22 agosto 2018 – A proposito di pedofilia nella chiesa

20 agosto 2018    LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

AL POPOLO DI DIO
«Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme» (1 Cor 12,26). Queste parole di San Paolo risuonano con forza nel mio cuore constatando ancora una volta la sofferenza vissuta da molti minori a causa di abusi sessuali, di potere e di coscienza commessi da un numero notevole di chierici e persone consacrate. Un crimine che genera profonde ferite di dolore e di impotenza, anzitutto nelle vittime, ma anche nei loro familiari e nell’intera comunità, siano credenti o non credenti. Guardando al passato, non sarà mai abbastanza ciò che si fa per chiedere perdono e cercare di riparare il danno causato. Guardando al futuro, non sarà mai poco tutto ciò che si fa per dar vita a una cultura capace di evitare che tali situazioni non solo non si ripetano, ma non trovino spazio per essere coperte e perpetuarsi. Il dolore delle vittime e delle loro famiglie è anche il nostro dolore, perciò urge ribadire ancora una volta il nostro impegno per garantire la protezione dei minori e degli adulti in situazione di vulnerabilità.

1. Se un membro soffre
Negli ultimi giorni è stato pubblicato un rapporto in cui si descrive l’esperienza di almeno mille persone che sono state vittime di abusi sessuali, di potere e di coscienza per mano di sacerdoti, in un arco di circa settant’anni. Benché si possa dire che la maggior parte dei casi riguarda il passato, tuttavia, col passare del tempo abbiamo conosciuto il dolore di molte delle vittime e constatiamo che le ferite non spariscono mai e ci obbligano a condannare con forza queste atrocità, come pure a concentrare gli sforzi per sradicare questa cultura di morte; le ferite “non vanno mai prescritte”. Il dolore di queste vittime è un lamento che sale al cielo, che tocca l’anima e che per molto tempo è stato ignorato, nascosto o messo a tacere. Ma il suo grido è stato più forte di tutte le misure che hanno cercato di farlo tacere o, anche, hanno preteso di risolverlo con decisioni che ne hanno accresciuto la gravità cadendo nella complicità. Grido che il Signore ha ascoltato facendoci vedere, ancora una volta, da che parte vuole stare. Il cantico di Maria non si sbaglia e, come un sottofondo, continua a percorrere la storia perché il Signore si ricorda della promessa che ha fatto ai nostri padri: «Ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1,51-53), e proviamo vergogna quando ci accorgiamo che il nostro stile di vita ha smentito e smentisce ciò che recitiamo con la nostra voce.
Con vergogna e pentimento, come comunità ecclesiale, ammettiamo che non abbiamo saputo stare dove dovevamo stare, che non abbiamo agito in tempo riconoscendo la dimensione e la gravità del danno che si stava causando in tante vite. Abbiamo trascurato e abbandonato i piccoli. Faccio mie le parole dell’allora Cardinale Ratzinger quando, nella Via Crucis scritta per il Venerdì Santo del 2005), si unì al grido di dolore di tante vittime e con forza disse: «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! […] Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del suo Corpo e del suo Sangue è certamente il più grande dolore del Redentore, quello che gli trafigge il cuore. Non ci rimane altro che rivolgergli, dal più profondo dell’animo, il grido: Kyrie, eleison – Signore, salvaci (cfr Mt 8,25)» (Nona Stazione).

2. Tutte le membra soffrono insieme
La dimensione e la grandezza degli avvenimenti esige di farsi carico di questo fatto in maniera globale e comunitaria. Benché sia importante e necessario in ogni cammino di conversione prendere conoscenza dell’accaduto, questo da sé non basta. Oggi siamo interpellati come Popolo di Dio a farci carico del dolore dei nostri fratelli feriti nella carne e nello spirito. Se in passato l’omissione ha potuto diventare una forma di risposta, oggi vogliamo che la solidarietà, intesa nel suo significato più profondo ed esigente, diventi il nostro modo di fare la storia presente e futura, in un ambito dove i conflitti, le tensioni e specialmente le vittime di ogni tipo di abuso possano trovare una mano tesa che le protegga e le riscatti dal loro dolore (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 228). Tale solidarietà ci chiede, a sua volta, di denunciare tutto ciò che possa mettere in pericolo l’integrità di qualsiasi persona. Solidarietà che reclama la lotta contro ogni tipo di corruzione, specialmente quella spirituale, «perché si tratta di una cecità comoda e autosufficiente dove alla fine tutto sembra lecito: l’inganno, la calunnia, l’egoismo e tante sottili forme di autoreferenzialità, poiché “anche Satana si maschera da angelo della luce” (2 Cor 11,14)» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 165). L’appello di San Paolo a soffrire con chi soffre è il miglior antidoto contro ogni volontà di continuare a riprodurre tra di noi le parole di Caino: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9).
Sono consapevole dello sforzo e del lavoro che si compie in diverse parti del mondo per garantire e realizzare le mediazioni necessarie, che diano sicurezza e proteggano l’integrità dei bambini e degli adulti in stato di vulnerabilità, come pure della diffusione della “tolleranza zero” e dei modi di rendere conto da parte di tutti coloro che compiono o coprono questi delitti. Abbiamo tardato ad applicare queste azioni e sanzioni così necessarie, ma sono fiducioso che esse aiuteranno a garantire una maggiore cultura della protezione nel presente e nel futuro.
Unitamente a questi sforzi, è necessario che ciascun battezzato si senta coinvolto nella trasformazione ecclesiale e sociale di cui tanto abbiamo bisogno. Tale trasformazione esige la conversione personale e comunitaria e ci porta a guardare nella stessa direzione dove guarda il Signore. Così amava dire San Giovanni Paolo II: «Se siamo ripartiti davvero dalla contemplazione di Cristo, dovremo saperlo scorgere soprattutto nel volto di coloro con i quali egli stesso ha voluto identificarsi» (Lett. ap. Novo millennio ineunte, 49). Imparare a guardare dove guarda il Signore, a stare dove il Signore vuole che stiamo, a convertire il cuore stando alla sua presenza. Per questo scopo saranno di aiuto la preghiera e la penitenza. Invito tutto il santo Popolo fedele di Dio all’esercizio penitenziale della preghiera e del digiuno secondo il comando del Signore (Nota 1), che risveglia la nostra coscienza, la nostra solidarietà e il nostro impegno per una cultura della protezione e del “mai più” verso ogni tipo e forma di abuso.
E’ impossibile immaginare una conversione dell’agire ecclesiale senza la partecipazione attiva di tutte le componenti del Popolo di Dio. Di più: ogni volta che abbiamo cercato di soppiantare, mettere a tacere, ignorare, ridurre a piccole élites il Popolo di Dio abbiamo costruito comunità, programmi, scelte teologiche, spiritualità e strutture senza radici, senza memoria, senza volto, senza corpo, in definitiva senza vita (Nota 2).  Ciò si manifesta con chiarezza in un modo anomalo di intendere l’autorità nella Chiesa – molto comune in numerose comunità nelle quali si sono verificati comportamenti di abuso sessuale, di potere e di coscienza – quale è il clericalismo, quell’atteggiamento che «non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente» (Nota 3). Il clericalismo, favorito sia dagli stessi sacerdoti sia dai laici, genera una scissione nel corpo ecclesiale che fomenta e aiuta a perpetuare molti dei mali che oggi denunciamo. Dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo.
E’ sempre bene ricordare che il Signore, «nella storia della salvezza, ha salvato un popolo. Non esiste piena identità senza appartenenza a un popolo. Perciò nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana: Dio ha voluto entrare in una dinamica popolare, nella dinamica di un popolo» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 6). Pertanto, l’unico modo che abbiamo per rispondere a questo male che si è preso tante vite è viverlo come un compito che ci coinvolge e ci riguarda tutti come Popolo di Dio. Questa consapevolezza di sentirci parte di un popolo e di una storia comune ci consentirà di riconoscere i nostri peccati e gli errori del passato con un’apertura penitenziale capace di lasciarsi rinnovare da dentro. Tutto ciò che si fa per sradicare la cultura dell’abuso dalle nostre comunità senza una partecipazione attiva di tutti i membri della Chiesa non riuscirà a generare le dinamiche necessarie per una sana ed effettiva trasformazione. La dimensione penitenziale di digiuno e preghiera ci aiuterà come Popolo di Dio a metterci davanti al Signore e ai nostri fratelli feriti, come peccatori che implorano il perdono e la grazia della vergogna e della conversione, e così a elaborare azioni che producano dinamismi in sintonia col Vangelo. Perché «ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 11).
E’ imprescindibile che come Chiesa possiamo riconoscere e condannare con dolore e vergogna le atrocità commesse da persone consacrate, chierici, e anche da tutti coloro che avevano la missione di vigilare e proteggere i più vulnerabili. Chiediamo perdono per i peccati propri e altrui. La coscienza del peccato ci aiuta a riconoscere gli errori, i delitti e le ferite procurate nel passato e ci permette di aprirci e impegnarci maggiormente nel presente in un cammino di rinnovata conversione.
Al tempo stesso, la penitenza e la preghiera ci aiuteranno a sensibilizzare i nostri occhi e il nostro cuore dinanzi alla sofferenza degli altri e a vincere la bramosia di dominio e di possesso che tante volte diventa radice di questi mali. Che il digiuno e la preghiera aprano le nostre orecchie al dolore silenzioso dei bambini, dei giovani e dei disabili. Digiuno che ci procuri fame e sete di giustizia e ci spinga a camminare nella verità appoggiando tutte le mediazioni giudiziarie che siano necessarie. Un digiuno che ci scuota e ci porti a impegnarci nella verità e nella carità con tutti gli uomini di buona volontà e con la società in generale per lottare contro qualsiasi tipo di abuso sessuale, di potere e di coscienza.
In tal modo potremo manifestare la vocazione a cui siamo stati chiamati di essere «segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 1).
«Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme», ci diceva San Paolo. Mediante l’atteggiamento orante e penitenziale potremo entrare in sintonia personale e comunitaria con questa esortazione, perché crescano tra di noi i doni della compassione, della giustizia, della prevenzione e della riparazione. Maria ha saputo stare ai piedi della croce del suo Figlio. Non l’ha fatto in un modo qualunque, ma è stata saldamente in piedi e accanto ad essa. Con questa posizione esprime il suo modo di stare nella vita. Quando sperimentiamo la desolazione che ci procurano queste piaghe ecclesiali, con Maria ci farà bene “insistere di più nella preghiera” (cfr S. Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, 319), cercando di crescere nell’amore e nella fedeltà alla Chiesa. Lei, la prima discepola, insegna a tutti noi discepoli come dobbiamo comportarci di fronte alla sofferenza dell’innocente, senza evasioni e pusillanimità. Guardare a Maria vuol dire imparare a scoprire dove e come deve stare il discepolo di Cristo.
Lo Spirito Santo ci dia la grazia della conversione e l’unzione interiore per poter esprimere, davanti a questi crimini di abuso, il nostro pentimento e la nostra decisione di lottare con coraggio.

Vaticano, 20 agosto 2018
Francesco

Nota 1 _ «Questa specie di demoni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno» ( Mt 17,21).

Nota 2_ Cfr Lettera al Popolo di Dio pellegrino in Cile, 31 maggio 2018.

Nota 3_ Lettera al Cardinale Marc Ouellet, Presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, 19 marzo 2016.

***

Michael Davide Semeraro “Lettera al popolo di Dio”

Tutti ricordiamo con commozione il primo apparire di papa Francesco alla loggia centrale della Basilica di san Pietro per presentarsi alla Chiesa e al mondo come Vescovo di Roma. Di certo papa Francesco, sin dal primo momento, ha parlato una che si è espressa con le parole e, soprattutto, con i gesti.
Quell’attimo di lungo silenzio, che ha preceduto l’inatteso saluto familiare di un semplice ed intimo , ha permesso di comprendere come il nuovo Vescovo di Roma veniva a salutare la Chiesa di Dio che è in Roma e, attraverso di essa, tutte le Chiese sparse nel mondo. Era rivestito degli abiti propri che indicano il suo ministero, in realtà spogliandosi di tutto ciò che perpetuava i segni del potere imperiale-sacerdotale del Sommo Pontefice. Rivestendo il ministero petrino ha dismesso quel sommo pontificato ereditato dal paganesimo, così stridente con la nudità del Crocifisso.
Il solenne riconoscimento della precedenza del popolo di Dio radicato nel battesimo, da cui fluisce non solo il mistero della Chiesa, ma anche ogni suo ministero, è stato centrale in tutto il magistero, di parole e gesti, in questi cinque anni abbondanti. Il giorno della memoria di san Bernardo, autore del “De consideratione”, in cui l’abate di Clairvaux insegnava al suo antico discepolo, divenuto papa Eugenio III, ad esercitare bene il suo ministero, papa Francesco ha pubblicato la sua Lettera al popolo di Dio. Se la prima sera del suo “pontificato”, Francesco si è leggermente inclinato per ricevere la silenziosa benedizione del popolo di Dio e del popolo di Umanità, riunito in piazza san Pietro e collegato con Roma da tutto il mondo, con questa Lettera si mette in ginocchio per chiedere perdono. Il messaggio è inequivocabile .
In questi ultimi anni, a più riprese e in varie parti del mondo, la Chiesa è stata messa in ginocchio dal susseguirsi di scandali per gli . Alcune diocesi sono ormai in ginocchio non solo a livello economico, ma di dignità. Papa Francesco non si accontenta di prendere atto che la Chiesa è stata messa in ginocchio dalle circostanze. In fedeltà al suo ministero chiede a tutti i fedeli, come popolo santo di Dio che sa di essere non una società più o meno perfetta, ma il Corpo di Cristo, di mettersi spontaneamente in ginocchio per riconoscere i suoi errori. La Chiesa nell’umiltà e nella verità di Cristo si cosparge il capo di cenere, per far sì che la sofferenza inflitta si trasformi in appello alla conversione. Oggi, la Chiesa, che in molte e troppe occasioni è stata fustigatrice dei mali altrui, riconosce, in tutta umiltà, il proprio bisogno di penitenza e di urgente rinnovamento interiore. Con parole forti papa Francesco richiama il senso del popolo di Dio che fa il mistero della Chiesa e ricorda a tutti che . Come battezzati siamo tutti implicati, perché ci riconosciamo nella sofferenza degli abusati e nella responsabilità di quanti si sono macchiati di queste colpe. L’antico adagio patristico, che indicava la Chiesa come , ritrova tutta la sua profondità di senso e di appello.
Papa Francesco sta mantenendo la sua parola e si dimostra ancora una volta pastore onesto e umile. Rimane fermo il suo primo segno, quando chiese al popolo di ratificare, con una preghiera di benedizione, la scelta fatta dai cardinali di santa romana Chiesa. Il segnale che resta fondamentale è quello della spoliazione che significa concretamente abbracciare un lungo processo di declericalizzazione delle strutture e dello stile nella vita della Chiesa. Declericalizzare significa rinunciare continuamente alla mentalità di un potere ricevuto e da esercitare come privilegio ed esenzione da valutazione. Declericalizzare significa cercare appassionatamente, ogni giorno, di imitare e assumere (Fil 2, 5) e lo stile di Cristo Signore, il quale (2, 7).
Nella Lettera al popolo di Dio, ciò che è stato ripetuto in mille modi in questi anni dal Vescovo di Roma viene indicato come la sfida primaria e fondamentale della nostra vita di Chiesa. Siamo di fronte ad un appello profetico alla conversione che non è più procrastinabile. Se qualcuno non l’avesse capito o non lo volesse capire, papa Francesco, con l’autorità oggettiva del suo magistero ordinario, chiama con nome e cognome il male fondamentale della Chiesa: .
Esercitando il suo ministero di (Lc 22, 32) e di orientamento del cammino della Chiesa nella sua fedeltà incarnata e non incartata al Vangelo, papa Francesco mobilita il popolo di Dio in questa missione interna di declericalizzazione radicale e urgente. Dopo duemila anni, il “cristianesimo” – ormai al suo inevitabile tramonto come sistema religioso – è chiamato a radicarsi di nuovo nella logica esigente del Vangelo. Siamo di fronte ad un appello urgente di partire interiormente per una “crociata evangelica”, la più esigente e così disarmata da essere disarmante. Saremo capaci, come popolo di Dio, di rispondere a questo appello come, in passato, ci siamo impegnati – non senza ambiguità – in altre “crociate” assai meno compatibili con il Vangelo? Il primo passo, perché questo possa avvenire, è un sussulto di intelligenza e di ricerca del modo più adeguato di essere Chiesa nel nostro tempo per gli uomini e le donne che attendono, attraverso di noi, la grazia del Vangelo. Un simile processo implica una riflessione radicale sull’esercizio dei vari ministeri nella Chiesa e, in particolare, di quelli legati al sacramento dell’Ordine.
Riprendo, con gratitudine e stima, le parole con cui padre Ghislain Lafont – monaco e teologo ultranovantenne – ha concluso la recensione al mio ultimo libro (1), in cui cerco di dare il mio contributo proprio a questa riflessione che papa Francesco rilancia con urgenza. Così scrive padre Lafont: <è un invito a ripensare e ad esercitare il “sacerdozio” all’interno di una vocazione cristiana che cerca di assumere interamente la propria umanità. In conclusione, l’autore fa allusione alla Rivoluzione copernicana, poi alla Rivoluzione francese, ciò che fa del suo libro il carattere di provocazione per una terza Rivoluzione, proprio mentre – ci tocca ammetterlo – gli anni che ci separano dal Concilio Vaticano II evocano piuttosto la Restaurazione>.
Dopo la Lettera al popolo di Dio, vorrei, idealmente o virtualmente, dedicare proprio al Vescovo di Roma questo mio testo –Preti senza battesimo?– per sostenere con il mio piccolo contributo il compito che papa Francesco affida a tutti i battezzati. Ritrovare l’ordine nella vita della Chiesa e in particolare nel ministero dei chierici esige di rimettere in ordine la gerarchia dei sacramenti. Il cammino che ci viene indicato sarà possibile solo se saremo capaci di ritrovare, tutti insieme e in modo eguale, il fondamento del Battesimo nella comunione al Corpo di Cristo che viene nutrita e rafforzata dall’Eucaristia.
Non ci resta che metterci tutti in ginocchio! Dobbiamo farlo non solo per esprimere il necessario stato di cui ci richiama papa Francesco in riparazione degli scandali. Dobbiamo metterci serenamente in ginocchio per ritrovare l’attitudine propria e specifica di ogni buon (Mt 13, 52). Il Cristo Signore si è messo amorosamente al posto di chi serve e ci ha chiesto di (Gv 13, 14). Come dimenticare ciò che segue: (13, 17)? Non ci resta che cominciare con entusiasmo e tutti insieme… non è mai troppo tardi se cominciamo (Lc 19, 9).
Fr. MichaelDavide, osb

[1] Preti senza battesimo? Una provocazione, non un giudizio, San Paolo 2018.

20 agosto
http://w2.vatican.va/content/francesco/it/letters/2018/documents/papa-francesco_20180820_lettera-popolo-didio.html

21 agosto
https://alzogliocchiversoilcielo.blogspot.com/2018/08/michaeldavide-semeraro-lettera-al.html#more

Agosto 22, 2018Permalink

2 luglio 2018 – Ho un sogno n.252

E’ uscito il Bollettino mensile HUS.
Ne riporto l’ editoriale e due articoli con la mia firma.

PER UNA CONVIVENZA SOCIALMENTE DESIDERABILE

Quando nel 1991 abbiamo iniziato a pubblicare Ho un sogno coltivavamo la speranza di giungere in pochi decenni a una società pacifica, solidale e aperta. Sembrava un’e¬voluzione scontata, frutto della sempre più ampia evidenza scientifica e della crescita culturale, che avrebbero portato a dare attenzione ai veri problemi del nostro pianeta: l’evoluzione climatica, la perdita di biodiversità, l’accesso equo alle risorse e ai benefici in un’economia sempre più concentrata nelle mani di piccole élite. Così non è stato.
L’Unione europea che costituiva uno dei nuclei più elevati di apertura a un futuro sostenibile e di relazioni eque con il resto del mondo, si è chiusa in una fortezza, attenta agli egoismi nazionali e alla “pancia” dei propri elettori. Le migrazioni e l’accoglienza dei rifugiati sono passati da aspetti importanti da governare a temi utili per riaffermare visioni nazionalistiche e per costruire il consenso all’interno dei singoli Paesi.
La scarsa attenzione al rispetto del diritto internazionale e al compimento degli accordi tra gli Stati membri, basi morali e giuridiche del progetto europeo, unite all’irrespon¬sabilità dei politici populisti hanno alimentato il senso di insicurezza personale e di marginalità e generato sentimenti di rivalsa e di rabbia. La voglia di cambiamento, in particolare tra i giovani, si è rivolta verso i movimenti xenofobi e posizioni “sovraniste”, che privilegiano le parole d’odio e lo scontro al dialogo e alla collaborazione.
Che fare? È senz’altro importante, anzi necessario, costruire una forte opposizione a qualsiasi politica che alimenti esclusione e odio, in particolare quando si prendono di mira gli ultimi e su questo numero di Ho un sogno, segnaliamo alcune azioni concrete in questa direzione. Ciò che non è opportuno fare è approfondire il solco tra le persone e i gruppi che hanno visioni diverse, tra un noi, spiriti liberi e solidali e un loro, cinici e razzisti. Al contrario, è utile aprire ambiti di dialogo, di ascolto attivo di posizioni e interessi diversi, di riflessione più profonda di quella veicolata attraverso i social media. Perché il nostro cammino di civiltà è sicuramente meno lineare di quanto atteso, ma non può che essere inclusivo e popolare. Come ricordava Alex Langer, il grande costruttore di ponti tra comunità, che ci ha lasciato proprio ai primi di luglio del 1995, un futuro per affermarsi deve essere non solo giusto, ma socialmente desiderabile.
(Alex Langer morì il 3 luglio 1995 – data segnalata nel mio post di ieri)

Per lui non è finita la pacchia è finita la vita – 1 giugno 2018.
Soumaila Sacko è morto colpito da un proiettile in testa mentre stava recuperando alcune lamiere in un vecchio stabilimento ab¬bandonato in località “ex Fornace” di San Calogero. Era un mi¬grante regolare del Mali, bracciante sfruttato nei campi agricoli di Reggio Calabria, padre di una figlia di 5 anni. Soumaila era impegnato nella lotta allo sfruttamento e lavorava per un salario di tre euro l’ora al giorno. Era un sindacalista che aiutava i suoi compagni ad avere più diritti. 
Dopo aver ricevuto nel nostro Paese il saluto degli sfruttati come lui, Soumaila Sacko è tornato nel suo paese, il Mali, accolto dall’affetto e dal dolore straziante dei suoi familiari. Ma, come ha dichiarato Livia Turco, Soumaila Sacko deve continuare a vi¬vere in mezzo a noi. Abbiamo bisogno di vedere il suo volto per ri¬trovare noi stessi, la nostra dignità di popolo, la nostra etica pub¬blica di paese solidale, la nostra radice di popolo di emigranti. Il
volto di Sacko per ricordarci quello dei nostri connazionali morti a Marcinelle, quelli morti sui barconi che salpavano gli oceani per andare nelle Americhe. Abbiamo bisogno del volto di Sacko in mezzo a noi per rimetterci in viaggio, per ritrovare l’orgoglio dei nostri valori e delle tante battaglie compiute in passato. Per sollecitare ciascuno di noi a costruire un legame umano e sociale con le persone che ci vivono accanto. Anche quando sono immi¬grati. Insieme si possono costruire quartieri più vivibili. Può tor¬nare in gioco l’umanità di ciascuno, si può affrontare finalmente il grande assente dalle politiche pubbliche e dal dibattito pub¬blico che è la costruzione della convivenza, compito non facile perché significa superare le distanze, avere e praticare obiettivi comuni per la comunità. Come sanno bene tanti italiani che que¬sta fatica e bellezza della convivenza l’hanno scoperta e la prati¬cano da tanto tempo. Non esiste solo il risentimento e la paura.
Ho il sogno che un giorno tutti gli uomini si alzeranno in piedi e si renderanno conto che sono stati creati per vivere insieme come fratelli. Questa mattina ho ancora il sogno che un giorno ogni nero della nostra patria, ogni uomo di colore di tutto il mondo, sarà giudicato sulla base del suo carattere piuttosto che su quella del colore della sua pelle, e ogni uomo rispetterà la dignità e il valore della personalità umana. Ho ancora il sogno che un giorno la giustizia scorrerà come acqua e la ret-titudine come una corrente poderosa. Ho ancora il sogno che un giorno la guerra cesserà, che gli uomini muteranno le loro spade in aratri e che le nazioni non insorgeranno più contro le nazioni, e la guerra non sarà neppure oggetto di studio.
Martin Luther King (a 50 anni dal suo assassinio – 4 aprile 1968).

E non basta. Così nel numero di marzo (HUS 251)
Il 5 marzo muore a Firenze Idy Diene, un senegalese di 54 anni, freddato a colpi di pistola sul ponte Vespucci dove vendeva ombrelli.
Anche il suo assassino ha un nome: è un ex tipografo in pensione Roberto Pirrone che, dopo essere stato arrestato, ha dichiarato di aver sparato a caso contro il primo che passava perché, uscito di casa per suicidarsi, non aveva avuto il coraggio di farlo. Dai frammenti di notizie che si colgono la prigione gli sembrava una garanzia di sopravvivenza fuori della sua abitazione dove si affollavano difficoltà di ogni genere e dove la polizia ha trovato numerose armi, legalmente in suo possesso.
La storia, che si muove fra odio, violenza e dolore, ha un’altra protagonista, una donna senegalese, Rokhaya Mbengue. Viveva nel suo paese quando le era giunta la notizia della morte del primo marito, Samb Modou, assassinato il 13 dicembre 2011 in piazza Dalmazia a Firenze dall’estremista di destra Gianluca Casseri. Con lui era stato ucciso il suo connazionale Diop Mor.
Rokhaya allora era emigrata in Italia per continuare l’impegno a far studiare in Senegal la figlia Fatou. Qui era stata aiutata da Idy Diene, cugino del marito, che nel 2011 si era fatto carico del rientro nella sua terra della salma di Samb. Infine lo aveva sposato e così lo descrive “La mia vita insieme a Idy è stata bellissima: Idy era una brava persona, era gentile, il suo cuore era puro come quello di un diamante”.
Con la salma di Idy che deve tornare in Senegal se ne vuole andare anche Rokhaya per ricongiungersi alla figlia. Per garantirle gli studi subiva il pregiudizio e tollerava il disprezzo.-“A volte salgo sull’autobus e mi siedo. E subito quello che è accanto a me si alza perché io sono nera”. Ora ha paura. E’ cittadina italiana ma il colore della sua pelle si è fatto per lei condanna irrimediabile nel paese che pretende di essere suo.
Gli insulti che Rokhaya subiva hanno un fattore di crescita anche nella pratica del bullismo che crea spesso azioni collettive contro persone deboli che possono essere perseguitate senza che ne ricada un danno sui persecutori. Era una pratica che ai tempi del servizio militare obbligatorio assumeva nelle caserme le caratteristiche di un feroce rito iniziatico, un rito che si ripeteva grossolano e anche spietato nelle università per le matricole. Si è poi sviluppato come bullismo contro i gay, i disabili, gli stranieri.
Proprio in quei primi giorni di marzo, quando veniva assassinato Idy Diene, si consumava l’agonia di Mariam Moustafa, italiana di origine egiziana, una ragazza di 18 anni nata e vissuta in Italia.
Da qualche tempo la famiglia si era trasferita in Inghilterra sperando di trovarvi migliori opportunità di vita. Mariam era iscritta al Nottingham College dove studiava ingegneria.
Picchiata ferocemente il 20 febbraio da un gruppo di ‘bulle’, sembra non avesse neppure ricevuto cure appropriate nell’ospedale dove era stata ricoverata e il 14 marzo cessava di vivere.
Raccontando questa vicenda il linguaggio giornalistico testimonia l’uso di un femminile che è difficile trovare nei dizionari. Di fatto però al bullo si unisce la bulla non solo in Inghilterra.

Informazione: Chi volesse prendere visione di HUS può rivolgersi alla libreria CLUF di via Gemona 22 o, per riceverlo,  scrivere a asspp -at – iol.it

Luglio 2, 2018Permalink

2 aprile 2018 – Siria, l’Isis ha distrutto il palazzo più antico della storia: costruito 4.500 anni fa

Quello di Mari, in Siria, era considerato dagli storici il palazzo più antico della storia dell’umanità: sarebbe stato edificato circa 4.500 anni fa ed è stato distrutto nei giorni scorsi con cariche di dinamite.
di Davide Falcioni

Il più antico palazzo edificato dall’uomo è stato distrutto dagli uomini dello Stato Islamico, in Siria. E’ accaduto a Mari, città mesopotamica tra le più datate della storia dell’umanità, fondata 2.900 anni prima della nascita di Cristo nell’attuale Siria orientale e i cui resti si erano conservati in ottimo stato per millenni, giungendo fino ai giorni nostri. Ebbene, stando a quanto rivelano fonti siriane la città è stata distrutta dai miliziani dell’esercito del Califfato. Le fotografie della devastazione e di quanto resta di un sito per il quale si stava valutando la candidatura a Patrimonio dell’Umanità, sono state pubblicate dal quotidiano francese Le Monde sulla base delle informazioni e delle immagini diffuse dalla Direzione delle antichità e dei musei (Dgam) della Siria. L’entità del danno è inestimabile e appare assai difficoltoso, visto il conflitto ancora in corso, inviare sul posto esperti che possano quantificare con esattezza l’entità del disastro oppure accertare cosa sia possibile salvare. Il sito di Mari ospitava tra gli altri importanti reperti anche quello che gli archeologi ritenevano essere il palazzo più antico della storia, un edificio costruito circa 4.500 anni fa.
Pascal Butterlin, docente di archeologia del Vicino Oriente antico (Università di Parigi -I) e direttore della missione archeologica francese di Mari (MAM), non ha usato mezzi termini per descrivere l’entità del danno provocato dai soldati di Daesh: “Quello di Mari era il più antico palazzo dell’umanità a noi noto, l’equivalente del palazzo di Nimrud. Si trattava di un edificio unico al mondo in buono stato di conservazione. La sua distruzione rappresenta un dramma: avevamo a lungo lavorato per inserirlo tra i siti Patrimonio Mondiale dell’Umanità”. La città di Mari dista appena 15 chilometri dal confine con l’Iraq ed è da tempo sotto il controllo dell’Isis: a giudicare dai danni, sembrerebbe che i miliziani l’abbiano distrutta facendo esplodere cariche di dinamite.

NOTA. L’avevo visto esattamente 17 anni fa, poi il ritorno ad Aleppo lungo il corso dell’Eufrate

FONTE:
https://www.fanpage.it/siria-l-isis-ha-distrutto-il-palazzo-piu-antico-della-storia-costruito-4-500-anni-fa/

Aprile 2, 2018Permalink

31 marzo 2018 – Rovistando nel mio blog

Rovistando nel mio blog ho trovato una notizia che avevo pubblicato nel 2004 e di cui riporto la parte che posso ancora documentare.
Penso in particolare agli ‘effetti collaterali’ che la guerra assicura alla disumanizzazione dove la protezione, che mi sembra garantire più i militari che i civili, non protegge però i primi dalla devastazione intellettuale ed etica che il dialogo che si può leggere e ascoltare dimostra.

Ecco la vecchia notizia del 2004.
Molto opportunamente quotidiani, radio e tv denunciano la scandalosa azione dei marines che in Afganistan orinano sui cadaveri dei talebani uccisi. Gira sul web, ampiamente ripreso e più volte trasmesso il video che riproduce lo scempio.
Domina le reazioni un contegno ipocrita da ‘prima volta’.
Non c’è bisogno di citare Abu Ghraib o Guantanamo: possiamo dar spazio alla memoria senza uscire di casa. Basta un computer.
Nel mese di agosto del 2004 si svolse a Nassiriya la battaglia dei ponti cui parteciparono anche militari italiani.
Si può ancora ritrovare un video
E’ intitolato ‘Nassiriya agosto 2004. Un giorno di guerra’ e dura più di dieci minuti.
Nella fase iniziale si vedono militari che –apparentemente in maniera piuttosto confusa – si appostano sul tetto di una casa.
Chissà se gli abitanti di quella casa erano fuggiti o erano stati ammazzati? Di questo non veniamo informati.
Le didascalie recitano che è in corso la ‘terza battaglia dei ponti’ e che ‘il nemico è dall’altra parte del fiume’, quindi non minaccia direttamente i militari accovacciati dietro un parapetto in muratura.
Trascriviamo alcune battute pronunciate in perfetto italiano:
‘Che spettacolo!’ ‘Ancora vivo quello’ (didascalia: avvistato il nemico ferito).
‘Guarda com’è bellino per terra!’ ‘Alza la testa’
‘Guarda come si muove il bastardo’
‘Luca annichiliscilo’. Uno sparo. Luca evidentemente ha eseguito con successo.

Anche allora qualcosa si seppe dai media la cui documentazione è in parte ancora accessibile.

Riporto due edizioni dello stesso video che si raggiungono con you tube e il link a un articolo de la.Repubblica.it che conferma quanto si ascolta e che anch’io ho trascritto nelle sue parti essenziali
https://www.youtube.com/watch?v=XmGcfG2ZIKg
https://www.youtube.com/watch?v=Eqfs5p4I99I
http://www.repubblica.it/2005/l/sezioni/esteri/iraq73/battnassi/battnassi.html

Marzo 31, 2018Permalink

17 marzo 2018 – La moglie dell’uomo ucciso a Firenze spiega cos’è il razzismo

Un articolo del 13 marzo di Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale

Ha una specie di rosario tra le mani, il kurus: una catena di perline di legno che scorre nervosamente con le dita. Rokhaya Mbengue si nasconde dietro un velo viola decorato con fiori e gocce argentate, mentre siede in silenzio nel salotto della casa di Pontedera, in provincia di Pisa, circondata da amici e parenti venuti a trovarla.
Non ha nemmeno quarant’anni, ma ha già perso due mariti nello stesso modo: entrambi uccisi per strada a Firenze da due italiani che non li conoscevano nemmeno. Seduta su un materasso steso per terra in un appartamento al terzo piano di un palazzo, la donna è piegata su se stessa nel gesto ripetitivo di pregare contando le perline di legno del rosario. Tutti sono intorno a lei. L’unico rumore è quello della pioggia che entra dalla finestra. Ogni tanto arriva qualche schiamazzo dei bambini di casa che si rincorrono nel corridoio.
Era nel suo paese a Morola, in Senegal, quando il 13 dicembre 2011 Rokhaya Mbengue, soprannominata Kenne, ha saputo che il suo primo marito, Samb Modou, era stato ucciso da un uomo bianco che si era messo a sparare contro i neri. Gianluca Casseri, un militante di CasaPound, aveva ucciso due venditori ambulanti senegalesi al mercato di piazza Dalmazia, nel centro di Firenze. Tra loro c’era Samb Modou.
Ricorda di essere rimasta senza fiato, per giorni con la sua unica figlia, Fatou, ad aspettare che tornasse il corpo del marito dall’Italia. “Nella nostra religione, se uno muore dobbiamo seppellirlo il prima possibile per garantirgli la pace”, spiega Suleiman Seck, un cugino che è rimasto in piedi accanto a lei e l’aiuta a parlare quando le parole s’inceppano.
“Ho pensato che non mi sarei mai ripresa da quel dolore, era troppo”, ricorda Kenne. Ma poi per il bene della figlia Fatou, si è tolta il lutto e si è comportata come la famiglia le ha consigliato e come prevede la tradizione senegalese. Ha sposato uno dei cugini di Samb, Idy Diene, un uomo molto religioso che viveva in Italia dal 2001 e si era occupato di tutte le questioni burocratiche per il rimpatrio della salma. Dopo il matrimonio con Diene, Kenne si è trasferita in Italia. Voleva lavorare per assicurare un futuro a sua figlia Fatou, rimasta senza padre.
Come un diamante
I primi tempi a Firenze sono stati duri, ricorda. Ma poi è stata assunta come badante nella casa di una signora che l’ha accolta come una figlia. “La mia vita insieme a Idy è stata bellissima: Idy era una brava persona, era gentile, il suo cuore era puro come quello di un diamante”. Rokhaya Mbengue si copre con il velo che le nasconde gli zigomi pronunciati e gli occhi allungati, cerchiati da un’ombra scura, dopo giorni di pianto. Anche la donna italiana per cui lavorava voleva molto bene a suo marito e ci parlava spesso al telefono, “perché Idy amava scherzare”. “Il giorno in cui è stato ucciso ci avevamo parlato verso le 10, avevamo riso”, racconta Kenne.
Solo due ore dopo, mentre era sul ponte Amerigo Vespucci a vendere ombrelli, Idy Diene, un uomo corpulento di 54 anni, che tutti dipingono come “un uomo di pace” è stato colpito da tre proiettili: uno alla nuca, uno al petto e uno alle gambe. A sparare il sessantacinquenne Roberto Pirrone, ex tipografo in pensione, che dopo essere stato arrestato ha detto alla polizia di aver sparato a caso contro il primo che passava, perché era uscito di casa per suicidarsi, ma non aveva avuto il coraggio di farlo.
Kenne non ha nemmeno voluto vedere la foto dell’assassino di suo marito. “Una persona buona è andata via, un uomo che pensava solo a lavorare. Ora chi si occuperà dei suoi figli?”. Se potesse incontrare Pirrone, Kenne non vorrebbe parlargli. È molto religiosa, crede nella giustizia divina. “Dio è grande, più grande di tutti noi, io voglio solo pregare per mio marito”, dice mentre le si spezza la voce. “C’erano altre persone sul ponte, ma la violenza omicida di Pirrone si è scagliata contro l’unico nero, colpito alle spalle. In sette anni sono morti tre senegalesi a Firenze, tutti nello stesso modo e noi ora abbiamo paura, aggiunge Suleiman.
Kenne non vuole più rimanere in Italia, anche se da poco ha ottenuto la cittadinanza italiana. Vuole tornare da sua figlia in Senegal. “Io ho paura a camminare per strada, ho troppa paura”, dice. Il razzismo per Kenne è il disprezzo immotivato e quotidiano, che può diventare improvvisamente una condanna a morte. “A volte salgo sull’autobus e mi siedo. E subito quello che è accanto a me si alza perché io sono nera”, racconta. “Molte volte i colleghi al lavoro nemmeno ci dicono buongiorno e non rispondono quando li salutiamo”, aggiunge Suleiman. “Altre volte ci insultano per strada o sui mezzi pubblici senza motivo”.
Aliou Diene, il fratello minore di Idy, è distrutto. È stato lui a convincere il fratello a venire in Italia nel 2001, perché aveva trovato un buon lavoro a Firenze in una pelletteria, e sperava che anche lui potesse trovare qualcosa di simile. Invece Idy Diene faceva l’ambulante: vendeva accendini, fazzoletti, ombrelli. Non era mai riuscito a stabilizzarsi e anche per questo da tre anni aveva problemi a rinnovare il permesso di soggiorno, così non poteva tornare in Senegal a trovare la famiglia. “Era un uomo di pace, non aveva problemi con nessuno. Non aveva mai litigato con nessuno”, racconta Aliou. “Ogni cosa che aveva era pronto a dartela, era una persona generosa”, aggiunge con una voce morbida Abdullahi, il figlio diciottenne di Aliou. “Mi ha cresciuto come un figlio e aveva sempre buoni consigli per me”.
“Era molto religioso e frequentava la moschea di Firenze, aveva studiato l’arabo, leggeva il Corano”. Lavorava e basta, dice il fratello con cui condivideva la casa di Pontedera. La stanza di Idy Diene è rimasta come sospesa: un luogo immobile in cui i familiari si affacciano ogni tanto per guardare quello che apparteneva a Diene e sentirsi ancora vicini. Al centro un letto matrimoniale con una coperta rossa e un enorme pavone disegnato, sul comodino alcune medicine, un armadio sul lato destro della stanza è circondato da borsoni e valige. Sulla parete è appesa una foto plastificata che ritrae Idy Diene con sua moglie Kenne, sono abbracciati, stretti stretti. Indossano cappelli di lana, sembra inverno. Sorridono. Sullo scaffale sotto alla finestra c’è un libro, L’amica geniale di Elena Ferrante, e sopra al libro un piccolo portachiavi di pezza.

Non è più il tempo della paura
Nel salotto della casa all’ora di pranzo la tv è sintonizzata su una rete egiziana, un imam recita la preghiera. La sala è piena di ragazzi e ragazze, donne e uomini venuti da tutta la Toscana. Due uomini s’inginocchiano vicino ad Aliou, seduto sul divano, gli prendono le mani, poi insieme le alzano a conca verso il cielo e cominciano a pregare. Sono gesti che tutti riconoscono e così si uniscono alla preghiera condotta da Aliou.
“Quando vedevo tutte quelle persone arrivare alla manifestazione, molti italiani che conoscevano Idy e che piangevano per lui, le mie lacrime si sono fermate. Le loro lacrime asciugavano le mie lacrime”, racconta Suleiman che insieme ad Aliou e ad altri familiari ha aperto la manifestazione contro il razzismo che ha portato in piazza diecimila persone a Firenze il 10 marzo. “Più eravamo e più non sentivo paura”, continua. “Idy aveva molta paura dopo che era stato ucciso suo cugino Samb Modou”, racconta Suleiman. Gli aveva raccontato che quando vedeva un bianco mettere le mani in tasca si allontanava perché temeva che potesse estrarre una pistola. “Eppure la sua paura non l’ha salvato, questo significa che non è più il tempo di avere paura”, conclude.

Aggiungo: Chi era Idy Diene
Alla fine sono stati almeno diecimila, e pacifici, i partecipanti alla manifestazione che si è tenuta a Firenze in ricordo di Idy Diene, il senegalese di 54 anni freddato a colpi di pistola, senza un motivo apparente, lunedì scorso nel capoluogo toscano, sul ponte Vespucci, dal tipografo in pensione Roberto Pirrone.

Fonte:
https://www.internazionale.it/reportage/annalisa-camilli/2018/03/13/moglie-idy-diene-firenze
L’articolo di internazionale è reperibile anche nel sito ildialogo.org

http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/norazzismo/notizie_1521005976.htm

Marzo 17, 2018Permalink

19 febbraio 2018 – Venezuela. È fuga di massa.

Un’amica mi segnala l’articolo di Avvenire che ricopio.
Con il link riportato in calce si possono vedere fotografie e soprattutto uno schema numerico dell’esodo in vari paesi non solo sudamericani.

18 febbraio 2018 – Maduro apre le porte, caos nel continente
Lucia Capuzzi

Milioni di rifugiati nei Paesi vicini al Venezuela. E ormai è il caos.

«È il miglior investimento che puoi fare in Venezuela», dice Carlos mentre mette il fascio di banconote nelle mani dell’autista della “chiva”. Così si chiamano i fuoristrada semi- scassati che solcano in centinaia e centinaia, ogni giorno, la Troncal Caribe, via di collegamento tra Maracaibo e la regione colombiana de La Guajira. Un posto dentro la vettura costa 20mila bolivares, quasi la metà se si viaggia sul tetto, con la maglietta arrotolata sulla testa per proteggersi dal sole rovente. In ogni caso si tratta di pochi centesimi di euro: la moneta venezuelana è carta straccia sui mercati internazionali. Racimolarli, però, non è facile in una nazione dove lo stipendio medio è di 300mila bolivares e un chilo di farina ne costa 15mila al mercato nero, la sola forma di approvvigionamento di cibo e medicine. «Ma ne vale la pena. L’unica cosa da fare è andarsene ».

Carlos ha provato a resistere quando, un anno fa, i fratelli si sono messi in marcia per Argentina ed Ecuador. «Ora non ce la faccio più. Sono sieropositivo e gli antiretrovirali sono introvabili». Sono tra i due e i 4,5 milioni i venezuelani costretti a una simile scelta, secondo vari centri di ricerca. Difficile una maggiore approssimazione dato che Caracas non diffonde i dati ufficiali. Nell’ultimo anno, la migrazione si è trasformata in un vero e proprio esodo. La maggior parte si riversa nei confinanti Colombia e Brasile.

Pochi passano, però, per i valichi legali. Il resto si snoda per le “trochas”, le mulattiere dove non occorrono i documenti ma solo una tangente a chi controlla il transito. Le “chivas” da Maracaibo scaricano i passeggeri all’imbocco dei viottoli sterrati, proprio alle spalle della dogana di Paraguachón. Impossibile per gli agenti di frontiera di entrambi i lati non notare il via vai. Quest’ultimo è esploso nell’ultima settimana. Da quando, cioè, Bogotà ha blindato con 3mila poliziotti il principale corridoio migratorio, i ponti Simón Bolívar e Francisco de Paula che collegano le città venezuelane di San Antonio e San Cristóbal con la colombiana Cúcuta. «Prima del giro di vite, nei giorni di “punta” arrivavano anche 45mila persone.

Molti portavano qualcosa da vendere in modo da procurarsi i pesos per fare un po’ di spesa e poi tornavano indietro. Una parte, però, è rimasta. Solo in una delle nostre parrocchie, nel giro di due anni, si sono trasferite duemila famiglie», racconta padre Francesco Bortignon, missionario scalabriniano italiano impegnato nell’assistenza dei migranti a Cúcuta, dove gestisce alcuni centri in collaborazione con Terre des hommes. Il governo colombiano afferma che, nel 2017, i venezuelani residenti hanno raggiunto quota 550mila, il 62 per cento in più dell’anno precedente. Entro luglio, saranno più di un milione, con una spesa prevista per la prima assistenza di oltre 1,8 miliardi di dollari. Tanto che, martedì, il presidente Juan Manuel Santos ha chiesto aiuto internazionale per affrontare l’emergenza umanitaria. Anche il Brasile è preoccupato. A Boa Vista, capitale del Roraima, i venezuelani sono il 10 per cento della popolazione.

«Si trasferiscono, in media, 40mila persone al mese», ha affermato Joe Millman, portavoce dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) che ha paragonato il flusso dal Venezuela a quello degli africani verso le coste italiane. La questione ha assunto, ormai, dimensioni continentali. In Argentina, la richiesta di permessi di soggiorno è cresciuta del 142 per cento nel 2017. Negli Stati Uniti, le domande di asilo si sono moltiplicate di 37 volte in cinque anni. Per tale ragione, dal 31 gennaio, Washington ha imposto una serie di vincoli. La tentazione di chiudere le porte cresce in America.

Anche perché se, prima, a trasferirsi dal Venezuela erano soprattutto professionisti scontenti del chavismo, ora sono lavoratori poco qualificati, minori, anziani, malati e donne incinte, per cui in patria è impossibile andare avanti. Il loro numero dovrebbe aumentare ancora dopo le presidenziali “addomesticate” del 22 aprile. In cui la vittoria di Nicolás Maduro appare scontata, tanto che il partito d’opposizione Voluntad Popular ha deciso di boicottare il voto. Gli Stati latinoamericani hanno, dunque, deciso di giocare la carta della pressione per ammorbidire il governo di Caracas. E, in concomitanza delle elezioni, stanno spingendo sull’acceleratore. Come dimostra la scelta dei vicini, Perù in primis, di ritirare l’invito a Maduro per il vertice delle Americhe in programma a Lima il 13 e 14 aprile. Il leader però, sembra “impermeabile”. «Ci andrò, che piova o tiri vento», ha tuonato.

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/maduro-sgancia-la-bomba-profughi

Febbraio 19, 2018Permalink

6 febbraio 2018 – Razza o non razza? Un fatto o una parola?

Un po’ di cronaca
Mentre ricopio lentamente la bella intervista concessa a La Repubblica dalla senatrice Liliana Segre (che così, appena conclusa la trascrizione, potrò cercare di diffondere fra persone che non avessero letto La Repubblica del 5 febbraio) mi soffermo sulla speranza di cancellare la parola ‘razza’ dal testo della Costituzione che a conclusione dell’intervista la senatrice esprime.
Ha affermato: « Sì mi piacerebbe molto. Sono anche d’accordo con il presidente Grossi che ne ha contestualizzato l’uso. Ma vedrà che la parola razza verrà cancellata dalla Carta. Sarebbe un ottimo segnale».   [Cfr. Note-Link 1]
Prima di tutto chiarisco il significato del riferimento al Presidente Grossi
[Cfr. Note-Link 2]
Il 17 gennaio del 2018 il presidente della Corte Costituzionale Paolo Grossi ha parlato agli studenti dell’Educandato statale Santissima Annunziata (Fi) che gli hanno chiesto come fosse possibile “che nel 2018 si parli ancora di razza nella Costituzione”. L’incontro era stato organizzato nel quadro del “Viaggio in Italia: la Corte costituzionale nelle scuole”.

A margine del video che consente l’ascolto del Presidente Grossi troviamo questa nota:
« I primi tre articoli sono il perno di tutta la Costituzione, ma soprattutto l’articolo 3 che ci indica il superamento di una visione astratta dei diritti del cittadino e cala tutto nella sua esistenza”. Così il presidente della Corte Costituzionale Paolo Grossi agli studenti dell’Educandato statale Santissima Annunziata che gli hanno chiesto come fosse possibile “che nel 2018 si parli ancora di razza nella Costituzione”. Parlando del rapporto tra immigrati e Costituzione, Grossi ha inoltre aggiunto che “dove si tratta di diritti fondamentali dell’uomo la Corte non ha avuto esitazione nell’estendere tali diritti».

Categorie e cultura europea.                                  [Cfr. Note- 3]
Fermo restando che la razza come fatto scientificamente attribuibile alla specie umana non esiste, è ben vero che solo due dei termini riscontrabili nel comma 1 dell’art. 3 della Costituzione (sesso, lingua..) sono oggettivamente riportabili a quei fattori di pari dignità che non devono subire ostacoli che impediscano il pieno sviluppo della persona umana (comma 2 dell’art. 3)

Ma agli altri che tipo di oggettività è attribuibile?
Religione (come si identifica se non con la dichiarazione di chi l’ha scelta ed eventualmente la pratica?) Quindi è riconosciuta come parola.
Opinioni politiche. La parola con cui una persona dichiari la propria opinione (o specularmente taccia per paura del discrimine che gliene possa venire) può essere supportata da elementi simbolici (abbigliamento, bandiere …) ma in definitiva ciò che ne assicura certezza di riferimento è la parola dichiarata.
Condizioni personali o sociali. Questi sono fattori difficilmente sintetizzabili anche se si comincia a parlarne in relazione alla disabilità, alla sessualità o, forse più oggettivamente per la ‘condizione sociale’, alla dichiarazione dei redditi che, guarda caso, pur quella è parola anche se scritta e non necessariamente pronunciata.

Resta la razza di cui è stata stabilita scientificamente l’insussistenza ma costituisce pur sempre una parola significante di una categoria in cui si sommano confusamente colori, tratti somatici, provenienze geografiche … un insieme volatile e precario che, per essere di solito usato con una precisa connotazione negativa, è tenuto assieme dal collante del pregiudizio.
Quindi la identificazione tramite la razza non può logicamente riferirsi al soggetto di cui si parla ma al soggetto che parla (e faremo un salto di qualità nella vita civile riconoscendo che la pronuncia del termine – volutamente a danno o per disprezzo di qualcuno – è vergogna per chi ne fa uso).

La parola razza
Ritengo che toglierla dalla Costituzione solleciterebbe la fantasia che si avvoltola nell’ignoranza e si alimenta del pregiudizio a cercare un altro termine per affastellare stupide malignità.
L’assenza della parola potrebbe inoltre creare difficoltà a chi voglia, occuparsi storicamente, antropologicamente, socialmente del razzismo.
Come si potrebbero definire le leggi razziste (termine che giustamente si propone come sostitutivo di razziali) senza riferimenti a quella che fu la parola razza in tutta la sua pesantezza concettuale e fattuale? Come si possono identificare nuove norme razziste (pur se meno clamorosamente proclamate oggi per l’Italia delle leggi del 1938: ogni cosa ha un inizio) se non avendo ben presente ciò che si intende per razza?

Le categorie di classificazione hanno una loro oggettiva pesantezza indipendentemente dall’esistenza dell’oggetto.
Se io classifico patologie faccio riferimento alla loro descrizione riconoscibile, per esempio, nei sintomi che si possono manifestare ma che in sé non sono cose.
Se io classifico libri secondo il genere letterario (e mi costruisco lo spazio per la saggistica, per l’arte, per la scienza …) saggistica, arte o scienza che siano … non si sostituiscono oggettivamente alla realtà del libro.
Peggio ancora se ordino i libri alfabeticamente l’iniziale del cognome dell’autore – che pur appartiene a una categoria di catalogazione – non si sostituisce all’interezza del cognome e men che meno alla persona dell’autore

Concludendo
Lasciamo la parola razza dove sta e ci serva come identificativo dell’ignominia di chi la pronuncia per trovare un elemento giustificativo alla condanna della persona che vuol discriminare e siano liberi gli storici di usarne nei loro studi senza il timore che si tratti di termine improprio o sgradito.
Disgraziatamente è stato appropriato a tragedie reali che potrebbero tornare.
E qua e là sono già tornate.
E’ meglio concentrarci sul rischio del ritorno.

[NOTE-LINK]
1. Incipit dell’articolo-intervista della senatrice Segre – La Repubblica 5 febbraio 2018
https://rep.repubblica.it/pwa/intervista/2018/02/04/news/sparatoria_macerata_traini_liliana_segre_la_politica_semina_odio-188048125/

2. Colloquio Presidente Corte Costituzionale con studenti fiorentini 17 gennaio 2018
https://video.repubblica.it/edizione/firenze/grossi-presidente-corte-costituzionale-articolo-3-supera-l-orrore-delle-leggi-razziali/294697/295311

3. Art 3 Costituzione
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale [cfr. XIV] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [cfr. artt. 29 c. 2, 37 c. 1, 48 c. 1, 51 c. 1], di razza, di lingua [cfr. art. 6], di religione [cfr. artt. 8, 19], di opinioni politiche [cfr. art. 22], di condizioni personali e sociali.
E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Febbraio 6, 2018Permalink

3 dicembre 2017 – Quello che le donne (ancora) non dicono

La violenza e il silenzio

Leggo della dottoressa violentata durante il suo orario di lavoro, nel luogo i lavoro dove operava come guardia medica notturna.
La denuncia del fatto è stata presentata dopo nove mesi, necessari per superare il ritegno imposto dall’angoscia e purtroppo il senso di vergogna della donna offesa.
Ma la legge impone il limite di sei mesi dal fatto per poter presentare la denuncia che il ‘ritardo’ ha reso non proponibile e il violentatore è stato scarcerato.
Ora ci sono parlamentari che parlano di modificare la legge e di allungare i tempi possibili per denunciare una violenza sessuale.
Nessuno – che io sappia – dice che si potrebbe tener conto anche di un altro strumento (ho scritto ‘anche’ non ‘invece’ perché su questo punto l’incomprensione è dominante e la strumentalizzazione dilagante) e di quello strumento la nostra regione potrebbe dare un esempio importante.
Non è più fra noi Paola Schiratti, già consigliera provinciale, donna intelligente, competente e attivissima che, per quanto io la ricordi, aveva una mente aperta e curiosa (per me la curiosità è una grande de poco praticata virtù a meno che non si umili al pettegolezzo).
Non si era mai lasciata incasellare dentro le gabbie di obiettivi precostituiti e aveva elaborato un protocollo finalizzato a prevenire e reprimere la violenza domestica e a sostenere le vittime in modo coerente nel loro eventuale trascorrere fra i vari soggetti che possono (devono?) intervenire in una vicenda di violenza, dalle autorità di polizia ai servizi sanitari e sociali.
Se quel protocollo fosse applicato ogni vittima di violenza sessuale potrebbe trarne il conforto della garanzia di indagini rispettose, coerenti e non violente nell’approccio con chi deve indagare.
So che ci sono associazioni di donne che, anche dopo la scomparsa di Paola (e sono già passati più di due anni!), hanno lavorato per continuarne l’impegno. Ne ho notizie frammentarie perché così usano i nostri mezzi di informazione.
Sarebbe opportuno che i parlamentari che dicono di volersi occupare del problema ne tenessero conto per non affidare sempre la legislazione alla più volatile delle inaffidabilità che si gioca fra l’incompetenza e l’indifferenza, scoprendo improvvisamente lo stimolo pre elettorale.

Per chi fosse interessato a conoscere quel protocollo ne ho scritto nel mio blog il 18 marzo 2014, in un testo già allora intitolato: “Quello che le donne non dicono”. Da quel testo c’è la possibilità di raggiungere con un clic anche il protocollo di Paola.
Si trova con il link che trascrivo: http://diariealtro.it/?p=3006

Dicembre 3, 2017Permalink

25 agosto 2017 – Fra ricordi e testimonianze sbuca anche il nemico di sempre, i bambini

“Se tirano qualcosa spaccategli il braccio”.
Frase registrata pronunciata da un poliziotto durante la carica contro i migranti a stazione Termini.

La frase che ascolto scatena molti miei ricordi. Ne riporto due frammenti:

• Ricordo che durante la prima intifada (1987) Yitzhak Rabin aveva dato l’ordine di rompere le mani ai rivoltosi palestinesi. Ricordo che allora molte vittime erano ragazzini.
Quando da Primo Ministro di Israele scelse la strada della pace (accordi Oslo 1993) entrò nel tunnel della violenza subita e la sera del 4 novembre del 1995 a Tel Aviv, alle 21.30 fu assassinato da un fanatico religioso ebreo alla fine di una manifestazione in sostegno agli accordi di Oslo;

• 25 agosto 1989 Jerry Masslo profugo sudafricano venne assassinato nelle campagne di Villa Literno. Fuggiva dall’apartheid, cercava uno “spazio di vita”, trovò sfruttamento e violenza

Per ciò che riguarda la descrizione dell’evento fra i tanti di questo orrendo agosto riprendo la descrizione datane dall’UNICEF

ROMA – “Questa mattina all’alba in piazza Indipendenza è avvenuto lo sgombero dei rifugiati che vivevano nel palazzo occupato di via Curtatone, sotto gli occhi terrorizzati dei bambini che erano stati lasciati al primo piano insieme alle loro famiglie”. “Questi bambini, dopo aver assistito a scene di guerriglia urbana, sono stati caricati sui pullman delle forze dell’ordine e portati in Questura” dice Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia. “Continuavano a gridare e battere le mani sui vetri durante tutto il tragitto, in preda al terrore”.
È una situazione “molto triste” continua, “parliamo di 800 persone con status di rifugiato, sopravvissute a guerre, persecuzioni o torture che in alcuni casi hanno anche ottenuto la cittadinanza italiana, buttate in strada in condizioni disumane senza una alternativa sostenibile (non il meno peggio) da parte del Comune di Roma che abbiamo invano atteso in piazza. Non è un problema migratorio, è un problema storico di Roma. Malgrado le soluzioni offerte dal Comune, 80 posti Sprar in due strutture diverse, e dal privato, alcune villette in provincia di Rieti, ci sembra che nessuno abbia riflettuto sul destino di queste persone – spiega – bambini vanno a scuola a Roma e molti degli adulti lavorano qui, segno di un percorso di integrazione ed emancipazione dal sistema di accoglienza che verrebbero interrotti di netto. Egli 80 posti Sprar sarebbero sottratti ai nuovi arrivati titolari di protezione o in attesa di riconoscimento”.
“La verità va detta tutta: questa situazione non è legata alla cosiddetta emergenza migratoria, è una situazione storica di Roma, sintomo dell’assenza di politiche adeguate e lungimiranti. Si continua con interventi emergenziali quando sarebbe stato possibile valutare soluzioni strutturali” conclude l’Unicef.

All’Unicef fanno seguito altre testimonianze
Le reazioni allo sgombero che oggi a Roma è sfociato in una vera guerriglia urbana sono tante. A parlare sono soprattutto le associazioni. La politica resta in silenzio, lontana e non commenta, se non per alcuni casi circoscritti.
Anche Save the children esprime la sua preoccupazione per il il futuro dei quasi 40 minori che abitavano lo stabile di via Curtatone: “Gravi violazioni dei diritti dell’infanzia. I bambini sono stati esposti a continue tensioni e violenze e non sono stati garantiti i loro diritti – dichiara Francesca Bocchino, responsabile del Dipartimento Protezione minori della Ong, “chiediamo alle istituzioni di individuare delle soluzioni che tengano in attenta considerazione i bisogni dei minori e delle loro famiglie, nel rispetto dell’integrità del nucleo familiare e in grado di assicurare la continuità scolastica”.
Lascia “interdetti” il modo in cui è avvenuto lo sgombero di Palazzo Curtatone, dice la Caritas. Tutto “senza alcuna programmazione e in una logica emergenziale che non può far altro che portare all’escalation cui abbiamo assistito stamane”. Un intervento di sgombero di questo tipo, con bambini e nuclei familiari, “richiedeva interventi sociali mirati e programmati”, alloggi popolari e strutture di accoglienza di emergenza. “Purtroppo queste politiche, come hanno dimostrato i fatti di Mafia Capitale, sono assenti da anni nella nostra città. La Caritas chiede l’istituzione di un tavolo permanente presso la Prefettura, con Comune e Regione, per il monitoraggio e la gestione delle occupazioni, fenomeni così complessi non possono infatti essere lasciati gestire alla magistratura e alle forze dell’ordine”.
Intanto l’equipe di Medici Senza Frontiere sul posto ha trattato in poche ore 13 persone, “la maggior parte donne”, dicono in una nota. “Abbiamo chiamato le ambulanze per cinque persone ferite. Altri avevano fratture e lacerazioni causate dalle forze dell’ordine, una donna è stata colpita dal getto d’acqua di un idrante, è caduta e svenuta. È una vergogna che la mancanza di soluzioni abitative alternative abbia portato a una situazione di violenza. Urge garantire alle persone sgomberate un’alternativa dignitosa, a partire dai casi più vulnerabili”, dichiara Tommaso Fabbri, capo missione dei progetti di MSF in Italia.
Gli idranti, secondo l’Arci, “sono il simbolo di una pulizia violenta e forzata che non ha alcun interesse a salvaguardare i principi costituzionali e di umanità che dovrebbero condizionare ogni atto pubblico. “Cosa pensa di fare la sindaca Raggi? Pensa di gestire il disagio abitativo e quello sociale di cittadini italiani e stranieri delegandolo agli idranti e alla polizia?. Se è questo il nuovo che dicono di rappresentare gli amministratori penta stellati – conclude la nota – a noi sembra vecchio come qualsiasi deriva autoritaria e la capitale d’Italia poteva davvero farne a meno, esattamente come avremmo voluto fare a meno dei decreti legge e degli interventi securitari del ministro degli Interni”.
“Bottiglie e sassi contro la Polizia questa mattina all’alba da parte di un centinaio di immigrati accampati abusivamente nei giardini di Piazza Indipendenza a Roma. Forza ragazzi, sgomberi, ordine, pulizia ed espulsioni! Gli italiani sono con voi” scrive su Facebook e Twitter il segretario della Lega Matteo Salvini.
Diversi deputati del gruppo di Articolo 1 – Movimento democratico e progressista presenteranno un’interrogazione al Ministro dell’Interno Minniti a prima firma Martelli-Speranza per sapere “quali azioni abbia intrapreso per la collocazione temporanea delle persone coinvolte nello sgombero” dell’edificio di via Curtatone “e quali azioni intenda intraprendere nei confronti del Comune di Roma per la soluzione alloggiativa definitiva delle persone regolarmente soggiornanti”. Nell’interrogazione i deputati segnalano, inoltre, “come riportato da alcune agenzie di stampa, l’allontanamento dell’Unhcr dall’ufficio immigrazione di via Volturno” e l’allarme lanciato da numerose associazioni umanitarie internazionali “per l’assenza di soluzioni alternative al grave disagio in cui vivono i rifugiati tra cui numerose famiglie con bambini”.
“Cacciano e caricano i rifugiati eritrei, li prendono a colpi di idranti e manganello, li mettono per strada, con gli ultimi pochi averi che hanno come fossero roba vecchia, da buttare. Nel silenzio generale di istituzioni e buona parte della politica che non prende parte, non propone, non si indigna, non cerca soluzioni” afferma Nicola Fratoianni segretario nazionale di Sinistra Italiana.
Nei giorni scorsi presente in piazza per il vescovo delegato Migrantes della Conferenza episcopale del Lazio, monsignor Paolo Lojudice, vescovo ausiliare di Roma, “è arrivato il momento di stabilire politiche di convivenza pacifiche per una integrazione reale. Gli sgomberi, come quello di oggi, non sono certamente una risposta adeguata”.

FONTI:
Unicef               –    http://www.ilpost.it/2017/08/24/sgombero-rifugiati-roma/
Testimonianze:
http://www.repubblica.it/politica/2017/08/24/news/sgombero_migranti_roma_reazioni-173776071/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T2
Rabin                 –   http://diariealtro.it/?p=4077   
Jerry Masslo      –   http://diariealtro.it/?p=3285

Agosto 25, 2017Permalink

19 maggio 2017 – All’on Kyenge , lettera aperta

Gentile on. Kyenge

L’on. Borghezio, europarlamentare della Lega Nord, è stato condannato dalla quarta sezione penale del tribunale di Milano per il reato di “diffamazione aggravata da discriminazione razziale” commesso nei suoi confronti. Mi permetta di considerare la sentenza emessa a Milano un riconoscimento dovuto alla sua persona (e di ciò sinceramente mi compiaccio) ma di aggiungere che è anche sostegno e conforto alla dignità di tutti noi, offesi dall’espressione di razzismo da parte di un componente di un’assemblea parlamentare. Come sappiamo l’on. Borghezio aveva usato grossolane espressioni offensive nei suoi confronti per essere lei di origini congolesi e prima ministra afroitaliana. Come lei stessa ha dichiarato: “L’odio razziale non può essere mai strumento di lotta politica perché avvelena la società e discrimina una persona, non giudicata degna di fare il ministro della Repubblica, per il solo colore della sua pelle”. E ha aggiunto di volere devolvere il risarcimento riconosciutole “a progetti di accoglienza e alla causa dell’antirazzismo”. Mi permetto ora di riferirmi a nostri precedenti incontri, durante un suo comizio a Udine e nel corso di una sua partecipazione a un’iniziativa di associazione di San Daniele del Friuli. Le avevo ricordato allora che dal 2009 una legge italiana nega ai nati in Italia, figli di migranti privi di permesso di soggiorno, il diritto (non solo umano ma anche affermato da convenzioni internazionali) ad avere il certificato di nascita. Come le è noto si tratta della legge 94/2009 che tanto prevede all’art. 1, comma 22, lettera g. Mi sembra che tale esclusione da un diritto altrimenti ineludibile possa rientrare nel quadro di una discriminazione ‘di razza’ per essere il legame con genitori “irregolari” ciò che caratterizza la colpa di questi piccoli. Il parlamento italiano ha ignorato le due proposte che avrebbero cancellato questo vulnus di civiltà (Camera 740/2013 e 1562/2014 Senato), proposte il cui significato essenziale sarebbe ora assicurato dalla approvazione della legge “Disposizioni in materia di cittadinanza” dove compare come comma 3 dell’art. 2. Purtroppo la commissione Affari Costituzionali del Senato – dove la proposta è approdata dopo l’approvazione della Camera – lavora sul problema delle modifiche alla cittadinanza con una lentezza preoccupante e tutto il lavoro fatto finora rischia di essere affossato se non sarà concluso prima delle prossime elezioni. E c’è di peggio: la Commissione senatoriale infatti deve affrontare non solo la solita quantità di emendamenti presentati esclusivamente per essere ostacoli alla scorrevolezza del dibattito ma anche uno specifico emendamento soppressivo del comma 3 dell’art. 2 che cancellerebbe la decisione devastante della negazione dell’esistenza giuridica di nuovi nati in Italia (di cui ho scritto sopra)  . Ne sono firmatari otto senatori, tutti appartenenti a FI-PdL, partito che nel 2009 fu sodale (o dovrei dire complice?)  della Lega nel dichiarare inesistenti per legge i figli dei sans papier(non dimentichiamo che allora, quarto governo Berlusconi,  l’on. Maroni era Ministro dell’interno)  . Ora lei può parlare autorevolmente da vittima di un’offesa riconosciuta da un tribunale  italiano e di ciò sono felice. Ed è proprio in nome della autorevolezza che la sua parola ha e dell’ascolto privilegiato che in questo momento può avere che le chiedo di pronunciarsi solidale a piccole vittime che non hanno voce alcuna in un’esistenza volutamente negata per legge.

Conto su di lei
Augusta De Piero

Maggio 19, 2017Permalink