19 dicembre 2018 – “Qui si perdeva la dignità” ma le opportunità di perderla ci vengono ancora offerte, a tutti.

17 dicembre 2018 18:53
Per la prima volta i carabinieri al Binario 21, la visita con Liliana Segre:

Ricopio e mi chiedo: Cosa possono dire le parole della senatrice Segre a chi – OGGI -applichi operativamente il ‘decreto sicurezza’ del Ministro dell’interno?
Sia poliziotto, sia carabinieri, sia cittadino che ne sostenga l’applicazione, sia con il silenzio che con l’esplicito consenso.
Ieri ho ricopiato il discorso della senatrice agli studenti della Brianza, oggi mi propongo e propongo quello ai carabinieri .
Dal link in calce è possibile risalire all’originale e vedere anche brevi filmati.

Prima visita storica dei carabinieri al Binario 21. Ad accompagnare i militari è stata la Segre
Carmine Ranieri Guarino

Mentre lei parla un treno passa sui binari al piano superiore e fa rumore. Lei si ferma un secondo e tace, resta in silenzio. Quel rumore lo ha sentito che aveva soltanto tredici anni, che era una bambina. E naturalmente non lo ha mai dimenticato. Così, prende fiato, ritrova la voce: “Questa è la colonna sonora di questo posto – dice -. È il rumore dei treni che passano sopra nell’indifferenza di chi c’è dentro”. “

Lei è Liliana Segre, deportata nel campo di concentramento nazista di Auschwitz Birkenau dal binario 21 di Milano. E quel posto è proprio il binario 21, che nel tempo è diventato un memoriale della Shoah. Lì lei è tornata lunedì pomeriggio insieme a centoventi carabinieri del comando provinciale di Milano, che per la prima volta – mai nessuna tra le forze dell’ordine aveva fatto lo stesso – hanno varcato ufficialmente e insieme i confini del museo.

“Mi trovai arrestata per la colpa di essere nata”
Ad accogliere la senatrice è stato il colonnello Luca De Marchis, comandante provinciale dell’Arma, che ha poi fatto da spalla alla Segre durante tutta la visita. A dare il benvenuto ai militari è stata invece la stessa 88enne, che ha voluto fermarsi davanti alla scritta “indifferenza” che campeggia all’ingresso del memoriale. “La coscienza è il contrario dell’indifferenza ed è qualcosa di grande che va difeso – le sue prime parole – . Fa più danni l’indifferenza che la violenza”.
E proprio perché non ci sia più “indifferenza”, la Segre ha raccontato la sua storia ai carabinieri, che hanno ascoltato in religioso silenzio. “Mi trovai arrestata per la colpa di essere nata – ha spiegato -. Un pomeriggio un tedesco lesse 605 nomi di persone che sarebbero partite il giorno dopo e da quel momento in poi non c’era più nulla da fare. Saremmo partiti per ignota destinazione e la gente aveva paura.

Per la prima volta i carabinieri al Binario 21, la visita con Liliana Segre: “Qui si perdeva la dignità”

Lì inizia la mancanza di dignità”

Fummo messi sui camion e portati qua al binario 21 – ha continuato la senatrice nel suo racconto dell’orrore -. Era un antro oscuro per animali come animali eravamo noi. In quei vagoni non c’era nulla, solo un po’ di paglia e un secchio e il secchio si riempie subito, deborda e lì inizia la mancanza di dignità.

Quel vagone “venne caricato e portato sopra e quel treno, quel treno della morte, aveva la precedenza su tutto perché tutto era organizzato nei minimi dettagli. Ero la più giovane, non avevo nessuna capacità di sopravvivenza particolare, è solo il caso che mi ha fatto sopravvivere. Io ho conosciuto l’odio ma non ho mai parlato di odio, ho privilegiato l’amore – ha concluso – e invito tutti a scegliere la vita”.

I carabinieri nella Shoah
Vita e coscienza, due “stelle polari” che hanno deciso di seguire anche i carabinieri. “Sono particolarmente commosso di questa opportunità – ha ammesso Luca De Marchis, comandante provinciale dei carabinieri -. Il desiderio era far conoscere ai giovani dell’Arma che prestano servizio in questo territorio una parte importantissima della storia di questa città. Noi vogliamo che mai più nell’animo dell’essere umano alberghi l’indifferenza, la stessa che settantacinque fa fece partire questi treni versi i campi di sterminio mentre sopra la vita scorreva sui suoi binari”.
E la storia dei carabinieri si intreccia, e non poco, con quella della Shoah. “C’è memoria storica dei carabinieri che scelsero la via della clandestinità per seguire l’antifascismo – ha rivendicato il colonnello -. Gli stessi carabinieri hanno subito deportazioni. Il 7 ottobre del ’43 le caserme furono circondate e duemila carabinieri furono deportati”.

La lettera e il silenzio
Proprio per quello i militari hanno voluto essere i primi a entrare ufficialmente al Binario 21.

“Siamo onorati perché è la prima volta che abbiamo i rappresentati dello Stato con uno schieramento così compatto – ha sottolineato Roberto Jarach, presidente della fondazione Memoriale -. È una dimostrazione di solidarietà che più volte avevamo sollecitato. Siamo molto grati. Questo è un luogo che ha una sua santità, un centro di formazione dei giovani. Ci preme – ha concluso – che la gente prenda coscienza che a Milano c’è questo simbolo che deve diventare un punto di riferimento”.

Come un riferimento storico è diventato Enrico Sibona, uno dei quattro militari iscritto nei “Giusti tra le nazioni”, quei non ebrei che hanno messo a rischio la propria vita per salvare anche un solo ebreo.
La sua lettera – una sorta di suo testamento morale – è stata letta da Giulia, giovane maresciallo dei carabinieri di Milano, al termine della visita. Poi, un secondo militare ha suonato il silenzio, proprio davanti a quel binario che aveva visto il “silenzio” di chi partiva senza sapere dove andare. Perché la destinazione di quei treni, almeno per chi era chiuso nei vagoni, era “ignota”. E il silenzio – ha ammesso Liliana Segre – a “un certo punto è l’unica cosa che ti resta, né più lacrime né preghiere”.

https://www.milanotoday.it/attualita/visita-carabinieri-binario-21.html

Dicembre 19, 2018Permalink

16 dicembre 2018 _ Giovedì scorso è morto Antonio Megalizzi

Megalizzi era un giornalista volontario di Europhonica, una web radio dedicata all’Europa, la sua passione. Pochi minuti prima dell’attentato era nella sede del Parlamento Europeo per fare un’intervista.
Nel 2015 il giovane italiano ucciso nell’attentato di Strasburgo aveva scritto questo racconto che richiama, per chi li voglia vedere, molti elementi alternativi al pensiero corrente, nutrito dal veleno del ‘buon senso’ comune..
È il racconto di un missile che aveva paura di volare. Dentro ci sono i pensieri di un’arma di morte che voleva solo vivere, per conoscere il mondo intero. Si intitola “Cielo d’acciaio” .
Antonio Megalizzi lo aveva pubblicato il 12 marzo 2015 con Ilmiolibro.it – piattaforma web di self-publishing del Gruppo Gedi.

Il missile ragiona, si interroga, cerca dei perché. Non li trova. Dice tra sé: “Fino a dieci minuti fa dovevo solo salvare il mio paese, dovevo mettere al sicuro il mondo. Al sicuro da cosa poi? Non ce lo hanno mai spiegato. Riesco ad intravedere le finestre degli appartamenti di fronte. Ci sono armadi, tavoli, cucine, sedie. Vedo persone che scappano, che urlano, che prendono infanti in braccio e se li portano via”. Un momento. C’è anche un orsacchiotto in una di quelle case che il missile sta per distruggere, suo malgrado. E se c’è un orsacchiotto, sarà forse rimasto pure un bambino. “Potrei fare amicizia col bimbo intanto che arrivano. Sembra simpatico. Chissà come si chiama? Jaamal? Salem? Taamir?”. Ma la corsa folle non si ferma. La violenza esplode. “Adesso io sono distrutto. Adesso ho distrutto loro. Il mondo è finalmente salvo?”.

Lo sguardo è aperto, libero, l’ideale pacifista.
Antonio Megalizzi – morto a 29 anni per mano del coetaneo Chérif Chekatt, vittima del suo integralismo – era così.

Si può leggere dalla voce il mio libro, ma per sicurezza, ne trascrivo anche il link.
https://ilmiolibro.kataweb.it/storiebrevi/404111/cielo-dacciaio/

Dicembre 16, 2018Permalink

15 dicembre 2018 – Il missile che aveva paura di volare

Cielo d’acciaio di ANTONIO MEGALIZZI  (morto a Strasburgo il 13 dicembre 2018)

Sento il vento penetrare sulle lastre metalliche del mio corpo longilineo. A malapena in questo momento riuscirei a leggere il nome stampato sul fianco destro. Sembra un codice fiscale: AGM – 158 – JASSM.
Durante le prove ascoltavo i miei costruttori rassicurare omaccioni in divisa militare riguardo le potenzialità del mio futuro operato.
«Ha per propulsore un turbogetto Teledyne CAE J402, e possiede un sistema di navigazione inerziale che aggiorna i dati attraverso il Global Positioning System».

Tele cosa? Global che?

«Possiamo piazzarli sugli F-35 o sugli F-16. Volano che è un piacere».

All’epoca non sapevo che mi avrebbero fatto volare davvero, e se l’avessi saputo avrei stoppato tutta la preparazione. Io ho paura di volare!
Anche perché tutti gli amici che si sono allenati con me non sono più tornati: AGM – 88 – HARM, AS – 9- KYLE, AGM – 62 – WALLEYE.

Quest’ultimo mi inquietava un sacco: diceva che il nostro compito era quello di salvare il mondo dalla minaccia del terrorismo. Dovevamo distruggere per non farci distruggere. Che è un po’ come dire che bisognerebbe accoltellare gente a caso per strada perché uno di questi un giorno potrebbe farlo a te.
Comunque anche lui è partito e mai più tornato, anche se i discorsi strani qui continuavano a farli. Prima della partenza sentivo gli stessi omaccioni della sala test vantarsi con altri militari inferiori di grado riguardo alla potenza del mio lancio.

«Se dimostra di fare il bravo bambino lo vendiamo alla Finlandia e alla Corea. Costa tanto ma rende bene».

Chissà se vedrò mai la Finlandia. O la Corea.
Al momento scorgo solo una distesa pianeggiante di sabbia arida e di pietre sudate.

Corro. Volo.
Raggiungo i 500 km/h, roba che neanche una Maserati truccata, o una Bugatti Veyron guidata da Alonso.
Inizio ad avere paura: l’addestramento finiva qui. Non conosco i passi successivi al lancio, non me li hanno mai raccontati.
Come mi devo comportare ora? Dove devo andare?

Gli omaccioni hanno pianificato metro per metro la mia traiettoria e dovrei sentirmi tranquillo, ma negli allenamenti il tutto finiva nel giro di due minuti mentre ora, che ne sono passati almeno quattro, sento la pressione dei miei motori che aumenta vertiginosamente.
Ansia. La cosa mi spaventa.
Esiste un tasto per spegnermi?
E se aprissi un paracadute e cadessi nel vuoto?
Il deserto mi accoglierebbe, dopotutto non gli ho fatto nulla.

700km/h.

Mi sembra di esplodere. Ogni mio componente invoca aiuto.
È assurdo che coloro che mi hanno costruito e cresciuto con tanta cura ora se ne freghino.
Amici? Dove siete? Mi sentite?
Vedo qualcosa all’orizzonte. Sembra un cumulo di case e macerie.
Forse è là che devo andare, forse è là che mi aspettano tutti.
AGM – 88 – HARM? AS – 9- KYLE? AGM – 62 – WALLEYE? Ci siete anche voi vero?

Ragazzi? Come si spegne quest’affare? Devo arrivare fin là?
Più mi avvicino e più prendo velocità. La cosa mi preoccupa.
Inizio a tremare. Sento un caldo infernale provenire dal mio interno, come se stessi già bruciando.

Spegnetemi amici! Ho bisogno di voi! Mi sentite?

Vedo le case del paese a pochi metri da me. Devo capire come arrestarmi, altrimenti rischio di fare male a qualcuno.
Ragazzi? Mi spegnete? Sto finendo contro delle case! Rischio di fare qualche danno!
Perché nessuno mi sente? Dove sono finiti tutti?
Eppure fino a dieci minuti fa dovevo salvare il mio paese, dovevo mettere al sicuro il mondo. Al sicuro da cosa poi? Non ce l’hanno mai spiegato.

Riesco ad intravedere le finestre degli appartamenti di fronte. Ci sono armadi, tavoli, cucine e sedie. Vedo persone che scappano, che urlano, che prendono infanti in braccio e se li portano via.

Scusate ragazzi! Non volevo spaventarvi. Adesso mi fermano e risolviamo! Tranquilli!
Tranquilli si, ma la velocità qui aumenta.

Adesso vedo un orsacchiotto. È giallo, con gli occhi marroni e il papillon rosso. Si trova appoggiato alla finestra con la testa leggermente inclinata verso il basso.
Chissà come si chiama? Dudu? Max? Orbit? Orbit mi piace. Si chiamerà Orbit.

Mi trovo a pochissimi metri da Orbit e dalla sua finestra e spero vivamente che mi fermino prima di romperla. Chi la sente la famiglia che ci abita poi? Come glieli restituisco i soldi che servono? Dovrei almeno attendere che mi vendano alla Finlandia o alla Corea.

Orbit si fa vicinissimo. Intravedo un taglio sopra l’occhio destro. Sarà caduto giocando?

Povero orsacchiotto, spero che lo riparino. Non è un bello spettacolo, anche perché la sua imbottitura di kapoc bianco latte stona un po’ sul giallognolo del tessuto da peluche.

Vedo anche una mano ora. Si è poggiata sugli occhi di Orbit. È una mano minuscola, che a malapena riesce a coprire le sue pupille.
Forse non vogliono che Orbit guardi me. Magari gli hanno detto di evitarmi.
Eppure sono buono, sto avvisando tutti del mio arrivo e chiedendo ai miei amici di spegnermi così non faccio male a nessuno.
Quegli sbadati.
Potrei fare amicizia col bimbo intanto che arrivano. Sembra simpatico.
Chissà come si chiama? Jaamal? Salem? Taamir?
Taamir mi piace. Si chiamerà Taamir.
Taamir indossa una maglia bianca sporca di rosso, dei pantaloncini blu e delle scarpe grigie. Ha i capelli a caschetto, neri come il petrolio.

Arrivato alla finestra scopro che questo Orbit deve stare davvero simpatico a tutta la famiglia: oltre a Taamir anche un uomo sulla quarantina e una donna col velo si stringono forte a lui!

Chissà come si chiamano?
Muhammad e Basheera? Saeed e Lateefa? Rashid e Jameela?
Rashid e Jameela mi piacciono. Si chiameranno Rashid e Jameela!
Rashid ha un viso sconvolto. Tiene stretto a sé il piccolo Taamir che non accenna a staccarsi da Orbit. Jameela piange. Non capisco perché. Forse ha paura.

Ragazzi, c’è un malinteso, voglio solo esservi amico! Adesso mi spengono. Ve lo prometto!

Entro in casa urlando a più non posso di frenarmi ma nessuno mi sente. Né AGM – 88 – HARM, né AS – 9- KYLE, né tantomeno AGM – 62 – WALLEYE. Per non parlare degli omaccioni in divisa che volevano vendermi alla Finlandia o alla Corea.
La casa intanto si illumina e tutto quello che prima vedevo in piedi in una frazione di secondo giace esanime a terra, tra sabbia, plastica, ferro, mattoni e altre macerie.
Ho finalmente stretto amicizia con la mia nuova famiglia, solo che non credo si siano accorti di me.
Giacciono anche loro al mio fianco, con la testa verso il cielo, quella distesa azzurra che solitamente si fa paesaggio dei desideri più audaci di grandi e piccini.

Il mio cielo, il loro cielo, che da sogno si è trasformato in incubo.

Da quando in qua bisogna aver paura di qualcosa di tanto bello?

E mentre anche io sto per addormentarmi, tra gli ingranaggi distrutti e rumorosi del mio motore e delle urla anonime in lontananza, mi faccio la domanda che forse anche AGM – 88 – HARM, AS – 9- KYLE ed AGM – 62 – WALLEYE si sono fatti: Adesso io sono distrutto. Adesso ho distrutto loro. Il mondo è finalmente salvo?

https://ilmiolibro.kataweb.it/storiebrevi/404111/cielo-dacciaio/

Dicembre 16, 2018Permalink

29 ottobre 2018 – La prima proposta di legge della Senatrice Segre

27 ottobre – Liliana Segre in prima linea contro l’intolleranza propone commissione anti-odio al Senato. Paolo Castellano

Il 24 ottobre, durante una conferenza stampa presso la sede del Senato italiano  a Roma, la senatrice a vita Liliana Segre ha presentato il suo disegno di legge per combattere la diffusione dell’odio fuori e dentro Internet. La Segre propone infatti una commissione parlamentare che eserciti un controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza. La proposta di legge è stata appoggiata anche dai senatori a vita Elena Cattaneo, Renzo Piano, Carlo Rubbia, e anche da altri esponenti politici come Emma Bonino, Loredana de Petris, Milena Santerini, Pietro Grasso, Vasco Errani, Francesco Laforgia e Maurizio Buccarella.
Come ha affermato davanti ai microfoni dei giornalisti, Liliana Segre è convinta che la politica possa insegnare alle persone a non odiare. Soprattutto in un tempo come il nostro, dove l’intolleranza ha trovato terreno fertile nel Web: «Io che sono stata vittima dell’odio nell’Italia fascista sento che, dopo anni, sta ricrescendo una marea di razzismo e di intolleranza che va fermata in ogni modo: oggi una commissione parlamentare è più necessaria che mai».
La Segre ha poi aggiunto che l’indifferenza è il fattore più pericoloso per la nostra società: «La realtà ci consegna una lista quotidiana di atti inqualificabili. Bisogna lavorare contro la fascistizzazione del senso comune che sta appena un gradino sopra l’indifferenza che 80 anni fa ha coperto di vergogna l’Italia fascista».

Come riporta il Sole 24 Ore, il testo del disegno di legge verrà affidato alla commissione Affari Costituzionali di palazzo Madama. Inoltre il disegno di legge della Segre è composto da 3 articoli. Il primo istituisce una commissione bicamerale di indirizzo e controllo sui fenomeni di odio e definisce il numero di commissari e l’iter delle nomine. Il secondo articolo invece specifica i compiti della commissione, mentre il terzo illustra l’organizzazione interna della commissione, le modalità di votazione, la pubblicità delle sedute, la disponibilità del personale amministrativo e le spese finanziarie.

Il link in calce porta alla sito ufficiale della Comunità Ebraica di Milano 26 ottobre (17 Cheshvan) –  [fonte 1]

Il testo della proposta di legge della Senatrice Segre si trova nel sito del Senato (ddl 362).
“Istituzione di una Commissione parlamentare di indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza”

La relazione introduttiva merita diffusione come anticorpo all’ignoranza diffusa ormai  scelta di vita per molti.
Ci si può arrivare partendo dal nome della senatrice fra i senatori a vita
Il link che trascrivo consente di raggiugerne direttamente il testo in pdf [fonte 2 ]

FONTI

[fonte 1] http://www.mosaico-cem.it/attualita-e-news/italia/liliana-segre-in-prima-linea-contro-lintolleranza-propone-commissione-anti-odio-al-senato

[fonte 2 ] http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01067819.pdf

Ottobre 29, 2018Permalink

10 ottobre 2018 – Un incendio nei locali della chiesa battista di Varese

Verso le 5 del mattino di domenica 7 ottobre, mentre il buio avvolgeva ancora ogni cosa, ignoti si sono introdotti nei locali sussidiari della chiesa battista di via Verdi a Varese. Hanno rubato tastiere, mixer, microfoni e altre attrezzature tecnologiche. Poi, hanno appiccato il fuoco, che ha messo fuori uso l’impianto elettrico e bruciato ogni cosa. Il locale di culto non è stato direttamente interessato dal fuoco, ma i fumi hanno annerito tutte le pareti e il calore ha infranto tutti i vetri. «I locali sono completamente inagibili e i danni ancora da quantificare.

Ricopio il messaggio della pastora Lidia Maggi
Cari amici, grazie per la solidarietà, che da tanti luoghi è giunta per la chiesa di Varese. Avrò cura che raggiunga ogni fratello e ogni sorella colpiti dal disagio. L’inagibilità dei locali coinvolge ben tre comunità: La chiesa battista, ma anche la chiesa evangelica ganese e quella avventista che utilizzavano i locali.
Tre comunità che, al momento, non hanno un luogo dove potersi riunire per le loro funzioni. Tre comunità sfollate, senza un tetto sulla testa per potersi sentire a casa. L’angoscia della chiesa battista di varese è necessariamente triplicata dalla consapevolezza che questo danno impedisce anche alle altre due chiese sorelle, accolte, di riunirsi. Non sappiamo la matrice dell’atto vandalico.
Credo, tuttavia, che in tempi dove si soffia sul combustibile dello scontro identitario, nostra responsabilità è usare tutti gli strumenti in nostro possesso per spegnere gli incendi della rabbia e del rancore. E’ questo il tempo per verificare se l’evangelo è davvero la nostra bussola o se anche noi siamo rimasti contaminati dalla fuliggine dell’astio e del risentimento. I locali si possono riprestinare, ma i danni ai polmoni dell’anima sono permanenti. E’ tempo di imparare a vivere la chiamata ad amare i nostri nemici” e a vincere il male con il bene. Non so chi siano le persone che hanno devastato i locali della chiesa battista di Varese. So tuttavia che sono persone, creature di Dio: che mi piaccia o meno, sono i miei fratelli di cui io sono responsabile. Li immagino arrabbiati e disperati. Anche di questa povertà culturale e relazionale sono chiamata a farmi carico.
La chiesa battista di Varese ha perso i suoi locali, ma non è sola e può contare sulla solidarietà reciproca e su quella di tante persone attorno a lei. Probabilmente non è così per chi si ritrova a sporcare, saccheggiare, fino a bruciare spazi che non sente suoi.

https://riforma.it/it/articolo/2018/10/08/incendiati-i-locali-della-chiesa-battista-di-varese

La pastora: “La chiesa battista non è sola, chi vandalizza probabilmente si”

Ottobre 10, 2018Permalink

22 agosto 2018 – A proposito di pedofilia nella chiesa

20 agosto 2018    LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

AL POPOLO DI DIO
«Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme» (1 Cor 12,26). Queste parole di San Paolo risuonano con forza nel mio cuore constatando ancora una volta la sofferenza vissuta da molti minori a causa di abusi sessuali, di potere e di coscienza commessi da un numero notevole di chierici e persone consacrate. Un crimine che genera profonde ferite di dolore e di impotenza, anzitutto nelle vittime, ma anche nei loro familiari e nell’intera comunità, siano credenti o non credenti. Guardando al passato, non sarà mai abbastanza ciò che si fa per chiedere perdono e cercare di riparare il danno causato. Guardando al futuro, non sarà mai poco tutto ciò che si fa per dar vita a una cultura capace di evitare che tali situazioni non solo non si ripetano, ma non trovino spazio per essere coperte e perpetuarsi. Il dolore delle vittime e delle loro famiglie è anche il nostro dolore, perciò urge ribadire ancora una volta il nostro impegno per garantire la protezione dei minori e degli adulti in situazione di vulnerabilità.

1. Se un membro soffre
Negli ultimi giorni è stato pubblicato un rapporto in cui si descrive l’esperienza di almeno mille persone che sono state vittime di abusi sessuali, di potere e di coscienza per mano di sacerdoti, in un arco di circa settant’anni. Benché si possa dire che la maggior parte dei casi riguarda il passato, tuttavia, col passare del tempo abbiamo conosciuto il dolore di molte delle vittime e constatiamo che le ferite non spariscono mai e ci obbligano a condannare con forza queste atrocità, come pure a concentrare gli sforzi per sradicare questa cultura di morte; le ferite “non vanno mai prescritte”. Il dolore di queste vittime è un lamento che sale al cielo, che tocca l’anima e che per molto tempo è stato ignorato, nascosto o messo a tacere. Ma il suo grido è stato più forte di tutte le misure che hanno cercato di farlo tacere o, anche, hanno preteso di risolverlo con decisioni che ne hanno accresciuto la gravità cadendo nella complicità. Grido che il Signore ha ascoltato facendoci vedere, ancora una volta, da che parte vuole stare. Il cantico di Maria non si sbaglia e, come un sottofondo, continua a percorrere la storia perché il Signore si ricorda della promessa che ha fatto ai nostri padri: «Ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1,51-53), e proviamo vergogna quando ci accorgiamo che il nostro stile di vita ha smentito e smentisce ciò che recitiamo con la nostra voce.
Con vergogna e pentimento, come comunità ecclesiale, ammettiamo che non abbiamo saputo stare dove dovevamo stare, che non abbiamo agito in tempo riconoscendo la dimensione e la gravità del danno che si stava causando in tante vite. Abbiamo trascurato e abbandonato i piccoli. Faccio mie le parole dell’allora Cardinale Ratzinger quando, nella Via Crucis scritta per il Venerdì Santo del 2005), si unì al grido di dolore di tante vittime e con forza disse: «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! […] Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del suo Corpo e del suo Sangue è certamente il più grande dolore del Redentore, quello che gli trafigge il cuore. Non ci rimane altro che rivolgergli, dal più profondo dell’animo, il grido: Kyrie, eleison – Signore, salvaci (cfr Mt 8,25)» (Nona Stazione).

2. Tutte le membra soffrono insieme
La dimensione e la grandezza degli avvenimenti esige di farsi carico di questo fatto in maniera globale e comunitaria. Benché sia importante e necessario in ogni cammino di conversione prendere conoscenza dell’accaduto, questo da sé non basta. Oggi siamo interpellati come Popolo di Dio a farci carico del dolore dei nostri fratelli feriti nella carne e nello spirito. Se in passato l’omissione ha potuto diventare una forma di risposta, oggi vogliamo che la solidarietà, intesa nel suo significato più profondo ed esigente, diventi il nostro modo di fare la storia presente e futura, in un ambito dove i conflitti, le tensioni e specialmente le vittime di ogni tipo di abuso possano trovare una mano tesa che le protegga e le riscatti dal loro dolore (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 228). Tale solidarietà ci chiede, a sua volta, di denunciare tutto ciò che possa mettere in pericolo l’integrità di qualsiasi persona. Solidarietà che reclama la lotta contro ogni tipo di corruzione, specialmente quella spirituale, «perché si tratta di una cecità comoda e autosufficiente dove alla fine tutto sembra lecito: l’inganno, la calunnia, l’egoismo e tante sottili forme di autoreferenzialità, poiché “anche Satana si maschera da angelo della luce” (2 Cor 11,14)» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 165). L’appello di San Paolo a soffrire con chi soffre è il miglior antidoto contro ogni volontà di continuare a riprodurre tra di noi le parole di Caino: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9).
Sono consapevole dello sforzo e del lavoro che si compie in diverse parti del mondo per garantire e realizzare le mediazioni necessarie, che diano sicurezza e proteggano l’integrità dei bambini e degli adulti in stato di vulnerabilità, come pure della diffusione della “tolleranza zero” e dei modi di rendere conto da parte di tutti coloro che compiono o coprono questi delitti. Abbiamo tardato ad applicare queste azioni e sanzioni così necessarie, ma sono fiducioso che esse aiuteranno a garantire una maggiore cultura della protezione nel presente e nel futuro.
Unitamente a questi sforzi, è necessario che ciascun battezzato si senta coinvolto nella trasformazione ecclesiale e sociale di cui tanto abbiamo bisogno. Tale trasformazione esige la conversione personale e comunitaria e ci porta a guardare nella stessa direzione dove guarda il Signore. Così amava dire San Giovanni Paolo II: «Se siamo ripartiti davvero dalla contemplazione di Cristo, dovremo saperlo scorgere soprattutto nel volto di coloro con i quali egli stesso ha voluto identificarsi» (Lett. ap. Novo millennio ineunte, 49). Imparare a guardare dove guarda il Signore, a stare dove il Signore vuole che stiamo, a convertire il cuore stando alla sua presenza. Per questo scopo saranno di aiuto la preghiera e la penitenza. Invito tutto il santo Popolo fedele di Dio all’esercizio penitenziale della preghiera e del digiuno secondo il comando del Signore (Nota 1), che risveglia la nostra coscienza, la nostra solidarietà e il nostro impegno per una cultura della protezione e del “mai più” verso ogni tipo e forma di abuso.
E’ impossibile immaginare una conversione dell’agire ecclesiale senza la partecipazione attiva di tutte le componenti del Popolo di Dio. Di più: ogni volta che abbiamo cercato di soppiantare, mettere a tacere, ignorare, ridurre a piccole élites il Popolo di Dio abbiamo costruito comunità, programmi, scelte teologiche, spiritualità e strutture senza radici, senza memoria, senza volto, senza corpo, in definitiva senza vita (Nota 2).  Ciò si manifesta con chiarezza in un modo anomalo di intendere l’autorità nella Chiesa – molto comune in numerose comunità nelle quali si sono verificati comportamenti di abuso sessuale, di potere e di coscienza – quale è il clericalismo, quell’atteggiamento che «non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente» (Nota 3). Il clericalismo, favorito sia dagli stessi sacerdoti sia dai laici, genera una scissione nel corpo ecclesiale che fomenta e aiuta a perpetuare molti dei mali che oggi denunciamo. Dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo.
E’ sempre bene ricordare che il Signore, «nella storia della salvezza, ha salvato un popolo. Non esiste piena identità senza appartenenza a un popolo. Perciò nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana: Dio ha voluto entrare in una dinamica popolare, nella dinamica di un popolo» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 6). Pertanto, l’unico modo che abbiamo per rispondere a questo male che si è preso tante vite è viverlo come un compito che ci coinvolge e ci riguarda tutti come Popolo di Dio. Questa consapevolezza di sentirci parte di un popolo e di una storia comune ci consentirà di riconoscere i nostri peccati e gli errori del passato con un’apertura penitenziale capace di lasciarsi rinnovare da dentro. Tutto ciò che si fa per sradicare la cultura dell’abuso dalle nostre comunità senza una partecipazione attiva di tutti i membri della Chiesa non riuscirà a generare le dinamiche necessarie per una sana ed effettiva trasformazione. La dimensione penitenziale di digiuno e preghiera ci aiuterà come Popolo di Dio a metterci davanti al Signore e ai nostri fratelli feriti, come peccatori che implorano il perdono e la grazia della vergogna e della conversione, e così a elaborare azioni che producano dinamismi in sintonia col Vangelo. Perché «ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 11).
E’ imprescindibile che come Chiesa possiamo riconoscere e condannare con dolore e vergogna le atrocità commesse da persone consacrate, chierici, e anche da tutti coloro che avevano la missione di vigilare e proteggere i più vulnerabili. Chiediamo perdono per i peccati propri e altrui. La coscienza del peccato ci aiuta a riconoscere gli errori, i delitti e le ferite procurate nel passato e ci permette di aprirci e impegnarci maggiormente nel presente in un cammino di rinnovata conversione.
Al tempo stesso, la penitenza e la preghiera ci aiuteranno a sensibilizzare i nostri occhi e il nostro cuore dinanzi alla sofferenza degli altri e a vincere la bramosia di dominio e di possesso che tante volte diventa radice di questi mali. Che il digiuno e la preghiera aprano le nostre orecchie al dolore silenzioso dei bambini, dei giovani e dei disabili. Digiuno che ci procuri fame e sete di giustizia e ci spinga a camminare nella verità appoggiando tutte le mediazioni giudiziarie che siano necessarie. Un digiuno che ci scuota e ci porti a impegnarci nella verità e nella carità con tutti gli uomini di buona volontà e con la società in generale per lottare contro qualsiasi tipo di abuso sessuale, di potere e di coscienza.
In tal modo potremo manifestare la vocazione a cui siamo stati chiamati di essere «segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 1).
«Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme», ci diceva San Paolo. Mediante l’atteggiamento orante e penitenziale potremo entrare in sintonia personale e comunitaria con questa esortazione, perché crescano tra di noi i doni della compassione, della giustizia, della prevenzione e della riparazione. Maria ha saputo stare ai piedi della croce del suo Figlio. Non l’ha fatto in un modo qualunque, ma è stata saldamente in piedi e accanto ad essa. Con questa posizione esprime il suo modo di stare nella vita. Quando sperimentiamo la desolazione che ci procurano queste piaghe ecclesiali, con Maria ci farà bene “insistere di più nella preghiera” (cfr S. Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, 319), cercando di crescere nell’amore e nella fedeltà alla Chiesa. Lei, la prima discepola, insegna a tutti noi discepoli come dobbiamo comportarci di fronte alla sofferenza dell’innocente, senza evasioni e pusillanimità. Guardare a Maria vuol dire imparare a scoprire dove e come deve stare il discepolo di Cristo.
Lo Spirito Santo ci dia la grazia della conversione e l’unzione interiore per poter esprimere, davanti a questi crimini di abuso, il nostro pentimento e la nostra decisione di lottare con coraggio.

Vaticano, 20 agosto 2018
Francesco

Nota 1 _ «Questa specie di demoni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno» ( Mt 17,21).

Nota 2_ Cfr Lettera al Popolo di Dio pellegrino in Cile, 31 maggio 2018.

Nota 3_ Lettera al Cardinale Marc Ouellet, Presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, 19 marzo 2016.

***

Michael Davide Semeraro “Lettera al popolo di Dio”

Tutti ricordiamo con commozione il primo apparire di papa Francesco alla loggia centrale della Basilica di san Pietro per presentarsi alla Chiesa e al mondo come Vescovo di Roma. Di certo papa Francesco, sin dal primo momento, ha parlato una che si è espressa con le parole e, soprattutto, con i gesti.
Quell’attimo di lungo silenzio, che ha preceduto l’inatteso saluto familiare di un semplice ed intimo , ha permesso di comprendere come il nuovo Vescovo di Roma veniva a salutare la Chiesa di Dio che è in Roma e, attraverso di essa, tutte le Chiese sparse nel mondo. Era rivestito degli abiti propri che indicano il suo ministero, in realtà spogliandosi di tutto ciò che perpetuava i segni del potere imperiale-sacerdotale del Sommo Pontefice. Rivestendo il ministero petrino ha dismesso quel sommo pontificato ereditato dal paganesimo, così stridente con la nudità del Crocifisso.
Il solenne riconoscimento della precedenza del popolo di Dio radicato nel battesimo, da cui fluisce non solo il mistero della Chiesa, ma anche ogni suo ministero, è stato centrale in tutto il magistero, di parole e gesti, in questi cinque anni abbondanti. Il giorno della memoria di san Bernardo, autore del “De consideratione”, in cui l’abate di Clairvaux insegnava al suo antico discepolo, divenuto papa Eugenio III, ad esercitare bene il suo ministero, papa Francesco ha pubblicato la sua Lettera al popolo di Dio. Se la prima sera del suo “pontificato”, Francesco si è leggermente inclinato per ricevere la silenziosa benedizione del popolo di Dio e del popolo di Umanità, riunito in piazza san Pietro e collegato con Roma da tutto il mondo, con questa Lettera si mette in ginocchio per chiedere perdono. Il messaggio è inequivocabile .
In questi ultimi anni, a più riprese e in varie parti del mondo, la Chiesa è stata messa in ginocchio dal susseguirsi di scandali per gli . Alcune diocesi sono ormai in ginocchio non solo a livello economico, ma di dignità. Papa Francesco non si accontenta di prendere atto che la Chiesa è stata messa in ginocchio dalle circostanze. In fedeltà al suo ministero chiede a tutti i fedeli, come popolo santo di Dio che sa di essere non una società più o meno perfetta, ma il Corpo di Cristo, di mettersi spontaneamente in ginocchio per riconoscere i suoi errori. La Chiesa nell’umiltà e nella verità di Cristo si cosparge il capo di cenere, per far sì che la sofferenza inflitta si trasformi in appello alla conversione. Oggi, la Chiesa, che in molte e troppe occasioni è stata fustigatrice dei mali altrui, riconosce, in tutta umiltà, il proprio bisogno di penitenza e di urgente rinnovamento interiore. Con parole forti papa Francesco richiama il senso del popolo di Dio che fa il mistero della Chiesa e ricorda a tutti che . Come battezzati siamo tutti implicati, perché ci riconosciamo nella sofferenza degli abusati e nella responsabilità di quanti si sono macchiati di queste colpe. L’antico adagio patristico, che indicava la Chiesa come , ritrova tutta la sua profondità di senso e di appello.
Papa Francesco sta mantenendo la sua parola e si dimostra ancora una volta pastore onesto e umile. Rimane fermo il suo primo segno, quando chiese al popolo di ratificare, con una preghiera di benedizione, la scelta fatta dai cardinali di santa romana Chiesa. Il segnale che resta fondamentale è quello della spoliazione che significa concretamente abbracciare un lungo processo di declericalizzazione delle strutture e dello stile nella vita della Chiesa. Declericalizzare significa rinunciare continuamente alla mentalità di un potere ricevuto e da esercitare come privilegio ed esenzione da valutazione. Declericalizzare significa cercare appassionatamente, ogni giorno, di imitare e assumere (Fil 2, 5) e lo stile di Cristo Signore, il quale (2, 7).
Nella Lettera al popolo di Dio, ciò che è stato ripetuto in mille modi in questi anni dal Vescovo di Roma viene indicato come la sfida primaria e fondamentale della nostra vita di Chiesa. Siamo di fronte ad un appello profetico alla conversione che non è più procrastinabile. Se qualcuno non l’avesse capito o non lo volesse capire, papa Francesco, con l’autorità oggettiva del suo magistero ordinario, chiama con nome e cognome il male fondamentale della Chiesa: .
Esercitando il suo ministero di (Lc 22, 32) e di orientamento del cammino della Chiesa nella sua fedeltà incarnata e non incartata al Vangelo, papa Francesco mobilita il popolo di Dio in questa missione interna di declericalizzazione radicale e urgente. Dopo duemila anni, il “cristianesimo” – ormai al suo inevitabile tramonto come sistema religioso – è chiamato a radicarsi di nuovo nella logica esigente del Vangelo. Siamo di fronte ad un appello urgente di partire interiormente per una “crociata evangelica”, la più esigente e così disarmata da essere disarmante. Saremo capaci, come popolo di Dio, di rispondere a questo appello come, in passato, ci siamo impegnati – non senza ambiguità – in altre “crociate” assai meno compatibili con il Vangelo? Il primo passo, perché questo possa avvenire, è un sussulto di intelligenza e di ricerca del modo più adeguato di essere Chiesa nel nostro tempo per gli uomini e le donne che attendono, attraverso di noi, la grazia del Vangelo. Un simile processo implica una riflessione radicale sull’esercizio dei vari ministeri nella Chiesa e, in particolare, di quelli legati al sacramento dell’Ordine.
Riprendo, con gratitudine e stima, le parole con cui padre Ghislain Lafont – monaco e teologo ultranovantenne – ha concluso la recensione al mio ultimo libro (1), in cui cerco di dare il mio contributo proprio a questa riflessione che papa Francesco rilancia con urgenza. Così scrive padre Lafont: <è un invito a ripensare e ad esercitare il “sacerdozio” all’interno di una vocazione cristiana che cerca di assumere interamente la propria umanità. In conclusione, l’autore fa allusione alla Rivoluzione copernicana, poi alla Rivoluzione francese, ciò che fa del suo libro il carattere di provocazione per una terza Rivoluzione, proprio mentre – ci tocca ammetterlo – gli anni che ci separano dal Concilio Vaticano II evocano piuttosto la Restaurazione>.
Dopo la Lettera al popolo di Dio, vorrei, idealmente o virtualmente, dedicare proprio al Vescovo di Roma questo mio testo –Preti senza battesimo?– per sostenere con il mio piccolo contributo il compito che papa Francesco affida a tutti i battezzati. Ritrovare l’ordine nella vita della Chiesa e in particolare nel ministero dei chierici esige di rimettere in ordine la gerarchia dei sacramenti. Il cammino che ci viene indicato sarà possibile solo se saremo capaci di ritrovare, tutti insieme e in modo eguale, il fondamento del Battesimo nella comunione al Corpo di Cristo che viene nutrita e rafforzata dall’Eucaristia.
Non ci resta che metterci tutti in ginocchio! Dobbiamo farlo non solo per esprimere il necessario stato di cui ci richiama papa Francesco in riparazione degli scandali. Dobbiamo metterci serenamente in ginocchio per ritrovare l’attitudine propria e specifica di ogni buon (Mt 13, 52). Il Cristo Signore si è messo amorosamente al posto di chi serve e ci ha chiesto di (Gv 13, 14). Come dimenticare ciò che segue: (13, 17)? Non ci resta che cominciare con entusiasmo e tutti insieme… non è mai troppo tardi se cominciamo (Lc 19, 9).
Fr. MichaelDavide, osb

[1] Preti senza battesimo? Una provocazione, non un giudizio, San Paolo 2018.

20 agosto
http://w2.vatican.va/content/francesco/it/letters/2018/documents/papa-francesco_20180820_lettera-popolo-didio.html

21 agosto
https://alzogliocchiversoilcielo.blogspot.com/2018/08/michaeldavide-semeraro-lettera-al.html#more

Agosto 22, 2018Permalink

2 luglio 2018 – Ho un sogno n.252

E’ uscito il Bollettino mensile HUS.
Ne riporto l’ editoriale e due articoli con la mia firma.

PER UNA CONVIVENZA SOCIALMENTE DESIDERABILE

Quando nel 1991 abbiamo iniziato a pubblicare Ho un sogno coltivavamo la speranza di giungere in pochi decenni a una società pacifica, solidale e aperta. Sembrava un’e¬voluzione scontata, frutto della sempre più ampia evidenza scientifica e della crescita culturale, che avrebbero portato a dare attenzione ai veri problemi del nostro pianeta: l’evoluzione climatica, la perdita di biodiversità, l’accesso equo alle risorse e ai benefici in un’economia sempre più concentrata nelle mani di piccole élite. Così non è stato.
L’Unione europea che costituiva uno dei nuclei più elevati di apertura a un futuro sostenibile e di relazioni eque con il resto del mondo, si è chiusa in una fortezza, attenta agli egoismi nazionali e alla “pancia” dei propri elettori. Le migrazioni e l’accoglienza dei rifugiati sono passati da aspetti importanti da governare a temi utili per riaffermare visioni nazionalistiche e per costruire il consenso all’interno dei singoli Paesi.
La scarsa attenzione al rispetto del diritto internazionale e al compimento degli accordi tra gli Stati membri, basi morali e giuridiche del progetto europeo, unite all’irrespon¬sabilità dei politici populisti hanno alimentato il senso di insicurezza personale e di marginalità e generato sentimenti di rivalsa e di rabbia. La voglia di cambiamento, in particolare tra i giovani, si è rivolta verso i movimenti xenofobi e posizioni “sovraniste”, che privilegiano le parole d’odio e lo scontro al dialogo e alla collaborazione.
Che fare? È senz’altro importante, anzi necessario, costruire una forte opposizione a qualsiasi politica che alimenti esclusione e odio, in particolare quando si prendono di mira gli ultimi e su questo numero di Ho un sogno, segnaliamo alcune azioni concrete in questa direzione. Ciò che non è opportuno fare è approfondire il solco tra le persone e i gruppi che hanno visioni diverse, tra un noi, spiriti liberi e solidali e un loro, cinici e razzisti. Al contrario, è utile aprire ambiti di dialogo, di ascolto attivo di posizioni e interessi diversi, di riflessione più profonda di quella veicolata attraverso i social media. Perché il nostro cammino di civiltà è sicuramente meno lineare di quanto atteso, ma non può che essere inclusivo e popolare. Come ricordava Alex Langer, il grande costruttore di ponti tra comunità, che ci ha lasciato proprio ai primi di luglio del 1995, un futuro per affermarsi deve essere non solo giusto, ma socialmente desiderabile.
(Alex Langer morì il 3 luglio 1995 – data segnalata nel mio post di ieri)

Per lui non è finita la pacchia è finita la vita – 1 giugno 2018.
Soumaila Sacko è morto colpito da un proiettile in testa mentre stava recuperando alcune lamiere in un vecchio stabilimento ab¬bandonato in località “ex Fornace” di San Calogero. Era un mi¬grante regolare del Mali, bracciante sfruttato nei campi agricoli di Reggio Calabria, padre di una figlia di 5 anni. Soumaila era impegnato nella lotta allo sfruttamento e lavorava per un salario di tre euro l’ora al giorno. Era un sindacalista che aiutava i suoi compagni ad avere più diritti. 
Dopo aver ricevuto nel nostro Paese il saluto degli sfruttati come lui, Soumaila Sacko è tornato nel suo paese, il Mali, accolto dall’affetto e dal dolore straziante dei suoi familiari. Ma, come ha dichiarato Livia Turco, Soumaila Sacko deve continuare a vi¬vere in mezzo a noi. Abbiamo bisogno di vedere il suo volto per ri¬trovare noi stessi, la nostra dignità di popolo, la nostra etica pub¬blica di paese solidale, la nostra radice di popolo di emigranti. Il
volto di Sacko per ricordarci quello dei nostri connazionali morti a Marcinelle, quelli morti sui barconi che salpavano gli oceani per andare nelle Americhe. Abbiamo bisogno del volto di Sacko in mezzo a noi per rimetterci in viaggio, per ritrovare l’orgoglio dei nostri valori e delle tante battaglie compiute in passato. Per sollecitare ciascuno di noi a costruire un legame umano e sociale con le persone che ci vivono accanto. Anche quando sono immi¬grati. Insieme si possono costruire quartieri più vivibili. Può tor¬nare in gioco l’umanità di ciascuno, si può affrontare finalmente il grande assente dalle politiche pubbliche e dal dibattito pub¬blico che è la costruzione della convivenza, compito non facile perché significa superare le distanze, avere e praticare obiettivi comuni per la comunità. Come sanno bene tanti italiani che que¬sta fatica e bellezza della convivenza l’hanno scoperta e la prati¬cano da tanto tempo. Non esiste solo il risentimento e la paura.
Ho il sogno che un giorno tutti gli uomini si alzeranno in piedi e si renderanno conto che sono stati creati per vivere insieme come fratelli. Questa mattina ho ancora il sogno che un giorno ogni nero della nostra patria, ogni uomo di colore di tutto il mondo, sarà giudicato sulla base del suo carattere piuttosto che su quella del colore della sua pelle, e ogni uomo rispetterà la dignità e il valore della personalità umana. Ho ancora il sogno che un giorno la giustizia scorrerà come acqua e la ret-titudine come una corrente poderosa. Ho ancora il sogno che un giorno la guerra cesserà, che gli uomini muteranno le loro spade in aratri e che le nazioni non insorgeranno più contro le nazioni, e la guerra non sarà neppure oggetto di studio.
Martin Luther King (a 50 anni dal suo assassinio – 4 aprile 1968).

E non basta. Così nel numero di marzo (HUS 251)
Il 5 marzo muore a Firenze Idy Diene, un senegalese di 54 anni, freddato a colpi di pistola sul ponte Vespucci dove vendeva ombrelli.
Anche il suo assassino ha un nome: è un ex tipografo in pensione Roberto Pirrone che, dopo essere stato arrestato, ha dichiarato di aver sparato a caso contro il primo che passava perché, uscito di casa per suicidarsi, non aveva avuto il coraggio di farlo. Dai frammenti di notizie che si colgono la prigione gli sembrava una garanzia di sopravvivenza fuori della sua abitazione dove si affollavano difficoltà di ogni genere e dove la polizia ha trovato numerose armi, legalmente in suo possesso.
La storia, che si muove fra odio, violenza e dolore, ha un’altra protagonista, una donna senegalese, Rokhaya Mbengue. Viveva nel suo paese quando le era giunta la notizia della morte del primo marito, Samb Modou, assassinato il 13 dicembre 2011 in piazza Dalmazia a Firenze dall’estremista di destra Gianluca Casseri. Con lui era stato ucciso il suo connazionale Diop Mor.
Rokhaya allora era emigrata in Italia per continuare l’impegno a far studiare in Senegal la figlia Fatou. Qui era stata aiutata da Idy Diene, cugino del marito, che nel 2011 si era fatto carico del rientro nella sua terra della salma di Samb. Infine lo aveva sposato e così lo descrive “La mia vita insieme a Idy è stata bellissima: Idy era una brava persona, era gentile, il suo cuore era puro come quello di un diamante”.
Con la salma di Idy che deve tornare in Senegal se ne vuole andare anche Rokhaya per ricongiungersi alla figlia. Per garantirle gli studi subiva il pregiudizio e tollerava il disprezzo.-“A volte salgo sull’autobus e mi siedo. E subito quello che è accanto a me si alza perché io sono nera”. Ora ha paura. E’ cittadina italiana ma il colore della sua pelle si è fatto per lei condanna irrimediabile nel paese che pretende di essere suo.
Gli insulti che Rokhaya subiva hanno un fattore di crescita anche nella pratica del bullismo che crea spesso azioni collettive contro persone deboli che possono essere perseguitate senza che ne ricada un danno sui persecutori. Era una pratica che ai tempi del servizio militare obbligatorio assumeva nelle caserme le caratteristiche di un feroce rito iniziatico, un rito che si ripeteva grossolano e anche spietato nelle università per le matricole. Si è poi sviluppato come bullismo contro i gay, i disabili, gli stranieri.
Proprio in quei primi giorni di marzo, quando veniva assassinato Idy Diene, si consumava l’agonia di Mariam Moustafa, italiana di origine egiziana, una ragazza di 18 anni nata e vissuta in Italia.
Da qualche tempo la famiglia si era trasferita in Inghilterra sperando di trovarvi migliori opportunità di vita. Mariam era iscritta al Nottingham College dove studiava ingegneria.
Picchiata ferocemente il 20 febbraio da un gruppo di ‘bulle’, sembra non avesse neppure ricevuto cure appropriate nell’ospedale dove era stata ricoverata e il 14 marzo cessava di vivere.
Raccontando questa vicenda il linguaggio giornalistico testimonia l’uso di un femminile che è difficile trovare nei dizionari. Di fatto però al bullo si unisce la bulla non solo in Inghilterra.

Informazione: Chi volesse prendere visione di HUS può rivolgersi alla libreria CLUF di via Gemona 22 o, per riceverlo,  scrivere a asspp -at – iol.it

Luglio 2, 2018Permalink

2 aprile 2018 – Siria, l’Isis ha distrutto il palazzo più antico della storia: costruito 4.500 anni fa

Quello di Mari, in Siria, era considerato dagli storici il palazzo più antico della storia dell’umanità: sarebbe stato edificato circa 4.500 anni fa ed è stato distrutto nei giorni scorsi con cariche di dinamite.
di Davide Falcioni

Il più antico palazzo edificato dall’uomo è stato distrutto dagli uomini dello Stato Islamico, in Siria. E’ accaduto a Mari, città mesopotamica tra le più datate della storia dell’umanità, fondata 2.900 anni prima della nascita di Cristo nell’attuale Siria orientale e i cui resti si erano conservati in ottimo stato per millenni, giungendo fino ai giorni nostri. Ebbene, stando a quanto rivelano fonti siriane la città è stata distrutta dai miliziani dell’esercito del Califfato. Le fotografie della devastazione e di quanto resta di un sito per il quale si stava valutando la candidatura a Patrimonio dell’Umanità, sono state pubblicate dal quotidiano francese Le Monde sulla base delle informazioni e delle immagini diffuse dalla Direzione delle antichità e dei musei (Dgam) della Siria. L’entità del danno è inestimabile e appare assai difficoltoso, visto il conflitto ancora in corso, inviare sul posto esperti che possano quantificare con esattezza l’entità del disastro oppure accertare cosa sia possibile salvare. Il sito di Mari ospitava tra gli altri importanti reperti anche quello che gli archeologi ritenevano essere il palazzo più antico della storia, un edificio costruito circa 4.500 anni fa.
Pascal Butterlin, docente di archeologia del Vicino Oriente antico (Università di Parigi -I) e direttore della missione archeologica francese di Mari (MAM), non ha usato mezzi termini per descrivere l’entità del danno provocato dai soldati di Daesh: “Quello di Mari era il più antico palazzo dell’umanità a noi noto, l’equivalente del palazzo di Nimrud. Si trattava di un edificio unico al mondo in buono stato di conservazione. La sua distruzione rappresenta un dramma: avevamo a lungo lavorato per inserirlo tra i siti Patrimonio Mondiale dell’Umanità”. La città di Mari dista appena 15 chilometri dal confine con l’Iraq ed è da tempo sotto il controllo dell’Isis: a giudicare dai danni, sembrerebbe che i miliziani l’abbiano distrutta facendo esplodere cariche di dinamite.

NOTA. L’avevo visto esattamente 17 anni fa, poi il ritorno ad Aleppo lungo il corso dell’Eufrate

FONTE:
https://www.fanpage.it/siria-l-isis-ha-distrutto-il-palazzo-piu-antico-della-storia-costruito-4-500-anni-fa/

Aprile 2, 2018Permalink

31 marzo 2018 – Rovistando nel mio blog

Rovistando nel mio blog ho trovato una notizia che avevo pubblicato nel 2004 e di cui riporto la parte che posso ancora documentare.
Penso in particolare agli ‘effetti collaterali’ che la guerra assicura alla disumanizzazione dove la protezione, che mi sembra garantire più i militari che i civili, non protegge però i primi dalla devastazione intellettuale ed etica che il dialogo che si può leggere e ascoltare dimostra.

Ecco la vecchia notizia del 2004.
Molto opportunamente quotidiani, radio e tv denunciano la scandalosa azione dei marines che in Afganistan orinano sui cadaveri dei talebani uccisi. Gira sul web, ampiamente ripreso e più volte trasmesso il video che riproduce lo scempio.
Domina le reazioni un contegno ipocrita da ‘prima volta’.
Non c’è bisogno di citare Abu Ghraib o Guantanamo: possiamo dar spazio alla memoria senza uscire di casa. Basta un computer.
Nel mese di agosto del 2004 si svolse a Nassiriya la battaglia dei ponti cui parteciparono anche militari italiani.
Si può ancora ritrovare un video
E’ intitolato ‘Nassiriya agosto 2004. Un giorno di guerra’ e dura più di dieci minuti.
Nella fase iniziale si vedono militari che –apparentemente in maniera piuttosto confusa – si appostano sul tetto di una casa.
Chissà se gli abitanti di quella casa erano fuggiti o erano stati ammazzati? Di questo non veniamo informati.
Le didascalie recitano che è in corso la ‘terza battaglia dei ponti’ e che ‘il nemico è dall’altra parte del fiume’, quindi non minaccia direttamente i militari accovacciati dietro un parapetto in muratura.
Trascriviamo alcune battute pronunciate in perfetto italiano:
‘Che spettacolo!’ ‘Ancora vivo quello’ (didascalia: avvistato il nemico ferito).
‘Guarda com’è bellino per terra!’ ‘Alza la testa’
‘Guarda come si muove il bastardo’
‘Luca annichiliscilo’. Uno sparo. Luca evidentemente ha eseguito con successo.

Anche allora qualcosa si seppe dai media la cui documentazione è in parte ancora accessibile.

Riporto due edizioni dello stesso video che si raggiungono con you tube e il link a un articolo de la.Repubblica.it che conferma quanto si ascolta e che anch’io ho trascritto nelle sue parti essenziali
https://www.youtube.com/watch?v=XmGcfG2ZIKg
https://www.youtube.com/watch?v=Eqfs5p4I99I
http://www.repubblica.it/2005/l/sezioni/esteri/iraq73/battnassi/battnassi.html

Marzo 31, 2018Permalink

17 marzo 2018 – La moglie dell’uomo ucciso a Firenze spiega cos’è il razzismo

Un articolo del 13 marzo di Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale

Ha una specie di rosario tra le mani, il kurus: una catena di perline di legno che scorre nervosamente con le dita. Rokhaya Mbengue si nasconde dietro un velo viola decorato con fiori e gocce argentate, mentre siede in silenzio nel salotto della casa di Pontedera, in provincia di Pisa, circondata da amici e parenti venuti a trovarla.
Non ha nemmeno quarant’anni, ma ha già perso due mariti nello stesso modo: entrambi uccisi per strada a Firenze da due italiani che non li conoscevano nemmeno. Seduta su un materasso steso per terra in un appartamento al terzo piano di un palazzo, la donna è piegata su se stessa nel gesto ripetitivo di pregare contando le perline di legno del rosario. Tutti sono intorno a lei. L’unico rumore è quello della pioggia che entra dalla finestra. Ogni tanto arriva qualche schiamazzo dei bambini di casa che si rincorrono nel corridoio.
Era nel suo paese a Morola, in Senegal, quando il 13 dicembre 2011 Rokhaya Mbengue, soprannominata Kenne, ha saputo che il suo primo marito, Samb Modou, era stato ucciso da un uomo bianco che si era messo a sparare contro i neri. Gianluca Casseri, un militante di CasaPound, aveva ucciso due venditori ambulanti senegalesi al mercato di piazza Dalmazia, nel centro di Firenze. Tra loro c’era Samb Modou.
Ricorda di essere rimasta senza fiato, per giorni con la sua unica figlia, Fatou, ad aspettare che tornasse il corpo del marito dall’Italia. “Nella nostra religione, se uno muore dobbiamo seppellirlo il prima possibile per garantirgli la pace”, spiega Suleiman Seck, un cugino che è rimasto in piedi accanto a lei e l’aiuta a parlare quando le parole s’inceppano.
“Ho pensato che non mi sarei mai ripresa da quel dolore, era troppo”, ricorda Kenne. Ma poi per il bene della figlia Fatou, si è tolta il lutto e si è comportata come la famiglia le ha consigliato e come prevede la tradizione senegalese. Ha sposato uno dei cugini di Samb, Idy Diene, un uomo molto religioso che viveva in Italia dal 2001 e si era occupato di tutte le questioni burocratiche per il rimpatrio della salma. Dopo il matrimonio con Diene, Kenne si è trasferita in Italia. Voleva lavorare per assicurare un futuro a sua figlia Fatou, rimasta senza padre.
Come un diamante
I primi tempi a Firenze sono stati duri, ricorda. Ma poi è stata assunta come badante nella casa di una signora che l’ha accolta come una figlia. “La mia vita insieme a Idy è stata bellissima: Idy era una brava persona, era gentile, il suo cuore era puro come quello di un diamante”. Rokhaya Mbengue si copre con il velo che le nasconde gli zigomi pronunciati e gli occhi allungati, cerchiati da un’ombra scura, dopo giorni di pianto. Anche la donna italiana per cui lavorava voleva molto bene a suo marito e ci parlava spesso al telefono, “perché Idy amava scherzare”. “Il giorno in cui è stato ucciso ci avevamo parlato verso le 10, avevamo riso”, racconta Kenne.
Solo due ore dopo, mentre era sul ponte Amerigo Vespucci a vendere ombrelli, Idy Diene, un uomo corpulento di 54 anni, che tutti dipingono come “un uomo di pace” è stato colpito da tre proiettili: uno alla nuca, uno al petto e uno alle gambe. A sparare il sessantacinquenne Roberto Pirrone, ex tipografo in pensione, che dopo essere stato arrestato ha detto alla polizia di aver sparato a caso contro il primo che passava, perché era uscito di casa per suicidarsi, ma non aveva avuto il coraggio di farlo.
Kenne non ha nemmeno voluto vedere la foto dell’assassino di suo marito. “Una persona buona è andata via, un uomo che pensava solo a lavorare. Ora chi si occuperà dei suoi figli?”. Se potesse incontrare Pirrone, Kenne non vorrebbe parlargli. È molto religiosa, crede nella giustizia divina. “Dio è grande, più grande di tutti noi, io voglio solo pregare per mio marito”, dice mentre le si spezza la voce. “C’erano altre persone sul ponte, ma la violenza omicida di Pirrone si è scagliata contro l’unico nero, colpito alle spalle. In sette anni sono morti tre senegalesi a Firenze, tutti nello stesso modo e noi ora abbiamo paura, aggiunge Suleiman.
Kenne non vuole più rimanere in Italia, anche se da poco ha ottenuto la cittadinanza italiana. Vuole tornare da sua figlia in Senegal. “Io ho paura a camminare per strada, ho troppa paura”, dice. Il razzismo per Kenne è il disprezzo immotivato e quotidiano, che può diventare improvvisamente una condanna a morte. “A volte salgo sull’autobus e mi siedo. E subito quello che è accanto a me si alza perché io sono nera”, racconta. “Molte volte i colleghi al lavoro nemmeno ci dicono buongiorno e non rispondono quando li salutiamo”, aggiunge Suleiman. “Altre volte ci insultano per strada o sui mezzi pubblici senza motivo”.
Aliou Diene, il fratello minore di Idy, è distrutto. È stato lui a convincere il fratello a venire in Italia nel 2001, perché aveva trovato un buon lavoro a Firenze in una pelletteria, e sperava che anche lui potesse trovare qualcosa di simile. Invece Idy Diene faceva l’ambulante: vendeva accendini, fazzoletti, ombrelli. Non era mai riuscito a stabilizzarsi e anche per questo da tre anni aveva problemi a rinnovare il permesso di soggiorno, così non poteva tornare in Senegal a trovare la famiglia. “Era un uomo di pace, non aveva problemi con nessuno. Non aveva mai litigato con nessuno”, racconta Aliou. “Ogni cosa che aveva era pronto a dartela, era una persona generosa”, aggiunge con una voce morbida Abdullahi, il figlio diciottenne di Aliou. “Mi ha cresciuto come un figlio e aveva sempre buoni consigli per me”.
“Era molto religioso e frequentava la moschea di Firenze, aveva studiato l’arabo, leggeva il Corano”. Lavorava e basta, dice il fratello con cui condivideva la casa di Pontedera. La stanza di Idy Diene è rimasta come sospesa: un luogo immobile in cui i familiari si affacciano ogni tanto per guardare quello che apparteneva a Diene e sentirsi ancora vicini. Al centro un letto matrimoniale con una coperta rossa e un enorme pavone disegnato, sul comodino alcune medicine, un armadio sul lato destro della stanza è circondato da borsoni e valige. Sulla parete è appesa una foto plastificata che ritrae Idy Diene con sua moglie Kenne, sono abbracciati, stretti stretti. Indossano cappelli di lana, sembra inverno. Sorridono. Sullo scaffale sotto alla finestra c’è un libro, L’amica geniale di Elena Ferrante, e sopra al libro un piccolo portachiavi di pezza.

Non è più il tempo della paura
Nel salotto della casa all’ora di pranzo la tv è sintonizzata su una rete egiziana, un imam recita la preghiera. La sala è piena di ragazzi e ragazze, donne e uomini venuti da tutta la Toscana. Due uomini s’inginocchiano vicino ad Aliou, seduto sul divano, gli prendono le mani, poi insieme le alzano a conca verso il cielo e cominciano a pregare. Sono gesti che tutti riconoscono e così si uniscono alla preghiera condotta da Aliou.
“Quando vedevo tutte quelle persone arrivare alla manifestazione, molti italiani che conoscevano Idy e che piangevano per lui, le mie lacrime si sono fermate. Le loro lacrime asciugavano le mie lacrime”, racconta Suleiman che insieme ad Aliou e ad altri familiari ha aperto la manifestazione contro il razzismo che ha portato in piazza diecimila persone a Firenze il 10 marzo. “Più eravamo e più non sentivo paura”, continua. “Idy aveva molta paura dopo che era stato ucciso suo cugino Samb Modou”, racconta Suleiman. Gli aveva raccontato che quando vedeva un bianco mettere le mani in tasca si allontanava perché temeva che potesse estrarre una pistola. “Eppure la sua paura non l’ha salvato, questo significa che non è più il tempo di avere paura”, conclude.

Aggiungo: Chi era Idy Diene
Alla fine sono stati almeno diecimila, e pacifici, i partecipanti alla manifestazione che si è tenuta a Firenze in ricordo di Idy Diene, il senegalese di 54 anni freddato a colpi di pistola, senza un motivo apparente, lunedì scorso nel capoluogo toscano, sul ponte Vespucci, dal tipografo in pensione Roberto Pirrone.

Fonte:
https://www.internazionale.it/reportage/annalisa-camilli/2018/03/13/moglie-idy-diene-firenze
L’articolo di internazionale è reperibile anche nel sito ildialogo.org

http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/norazzismo/notizie_1521005976.htm

Marzo 17, 2018Permalink