24 ottobre 2016 — Quando l’uso strumentale della storia può costruire le condizioni per rinnovare non sopiti, anche speculari, razzismi.

Il 21 ottobre del 2015 Huffington Post  pubblicava un articolo redazionale dal titolo: “Benyamin Netanyahu: “Sono stati i palestinesi a spingere Hitler allo sterminio degli ebrei” “. Berlino: “Non cambiamo la storia” (link in calce)

L’articolo torna a girare non so per quale ragione. Lo ricopio e ricordo che pochi giorni fa c’è stato l’anniversario dello deportazione degli ebrei dal ghetto di Roma, di cui ho scritto nel mio blog il 16 ottobre e che Israele non riconosce (in consonanza con la Turchia) il genocidio armeno. Anche di questo ho pubblicato documentazione nel mio blog il 13 luglio scorso. Così ho dato spazio, il 16 settembre,  a un ‘Appello agli ebrei nel mondo’ (primi firmatari gli scrittori David Grossman e Amos Oz).

21 ottobre del 2015 “Benyamin Netanyahu: “Sono stati i palestinesi a spingere Hitler allo sterminio degli ebrei” “. Berlino: “Non cambiamo la storia”

Conosciamo bene i fatti, non c’è nessun motivo per cambiare la storia”, poche e lapidarie le parole del portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert, rispondendo alle affermazioni di Netanyahu sulla Shoah secondo cui Hitler all’epoca non voleva “sterminare” gli ebrei, ma “espellerli”. “Conosciamo bene l’origine dei fatti – ha aggiunto – ed è giusto che la responsabilità sia sulle spalle dei tedeschi”.

Le affermazioni del premier Benyamin Netanyahu hanno suscitato molto scalpore. Secondo quanto ha detto il premier israeliano, HItler fu convinto alla Soluzione finale dal Muftì di Gerusalemme Haj Amin Al-Husseini. “Hitler -ha detto al Congresso sionista- all’epoca non voleva sterminare gli ebrei ma espellerli. Il Muftì andò e gli disse ‘se li espelli, verranno in Palestina. ‘Cosa dovrei fare?’ chiese e il Muftì rispose ‘Bruciali'”.

Come ricorda oggi il quotidiano Haaretz, Netanyahu aveva già sostenuto tale tesi in un discorso tenuto alla Knesset nel 2012, quando definì Husseini “uno dei principali architetti” della soluzione finale. Una ricostruzione avanzata da diversi storici, ha sottolineato il quotidiano, ma respinta dai più accreditati ricercatori sull’olocausto.

Interpellati oggi dal quotidiano Yedioth Aharonot, diversi storici hanno di nuovo respinto tale ricostruzione. Il professore dan michman, a capo dell’istituto per la ricerca sull’olocausto dell’università di bar-ilan, tel aviv, e presidente dell’istituto internazionale per la ricerca sull’olocausto dello Yad Vashem, ha confermato l’incontro tra Hitler e il muftì, sottolineando però che questo avvenne quando la soluzione finale era già stata avviata.

Anche il presidente degli storici dello Yad Vashem, Dina Porat, ha respinto la ricostruzione di Netanyahu: “Non si può dire che è stato il muftì a dare a Hitler l’idea di uccidere o bruciare gli ebrei. Non è vero”.

Dura la replica del leader dell’opposizione Isaac Herzog: “Una pericolosa distorsione. Chiedo a Netanyahu di correggerla immediatamente perché minimizza la Shoah… e la responsabilità di Hitler nel terribile disastro del nostro popolo”.

L’affermazione di Netanyahu è totalmente senza basi”, ha invece commentato Efraim Zuroff, direttore del Centro Wiesenthal di Gerusalemme. “Che il Muftì spingesse sui nazisti e volesse l’invasione della Palestina è fuori discussione, ma Hitler non doveva essere convinto da nessuno”.

“Non ho avuta alcuna intenzione di sollevare Hitler dalla responsabilità per l’Olocausto e la Soluzione Finale”, ha in seguito precisato Netanyahu.

Fonti:

http://www.huffingtonpost.it/2015/10/21/netanyahu-palestinesi-hitler_n_8344490.html

16 ottobre 2016: La necessità della memoria,   http://diariealtro.it/?p=4656

13 luglio 2016 ‘Uso politico del negazionismo’   http://diariealtro.it/?p=4472

16 settembre 2016 ‘Appello agli ebrei nel mondo’ http://diariealtro.it/?p=4595

Ottobre 24, 2016Permalink

16 settembre 2016 – Appello agli ebrei del mondo

SISO –     SALVA ISRAELE, FERMA L’OCCUPAZIONE

Appello   agli ebrei del mondo

Se amate Israele, il silenzio non è più un’opzione possibile

Con l’avvicinarsi del 2017 che segna il cinquantesimo anno dell’occupazione israeliana di territori palestinesi.   Israele è ad un punto di svolta. La situazione attuale è disastrosa. Il protrarsi dell’occupazione opprime i palestinesi e alimenta un ciclo ininterrotto di spargimento di sangue. Corrompe le fondamenta morali e democratiche dello Stato di Israele e danneggia la sua posizione nella comunità delle nazioni . La nostra migliore speranza per il futuro – il tragitto più sicuro verso la sicurezza, la prosperità e la pace – risiede in una soluzione negoziata del conflitto israelo-palestinese che conduca alla creazione di uno stato palestinese indipendente accanto e in rapporti di buon vicinato con lo Stato di Israele. Facciamo appello agli ebrei nel mondo intero perché si uniscano a noi israeliani in un’azione coordinata per porre fine all’occupazione e costruire un futuro nuovo per la salvezza dello Stato di Israele e delle generazioni future.

Sottoscritto da oltre 500 israeliani, fra cui :

David Grossman, Amos Oz, Achinoam Nini (Noa), David Broza, Avishai Margalit, Avraham Burg, Edward Edy Kaufman, Ohad Naharin, Orly Castel Bloom, Ilan Baruch, Alon Liel, Elie Barnavi, Alice Shalvi, -Shakhar, David Harel, David Tartakover, David Rubinger, David Shulman, , Dani Karavan, Daniel Bar-Tal, Daniel Kahneman, Zeev Sternhell, Chaim Oron (Jumes), Haim Ben-Shahar, Chaim Yavin, Yair Tzaban, Yehuda Bauer, Judith Katzir, Joshua Sobol, , Yoram Bilu, Yael Dayan, Iftach Spector, Yitzhak Frankenthal, Mossi Raz, Michael Benyair, Micha Ullman, Menahem Yaari, Moshe Gershuni, Noga Alon, Nahum Tevet, Naomi Chazan, Nathan Sharony, Savyon Liebrecht, Sami Michael, Sammy Smooha, Edit Doron, Amos Gitai, Amram Mitzna, Anat Maor, ‏‏ Colette Avital, Ronit Matalon,   Shaul Arieli, Shimon Shamir,  Akiva Eldaron,  Aharon Shabtai, Eva Illouz .

FONTE:
Ho ricevuto da Bruno Segre. Pubblico subito con profonda gratitudine

 

Settembre 16, 2016Permalink

13 luglio 2016 – Uso politico del negazionismo

8 luglio 2016  “Ancora una volta, Israele nega il genocidio armeno” Il prof. Yair Auron si batte da anni per il riconoscimento del genocidio armeno da parte di Israele            alchetron (note biobliografiche sull’autore)

Yair Auron è uno studioso dei genocidi che si batte da anni per il riconoscimento del genocidio armeno da parte di Israele e del mondo. Visto che per mercoledì era previsto un voto della Knesset in seduta plenaria su questo tema, il docente della Open University e fondatore di Gariwo Israele ha proposto su Haaretz del 4 luglio una risoluzione di riconoscimento da parte almeno del Parlamento di Israele, se non di tutto lo Stato. In realtà mercoledì la Knesset ha deciso di rinviare la discussione per non compromettere i rapporti con la Turchia. Poiché questo articolo riflette comunque tutto l’iter complesso del riconoscimento israeliano del genocidio armeno, lo pubblichiamo, sicuri che le raccomandazioni di Auron conservino valore anche per future votazioni.  

Israele è uno dei pochissimi Paesi democratici al mondo, se non l’unico, a negare il genocidio armeno, e a sostenere la cocciuta politica negazionista della Turchia

Il 31 maggio, pochi giorni prima che la camera bassa del Bundestag Tedesco riconoscesse le uccisioni contro il popolo armeno – un atto che ha avuto risonanza in tutto il mondo – ci sarebbe dovuta essere una discussione su questo tema alla Knesset. Tuttavia, essa è stata rinviata per la pressione del Ministero degli Esteri (che è guidato dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu). La discussione avrebbe dovuto avere luogo mercoledì 6 luglio, ma è stata ancora rinviata, sempre per non causare tensioni con la Turchia (NdR).

Questo è un dibattito molto importante, portato avanti da anni da coloro che sostengono che Israele debba riconoscere il genocidio armeno. Nell’ultimo anno speravo che, se non il governo israeliano, almeno la Knesset l’avrebbe finalmente riconosciuto, ma evidentemente le probabilità che ciò avvenga sono scarse, alla luce dell’accordo di riavvicinamento firmato con la Turchia. Dopo tutto, chi metterebbe in crisi l’accordo per via di una elemento così trascurabile come il fatto se vi sia stato o no un genocidio contro un’altra nazione?

È impossibile che il governo israeliano riconosca il genocidio armeno, ma nel corso dell’anno in cui si è commemorato il centenario dell’assassinio del popolo armeno (il 2015, ndR) c’era quanto meno la speranza che l’avrebbe fatto la Knesset. Ma evidentemente si tratta di una speranza destinata a dissolversi. Il Presidente Reuven Rivlin ha espresso in passato una profonda identificazione con la sofferenza degli armeni. Quando ha presieduto la Knesset ha perfino dichiarato che Israele dovrebbe riconoscere il genocidio armeno. È una vergogna che si sia trattenuto dal ripeterlo da quando è stato eletto Presidente, dicendo soltanto: “Non ho cambiato idea”.

In una discussione della Commissione della Knesset per l’Istruzione a luglio 2015, nella quale ha partecipato anche Edelstein (parlamentare del Likud e membro della coalizione di governo, ndR), tutti i relatori della coalizione di governo e dell’opposizione hanno appoggiato il riconoscimento. Solo un rappresentante del Ministero degli Esteri ha avanzato riserve, affermando che il concetto di “genocidio” è stato politicizzato, e quindi Israele non dovrebbe avvalersene. Immaginate se qualsiasi governo europeo dovesse affermare che “Shoah” è un concetto politico e quindi sarebbe esentato da usarlo.

In conclusione del dibattito, la Commissione Istruzione ha rivolto un appello alla Knesset affinché riconosca il genocidio e al Ministero dell’Istruzione affinché lo faccia insegnare, ma non è accaduto nulla. La discussione annuale che avrà luogo prossimamente è il momento della verità. Il deterioramento delle relazioni con la Turchia e gli accordi sugli armamenti tra i governi di Israele e Azerbaigian, del valore di miliardi di dollari e concernente armi destinate agli scontri con gli armeni – non fanno ben sperare che sia possibile il riconoscimento.

Anche se le persone e le istituzioni in Israele non saranno felici di sentire queste parole, esse vanno dette. Israele nega il genocidio armeno. Siamo uno dei pochissimi Paesi democratici al mondo, se non l’unico, a sostenere la cocciuta politica negazionista della Turchia. Gli Stati Uniti non riconoscono né negano il genocidio. Quando noi lo neghiamo, dissacriamo la memoria delle vittime. Secondo me, ciò facendo offendiamo anche le vittime della Shoah.

Per via di quest’ultima frase, che mi sono rifiutato di omettere, l’amministrazione di Yad Vashem ha rifiutato un articolo scientifico che ero stato invitato a scrivere per la newsletter dell’istituzione, Teaching the Legacy (insegnare il lascito). Ma io continuerò a dire e scrivere questa frase fino a quando lo Stato di Israele, anche solamente attraverso la Knesset, non riconoscerà il genocidio armeno.

Oggi si sa – è stato dimostrato – che quando neghiamo un genocidio del passato, prepariamo la strada a un genocidio futuro.

Il dibattito alla Knesset dovrebbe suscitare un grande interesse nel mondo, e senz’altro tra gli armeni, in Armenia e nella diaspora, e si spera anche qui. Coloro che si battono per il riconoscimento stanno chiedendo “un voto ora”. Spostare la discussione alla Commissione è stato un passo importante per diversi anni, ma è diventato uno strumento politico per nascondere la verità. Noi continuiamo a negare.

Il riconoscimento di Israele (che non è arrivato prima, con mio dispiacere) probabilmente porterebbe al riconoscimento del genocidio armeno in tutto il mondo. Se lo riconosce Israele, il Presidente USA Barack Obama non potrà continuare a rimanere in disparte. Ciò che è vero del genocidio, è vero anche per la battaglia contro la sua negazione: chiunque non sia dalla parte delle vittime è dalla parte dei negazionisti.

Link da cui è possibile raggiungere alla fonte il testo in italiano. Fonte Gariwo – La foresta dei giusti  http://it.gariwo.net/ .

http://it.gariwo.net/persecuzioni/negazionismo/ancora-una-volta-israele-nega-il-genocidio-armeno-15337.html

Molti ritengono che ragionare sulla politica di Israele sia antisemitismo; perciò ho raggiunto la fonte originaria, il quotidiano Haaretz dove è possibile leggere lo stesso testo in inglese.

http://www.haaretz.com/opinion/.premium-1.728904

HAARETZ Wednesday,  July 13, 2016. Tammuz 7, 5776 Time in Israel: 4:35 PM

YET Again, Israel Denies the Armenian Genocide Yair Auron  Jul 04, 2016 11:29 PM

Israel is one of the only democratic countries in the world, if not the only one, to do so, and to support Turkey’s stubborn policy of denial.

Luglio 13, 2016Permalink

5 maggio 2016 – Abraham Yehoshua: “Europa aiutaci ….”



Israele, Abraham Yehoshua: “Europa aiutaci 
a fare la pace con i palestinesi”

Gli Stati Uniti sono ostaggio della destra israeliana. Solo voi potete 
riavviare la trattativa coi palestinesi. Per arrivare a uno Stato comune.  Ma il Vecchio Continente è troppo vile… Parla il grande scrittore israeliano  

DI WLODEK GOLDKORN  02 maggio 2016

Voi europei siete vili e anche poco dignitosi. Siete oltre mezzo miliardo di persone; benestanti; da decenni non avete conosciuto la guerra; avete creato una struttura unitaria che nonostante le apparenze è forte. Ma poi vi lamentate, vi presentate come deboli, pensate alle vie di fuga separatiste: tutto questo per evitare di misurarvi con i problemi del mondo; eppure la vostra ministra degli Esteri Federica Mogherini è brava e competente.

L’Europa nel Medio Oriente può fare moltissimo; e per quanto riguarda il conflitto tra noi israeliani e i palestinesi, può e deve essere decisiva, visto che tutto quello che fanno gli States è nocivo e distruttivo e che Washington è ormai ostaggio della destra israeliana. Dovete spingere il nostro governo e i palestinesi a tornare al tavolo dei negoziati. Purtroppo, la viltà vi sembra più comoda dell’assunzione di responsabilità…

Dalla sua casa di Tel Aviv, Abraham Yehoshua alza la voce mentre lancia la sua invettiva contro l’indolenza del Vecchio Continente e fa un appello perché noi europei usciamo dal torpore per salvare almeno una parte del mondo ai nostri confini. L’occasione per questa intervista è la lectio magistralis che lo scrittore terrà a Milano il 6 maggio al Festival dei diritti umani e che ha come titolo “Dalle donne ebree alle donne d’Israele”. E allora, procediamo con ordine e parliamo delle donne, prima di tornare alle vicende di geopolitica e geostrategia.

Yehoshua, per Flaubert, Emma Bovary è una donna ribelle, ma la sua è una rivolta poco sensata. Tolstoj racconta Anna Karenina come una schiava d’amore, e per questo, incapace di vera felicità. Le donne nevrotiche di Amos Oz sono il lato femminile dell’autore. Nei suoi romanzi invece

«Nei miei primissimi racconti le donne erano assenti. Poi, lentamente, sono entrate a far parte della narrazione; ma da figure dell’immaginazione del protagonista maschio. È con “Il viaggio alla fine del Millennio” del 1997, che una protagonista donna giudica, prende posizione. Ester Mina, questo è il suo nome, si oppone alla bigamia e agisce di conseguenza. Nella “Sposa liberata” del 2002, un’altra protagonista è l’arbitro di ciò che è lecito e illecito. Non era una mia invenzione. Semplicemente le donne in Israele sono una presenza massiccia nel sistema giudiziario: tra avvocati e magistrati. Nel mio più recente romanzo, “La comparsa”, la protagonista assoluta è finalmente una donna. Potrei dire che alla soglia degli 80 anni (lo scrittore li compie quest’anno, ndr) mi sono sentito abbastanza maturo e forte per capire il mondo femminile».

Parliamo di Israele, oggi. Ci sono donne, partorienti, che rifiutano di essere ricoverate nella stessa stanza d’ospedale con le arabe. Un deputato alla Knesset, Bezalel Smotrich, ha addirittura teorizzato il diritto delle ebree a non condividere la camera con le madri di potenziali futuri assassini dei loro figli…

«È in crescita il razzismo e il nazionalismo. L’incitamento all’odio fa parte della strategia politica del premier Benjamin Netanyahu. Ciò detto: il deputato Smotrich è semplicemente una persona cattiva, uno cui piace il Male. E perfino i suoi colleghi di destra lo hanno condannato. Del resto, nel sistema della sanità i contatti tra ebrei e arabi sono frequentissimi. Abbiamo tanti medici e tantissimi infermieri arabi. Le vite degli ebrei e degli arabi sono ormai intrecciate e non separabili».

Stiamo parlando di cittadini israeliani. E nei Territori?

«Lì è tutto assurdo. I fondamentalisti ebrei vanno ad abitare all’interno dei quartieri e delle città palestinesi».

Perché è assurdo?

«Perché il sionismo consiste nel legare l’identità ebraica alla lingua e al territorio; il contrario dell’identità diasporica. E i nostri fondamentalisti cosa fanno? Rinunciano a questa conquista; vanno ad abitare nei luoghi che non gli appartengono e in mezzo alla gente che non parla l’ebraico. Ma l’assurdità maggiore è un’altra».

Quale?

«Da un lato, vivono in mezzo ai non ebrei, ma dall’altro sono razzisti. Per loro, i non ebrei, gli arabi sono esseri umani inferiori».

Finora chi pensava a una pace possibile, aveva in mente il progetto di due Stati e il ritorno ai confini del 1967. È un’ipotesi ancora valida?

«Diversi anni fa avevo proposto che i coloni rimanessero là dove stanno, in quanto minoranza ebraica, sottoposta alla legge dello Stato palestinese a venire. Ma ho cambiato idea. Temo che oggi tirare fuori dalla Cisgiordania centinaia di migliaia di ebrei non sia più possibile. E non è, purtroppo, immaginabile stabilire una frontiera che divida in due la Palestina storica, e tanto meno la città di Gerusalemme. Non solo per l’opposizione dei coloni e delle nostre destre; sono convinto che neanche i palestinesi vogliono la separazione dagli israeliani. Siamo in una specie di limbo».

Ha un piano alternativo ?

«Sì. Anziché parlare di due Stati e continuare a seminare illusioni circa il ripristino dei vecchi confini, bisogna preparare un progetto della costruzione di una confederazione tra Israele e i palestinesi. Ho in mente un piano che rispecchi la realtà e non i sogni».

Insomma, uno Stato binazionale. E allora, con il sionismo, con l’idea di uno Stato tutto per gli ebrei, come la mettiamo?

«Il sionismo ha realizzato quello che si è prefigurato. Esiste una nazione israeliana. Esiste la lingua ebraica. E del resto, perfino dentro i confini del 1967 siamo uno Stato un po’ binazionale. Il 20 per cento della popolazione israeliana è arabo; e questo fatto non è in contraddizione con il sionismo. Però a me interessa un altro aspetto della questione: forse potremmo realizzare la più grande rivoluzione degli ultimi duemila anni; forse abbiamo una chance di separare l’aspetto religioso da quello nazionale della nostra identità. Ma forse, da scrittore, corro troppo con l’immaginazione».

Nel frattempo si va nella direzione opposta. Movimenti di destra accusano lei e i suoi colleghi Amos Oz e David Grossman di essere agenti del nemico. Il romanzo di Dorit Rabinyan, “Borderlife” (pubblicato in Italia da Longanesi), in cui si narra dell’amore tra un’israeliana e un palestinese è stato ritirato dalle scuole. La ministra della Cultura vuole negare finanziamenti a chi non riconosce il carattere ebraico dello Stato.

«Non mi stupisco. La destra fa la destra. Alla radice del problema c’è la debolezza del mondo arabo, in preda a guerre civili e disgregazione degli Stati. La nostra destra non ha più paura degli arabi e così il suo disprezzo nei loro confronti aumenta. Certo, il terrorismo – le bombe sugli autobus o gli accoltellamenti – rende la vita difficile, ma non è una minaccia all’esistenza del Stato d’Israele. E così la destra prende di mira la cultura. Ma la cosa non mi preoccupa più di tanto. Anzi, penso che la nostra sinistra sia fissata troppo sulle questioni di cultura a scapito della politica. All’epoca di Internet è impossibile limitare la libertà di parola. E ciò vale pure per i nostri avversari: non è possibile limitare la libertà di coloro che incitano all’odio contro persone come me. I social media poi rendono il tutto più volgare; chiunque può dar fiato a ciò che pensa e nella maniera che pensa. E per quanto riguarda Dorit Rabinyan: l’hanno attaccata, ma il suo libro in pochissimi giorni è diventato un bestseller. Ciò detto, siamo malati di razzismo e di xenofobia. Ma sono convinto che sia un bene che le nostre malattie si manifestino apertamente».

Davvero?

«Sì, perché così possiamo affrontarle. Una volta si parlava dell’“etica ebraica” e della “purezza delle armi” e poi si agiva in un modo che contraddiceva ogni etica. Oggi, tutto è in Rete. Un soldato che uccide o umilia un palestinese, viene fotografato e ne nasce un dibattito».

Torniamo all’Europa. È giusto segnare i prodotti dei Territori occupati? È giusto boicottarli?

«Sono contro. Nelle fabbriche di proprietà israeliana nei Territori lavorano i palestinesi. Vogliamo privarli dello stipendio? E poi, Israele vende merci alla Cina, all’India. Là nessuno chiede dove e chi le ha prodotte. Il boicottaggio serve solo all’autocompiacimento della sinistra europa».

In Europa, abbiamo il problema dell’Islam, dell’integrazione, dei rifugiati…

«Per contrastare il fondamentalismo islamico in Europa, bisogna cercare aiuto delle comunità islamiche: gente che vive tra di voi da decenni. Bisogna rafforzare le comunità. Non dovete aver paura dell’altro che risiede tra di voi».

E con lo Stato islamico lei cosa farebbe?

«Abbiamo vinto una guerra contro la Germania nazista e oggi pensiamo di non essere in grado di costruire una coalizione capace di spazzare via il Daesh, un esercito di straccioni, armato di qualche pickup e pochi fucili?».

Fonte: http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/04/29/news/isreale-abraham-yehoshua-europa-aiutaci-a-fare-la-pace-con-i-palestinesi-1.263270?ref=HEF_RULLO

 

 

Maggio 5, 2016Permalink

2 gennaio 2016 – Entra in vigore l’accordo tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina firmato lo scorso 26 giugno

Entra in vigore l’accordo tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina firmato lo scorso 26 giugno. Lo ha comunicato oggi il Vaticano spiegando che «la Santa Sede e lo Stato di Palestina hanno notificato reciprocamente il compimento delle procedure richieste per la sua entrata in vigore». L’intesa è arrivata dopo 15 anni dall’ accordo base tra la Santa Sede e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) che era stato firmato il 15 febbraio 2000 e che ha costituito il punto di partenza dei negoziati.

Il testo: https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2015/06/26/0511/01117.html#com

Il precedente all’ONU

La prima bandiera palestinese all’Onu

01 ottobre 2015 09:43

Il 30 settembre 2015 è stata issata per la prima volta la bandiera della Palestina al palazzo delle Nazioni Unite. La cerimonia si è svolta durante il discorso del presidente palestinese Abu Mazen di fronte all’assemblea generale delle Nazioni Unite.

Il 10 settembre del 2015, l’assemblea ha votato in favore di una mozione che permette anche alle bandiere degli stati osservatori (dal 2012 Palestina e Città del Vaticano) di sventolare insieme ai vessilli dei 193 paesi membri dell’Onu. I paesi che riconoscono la Palestina come stato sono 135.

http://www.internazionale.it/notizie/2015/10/01/bandiera-palestina-onu-foto

I

Gennaio 2, 2016Permalink

27 ottobre 2015 – Giornata del dialogo cristiano islamico

Appello per la XIV Giornata ecumenica del dialogo cristiano islamico

Cristiani e musulmani, lo diciamo da sempre, hanno profonde radici comuni. Già lo scorso anno ne abbiamo indicato due, quelli della misericordia e della compassione. Islam e cristianesimo, di più, sono religioni di pace. E per costruire un mondo di pace c’è bisogno che le due religioni mondiali maggioritarie, che sono l’islam ed il cristianesimo,  sappiano riscoprire le comuni radici di pace in tutte le loro molteplici declinazioni, fra cui quest’anno vogliamo indicare alle comunità cristiane e musulmane, come tema per la quattordicesima giornata ecumenica del dialogo cristiano islamico del 27 ottobre 2015, quelle dell’accoglienza dello straniero, del rifugiato, dell’aiuto ai poveri, agli ultimi della società, per costruire la convivenza pacifica, che abbiamo sintetizzato in : «Cristiani e musulmani: dall’accoglienza alla convivenza pacifica». I nostri rispettivi testi sacri dicono parole chiare su tale aspetto, checché ne dicano coloro che vorrebbero piegare sia l’islam che il cristianesimo alla logica della guerra.  Questo crediamo possa essere la strada per costruire una società libera dal terrore della guerra nucleare, dalla paura continua di qualsiasi essere umano diverso da noi, riscoprendo la comune umanità, il comune bisogno di accoglienza e di vivere pacificamente, come figli e figlie dell’unica Madre Terra che ci ospita. La ricca e opulenta Europa ed il cosiddetto “occidente”, non potranno assolversi dalle proprie gravissime colpe nei confronti dei popoli che hanno depredato delle loro risorse e che hanno costretto a subire la guerra e poi a fuggire e a divenire profughi, se non fermando la vendita degli armamenti, che sostengono la guerra e producono milioni di profughi, e ponendo fine alla depredazione delle risorse dei popoli africani, asiatici o sudamericani. Chi vuole pace per se dovrà imparare a dare pace agli altri. E questo lo si potrà fare riscoprendo le vere radici comuni alle religioni monoteiste, ad islam, cristianesimo ed ebraismo, che sono l’accoglienza, l’ospitalità, la misericordia, la pace, perché “la terrà è di Dio” e nessuno ha il diritto di dichiararla propria e sfruttarla a proprio uso e consumo. Uomini e donne di pace cercasi. Con un fraterno augurio di shalom, salaam, pace Il Comitato Organizzatore

Roma, 25 giugno 2015

Per informazioni www.ildialogo.org

Fra i vari messaggi di adesione trascrivo: L’Amicizia Ebraico Cristiana di Napoli, …, fermamente convinta che la Pace si ottiene con la conoscenza e l’accoglienza dell’altro fa proprio l’Appello per la XIV Giornata del Dialogo Cristiano Islamico

Inserisco per ora (riservandomi di trascriverli a mia futura memoria) due link ad articoli di Grossman e Yehoshua che contengono anche valutazioni delle dichiarazioni di Netanyahu

DAVID GROSSMAN. Fra Storia e finzione le ossessioni di Bibi tengono in trappola il popolo israeliano

http://www.lastampa.it/2015/10/27/esteri/yehoshua-alla-pace-non-crede-pi-nessuno-lora-che-leuropa-agisca-vYmXUUejV3Cj9kfZUunk3N/pagina.html

aggiungo questa nota di Gad Lerner

Scandalo dell’Israelitico di Roma: emerge l’uso strumentale dell’accusa di antisemitismo

Ottobre 27, 2015Permalink

23 ottobre 2015 – Un vecchio, ma sempre valido, articolo di Moni Ovadia

“Oltre alle ragioni che lo definiscono, il conflitto israelo-palestinese è importante perché evoca ripetutamente, nella dimensione fantasmatica, lo spettro dell’antisemitismo, quello del suo esito catastrofico, la Shoah, ma anche quello del suo doppio negativo, la vittima che diventa carnefice. I processi di permanente vittimizzazione che si sinergizzano con i complessi di colpa occidentali, legittimano un’’industria dell’Olocausto’. Questa, a mio parere, è una delle derive più allarmanti e ciniche della memoria”

Il conflitto israelo-palestinese è uno dei problemi centrali del nostro tempo sul piano reale ma ancor di più sul piano della percezione simbolica, anche se tutto sommato riguarda un numero limitato di persone rispetto alle moltitudini dei grandi scacchieri incandescenti. Perché è tanto importante? A mio parere perché, oltre alle ragioni fattuali che lo definiscono, evoca ripetutamente nella dimensione fantasmatica, lo spettro dell’antisemitismo, quello del suo esito catastrofico, la Shoah, ma anche quello del suo doppio negativo, la vittima che diventa carnefice. La Shoah non solo ha espresso in sé il male assoluto, ma ha cambiato definitivamente la nostra visione antropologica del mondo e ha sconvolto le categorie del pensiero e del linguaggio. Oggi, la memoria della Shoah entra nel conflitto sul piano dell’immaginario producendo rebound psicopatologici che mettono in scacco non solo il dialogo fra posizioni diverse, ma la possibilità stessa di elaborare un approccio critico senza provocare reazioni isteriche o furiose.

Molti ebrei in Israele e nella diaspora, reagiscono psicologicamente a ogni riflessione severa come se, invece di vivere a Tel Aviv o a Parigi nel 2014, vivessero a Berlino nel 1935. Ora, essendo ebreo anch’io, per dovere di onestà intellettuale è giusto che dichiari la mia posizione perché essa è tutt’altro che neutrale. Sostengo con piena adesione i diritti del popolo Palestinese, non contro Israele, ma perché il loro riconoscimento è, a mio parere, precondizione per ogni trattativa che porti alla pace. Ritengo che la responsabilità principale (non unica) dell’attuale disastro, abbia origine nella cinquantennale occupazione da parte dell’esercito e dell’Autorità israeliana e la relativa illegittima colonizzazione delle terre che appartengono ai palestinesi secondo i decreti della legalità internazionale. Su Gaza, l’“occupazione” è esercitata sempre da parte dell’autorità civile e militare di Israele con un ininterrotto assedio e comporta il totale controllo dell’entrata e uscita delle merci e delle persone, dello spazio aereo, marittimo, delle risorse idriche, energetiche e persino dell’anagrafe. I tunnel, in qualche misura, sono una risposta a questo stato di cose. I missili lanciati contro la popolazione civile di Israele sono atto di guerra illegale secondo le convenzioni internazionali, ma non si può far finta di dimenticare che un assedio è esso stesso atto di guerra.

È stata pratica sistematica degli ultimi governi israeliani il mantenimento dello status quo attraverso la politica dei fatti compiuti e il mantenimento dello status quo impedisce, de facto, ogni altro sbocco come quello della trattativa. Lo dimostra il reiterato nulla di fatto con Abu Mazen che, in cambio della sua super disponibilità a trattare, ha ricevuto solo umiliazioni anche dal finto mediatore statunitense. Ora, la politica dello status quo significa contestualmente il suo peggioramento e l’ineludibile scoppio dei ciclici conflitti con Hamas che terminano con la devastazione di Gaza, una micidiale conta di vittime civili palestinesi e, fortunatamente sul piano umanitario, un esiguo numero di vittime israeliane, soprattutto militari. Ciò non significa che non siano vittime e che la loro morte non sia un lutto.

Gli zeloti pro israeliani quando ascoltano o leggono queste mie opinioni critiche, reagiscono immancabilmente con insulti, maledizioni e invettive. Il genere è: “Sei un rinnegato, nemico del popolo ebraico, ebreo antisemita o ebreo che odia se stesso”. La critica da parte di un ebreo della diaspora alla politica di governi israeliani può essere considerata tradimento, antisemitismo od odio verso se stessi solo se collocata nel quadro di un’identificazione nazionalista di ebreo, israeliano, popolo ebraico, popolo d’Israele, Stato d’Israele, suo governo e “terra promessa”. Ma se qualcuno osa fare notare, da posizioni critiche, tale pericolosa identificazione, ecco arrivare addosso all’incauto le accuse infamanti di antisemita o antisionista, che, per molti “amici di Israele” – anche persone di indiscutibile livello culturale –, sono la stessa cosa. Il carattere fantasmatico della percezione della critica come minaccia innesca irrazionali reazioni furiose che producono alluvioni di tweet, di email rivolte agli organi di stampa e di esternazioni su Facebook dove il diritto all’incontinenza mentale è garantita dell’indipendenza della Rete.

L’ossessione della nuova Shoah dietro la porta scatena processi di permanente vittimizzazione che si sinergizzano con i complessi di colpa occidentali, legittimando un’“industria dell’Olocausto” che fa un uso strumentale e ricattatorio della memoria dell’immane catastrofe per fini di propaganda, come bene spiega un saggio fondamentale di Norman Finkielstein, uno scrittore ebreo statunitense. Questa, a mio parere, è una delle derive più allarmanti e ciniche della memoria stessa a cui si prestano non pochi politici europei reazionari o ex-post fascisti, magari facendosi intervistare all’uscita da una visita al memoriale di un lager nazista per dichiarare: “Mi sento israeliano!”. Questo è un modo per trarre “profitto” dall’orrore a vantaggio degli eredi delle classi politiche europee che non si opposero allora al nazismo e all’antisemitismo e oggi lasciano sguazzare indisturbati, nell’Europa comunitaria, neonazisti di ogni risma. L’infame Europa del mainstream delle sue classi dirigenti conservatrici allora stette a guardare lo sporco lavoro dei nazisti collaborando o, nel migliore dei casi, rimanendo indifferenti. Dopo la guerra questi signori hanno progressivamente trattato “il problema ebraico” “esportandolo” con piglio colonialista in medioriente. Oggi cercano credibilità e verginità israelianizzando tout court l’ebreo con una mortificante omologazione.

A questa operazione si prestano purtroppo le dirigenze della gran parte delle istituzioni ebraiche, come ha dimostrato il caso della cantante Noa. L’artista israeliana doveva tenere un concerto a Milano organizzato dall’Adei Wizo, un’organizzazione femminile ebraica. Ma Noa, per il solo fatto di avere espresso l’opinione che la colpa dell’ultimo conflitto di Gaza era degli estremisti delle due parti, si è vista cancellare il concerto. Questo episodio dimostra che neppure una dichiarazione equilibrata, neanche se fatta da una cittadina israeliana, sia accettabile per chi vuole omologare l’ebreo all’israeliano, salvo poi infuriarsi indignato con chi smaschera l’intento. Dall’altra parte, ultras “filopalestinesi” si esercitano nella gratificante impresa di fare di Auschwitz, del nazismo e della svastica, oggetti contundenti da scagliare contro l’ebreo in Israele e spesso contro l’ebreo tout court, ma soprattutto contro il vagheggiato ebreo onnipotente della mitica lobby ebraica. L’intento è quello di dimostrare che Israele è come la Germania di Hitler e che ebrei si comportano come SS. Sotto sotto c’è la vocazione impossibile e sconcia di pareggiare i conti per neutralizzare il deterrente della Memoria. Ma questa sottocultura pseudopolitica, prima di scandalizzare, colpisce per la sua deprimente rozzezza. Sarebbe facile dimostrare l’assurdità di simili farneticazioni, inoltre finisce sempre per rivelarsi una sorta di boomerang che danneggia la causa palestinese. Tutto ciò poco interessa a chi deve placare il proprio narcisismo militante, inoltre, questo tipo di militanza che si esprime con slogan di “estrema sinistra” e di roghi di bandiere ha inquietanti punti di contatto con quella dei neonazisti che, pur di soddisfare la loro inestinguibile sete di antisemitismo, si iscrivono fra gli ultras filopalestinesi. Per denunciare l’oppressione del popolo palestinese ci sono un linguaggio puntuale e concetti giuridici elaborati dal diritto internazionale. È dissennato proiettare l’immaginario della memoria della Shoah in paragoni inaccettabili. Anche i proclami di antisionismo sono poco sensati, poco centrati e non tengono conto delle articolazioni del fenomeno.

A mio parere, il sionismo in quanto tale si è estinto da un pezzo. Anche di esso sono rimaste proiezioni fantasmatiche mentre nella realtà l’ideologia della destra reazionaria dominante in Israele è un ultranazionalismo del “grande Israele” compromesso con il fanatismo religioso. Del sionismo è rimasto lo spirito dell’equivoco slogan delle origini: “Un popolo senza terra per una terra senza popolo”. Ancora oggi, a distanza di più di un secolo, la destra reazionaria di Netanyahu ha re-imbracciato quella miopia militante che vorrebbe cancellare nei palestinesi lo status di nazione e di popolo. Ma in questi ultimi giorni perfino il falco Bibi, mettendo la mordacchia ai più falchi di lui nel suo governo, ha intuito che nella sanguinosa polveriera mediorientale una tregua “duratura e permanente” con Hamas è più auspicabile che far scempio di civili innocenti. Secondo me, ciò di cui c’è vitale bisogno in Israele è che la sua classe dirigente si armi di coscienza critica e di lungimirante pragmatismo per dismettere vittimizzazione e propaganda e ascoltare anche le critiche più dure come un contributo e non come un pericolo. Certo, una tregua non fa primavera né la fa una manifestazione della fragile opposizione che in giorni recenti è coraggiosamente tornata a mostrarsi in piazza Rabin per fare ascoltare una lingua diversa da quella dello sciovinismo militare. Ma sono barlumi di una possibile alternativa all’asfissia della guerra. di Moni Ovadia 

Da Il Fatto Quotidiano del 29 Agosto 2014

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/08/29/gaza-moni-ovadia-io-ebreo-sostengo-i-diritti-palestinesi-ecco-perche/1102601/

 

 

Ottobre 23, 2015Permalink

16 maggio 2015 – Il Vaticano apre a rapporti con la Palestina

La notizia cui di seguito si fa riferimento si trova sull’Osservatore Romano del 13 maggio ed è leggibile da qui

Bruno Segre

Il giorno successivo Bruno Segre ha inviato la lettera che pubblico di seguito ai componenti della sua mailing list.
L’ho ringraziato subito e ricordo una precedente lettera che ha girato e ho pubblicato il 7 settembre 2009 e così inizia: Una lettera aperta agli ebrei americani

Siamo un gruppo di israeliani viventi attualmente negli Stati Uniti.  Ci rivolgiamo a voi in quanto ci opponiamo agli atti compiuti dal governo israeliano nel contesto dell’operazione “Margine di protezione”.

Si può leggere anche da qui    http://diariealtro.it/?p=3317

 Milano, 14 maggio 2015

Al reverendo
Don Cristiano Bettega,
Ufficio CEI per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso,
Roma

Caro Don Cristiano,

ti è possibile far arrivare al Pontefice la voce di un vecchio ebreo italiano che da decenni persegue con impegno totalmente laico rapporti di  fraterno dialogo con amici cristiani nelle sedi più diverse: dai Colloqui di Camaldoli alle sessioni estive del S.A.E.?

Ebbene, se hai tale possibilità, ti prego di esprimergli la mia  più profonda gratitudine per l’annuncio odierno del riconoscimento da parte del Vaticano dello Stato di Palestina. Si tratta di un passo fondamentale in direzione della pace nel Vicino Oriente, pace che non si materializzerà mai fino a quando in quella regione non vi siano due Stati, Israele e Palestina.

Con questa storica decisione, Papa Francesco si erge quale autentico leader del mondo libero, dimostrandosi capace di operare per la promozione della giustizia in tutte le sue declinazioni. Ne fa fede, oltre alla sua caparbia volontà di riconciliazione tra i popoli e tra le fedi, il suo reiterato impegno nel combattere le troppe sacche di miseria presenti un po’ ovunque nel mondo, e nell’esigere da tutti i politici misure più consapevoli di protezione dell’ambiente globale.

Ti ringrazio per l’attenzione.
Di cuore, shalom.
Bruno Segre

Mons Sabbah  –  Giovedì 14 Maggio 2015

Ho poi trovato queste considerazioni di mons Sabbah, patriarca latino emerito di Gerusalemme.

09:05 – TERRA SANTA: SABBAH (PATRIARCA EMERITO), “POTENZE MONDO SFRUTTANO ESTREMISMO ISLAMICO”

(dall’inviato Sir a Betlemme) – “La ricerca della pace in Medio Oriente è anche una lotta contro i poteri politici del mondo e i loro piani per creare un nuovo Medio Oriente. Poteri che sfruttano l’estremismo religioso per raggiungere questo scopo”. Lo ha detto al Sir il patriarca emerito di Gerusalemme, Michel Sabbah, ieri sera a Betlemme, a margine della cerimonia inaugurale di “Pilgrims on the path to peace” (Pellegrini sul sentiero verso la pace), che celebra il 70° anniversario di Pax Christi international. “Coloro che uccidono oggi in questa regione – è la denuncia di Sabbah – sono due, l’estremismo islamico e le potenze mondiali che fingono di combatterlo, ma in realtà lo usano e gli danno spazio perché uccida. L’estremismo è nelle mani dell’Occidente”. Come sta avvenendo in Siria e in Iraq. (segue)

09:06 – TERRA SANTA: SABBAH (PATRIARCA EMERITO), “POTENZE MONDO SFRUTTANO ESTREMISMO ISLAMICO” (2)

Situazione preoccupante anche in Israele e Palestina dove “non c’è nessuna speranza per un cambiamento che offra almeno stabilità: “Gli israeliani hanno paura anche se sono forti e potenti, non vivono nella pace ma nell’insicurezza. Dal canto loro i palestinesi aspettano chiedendo pace”. Il ruolo dei leader religiosi, in questo contesto, è significativo ed “è quello di liberare la religione e i fedeli in modo che essi vedano nell’altro una creatura di Dio da amare. I leader religiosi devono essere educati perché possano educare i fedeli a diventare costruttori di pace e non feroci assassini”. Vanno per questo apprezzate e sostenute le azioni di pace di molte associazioni di dialogo e di difesa dei diritti umani. “Veri segni di speranza” le ha definite Sabbah, che in passato è stato anche presidente di Pax Christi International. Il patriarca emerito ha poi commentato al Sir l’accordo tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina, a conclusione della plenaria della Commissione bilaterale. “Si tratta di un passo verso la speranza – ha spiegato – che sancisce gli ottimi rapporti della Chiesa con l’Autorità palestinese. Sarà un segno per tutto il mondo arabo e forse anche per Israele per fare lo stesso passo”.

fonte:

http://www.agensir.it/pls/sir/v4_s2doc_b.stampa_quotidiani_cons?id_oggetto=312651

Maggio 16, 2015Permalink

3 marzo 2015 – Cinque minuti di Palestina

Il 27 febbraio la camera ha approvato due mozioni relative al riconoscimento dello stato di Palestina ma fra loro in parte divergenti ed entrambe accolte dal governo.palestina - laStampa
Inserisco il link a un articolo de La stampa che alla fine propone una mappa che può essere più utile di tante parole.

http://www.lastampa.it/2015/02/27/esteri/palestina-gentiloni-governo-favorevole-al-riconoscimento-ZZtoZpI3UdyfmdafNOZ7iO/pagina.html

Moni Ovadia

Di seguito il link a un intervento di Moni Ovadia che precede di qualche giorno il dibattito parlamentare ma contiene considerazioni che aiutano a ragionare.

Pubblicato il 13 feb 2015 Intervista a Moni Ovadia a cura di Massimo Annibale Rossi, presidente di Vento di Terra ONG Moni Ovadia sostiene la campagna SCP – Società Civile per la Palestina e ci spiega perché è importante che l’occidente riconosca la Palestina quale stato indipendente.

https://www.youtube.com/watch?v=ogYEzXTC7Wk

 

 

Marzo 3, 2015Permalink