18 dicembre 2018 – Monza la senatrice a vita Liliana Segre, 88 anni, al Teatro Manzoni

Non riesco a riportare la relazione dello straordinario incontro fra la senatrice Segre e gli studenti di Monza e Brianza senza premettere un mio appello che so  inutile. Non posso tacere perché sono in grado di capire  cosa significhi non  esistere in relazioni riconosciute, conosco l’indifferenza che tante volte ho sperimentato nella richiesta – sostenuta da pochi – di dire quel no che nel mio appello pronuncio.
Non si tratta di bilanciare un intervento con un altro in un momento di difficoltà finanziarie ma di affermare il diritto di chi non  può tutelarsi da sé. Non costa nulla a nessuno.

Personalmente penso a questa indifferenza come spregio alla Costituzione che nell’art 10 afferma
“L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”.

Vorrei che la lettura del passo che segue desse agli italiani – nelle istituzioni e nella società che si presenta civile – la dignità di dire il loro NO alla negazione del certificato di nascita imposta nel 2009 con la legge chiamata ‘pacchetto sicurezza’.Sono ormai certa che non  sarà così: in parlamentari eletti e quelli che sperano di continuare ad esserlo, coloro che si candideranno per le elezioni europee, i responsabili di associazioni che pretendono di far cultura, le associazioni di donne che si ostinano a non  voler prendere responsabile coscienza dell’esistenza di madri loro simili cui non è concesso dire ‘questo è mio figlio’, davanti al loro bambino.
Ricordo che anche i vescovi italiani – pur promuovendo il proprio ruolo di difensori delle persone più fragili e dei gruppi a rischio – a questi piccoli fantasmi hanno voltato spietatamente le spalle.

L’incontro di Liliana Segre con gli studenti di Monza e Brianza: «Impegno contro intolleranza e istigazione all’odio»

La senatrice a vita Liliana Segre ha incontrato 800 studenti di Monza e Brianza. Sopravvissuta ad Auschwitz, ha raccontato la persecuzione e l’indifferenza vissuta dopo l’emanazione delle leggi razziali. Ha presentato una proposta di legge in Senato contro gli hate speech. Monza le ha detto: “Grazie”.
Alla fine di un’ora di racconto di una vita, in un silenzio assoluto, tra gli ottocento studenti delle scuole di Monza e Brianza si leva un “grazie”, squillante e solitario. Un grazie a Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, senatrice della Repubblica dal gennaio di quest’anno, tornata a Monza, per parlare ai ragazzi a 80 anni dall’emanazione delle leggi razziali.
Sul palco, sono tantissimi a voler stringere la mano, dirle personalmente grazie, per il dono della sua testimonianza di sopravvissuta ad Auschwitz.
“Cosa vuole chiedermi ancora che non abbia già raccontato?”, mi domanda sorridendo e accarezzandomi il viso.
Parliamo di oggi, dell’attualità del suo messaggio, di quello che prova davanti alla violenza che pervade discorsi politici, la vita quotidiana.
“In Senato – dice – ho presentato un disegno di legge contro gli hate speech, i discorsi di odio. Vorrei che si istituisse una commissione parlamentare d’indirizzo e controllo sui fenomeni dell’intolleranza, razzismo e istigazione all’odio sociale. C’è violenza non solo in politica, ma anche nelle riunioni condominiali, in auto durante un sorpasso…”.
Liliana Segre parla volentieri soprattutto dei giovani: “Mi sento la loro nonna, ho tre nipoti maschi, i miei gioielli che hanno la stessa età di questi ragazzi. Quando sono diventata nonna del primo, Edoardo, ho capito che era arrivato il momento di iniziare a parlare, raccontare la mia storia.
Lo faccio per quei sei milioni di persone che non hanno potuto tornare e raccontare”.
“Non posso avere la certezza che tutti recepiscano il mio messaggio, ma qualche volta vedo i risultati. Non mi illudo che siano tutti candele della memoria, ma se anche solo uno porterà questa testimonianza con sé sarà valsa la pena”.

Il racconto di Liliana Segre del resto è partito con una richiesta: “Toglietemi per favore questa luce dagli occhi, perché voglio vedere i volti di questi ragazzi, voglio raccontarvi una storia che è la mia, personale e vera”.

Così, quasi guardandoli uno per uno racconta di Liliana bambina: “Perché anche quando diventerete tanto vecchi come me, voi resterete i ragazzi che siete oggi, ognuno resta quello che è stato”.
La memoria torna a quell’estate del 1938, a lei orfana di mamma, cresciuta in una famiglia ebrea della piccola borghesia milanese, non religiosa. La “principessa” di papà Alberto. È proprio lui a doverle dire che è stata espulsa da scuola. “Ma perché? Cosa ho fatto di male?”. Una domanda che ancora la agita, a cui non ha trovato una risposta.
Subito ricorda anche l’indifferenza, parola che ricorre spesso nei suoi discorsi e campeggia a caratteri cubitali sul palco del Manzoni. “Ricordo l’indifferenza del maggior parte degli italiani, in pochi hanno continuato ad invitarci e a parlarci. Della maestra e delle ex compagne mi indicavano sghignazzando mentre passavo davanti al cortile di quella che non era più la mia scuola”.

Tra le famiglie ebree di Milano c’è chi inizia a pensare di partire, lasciare l’Italia per gli Stati Uniti: “Si salvarono tutti. Genitori, figli, nonni persino il servizio dei bicchieri”. Ma per il papà di Liliana la decisione di partire arriva troppo tardi, frenato dalla preoccupazione di lasciare soli gli anziani genitori malati.

Per scappare dalle bombe su Milano anche Liliana come molti milanesi trova rifugio in Brianza, a Inverigo, poi inizia a nascondersi da amici “eroici” quelli veri che rischiano la propria vita nella speranza di salvare lei.

“A caro prezzo mio padre ottiene documenti falsi, ricordo contrabbandieri truci, interessati al denaro – dice – li ho paragonati ai trafficanti di uomini di oggi, a chi organizza i barconi dalla Libia”.

La felicità di essere quasi salvi dopo una notte in montagna per arrivare al confine svizzero dura poco e si scontra con il ghigno di un gendarme svizzero: “Ci guardò con disprezzo enorme, ci disse che eravamo imbroglioni che non era vero che eravamo perseguitati, che volevamo solo fuggire dalla guerra. Mi buttai ai suoi piedi, gli stringevo le gambe, piangevo. Non ci fu nulla da fare”.
Liliana Segre racconta questo episodio e la recente visita a Lugano dieci giorni fa quando il consigliere cantonale ha voluto chiederle scusa. “È stupefacente che ci siano voluti 75 anni per queste scuse e solo ora che sono diventata senatrice”.

Quel gendarme svizzero cambia il corso della sua vita. Sarà arrestata con il padre portata al carcere di Varese, poi Como e San Vittore, mentre i nonni furono deportati e gasati dopo che qualcuno ne denunciò la presenza in cambio di 5mila lire.
Chiusa a San Vittore a 13 anni senza aver fatto nulla di male, Liliana Segre attende il padre che era sottoposti ad interrogatori violenti. “Abbracciavo quel padre che era diventato anche fratello, figlio. Un padre che si sentiva perdente, che non poteva darmi risposte, che aveva il rimorso di non avermi portato via prima”.

Segue il lungo racconto del viaggio dal binario 21, quello delle merci e degli animali, ma prima di lasciare San Vittore Liliana Segre capisce cosa sia la pietà umana. “I detenuti comuni che ci videro uscire in fila ebbero gesti straordinari. Ci gridavano che Dio vi benedica, qualcuno ci diede un frutto”.
I sette giorni di viaggio furono gli ultimi trascorsi con il padre: “Un vagone promiscuo, con un secchio per i bisogni che si riempi subito, 600 persone stipate, senza acqua . I treni per Auschwitz avevano la precedenza su tutti, nessun macchinista si fermò, nessun capostazione intimò l’alt”. Indifferenza appunto.

Arrivati ad Auschwitz lasciò per sempre la mano del padre che non rivide più.

“Sono sopravvissuta per caso – dice – non sapevo le lingue, ero una bambina tredicenne, ma fui scelta per fare l’operaia- schiava, fu la mia salvezza perché lavoravo al coperto”.
Rasata, tatuata, con un corpo che non era più il suo, lavora in una fabbrica di munizioni. È quiche incontra un professore di storia belga.
“Avevo l’età di sua figlia che non c’era più. Io gli portavo il materiale e lui mi dava brevi lezioni di storia. Era il momento in cui ci sentivamo ancora liberi: lui professore, io studentessa di seconda media”.

L’altro incontro che segna la sua vita è quello con Janine , l’operaia francese a cui la macchina aveva troncato due falangi. “Alla selezione io passai , lei fu bloccata. Ero così felice di essere ancora viva che non fui capace di pietà, non mi voltai. Ero diventata una lupa, affamata ed egoista. Fui vigliacca. Non le dissi nemmeno “Coraggio””.
Il 27 gennaio 1945 arrivano i russi ad Auschwitz e per Liliana Segre inizia la marcia della morte. Settecento chilometri dalla Polonia alla Germania, un passo davanti all’altro, senza cadere, senza potersi appoggiare a nessuno”.

Un gruppo di soldati francesi le dicono di resistere: “La guerra sta per finire, i tedeschi perdono su due fronti”. Lei e altre due italiane sopravvissute, sono ormai degli ectoplasmi. Alla fine di aprile vedono aprire il cancello del campo, dopo il grigiore del lager c’è il miracolo di calpestare un prato di primavera.

“I soldati tedeschi abbandonano le divise, si mettono in borghese davanti a noi. Ho l’immagine di un generale che si toglie la divisa davanti a me, getta la sua pistola per terra. Sta scappando dalla sua famiglia, dai suoi bambini. In quel momento ho avuto forte la tentazione di prendere quella pistola e ucciderlo”.

“Stavo per chinarmi, ma per fortuna non lo feci. Capii la differenza tra me e il mio nemico, io avevo scelto la vita ero diversa da lui e in quel momento sono diventata quella donna libera e di pace che sono anche adesso”.

Rosella Redaelli

https://www.ilcittadinomb.it/stories/cultura-e-spettacoli/lincontro-di-liliana-segre-con-gli-studenti-nel mio blogdi-monza-e-brianza-vorrei-una-com_1297329_11/

Ho presentato la proposta di legge cui la senatrice Segre fa riferimento  il 29 ottobre scorso nel mio blog
S. 362  Istituzione di una Commissione parlamentare di indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza.

Dicembre 18, 2018Permalink

16 dicembre 2018 _ Giovedì scorso è morto Antonio Megalizzi

Megalizzi era un giornalista volontario di Europhonica, una web radio dedicata all’Europa, la sua passione. Pochi minuti prima dell’attentato era nella sede del Parlamento Europeo per fare un’intervista.
Nel 2015 il giovane italiano ucciso nell’attentato di Strasburgo aveva scritto questo racconto che richiama, per chi li voglia vedere, molti elementi alternativi al pensiero corrente, nutrito dal veleno del ‘buon senso’ comune..
È il racconto di un missile che aveva paura di volare. Dentro ci sono i pensieri di un’arma di morte che voleva solo vivere, per conoscere il mondo intero. Si intitola “Cielo d’acciaio” .
Antonio Megalizzi lo aveva pubblicato il 12 marzo 2015 con Ilmiolibro.it – piattaforma web di self-publishing del Gruppo Gedi.

Il missile ragiona, si interroga, cerca dei perché. Non li trova. Dice tra sé: “Fino a dieci minuti fa dovevo solo salvare il mio paese, dovevo mettere al sicuro il mondo. Al sicuro da cosa poi? Non ce lo hanno mai spiegato. Riesco ad intravedere le finestre degli appartamenti di fronte. Ci sono armadi, tavoli, cucine, sedie. Vedo persone che scappano, che urlano, che prendono infanti in braccio e se li portano via”. Un momento. C’è anche un orsacchiotto in una di quelle case che il missile sta per distruggere, suo malgrado. E se c’è un orsacchiotto, sarà forse rimasto pure un bambino. “Potrei fare amicizia col bimbo intanto che arrivano. Sembra simpatico. Chissà come si chiama? Jaamal? Salem? Taamir?”. Ma la corsa folle non si ferma. La violenza esplode. “Adesso io sono distrutto. Adesso ho distrutto loro. Il mondo è finalmente salvo?”.

Lo sguardo è aperto, libero, l’ideale pacifista.
Antonio Megalizzi – morto a 29 anni per mano del coetaneo Chérif Chekatt, vittima del suo integralismo – era così.

Si può leggere dalla voce il mio libro, ma per sicurezza, ne trascrivo anche il link.
https://ilmiolibro.kataweb.it/storiebrevi/404111/cielo-dacciaio/

Dicembre 16, 2018Permalink

15 dicembre 2018 – Il missile che aveva paura di volare

Cielo d’acciaio di ANTONIO MEGALIZZI  (morto a Strasburgo il 13 dicembre 2018)

Sento il vento penetrare sulle lastre metalliche del mio corpo longilineo. A malapena in questo momento riuscirei a leggere il nome stampato sul fianco destro. Sembra un codice fiscale: AGM – 158 – JASSM.
Durante le prove ascoltavo i miei costruttori rassicurare omaccioni in divisa militare riguardo le potenzialità del mio futuro operato.
«Ha per propulsore un turbogetto Teledyne CAE J402, e possiede un sistema di navigazione inerziale che aggiorna i dati attraverso il Global Positioning System».

Tele cosa? Global che?

«Possiamo piazzarli sugli F-35 o sugli F-16. Volano che è un piacere».

All’epoca non sapevo che mi avrebbero fatto volare davvero, e se l’avessi saputo avrei stoppato tutta la preparazione. Io ho paura di volare!
Anche perché tutti gli amici che si sono allenati con me non sono più tornati: AGM – 88 – HARM, AS – 9- KYLE, AGM – 62 – WALLEYE.

Quest’ultimo mi inquietava un sacco: diceva che il nostro compito era quello di salvare il mondo dalla minaccia del terrorismo. Dovevamo distruggere per non farci distruggere. Che è un po’ come dire che bisognerebbe accoltellare gente a caso per strada perché uno di questi un giorno potrebbe farlo a te.
Comunque anche lui è partito e mai più tornato, anche se i discorsi strani qui continuavano a farli. Prima della partenza sentivo gli stessi omaccioni della sala test vantarsi con altri militari inferiori di grado riguardo alla potenza del mio lancio.

«Se dimostra di fare il bravo bambino lo vendiamo alla Finlandia e alla Corea. Costa tanto ma rende bene».

Chissà se vedrò mai la Finlandia. O la Corea.
Al momento scorgo solo una distesa pianeggiante di sabbia arida e di pietre sudate.

Corro. Volo.
Raggiungo i 500 km/h, roba che neanche una Maserati truccata, o una Bugatti Veyron guidata da Alonso.
Inizio ad avere paura: l’addestramento finiva qui. Non conosco i passi successivi al lancio, non me li hanno mai raccontati.
Come mi devo comportare ora? Dove devo andare?

Gli omaccioni hanno pianificato metro per metro la mia traiettoria e dovrei sentirmi tranquillo, ma negli allenamenti il tutto finiva nel giro di due minuti mentre ora, che ne sono passati almeno quattro, sento la pressione dei miei motori che aumenta vertiginosamente.
Ansia. La cosa mi spaventa.
Esiste un tasto per spegnermi?
E se aprissi un paracadute e cadessi nel vuoto?
Il deserto mi accoglierebbe, dopotutto non gli ho fatto nulla.

700km/h.

Mi sembra di esplodere. Ogni mio componente invoca aiuto.
È assurdo che coloro che mi hanno costruito e cresciuto con tanta cura ora se ne freghino.
Amici? Dove siete? Mi sentite?
Vedo qualcosa all’orizzonte. Sembra un cumulo di case e macerie.
Forse è là che devo andare, forse è là che mi aspettano tutti.
AGM – 88 – HARM? AS – 9- KYLE? AGM – 62 – WALLEYE? Ci siete anche voi vero?

Ragazzi? Come si spegne quest’affare? Devo arrivare fin là?
Più mi avvicino e più prendo velocità. La cosa mi preoccupa.
Inizio a tremare. Sento un caldo infernale provenire dal mio interno, come se stessi già bruciando.

Spegnetemi amici! Ho bisogno di voi! Mi sentite?

Vedo le case del paese a pochi metri da me. Devo capire come arrestarmi, altrimenti rischio di fare male a qualcuno.
Ragazzi? Mi spegnete? Sto finendo contro delle case! Rischio di fare qualche danno!
Perché nessuno mi sente? Dove sono finiti tutti?
Eppure fino a dieci minuti fa dovevo salvare il mio paese, dovevo mettere al sicuro il mondo. Al sicuro da cosa poi? Non ce l’hanno mai spiegato.

Riesco ad intravedere le finestre degli appartamenti di fronte. Ci sono armadi, tavoli, cucine e sedie. Vedo persone che scappano, che urlano, che prendono infanti in braccio e se li portano via.

Scusate ragazzi! Non volevo spaventarvi. Adesso mi fermano e risolviamo! Tranquilli!
Tranquilli si, ma la velocità qui aumenta.

Adesso vedo un orsacchiotto. È giallo, con gli occhi marroni e il papillon rosso. Si trova appoggiato alla finestra con la testa leggermente inclinata verso il basso.
Chissà come si chiama? Dudu? Max? Orbit? Orbit mi piace. Si chiamerà Orbit.

Mi trovo a pochissimi metri da Orbit e dalla sua finestra e spero vivamente che mi fermino prima di romperla. Chi la sente la famiglia che ci abita poi? Come glieli restituisco i soldi che servono? Dovrei almeno attendere che mi vendano alla Finlandia o alla Corea.

Orbit si fa vicinissimo. Intravedo un taglio sopra l’occhio destro. Sarà caduto giocando?

Povero orsacchiotto, spero che lo riparino. Non è un bello spettacolo, anche perché la sua imbottitura di kapoc bianco latte stona un po’ sul giallognolo del tessuto da peluche.

Vedo anche una mano ora. Si è poggiata sugli occhi di Orbit. È una mano minuscola, che a malapena riesce a coprire le sue pupille.
Forse non vogliono che Orbit guardi me. Magari gli hanno detto di evitarmi.
Eppure sono buono, sto avvisando tutti del mio arrivo e chiedendo ai miei amici di spegnermi così non faccio male a nessuno.
Quegli sbadati.
Potrei fare amicizia col bimbo intanto che arrivano. Sembra simpatico.
Chissà come si chiama? Jaamal? Salem? Taamir?
Taamir mi piace. Si chiamerà Taamir.
Taamir indossa una maglia bianca sporca di rosso, dei pantaloncini blu e delle scarpe grigie. Ha i capelli a caschetto, neri come il petrolio.

Arrivato alla finestra scopro che questo Orbit deve stare davvero simpatico a tutta la famiglia: oltre a Taamir anche un uomo sulla quarantina e una donna col velo si stringono forte a lui!

Chissà come si chiamano?
Muhammad e Basheera? Saeed e Lateefa? Rashid e Jameela?
Rashid e Jameela mi piacciono. Si chiameranno Rashid e Jameela!
Rashid ha un viso sconvolto. Tiene stretto a sé il piccolo Taamir che non accenna a staccarsi da Orbit. Jameela piange. Non capisco perché. Forse ha paura.

Ragazzi, c’è un malinteso, voglio solo esservi amico! Adesso mi spengono. Ve lo prometto!

Entro in casa urlando a più non posso di frenarmi ma nessuno mi sente. Né AGM – 88 – HARM, né AS – 9- KYLE, né tantomeno AGM – 62 – WALLEYE. Per non parlare degli omaccioni in divisa che volevano vendermi alla Finlandia o alla Corea.
La casa intanto si illumina e tutto quello che prima vedevo in piedi in una frazione di secondo giace esanime a terra, tra sabbia, plastica, ferro, mattoni e altre macerie.
Ho finalmente stretto amicizia con la mia nuova famiglia, solo che non credo si siano accorti di me.
Giacciono anche loro al mio fianco, con la testa verso il cielo, quella distesa azzurra che solitamente si fa paesaggio dei desideri più audaci di grandi e piccini.

Il mio cielo, il loro cielo, che da sogno si è trasformato in incubo.

Da quando in qua bisogna aver paura di qualcosa di tanto bello?

E mentre anche io sto per addormentarmi, tra gli ingranaggi distrutti e rumorosi del mio motore e delle urla anonime in lontananza, mi faccio la domanda che forse anche AGM – 88 – HARM, AS – 9- KYLE ed AGM – 62 – WALLEYE si sono fatti: Adesso io sono distrutto. Adesso ho distrutto loro. Il mondo è finalmente salvo?

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Dicembre 16, 2018Permalink

28 ottobre 2018 – Il Nobel per la pace 2017

Il Nobel per la pace 2017 sarà assegnato all’International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN) [fonte 1]

Il prossimo 10 dicembre a Oslo l’International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN) riceverà il Premio Nobel per la Pace. A Oslo ci sarà anche una delegazione italiana, in rappresentanza di Rete Italiana per il Disarmo e Senzatomica, che aderiscono a ICAN. Tra loro, Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo.

Così i componenti della delegazione italiana che si recherà ad Oslo il prossimo 10 dicembre rispondono all’intervistatrice Sara De Carli [fonte 2]

Come vi state preparando?
La consegna del Premio Nobel è un momento formale importantissimo, che la campagna internazionale sta costruendo come momento di rinnovata attenzione alle campagna e ai suoi temi. Sia con una forte presenza a Oslo e sia con iniziative territoriali, il desiderio è che quel giorno venga celebrato in maniera forte <…>.
Ci saranno iniziative anche in Italia, ad esempio a Ivrea e Brescia.

Quali sono i momenti forti previsti?
Ovviamente la consegna del Premio Nobel, che verrà ritirato da Beatrice Fihn, direttrice di ICAN e da Setsuko Thurlow, una hibakusha *, sopravvissuta alla bomba atomica di Hiroshima, che aveva una dozzina d’anni quando scoppiò la bomba. È una scelta forte, non solo accettare il Nobel ma farlo chiedendo a una hibakusha di essere lì insieme a noi a ritirare il premio, che è un premio che va anche a tutti gli hibakusha che per settant’anni hanno chiesto con la loro carne di mettere al bando le armi nucleari. La Campagna internazionale ha invitato tutte le campagne nazionali a festeggiare, quindi la tradizionale fiaccolata che nel pomeriggio celebra la consegna del Premio Nobel per la Pace sarà la più grande mai fatta, perché a Oslo arriveremo davvero in molti. Un terzo momento sarà l’inaugurazione della mostra su ICAN, perché ogni nuovo Nobel ha una sezione dedicata: la mostra ripercorrerà la storia di ICAN, anche con i contributi delle campagne nazionali, sarà un modo per dire cosa è stato fatto e perché il Nobel per la Pace è stato assegnato a ICAN.
(nota * Hibakusha è il termine giapponese per designare i sopravvissuti al bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki. Letteralmente il termine significa “coloro che sono stati colpiti dal bombardamento” ed è composto da tre ideogrammi: riceve/subire, esplosione, persona).

Ce lo ha ricordato ieri peacelink con un appello di p. Zanotelli .[fonte 3]
Dalla Svezia agli USA – fra speranze di pace e certezza di stragi
Mentre si rinnovava l’attenzione alla prossima consegna formale al Nobel per la pace nella sinagoga ‘The Tree Live’ di Pittsburgh si consumava una strage antisemita [fonte 4]
Non è mancato l’agghiacciante commento del presidente Trump che, silente devoto custode del mercato delle armi, ne ha approfittato per proclamare con tempestivo cinismo : «Dobbiamo indurire la pena di morte, chi fa questo a degli innocenti deve pagare l’estremo prezzo».

Qualche sovranista nostrano si ricorderà di Cesare Beccaria?
Voglio tranquillizzare subito i signori sovranisti  (sia impudichi aggressivi che volonterosi proni in un pur mobile seguito ).
Non si affannino a farne ricerche sui social. Cesare Beccaria é’ morto nel 1794.
Lo troveranno in biblioteca con un’opera che fa onore alla cultura giuridica italiana: Dei delitti e delle pene.

FONTI:
[fonte 1] https://www.youtube.com/watch?v=AkcNDibD8K8
[fonte 2] http://www.vita.it/it/article/2017/12/06/ican-cosi-ci-prepariamo-a-ricevere-il-nobel-per-la-pace/145368/
[fonte 3] Un appello di peace link
https://www.peacelink.it/pace/a/45827.html?fbclid=IwAR3CQfUtsrimGI1fO7TbH_PEvv2Q1SntTtR5ioL4KmBciYjREj1UfalKlFg
[fonte 4]
http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Attacco-armato-nella-Sinagoga-di-Pittsburgh-in-Pennsylvania-morti-77b04c90-cfb0-4419-8313-77c3255a4656.html

Ottobre 28, 2018Permalink

8 settembre 2018 – Solo qualche data

25 luglio 1943 il Gran Consiglio del fascismo sfiducia il capo del Governo Benito Mussolini che fu imprigionato al Gran Sasso. Il re nominò capo del governo il maresciallo Pietro Badoglio.

8 settembre 1943
L’armistizio di Cassibile, fu siglato segretamente il 3 settembre 1943 e proclamato l’8 settembre dal generale Badoglio con un annuncio letto ai microfoni dell’Eiar
Il Governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza”.

12 settembre Il capitano delle SS Otto Skorzeny liberò Benito Mussolini.
23 settembre Nascita della Repubblica di Salò che comprendeva le regioni del Centro-Nord a eccezione del Trentino, dell’Alto-Adige, della provincia di Belluno, del Friuli e della Venezia Giulia, dell’Istria, annesse di fatto al Terzo Reich con la denominazione di Adriatisches Küstenland (Litorale Adriatico) .

Una questione complessa
Dopo l’armistizio dell’8 settembre l’esercito italiano, lasciato senza ordini, soprattutto per quanto riguarda l’atteggiamento da tenere verso l’ex alleato tedesco, si dissolse.
Se un giorno avrò tempo cercherò di fare una sintesi della questione.
Per ora annoto due termini: repubblichino e Internato Militare che di per sé necessiterebbero di un’ampia analisi.
Per ora mi limito a un cenno sul termine “repubblichino .
Il termine già usato da V. Alfieri in una lettera a Mario Bianchi del 15 aprile 1793 (“Che belle fughe che han fatto i nostri repubblichini dal 1° marzo fino al 26!”) fu riesumato, con valore spregiativo, per la prima volta da Umberto Calosso in una trasmissione di radio Londra, alla fine del 1943, sii diffuse in Italia per indicare dapprima i soldati chiamati alle armi e poi i dirigenti, e più genericamente i sostenitori e i seguaci, della Repubblica Sociale Italiana

Settembre 8, 2018Permalink

19 aprile 2018 – ACCADE OGGI

Accade oggi: 19 APRILE 2018, AULA V PALAZZINA A, ORE 11.30.

La giornalista di Repubblica Federica Angeli testimonia contro due esponenti del clan di Ostia accusati di tentato duplice omicidio. 

APPUNTAMENTO CON LA LIBERTÀ
Ho visto chi c’era quella notte del 16 luglio 2013 in cui quattro persone – 2 del clan Spada e 2 del clan Triassi – tentarono di uccidersi a colpi di pistola e coltelli sotto casa mia.

Il boss intimò al quartiere affacciato alla finestra di rientrare. Non c’era niente da guardare. Rientrarono tutti. Rassegnati, impauriti. Le tapparelle si abbassarono in un rumore desolante che difficilmente dimenticherò.
Io no. Io rimasi sul mio balcone. Avevo visto tutto. E domani andrò a raccontarlo,
dopo 1736 giorni di vita sotto scorta.
Benzina, proiettili, minacce di morte a me, ai miei figli, intimidazioni, calunnie, diffamazioni, violenze. Ce l’hanno messa tutta per farmi mollare.
Domani andrò in quell’aula. E sarà la mia libertà.
Libertà di non essermi piegata alle loro regole, libertà di restare me stessa e non derogare ai miei principi. Libertà di aver descritto in una un’inchiesta l’omertà del mio quartiere e di rompere quello schema. Libertà di avere paura ma di combatterla con tutte le mie forze.
Libertà che è libertà.
E come canta Califano: “Chi mi vuole prigioniero non lo sa che non c’è muro che mi stacchi dalla libertà.
Libertà che ho nelle vene, libertà che mi appartiene, libertà che è libertà”
#amanodisarmata

Ho copiato il testo che precede dal blog della giornalista

 

Aprile 19, 2018Permalink

17 aprile 2018 – Il mondo “alle prese con una terribile guerra mondiale a pezzi” (papa Francesco)

Peter Bruegel il vecchio- Un cieco conduce altri ciechi

Il conforto della paura.
Mentre la guerra distrugge interi paesi in Medio Oriente – vittime di interessi internazionali – in Italia si gioca contro chi, per essere demonizzato come diverso, può essere ridotto a oggetto della paura che una abile politica di lungo periodo (ho cominciato ad occuparmene negli anni ’90) ha proposto alla condivisione compiacente di molti.
E’ stato necessario ridurre lo spazio dell’osservazione a un ipotetico cerchio da tracciare attorno ai propri piedi e ragionare all’interno di quello, manipolando l’informazione e la capacità critica.
E anche questa è guerra, guerra a pezzi
Se usciamo da quel cerchio paralizzante e proviamo ad analizzare il nostro pezzo di guerra ne troviamo molti esempi, esempi di indottrinamento alla paura paralizzante, quella che suggerisce l’affido ai leader portatori di salvifiche irresponsabili e oscene ricette di comodo.
E troviamo anche la mafia chi si assume, a nome di una lunga tradizione, il compito di gestire la società come fosse uno stato parallelo.
C’è anche chi alla mafia (e al suo contesto devastante) si oppone.
Il 19 aprile una giornalista, FEDERICA ANGELI, che da cinque anni vive sotto scorta per aver trovato lo spazio, le parole, il coraggio di dire ciò che ha saputo vedere, tornerà a testimoniare in tribunale.
Ho raccolto alcuni articoli (tutti assicurati dalla loro fonte che trascrivo in calce) e nel primo emerge un elemento importantissimo: la capacità di costruire per i suoi bambini una sorta di persino giocosa normalità.
Federica Angeli ci propone una figura di madre che si sottrae ai luoghi comuni della tradizione cara al nazionalismo, trasforma la responsabilità che le appartiene anche come madre in una scelta di vita che non la confina dentro le mura della sua casa, mura che in altre situazioni non sono una difesa ma la protezione di un rischio.
Ce lo testimoniano le cronache quotidiane.
La vicenda di Federica mi ha fatto tornare in mente una vecchia lettura (risale alle inquietudini dei miei vent’anni quando cercavo di capire un vizio che non ho perso).
E’ un indimenticabile articolo di Giovanni Papini del 1914. In Europa c’era la guerra. L’Italia ancora non vi partecipava non perché la rifiutasse ma perché non aveva deciso da che parte fosse utile stare.
Il macello sarebbe venuto meno di una anno dopo.
In quello scritto (che si trova più sotto) si può leggere “Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne”.
Oggi si usa un linguaggio diverso per offrire alla paura e all’odio chi viene da altrove e fingere che anche le madri di quell’altrove non siano ‘come noi’.
E’ la nostra guerra in fatti e parole.

16 Aprile 2018 Ostia, le minacce in aula alla cronista: “Giornalaia, pensa alla famiglia” [fonte 1 e fonte 2]
L’imputato al processo in cui è parte lesa Federica Angeli: “Non è così che fai carriera” di MARIA ELENA VINCENZI

ROMA. Le disse: “Federì, sei giovane, hai una famiglia”. Ma non era una minaccia, secondo lui. Solo un consiglio. Eppure, è stato lui stesso, Paolo Riccardo Papagni, socio e fratello del presidente di Assobalneari, sentito come imputato nel processo per tentata violenza privata ai danni della giornalista di Repubblica Federica Angeli, a raccontare della volta in cui, nel tentativo di bloccare un’intervista, le disse quelle spaventose parole.

Federica Angeli e il coraggio di combattere la mafia scritto da Federica Ginesu il 16 Aprile 2018 [fonte 3 – Il sole 24 ore]
19 aprile entrerà di nuovo in un’aula di tribunale e testimonierà ancora perché è la mafia che deve avere paura. Nonostante quella busta arrivata qualche giorno fa. Dentro un proiettile. L’ennesima intimidazione non l’ha fermata. Federica Angeli si batte senza sosta per la verità. Racconta con la sua penna, non cede all’omertà. Rischia la sua vita perché crede nella giustizia. Al Festival del Giornalismo di Perugia, la giornalista in prima linea del quotidiano La Repubblica è simbolo incarnato di coraggio, di un giornalismo che nonostante le difficoltà, il precariato e i bavagli non molla.
Cronista di nera e giudiziaria, Angeli da cinque anni vive sotto scorta. Le sue inchieste hanno denunciato il malaffare del quartiere di Roma in cui è nata e in cui continua a vivere: Ostia. 22 chilometri dal Colosseo, l’affaccio della Capitale sul Mediterraneo. È il suo territorio, il campo di indagine che ha studiato e analizzato. Una frazione litoranea geograficamente spartita tra i clan Triassi, Fasciani e Spada. «A Roma la mafia non ha un nome. E non nominarla significa non riconoscerla e identificarla» dice mentre ripercorre le tappe del lavoro giornalistico iniziato nel 2013 che ha contribuito all’arresto per mafia nel gennaio di quest’anno di 32 persone del clan Spada, l’organizzazione criminale che minaccia Angeli e la sua famiglia. «C’è ancora una forte resistenza nel riconoscere l’esistenza di una mafia che parli l’accento romano. Nella nostra cultura la mafia è una piaga che riguarda solo il Sud Italia, respingere l’idea che possa esistere a Roma è come allontanare il problema» spiega la giornalista durante l’incontro di Perugia.
Angeli riesce a scoprire che gli Spada dediti a estorsioni e pizzo, la manovalanza del crimine, vogliono espandere la loro influenza agli stabilimenti balneari. Mentre sta operando delle verifiche sul campo che possano suffragare la sua inchiesta, la giornalista arriva all’“Orsa Maggiore”, uno degli stabilimenti più belli di Ostia sottratto con un sotterfugio in cinque giorni alla famiglia che lo gestiva da oltre trent’anni. Il 23 maggio Federica Angeli con due cineoperatori entra dentro il chiosco e chiede di parlare con il titolare. Si trova davanti Armando Spada, uno degli uomini di spicco del clan. È la prova giornalistica che sta cercando. Incomincia a fare domande, lo incalza e Spada si spazientisce. La rinchiude per ore in una stanza, la sequestra. La minaccia, le fa capire che potrebbe far del male ai suoi tre bambini, le intima di occuparsi di altro. «Non rispondevo alle sue domande perché avevo paura» – ricorda. “Non ti sei accorta che sono 40 anni che comandiamo?” Le dice il boss che aggiunge “Sono tutti qua nelle nostre mani: la politica, le guardie, la pubblica amministrazione”. Intanto i due cameramen che la accompagnavano simulano di aver cancellato i filmati girati e Angeli e la sua troupe vengono lasciati andare.
«Avevano comandato Ostia con la complicità di tutti, di noi cittadini, persino di noi giornalisti che non avevamo saputo raccontare quella realtà, come era caduta in basso. Ostia viveva con le luci spente, perché dove c’è il buio proliferano le mafie, diventano forti e si irrobustiscono» è il monito di questa donna impavida che confessa di essersi sentita piccola e impotente davanti alle parole spavalde della mafia. Dopo il terribile episodio, Angeli sceglie però di non demordere e non si arrende. Continua la sua inchiesta per dimostrare la collusione di commercianti, imprenditori, politici, poliziotti. Un sistema che viene riconosciuto anche dalla magistratura. Gli arresti poi le daranno ragione.
È però una notte a segnare la sua vita. Il 16 luglio del 2013. Nel giro di sei ore Federica Angeli si trova sotto scorta. Angeli è già a letto quando sente una ragazza urlare. Si sporge dal suo balcone e assiste a uno scontro a fuoco tra il clan Spada e il clan Triassi. Non è l’unica a essere svegliata dai colpi di pistola. Tante persone si sono affacciate alle finestre, ma uno dei boss presente alla sparatoria intima a tutti di rientrare dentro casa e la gente obbedisce. Federica Angeli diventa così l’unica testimone oculare del tentato omicidio a cui ha appena assistito. Si veste per andare in commissariato, ha riconosciuto i mafiosi. «Ho pensato a quelle pallottole vaganti e ai miei figli. Lo dovevo fare anche per loro». Squarcia così l’omertà. Va a fare i riconoscimenti fotografici. «Non ero certa di vincere questa battaglia. Ma almeno non ero come loro. Ho scelto di non essere come loro».
Federica viene privata della sua libertà. Minacciata di morte continuamente. Trova gli uomini del clan al bar mentre prende il caffè con le amiche, occhi che la fissano per farle capire “Ti trovo quando voglio”, il messaggio esplicito. La paura diventa inquilina quotidiana di vita che cerca di prosciugare le energie. Bisogna stare continuamente all’erta, captare ogni segnale, anche se la scorta la protegge e la segue ovunque. «Ai bambini ho detto che la mamma aveva pubblicato un bellissimo articolo ed era stata premiata con degli autisti». Essere sotto scorta significa però niente più giornalismo d’inchiesta. Una rinuncia pesantissima per lei che vive di una vocazione che è ragione di vita. Di notte le urlano “infame” sotto la sua finestra. Federica prende spunto dal film “La Vita è bella” di Roberto Benigni per cercare di spiegare ai suoi piccoli quello che sta succedendo. «Dicevo loro che più i nostri nemici urlavano, più significava che avevano paura di noi». Arriva anche la benzina sotto la porta di casa e Angeli inventa il gioco dell’ “acchiappaliquido”. «Ho fatto correre i bambini in salotto, chi si bagnava i piedi perdeva perché potevano arrivare le fiamme. Abbiamo vinto, la casa non è andata a fuoco. Mantenere il sorriso e il sangue freddo in queste situazioni è complicato» ammette.
I sacrifici, le privazioni, le rinunce, il dolore vengono ripagate dagli arresti e da quel 416 bis, il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso per cui vengono arrestati gli Spada. «Non ho vinto io – precisa – ma il giornalismo».
All’incontro organizzato a Perugia, intitolato “Giornalisti in prima linea e cronisti sotto scorta” insieme a Federica parlano Silvio Aparo, direttore del magazine VoxPublica e Nello Trocchia, giornalista d’inchiesta del Fatto Quotidiano che ha da poco ricevuto per la sua indagine sull’università telematica Pegaso una querela bavaglio, una richiesta di risarcimento danni pari a 39 milioni di euro. Assente all’incontro, Paolo Borrometi, presidente di Articolo 21, collaboratore dell’agenzia Agi e direttore del giornale La Spia, fortemente provato dallo sventato attentato organizzato da Cosa Nostra per ucciderlo.
La solidarietà non basta più. I cronisti in prima linea vengono attaccati, diffamati, messi a tacere. Non possono essere lasciati soli.
In Italia dal 2006 ad oggi, oltre 3600 giornalisti sono stati minacciati. Secondo i dati dell’Osservatorio Ossigeno per l’Informazione, aggiornati al 31 marzo, nel 2018 sono stati 76 i giornalisti e le giornaliste che hanno ricevuto minacce a cui si aggiungono altri 19 cronisti e croniste le cui vicende, relative ad anni precedenti, sono emerse solo ora. Una ventina sono quelli che vivono sotto scorta.
Federica Angeli ha ricevuto quel proiettile, un brutale avvertimento per metterla a tacere. Lei, unica testimone di una notte che le ha portato via la sua libertà, andrà in tribunale. A testa alta. “Non sono invincibili” diceva Giovanni Falcone. Non vincono sempre loro. La mafia ha un inizio e deve avere anche una fine. Perché è la mafia che deve avere paura, è la mafia che verrà sconfitta.

Amiamo la guerra di Giovanni Papini 1 ottobre 1914 [fonte 4]
Finalmente è arrivato il giorno dell’ira dopo i lunghi crepuscoli della paura. Finalmente stanno pagando la decima dell’anime1 per la ripulitura della terra.
Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne. Ci voleva una bella innaffiatura di sangue per l’arsura dell’agosto; e una rossa svinatura per le vendemmie di settembre; e una muraglia di svampate per i freschi di settembre.
E’ finita la siesta della vigliaccheria, della diplomazia, dell’ipocrisia e della pacioseria. I fratelli sono sempre buoni ad ammazzare i fratelli! i civili son pronti a tornar selvaggi, gli uomini non rinnegano le madri belve.
Non si contentano più dell’omicidio al minuto.
Siamo troppi. La guerra è una operazione malthusiana.2 C’è un di troppo di qua e un di troppo di là che si premono. La guerra rimette in pari le partite. Fa il vuoto perché si respiri meglio. Lascia meno bocche intorno alla stessa tavola. E leva di torno un’infinità di uomini che vivevano perché erano nati; che mangiavano per vivere, che lavoravano per mangiare e maledicevano il lavoro senza il coraggio di rifiutar la vita.
Fra le tante migliaia di carogne abbracciate nella morte e non più diverse che nel colore dei panni, quanti saranno, non dico da piangere, ma da rammentare? Ci metterei la testa che non arrivano ai diti delle mani e dei piedi messi insieme. E codesta perdita, se non fosse anche un guadagno per la memoria, sarebbe a mille doppi compensata dalle tante centinaia di migliaia di antipatici, farabutti, idioti, odiosi, sfruttatori, disutili, bestioni e disgraziati che si son levati dal mondo in maniera spiccia, nobile, eroica e forse, per chi resta, vantaggiosa.
Non si rinfaccino. a uso di perorazione, le lacrime delle mamme. A cosa possono servire le madri, dopo una certa età, se non a piangere.
E quando furono ingravidate non piansero: bisogna pagare anche il piacere.
E chissà che qualcuna di quelle madri lacrimose non abbia maltrattato e maledetto il figliolo prima che i manifesti lo chiamassero al campo. Lasciamole piangere: dopo aver pianto si sta meglio.
Chi odia l’umanità – e come si può non odiarla anche compiangendola? – si trova in questi tempi nel suo centro di felicità. La guerra, colla sua ferocia, nello stesso tempo giustifica l’odio e lo consola. “Avevo ragione di non stimare gli uomini, e perciò son contento che ne spariscano parecchi”. La guerra, infine, giova all’agricoltura e alla modernità. I campi di battaglia rendono, per molti anni, assai più di prima senz’altra spesa di concio. Che bei cavoli mangeranno i francesi dove s’ammucchiarono i fanti tedeschi e che grasse patate si caveranno in Galizia quest’altro anno!
E il fuoco degli scorridori e il dirutarnento dei mortai fanno piazza pulita fra le vecchie case e le vecchie cose. Quei villaggi sudici che i soldatacci incendiarono saranno rifatti più belli e più igienici. E rimarranno anche troppe cattedrali gotiche e troppe chiese e troppe biblioteche e troppi castelli per gli abbrutimenti e i rapimenti e i rompimenti dei viaggiatori e dei professori. Dopo il passo dei barbari nasce un’arte nuova fra le rovine e ogni guerra di sterminio mette capo a una moda diversa. Ci sarà sempre da fare per tutti se la voglia di creare verrà, come sempre, eccitata e ringagliardita dalla distruzione.
Amiamo la guerra ed assaporiamola da buongustai finché dura. La guerra è spaventosa – e appunto perché spaventosa e tremenda e terribile e distruggitrice dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi.
1la decima dell’anime:: un cospicuo tributo di vite umane.
2 un’operazione malthusiana: l’economista inglese Thomas Roben Malthus (1766-1834) sostenne la necessità di una limitazione delle nascite per risolvere la contraddizione tra incremento delle nascite e inadeguatezza delle risorse e dei mezzi di sussistenza.

[fonte 1] La Repubblica
https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2018/04/16/news/ostia_le_minacce_in_aula_alla_cronista_giornalaia_pensa_alla_famiglia_-194062699/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P8-S1.8-T1

[fonte 2] Articoli che illustrano la vicenda di Federica Angeli http://www.repubblica.it/protagonisti/federica_angeli

[fonte 3] Il sole 24 ore

Federica Angeli e il coraggio di combattere la mafia

[fonte 4] Dall’articolo di Giovanni Papini 1 ottobre 1914 _ Lacerba
http://www.pavonerisorse.it/storia900/tests/papini.htm

http://en.fondazionefeltrinelli.it/dm_0/FF/FeltrinelliPubblicazioni/allegati/Papini/files/assets/basic-html/page6.html

Nota: Qui è possibile leggere il testo con la documentazione originale ma l’operazione è complessa quindi l’ho pubblicato da una fonte che me ne ha concesso il trasferimento

Nota: Non sono capace di inserire parole alle illustrazioni.
Gli autori nell’ordine: Scalarini, Bruegel il vecchio, Munch e ancora Scalarini.

Aprile 17, 2018Permalink

2 aprile 2018 – Siria, l’Isis ha distrutto il palazzo più antico della storia: costruito 4.500 anni fa

Quello di Mari, in Siria, era considerato dagli storici il palazzo più antico della storia dell’umanità: sarebbe stato edificato circa 4.500 anni fa ed è stato distrutto nei giorni scorsi con cariche di dinamite.
di Davide Falcioni

Il più antico palazzo edificato dall’uomo è stato distrutto dagli uomini dello Stato Islamico, in Siria. E’ accaduto a Mari, città mesopotamica tra le più datate della storia dell’umanità, fondata 2.900 anni prima della nascita di Cristo nell’attuale Siria orientale e i cui resti si erano conservati in ottimo stato per millenni, giungendo fino ai giorni nostri. Ebbene, stando a quanto rivelano fonti siriane la città è stata distrutta dai miliziani dell’esercito del Califfato. Le fotografie della devastazione e di quanto resta di un sito per il quale si stava valutando la candidatura a Patrimonio dell’Umanità, sono state pubblicate dal quotidiano francese Le Monde sulla base delle informazioni e delle immagini diffuse dalla Direzione delle antichità e dei musei (Dgam) della Siria. L’entità del danno è inestimabile e appare assai difficoltoso, visto il conflitto ancora in corso, inviare sul posto esperti che possano quantificare con esattezza l’entità del disastro oppure accertare cosa sia possibile salvare. Il sito di Mari ospitava tra gli altri importanti reperti anche quello che gli archeologi ritenevano essere il palazzo più antico della storia, un edificio costruito circa 4.500 anni fa.
Pascal Butterlin, docente di archeologia del Vicino Oriente antico (Università di Parigi -I) e direttore della missione archeologica francese di Mari (MAM), non ha usato mezzi termini per descrivere l’entità del danno provocato dai soldati di Daesh: “Quello di Mari era il più antico palazzo dell’umanità a noi noto, l’equivalente del palazzo di Nimrud. Si trattava di un edificio unico al mondo in buono stato di conservazione. La sua distruzione rappresenta un dramma: avevamo a lungo lavorato per inserirlo tra i siti Patrimonio Mondiale dell’Umanità”. La città di Mari dista appena 15 chilometri dal confine con l’Iraq ed è da tempo sotto il controllo dell’Isis: a giudicare dai danni, sembrerebbe che i miliziani l’abbiano distrutta facendo esplodere cariche di dinamite.

NOTA. L’avevo visto esattamente 17 anni fa, poi il ritorno ad Aleppo lungo il corso dell’Eufrate

FONTE:
https://www.fanpage.it/siria-l-isis-ha-distrutto-il-palazzo-piu-antico-della-storia-costruito-4-500-anni-fa/

Aprile 2, 2018Permalink

31 marzo 2018 – Rovistando nel mio blog

Rovistando nel mio blog ho trovato una notizia che avevo pubblicato nel 2004 e di cui riporto la parte che posso ancora documentare.
Penso in particolare agli ‘effetti collaterali’ che la guerra assicura alla disumanizzazione dove la protezione, che mi sembra garantire più i militari che i civili, non protegge però i primi dalla devastazione intellettuale ed etica che il dialogo che si può leggere e ascoltare dimostra.

Ecco la vecchia notizia del 2004.
Molto opportunamente quotidiani, radio e tv denunciano la scandalosa azione dei marines che in Afganistan orinano sui cadaveri dei talebani uccisi. Gira sul web, ampiamente ripreso e più volte trasmesso il video che riproduce lo scempio.
Domina le reazioni un contegno ipocrita da ‘prima volta’.
Non c’è bisogno di citare Abu Ghraib o Guantanamo: possiamo dar spazio alla memoria senza uscire di casa. Basta un computer.
Nel mese di agosto del 2004 si svolse a Nassiriya la battaglia dei ponti cui parteciparono anche militari italiani.
Si può ancora ritrovare un video
E’ intitolato ‘Nassiriya agosto 2004. Un giorno di guerra’ e dura più di dieci minuti.
Nella fase iniziale si vedono militari che –apparentemente in maniera piuttosto confusa – si appostano sul tetto di una casa.
Chissà se gli abitanti di quella casa erano fuggiti o erano stati ammazzati? Di questo non veniamo informati.
Le didascalie recitano che è in corso la ‘terza battaglia dei ponti’ e che ‘il nemico è dall’altra parte del fiume’, quindi non minaccia direttamente i militari accovacciati dietro un parapetto in muratura.
Trascriviamo alcune battute pronunciate in perfetto italiano:
‘Che spettacolo!’ ‘Ancora vivo quello’ (didascalia: avvistato il nemico ferito).
‘Guarda com’è bellino per terra!’ ‘Alza la testa’
‘Guarda come si muove il bastardo’
‘Luca annichiliscilo’. Uno sparo. Luca evidentemente ha eseguito con successo.

Anche allora qualcosa si seppe dai media la cui documentazione è in parte ancora accessibile.

Riporto due edizioni dello stesso video che si raggiungono con you tube e il link a un articolo de la.Repubblica.it che conferma quanto si ascolta e che anch’io ho trascritto nelle sue parti essenziali
https://www.youtube.com/watch?v=XmGcfG2ZIKg
https://www.youtube.com/watch?v=Eqfs5p4I99I
http://www.repubblica.it/2005/l/sezioni/esteri/iraq73/battnassi/battnassi.html

Marzo 31, 2018Permalink

28 marzo 2018 – Storie di effetti collaterali

26 marzo 2018 Cifre apocalittiche: la guerra dell’Arabia Saudita e di Trump contro lo Yemen
Di Juan Cole
Tre anni fa, in marzo, il Ministro della Difesa dell’Arabia Saudita (ora Principe della Corona) che aveva 29 anni, diede inizio a una guerra disastrosa contro lo Yemen.
Lo Yemen era stato sempre dipendente dall’Arabia Saudita negli anni ’90 e 2000 ed è stato un importante beneficiario degli aiuti sauditi, che andavano nelle tasche del dittatore Ali Abdullah Saleh. Gli yemeniti restarono quindi disperatamente poveri, e i Sauditi tentarono allora di diffondere la loro forma intollerante di Wahhabismo anche tra gli Sciiti Zaydi,* producendo un contraccolpo sotto forma degli Houthi. *
Nel 2011-2012 Saleh è stato deposto e lo Yemen ha cominciato a lavorare a una nuova costituzione e a nuove istituzioni parlamentari.
Questo processo è stato interrotto da un colpo di stato degli Houthi nel 2014-2015 in alleanza nascosta con il deposto Saleh. A sua volta quel colpo di stato ha fatto in modo che l’allora ventinovenne ministro della difesa, Mohammed bin Salman, desse inizio a una guerra aerea contro il movimento di guerriglia Houthi, un guerra che era molto improbabile che avrebbe vinto.
Sono stato varie volte in Yemen. Il terreno è montagnoso e irregolare. Non si può bombardarlo per ridurlo in sottomissione.
Bin Salman accusa gli Houthi di essere agenti iraniani. Non sono, tuttavia il giusto tipo di Sciiti per essere tali. L’Iran, probabilmente, ha dato loro un pochino di aiuto, ma è un aiuto minore, paragonato al valore di miliardi di dollari delle bombe avute da Stati Uniti e Regno Unito che Bin Salman ha lasciato cadere sui condomini civili nel centro di Sana’a. E’ proprio buffo che i Sauditi diventano isterici per dei piccoli razzi mirati su Riyadh, mentre loro quotidianamente fanno attacchi aerei lanciando bombe sulle città yemenite con gli F16 e gli F18.
La propaganda secondo la quale l’Iran sta dietro le agitazioni nello Yemen, invece che la corruzione di Saleh che i Sauditi hanno reso possibile, ha coinvolto gli ingenui generali a Washington, D.C. che hanno aiutato attivamente gli sforzi bellici sauditi. Questa è una vecchia tradizione. Eisenhower invase il Libano nel 1958 perché il presidente libanese Chamoun gli aveva detto che gli abitanti Drusi dei villaggi facevano parte della cospirazione comunista internazionale.
L’Arabia Saudita e i suoi alleati hanno bombardato in maniera indiscriminata. Un terzo dei loro obiettivi cono stati edifici civili come scuole o ospedali o infrastrutture civili fondamentali, come i ponti. Forse metà delle persone che hanno ucciso, sono stati civili non-combattenti, compresi i bambini.
5.000 bambini sono stati uccisi
8.700 civili sono stati uccisi
50.000 civili sono stati feriti
1,9 milioni di bambini non vanno a scuola, ed entrambe le parti hanno reclutato bambini, alcuni dei quali di soli 10 anni, come combattenti.
11.3 milioni di bambini hanno necessità di assistenza sanitaria; molti di loro sono sull’orlo della fame;
Nel complesso, 22 milioni di yemeniti di tutte le età hanno necessità di assistenza sanitaria, cioè i tre quarti della popolazione.
Ci sono stati un milione di casi di colera e c’è la minaccia di un’altra epidemia.

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/apocalyptic-numbers-the-saudi-trump-war-on-yemen

Marzo 28, 2018Permalink