodici anni di galera.

Il costume morale e sessuale dell’Italia cominciò a cambiare quel giorno, cambiò anche il codice penale, venne cancellato il diritto di rapire e violentare all’ombra di un matrimonio riparatore. Fu per il coraggio di quella ragazzina siciliana. E per suo padre: Bernardo, appunto. Un contadino semianalfabeta, cresciuto a pane e fame zappando la terra degli altri. Gli tagliarono gli alberi, gli ammazzarono le bestie, gli tolsero il lavoro: convinci tua figlia a sposarsi, gli fecero sapere. E lui invece la convinse a tener duro, a denunziare, a pretendere il rispetto della verità. Tu gli metti una mano e io gliene metto altre cento, disse Bernardo a sua figlia Franca. Atto d’amore, più che di coraggio. Era povero, Bernardo, più povero dei padri di alcune squinzie di Arcore, quelli che s’informano se le loro figlie sono state prescelte per il letto del drago. Ma forse era solo un’altra Italia.
Claudio Fava

Un impegno, almeno di fronte a me stessa:

Il 14 dicembre 2010 la Corte europea per i diritti dell’uomo ha emesso una sentenza secondo cui: “Viola la Convenzione europea dei diritti dell’Uomo lo Stato che priva della capacità matrimoniale lo straniero in condizione di irregolarità”.
Si tratta evidentemente del problema del rapporto fra la registrazione di un atto di matrimonio e l’esibizione del permesso di soggiorno.
Fa riferimento a una normativa del Regno Unito che evidentemente qualcuno ha presentato alla valutazione della Corte, ma mi sembra perfettamente pertinente alla situazione italiana, di cui molto ho scritto, privilegiando l’aspetto della registrazione anagrafica. 

Me ne occuperò certamente al mio ritorno, per ora mi limito alla trascrizione dei dati per raggiungere autonomamente il prezioso sito che ne rende possibile la lettura e al collegamento con il link che consente di accedere al documento (che si trova a pag. 18)

31.01.2011
On-line la newsletter del Servizio ASGI di supporto giuridico contro le discriminazioni etnico razziali e religiose, n. 6 – dicembre 2010/gennaio 2011

Newsletter del Servizio ASGI di supporto giuridico contro le discriminazioni razziali e religiose, n. 6 – dicembre 2010/gennaio 2011 – formato pdf (351.05 KB)
Newsletter del Servizio ASGI di supporto giuridico contro le discriminazioni razziali e religiose, n. 6 – dicembre 2010/gennaio 2011 – formato doc (307.5 KB)

Progetto ASGI con il sostegno finanziario della Fondazione italiana a finalità umanitarie Charlemagne ONLUS.

Febbraio 2, 2011Permalink

11 agosto 2010 – Buon Ramadan! – Corte Costituzionale e Regione Toscana

Buon Ramadan!

Questa notte la comparsa della prima falce della luna crescente ha segnato l’inizio del mese lunare del Ramadan. Comincio augurando buon Ramadan a coloro che lo celebrano e in particolare agli amici mussulmani che tante volte mi hanno augurato buon Natale.

Avrei voluto soffermarmi un po’ su questo argomento ma lo farò i prossimi giorni quando, e se, le informazioni che sto raccogliendo mi consentiranno di riprendere anche una confusa ma importante notizia del Manifesto di ieri sull’espulsione dei figli degli immigrati irregolari da Israele.

Corte Costituzionale. ASGI e immigrazione.
Oggi mi soffermo su una informazione – come il solito ben documentata – offerta dal prezioso sito dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, che trascriverò integralmente a seguito di queste mie righe.
Innanzitutto constato con piacere che l’ASGI é entrata a far parte dellelenco delle associazioni legittimate ad agire nei procedimenti giudiziari anti-discriminazione su base etnico- razziale (Dipartimento per le Pari Opportunità – decreto 9 aprile 2010 in G.U. n. 180 dd. 04.08.2010). chi volesse saperne di più può farlo da qui.

Il fatto che, come che mi legge potrà vedere fra poco, la Corte Costituzionale abbia respinto le eccezioni di incostituzionalità proposte dal Governo nei confronti di alcune norme della legge della Regione Toscana sull’immigrazione non implica di per sé l’automatismo delle ricadute che vanno dalla regione ai comuni, ma non possono trascurare il livello di coinvolgimento dell’opinione pubblica, e che, solo se esistono, trasformano norme positive in cultura e occasione di comportamenti virtuosi.
Ho cercato di raccogliere queste briciole di positività e ne ho scritto nel mensile locale Ho un sogno del mese scorso e poi trascritto nel mio pezzo del 20 luglio e che chi vuole può leggere da qui.

Purtroppo, almeno per la realtà che io conosco- resta dominante il tristissimo disperante intreccio del rapporto politica – istituzioni -realtà associative-opinione pubblica conformista al basso … ma per oggi basta così

 dal sito dell’ASGI

10.08.2010  La legge della Regione Toscana sull’integrazione degli immigrati è in accordo con la Costituzione

Con sentenza n. 269 depositata il 22 luglio 2010, la Corte Costituzionale ha respinto le eccezioni di incostituzionalità proposte dal Governo nei confronti di alcune norme della legge della Regione Toscana 09/06/2009, n. 29 (“Norme per l’accoglienza, l’integrazione partecipe e la tutela dei cittadini stranieri nella Regione Toscana”).

Secondo la Corte Costituzionale, la norma della legge regionale toscana che prevede l’estensione dell’applicazione della normativa anche ai cittadini comunitari è pienamente compatibile con la Costituzione in quanto le indicazioni contenute nel decreto legislativo di attuazione della direttiva europea in materia di libera circolazione devono essere armonizzate con le norme dell’ordinamento costituzionale italiano che sanciscono la tutela della salute, assicurano cure gratuite agli indigenti, l’esercizio del diritto all’istruzione e, comunque, attengono a prestazioni concernenti la tutela dei diritti fondamentali.

La norma della legge regionale toscana che assicura a tutte le persone dimoranti nel territorio regionale, anche se prive di permesso di soggiorno, l’accesso agli interventi socio –assistenziali urgenti e indifferibili, necessari per garantire il rispetto dei diritti fondamentali della persona, non eccede le competenze regionali in quanto interviene in una materia, quella dell’assistenza sociale, ove è prevista una competenza residuale esclusiva delle Regioni e comunque, tale norma è volta ad assicurare il rispetto del principio costituzionale di uguaglianza, per cui lo straniero è titolare di tutti i diritti fondamentali che la Costituzione riconosce alla persona. In particolare, la Corte ricorda che con riferimento al diritto all’assistenza sanitaria, esiste un nucleo irriducibile del diritto alla salute protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana, il quale impone di impedire la costituzione di situazioni prive di tutela, che possano appunto pregiudicare l’attuazione di quel diritto”. 

La Corte Costituzionale ha ritenuto infondata pure l’eccezione di incostituzionalità proposta dal Governo con riferimento a quella norma della legge regionale toscana che prevede il sostegno alla rete regionale di sportelli informativi per i cittadini stranieri nell’ambito della sperimentazione avviata tra ANCI e Ministero dell’Interno volta ad attribuire progressivamente le competenze ai Comuni per quanto riguarda l’istruttoria relativa al rilascio e al rinnovo dei permessi di soggiorno. Secondo la Corte infatti, tale norma non incide sulla condizione giuridica dello straniero e la regolamentazione dell’immigrazione, di competenza esclusiva dello Stato, ma semplicemente si limita a prevedere una forma di assistenza in favore degli stranieri presenti sul territorio regionale. Ugualmente infondata è apparsa alla Corte l’eccezione di incostituzionalità riferita alla norma regionale  che afferma il diritto all’iscrizione al Servizio sanitario regionale del richiedente  asilo che abbia proposto ricorso giurisdizionale avverso il provvedimento di diniego del permesso di soggiorno per il riconoscimento della protezione internazionale. Secondo la Corte, infatti, tale disposizione è volta a riconoscere in favore dello straniero il diritto umano fondamentale alla salute oltreché è pienamente compatibile con la legislazione nazionale in materia di immigrazione e asilo.

Da qui è possibile risalire al sito dell’ASGI e anche leggere integralmente  la sentenza della Corte Costituzionale.

Agosto 11, 2010Permalink

20 luglio 2010 – Letture: Ho un sogno e Confronti

Ho un sogno è un mensile locale che esce ormai da 19 anni.
Chi volesse prenderne visione può rivolgersi alla libreria CLUF (Via Gemona 22 – Udine) o all’associazione Proiezione Peters (asspp@iol.it).


Confronti é un mensile nazionale di cui si può prendere visione – e scaricare anche alcuni articoli – nel sito web www.confronti.net
Si presenta come “una pubblicazione mensile di “fede, politica e vita quotidiana”. Al tempo stesso è un centro culturale impegnato
sui temi del dialogo tra le fedi e le culture, del pluralismo e dell’educazione alla pace”.

Sono due letture cui non manco mai e, in particolare per ciò che riguarda Ho un sogno, riesco anche a scrivere qualche cosa.
Riporto, con un po’ di megalomania dato che ne sono autrice,  l’editoriale del numero appena uscito.

Su Ho un sogno abbiamo già segnalato che il ‘pacchetto sicurezza’ (lettera g, comma 22, art. 1, legge 15 luglio 2009 , n. 94 – Disposizioni in materia di sicurezza pubblica) richiede ai migranti privi di permesso di soggiorno (coloro che vengono chiamati clandestini) l’esibizione dello stesso anche per la registrazione degli atti di stato civile (nascita, matrimonio, morte). Sono atti che prevedono l’intervento del sindaco che –agendo quale ufficiale di governo- trova in queste registrazioni lo strumento per riconoscere chi, nel suo comune, nasce, vive e muore.
Purtroppo rendere difficile se non impossibile il godimento dei diritti che spettano ad una persona, indipendentemente dalla sua appartenenza a uno o ad altro stato, non ha creato diffuse perplessità o motivati dubbi in un’opinione pubblica ormai assuefatta ad accettare le discriminanti etniche come condanna e solo la labilità di una circolare del Ministero dell’Interno ha ridotto il rischio di  trasformare sistematicamente in apolidi i  neonati figli di sans papier.
Ma gli strappi alla Costituzione che il pacchetto sicurezza prevede non si fermano qui e, se l’assenza della politica è stata pressoché totale anche nel tutelare diritti sanciti dall’ONU e dalla legislazione europea, non altrettanto può dirsi della magistratura che, agendo come suo compito su casi precisi, ha cominciato ad identificarli.
Così  il Giudice di Pace di Trento (con un’ordinanza dello scorso mese  di giugno) ha sospeso il procedimento espulsivo a carico di una cittadina cilena cui erano state impedite le pubblicazioni di matrimonio con un cittadino italiano e rinviato gli atti alla Corte Costituzionale.
La stessa Corte ha già deliberato su un punto fondamentale della legge 94/2009 e.
pur riconoscendo il ‘reato di clandestinità’,  avrebbe riconosciuto l’illegittimità dell’aggravante  di clandestinità (pene aumentate di un terzo se a compiere un reato è un immigrato presente illegalmente in Italia).
Ci sembra però opportuno non ignorare l’ordinanza dello scorso mese di giugno del giudice del lavoro del Tribunale di Udine  che  ha accolto il ricorso presentato da un cittadino rumeno, sostenuto da ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione), CGIL, CISL e UIL, contro il diniego all’erogazione dell’assegno di natalità regionale (meglio conosciuto come bonus bebè) da parte del Comune di Latisana per mancanza del requisito di residenza decennale in Italia e quinquennale nel Friuli Venezia Giulia,come previsto dalla relativa legge regionale.
Sempre in giugno la corte di Cassazione ha emesso una sentenza che nega il riconoscimento di idoneità all’adozione a coppie che facciano riferimento, come criterio di scelta, all’etnia dei minori adottandi. Sembra un passo importante nei confronti del rifiuto di un pregiudizio che spesso non accoglie il riconoscimento della pienezza del diritto di un minore.
Certamente l’elencazione di questi ‘frammenti’ di pronunce della magistratura (e non sono le sole) non soddisfa l’esigenza dell’affermazione di un principio di civiltà che non appartiene alle nostre leggi sull’immigrazione, sulla sicurezza e non solo, ma l’enunciazione di un principio quale che sia non è compito del potere giurisdizionale ma del legislativo che dovrebbe trovare sostenitori e oppositori in una società civile consapevole e attenta.
Non é un caso che ora a livello governativo ci si dia da fare per mutilare (o almeno pesantemente minacciare) le fonti di informazione.

 

 

Luglio 20, 2010Permalink

20 maggio 2009 – 1. Diario di viaggio, Iran 2009

Dal 5 al 15 aprile 2009 Confronti ha realizzato il suo Seminario itinerante in Iran.
E’ mia intenzione proporre un diario ordinato di quei giorni, ma voglio cominciare con due momenti che per me sono stati particolarmente importanti e che riporto, come li ho descritti sul mensile udinese Ho un sogno.

Shiraz 11 aprile.
Siamo sulla tomba del poeta Hafez. Visse nel XIV secolo della nostra era e il suo nome significa “colui che conosce a memoria il Corano”.
Non ci troviamo in un cimitero, ma in un giardino pieno di fiori e di vasche d’acqua.
Sull’erba ci sono persone sedute che si godono il loro pic nic, secondo una consuetudine amata in tutto l’Iran. In fondo al giardino un gazebo di pietra, il cui tetto é internamente rivestito di mosaici, ripara il sarcofago del poeta.
Il lungo epitaffio che la guida traduce esprime la consapevolezza del momento in cui il poeta passerà ad un’altra dimensione … “dalla rete del mondo via salterò”.
Disponibile, senza riserve, chiede però di poter indugiare prima dell’addio definitivo:
“Sebbene vecchio, tu per una notte stringimi al petto
e all’alba, ringiovanito, io dal tuo fianco via salterò
Nel giorno della morte, concedimi una proroga per vederti un istante
e poi anch’io come Hafez da brama di mondo e di vita via salterò!”
Arriva un gruppo di donne, per lo più anziane, avvolte nel triste chador nero si avvicinano al sarcofago e picchettano con un dito sulla pietra, come trasmettessero un messaggio con un loro alfabeto morse. E’ un gesto consueto di saluto a chi ha ‘fatto il salto’.
Non c’é famiglia, ci viene spiegato, che non possieda le poesie di Hafez.
Un popolo che mantiene viva la tradizione della poesia: forse é questa l’espressione più alta della resistenza quotidiana a un regime intollerante e invasivo.

L’equinozio di primavera ha segnato il capodanno iraniano e la festa dura per parecchi giorni.
A Pasargade, sulla tomba di Ciro il grande, qualcuno ha deposto un mazzo di fiori.
Forse quei fiori, offerti alla Persia di 2500 anni fa, significano una memoria di antichissime glorie, forse esprimono il desiderio di dimenticare la pesantezza di un regime che non ha scrupolo di intervenire nella vita privata, nell’abbigliamento, nelle scelte personali, imponendo alle donne il velo (che non copre il volto, ma deve nascondere i capelli) e agli uomini l’obbligo di non guardare le donne.
Quando arriveremo – con un permesso eccezionale- alla scuola teologica della città santa di Qom, il teologo che ci terrà un’interessantissima conferenza ci accoglie guardando ostentatamente oltre le nostre teste; di stringergli la mano non si parla nemmeno.
Il viaggio che Confronti (www.confronti.net) ha accuratamente organizzato ci costringe al contatto continuo con realtà in sé contraddittorie.
Solo una modifica politica totale potrà costruire le condizioni per creare anche nella vita quotidiana quell’armonia che la luce affascinante rimandata dai mosaici nelle moschee, la disposizione di fiori e vasche nei giardini, la cura nella gestione dell’acqua, la gentilezza ospitale della popolazione rivelano.
Ma quando? E come? E quanto costerà a un popolo gentile la scelta della democrazia?

Poesia incisa sulla tomba di Hafez

Dov’è mai notizia dell’unione
Dov’è mai notizia dell’unione con te, chè via salterei dalla vita
io sono santissimo uccello, dalla rete del mondo via salterò!
[Lo giuro] sì, pel tuo regno! Se tu mi chiamerai: “o mio servo”
dall’idea di regnare sul mondo e sulla vita io via salterò!
O Signore, dalla nube dell’alta Tua Guida mandami pioggia copiosa
Ma prima che qual polvere vile dal mezzo del mondo via salterò
Sopra la mia tomba con vino e menestrello riposati un poco
e io al tuo solo profumo dalla fossa, danzante, via salterò
Alzati e mostra l’alta figura, o idolo dalle dolci movenze
e io staccando le mani dalla vita e dal mondo via salterò!
Sebbene vecchio, tu per una notte stringimi al petto
e all’alba, ringiovanito, io dal tuo fianco via salterò
Nel giorno della morte, concedimi una proroga per vederti un istante
e poi anch’io come Hafez da brama di mondo e di vita via salterò!

[Da “Il libro del coppiere”, a cura di Carlo Saccone, Luni Editrice]

Maggio 20, 2009Permalink