19 febbraio 2018 – Venezuela. È fuga di massa.

Un’amica mi segnala l’articolo di Avvenire che ricopio.
Con il link riportato in calce si possono vedere fotografie e soprattutto uno schema numerico dell’esodo in vari paesi non solo sudamericani.

18 febbraio 2018 – Maduro apre le porte, caos nel continente
Lucia Capuzzi

Milioni di rifugiati nei Paesi vicini al Venezuela. E ormai è il caos.

«È il miglior investimento che puoi fare in Venezuela», dice Carlos mentre mette il fascio di banconote nelle mani dell’autista della “chiva”. Così si chiamano i fuoristrada semi- scassati che solcano in centinaia e centinaia, ogni giorno, la Troncal Caribe, via di collegamento tra Maracaibo e la regione colombiana de La Guajira. Un posto dentro la vettura costa 20mila bolivares, quasi la metà se si viaggia sul tetto, con la maglietta arrotolata sulla testa per proteggersi dal sole rovente. In ogni caso si tratta di pochi centesimi di euro: la moneta venezuelana è carta straccia sui mercati internazionali. Racimolarli, però, non è facile in una nazione dove lo stipendio medio è di 300mila bolivares e un chilo di farina ne costa 15mila al mercato nero, la sola forma di approvvigionamento di cibo e medicine. «Ma ne vale la pena. L’unica cosa da fare è andarsene ».

Carlos ha provato a resistere quando, un anno fa, i fratelli si sono messi in marcia per Argentina ed Ecuador. «Ora non ce la faccio più. Sono sieropositivo e gli antiretrovirali sono introvabili». Sono tra i due e i 4,5 milioni i venezuelani costretti a una simile scelta, secondo vari centri di ricerca. Difficile una maggiore approssimazione dato che Caracas non diffonde i dati ufficiali. Nell’ultimo anno, la migrazione si è trasformata in un vero e proprio esodo. La maggior parte si riversa nei confinanti Colombia e Brasile.

Pochi passano, però, per i valichi legali. Il resto si snoda per le “trochas”, le mulattiere dove non occorrono i documenti ma solo una tangente a chi controlla il transito. Le “chivas” da Maracaibo scaricano i passeggeri all’imbocco dei viottoli sterrati, proprio alle spalle della dogana di Paraguachón. Impossibile per gli agenti di frontiera di entrambi i lati non notare il via vai. Quest’ultimo è esploso nell’ultima settimana. Da quando, cioè, Bogotà ha blindato con 3mila poliziotti il principale corridoio migratorio, i ponti Simón Bolívar e Francisco de Paula che collegano le città venezuelane di San Antonio e San Cristóbal con la colombiana Cúcuta. «Prima del giro di vite, nei giorni di “punta” arrivavano anche 45mila persone.

Molti portavano qualcosa da vendere in modo da procurarsi i pesos per fare un po’ di spesa e poi tornavano indietro. Una parte, però, è rimasta. Solo in una delle nostre parrocchie, nel giro di due anni, si sono trasferite duemila famiglie», racconta padre Francesco Bortignon, missionario scalabriniano italiano impegnato nell’assistenza dei migranti a Cúcuta, dove gestisce alcuni centri in collaborazione con Terre des hommes. Il governo colombiano afferma che, nel 2017, i venezuelani residenti hanno raggiunto quota 550mila, il 62 per cento in più dell’anno precedente. Entro luglio, saranno più di un milione, con una spesa prevista per la prima assistenza di oltre 1,8 miliardi di dollari. Tanto che, martedì, il presidente Juan Manuel Santos ha chiesto aiuto internazionale per affrontare l’emergenza umanitaria. Anche il Brasile è preoccupato. A Boa Vista, capitale del Roraima, i venezuelani sono il 10 per cento della popolazione.

«Si trasferiscono, in media, 40mila persone al mese», ha affermato Joe Millman, portavoce dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) che ha paragonato il flusso dal Venezuela a quello degli africani verso le coste italiane. La questione ha assunto, ormai, dimensioni continentali. In Argentina, la richiesta di permessi di soggiorno è cresciuta del 142 per cento nel 2017. Negli Stati Uniti, le domande di asilo si sono moltiplicate di 37 volte in cinque anni. Per tale ragione, dal 31 gennaio, Washington ha imposto una serie di vincoli. La tentazione di chiudere le porte cresce in America.

Anche perché se, prima, a trasferirsi dal Venezuela erano soprattutto professionisti scontenti del chavismo, ora sono lavoratori poco qualificati, minori, anziani, malati e donne incinte, per cui in patria è impossibile andare avanti. Il loro numero dovrebbe aumentare ancora dopo le presidenziali “addomesticate” del 22 aprile. In cui la vittoria di Nicolás Maduro appare scontata, tanto che il partito d’opposizione Voluntad Popular ha deciso di boicottare il voto. Gli Stati latinoamericani hanno, dunque, deciso di giocare la carta della pressione per ammorbidire il governo di Caracas. E, in concomitanza delle elezioni, stanno spingendo sull’acceleratore. Come dimostra la scelta dei vicini, Perù in primis, di ritirare l’invito a Maduro per il vertice delle Americhe in programma a Lima il 13 e 14 aprile. Il leader però, sembra “impermeabile”. «Ci andrò, che piova o tiri vento», ha tuonato.

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/maduro-sgancia-la-bomba-profughi

19 Febbraio 2018Permalink

6 febbraio 2018 – Razza o non razza? Un fatto o una parola?

Un po’ di cronaca
Mentre ricopio lentamente la bella intervista concessa a La Repubblica dalla senatrice Liliana Segre (che così, appena conclusa la trascrizione, potrò cercare di diffondere fra persone che non avessero letto La Repubblica del 5 febbraio) mi soffermo sulla speranza di cancellare la parola ‘razza’ dal testo della Costituzione che a conclusione dell’intervista la senatrice esprime.
Ha affermato: « Sì mi piacerebbe molto. Sono anche d’accordo con il presidente Grossi che ne ha contestualizzato l’uso. Ma vedrà che la parola razza verrà cancellata dalla Carta. Sarebbe un ottimo segnale».   [Cfr. Note-Link 1]
Prima di tutto chiarisco il significato del riferimento al Presidente Grossi
[Cfr. Note-Link 2]
Il 17 gennaio del 2018 il presidente della Corte Costituzionale Paolo Grossi ha parlato agli studenti dell’Educandato statale Santissima Annunziata (Fi) che gli hanno chiesto come fosse possibile “che nel 2018 si parli ancora di razza nella Costituzione”. L’incontro era stato organizzato nel quadro del “Viaggio in Italia: la Corte costituzionale nelle scuole”.

A margine del video che consente l’ascolto del Presidente Grossi troviamo questa nota:
« I primi tre articoli sono il perno di tutta la Costituzione, ma soprattutto l’articolo 3 che ci indica il superamento di una visione astratta dei diritti del cittadino e cala tutto nella sua esistenza”. Così il presidente della Corte Costituzionale Paolo Grossi agli studenti dell’Educandato statale Santissima Annunziata che gli hanno chiesto come fosse possibile “che nel 2018 si parli ancora di razza nella Costituzione”. Parlando del rapporto tra immigrati e Costituzione, Grossi ha inoltre aggiunto che “dove si tratta di diritti fondamentali dell’uomo la Corte non ha avuto esitazione nell’estendere tali diritti».

Categorie e cultura europea.                                  [Cfr. Note- 3]
Fermo restando che la razza come fatto scientificamente attribuibile alla specie umana non esiste, è ben vero che solo due dei termini riscontrabili nel comma 1 dell’art. 3 della Costituzione (sesso, lingua..) sono oggettivamente riportabili a quei fattori di pari dignità che non devono subire ostacoli che impediscano il pieno sviluppo della persona umana (comma 2 dell’art. 3)

Ma agli altri che tipo di oggettività è attribuibile?
Religione (come si identifica se non con la dichiarazione di chi l’ha scelta ed eventualmente la pratica?) Quindi è riconosciuta come parola.
Opinioni politiche. La parola con cui una persona dichiari la propria opinione (o specularmente taccia per paura del discrimine che gliene possa venire) può essere supportata da elementi simbolici (abbigliamento, bandiere …) ma in definitiva ciò che ne assicura certezza di riferimento è la parola dichiarata.
Condizioni personali o sociali. Questi sono fattori difficilmente sintetizzabili anche se si comincia a parlarne in relazione alla disabilità, alla sessualità o, forse più oggettivamente per la ‘condizione sociale’, alla dichiarazione dei redditi che, guarda caso, pur quella è parola anche se scritta e non necessariamente pronunciata.

Resta la razza di cui è stata stabilita scientificamente l’insussistenza ma costituisce pur sempre una parola significante di una categoria in cui si sommano confusamente colori, tratti somatici, provenienze geografiche … un insieme volatile e precario che, per essere di solito usato con una precisa connotazione negativa, è tenuto assieme dal collante del pregiudizio.
Quindi la identificazione tramite la razza non può logicamente riferirsi al soggetto di cui si parla ma al soggetto che parla (e faremo un salto di qualità nella vita civile riconoscendo che la pronuncia del termine – volutamente a danno o per disprezzo di qualcuno – è vergogna per chi ne fa uso).

La parola razza
Ritengo che toglierla dalla Costituzione solleciterebbe la fantasia che si avvoltola nell’ignoranza e si alimenta del pregiudizio a cercare un altro termine per affastellare stupide malignità.
L’assenza della parola potrebbe inoltre creare difficoltà a chi voglia, occuparsi storicamente, antropologicamente, socialmente del razzismo.
Come si potrebbero definire le leggi razziste (termine che giustamente si propone come sostitutivo di razziali) senza riferimenti a quella che fu la parola razza in tutta la sua pesantezza concettuale e fattuale? Come si possono identificare nuove norme razziste (pur se meno clamorosamente proclamate oggi per l’Italia delle leggi del 1938: ogni cosa ha un inizio) se non avendo ben presente ciò che si intende per razza?

Le categorie di classificazione hanno una loro oggettiva pesantezza indipendentemente dall’esistenza dell’oggetto.
Se io classifico patologie faccio riferimento alla loro descrizione riconoscibile, per esempio, nei sintomi che si possono manifestare ma che in sé non sono cose.
Se io classifico libri secondo il genere letterario (e mi costruisco lo spazio per la saggistica, per l’arte, per la scienza …) saggistica, arte o scienza che siano … non si sostituiscono oggettivamente alla realtà del libro.
Peggio ancora se ordino i libri alfabeticamente l’iniziale del cognome dell’autore – che pur appartiene a una categoria di catalogazione – non si sostituisce all’interezza del cognome e men che meno alla persona dell’autore

Concludendo
Lasciamo la parola razza dove sta e ci serva come identificativo dell’ignominia di chi la pronuncia per trovare un elemento giustificativo alla condanna della persona che vuol discriminare e siano liberi gli storici di usarne nei loro studi senza il timore che si tratti di termine improprio o sgradito.
Disgraziatamente è stato appropriato a tragedie reali che potrebbero tornare.
E qua e là sono già tornate.
E’ meglio concentrarci sul rischio del ritorno.

[NOTE-LINK]
1. Incipit dell’articolo-intervista della senatrice Segre – La Repubblica 5 febbraio 2018
https://rep.repubblica.it/pwa/intervista/2018/02/04/news/sparatoria_macerata_traini_liliana_segre_la_politica_semina_odio-188048125/

2. Colloquio Presidente Corte Costituzionale con studenti fiorentini 17 gennaio 2018
https://video.repubblica.it/edizione/firenze/grossi-presidente-corte-costituzionale-articolo-3-supera-l-orrore-delle-leggi-razziali/294697/295311

3. Art 3 Costituzione
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale [cfr. XIV] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [cfr. artt. 29 c. 2, 37 c. 1, 48 c. 1, 51 c. 1], di razza, di lingua [cfr. art. 6], di religione [cfr. artt. 8, 19], di opinioni politiche [cfr. art. 22], di condizioni personali e sociali.
E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

6 Febbraio 2018Permalink

3 dicembre 2017 – Quello che le donne (ancora) non dicono

La violenza e il silenzio

Leggo della dottoressa violentata durante il suo orario di lavoro, nel luogo i lavoro dove operava come guardia medica notturna.
La denuncia del fatto è stata presentata dopo nove mesi, necessari per superare il ritegno imposto dall’angoscia e purtroppo il senso di vergogna della donna offesa.
Ma la legge impone il limite di sei mesi dal fatto per poter presentare la denuncia che il ‘ritardo’ ha reso non proponibile e il violentatore è stato scarcerato.
Ora ci sono parlamentari che parlano di modificare la legge e di allungare i tempi possibili per denunciare una violenza sessuale.
Nessuno – che io sappia – dice che si potrebbe tener conto anche di un altro strumento (ho scritto ‘anche’ non ‘invece’ perché su questo punto l’incomprensione è dominante e la strumentalizzazione dilagante) e di quello strumento la nostra regione potrebbe dare un esempio importante.
Non è più fra noi Paola Schiratti, già consigliera provinciale, donna intelligente, competente e attivissima che, per quanto io la ricordi, aveva una mente aperta e curiosa (per me la curiosità è una grande de poco praticata virtù a meno che non si umili al pettegolezzo).
Non si era mai lasciata incasellare dentro le gabbie di obiettivi precostituiti e aveva elaborato un protocollo finalizzato a prevenire e reprimere la violenza domestica e a sostenere le vittime in modo coerente nel loro eventuale trascorrere fra i vari soggetti che possono (devono?) intervenire in una vicenda di violenza, dalle autorità di polizia ai servizi sanitari e sociali.
Se quel protocollo fosse applicato ogni vittima di violenza sessuale potrebbe trarne il conforto della garanzia di indagini rispettose, coerenti e non violente nell’approccio con chi deve indagare.
So che ci sono associazioni di donne che, anche dopo la scomparsa di Paola (e sono già passati più di due anni!), hanno lavorato per continuarne l’impegno. Ne ho notizie frammentarie perché così usano i nostri mezzi di informazione.
Sarebbe opportuno che i parlamentari che dicono di volersi occupare del problema ne tenessero conto per non affidare sempre la legislazione alla più volatile delle inaffidabilità che si gioca fra l’incompetenza e l’indifferenza, scoprendo improvvisamente lo stimolo pre elettorale.

Per chi fosse interessato a conoscere quel protocollo ne ho scritto nel mio blog il 18 marzo 2014, in un testo già allora intitolato: “Quello che le donne non dicono”. Da quel testo c’è la possibilità di raggiungere con un clic anche il protocollo di Paola.
Si trova con il link che trascrivo: http://diariealtro.it/?p=3006

3 Dicembre 2017Permalink

25 agosto 2017 – Fra ricordi e testimonianze sbuca anche il nemico di sempre, i bambini

“Se tirano qualcosa spaccategli il braccio”.
Frase registrata pronunciata da un poliziotto durante la carica contro i migranti a stazione Termini.

La frase che ascolto scatena molti miei ricordi. Ne riporto due frammenti:

• Ricordo che durante la prima intifada (1987) Yitzhak Rabin aveva dato l’ordine di rompere le mani ai rivoltosi palestinesi. Ricordo che allora molte vittime erano ragazzini.
Quando da Primo Ministro di Israele scelse la strada della pace (accordi Oslo 1993) entrò nel tunnel della violenza subita e la sera del 4 novembre del 1995 a Tel Aviv, alle 21.30 fu assassinato da un fanatico religioso ebreo alla fine di una manifestazione in sostegno agli accordi di Oslo;

• 25 agosto 1989 Jerry Masslo profugo sudafricano venne assassinato nelle campagne di Villa Literno. Fuggiva dall’apartheid, cercava uno “spazio di vita”, trovò sfruttamento e violenza

Per ciò che riguarda la descrizione dell’evento fra i tanti di questo orrendo agosto riprendo la descrizione datane dall’UNICEF

ROMA – “Questa mattina all’alba in piazza Indipendenza è avvenuto lo sgombero dei rifugiati che vivevano nel palazzo occupato di via Curtatone, sotto gli occhi terrorizzati dei bambini che erano stati lasciati al primo piano insieme alle loro famiglie”. “Questi bambini, dopo aver assistito a scene di guerriglia urbana, sono stati caricati sui pullman delle forze dell’ordine e portati in Questura” dice Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia. “Continuavano a gridare e battere le mani sui vetri durante tutto il tragitto, in preda al terrore”.
È una situazione “molto triste” continua, “parliamo di 800 persone con status di rifugiato, sopravvissute a guerre, persecuzioni o torture che in alcuni casi hanno anche ottenuto la cittadinanza italiana, buttate in strada in condizioni disumane senza una alternativa sostenibile (non il meno peggio) da parte del Comune di Roma che abbiamo invano atteso in piazza. Non è un problema migratorio, è un problema storico di Roma. Malgrado le soluzioni offerte dal Comune, 80 posti Sprar in due strutture diverse, e dal privato, alcune villette in provincia di Rieti, ci sembra che nessuno abbia riflettuto sul destino di queste persone – spiega – bambini vanno a scuola a Roma e molti degli adulti lavorano qui, segno di un percorso di integrazione ed emancipazione dal sistema di accoglienza che verrebbero interrotti di netto. Egli 80 posti Sprar sarebbero sottratti ai nuovi arrivati titolari di protezione o in attesa di riconoscimento”.
“La verità va detta tutta: questa situazione non è legata alla cosiddetta emergenza migratoria, è una situazione storica di Roma, sintomo dell’assenza di politiche adeguate e lungimiranti. Si continua con interventi emergenziali quando sarebbe stato possibile valutare soluzioni strutturali” conclude l’Unicef.

All’Unicef fanno seguito altre testimonianze
Le reazioni allo sgombero che oggi a Roma è sfociato in una vera guerriglia urbana sono tante. A parlare sono soprattutto le associazioni. La politica resta in silenzio, lontana e non commenta, se non per alcuni casi circoscritti.
Anche Save the children esprime la sua preoccupazione per il il futuro dei quasi 40 minori che abitavano lo stabile di via Curtatone: “Gravi violazioni dei diritti dell’infanzia. I bambini sono stati esposti a continue tensioni e violenze e non sono stati garantiti i loro diritti – dichiara Francesca Bocchino, responsabile del Dipartimento Protezione minori della Ong, “chiediamo alle istituzioni di individuare delle soluzioni che tengano in attenta considerazione i bisogni dei minori e delle loro famiglie, nel rispetto dell’integrità del nucleo familiare e in grado di assicurare la continuità scolastica”.
Lascia “interdetti” il modo in cui è avvenuto lo sgombero di Palazzo Curtatone, dice la Caritas. Tutto “senza alcuna programmazione e in una logica emergenziale che non può far altro che portare all’escalation cui abbiamo assistito stamane”. Un intervento di sgombero di questo tipo, con bambini e nuclei familiari, “richiedeva interventi sociali mirati e programmati”, alloggi popolari e strutture di accoglienza di emergenza. “Purtroppo queste politiche, come hanno dimostrato i fatti di Mafia Capitale, sono assenti da anni nella nostra città. La Caritas chiede l’istituzione di un tavolo permanente presso la Prefettura, con Comune e Regione, per il monitoraggio e la gestione delle occupazioni, fenomeni così complessi non possono infatti essere lasciati gestire alla magistratura e alle forze dell’ordine”.
Intanto l’equipe di Medici Senza Frontiere sul posto ha trattato in poche ore 13 persone, “la maggior parte donne”, dicono in una nota. “Abbiamo chiamato le ambulanze per cinque persone ferite. Altri avevano fratture e lacerazioni causate dalle forze dell’ordine, una donna è stata colpita dal getto d’acqua di un idrante, è caduta e svenuta. È una vergogna che la mancanza di soluzioni abitative alternative abbia portato a una situazione di violenza. Urge garantire alle persone sgomberate un’alternativa dignitosa, a partire dai casi più vulnerabili”, dichiara Tommaso Fabbri, capo missione dei progetti di MSF in Italia.
Gli idranti, secondo l’Arci, “sono il simbolo di una pulizia violenta e forzata che non ha alcun interesse a salvaguardare i principi costituzionali e di umanità che dovrebbero condizionare ogni atto pubblico. “Cosa pensa di fare la sindaca Raggi? Pensa di gestire il disagio abitativo e quello sociale di cittadini italiani e stranieri delegandolo agli idranti e alla polizia?. Se è questo il nuovo che dicono di rappresentare gli amministratori penta stellati – conclude la nota – a noi sembra vecchio come qualsiasi deriva autoritaria e la capitale d’Italia poteva davvero farne a meno, esattamente come avremmo voluto fare a meno dei decreti legge e degli interventi securitari del ministro degli Interni”.
“Bottiglie e sassi contro la Polizia questa mattina all’alba da parte di un centinaio di immigrati accampati abusivamente nei giardini di Piazza Indipendenza a Roma. Forza ragazzi, sgomberi, ordine, pulizia ed espulsioni! Gli italiani sono con voi” scrive su Facebook e Twitter il segretario della Lega Matteo Salvini.
Diversi deputati del gruppo di Articolo 1 – Movimento democratico e progressista presenteranno un’interrogazione al Ministro dell’Interno Minniti a prima firma Martelli-Speranza per sapere “quali azioni abbia intrapreso per la collocazione temporanea delle persone coinvolte nello sgombero” dell’edificio di via Curtatone “e quali azioni intenda intraprendere nei confronti del Comune di Roma per la soluzione alloggiativa definitiva delle persone regolarmente soggiornanti”. Nell’interrogazione i deputati segnalano, inoltre, “come riportato da alcune agenzie di stampa, l’allontanamento dell’Unhcr dall’ufficio immigrazione di via Volturno” e l’allarme lanciato da numerose associazioni umanitarie internazionali “per l’assenza di soluzioni alternative al grave disagio in cui vivono i rifugiati tra cui numerose famiglie con bambini”.
“Cacciano e caricano i rifugiati eritrei, li prendono a colpi di idranti e manganello, li mettono per strada, con gli ultimi pochi averi che hanno come fossero roba vecchia, da buttare. Nel silenzio generale di istituzioni e buona parte della politica che non prende parte, non propone, non si indigna, non cerca soluzioni” afferma Nicola Fratoianni segretario nazionale di Sinistra Italiana.
Nei giorni scorsi presente in piazza per il vescovo delegato Migrantes della Conferenza episcopale del Lazio, monsignor Paolo Lojudice, vescovo ausiliare di Roma, “è arrivato il momento di stabilire politiche di convivenza pacifiche per una integrazione reale. Gli sgomberi, come quello di oggi, non sono certamente una risposta adeguata”.

FONTI:
Unicef               –    http://www.ilpost.it/2017/08/24/sgombero-rifugiati-roma/
Testimonianze:
http://www.repubblica.it/politica/2017/08/24/news/sgombero_migranti_roma_reazioni-173776071/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T2
Rabin                 –   http://diariealtro.it/?p=4077   
Jerry Masslo      –   http://diariealtro.it/?p=3285

25 Agosto 2017Permalink

19 maggio 2017 – All’on Kyenge , lettera aperta

Gentile on. Kyenge

L’on. Borghezio, europarlamentare della Lega Nord, è stato condannato dalla quarta sezione penale del tribunale di Milano per il reato di “diffamazione aggravata da discriminazione razziale” commesso nei suoi confronti. Mi permetta di considerare la sentenza emessa a Milano un riconoscimento dovuto alla sua persona (e di ciò sinceramente mi compiaccio) ma di aggiungere che è anche sostegno e conforto alla dignità di tutti noi, offesi dall’espressione di razzismo da parte di un componente di un’assemblea parlamentare. Come sappiamo l’on. Borghezio aveva usato grossolane espressioni offensive nei suoi confronti per essere lei di origini congolesi e prima ministra afroitaliana. Come lei stessa ha dichiarato: “L’odio razziale non può essere mai strumento di lotta politica perché avvelena la società e discrimina una persona, non giudicata degna di fare il ministro della Repubblica, per il solo colore della sua pelle”. E ha aggiunto di volere devolvere il risarcimento riconosciutole “a progetti di accoglienza e alla causa dell’antirazzismo”. Mi permetto ora di riferirmi a nostri precedenti incontri, durante un suo comizio a Udine e nel corso di una sua partecipazione a un’iniziativa di associazione di San Daniele del Friuli. Le avevo ricordato allora che dal 2009 una legge italiana nega ai nati in Italia, figli di migranti privi di permesso di soggiorno, il diritto (non solo umano ma anche affermato da convenzioni internazionali) ad avere il certificato di nascita. Come le è noto si tratta della legge 94/2009 che tanto prevede all’art. 1, comma 22, lettera g. Mi sembra che tale esclusione da un diritto altrimenti ineludibile possa rientrare nel quadro di una discriminazione ‘di razza’ per essere il legame con genitori “irregolari” ciò che caratterizza la colpa di questi piccoli. Il parlamento italiano ha ignorato le due proposte che avrebbero cancellato questo vulnus di civiltà (Camera 740/2013 e 1562/2014 Senato), proposte il cui significato essenziale sarebbe ora assicurato dalla approvazione della legge “Disposizioni in materia di cittadinanza” dove compare come comma 3 dell’art. 2. Purtroppo la commissione Affari Costituzionali del Senato – dove la proposta è approdata dopo l’approvazione della Camera – lavora sul problema delle modifiche alla cittadinanza con una lentezza preoccupante e tutto il lavoro fatto finora rischia di essere affossato se non sarà concluso prima delle prossime elezioni. E c’è di peggio: la Commissione senatoriale infatti deve affrontare non solo la solita quantità di emendamenti presentati esclusivamente per essere ostacoli alla scorrevolezza del dibattito ma anche uno specifico emendamento soppressivo del comma 3 dell’art. 2 che cancellerebbe la decisione devastante della negazione dell’esistenza giuridica di nuovi nati in Italia (di cui ho scritto sopra)  . Ne sono firmatari otto senatori, tutti appartenenti a FI-PdL, partito che nel 2009 fu sodale (o dovrei dire complice?)  della Lega nel dichiarare inesistenti per legge i figli dei sans papier(non dimentichiamo che allora, quarto governo Berlusconi,  l’on. Maroni era Ministro dell’interno)  . Ora lei può parlare autorevolmente da vittima di un’offesa riconosciuta da un tribunale  italiano e di ciò sono felice. Ed è proprio in nome della autorevolezza che la sua parola ha e dell’ascolto privilegiato che in questo momento può avere che le chiedo di pronunciarsi solidale a piccole vittime che non hanno voce alcuna in un’esistenza volutamente negata per legge.

Conto su di lei
Augusta De Piero

19 Maggio 2017Permalink

18 marzo 2017 – Dare un nome alle cose. 2

 Dopo l’articolo di David Gabrielli, pubblicato il 16 marzo

Un cardinale e una vittima di pedofilia

5/03/2017 Müller a Collins: Basta col cliché delle resistenze curiali al papa

Il prefetto dell’ex Sant’Uffizio sul caso delle dimissioni dalla commissione anti-pedofilia: «non posso capire che si parli di mancanza di collaborazione»

Andrea Tornielli   Città Del Vaticano

La replica alle dichiarazioni di Marie Collins e alla sua decisione di lasciare la commissione vaticana per la Tutela dei minori in polemica con alcuni uffici a suo dire restii nell’applicare alcune indicazioni anti-pedofilia è arrivata dal Prefetto dell’ex Sant’Uffizio, il cardinale Gerhard Ludwig Müller. Intervistato dal Corriere della Sera, il porporato ha dichiarato: «Non posso capire che si parli di mancanza di collaborazione».

Müller ha detto di non aver mai incontrato la Collins, «ma naturalmente sono pronto, nulla lo impedisce». E ha continuato: «Penso si dovrebbe mettere fine a questo cliché, l’idea che ci sia da un lato il Papa che vuole la riforma e dall’altro un gruppo di resistenti che vorrebbero bloccarla. Fa parte della nostra fede cattolica e dell’ethos del lavoro della Curia romana di sostenere la missione universale del Papa, a lui affidata da Gesù Cristo».

Il cardinale ha quindi spiegato che «il compito della Commissione è molto diverso da quello della Congregazione. Quest’ultima fa i processi canonici ai chierici accusati dei delitti più gravi. Lo scopo è differente ma la Congregazione ha collaborato alla costituzione della Commissione». E a proposito dei cambiamenti di procedura suggeriti dalla commissione e non accettati dalla Congregazione, ha spiegato: «Non so di questi presunti episodi. La Commissione ha solo inoltrato una richiesta formale chiedendoci di scrivere lettere alle vittime per mostrare la vicinanza della Chiesa alla loro sofferenza. Ma quest’atto della cura pastorale è un compito dei vescovi nelle loro chiese particolari e dei superiori generali degli istituti religiosi, che sono più vicini».

«Se c’e una decisione del Papa o la consegna di un compito specifico – ha continuato il Prefetto – non ci sono resistenze. La Congregazione ha il compito di fare un processo canonico. Il contatto personale con le vittime è bene sia svolto dai pastori del luogo. E quando arriva una lettera, chiediamo sempre al vescovo che sia lui ad avere cura pastorale della vittima, chiarendole che la Congregazione farà tutto il possibile per fare giustizia. È un malinteso che questo dicastero, a Roma, possa occuparsi di tutte le diocesi e ordini religiosi nel mondo. Non si rispetterebbe il principio legittimo dell’autonomia delle diocesi e della sussidiarietà».

Quanto all’annunciato «tribunale dei vescovi», che avrebbe dovuto iniziare a lavorare presso l’ex Sant’Uffizio occupandosi degli insabbiamenti e delle sottovalutazioni a carico dei responsabili delle diocesi, Müller ha dichiarato: «Si è trattato di un progetto, ma dopo un dialogo intenso fra vari dicasteri coinvolti nella lotta contro la pedofilia nel clero si è concluso che per affrontare eventuali negligenze delittuose dei vescovi abbiamo già la competenza del dicastero per i vescovi, gli strumenti e i mezzi giuridici. Inoltre il Santo Padre può sempre affidare un caso speciale alla Congregazione».

14/03/2017 Prevenzione della pedofilia, Collins risponde al cardinale Mueller

Sul National Catholic Reporter la replica della vittima di abusi al Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede dopo le dimissioni dalla Commissione pontificia

Iacopo Scaramuzzi Città del Vaticano

Marie Collins, donna irlandese che da bambina è stata abusata sessualmente da un sacerdote, controreplica punto per punto, in un intervento pubblicato dal National Catholic Reporter, all’intervista che il cardinale Gerhard Ludwig Mueller, prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, aveva dato per rispondere a sua volta alle accuse che Collins aveva indirizzato al suo dicastero nel momento di dimettersi dalla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori.  

Primo, il cardinale Mueller aveva affermato di «non poter capire che si parli di mancanza di collaborazione» tra la Commissione per la Tutela dei Minori e l’ex Santo Uffizio, e Collins ricorda che «nel 2015 sono state inviate alla sua congregazione inviti da alcuni dei gruppi di lavoro della commissione che chiedevano la partecipazione di un rappresentante ai successivi incontri a Roma per discutere questioni di reciproco interesse» e la congregazione declinò tali inviti facendo sapere che erano possibili solo comunicazioni scritte. Solo nel settembre 2016 un rappresentante della Congregazione per la Dottrina della Fede ha partecipato agli incontri e «la discussione è stata molto utile, spero per la congregazione così come per la commissione».

Secondo, Mueller aveva detto che «in questi ultimi anni c’è stato un contatto permanente» tra il Dicastero e la Commissione: «Non so che forma abbia preso questo contatto permanente», replica Collins secondo la quale i membri della Commissione non hanno avuto riscontro di «alcun risultato positivo» di un tale contatto.

Il Porporato tedesco aveva sottolineato che un collaboratore della Congregazione «fa parte» della Commissione, e Collins precisa che va utilizzato il verbo al passato poiché Claudio Papale «ha cessato il suoi coinvolgimento nella commissione nel 2015 (sebbene ai membri della commissione le sue dimissioni non sono state rese note sino al maggio 2016)».

Collins si sofferma poi lungamente su quanto affermato dal cardinale Mueller in merito a un nuovo tribunale per i vescovi negligenti di fronte alle denunce a un sacerdote pedofilo, ossia che si trattava solo di un «progetto» che è poi stato accantonato in seguito a «un dialogo intenso fra vari dicasteri coinvolti nella lotta contro la pedofilia nel clero»: «Era solo un progetto, dice?», domanda la donna irlandese, ricordando la dichiarazione vaticana del 10 giugno 2015 circa «l’istituzione di una nuova Sezione Giudiziaria all’interno della Congregazione per la Dottrina della Fede e la nomina di personale stabile che presterà servizio nel Tribunale Apostolico» e l’approvazione dalla proposta da parte del Papa che aveva altresì autorizzato «affinché siano fornite risorse adeguate per conseguire questi fini». Rilevando che nelle discussioni tra dicasteri la Commissione non è stata coinvolta, Marie Collins afferma: «Vorrei ringraziarla, eminenza, per confermare con le sue parole che la mia affermazione circa il tribunale era vera. La commissione pontificia l’ha proposto, il consiglio dei cardinali e il Papa l’hanno approvato, e poi è stato respinto dalla sua congregazione». La donna domanda poi al Porporato perché, se gli strumenti già ci sono, «nessun vescovo è stato ufficialmente e in modo trasparente sanzionato o rimosso per la sua negligenza: se non è mancanza di norme, è mancanza di volontà?».

Marie Collins poi risponde con molti dettagli all’affermazione di Mueller che, in risposta a due episodi citati dalla stessa donna nel motivare le proprie dimissioni, un «cambiamento di procedura» nella cura delle vittime e una «richiesta di collaborazione», entrambi «rifiutati» dall’ex Sant’Uffizio, aveva detto: «Non so di questi presunti episodi». Quanto alla prima, ossia la richiesta che la Congregazione rispondesse a ogni lettera ricevuta da una vittima di abusi, Collins afferma, tra l’altro: «Sembra che la preoccupazione che un vescovo locale possa sentirsi non rispettato (se una congregazione romana lo scavalca rispondendo a una vittima della sua diocesi, ndr) ha molto più peso della mancanza di rispetto nei confronti di un sopravvissuto». Quanto al secondo punto, ossia la richiesta della commissione di cooperare alle linee-guida per la salvaguardia dei bambini, «può essere», afferma Collins, che la stessa Commissione «è percepita come esperti “esterni” che usurpano quella che il dicastero considera una propria area di responsabilità: in tal caso, non si potrebbe superare il problema con una franca discussione» nel nome della tutela dei bambini?

Marie Collins respinge, ancora, l’affermazione del Cardinale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, secondo il quale «le lamentele si fondano su un malinteso riguardo al nostro vero compito», sottolineando che la richiesta di una risposta alle lettere dei sopravvissuti era niente altro che per una «conferma che la lettera era stata ricevuta e avrebbe ricevuta la debita attenzione» in modo che la vittima di abusi che l’aveva scritta non si sentisse «ignorato».

Settimo, ultimo e «più personale» punto della precisazione di Marie Collins, in risposta alla affermazione di Mueller, «non ho mai avuto prima l’occasione di incontrarla», la donna ricorda una cena a Dublino dopo la propria nomina nella Commissione assieme ad altri officiali della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Marie Collins, infine, precisa che tutto quello che la commissione desidera è di «migliorare la protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili dovunque nel mondo ci sia la Chiesa cattolica» e «anziché tornare indietro in un atteggiamento di negazione e offuscamento, quando una critica come la mia viene sollevata il popolo della Chiesa merita una spiegazione appropriate. Abbiamo tutti il diritto di trasparenza, onestà e chiarezza. I malfunzionamenti non possono più essere tenuti nascosti dietro le porte chiuse dell’istituzione. Ciò accade solo fintantoché coloro che conoscono la verità vogliono continuare a rimanere in silenzio».  Firmato, Marie Collins, ex membro della Commissione pontificia per la Tutela dei Minori.

FONTI: http://www.lastampa.it/2017/03/14/vaticaninsider/ita/vaticano/prevenzione-della-pedofilia-collins-risponde-al-cardinale-mueller-iGWy1vikV222XeoiXPHanL/pagina.html?utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

18 Marzo 2017Permalink

16 marzo 2017 – Dare un nome alle cose

Ricopio l’articolo pubblicato sul mensile Confronti  – marzo 2017

Pedofilia del clero, “peccato” o “delitto”?   di David Gabrielli

Chi violenta un minore non “offende” solo la castità (come dice il catechismo) ma compie un vero e proprio “delitto”.

La questione della pedofilia del clero cattolico rimbalza, da qualche tempo, sulle prime pagine dei giornali, ed è tema di libri di successo. Essa – la violenza sessuale su bambini e adolescenti (seppure per questi si dovrebbe parlare di efebofilia) – non è affatto una “esclusiva” del clero; avviene soprattutto in famiglia, o col “turismo sessuale” in paesi esotici, praticata da gente che svolge le professioni più variegate e, di norma, è coperta da un’insuperabile omertà. Tristissimo fenomeno sul quale di solito si tace.

Venendo poi al clero, la pedofilia non è “caratteristica” di quello cattolico, perché tocca egualmente ecclesiastici di altre confessioni. In ambito cattolico, infine, la quantificazione del fenomeno varia da paese a paese. Grosso modo, si può prendere come punto di riferimento quanto nel 2009 affermava il cardinale brasiliano Cláudio Hummes, allora prefetto della Congregazione per il clero: «In alcune diocesi la pedofilia coinvolge il 4% del clero». Dunque, una piccola minoranza. Sarebbe perciò sommamente ingiusto considerare la pedofilia una peste che infetta l’intero clero. Ma, quand’anche si trattasse di un solo caso, sarebbe tremendo per chi, per missione, annunzia l’Evangelo.

Da qui il clamore suscitato da casi come quelli della diocesi di Boston, rigorosamente descritti dal film Spotlight: per l’opinione pubblica cattolica statunitense, che in generale ha un’alta stima del prete, è stato uno shock apprendere che un sacerdote (parroco o educatore), al quale dai genitori con fiducia totale era stato affidato un ragazzo/a, ha compiuto su questi/a violenza sessuale. Il cardinale arcivescovo, Bernard F. Law (dimessosi nel 2002), era a conoscenza del “vizietto” di alcuni preti pedofili ma, invece di denunciarli, li aveva spostati da una parrocchia all’altra, ove essi avevano seguitato a violentare adolescenti. E la Santa Sede, alla quale infine dalle diocesi arrivavano le segnalazioni? Fin quasi alla fine del secolo scorso, i casi di preti pedofili erano trattati con riserbo massimo: l’urgenza, però, non era quella di difendere le vittime, ma di coprire lo scandalo perché il “buon nome” della Chiesa non fosse macchiato.

Tuttavia, l’eco suscitata, soprattutto in Nordamerica, da alcuni casi, e dai risarcimenti milionari che alcune diocesi hanno dovuto sborsare per cause portate in tribunale, ha costretto il Vaticano a cambiar rotta: e da Giovanni Paolo II in poi la questione è stata affrontata di petto, sia pure non senza ritardi e contraddizioni. «Tolleranza zero per i preti pedofili»: questo, ora, il principio che guida l’azione vaticana, per estirpare un comportamento malefico che Francesco ha definito «mostruosità assoluta e orrendo peccato».

E, per il passato, un colpo di spugna? Così è accaduto in molti paesi; ma vi sono eccezioni. Le Conferenze episcopali del Canada (e, qui, anche la Chiesa anglicana), dell’Irlanda, della Francia e della Svizzera hanno fatto un pubblico “mea culpa”, seppure non sempre con adeguata franchezza. I vescovi d’Oltralpe hanno costituito una “Commissione nazionale indipendente” per occuparsi della pedofilia del clero, composta di magistrati, psicologi e familiari delle vittime. E, in Svizzera, il 5 dicembre nella basilica di Valère (Sion) i vescovi hanno organizzato una giornata di penitenza in espiazione «degli abusi sessuali [dei preti], del silenzio e della mancanza di aiuto alle vittime»; e, per indennizzare i reati “prescritti”, hanno istituito un fondo di cinquecentomila franchi.

E in Italia? Qui la Conferenza episcopale sembra partire dal presupposto che «da noi non è come altrove», ipotesi minimalista smentita da molti fatti. Per smuovere tale imbarazzante status quo il movimento riformista cattolico “Noi siamo Chiesa” ha suggerito ai vescovi: 1) l’istituzione di una Commissione come quella pensata dai francesi, e una “giornata nazionale di penitenza”; 2) una riflessione autocritica sul passato, e il riconoscimento che sono insufficienti le “Linee guida” stabilite dalla Cei nel 2012 e ’14; 3) l’impegno di denunciare alla magistratura i fatti sicuri.

Stella polare per la Cei non può essere semplicemente il Catechismo cattolico, che definisce lo “stupro” su minori una “offesa contro la castità” (n. 2356); deve essere il Codice italiano, per il quale la violenza sessuale su minori è un “delitto” contro la persona.

Fonte: http://www.confronti.net/confronti/2017/02/pedofilia-del-clero-peccato-o-delitto/

Una considerazione finale Nel 1966 Franca Viola, rifiutando il matrimonio riparatore, dimostrò quanto potesse la dignità di una giovane donna nello svelamento della caratteristica fondamentate della violenza sessuale, reato contro la persona e non (come voleva il ‘codice Rocco) contro la moralità pubblica e il buon costume. Passarono 30 anni perché questo principio diventasse legge (15 febbraio 1996 n. 66. Norme contro la violenza sessuale). Ora David Gabrielli segnala, a conclusione del suo articolo, una ambiguità del catechismo della chiesa cattolica che ci riporta a un dibattito purtroppo sempre necessario….

Fonte: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1996/02/15/approvata-la-legge-sulla-violenza-sessuale.html

Storia della legge sullo stupro
http://www.zeroviolenza.it/component/k2/item/4255-storia-della-legge-sullo-stupro

16 Marzo 2017Permalink

6 febbraio 2017 – Oggi è la giornata mondiale contro le Mutilazioni genitali femminili

Ricevo dal GrIS (di cui sono socia – vedi nota in calce) la lettera che trascrivo.
Non dimentico che proprio il consapevole impegno del GrIS del FVG portò ad affrontare, in un congresso della SIMM, la questione del rifiuto in legge della registrazione della dichiarazione di nascita con una posizione chiara che purtroppo altre associazioni non sanno manifestare

Carissime e carissimi soci del GrIS,

come saprete, oggi , 6 febbraio, in tutto il mondo, si celebra la Giornata Internazionale contro le Mutilazioni Genitali Femminili.

Le MGF, messe al bando dall’Assemblea Generale dell’ONU nel 2012, rappresentano una grave violazione dell’integrità fisica, psichica e morale delle donne e di uno dei diritti umani fondamentali che è il diritto alla salute.

Secondo le stime dell’UNICEF, nel mondo, vi sono 200 milioni di donne che sono state sottoposte a Mutilazioni Genitali Femminili; la pratica è diffusa principalmente in 30 Paesi, di cui la maggior parte si trova in Africa.

La presenza numericamente sempre più importante della componente femminile tra la popolazione immigrata ha reso visibile anche nei paesi occidentali e quindi anche in Italia il fenomeno delle Mutilazioni Genitali Femminili.

Secondo le stime del Parlamento Europeo, in Europa vi sono 500.000 donne portatrici di MGF, 39.000 in Italia.

Colgo l’occasione per ricordarvi che nel nostro paese esiste una legge “Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile” varata nel 2006 , per il contrasto delle MGF.

E’ nostro impegno, quali operatori sociali e sanitari, offrire azioni di supporto e aiuto   alle donne presenti nel nostro paese portatrici di MGF e cercare di impedire con tutti i mezzi a disposizione (informazione, sensibilizzazione, segnalazione ecc.) che bambine e ragazze siano sottoposte alla pratica in Italia o nei paesi di provenienza dei genitori durante un periodo di soggiorno nei medesimi, come spesso avviene, ad esempio durante le vacanze estive.

Rimango a vostra disposizione per qualsiasi informazione o approfondimento sull’argomento,

un caro saluto Caudia Gandolfi

GrIS FVG

NOTA per saperne di più: GrIS – Gruppo Immigrazione e Salute – vedi https://www.simmweb.it/coordinamento-nazionale/gruppi-immigrazione-e-salute/15-gris-friuli-venezia-giulia

SIMM – Società Italiana di Medicina delle Migrazioni – vedi www.simmweb.it

Avevo segnalato la ricorrenza del 6 febbraio nel calendario del mio blog che pubblico il primo giorno di ogni mese

6 Febbraio 2017Permalink

15 gennaio 2017 – Invito a firmare un appello

 Appello   Fuori l’esercito dalle scuole! di Franco Ferrario

Sono frequenti gli episodi in cui alunni, anche della scuola primaria (6-10 anni), vengono invitati a visitare caserme delle Forze Armate ed effettuare prove di tiro a mano armata.

Gentile Redazione del sito www.ildialogo.org,

vorrei invitarvi a sottoscrivere la petizione scaturita da una vicenda che mi ha coinvolto direttamente essendo accaduta alla scuola frequentata da mio figlio (ma, purtroppo, non solo lì).

Lo scopo è quello di tentare di STIMOLARE SERI – quantomeno meno ipocriti – PERCORSI DI EDUCAZIONE ALLA PACE nelle scuole primarie e medie E ABBANDONARE LA PRASSI PEDAGOGICAMENTE SCONCERTANTE DI ARMARE LA MANO DI BAMBINI come purtroppo spesso ancora accade in particolare nel corso delle “gite” delle scolaresche nelle caserme in occasione della festa dalle Forze Armate (potrete leggere l’articolo pubblicato a proposito dal periodico dei Padri Saveriani “Missione Oggi” nel febbraio 2014 inserendo il mio nome nel “cerca” del sito della rivista).

Vi chiedo anche di “fare eco”, se ne condividete il contenuto… di chiedere esplicitamente a vostri amici di firmare e di diffondere… ecco il link, al cui interno – nella sezione “aggiornamenti” – troverete anche rimandi sia all’interrogazione parlamentare al Ministro della Difesa con relativa sconcertante ed “imprecisa” risposta (nessun genitore fu preventivamente informato del fatto che avrebbero fatto il “tiro al bersaglio” con armi ad aria compressa) sia alla vigente normativa in materia di armi (tra cui quelle ad aria compressa utilizzate) e minori.

Per firmare andate su change.org
Franco Ferrario

Trovate il collegamento anche nel sito ildialogo.org, di cui riporto il link

http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/appelli/indice_1484480091.htm

 

15 Gennaio 2017Permalink

21 dicembre 2016 – Le vittime perdonino i carnefici, per legge

Il Senato italiano prova a scrivere la storia a rovescio

Nel mese di maggio del 2014, ricordando l’avvio della prima guerra mondiale (quando l’Italia non aveva ancora deciso da che parte stare), il periodico udinese Ho un Sogno pubblicava la vicenda di quattro alpini fucilati a Cercivento dopo ingiusto processo indetto da un tribunale militare.
Si può leggere da qui  http://diariealtro.it/?p=3085
Ora un apposito comitato ristretto della Commissione Difesa del Senato italiano, sopravvissuto al referendum, ha elaborato una proposta di legge per cui tutti i militari che nella prima guerra mondiale subirono ingiusti processi (spesso conclusi con condanne a morte) devono chiedere perdono allo stato italiano.
Così scrive l’editoriale del n. 246 di Ho un sogno (che sarà reperibile a giorni presso la libreria CLUF di via Gemona 22. Udine)

CI PERDONINO I FUSILÂZ

Ci siamo più volte occupati dei fusilâz, i quattro alpini fucilati a Cercivento il primo luglio del 1916. Da molti anni infatti viene posta con determinata costanza la questione della loro riabilitazione, tanto che la notorietà acquisita sembra aver contribuito nel 2014 alla presentazione di una proposta di legge per cui «è avviato d’ufficio il procedimento per la riabilitazione dei militari delle Forze armate italiane che nel corso della prima Guerra mondiale abbiano riportato condanna alla pena capitale per i reati previsti nel <.> codice penale per l’esercito».

Approvata alla Camera il 13 maggio 2015, la proposta è passata al Senato con il titolo: «Disposizioni concernenti i militari italiani ai quali è stata irrogata la pena capitale durante la prima Guerra mondiale» (n. 1935). Il normale dibattito nella Commissione Difesa del Senato ha conosciuto una svolta imprevista lo scorso mese di ottobre, quando per il proseguimento dei lavori è stato creato un comitato ristretto. Questo ha proposto un nuovo testo base che, approvato, è diventato l’oggetto della discussione ancora in corso, come testimonia il resoconto dell’ultima seduta della Commissione (23 novembre). Il nuovo testo identifica i militari uccisi come coloro che “vennero fucilati senza che fosse accertata a loro carico, a seguito di regolare processo, un’effettiva responsabilità penale” (art. 1).

Per capirne il significato basti la lettura dell’articolo 4: “Nel Complesso del Vittoriano in Roma è affissa la seguente iscrizione: «Nella ricorrenza del centenario della Grande guerra e nel ricordo perenne del sacrificio di un intero popolo, l’Italia onora la memoria dei propri figli in armi fucilati senza le garanzie di un giusto processo. A chi pagò con la vita il cruento rigore della giustizia militare del tempo offre il proprio commosso perdono»”.

Il testo approvato alla Camera e inizialmente all’attenzione della commissione del Senato diceva invece: “Al fine di manifestare la volontà della Repubblica di chiedere il perdono dei militari caduti che hanno conseguito la riabilitazione ai sensi della presente legge, in un’ala del complesso del Vittoriano in Roma è affissa una targa in bronzo che ne ricorda il sacrificio”.

Si passa da una Repubblica che chiede perdono ai militari “ingiustamente giustiziati” a un’Italia che concede il perdono, commosso, ai condannati.

Offrire il perdono ai militari uccisi “per dare il buon esempio” è una beffa crudele che rappresenta lo scempio dell’umanità, della giustizia e della storia, come possiamo comprendere da un passo di una circolare a firma del gen. Cadorna emanata il 28 settembre 1915: “deve ogni soldato essere <…> convinto che il superiore ha il sacro potere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti e i vigliacchi” (A. Monticone. Gli italiani in uniforme Laterza 1972. pag. 224).

Non conosciamo ancora il voto della Commissione Difesa, ma il fatto che si basi sul nuovo testo consente previsioni pessimiste. Ci chiediamo con preoccupazione cosa sapranno e vorranno decidere i Senatori ancora nella pienezza del loro ruolo.

Sapranno farsi carico di una memoria che appartiene alla storia? Sapranno ricordare che a quella storia appartengono anche i morti per decimazione, per la cui fucilazione non furono necessarie neppure le celebrazioni di ingiusti processi? E sapranno far memoria dei civili impegnati senza adeguata protezione nelle attività connesse all’organizzazione militare (costruzione di strade, lavoro nelle fabbriche d’armi …)?

21 Dicembre 2016Permalink