29 aprile 2017 – Parole da salvare, pietre per costruire

 

 

Il 24 febbraio scorso ho ricopiato la notizia della condanna che il tribunale di Milano ha inferto alla Lega Nord per aver usato l’espressione “clandestini” cui riconosce un «carattere discriminatorio e denigratorio». Le parole infatti sono pietre che possono essere gettate per distruggere gli esseri umani inserendoli in categorie che li umiliano, imprigionandoli in una definizione che diventa senso comune fino a una condanna socialmente accettata.
Diceva Nelson Mandela Disumanizzare l’altro significa inevitabilmente disumanizzare se stessi

Farsi cura invece dell’altro umanizza anche noi stessi e ci rende capaci di pronunciare parole che danno senso alle relazioni fra umani troppo spesso negate dal prevalere di una discriminazione aggressiva e arrogante. E le parole sono il mezzo potente che abbiamo per comunicare, confrontare, far crescere pensieri che possano essere base di una responsabilità condivisa nel costruire una realtà diversa da quella che ci angoscia. Tante volte ho cercato di testimoniare nel mio blog vicende che dessero il senso di questa umanità consapevolmente viva, solidale e rispettosa. Non è facile perché fanno parte della quotidianità che non fa notizia e purtroppo lo diventa quando si manifesta nella tragedia quando vi siano catapultate persone normali, più indifese di chi – per svolgere un ruolo di potere – può giovarsi di qualche significativa forma di protezione.

A Parigi: non avrete il mio odio

Il 13 novembre 2015 l’attentato terroristico al Bataclan uccideva, tra gli altri, una giovane donna, madre di un bambino di due anni. Il vedovo esprimeva il suo dolore rivolgendosi agli assassini con una espressione straordinaria “non avrete il mio odio”. Originariamente inserita in una lettera, quella frase, diventata il titolo di un libro, è entrata in una specie di vocabolario dell’umanità che non si adegua alla barbarie, fino a dare un senso pieno a un linguaggio completamente alternativo rispetto a quello che sembra dominante dell’odio, della paura, dell’indifferenza. Quella espressione è stata ripresa, sempre a Parigi, da Etienne Cardile per ricordare Xavier Jugelé, il compagno poliziotto ucciso il 20 aprile sugli Champs Elysées: «Soffro ma senza odio. Perché quest’odio non ti somiglia». E infine è riuscito a salutarlo con un «ti amo», evocazione del loro spazio privato, immune dalla malvagità.

In Italia: “Portare pesi impossibili con le spalle dritte”

Lo ha detto il padre di Valeria Solesin, la ragazza italiana uccisa al Bataclan, cui la città di Venezia ha riservato il funerale in piazza San Marco, accogliendo una osservazione del papà di Valeria «Se la mia famiglia ha dato un segno di civiltà vuol dire che non è morta invano». E ancora il richiamo alla negazione dell’odio: «Non sono una persona capace di odiare. Io e Luciana (la moglie e mamma di Valeria n.d.r.) crediamo nel valori che non dividono le persone».
Insieme a loro voglio ricordare anche i genitori di Giulio Regeni che rivendicano il loro diritto a quella giustizia che impone di far conoscere la verità sulla morte del figlio. Chiedono giustizia non vendetta.

In Algeria, più di vent’anni fa
Mi torna alla mente il testamento di padre Christian de Chergé scritto a Tibihrine, il primo gennaio 1994, due anni prima del rapimento suo e dei suoi monaci, di cui furono trovate solo le teste. La conoscenza della violenza del passato coloniale dell’Algeria (non dimentichiamo che le vicende di Tibihrine precedono di più di vent’anni quello appena ricordate dei giorni nostri) fonda le sua capacità di previsione: « Se mi capitasse un giorno – e potrebbe essere oggi – di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria,  vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. …Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato .. Venuto il momento, vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse … di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito».

A Gaza: Restate umani

Lo aveva detto Vittorio Arrigoni, attivista sostenitore della causa palestinese, la sera del 14 aprile 2011 venne rapito da un gruppo terrorista dichiaratosi afferente all’area jihādista salafita, all’uscita dalla palestra di Gaza nella quale era solito recarsi. In un video immediatamente pubblicato su YouTube, Arrigoni venne mostrato bendato e legato, mentre i rapitori accusavano l’Italia di essere uno “stato infedele” e l’attivista di essere entrato a Gaza “per diffondere la corruzione”. Il 15 aprile fu assassinato.

Gabriele Del Grande: la violenza istituzionale

Il giornalista arrestato in Turchia e fortunatamente rientrato in Italia che, ritrovandosi nella sua terra ci ha dato gioia e ci ha regalato una parola, o almeno l’ha regalata a me che ormai la considero una pietra di costruzione: violenza istituzionale. Ha precisato con consapevolezza e dignità di non aver subito violenze fisiche, di essere stato trattato con rispetto ma, dato che il suo non era un rapimento ma un arresto, di aver subito una violenza istituzionale.

Il parlamento italiano e i suoi complici nel perpetrare violenza istituzionale

Dopo che l’intervento della Corte Costituzionale aveva consentito alle coppie ‘ miste’ di chiedere la registrazione delle pubblicazioni di matrimonio senza cadere nella trappola tesa dal pacchetto sicurezza, restavano solo i nuovi nati in Italia da genitori non comunitari privi di permesso di soggiorno, a soddisfare il cannibalismo cartaceo organizzato durante il quarto governo Berlusconi dall’allora  Ministro Maroni. Per sanare la situazione furono presentate due proposte di legge ma vennero abbandonate al disinteresse parlamentare (forte dell’indifferenza dell’opinione pubblica) finché l’articolo potenzialmente risolutivo venne inserito nella proposta di legge sulla cittadinanza che, approvata alla Camera, gode non solo del disinteresse ma, a quanto pare, della determinazione della commissione Affari Costituzionali del Senato ad affossarla giocando sulla lentezza. Basterà infatti una mancata approvazione prima delle elezioni per annullare tutto il lavoro svolto. Di recente un gruppo di associazioni, singoli cittadini e alcuni assessori e consiglieri comunali udinesi ha chiesto l’approvazione rapida della norma con un appello che, proposto agli strumenti di informazione, non ha ottenuto nemmeno un riscontro.

Un filo rosso fra le parole

Per fortuna le parole di giustizia, rispetto del diritto e della legalità restano. Chissà se qualcuno vorrà trovare il filo che le colleghi offrendoci la possibilità di costruire il linguaggio della dignità che si diffonda opponendosi alla barbarie che ci insozza?

 

NOTA
Nel file la cui pubblicazione nel mio blog precede questo testo ho elencato le fonti con i link che permettono di raggiungerle. L’ho fatto per non appesantirne la lettura dove sarà possibile proporla.
http://diariealtro.it/?p=4976

Aprile 29, 2017Permalink

25 gennaio 2017 – Due donne scrivono alla Senatrice Doris Lo Moro

Gentile Senatrice Doris Lo Moro

Le scriviamo come cittadine dopo aver letto la Sua dichiarazione, come riportata da La Repubblica, di oggi:  “porteremo la riforma a casa”. Nel nostro sforzo di essere responsabilmente consapevoli ci rendiamo conto che nella commissione Affari Costituzionali del Senato si è creato una sorta di ingorgo istituzionale per cui  sono contemporaneamente all’attenzione della commissione stessa due ddl, il n. 2092 e il numero 2583 IL primo porta il titolo “Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, e altre disposizioni in materia di cittadinanza”, il secondo “Disposizioni in materia di misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati”. Sembrano due soggetti dissociati e non lo sono: ci permettiamo di segnalare un filo che li unisce e connette e che impone lo sforzo pesante e difficile  ma necessario dell’approvazione di entrambi. Chi siano i minori non  accompagnati lo sappiamo: la guerra, la violenza, la fame li cacciano dai loro paesi esponendoli al rischio di annegare e, quando arrivano, di sparire nell’oscurità dove protagoniste si fanno le più infami forme di tratta. Ce lo testimonia anche la relazione al ddl 2583 sopra citato. Nel ddl 2092 invece, insieme alla chiarezza del diritto alla cittadinanza per chi nasce o almeno trascorre un significativo tempo di vita nel nostro paese (senza che neppure conosca quello che è origine sua e dei suoi genitori), si sottolinea la creazione di una categoria  di bambini cui è negata alla nascita non la cittadinanza ma la stessa esistenza giuridicamente riconosciuta. Sono i figli dei migranti senza permesso di soggiorno che la legge 94/2009 art. 1, comma 22, lettera g ha voluto ridurre a fantasmi. Chiediamo a Lei e ai suoi colleghi nella commissione Affari Costituzionali di non cedere sul rispetto del comma 3 dell’art. 2 del ddl 2092 che, modificando la norma del 2009,  riconosce a questi piccoli la dignità di persone e toglie a noi tutti la responsabilità (dolorosa e, per chi vi consente, infamante) di sostenere una norma sostanzialmente razzista.

Cordialmente Augusta De Piero e Adriana Libanetti – Udine

NOTA 1:  La senatrice ha immediatamente ringraziato

NOTA 2: La senatrice Lo Moro è stata relatrice al Senato della legge approvata dalla Camera e diventata oggetto, ignorato da un anno, del silenzio della Commissione Affari costituzionali del Senato. Porta il titolo “Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, e altre disposizioni in materia di cittadinanza” (ddl 2092) e contiene il comma 3 dell’art. 2 che, se la norma fosse approvata anche dal Senato, salverebbe i bambini fantasma. Ho l’impressione che, con il conforto di un’opinione pubblica sbrindellata e neghittosa, non accadrà nulla e con l’intervenire delle elezioni tutto finirà nel baratro delle cose non fatte. Quindi cercherò di pubblicare rapidamente materiali secondo me importanti che vado raccogliendo per salvare dalla certezza del prossimo  buio, memorie – che saranno probabilmente tradite – di tentativi di affermazione di una civile responsabilità

Gennaio 26, 2017Permalink

1 dicembre 2016 – Fantasma a Moncalieri

Ricopio con disagio profondo la notizia che segue

A Moncalieri vive un bambino fantasma, ha 7 anni ma non esiste: “Mai registrato alla nascita”

Il piccolo non frequenta alcuna scuola, né è stato sottoposto a vaccinazioni. La madre: “Il mio compagno mi ha sempre detto di averlo registrato alla nascita”. Il padre è irreperibile

Giuseppe Legato Moncalieri   Pubblicato il 01/12/2016 (Ultima modifica il 01/12/2016 alle ore 19:29)

Un bambino invisibile. Mai registrato all’anagrafe, mai iscritto a scuola. Ha 7 anni. Lo hanno trovato i carabinieri di Moncalieri martedì scorso all’interno di una casa in una borgata delle precollina. Viveva con la mamma, il padre è irreperibile. I militari dovevano notificare un atto giudiziario alla donna, e quando hanno visto il piccolo hanno chiesto chi fosse (dai loro controlli anagrafici risultava una sola persona in quell’alloggio). Cinzia F., 48 anni ha risposto senza esitare: «E’ mio figlio». Ma il minore, nato all’ospedale di Moncalieri nel 2009, non esiste per lo Stato italiano.

Non ha frequentato la scuola, non ha mai fatto le vaccinazioni obbligatorie. Un fantasma. La donna ha sostenuto di averlo partorito a Moncalieri e i riscontri fatti dai carabinieri confermano. «Il mio compagno mi aveva detto che ci avrebbe pensato lui», ha raccontato lei ai militari.

Sia lei sia il padre – irreperibile al momento – sono stati denunciati per inosservanza dell’obbligo di istruzione. Secondo quanto si apprende dai carabinieri il bambino è in buone condizioni di salute ed è stato visitato all’ospedale Regina Margherita e trasferito in una località protetta. Stessa sorte per la madre, affidata ai servizi socio-assistenziali: dietro a questa storia c’è un retroscena di disagio familiare.

2009: una data significativa

Il bambino è nato nel 2009, nell’anno in cui fu approvata la legge 94 che all’art. 1 comma 22 lettera g) impone la presentazione del permesso di soggiorno per registrare gli atti di nascita. I primi bambini penalizzati da quella norma infame oggi avrebbero appunto sette anni, come il piccolo fantasma casualmente trovato a Moncalieri dai carabinieri.

Il padre irreperibile
E’ italiano o non comunitario privo di permesso di soggiorno e quindi in una condizione burocratica tale per la legge italiana da suggerirgli, se così fosse, di non registrare la dichiarazione di nascita del figlio per non incorrere nel rischio di espulsione?
Situazione di disagio familiare dice l’asettica notizia, tale però da suggerire il trasferimento del piccolo in una località protetta ‘provvedendo’ allo stesso modo alla madre.
Sono sette anni che inseguo fantasmi costruiti a norma di legge (si veda nel mio blog il tag anagrafe).
Se questo piccolo fosse uno di quei fantasmi dove dovrebbero recarsi i carabinieri? In Parlamento?

FONTE

http://www.lastampa.it/2016/12/01/cronaca/a-moncalieri-vive-un-bambino-fantasma-ha-anni-ma-non-esiste-mai-registrato-alla-nascita-6dirmTCoc6GuJJaTLTCN6M/pagina.html

Dicembre 1, 2016Permalink

7 giugno 2016 – Il comune di Udine non vuole occultare neonati

E’ accaduta una novità che ho subito segnalato su facebook perché ritengo che vada ad onore del comune in cui abito: la mozione del consiglio comunale che impegna il Sindaco e la Giunta a «ripristinare la certezza delle situazioni giuridiche riconoscendo ai bambini il diritto ad un nome, all’appartenenza familiare e all’identità» è stata votata all’unanimità. Di seguito ne propongo una sintesi e il link per leggerla integralmente

La mozione 48 in sintesi

Il 31 maggio il Consiglio comunale di Udine ha approvato all’unanimità la mozione n. 48 “Registrazione anagrafica dei bambini stranieri nati in Italia da genitori non regolarmente soggiornanti”, prima firmataria la consigliera comunale Chiara Gallo. La mozione sostanzialmente impegna il Sindaco e la Giunta a «ripristinare la certezza delle situazioni giuridiche riconoscendo ai bambini il diritto ad un nome, all’appartenenza familiare e all’identità». Come più volte ho scritto tale certezza (mai precedentemente messa in discussione) era stata devastata dal cd ‘pacchetto sicurezza’ nel 2009 (legge 94, art. 1 comma 22 lettera 9) che prevede la presentazione del permesso di soggiorno per richiedere la registrazione delle dichiarazione di nascita dei propri figli. E’ chiaro che ciò costituisce un ostacolo che la legge crea contro il diritto fondamentale di ogni nuovo nato ad esistere e determinando  uno stato di paura nel genitore che ove dicesse “io sono padre/madre di questo nato” si esporrebbe alle ritorsioni anche drammatiche conseguenti l’evidenza della sua situazione di irregolare. Così, come testimonia il gruppo Convention on the Rights of the Child (coordinato da Save the Children),  ci sono ‘bambini invisibili’, privi di ogni identità. La mozione è composta di due parti, la prima concerne il testo che era stato presentato – e mai discusso – il 19 maggio 2015 e chiedeva l’impegno del Sindaco e della Giunta a sollecitare la calendarizzazione delle proposte di legge allora all’attenzione del Parlamento finalizzate appunto ad assicurare il certificato di nascita ad ogni nuovo nato. Il 31 maggio 2016 il testo della mozione è stato aggiornato in considerazione del fatto che il principio affermato nelle proposte del 2013 e del 2014 è ora all’attenzione della commissione Affari Costituzionali del Senato come comma 3 dell’art.2 di una legge  già approvata dalla camera. (Chi volesse prenderne visione può inserire in un motore di ricerca la dizione Senato 2092) Opportunamente, nel clima di disinformazione che caratterizza questo problema, la mozione evidenzia «che quando si parla di “cittadinanza” per questi bambini non ci riferisce a quella che si acquisirebbe ius soli, fattispecie ad oggi non prevista dal nostro ordinamento, ma a quella che discende dai loro genitori alla quale anche oggi avrebbero diritto» Se il Parlamento accoglierà la raccomandazione del Consiglio Comunale di Udine (cui speriamo altri comuni si associno) assicurerà – insieme al rispetto di un diritto primario di ogni nuovo nato in Italia – la dignità dei sindaci oggi violata da una norma che limita il loro dovere assoluto alla registrazione delle nascite sul loro territorio.

Chi volesse leggere integralmente il testo della mozione può farlo dal sito

http://www.centrobalducci.org/easyne2/LYT.aspx?Code=BALD&IDLYT=359&ST=SQL&SQL=ID_Documento=2710

Speranze e ricordi

Se altri comuni imitassero … se ne prendessero atto associazioni di donne facendo mente locale almeno alle madri cui non è consentito dichiararsi tali nel comune in cui pur vivono, se ne prendessero atto organizzazioni del mondo della scuola che, se i figli dei sans papier potessero andare alla scuola dell’infanzia ne avrebbero vantaggio nel lavoro di ‘alfabetizzazione’ e –alla conclusione dell’obbligo – non abbandonerebbero ragazzini al nulla della iscrizione con permesso di soggiorno del genitore, se le chiese cristiane (sia cattolica che protestanti) quando proclamano generosità e solidarietà e persino giustizia si ricordassero che sono –data l’ostentata autorevolezza – complici di chi vuole nuovi nati occultati e senza nome  … se … ma….

Voglio però ricordare che quando la legge nota come pacchetto sicurezza fu presentata al parlamento era prevista l’abrogazione dell’articolo che, presente nelle norme già in vigore, recitava: «L’accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all’autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano».

Se ne fosse stata realizzata la cancellazione sarebbe stato negato il principio del segreto professionale fondante la deontologia medica che impegna il medico a: “mantenere il segreto su tutto ciò di cui è a conoscenza in ragione della propria attività professionale”. … e precisa ancora che “la violazione del segreto professionale assume maggiore gravità quando ne possa derivare … nocumento per la persona assistita o per altri”. Ricordo la reazione allora fortissima degli ordini professionali, da noi pubblicizzata dalla componente locale della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, e voglio citare quanto scrisse l’allora Presidente provinciale dell’Ordine dei medici di Udine in un comunicato pubblicato anche dai media locali: «Qualora dovessero passare i provvedimenti annunciati dal governo, i medici dovranno rifiutarsi di denunciare i pazienti immigrati irregolari, esercitando l’obiezione di coscienza per non venir meno ai principi etici e deontologici della loro professione».

Purtroppo, anche per l’indifferenza della società che si definisce civile, restò in legge la condanna per i neonati, ultimo resto di un progetto che si era proposto di usare anche la debolezza del malato, dell’infartuato, del ferito per farne forza di chi lo volesse distruggere.

Ora per esibire la propria ostentata brutalità dispone dei più deboli, dei neonati condannati a vita a non esistere

Perciò  solo alla politica – che non si umili alla ricerca di consenso fondato sul numero di chi si associ alla volontà devastatrice o pigramente ne taccia – è dato essere parola autorevole e alta per affermare un principio che ne proclami l’onore nel farsi voce di chi nasce sul nostro territorio, chiunque sia, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (art. 3 Costituzione).

Giugno 7, 2016Permalink

8 maggio 2016 – Come violare neonati e farsi beffe della costituzione

 L’età è una questione anagrafica.
Vado nel sito facebook e trovo la promozione – che spesso si ripete – del progetto di International Plan che si occupa del sostegno a bambini – e particolarmente a bambine – nei paesi del Terzo mondo. Lo slogan che usa oggi è molto interessante e l’ho scelto come titolo per introdurre la citazione che ho ricopiato e trascrivo.

«Troppe bambine ancora al giorno d’oggi non hanno un certificato di nascita che permetta di dimostrare la loro età anagrafica, rischiando di sposarsi molto giovani. Con l’adozione a distanza potrai far vivere a una di queste bambine ogni cosa a suo tempo. »

A seguito del pezzo di Plan International seguono alcuni commenti che ricopio anonimi, identificandoli con un numero e l’indicazione del sesso che ricavo dal nome dichiarato

1 donna – Pensi che sapere quando sono nate cambi il loro modo di vivere?

2 uomo – Queste vengono identificate ed i delinquenti che sbarcano in Italia no, è giusto?

3 uomo – Fategli un tatuaggio nella pianta del piede con la data di nascita giusto per sapere la verità
(NdR: Déja vu ad Auchswitz dove però il codice di identificazione veniva apposto sul polso degli internati mentre l’attuale interlocutore privilegia il piede)

4 uomo – Quindi se l’arabo le violenta non può scattare l’arresto. Potrebbe essere maggiorenne anche appena nata queste sono le bestie che ci stiamo portando a casa nostra non solo non sappiamo chi sono da dove vengono se sono maschi o femmine ma addirittura non sappiamo neanche che sono nati. Va bene per la pensione che Renzi gli darà ( dichiarazione: bambina nata nel 1940 anni 75 pensione subito)

Trascrivo quanto ho scritto io. So che è inutile ma che posso fare? Altre volte sono intervenuta, sia nei confronti di International Plan sia nei confronti dell’Unicef perché, oltre a far conoscere il significato universale del certificato di nascita, si impegnino anche in Italia a darne certezza come vuole la legge violata e beffata. Non ho avuto risposta ma non voglio smettere «Il certificato di nascita è connesso solo indirettamente all’adozione a distanza perché deve essere documento rilasciato e riconosciuto dalle autorità competenti. In paesi in via di sviluppo dove l’organizzazione istituzionale è precaria e inadeguata questo è problema grave e difficile. Non dimentichiamo che in Italia, dove l’organizzazione prevista dalla Costituzione esiste dagli enti locali allo stato, c’è una legge che con un linguaggio criptico e confuso ma efficace nega il certificato di nascita ai figli dei migranti privi di permesso di soggiorno. Per informazione si vedano i rapporti pubblicati annualmente al gruppo CRC , coordinato da Save the Children (Convention on the Rights of the Child-www.crc.net). In Italia sarebbe sufficiente la modifica della legge cd pacchetto sicurezza cui si oppone l’opportunistica pigrizia della politica e l’indifferenza della società civile che su questo problema non oppone parola alcuna (si tratta della legge 94/2009 art. 1 comma 22 lettera g che nel testo unico sull’immigrazione, d.lsg 286, è il comma 2 dell’art. 6). E’ chiaro che in Italia la mancanza del certificato di nascita crea molti degli ostacoli descritti per i paesi in via di sviluppo ed è un elemento di decadimento della civiltà che pretendiamo rappresentare anche altrove».

Nel 2009, sapendo che fra gli italiani c’è chi pratica la cultura della discriminante xenofoba fino a penalizzare i neonati, il Ministro Maroni si è potuto permettere di far approvare anche la legge che nega il certificato di nascita ai figli dei migranti senza permesso di soggiorno. Il Parlamento che non si impegna a correggere questo scempio, se ne fa garante consenziente. La società civile vuole esserne complice?

Cercherò di inviare questo testo a chi può farsene carico per promuovere una modifica per cui sto dandomi da fare da sette anni.

 

Maggio 8, 2016Permalink

25 febbraio 2016 – Un capro espiatorio deve continuare ad esistere

Il senato ha approvato.

E voglio pensare con riconoscenza ai senatori che si sono adoperati per salvare il salvabile. Ricordo tre nomi: Cirinnà, Lo Giudice, Lo Moro, sperando ce ne siano altri altrettanto determinati.

Intanto però non mi nego il diritto di scrivere quello che penso io.

L’amara fulminea battuta di Jena è una buona premessa “Tesoro, la tua mamma è morta ma io non ti posso adottare.  E quindi?   Divertiti all’orfanotrofio”.

E’ accaduto l’inimmaginabile: un senato organizzato contro i bambini!

Infatti uno dei punti di forza imposti col voto di fiducia è la scomparsa della stepchild adoption

I nostri eroi hanno dimenticato la necessità di tutelare il superiore interesse dei bambini, di tutti i bambini, pur affermato in una legge, ratifica di una convenzione ONU, che forse non conoscono (176/1991). Nel 2009 erano riusciti (benedicente Maroni) a cancellare del tutto quelli con genitori non comunitari burocraticamente irregolari, oggi hanno pensato a cancellare la certezza della continuità affettiva per quelli con due mamme e due papà.

Dal cinismo politico al cinismo vescovile

L’Avvenire (autorevole voce della Conferenza Episcopale Italiana) oggi scrive a firma di Angelo Picariello: «.. sulle adozioni viene detto con chiarezza che non si applica per intero la legge 184 del 1983 che regolamenta la materia: non c’è più quindi non solo la stepchild adoption, ma anche l’ac cesso alle adozioni speciali. Sebbene, si aggiunge, “resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozioni dalle norme vigenti”, lasciando quindi aperta la possibilità di specifici pronunciamenti dei giudici minorili» Poiché questi signori e monsignori sciocchi non sono sanno benissimo che, per quanto esperti e consapevoli siano i magistrati, la situazione dei loro uffici rende per sé lenti i processi e che quindi la posizione del bambino, abusato per spaventare i genitori, si può ancora adoperare in uno spazio di grave insicurezza. L’avevo già sospettato seguendo il disinteresse con cui il mondo cattolico in genere e la sua componente gerarchica in particolare (pur impegnata in un “sinodo sulla famiglia”) aveva voltato le spalle ai bambini invisibili per legge. C’è stato un momento in cui avevo sperato la voce della CEI si scuotesse dal suo glaciale torpore (che tanto l’avvicina al torpore laico) quando – fra il 30 settembre e i primissimi giorni di ottobre delle scorso anno – Avvenire ne aveva parlato. Una svista perché poi ha perseguito della sua cecità tanto ignobile quanto volontaria. Ne avevo scritto sul mio blog del 17 ottobre   http://diariealtro.it/?p=4045 Concludo con una citazione da un articolo di Rodotà da La Repubblica di oggi: «… i bambini, strumentalmente come oggetto di una necessaria tutela e che. invece, rischiano d’essere ricacciati in una condizione di discriminazione, creando una nuova categoria di ‘illegittimi’. più che un intento discriminatorio ormai uno spirito persecutorio».

Un capro espiatorio deve continuare ad esistere

La triste approvazione probabilmente necessaria del ddl Cirinnà ora affida il testo alla Camera. Cosa accadrà se non lo approvano così com’è? Un nuovo balletto sulla pelle dei bambini? Il capogruppo del Pd ha concluso assicurando una prossima modifica della legge sull’adozione. Legge necessaria ma qualcuno gli avrà detto che l’adozione riguarda chi non ha genitori e che invece i piccoli discriminati radicalmente dalla nascita hanno i genitori che però la legge ha condannato a costruire l’inesistenza dei figli? Qualcuno si occuperà anche di loro o un capro espiatorio deve continuare ad esistere? E perché continui ad esistere tornerà a sbucare un cardinale sostituto del presidente dell’Assemblea?

Febbraio 25, 2016Permalink

23 febbraio 2016 – Capri espiatori sempre pronti all’uso

Il Senato voterà (se voterà) la ‘legge Cirinnà’ senza l’art. 5.
Ci sono riusciti: hanno ‘concesso’ ciò che era possibile, avendo di fronte una richiesta consolidata dal fatto di proporre come obiettivo una norma ormai diffusa in molti stati europei, pur escludendo il matrimonio e collocandola nell’ambito delle Unioni Civili. Era necessario però mantenere un ostacolo di quelli cari ai muri che, non potendo tradursi in filo spinato e cemento, si consolidano nelle nostre teste. Dovevano dimostrare alla cultura del pregiudizio (cui non premetto l’abusato ‘catto’ perché appesta anche le più sedicenti ‘laiche’ collocazioni) di essere forti di fronte ai cedimenti a una diversità incombente e così. sordi all’appello di più di 700 giuristi, indifferenti all’appello di 400 intellettuali, hanno ostentato di ignorare la disparità che la legge ora impone fra i figli che vivono nell’ambito di unioni omossessuali e i figli di un componente di coppie sposate che possono essere adottati dal coniuge.

Il giurista Stefano Rodotà ha scritto: (La Repubblica 23 febbraio 2016): «Di fronte a noi è una grande questione di uguaglianza, di rispetto delle persone e dei loro diritti fondamentali, che non merita di essere sbrigativamente declassata, perché altre urgenze premono. I diritti, dovremmo ormai averlo appreso, sono indivisibili e quelli civili non sono un lusso , perché riguardano libertà e dignità di ognuno» Occorre invece: « sfuggire alla superficialità con la quale troppo spesso in Italia si affrontano questioni serie come quelle riguardanti le adozioni coparentali (stepchild adoption). Tema, questo, che trascura del tutto le dinamiche degli affetti, la genitorialità come costruzione sociale e che, a giudicare da alcuni improvvidi emendamenti al disegno di legge in discussione al Senato, rischia di lasciare bambine e bambini in un avvilente limbo che di nuovo nega dignità ed eguaglianza».

La memoria risveglia il disgusto.
Risento quello che mi aveva inorridito in anni lontani quando si usava lo spauracchio di una stigmatizzazione infamante contro le ragazze madri (non c’era ancora la prova del DNA e i padri potevano scivolare nell’ombra) e i bambini finivano in istituti così redditizi per i gestori che credo li rimpiangano ancora. Non riesco a dissociarmi dall’immagine del senator Monti (uno fra i tanti) che si pronuncia contro la stepchild adoption. E’ ben vero che ha cinque anni meno di me ma non sono abbastanza per immaginare si sia dimenticato del dibattito nella società che portò nel 1975 alla modifica del codice civile che fece scomparire l’infamia di quel NN. E dov’era quando si discusse la legge sulle adozioni? Ora parla e a me sembra un penoso vecchio immemore, un’icona della cultura che non ha imparato a guardare ai bambini come persona. Ma è solo uno fra tanti.

Le colpe dei padri e delle madri ricadano sui figli. Il parlamento approva

In questo blog, nel 2009 avevo parlato dei figli dei migranti senza permesso di soggiorno, cui è negato il certificato di nascita, come di cartine al tornasole e la mia vecchia intuizione ha funzionato. Quei bambini invisibili mi hanno accompagnato in tutti questi anni e, se non è dato vederli, sono però ben visibili coloro che hanno ostinatamente scelto di non riconoscerli uguali nei diritti ai loro coetanei, ricchi del merito di aver genitori burocraticamente accettabili. Ho potuto constatare come l’esercizio del rifiuto alla registrazione della nascita di questi bambini, il fermo riconoscimento che una categoria di nuovi nati si può negare, abbiano consentito a chi dovrebbe avere l’onore di testimoniarne l’esistenza (i sindaci prima di tutto)  di esercitarsi a non farlo.

Se il parlamento approva, il ‘sacro’ consente

Il rifiuto può assumere addirittura il marchio accattivante della sacralità Un sacerdote, trasmettendo legittimamente e con timbro vescovile, le informazioni turistiche relative al trasferimento a Roma per il recente family day così si firmava:  “Responsabile del Coordinamento Diocesano per la custodia della verità su persona, procreazione e famiglia”. Ne ho parlato con parecchie persone e ho trovato da parte di non cattolici supponente irrisione e da parte di cattolici acquiescenza che, quando non era consenso, era fatalistica rassegnazione. Comprensione del problema, poca. Dovrò pensarci ancora.

FONTI:

1 – Appello dei giuristi. Si legge nel sito di magistratura democratica:
http://www.magistraturademocratica.it/mdem/articolo.php?id=2440&a=on ed è trascritto nel mio blog il 14 gennaio
http://diariealtro.it/?p=4186

2  –  Agli onorevoli membri del Parlamento italiano, La legge Cirinnà rappresenta, oggi, l’occasione storica di fare un primo passo verso il riconoscimento di diritti civili e umani fondamentali. È tardi per perdersi in strategie politiche, si sta parlando delle vite concrete di milioni d’italiani in estenuante attesa di esistere agli occhi dello Stato. Siamo fuori tempo massimo, come hanno chiaramente indicato la Corte Costituzionale e la Corte Europea dei Diritti Umani. La legge Cirinnà è già frutto di numerosi compromessi con un Parlamento che, in nome di una presunta difesa dell’infanzia, sceglie di ignorare i bambini italiani che oggi crescono privati dei loro diritti. Se comparata alle leggi vigenti nei Paesi a noi vicini e affini, questa legge, oltre ad arrivare ultima in Europa occidentale, garantisce il minimo dei diritti alle persone LGBT. Un minimo oltre il quale non si può sconfinare, perché significherebbe approvare una legge di facciata o peggio lesiva, rimandando al mittente il riconoscimento di legittimità di milioni d’italiani e delle loro famiglie. Accorgersi di un’ingiustizia e correggerla a metà, significa perpetuarla. È insufficiente non essere razzisti, omofobi o sessisti, è necessario essere operosi nella lotta contro il razzismo, l’omofobia o il sessismo, combatterli ovunque si celino, soprattutto attraverso gli strumenti legislativi in mano al Parlamento. Un Paese dove tutti i cittadini, di là dal genere, razza, o orientamento sessuale, godono di pari opportunità, è un Paese più ricco, produttivo e felice. Il prezzo dell’esclusione lo paga la società intera. Abbiamo oggi l’occasione di fare la Storia, chiediamo pertanto la celere approvazione della legge Cirinnà nella sua completezza, permettendo all’Italia di unirsi al resto d’Europa e di sempre più Paesi del mondo nel riconoscimento di diritti fondamentali a tutti i suoi cittadini.

http://www.repubblica.it/politica/2016/02/21/news/unioni_civili_lettera_appello_change_org-133932321/?ref=HREC1-3

3 – art. 44 della legge n. 184/83 così come sostituito dalla legge n. 149/2001

4 – Legge 19 ottobre 2015, n. 173 “Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184, sul diritto alla continuità affettiva dei bambini e delle bambine in affido familiare”.
8 novembre 2015 –   http://diariealtro.it/?p=4081

5 – 1 novembre 2009 . Mi ha convinto l’on. Binetti. http://diariealtro.it/?p=222

Febbraio 23, 2016Permalink

21 agosto 2015 – Una lettera aperta. Si attende risposta del destinatario

oggetto: lettera aperta – diritto di ogni neonato al certificato di nascita

19 agosto 2015

A S. E. mons Nunzio Galantino Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana

Egregio monsignore,
cito da un articolo di Avvenire del 18 agosto «nessun politico dovrebbe mai cercare voti sulla pelle degli altri».
La frase che le è attribuita si colloca nella polemica di questi giorni che riguarda l’incapacità della politica di fronte alla necessità di accoglienza a dei profughi.
Da parte mia voglio fare un passo indietro, indietro di sei anni, quando fu approvata la legge 94/2009 (il cd ‘pacchetto sicurezza’) che impose la presentazione del permesso di soggiorno per la registrazione della nascita di un figlio in Italia anche a chi, per essere irregolare, il permesso di soggiorno non ha.
Preciso, per evitare una diffusa confusione fra la garanzia del certificato di nascita e la concessione della cittadinanza italiana, che quel figlio, se ne fosse registrata la nascita, avrebbe la cittadinanza dei genitori e non quella italiana.
Quella norma, che ancora è in vigore, fu voluta e votata con voto di fiducia (era il quarto governo Berlusconi, ministro dell’interno Maroni) nonostante l’abiezione insita nella trasformazione di un neonato in capo d’accusa per determinare l’espulsione di coloro che, non avendo il piccolo neppure un certificato di nascita, non sono legalmente i suoi genitori.
Esiste la scappatoia di una circolare che consente ciò che la legge nega … ma il principio d’infamia resta in legge, funzionale alla ricerca del consenso di una politica che Lei ha definito esercitarsi ‘sulla pelle degli altri’, in questo caso neonati.
La situazione che ne consegue è descritta nell’annuale rapporto del Gruppo Convention on the Rights of the Child dove 80 associazioni, fra cui la Caritas nazionale, segnalano che “l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato, obbliga alla denuncia i pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio che vengano a conoscenza della situazione di irregolarità di un migrante. Tale obbligo rappresenta un deterrente per quei genitori che, trovandosi in situazione irregolare, non si presentano agli uffici anagrafici per la registrazione del figlio, per paura di essere identificati ed eventualmente espulsi”.
Il parlamento ha gli strumenti per modificare la legge ma a tanto non provvede anche se il ritorno alla situazione precedente il ‘pacchetto sicurezza’ non comporta oneri di spesa.
La Chiesa cattolica si appresta a celebrare due importanti appuntamenti: il Sinodo ordinario (4-25 ottobre 2015) e il Quinto Convegno Ecclesiale Nazionale (Firenze 9 -13 novembre 2015) ed esistono documenti preparatori di quegli eventi che testimoniano un’attenzione ampia e anche nuova alla famiglia e ai soggetti fragili che ne fanno parte o ne sono privi ma i neonati stranieri, cui la famiglia è negata per legge, non sono nominati mai.
Le chiedo, come Segretario generale della CEI, di inserire nella sua richiesta di una politica ‘diversa’ anche l’attenzione dovuta a questi neonati abbandonati da tutti e di provvedere che a tanto si dimostri attenta anche la Chiesa che si esprimerà nel Sinodo e che si riunirà in Firenze il prossimo novembre.
Grata per la Sua attenzione, porgo distinti saluti

Augusta De Piero

La lettera è stata pubblicata il 20 agosto nel sito ‘ildialogo[.]org’

Agosto 21, 2015Permalink

23 luglio 2015 – Il nuovo capro espiatorio: i nati in Italia dal 2009, figli di migranti irregolari

La sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo (CEDU)

Il 21 luglio 2015 la Corte di Strasburgo, nel censurare l’Italia perché la sua legislazione non tutela “le esigenze fondamentali di una coppia convivente dello stesso sesso impegnata in una relazione stabile”, ha ricordato al nostro paese che le unioni fra persone dello stesso sesso devono essere riconosciute in una forma che ne cancelli la discriminazione fondata appunto sull’orientamento sessuale

Il 22 luglio scriveva su la Repubblica il giurista Rodotà (in un articolo di cui non posso riportare il link perché on line è leggibile solo per chi sia iscritto al sito a pagamento e mi limito quindi a quanto ne ho manualmente ricopiato): «I giudici di Strasburgo hanno esplicitamente ricordato le loro precedenti decisioni sul riconoscimento delle unioni civili […]  Su questo punto la sentenza è chiarissima. I silenzi del Governo, la totale disattenzione di fronte ad espliciti inviti rivolti nel 2010 dalla Corte Costituzionale e nel 2013 dalla Corte di Cassazione , l’assoluta inazione del Parlamento hanno determinato una grave violazione del diritto alla tutela della vita privata e familiare, riconosciuto dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. […] La decisione della Corte non può essere facilmente aggirata ed è bene ricordare che è stata presa all’unanimità» 

Non dobbiamo dimenticare che la Corte europea agisce a seguito di denunce precise.

Nel caso specifico la vicenda che ha aperto la strada alla sentenza parte dalla denuncia di tre coppie, guidate da Enrico Oliari (Gaylib, associazione di gay liberali e di centrodestra), che, rivoltesi ai comuni di appartenenza, hanno visto negare il loro riconoscimento da parte dell’ente.

Il seguito è noto e perché ne sia chiaro il riferimento trascrivo l’art. 8 della Convenzione, citato da Rodotà:
«Articolo 8   Diritto al rispetto della vita privata e familiare

  1. Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza.
    2. Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui
    »

Quindi oggi, per penalizzare un’unione omossessuale, dovremmo ripristinare la concezione e la prassi praticate quando l’omosessualità era considerata reato (ricordiamo Oscar Wilde? le misure fasciste contro gli omossessuali che sono state anche oggetto di un film con Mastroianni e Sofia Loren?)

In risposta alla sentenza della CEDU, Avvenire (“quotidiano di ispirazione cattolica” come dice la testata) pubblica numerosi articoli con cui nega che alla sentenza di Strasburgo consegua di necessità il riconoscimento del matrimonio fra persone dello stesso sesso. Non è una gran scoperta e neppure esclusiva ma Avvenire non si ferma qui e, nel timore di un ‘cedimento’ del governo italiano alla sentenza europea, si erge a paladino dell’autonomia del parlamento nei confronti del governo stesso. Evidentemente in questo contesto conta di più sulla propria possibile influenza  sul parlamento che sul governo. Ricopio, un po’ stupefatta, un passo dell’articolo di Avvenire (che si può leggere integralmente con il link riportato sotto)

23 luglio Unioni civili, chi è che alle Camere intima di «obbedire»?

«Di questi tempi, per molti, maternità e paternità hanno confini piuttosto labili. Sarà bene chiarire, però, di chi è ‘figlia’ la proposta di legge sulle unioni di fatto, il cosiddetto ‘Ddl Cirinnà’. Se nasce da un’iniziativa parlamentare o da una precisa volontà del governo.
Perché negli ultimi giorni la situazione si è fatta assai confusa e foriera di rischi, forse anche per la tenuta del quadro politico, certo per il libero e democratico esercizio dell’attività legislativa. Con il ministro dei Rapporti con il Parlamento che prende l’impegno ad approvare la legge entro l’anno». 

Che c’entra la chiesa cattolica nei rapporti politico istituzionali e che mettono in relazione governo e parlamento fino ad intervenire nell’agenda delle scadenze di discussioni di leggi? Non sentivamo da molti anni un  linguaggio così aggressivo e grossolano che meriterebbe per sé un’analisi, ma lasciamo perdere e veniamo all’argomento che per questo blog da molti anni è veramente centrale e dirimente. 

I diritti dei senza voce  – se nasce in Italia un figlio di sans papier  

Il 22 luglio Avvenire pubblicava un ampio editoriale del giurista Carlo Cardia intitolato ”Il bene decisivo è quello dei figli – I seri diritti da difendere”  (che si può leggere integralmente dal link riportato sotto) che riprende la tesi della non esclusività del matrimonio come scelta legislativa dovuta.

E in conclusione così annota a proposito di questo ‘bene decisivo’ «  se ne deve discutere, guardando alla realtà. Una società che nega al bambino che nasce il calore del corpo e dell’abbraccio della madre, perché in casa ci sono due padri, o nega programmaticamente la presenza e la sicurezza della figura paterna, è una società malata, che emargina la maternità e la paternità a un ruolo secondario nella vita delle persone, che viola quel diritto alla doppia genitorialità che è la culla di tutti i diritti, la base per una crescita armonica della personalità, il presupposto per poter fruire di tanti altri diritti che la società del Novecento ha riconosciuto quando ha combattuto contro tutti i totalitarismi e tutti gli egoismi.

Stiamo parlando di un argomento che investe la vita intera della persona che nasce, che ha bisogno di tutto, e alla quale non si vuole dare niente, negandogli la madre o il padre. Si tratta di un tema cruciale per il futuro della società, che non può essere affrontato in un orizzonte ideologico, o di sperimentazione antropologica sulle generazioni future, ma attraverso un dibattito al quale dia il proprio contributo ciascuna di quelle tradizioni culturali e religiose che hanno favorito una storia più dolce dell’Italia rispetto ad altri Paesi, che l’hanno resa terra e fonte di un umanesimo che non può rinnegare le proprie basi fondamentali. Trovare la scusa, oggi di una sentenza, domani di un’altra, anche se estranee al tema specifico, per spingere una riforma legislativa verso sponde estremiste, può sembrare vantaggioso. Ma è più serio e proficuo discutere e impegnarsi per tutelare i diritti dei minori che chiedono alla società di poter conservare un solo grande bene: il diritto di avere un papà e una mamma come tutti i bambini del mondo, di qualunque latitudine, colore, religione, siano».

Cercando di riassumerne la tesi fondamentale, Cardia (in un editoriale non in un articolo delle pagine culturali o altro luogo meno impegnativo per la testata che lo ha ospitato) sembra equiparare il riconoscimento di figli di coppie omossessuali  (anche nella forma dell’adozione del figlio del compagno o della compagna) a una sottrazione di bambini alla genitorialità eterosessuale. Quando –in anni ormai molto lontani – mi interessavo alla modifica della legge sull’adozione tante ne ho sentite per giustificare allora la permanenza di bambini negli istituti ma questa trovata rappresenta veramente una sconcertante novità.
Non voglio dimenticare che la legge del 1983 aprì la strada alla cultura che si esprime nella legge 176/1991, ratifica della Convenzione di New Your sui diritti del minore (20 novembre 1989), affermando, per la prima volta in Italia, che ‘Il minore ha diritto di essere educato nell’ambito della propria famiglia’ dove, per propria famiglia, si intende anche quella adottiva.

(Per una breve storia delle norme in questioni si veda il link: per un cenno alla storia dei diritti del minore).

E finalmente il ‘capro espiatorio’

Non posso ignorare la scelta di un linguaggio emotivo che si riscontra nell’editoriale del 22 luglio. Sembra fatto per confondere le idee, già precarie, di tanta opinione pubblica che, non sentendosi più legittimata da una qualche evoluzione nella coscienza collettiva, alla ‘liberatoria’ volgarità punitiva del linguaggio stile Salvini, pure vuole continuare ad esprimere la propria distanza dai ‘diversi per identità sessuale’. Questo linguaggio teneramente emotivo vorrebbe indurci ad assumere la certezza di una chiesa madre e protettiva – anche nei silenzi omissivi e mirati a una precisa categoria – come madre e protettiva sarebbe la società  che a tale chiesa si conformi. Ma non è così.
C’è una pubblica opinione impegnata a prendere le distanze dall’affermazione di diritti in termini di uguaglianza e sembra che a questa appartenga anche l’opinione dei vescovi italiani nella loro omissiva scelta di ignorare chi, per essere figlio di migranti irregolari, non ha diritto al certificato di nascita (si veda link relativo del 9 giugno).
Non mi si dica che è questione di leggi e che sulla formulazione delle leggi i vescovi, rispettosi della laicità dello stato, non vogliono intervenire, pur mantenendo legittimamente fermo il loro diritto ad esprimere un giudizio.
Non io, ma le rabbiose, recenti pagine di Avvenire li smentiscono.
Essere buoni e accoglienti va bene ma, a propria garanzia, è meglio assicurarsi una possibile deroga. E se è in legge tanto meglio.
E’ una deroga che si sente esprimere in una formula ripetuta e diffusa che ecumenicamente unisce credenti e non, laici e laicisti, cristiani cattolici e d’altre chiese anch’esse silenti: ‘Io non sono razzista ma…”
E se c’è bisogno di tener ferma una rassicurante deroga quale miglior oggetto d’uso di bambini indifesi? Se si parla di donne queste insorgono (ah! il femminismo!), se si parla di omossessuali si uniscono e si coalizzano nella giusta difesa della propria identità, se si parla di migranti adulti qualcuno ci ricorda che fra loro ci sono i richiedenti asilo che pur di sfuggire alla guerra rischiano di annegare e annegano … ma i neonati no, non possono parlare né alcuno può parlare per loro: sono il silente capro espiatorio perfetto da gettare alla forza invadente del pregiudizio come un osso a un cane. (vedi link relativo)

Eccezioni?

Alcuni parlamentari e senatori hanno presentato due proposte di legge per correggere lo scempio di civiltà voluto nel 2009 (rispettivamente n. 740 camera e 1562 senato, leggibili dal mio link del 9 giugno 2015) e, infine, recentissimo, il vescovo mons Bruno Forte, segretario speciale dell’assemblea dei vescovi sulla famiglia, ha ripreso correttamente la questione.
Se vogliamo conoscere le sue parole non le troviamo però nelle roventi pagine di Avvenire ma ne Il Sole 24 ore del 28 giugno scorso (il testo è riportato nel mio link datato 29 giugno) ll prossimo mese di ottobre si riunirà il sinodo sulla famiglia. Spero che non ne escano ancora una volta bambini indicati (o taciuti, ma è lo stesso) per essere senza famiglia –capri espiatori per la sicurezza delle perfidie del comune buon senso che, se lo desidera,  può giovarsi del conforto di vescovili autorità. 

Link ai documenti citati 

– LEGGE 27 maggio 1991, n.176 Ratifica ed esecuzione della convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989.
http://www.comune.jesi.an.it/MV/leggi/l176-91.htm

– come un osso a un cane – 18 giugno 2015
http://diariealtro.it/?p=3835

 

Luglio 24, 2015Permalink

20 giugno 2015 – Casa mia è la bocca di uno squalo

Questa mattina ho trovato casualmente i versi di una poetessa nata in Kenya da genitori somali ed emigrata ancora piccola in Gran Bretagna. Li ho pubblicati così come li avevo trovati, a frammenti, impegnandomi a una ricerca del testo completo. Ho continuato quasi con furia perché ritengo che la poesia abbia capacità di sintesi fulminee e imperdibili e che la scrittura sia fondamentale nella costruzione della storia. E’ difficile confrontare ‘Casa’ di Warsan Shire con gli squallidi proclami di chi ha costruito abilmente paura fino a diffondere la viltà che gli appartiene e la smemoratezza della propria storia. Non lo volevo fare e poi mi sono detta che se gli eventi dei nostri giorni diventeranno, non so quando, memoria anche questi versi potranno essere una delle guide per capire, come lo è stato ed è ‘Se questo è un uomo’ di Primo Levi che ci ha concesso di conoscere un tempo oscuro del nostro passato e non ci permette di rimuoverlo. Ringrazio Walter Tomada che mi ha segnalato, commentando il mio blog senza ricorrere alla pigra banalità del ‘mi piace’, la nota e la traduzione che segue..  

Warsan Shire

Articolo di Eleonora Terrile, blogger accreditata nel 2010 per il Festival del settimanale Internazionale a Ferrara, leggibile anche da qui.

Il giornalista Tiziano Terzani, durante una delle sue ultime interviste, disse che gli piaceva immaginare una “Congiura dei Poeti”, un piccolo gruppo di persone che si preparasse a prendere in mano e a ribaltare le sorti del mondo. Perché i poeti? Perché “Solo chi lascia volare il cuore è capace di pensare diversamente”. Ascoltando e, soprattutto, sentendo la poetessa Warsan Shire durante la performance “La Diaspora in versi”, mi sono tornate in mente le parole di Terzani. Ora sogno anche io una “Congiura dei Poeti” e vorrei vederla nascere da questa giovane donna.

La poetessa Warsan Shire è nata nel 1988 in Kenya da genitori somali in fuga dalla guerra civile. Arrivata a Londra a sei mesi è cresciuta là, entrando poi a far parte del movimento letterario dei “Black British Poets” e vincendo diversi premi letterari alle “Slam Competitions”. Con i suoi versi dà voce ai rifugiati, agli immigrati, ai respinti, ai tanti uomini, donne e bambini in fuga e alla ricerca della salvezza, di un posto qualsiasi più sicuro di una casa che è “la bocca di uno squalo, la canna di un fucile”. Il 2 Ottobre, al Festival di Internazionale a Ferrara, Warsan Shire e la traduttrice delle sue poesie Paola Splendore hanno recitato in inglese e in italiano “La Diaspora in versi”. Fra le poesie: Casa; La Central Line è rossa, la Circle Line è gialla; La Bocca di Maymuun; Domande a Miriam; Piccola Zia.

Parti del componimento poetico sono stati letti (in altra traduzione) durante l’omelia del card. Antonio Maria Vegliò alla veglia di preghiera “Morire di speranza” organizzata dalla Comunità di S. Egidio.

In una Santa Maria in Trastevere piena all’inverosimile, mentre risuonano i canti della comunità etiope e di quella siriaca, una grande croce fatta con il legno delle barche naufragate al largo di Lampedusa, attraversa la navata e viene collocata sull’altare.

Inizia così la preghiera “Morire di speranza”, promossa dalla Comunità di Sant’Egidio insieme al Pontificio Consiglio per i Migranti e i Rifugiati e un folto gruppo di associazioni cattoliche e di diverse denominazioni cristiane.

Quando si leggono i nomi di coloro che hanno perso la vita – e quanti sono i bambini tra di loro- in tanti si alzano silenziosamente dai banchi per andare ad accendere una candela. Tra il popolo ci sono anche i parenti di alcune delle vittime. E’ un momento di intensa commozione.

Segue il testo dell’omelia, leggibile anche da qui.

E infine la poesia di Warsan Shire

CASA  (traduzione di Paola Splendore)

Nessuno lascia la casa a meno che
la casa non sia la bocca di uno squalo

scappi al confine solo
quando vedi tutti gli altri scappare
i tuoi vicini corrono più veloci di te
il fiato insanguinato in gola
il ragazzo con cui sei andata a scuola
che ti baciava follemente dietro la fabbrica di lattine
tiene in mano una pistola più grande del suo corpo
lasci la casa solo
quando la casa non ti lascia più stare

Nessuno lascia la casa a meno che la casa non ti cacci
fuoco sotto i piedi
sangue caldo in pancia

qualcosa che non avresti mai pensato di fare
finché la falce non ti ha segnato il collo
di minacce
e anche allora continui a mormorare l’inno nazionale
sotto il respiro/a mezza bocca
solo quando hai strappato il passaporto nei bagni di un aeroporto
singhiozzando a ogni boccone di carta
ti sei resa conto che non saresti più tornata.

devi capire
che nessuno mette i figli su una barca
a meno che l’acqua non sia più sicura della terra
nessuno si brucia i palmi
sotto i treni
sotto le carrozze
nessuno passa giorni e notti nel ventre di un camion
nutrendosi di carta di giornale a meno che le miglia percorse
non siano più di un semplice viaggio

nessuno striscia sotto i reticolati
nessuno vuole essere picchiato
compatito
nessuno sceglie campi di rifugiati
o perquisizioni a nudo che ti lasciano
il corpo dolorante

né la prigione
perché la prigione è più sicura
di una città che brucia
e un secondino
nella notte
è meglio di un camion pieno
di uomini che assomigliano a tuo padre

nessuno ce la può fare
nessuno può sopportarlo
nessuna pelle può essere tanto resistente

II

andatevene a casa neri
rifugiati
sporchi immigrati
richiedenti asilo
che prosciugano il nostro paese
negri con le mani tese
e odori sconosciuti
selvaggi
hanno distrutto il loro paese e ora vogliono
distruggere il nostro

come fate a scrollarvi di dosso
le parole
gli sguardi malevoli

forse perché il colpo è meno forte
di un arto strappato
o le parole sono meno dure
di quattordici uomini
tra le cosce
perché gli insulti sono più facili
da mandare giù
delle macerie
delle ossa
del corpo di tuo figlio
fatto a pezzi.

voglio tornare a casa,
ma casa mia è la bocca di uno squalo
casa mia è la canna di un fucile
e nessuno lascerebbe la casa
a meno che non sia la casa a spingerti verso il mare
a meno che non sia la casa a dirti
di affrettare il passo
lasciarti dietro i vestiti
strisciare nel deserto
attraversare gli oceani

annega
salvati
fai la fame
chiedi l’elemosina
dimentica l’orgoglio
è più importante che tu sopravviva

nessuno se ne va via da casa finché la casa è una voce soffocante
che gli mormora all’orecchio
vattene
scappa lontano adesso
non so più quello che sono
so solo che qualsiasi altro posto
è più sicuro di qua.

Giugno 20, 2015Permalink