13 gennaio 2024 | 16.25  Il Papa sulle coppie gay

Benediciamo le persone, non le associazioni”

Città del Vaticano, 13 gen. (Adnkronos) – Più di due ore di dialogo tra il Papa e i preti di Roma. L’atmosfera viene definita ‘friendly’. Stamani, nella Basilica di S. Giovanni in Laterano, erano in ottocento tra sacerdoti diocesani, diaconi permanenti e religiosi presbiteri per l’incontro tanto atteso col Papa. I presenti, come riferiscono all’Adnkronos diversi sacerdoti, presenti all’incontro iniziato poco dopo le 9, si attendevano un discorso dal Pontefice. Che, invece, ha subito osservato: “Sono qui per ascoltarvi”.

Benedizione delle coppie gay

Ci sono state diverse domande sulle benedizioni alle coppie omosessuali, al centro di un acceso dibattito in questi giorni. Il Pontefice ha puntualizzato: “Benediciamo le persone, non le associazioni”. Tra i preti che operano a Roma, c’erano anche sacerdoti africani che hanno fatto domande sull’opposizione dei Vescovi africani alle benedizioni in chiesa alle coppie gay. Il pontefice ha affrontato anche questo aspetto, riferiscono i presenti all’incontro. Il Papa ha detto che bisogna tenere presente che ci sono culture diverse, e allora è importante capirsi. Ha detto che il cardinale Ambongo ha avuto un incontro col dicastero per la Dottrina della fede e ha ricordato che c’è stata una sua dichiarazione. Quindi avrebbe osservato: “Quando si affrontano certi temi ci possono essere reazioni giustificabili, tutto si risolve con il dialogo. Con il confronto”. Osservando in sostanza che, se ci sono problemi, se ci sono ‘incomprensioni’, meglio giocare a carte scoperte, inutile parlare alle spalle. Se uno non capisce, che tiri fuori la questione. Un sacerdote ha parlato della pastorale che porta avanti con le coppie omosessuali, raccontando di come siano coppie a tutti gli effetti e della commovente storia di un uomo rimasto vedovo dopo avere perso il compagno . Qualcuno ha colto, poi, alcune parole pronunciate a mezza voce più o meno di questo tenore: “Benediciamo i politici, benediciamo anche questi fratelli”.

·        Benedizioni ai gay, apertura del Vaticano: “Sì a preghiera fuori dai riti”

Benedizione coppie gay, le parole del Papa (adnkronos.com)

Il problema , posto dal papa in precedenza (ad esempio il 19 dicembre scorso come da link)  ,  si è rivelato occasione del riaccendersi del dibattito  a seguito di fortissime proteste all’interno della chiesa cattolica

https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2023/12/19/news/coppie_gay_la_svolta_del_papa-13942512/

 

 

13 Gennaio 2024Permalink

27 agosto 2023 – Un generale si autopropone letterato e il Vicepresidente del Consiglio ne promuove il senso del dovere.

Per parlare del caso chiacchieratissimo del generale R.V. mi appoggio ad autorevoli fonti (citate nei link)  e, per cominciare, mi servo di brevi tratti riportati dalla Agenzia AGI  (cfr link n.1)

 L’esercito apre un’inchiesta interna sul caso Vannacci
Non si spegne la polemica sul libro “Il mondo al contrario”.  © Aleandro Biagianti / Agf – Il generale Roberto Vannacci

AGI – Non accenna a placarsi la polemica sul generale dell’Esercito Roberto Vannacci, autore di “Il mondo al contrario”, un saggio di circa 300 pagine con frasi denunciate come omofobe e razziste. E proprio i contenuti del libro, che hanno fatto esplodere la bufera, sono il motivo della decisione dello Stato maggiore dell’Esercito di sollevarlo dalla guida dell’Istituto geografico militare.

L’Esercito ha ufficializzato l’avvicendamento di Vannacci al comando dell’Istituto Geografico militare di Firenze e l’apertura di un’inchiesta interna in relazione al volume. Il provvedimento, si legge in una nota, è stato adottato “per tutelare sia l’Esercito sia il Generale Vannacci, sovraesposto mediaticamente dalla vicenda legata al suo libro”.

“Va infatti considerato che al Comandante dell’Istituto Geografico Militare è anche attribuita la responsabilità territoriale e la gestione dei rapporti tra Esercito, autorità e istituzioni locali”, si sottolinea. “Parallelamente è stata avviata un’inchiesta volta all’accertamento dei fatti”, un “atto dovuto ai sensi degli articoli 552 e 553 del Testo Unico dell’Ordinamento Militare”.

E, a questo punto, trovo un’espressione che  mi fa paura.
Chi usa la parola dovere in relazione al dirsi del generale R.V. , indicato come leader della Lega, è un ministro della Repubblica e Vicepremier del Governo Meloni.
Trascrivo le poche righe in cui trovo la parola “dovere  “.

“Se il generale scrive qualcosa che non ha niente a che fare con segreti di Stato o con il suo lavoro, ed esprime dei suoi pensieri nero su bianco, ha il DOVERE e il diritto di farlo”.

Nel timore di sbagliare- e di dar luogo a contestazioni  militariste – proseguo con le verifiche.

E nel link n. 2 ritrovo la parola che mi spaventa, dovere, già constatata presente nel n. 1.

Matteo Salvini, ministro e vicepremier, allarga la crepa nel centrodestra sul caso Vannacci. C’è uno spazio politico da occupare subito, quello dove si è ben accomodato il generale che il ministro della Difesa Guido Crosetto ha destituito con provvedimento disciplinare per le tesi omofobe, contro i migranti e le femministe del suo libro. Fonti leghiste fanno infatti sapere di una «telefonata molto cordiale» tra il vicepremier Matteo Salvini e il parà. Salvini promette che leggerà il libro e intanto chiede di giudicare il generale «per quello che fa in servizio. Se poi scrive qualcosa che non ha niente a che fare con i segreti di Stato o il suo lavoro ha tutto il DOVERE e diritto di farlo. La condanna al rogo come Giordano Bruno non mi sembra ragionevole».

E ritrovo la stessa parola anche su Avvenire (quotidiano della CEI) che riporta la stessa citazione del paragrafo precedente depurata dal riferimento ridicolo  (opinione mia) a Giordano Bruno.
Ma la Conferenza Episcopale Italiana aggiunge un’altra nota importante con un riferimento nominativo di cui non sono responsabile.  Scrive  che:

“solo l’outsider Marco Rizzo (Partito comunista – Democrazia sovrana popolare), … invece ha puntato il dito su chi ha ignorato il generale dopo i suoi esposti sull’uranio impoverito e ora lo attacca per delle opinioni personali”.

Quindi, se è vero quello che ha scritto Avvenire, dando voce all’on Rizzo,  la denuncia dell’uranio impoverito  che, per qual cha capisco, “ha a che fare con i segreti di Stato” non ha invece a che fare con il best seller generalizio , voce di un libero cittadino italiano che non viola  in quel testo la disciplina militare..
A me sembra un gioco incrociato di furbacchioni,  ma io sono solo io  come sempre.
Così anche i vescovi  uniti nella CEI hanno il loro  link che porta il n. 3.

Infine cosa ha detto il cittadino Vannacci (libero di esprimere le sue opinioni)  di professione militare con il grado di generale?

Tanto ne hanno scritto i quotidiani e chiacchierato la TV sui più vari canali che preferirei non fare disturbanti citazioni .  Mi limito a una soltanto:

«Il lavaggio del cervello a cui siamo sottoposti giornalmente volto ad imporre l’estensione della normalità a ciò che è eccezionale ed a favorire l’eliminazione di ogni differenza tra uomo e donna, tra etnie (per non chiamarle razze), tra coppie eterosessuali e omosessuali, tra occupante abusivo e legittimo proprietario, tra il meritevole ed il lavativo non mira forse a mutare valori e principi che si perdono nella notte dei tempi?

E concludendo segnalo la silloge delle bravate verbali  proposta da Domani  (link n. 4)

 

LINK numero 1     Agi_Agenzia Italia   22 agosto 2023

Bufera su Vannacci. Salvini sente il generale. Crosetto: ‘Ho agito da ministro’

LINK numero 2     Il sole 24 ore   21 agosto  2023

https://amp24.ilsole24ore.com/pagina/AFOPE6a

LINK numero 3.   Avvenire -21 agosto 2023

Salvini difende il generale: «No al Grande fratello». Lui lo ringrazia (avvenire.it)

LINK numero 4.   Domani  –  22   agosto 2023

Streghe, «invertiti», patria e armi: dieci frasi dal libro “Mondo al contrario” di Vannacci (editorialedomani.it)

27 Agosto 2023Permalink

8 luglio 2023 _ Luigi Sandri della redazione di Confronti sul Caso Mortara

Luigi Sandri (Redazione Confronti)

Il film Rapito di Marco Bellocchio, dedicato a Edgardo Mortara – il bambino ebreo di Bologna (allora parte dello Stato pontificio), nel 1858 nascostamente battezzato da una “colf” cattolica, e quindi fatto rapire da Pio IX e portato a Roma, per essere educato nella fede cattolica – ha fatto assai discutere sui media italiani. Non ci addentriamo, però, in queste valutazioni, ma ci soffermiamo su alcuni aspetti storico-teologici che ci sembra importante ulteriormente illuminare, per evidenziare l’arretratezza culturale e la caparbietà ecclesiale di papa Mastai Ferretti; e le contraddizioni di successivi pontefici.

Reticenze della stampa vaticana sul caso del piccolo ebreo rapito 

Anche L’Osservatore Romano non poteva evitare di confrontarsi con il lavoro di Bellocchio, e dunque con l’operato di Pio IX: e il 30 maggio ha dedicato due pagine al film appena uscito. Sul quotidiano vaticano ne parlano Andrea Tornielli e Andrea Monda – firme autorevoli di quel giornale, e poi una voce esterna, quella di Marco Cassuto Morselli, presidente della Federazione delle Amicizie ebraico-cristiane. Il racconto dei due giornalisti ci appare corretto nella ricostruzione dei fatti storici e, tuttavia – a nostro parere – reticente nel giudizio sull’operato del pontefice che regnò ben trentadue anni (dal 1846 al 1878) sulla cattedra di Pietro: il più lungo pontificato della storia.

È ben vero che è improprio giudicare il passato con il senno di poi, e una mentalità dell’Ottocento con quella prevalente, anche nella Chiesa romana, nel terzo millennio. Ma, proprio ponendoci centocinquanta anni fa, possiamo constatare che già allora vi erano fermenti, in campo cattolico, che iniziavano a mettere in questione alcune prassi in vigore, come quella precisata da Benedetto XIV che, nel 1747, aveva stabilito, ricorda Tornielli: “Ogni bambino battezzato doveva essere educato cattolicamente anche contro la volontà dei genitori”.  Decisione tremenda che, al tempo, fu denunciata dai filosofi illuministi, ma che il magistero papale, arroccato nella difesa della “verità” (o che tale appariva ai suoi occhi) non volle mettere mai in discussione.

Ora, già nel 1858 nel variegato mondo cattolico vi erano intellettuali (scrittori, storici, filosofi e teologi) che – interpellati – forse avrebbero fatto comprendere al papa del tempo che mantener fede a quanto stabilito da un suo predecessore di cento anni prima non era affatto una scelta “necessaria”. Antonio Rosmini era ormai scomparso: ma non ci sarà stato qualche suo discepolo e forse amico, come Alessandro Manzoni, che potesse dare un saggio consiglio al pontefice?

In campo laico, l’imperatore francese Napoleone III e il “premier” sabaudo italiano Camillo Cavour cercarono di persuadere il papa a restituire finalmente alla famiglia natia il bambino ebreo “rapito”. Ma il pontefice fu irremovibile: era convinto che Dio stesso gli imponesse di trattenere Edgardo, per educarlo cattolicamente e in tal modo “salvarlo”. Lo stesso “rapito” era ormai riconoscente al suo rapitore che, pur dopo la presa di Porta Pia (20 settembre 1870) che minò alla radice il potere temporale dei papi, rifiutò di farlo tornare a Bologna: Edgardo proseguì nella nuova fede fino e farsi sacerdote (con grovigli di coscienza che non possiamo indagare, e che forse perfino il dottor Freud avrebbe faticato a dipanare).

Stanti così le cose, non è pregiudizio, ma onesta conclusione tratta non solo dei fatti narrati da Rapito ma anche da una indagine indipendente sulle fonti storiche, affermare che Mastai Ferretti era veramente preda della cecità ecclesiale. Non era una colpa personale ma, diciamo così, istituzionale: la deliberata volontà vaticana di non ascoltare mai gli input dell’Illuminismo (che non era certo infallibile, ma che affermava anche verità indiscutibili sulle quali sarebbe stato atteggiamento prudente misurarsi). Afferma Tornielli: “Oggi un caso Mortara non potrebbe più ripetersi perché la libertà religiosa sancita dal Concilio Vaticano II ha contribuito a cambiare prospettiva”.

Certo: ma non era il caso di riconoscere su L’Osservatore che oggettivamente le idee di Pio IX, che pur caratterizzano anche molti suoi predecessori, e che durarono, in parte, anche dopo, hanno provocato immensi danni alla Chiesa?

E papa Wojtyla proclama “beato” Pio IX

Ventitré anni fa, nel 2000, il numero di marzo di Confronti riportava un’ampia intervista ad Elèna Mortara, la cui bisnonna paterna era sorella dello sfortunato ragazzo. A parte il ribadire quanto fu doloroso, per la sua famiglia, la vicenda del rapimento ordinato a suo tempo da Mastai Ferretti, ella esprimeva sdegno per il papa regnante all’alba del terzo millennio, Giovanni Paolo II. Questi, infatti, aveva appena deciso di “beatificare” insieme, entro pochi mesi – il 3 settembre successivo – Pio IX e Giovanni XXIII.

La notizia giunta dal Vaticano sollevò naturalmente molte proteste non solo nelle comunità ebraiche, ma anche in alcune delle cattoliche. Ma Karol Wojtyla non sentì ragioni, e alla data prefissata elevò Pio IX alla gloria degli altari. A giustificazione della sua decisione, nell’omelia per l’occasione affermò: «Ascoltando le parole dell’acclamazione al Vangelo: “Signore, guidaci sul retto cammino”, il pensiero è andato spontaneamente alla vicenda umana e religiosa del Papa Pio IX, Giovanni Maria Mastai Ferretti. In mezzo agli eventi turbinosi del suo tempo, egli fu esempio di incondizionata adesione al deposito immutabile delle verità rivelate. Fedele in ogni circostanza agli impegni del suo ministero, seppe sempre dare il primato assoluto a Dio ed ai valori spirituali. Il suo lunghissimo pontificato non fu davvero facile ed egli dovette soffrire non poco nell’adempimento della sua missione al servizio del Vangelo. Fu molto amato, ma anche odiato e calunniato.

Ma fu proprio in mezzo a questi contrasti che brillò più vivida la luce delle sue virtù: le prolungate tribolazioni temprarono la sua fiducia nella divina Provvidenza, del cui sovrano dominio sulle vicende umane egli mai dubitò. Da qui nasceva la profonda serenità di Pio IX, pur in mezzo alle incomprensioni ed agli attacchi di tante persone ostili. A chi gli era accanto amava dire: “Nelle cose umane bisogna contentarsi di fare il meglio che si può e nel resto abbandonarsi alla Provvidenza, la quale sanerà i difetti e le insufficienze dell’uomo”.

Sostenuto da questa interiore convinzione, egli indisse [nel 1869] il Concilio ecumenico Vaticano I, che chiarì con magisteriale autorità alcune questioni allora dibattute, confermando l’armonia tra fede e ragione. Nei momenti della prova, Pio IX trovò sostegno in Maria, di cui era molto devoto. Proclamando il dogma dell’Immacolata Concezione, ricordò a tutti che nelle tempeste dell’esistenza umana brilla nella Vergine la luce di Cristo, più forte del peccato e della morte».

Per il papa polacco, dunque, non vi era stata nessuna ombra nel comportamento di Pio IX, che sconsigliasse la sua attuale esaltazione; nessun cenno, perciò, al rapimento di Edgardo. A conforto della sua imbarazzata censura Karol Wojtyla avrà letto il lunghissimo commento che nel 1858 La Civiltà cattolica – la battagliera rivista dei gesuiti fondata otto anni prima – aveva dedicato al famoso rapimento: una difesa d’ufficio che, pur fatta la tara dei diversi tempi tra allora e il terzo millennio, oggi lascia stupefatti per l’arroganza morale e la miopia ecclesiale con cui difende l’indifendibile: e, cioè, la pienissima liceità (anzi, il dovere!) per il papa di rapire un bambino ebreo battezzato contro la volontà dei genitori, per educarlo nella “vera fede”. Del resto – spiegava la rivista – i diritti del Padre celeste vengono ben prima di quelli del padre terreno!!! Ragionamenti lontani anni-luce da quanto, a proposito dell’atteggiamento della Chiesa cattolica verso gli ebrei, affermerà un secolo dopo la Nostra aetate, dichiarazione del Concilio Vaticano II, approvata nel 1965, dedicata relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane.

Ora si rimane basiti nel constatare che, trentacinque anni dopo quell’evento, al quale Giovanni Paolo II aveva personalmente partecipato come arcivescovo di Cracovia, questi non fosse sfiorato da nessun dubbio sulla opportunità di beatificare il “santo rapitore”. Tuttavia, proprio nel 2000 da più parti, all’interno stesso del mondo cattolico, si sottolineò: quali che siano stati i “meriti” di Pio IX, proprio per la vicenda di Edgardo Mortara quel papa non (non!) andava beatificato: egli, invece, andava lasciato nel chiaroscuro del suo tempo e del suo pontificato, con gli storici, ed i fedeli, liberi oggi di apprezzarlo per alcune sue scelte, e di criticarlo per altre. O è una “calunnia” ricordare oggi che Pio IX ordinò di fatto il rapimento di Edgardo?

Commentando su L’Osservatore il film di Bellocchio, Morselli scrive: «Le reazioni che esso susciterà negli ambienti cattolici  diventeranno una cartina di tornasole della recezione degli insegnamenti di Nostra aetate e della diffusione delle acquisizioni del dialogo ebraico-cristiano. È ora necessario che sia l’idea stessa di “conversione degli ebrei” ad essere ripensata dalla riflessione teologica». Auspicio del tutto condivisibile, ma non sappiamo se davvero recepibile – e recepito – dall’Istituzione-Chiesa romana.

 

Il Codice canonico: sì al battesimo a ignari bambini non cristiani

Il rinnovato – alla luce del Vaticano II – Codice di Diritto canonico, varato da papa Wojtyla nel 1983, al canone 868, § 2, afferma: “Il bambino di genitori cattolici e perfino di non cattolici in pericolo di morte è battezzato lecitamente anche contro la volontà dei genitori” (in latino: etiam invitis parentibus). Dunque, in teoria è possibilissimo che si ripeta, magari aggiornata, una vicenda Mortara. Forse, oggi, un piccolo bambino ebreo, battezzato segretamente da una colf che lo ha considerato in pericolo di vita, non sarà rapito (come si potrebbe, davanti alle tv, giustificare un tale delitto?). Ma, pur nel silenzio, e nell’impunità, sarebbe violata la volontà dei genitori.

Rimane un enigma: come, nel post-Concilio, e mentre le strutture vaticane sempre lodano Nostra aetate, è stato possibile varare una tale aberrazione giuridica valida erga omnes (magari in India con un bambino indù, o in Congo con il figliolo di una famiglia seguace di una religione tradizionale africana, o in una clinica del Pakistan, dove la maggioranza della popolazione è musulmana). Ma la spiegazione è semplice, e ferrea: la Chiesa romana, ritenendo che quel bambino, morendo senza battesimo, finirebbe all’inferno (non più al limbo, dato che l’esistenza di quel “luogo” è stata messa in dubbio perfino da papa Ratzinger!), propone di battezzarlo anche contro la volontà dei genitori. Quindi niente segreto: magari una furiosa lite in una stanza di ospedale, dove l’infermiera, obbediente cattolica, riesce infine ad aver la meglio sugli straziati genitori. Ma se questi – supponiamo che il caso avvenisse in Italia – per difendere il loro diritto chiamassero i carabinieri, questi debbono arrestare i genitori che si oppongono al Codice di Diritto canonico, o mettono le manette all’infermiera che viola le leggi di uno Stato laico?

Sullo sfondo, rimane la teologia cara a Pio IX, e tuttora viva sotto traccia nel pensiero di molti prelati: la Chiesa romana, pur “invitis parentibus”, deve far di tutto per battezzare i bambini nati da famiglie non cattoliche e che siano (o sembrino) morenti. Non è nemmeno sfiorata dall’idea che tutti i bambini del mondo, quale che sia la religione o non religione delle loro famiglie, se muoiono vanno dritti dritti in paradiso, seppure non battezzati. Dio è grande e giusto, e non domanda carte di identità ai bambini: per salvarli, se battezzati, e punirli, se non lo sono. NO: il Padre li salva tutti.

Altra cosa, ovviamente, è se si tratta di genitori cattolici che, almeno in teoria, dovrebbero essere felici che il loro piccolo sia  battezzato. Non ci addentriamo, però, in questa problematica che riguarda la prassi, per alcuni fedeli giustissima ma per altri discutibile, di battezzare gli infanti, incapaci di decidere.

Torniamo al figlio di “non cattolici”: la gravità teologica di quel § 2 del canone 868 è evidente, perché trasmette una idea inammissibile di Dio. Eppure rimane nel Codice canonico: come mai, allora, già dalla parte cattolica, non si alza un tuono di proteste per cancellarlo? Oggi la Chiesa romana – ufficialmente – non vuole battezzare gli ebrei; non lo voleva nemmeno ai tempi di Benedetto XIV e di Pio IX. Ma si è riservata, come già allora, una eccezione furba: ove un bambino ebreo sia stato infine validamente battezzato, sia pure invitis parentibus, ormai è cristiano a tutti gli effetti. Dunque “nostro”; e “sbattezzarlo” è arduo. Che fare? I tempi sono calamitosi, ed è “impossibile”, per  ragioni politiche, rapirlo: infatti, un tale atto, pur eseguito invocando il beato Pio IX, susciterebbe un clamore mediatico tale da distruggere il Vaticano. E allora, far finta di niente e lasciare il bambino battezzato, se sopravvive, ai rabbini? Un mare di contraddizioni inestricabili.

L’unica soluzione degna e onesta è che un papa – Francesco oggi regnante, o chi verrà dopo di lui – cancelli quel canone, sostituendolo con un altro che proibisce espressamente di  battezzare in punto (vero o presunto) di morte bambini di famiglie non cattoliche. Tornielli e Monda nei loro commenti su L’Osservatore Romano, ignorano la spinosa questione del canone 868. Ma potrebbero sempre riprenderla…

Da questa pur schematica panoramica, innescata dal film Rapito di Bellocchio, ma esondata anche su altri fatti, emerge che nella Chiesa romana permane una legislazione canonica che sfocia in una violenza oggettiva profonda, seppur in parte diversa da quella che attuò Pio IX contro il piccolo Edgardo. L’ipotesi di un battesimo di bambini (veri o presunti ammalati gravi) invitis parentibus, contraddice frontalmente il Concilio Vaticano II, in particolare la Dignitatis humanae, dichiarazione sulla libertà religiosa. Dunque, quel § 2 del canone 868, e iniziando proprio dal fronte cattolico, andrebbe scardinato, sotto il profilo storico, giuridico, ecclesiale e teologico. Se non ora, quando?

 

7 Agosto 2023Permalink

31 luglio 2023 — Fra Del Rio e Pillon, tutti insieme appassionatamente per tacitare chi nasce da famiglie sbagliate. Si comincia così

Promemoria per me

Da quando ho saputo che all’interno del Pd c’è un gruppo di cattolici (una confessione religiosa  che fa gruppo!? La rinascita della balena bianca!) e ho scoperto che questo gruppo  fa capo a Del Rio che so essere coinvolto in una specie di lobby focolarina ho paura.
Infatti nel trattare della maternità surrogata  Del Rio parte dalla tipologia della maternità  e usa la parola chiave “nascituro”  (il grassetto che metto nel testo  come promemoria è mio)
Mai parla diritto del nato . E’ chiaro che si approfitta del soggetto nato per trasformarlo in nascituro e precipitarsi ad omaggiare Pillon.
E il fondamento della censura deliberata che impedisce di assicurare il diritto dei sans papier a registrare la nascita del proprio figlio e che impedisce ancora  di assicurare la famiglia al figlio di coppie arcobaleno.
E’ molto interessante che questa  notizia sia comparsa su Il tempo.
Mi chiedo se diffonderla consenta di ragionare a chi non vuol sapere che il fondamento di ogni discorso in cui ci sia un minore (e in primis un nato!) .è il suo superiore interesse ( legge 176/1991 art. 3). La diffonderò  oculatamente ma non  voglio illudermi chi per 14 anni non ha voluto capire che chi nasce ha diritto alla registrazione anagrafica si adatti a capire e  a trarne le conseguenze.
Particolarmente rivoltante il Sinodo dei Vescovi del 2015 che si è esplicitamente rifiutato di segnalare fra le difficoltà legate alla famiglia la negazione del certificato di nascita ai figli dei sans papier, un  raggiro che ha funzionato.
Infine la beffa della citazione di  mc4,9
«Chi ha orecchi per intendere intenda!»  (CEI)
«Chi ha orecchi da udire oda» (Riveduta 2020 e Nuova Diodati)

20 luglio 2023  Maternità surrogata, anche il senatore Del Rio del Pd la boccia: “Non è  umana”

Il dibattito sulla gestazione per altri spacca la politica italiana.
La maggioranza ha proposto di rendere universale, ossia perseguibile anche se commesso all’estero, il reato di maternità surrogata. L’aula della Camera ha respinto le pregiudiziali di costituzionalità presentate da Pd e +Europa. I voti a favore sono stati 124, i contrari 187. Oggi, a tornare sull’argomento è stato il senatore del Pd Graziano Delrio.
In un’intervista rilasciata a Il Corriere della Sera, il dem ha bocciato senza mezzi termini la Gpa, presentandola come una pratica “non umana”.
Delrio, medico endocrinologo, si è detto contrario alla maternità surrogata. Il Motivo? “È una pratica in cui non c’è nulla di umanità e non c’è rispetto dei diritti del figlio. È già vietata in Italia, perché comporta lo sfruttamento di altre persone ed è un’offesa alla dignità della donna.  Lo dice la Corte costituzionale, non io. Inoltre: il diritto alla genitorialità non può essere ridotto a una logica di mercato, ignorando i diritti del nascituro“, ha affermato il senatore. Stando alle dichiarazioni di Graziano Delrio, poi, la maternità surrogata solidale, cioè una donazione senza compenso, non esiste. “La relazione tra madre e figlio è una relazione strettissima, biologica, sensoriale, come dimostrato da tutte le ricerche. Non riesco a pensare alla maternità surrogata come un atto di generosità. Perché è comunque un fatto contrattuale ma i figli non si comprano né si vendono”.

Nessun dubbio sull’emendamento Magi. “Rispetto la decisione proposta dei deputati. Avrei personalmente proposto di dire con chiarezza no in Aula: sia al centrodestra, sia alla proposta di Magi.
È un dibattito etico che non si governa con emendamenti. Ci sono implicazioni politiche e sociali: è una responsabilità enorme”, ha detto con chiarezza Graziano DelRio

https://www.iltempo.it/politica/2023/07/20/news/maternita-surrogata-gpa-graziano-delrio-pd-boccia-emendamento-magi-non-umana-36424777/

31 Luglio 2023Permalink

17 LUGLIO 2023 – Ieri è scomparso mons. Luigi Bettazzi, ultimo testimone del Concilio Vaticano II

 

Addio a monsignor Bettazzi, vescovo di sinistra. Era l’ultimo testimone del Concilio Vaticano II

Storia di Serena Sartini • 2 h fa

Addio a monsignor Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea ed ex presidente di Pax Christi, ultimo testimone del Concilio Vaticano II. È morto ieri mattina all’età di 99 anni. «Ha ricevuto l’Eucaristia, l’Unzione degli Infermi e la Benedizione Papale, con grande lucidità – hanno riferito dalla Diocesi – rispondendo con un filo di voce alle preghiere e manifestando una sorridente riconoscenza alle persone che gli sono state accanto».

Nato nel 1923 a Treviso, monsignor Bettazzi in gioventù si era trasferito a Bologna, città di provenienza della madre, dove era stato ordinato sacerdote nel 1946. Ha partecipato a tre sessioni del Concilio Vaticano II al termine del quale è stato ordinato vescovo di Ivrea, diocesi che ha amministrato fino al 1999. Dal 1968 è stato presidente nazionale di Pax Christi, e nel 1978 ne è diventato presidente internazionale, fino al 1985 vincendo per i suoi meriti il Premio Internazionale dell’Unesco per l’Educazione alla Pace. Ultimo testimone del Concilio Vaticano II, monsignor Bettazzi si è portato dietro l’impronta conciliare per tutta la vita: l’attenzione alle questioni sociali, al mondo del lavoro, alla politica, agli ultimi, sono state al centro del suo ministero, durante il quale (ma anche in pensione) ha assunto spesso posizioni scomode e certamente non in linea con la tradizione ecclesiastica. Diventò celebre per lo scambio di lettere col segretario del Partito Comunista Enrico Berlinguer, per il quale fu aspramente criticato, sulla conciliabilità o no della fede cattolica con l’ideologia marxista, o comunque con l’adesione al Partito comunista. Giudicò inaccettabile la decisione di ridurre il personale dell’Olivetti per aumentare la produttività dell’impresa e mettere in salvo i conti. Famoso anche per le sue battaglie per l’obiezione fiscale alle spese militari, nel 1992 partecipò alla marcia pacifista a Sarajevo, insieme a don Tonino Bello, nel mezzo della guerra civile in Bosnia. Altra presa di posizione fortemente criticata fu quella assunta nel 2007, quando si dichiarò a favore del riconoscimento delle unioni civili.

Il cordoglio per la sua scomparsa è arrivato dall’ex premier Romano Prodi – che lo ha definito «voce profetica che ha accompagnato la vita religiosa e civile» – e dall’attuale segretario del Pd, Elly Schlein. Per il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, mons. Bettazzi è stato «promotore di pace e di dialogo con tutti». «Il sorriso, la gentilezza, la fermezza, l’ironia, la capacità di leggere la storia e di portare il messaggio di pace sono stati i suoi tratti essenziali», conclude il presidente dei vescovi italiani. Martedì i funerali nel Duomo di Ivrea.

 

https://www.msn.com/it-it/notizie/italia/addio-a-monsignor-bettazzi-vescovo-di-sinistra-era-l-ultimo-testimone-del-concilio-vaticano-ii/ar-AA1dXq6x?ocid=msedgdhp&pc=U531&cvid=cedc1b1e843d481784a191a50581de8a&ei=11

 

 

17 Luglio 2023Permalink

6 luglio 2023_ ancora una volta il teologo Bruno Forte, arcivescovo di Chieti -Vasto

Premetto:  Inserisco questo articolo, su cui ritornerò con mie considerazioni personali, e ricordando i ‘precedenti’  dell’autore (noto teologo) come appaiono su diariealtro
https://diariealtro.it/?p=3863  29 giugno 2015
https://diariealtro.it/?p=8204  27 dicembre 2022

1 luglio Il dibattito.
I giorni dei Pride e l’idea cristiana di persona

Sono stati diversi gli eventi organizzati in Italia in queste ultime settimane o programmati per quelle a venire sotto la denominazione di Gay Pride, tanto da far parlare da parte degli organizzatori di un’Onda Pride 2023, che va dal Nord al Sud del Paese. La stessa titolazione degli eventi è da molti considerata superata, tanto che i promotori invitano sempre di più a parlare semplicemente di Pride, perché l’orgoglio che si vuol rivendicare è quello di tutte le persone che si sentono o sono discriminate, e non soltanto quello degli omosessuali.

Alla diffusione del fenomeno e al battage mediatico che lo accompagna non mi sembra abbiano corrisposto finora abbastanza contributi critici, che ne mostrassero i possibili valori in gioco, ma anche i limiti e le eventuali manipolazioni: proporre l’abbozzo di un tale contributo alla luce della visione cristiana dell’uomo è lo scopo delle riflessioni che seguono. Va osservato, anzitutto, che il messaggio di non discriminare nessuno non può che essere condiviso a partire dalla pari dignità di ogni essere umano davanti a Dio e in rapporto a chiunque altro: questo messaggio decisivo è stato elaborato proprio dal pensiero cristiano, grazie ai dibattiti cristologici della fine del IV secolo e della prima metà del V attraverso la definizione del concetto di “persona”, che può considerarsi il grande apporto della fede cristiana all’idea che possiamo farci dell’uomo.

Soggetto consapevole della propria storia, libero e responsabile nel costruire rapporti con altri e nell’accogliere con rispetto chiunque, quale che sia la sua provenienza culturale, sociale, politica o religiosa, la persona nella sua assoluta singolarità è il baluardo contro ogni massificazione e manipolazione dei protagonisti storici. Proprio in forza di questa convinzione il cristiano si riconoscerà chiamato a rispettare ogni persona e a rifiutare ogni emarginazione o discriminazione, quale che ne sia il motivo ispiratore. Di conseguenza, ogni impegno a favore del rifiuto di qualsivoglia ghettizzazione o logica discriminante troverà nei credenti e nella Chiesa convinti e motivati alleati. Fatta questa necessaria premessa, è non meno importante esporre alcuni motivi di riflessione indirizzati a tutti, a chi ha preso o prenderà parte agli eventi dell’Onda Pride come a chi vi si asterrà, sentendo questo tipo di manifestazioni estraneo o contrario alle proprie convinzioni e alla propria cultura.

Mi ispiro per quanto segue a quanto affermato con chiarezza da papa Francesco nell’enciclica Laudato si’, al numero 155: «L’accettazione del proprio corpo come dono di Dio è necessaria per accogliere e accettare il mondo intero come dono del Padre e casa comune… Imparare ad accogliere il proprio corpo, ad averne cura e a rispettare i suoi significati è essenziale per una vera ecologia umana. Anche apprezzare il proprio corpo nella sua femminilità o mascolinità è necessario per poter riconoscere sé stessi nell’incontro con l’altro diverso da sé. In tal modo è possibile accettare con gioia il dono specifico dell’altro o dell’altra, opera di Dio creatore, e arricchirsi reciprocamente. Pertanto, non è sano un atteggiamento che pretenda di “cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa”».

Alla luce di queste parole ritengo utile ricordare alcuni aspetti della visione cristiana della vita, che mi sembrano di portata largamente umana. In primo luogo, chi crede nutre in generale una profonda gratitudine per aver avuto nella propria infanzia un papà e una mamma ed essere cresciuto all’interno di una famiglia aperta alla vita. Le Assemblee del Sinodo dei Vescovi del 2014 e 2015 e l’esortazione apostolica a esse seguite Amoris laetitia  (19 marzo 2016) hanno sostenuto senza esitazione la consapevolezza che donare la vita è la gioia più grande e il dono più augurabile per tutti e per ciascuno, poiché in questa relazione vitale si esprimono l’amore reciproco degli sposi e la sua fecondità. Nella medesima linea si pone l’invito all’accettazione del proprio corpo come dono di Dio, necessaria per accogliere e accettare il mondo intero come dono nella casa comune: l’apprezzamento del nostro corpo nella sua femminilità o mascolinità è necessario per poter riconoscere noi stessi nell’incontro con il diverso da noi. In tal modo, ci è possibile accettare con gioia il dono specifico dell’altro o dell’altra, opera di Dio creatore, e arricchirci reciprocamente.

Questa convinzione è rilevante specie in relazione all’accompagnamento educativo degli adolescenti e dei giovani, che tanto più e meglio sapranno relazionarsi agli altri quanto più sapranno apprezzare la propria dignità di persone nella loro identità sessuale e nella loro specifica capacità relazionale. Nella visione cristiana la differenziazione sessuale è considerata vitale e arricchente per la crescita di tutti, per il semplice motivo che più siamo capaci di accoglierci in maniera autentica sul piano sessuale, più ci accorgiamo di essere capaci di accogliere le persone diverse da noi, provenienti da altre etnie, lingue e culture, nella loro nativa ricchezza sociale e politica, diventando così anche più aperti all’accoglienza degli immigrati e dei richiedenti asilo. Ce lo ricordano diverse parole di papa Francesco: anzitutto quelle famosissime pronunciate il 28 luglio 2013 sul volo da Rio de Janeiro a Roma in riposta alla domanda di un giornalista: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla? Il Catechismo della Chiesa cattolica dice che queste persone non devono essere discriminate, ma accolte».

Poi, fra le tante affermazioni possibili, quelle che il Papa ha fatto all’Angelus del 27 giugno 2021: «La malattia più grande della vita… è la mancanza di amore… Finiamola di giudicare gli altri! Gesù ci chiede uno sguardo non giudicante, ma accogliente. Apriamo il nostro cuore per accogliere gli altri perché solo l’amore sana la vita… Non giudicare e lasciate vivere, amate gli altri e cercate di vivere con amore… Gesù guarda sempre il modo di salvarci e non la storia negativa che possiamo avere. Gesù va oltre i peccati, Gesù va oltre i pregiudizi, non si ferma alle apparenze. Lo stile di Gesù è avvicinarsi ». Quale sarà, allora, il nostro stile, anche verso chi sentiamo diverso o lontano dal nostro modo di vedere e di vivere?

Arcivescovo di Chieti-Vasto

 

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/lidea-cristiana-della-persona-nella-stagione-dei-pride-un-messaggio-che-d

 

6 Luglio 2023Permalink

11 giugno 2023 _ “Rapito”, Edgardo Mortara smentisce Marco Bellocchio

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“Rapito”, Edgardo Mortara smentisce Marco Bellocchio

Il film sta ottenendo un grande e meritato successo anche al Politeama di Terni, ma è importante conoscere che cosa c’è dietro la storia che racconta. In due articoli pubblicati nel 1907 è lo stesso protagonista a sfatare la ricostruzione sposata dal regista

Il  nuovo film di Marco Bellocchio che  sta ottenendo uno straordinario – e meritatissimo – successo, regalando ossigeno a tutti i cinema italiani, è un film dagli indubbi meriti ma in cui l’estetica è inversamente proporzionale all’etica.
Un capolavoro sotto il profilo cinematografico, profondamente  disonesto   sotto quello intellettuale. Perché offre allo spettatore un pezzo di storia dimenticata con una ricostruzione magniloquente, ma la storia la falsifica, ingannando l’incauto spettatore che del caso Mortara non sa nulla e la cui percezione degli eventi viene presa in ostaggio dalla visione del più venerato regista italiano.

Più intoccabile di un dogma, più sacro del crocifisso (che per la cronaca, in Vaticano viene rimosso – per rispetto – in presenza di ebrei), Marco Bellocchio è circondato da tanta devozione che persino la critica cattolica si è inginocchiata di fronte al Pontefice Massimo della cinematografia tricolore, limitandosi a far notare timidamente che l’interpretazione del Papa offerta da Paolo Pierobon è “un po’ sopra le righe” e che la storia di Edgardo Mortara viene decontestualizzata, rendendo incomprensibile il gesto di Pio IX, che fa sottrarre un bambino ebreo per rieducarlo alla fede cristiana.

Perché, per inciso, di sottrazione e non di rapimento si tratta, quindi il film è in malafede sin dal titolo. Quello di lavorazione, non a caso, era il più corretto La conversione: ma il concetto di rapimento rimanda subito alla scomparsa di Emanuela Orlandi e la tentazione di creare un parallelo tra i due sudditi del Papa era evidentemente troppo forte.

A differenza di Emanuela Orlandi, però, Edgardo Mortara non è stato affatto rapito. Il rapimento è un’azione illegale, che vede la vittima sequestrata con la violenza e nascosta con intenti criminali, mentre Edgardo è stato prelevato dalla Polizia e portato in un collegio cattolico dove è rimasto volontariamente fino alla maggiore età. Quindi convertito sì, sottratto alla famiglia sì, ma rapito no.

Badate bene, non sto dicendo certo che strappare un figlio ai propri genitori sia una cosa legittima. Ma le parole sono importanti: tra arresto e rapimento la differenza sta nella legalità. E un conto è una legge ingiusta, un conto un atto fuorilegge.

Non a caso l’inquisitore Feletti che aveva ordinato il sequestro del bambino, dopo l’Unità d’Italia, venne arrestato e processato dalle autorità sabaude, e infine assolto proprio perché non aveva commesso un abuso.

 

Poi è risaputo che la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. Ma il caso di Edgardo Mortara è semmai associabile a quello di Bibbiano, perché quello che ha fatto Pio IX è esattamente quello che fanno gli assistenti sociali che strappano i bambini a una famiglia che ritengono inadeguata. Con l’unica differenza che l’aiuto che il Vaticano voleva dare a Edgardo non era di carattere sociale ma metafisico.

E’ un concetto che il pensiero materialista di oggi difficilmente può accettare, ma in tutta la sua storia bimillenaria la Chiesa Cattolica, convinta che la vita terrena sia solo un breve transito verso l’infinito, si è interessata alla salvezza delle anime ben più che a quella dei corpi. Non a caso anche agli eretici fino all’ultimo momento veniva offerta la possibilità di redenzione, e la peggiore condanna che poteva infliggere il Papa non era il carcere o la morte, ma la scomunica.

Se si ignora completamente questa prospettiva, il caso Mortara diventa incomprensibile e può essere recepito solo in chiave simbolica.

Non a caso il pastore protestante Peter Ciaccio, nella sua recensione, legge tutto i film come paura atavica dell’Orco e del terrore – di un genitore – di vedersi strappare il proprio figlio.

Il film si presta dunque a letture metaforiche di ogni sorta. D’altra parte altri critici – difendendo la distorsione della realtà compiuta dal regista – si sono concentrati sulla poetica dell’artista, che sin dal folgorante esordio con I pugni in tasca non fa che raccontare il conflitto tra genitori e figli, e in questo caso tra papa Pio IX e il suo figlio adottivo Edgardo.

Il problema è che quando questa poetica la esprimi con una storia totalmente inventata, inverosimile e strampalata come L’ora di religione di danni ne fai pochi, ma quando ti cimenti con capitoli di storia come il caso Moro o quello Mortara rischi di dispensare ignoranza e pregiudizi. I sostenitori di Bellocchio continuano a ripetere che il film è un’operazione artistica e come tale non deve attenersi alla verità. Il problema è che Rapito non è affatto un’opera d’arte “liberamente ispirata” al caso Mortara ma un film storico che offre una ricostruzione incredibilmente dettagliata sotto alcuni aspetti, salvo poi “nascondere” particolari fondamentali.

Una domanda che sto facendo a tutti quelli che hanno visto il film (e alla quale nessuno riesce a rispondermi) è: per quale motivo Pio IX ha fatto sottrarre quel bambino alla sua famiglia?
 Quale è la ragione di una tale ostinazione da costargli uno scandalo internazionale e la stessa corona di Papa Re, visto che proprio il caso Mortara fu utilizzato dalle potenze europee per giustificare l’invasione dello Stato Pontificio da parte delle truppe sabaude? 

La verità è che in tutto il film questo motivo non viene mai spiegato e nemmeno accennato, e questo semplicemente perché attiene a una dimensione che a Bellocchio non interessa: la fede.

Il film lascia intendere che il Papa più aperto e progressista dell’epoca – un’autentica cerniera tra il mondo antico e quello moderno – fosse pedofilo, sadico, crudele, assetato di potere e affetto da delirio di onnipotenza. Si sofferma volentieri su scene cruente (come quando il Papa sogna di essere circonciso con la violenza) e sulla testardaggine con cui sfida il mondo intero pur di non fare un passo indietro (evocando gli ultimi giorni di Hitler) ma non racconta nulla di questo personaggio, che pure era stato accolto come un messia al momento dell’elezione e – grazie alla fama di sovrano illuminato – si era ritrovato a diventare il primo eroe del Risorgimento, salvo poi trasformarsi nel suo più acerrimo nemico, quando si era rifiutato di muovere guerra alla cattolica Austria. Paradossalmente, il papa additato più di ogni altro come tiranno e retrogrado, è proprio quello che aveva portato nello Stato della Chiesa la ferrovia, il telegrafo, l’illuminazione e la libertà di stampa, aveva promosso un’amnistia per i condannati politici, aperto il ghetto e concesso maggiori diritti agli ebrei.
Ma la ragione vera – e seria – che porta un papa tanto popolare a prendere una decisione così grave come strappare un bambino alla propria famiglia non viene spiegata e nemmeno detta di sfuggita.

Ed è curioso come Bellocchio abbia girato ben due film per spiegarci le ragioni dei brigatisti che rapirono Aldo Moro, mostrarci tutta la loro umanità, i tormenti, le discussioni, per lasciarci infine con l’idea che siano stati costretti a massacrare lo statista, mentre in Rapito tutti i cattolici sono cinici, freddi, i funzionari implacabili, le donne appaiono come streghe, il Papa è viscido, ambiguo, crudele, sadico e velatamente pedofilo.

Non c’è un moto di umanità in nessuno dei cristiani che compaiono nel film, tutti rappresentati come mostri senza sentimenti, guidati unicamente dalla brama di potere o dalla cieca obbedienza a un dogma. E sarà una coincidenza che l’inquisitore grigio, freddo e spietato, strumento del potere pronto a vestire i panni della vittima sacrificale, abbia proprio il volto di Aldo Moro, ovvero il grandioso Fabrizio Gifuni?

Il film ignora che nello Stato Pontificio il battesimo dei bambini ebrei era proibito, ignora i tentativi di mediazione fatti dal Papa con i Mortara, ignora i rapporti tra Edgardo e la sua famiglia (che non si interruppero mai), inserisce “trovate artistiche” che deformano la realtà, come il finale con quel “porco” gridato dal ragazzo, che vuol farci credere che covasse un odio represso verso il Papa nei confronti del quale – al contrario – le fonti testimoniano un grandissimo amore e venerazione, tanto da farsi prete e scegliere Pio come nome.

 Bellocchio mostra una schiera di ebrei “rieducati” in Vaticano, ma non ci spiega chi sono e perché stanno lì, lasciando pensare che la Chiesa avesse l’abitudine di sequestrare bambini.

Dunque se vogliamo fare un po’ di ordine, innanzitutto va ribadito che il battesimo dei bambini ebrei era proibito nello Stato Pontificio, così come era proibito ai cristiani di lavorare nelle famiglie giudaiche, proprio per evitare questi incidenti. Va detto anche che, nonostante appartenesse allo Stato Pontificio, Bologna era una città molto liberale dove la Chiesa faticava ad imporre la sua autorità tanto che, in barba alle regole, la famiglia Mortara teneva a servizio una ragazza cristiana: Anna Morisi, poverissima e analfabeta, cresciuta senza padre e tanto ignorante da non sapere indicare nemmeno la sua età.

Come spesso accadeva, ancora neonato Edgardo si era ammalato gravemente, e la domestica aveva pensato di battezzarlo.
Quel battesimo, totalmente illegale ma a tutti gli effetti valido, era rimasto segreto per sei anni, fino a quando la stessa Anna aveva tentato di battezzare un altro bambino in condizioni analoghe: questa volta era stata scoperta e fermata in tempo, e aveva confessato anche il precedente.

Anche questa storia rimane totalmente fuori dalla sceneggiatura. Addirittura Bellocchio cerca di farci credere che il battesimo non fosse mai avvenuto e che la domestica fosse stata indotta dall’Inquisitore a testimoniare il falso per offrire un pretesto al “Ratto del fanciullo”.

Quel che è certo è che secondo la dottrina cattolica una volta che quel bambino, con il battesimo, era diventato cristiano, se fosse stato educato come ebreo sarebbe incorso nell’apostasia e destinato all’inferno. Non a caso, tutti i sostenitori della famiglia Mortara sposeranno sempre e solo la tesi secondo cui il battesimo non era valido (con motivazioni assurde, come il fatto che fosse stato amministrato con l’acqua della cucina o che la Morisi fosse una prostituta).

Il Papa lo fa rapire, quindi, per salvargli l’anima. E prima di arrivare al sequestro cerca tutte le alternative possibili. La prima proposta alla famiglia Mortara era stata quella di far educare il bambino in un collegio cattolico di Bologna (restando quindi a fianco alla famiglia); una volta maggiorenne, avrebbe deciso lui se aderire alla fede cristiana o a quella ebraica. La famiglia aveva rifiutato radicalmente l’ipotesi e il rapimento dunque, arriva dopo una trattativa e non certo nel modo cruento rappresentato nel film.
Il “Non possumus” ribadito da Pio IX è relativo proprio a questo: Il Papa non poteva assumersi la responsabilità della dannazione eterna di un innocente e per questo doveva garantirgli un’educazione cattolica, lasciandogli poi la libertà, da adulto, di scegliere la sua strada.

Ora, è ovvio che da un punto di vista laico il gesto del Papa è assurdo. Ma se è per questo, dal punto di vista laico è altrettanto priva di senso la scelta della famiglia Mortara, che rinuncia al proprio figlio pur di non convertirsi al cristianesimo, o di consentire che si avvicini alla Chiesa.
Il problema è che all’ateo Bellocchio non interessa la prospettiva religiosa, che è l’unica – però – che dà un senso a tutta questa storia. 

Se togliamo la fede tanto da Pio IX quanto dalla famiglia Mortara, rimane solo superstizione e potere. L’amore e la fede restano completamente esclusi da tutta la vicenda.
Non c’è, in effetti – né sul versante ebraico né su quello cattolico – un solo momento di spiritualità, di pietà o di autentico amore, se non nello stesso Edgardo: che ama ma non è corrisposto da nessuno. Né dalla madre (che lo scaccia sul letto di morte, quando lui tenta di convertirla per “restituirle la vita” che lei gli aveva donato), né dal Papa-papà (quando lo fa cadere a terra per un moto d’affetto troppo impetuoso, viene punito e umiliato) e nemmeno da Gesù Cristo: nella scena più suggestiva del film, il piccolo Edgardo toglie i chiodi al crocifisso, il quale – liberato dal supplizio – se ne va senza nemmeno degnarlo di uno sguardo.

Il caso Mortara per il pontefice del cinema diventa dunque solo ed esclusivamente uno scontro tra poteri: quello della Chiesa Cattolica e quello della Comunità ebraica internazionale, che riesce a creare un caso capace di smuovere politici, banchieri e giornalisti del mondo intero, in particolare negli Stati Uniti, da dove arriva anche un primo spettacolo teatrale, seguito da un altro scritto in Francia e messo in scena di fronte a Napoleone III (in cui il caso Mortara viene ricondotto al razzismo) e da un terzo in Italia, dando man forte ad una propaganda anticlericale che non lascia scampo al Papa Re.

Questo film avrebbe dovuto girarlo Steven Spielberg, che aveva già scelto gli attori e iniziato i sopralluoghi a Roma, ma che poi ha rinunciato per dedicarsi a West Side Story.
E’ un vero peccato, perché il risultato sarebbe stato agli antipodi: Steven Spielberg è un regista ebreo con una profonda sensibilità cristiana. Se l’avesse raccontata il regista di Munich, quella di Edgardo Mortara sarebbe diventata una storia di riconciliazione e non di sostanziale disprezzo per la religione, ritratta senza un briciolo di fede e umanità. E questo vale anche per l’ebraismo, ridotto da Bellocchio a un sistema di potere e di rituali, con un padre torvo e rancoroso come nelle peggiori caricature antisemite (è vero anche che l’uomo in seguito finirà in carcere a Firenze con l’accusa di aver ucciso un’altra domestica), un rabbino romano intrallazzone e servile (Paolo Calabresi, che regala un tocco di comicità all’opera) e una madre (la sempre più magnetica Barbara Ronchi, forse la migliore attrice italiana del momento) che dimostra forza e determinazione, ma che – fino all’ultimo – mette l’appartenenza confessionale davanti all’amore del figlio.
Insomma un’opera manichea, in cui è chiaro chi sono i cattivi ma non chi siano i buoni. Un affresco storico che ignora la storia. Un film incentrato su un uomo di cui non viene raccontata la vita.

Dopo la Presa di Porta Pia, Edgardo – ormai ventenne – non solo si rifiuta di tornare con la famiglia, ma temendo di essere costretto a seguirli con la forza, fugge segretamente da Roma (con tanto di travestimento) e si rifugia all’estero, diventando un abilissimo predicatore: gira il mondo, parla nove lingue, muore a 90 anni nel 1940 e nel 1907 replica sul “L’Avvenire d’Italia” ad un articolo sulla sua storia scritto da Raffaele De Cesare, smentendone la ricostruzione e argomentando con molta più lucidità e arguzia del suo avversario, e anche con una certa dose di sarcasmo.
E’ lo stesso Mortara, nelle sue lettere al giornale, a raccontare che – “come tante volte mi disse la mia madre amatissima”– nel prelevarlo “le guardie usarono tutti i riguardi e le delicatezze possibili, eccetto una che si mostrò alquanto burbera, ma non commise nessuna violenza”. Mortara racconta di aver passato “un mese intero” con i genitori alla Casa dei Catecumeni, e di averli rivisti anche nelle sue successive destinazioni, rifiutandosi sempre di seguirli.

De Cesare – nel suo articolo – per dimostrare che il sacramento amministrato dalla domestica fosse invalido scrive che Edgardo era stato sottoposto a Roma ad un “secondo” battesimo. “Visto che si occupa tanto di studi religiosi – replica Mortara – dovrebbe conoscere la differenza tra il battesimo (ricevuto a Bologna) e le cerimonie che lo accompagnano quando è amministato in maniera solenne, e che nulla aggiungono al sacramento (fatte a Roma)”.
Quando lo scrittore liquida la spiegazione del diretto interessato come “cavillo canonico”, Mortara replica “Voleva forse che portassi ragioni geografiche o botaniche?”.
Eppure la lucidità è sempre stata contestata a Mortara – come, d’altra parte, ad Aldo Moro – liquidati entrambi come vittime manipolate e affette dalla Sindrome di Stoccolma, quindi inattendibili. De Cesare stesso scrive di rendersi conto “della penosa condizione del suo spirito”: “Un triste destino lo obbliga, dopo le vicende che commossero quasi un secolo fa l’Europa civile, a difendere quanto di iniquo e di violento si compì a danno suo e della sua famiglia. Una violenza che lui stesso è costretto a giustificare dalla disciplina ecclesiastica”.
“La disciplina ecclesiastica – replica Mortara – non ha avuto sulle mie parole altro influsso che mitigare la forma assai severa con cui giudicavo i suoi apprezzamenti, intorno al fatto da lui narrato con sì poca esattezza”.

Archiviata dunque la credibilità sotto il profilo storico, è vero che la pellicola rimane un apologo sui pericoli di uno stato confessionale; un pericolo che gli israeliani conoscono molto bene, visto che la crisi in Medioriente trova la sua origine nella volontà di avere uno Stato ebraico, dove i palestinesi sono discriminati tanto quanto gli ebrei lo erano in quello pontificio.

“Rapito”, Edgardo Mortara smentisce Marco Bellocchio (ternitoday.it)

ISTESS :  Istess – Istituto Di Studi Teologici E Storico-sociali

Questo acronimo  si legge alla fine dell’articolo e inserendolo in un motore di ricerca permette di  conoscere il contesto da cui l’articolo proviene

 

11 Giugno 2023Permalink

6 giugno 2023 _ Ancora il caso Mortara

Pagine Ebraiche 24 / L’Unione Informa 6 Giugno 2023 –       17 Sivan 5783

 

IL CONFRONTO SUL FILM “RAPITO” DEL REGISTA MARCO BELLOCCHIO

                            Il caso Mortara e i riflessi nel presente

Pubblicato in Attualità il 06/06/2023 – 17 סיון 5783  

Quella che era una vicenda conosciuta dagli storici e da un pubblico relativamente ristretto, è ora nota a un largo pubblico. Per il quale il nome di Edgardo Mortara è uscito finalmente dall’ombra, diventando argomento di confronto e dibattito. È uno dei frutti più concreti di “Rapito”, l’ultimo film di Marco Bellocchio. Da giorni se ne parla sui giornali, ma anche durante tavole rotonde e incontri volti a sviscerarne i contenuti. L’ultimo dei quali si è tenuto a Roma, presso la Fondazione Ernesta Besso. Un’occasione per discutere di “battesimi forzati in margine al film di Bellocchio”, con la partecipazione del regista stesso, del rabbino capo rav Riccardo Di Segni e degli storici Marina Caffiero e Alberto Melloni. In apertura un saluto di Caterina De Mata, presidente della Fondazione.

“Uno dei tanti meriti di questo film sta non solo nella sua oggettiva bellezza, molto intensa e piena di tensione. Ma anche nell’aver riproposto all’attenzione di un pubblico vasto una questione delicatissima. Che non dovrebbe più suscitare controversie ma che invece, come abbiamo visto, le ha suscitate. Anche di questo è importante discutere” la riflessione introduttiva della professoressa Caffiero, autrice di un documentato saggio sui Battesimi forzati, nel fare riferimento ad alcune reazioni da parte del mondo cattolico che hanno suscitato allarme.

Argomento cui si è riallacciato tra gli altri il rav Di Segni, segnalando come il tema delle conversioni costituisca, ancora oggi, uno degli impedimenti più vistosi nel procedere del dialogo ebraico-cristiano. Proprio per l’approccio manifestato da chi il dialogo sceglie di praticarlo per attrarre a sé l’altro, nel segno di “una visione distorta” di come la relazione debba svolgersi. Un tema riemerso in questi giorni con forza nel dibattito pubblico, “con una tendenza a giustificare quel che è successo” che preoccupa.

Grande interesse, naturalmente, per le parole del regista. “Questo film l’ho fatto per l’entusiasmo di farlo”, ha tra l’altro affermato. Ad avvicinarlo alla storia del piccolo Edgardo “la forzatura interna all’educazione cattolica” di cui fu vittima, che l’ha portato anche a ripensare alla sua di educazione. Altri registi avevano pensato di fare il film prima di lui, a partire da Steven Spielberg. Una sfida quindi importante. Per prepararsi alla quale, ha detto Bellocchio, “ho parlato con vari esponenti della comunità ebraica e letto molti libri”.

Stimolanti anche le riflessioni di Melloni, storico della Chiesa e direttore della Fondazione per le Scienze Religiose di Bologna, su come funzionava “il meccanismo di potere del cattolicesimo romano” di quel tempo” e su come era impostata in particolare la sua relazione con l’ebraismo. Non cittadino ma suddito di un regime la cui teologia era intrisa di un antisemitismo di matrice religiosa dalle molte e nefaste conseguenze. Spazio anche alle parole del pubblico, con un intervento tra gli altri della professoressa Elèna Mortara, grande esperta del caso e pronipote di Edgardo.

Proprio Mortara sarà tra i relatori del prossimo evento dedicato al caso Mortara: la presentazione – giovedì 8 giugno alle 18.30, presso il Museo ebraico di Roma – del romanzo di Daniele Scalise “Un posto sotto questo cielo”. Interverranno anche l’autore, il rav Di Segni, il professor Melloni e Gianni Yoav Dattilo, con la moderazione di Maria Antonietta Calabrò.

 

 

6 Giugno 2023Permalink

4 giugno 2023 – Testi conciliari non più attuali

Faccio memoria per me di questi testi conciliari  quassi  totalmente rimossi dalla pratica della chiesa cattolica.
Certamente il linguaggio curiale non  ne aiuta  la  conoscenza ma nulla impedirebbe di proporli attualizzandoli  nell’espressione –
Il che non si vuol fare  soprattutto quando si  parla di diritti  umani fondamentali
Il silenzio ostentato  e praticato dai vertici /Conferenza episcopale  Italiana ) alla base del modo cattolico, sia clero che laici, fa male

CRISTIANI

«Ai laici spettano propriamente, anche se non esclusivamente, gli impegni e le attività temporali. Quando essi, dunque, agiscono quali cittadini del mondo, sia individualmente sia associati, non solo rispetteranno le leggi proprie di ciascuna disciplina, ma si sforzeranno di acquistare una vera perizia in quei campi. Daranno volentieri la loro cooperazione a quanti mirano a identiche finalità. Nel rispetto delle esigenze della fede e ripieni della sua forza, escogitino senza tregua nuove iniziative, ove occorra, e ne assicurino la realizzazione. Spetta alla loro coscienza, già convenientemente formata, di inscrivere la legge divina nella vita della città terrena. Dai sacerdoti i laici si aspettino luce e forza spirituale. Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che, ad ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta, o che proprio a questo li chiami la loro missione; assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del Magistero. Per lo più sarà la stessa visione cristiana della realtà che li orienterà, in certe circostanze, a una determinata soluzione. Tuttavia, altri fedeli altrettanto sinceramente potranno esprimere un giudizio diverso sulla medesima questione, come succede abbastanza spesso e legittimamente. Ché se le soluzioni proposte da un lato o dall’altro, anche oltre le intenzioni delle parti, vengono facilmente da molti collegate con il messaggio evangelico, in tali casi ricordino essi che nessuno ha il diritto di rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l’autorità della Chiesa» (Gaudium et Spes, n. 43).

LA CHIESA

«La Chiesa tuttavia, non desidera affatto intromettersi nel governo della città terrena. Essa non rivendica a se stessa altra sfera di competenza, se non quella di servire gli uomini amorevolmente e fedelmente, con l’aiuto di Dio» (Ad gentes, n. 12)

«La Chiesa non pone la sua speranza nei privilegi offertile dall’autorità civile. Anzi essa rinunzierà all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso può far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove esigenze esigessero altre disposizioni» (Gaudium et Spes, n. 76).

4 Giugno 2023Permalink

3 giugno 2023 – RAPITO. Una recensione di Giorgio Placereani

sabato 3 giugno 2023  Rapito

Marco Bellocchio

 

Rapito è il miglior film di Marco Bellocchio fin dai tempi di Sangue del mio sangue – a parte il magnifico non-fiction Marx può aspettare – superando d’un balzo alcune opere interessanti ma meno convincenti (compreso, a minoritario parere di chi scrive, Esterno notte, decisamente inferiore rispetto al capolavoro sullo stesso caso Moro Buongiorno, notte del 2003). Più che gli ultimi film, Rapito appare come una summa convincente dei temi bellocchiani. E’ un film in costume su una storia vera che si svolge nell’arco di un quarto di secolo, dal 1858, cominciando nello Stato della Chiesa e finendo nella Roma italiana. Il cinema di Bellocchio è cinema di pulsioni e di rottura narrativa inserite nella bellezza assoluta della forma; come per esempio ne La balia, qui l’aderenza storica contribuisce a dare una griglia a questa dialettica. Com’è noto, il film è la storia del “rapimento di Stato” del bambino ebreo Edgardo Mortara. Una domestica cattolica lo aveva battezzato segretamente quand’era in culla; alcuni anni dopo, allontanata dalla famiglia Mortara per dei piccoli furti, ha rivelato il segreto (per soldi) al Santo Uffizio; e questo, dichiarando che il bambino ora è cristiano, lo strappa alla famiglia per allevarlo nella fede cattolica.
Appare già nei dettagli del rapimento del piccolo Edgardo (Enea Sala) – la corsa in carrozza nella notte, il viaggio in barca nella nebbia – quell’elemento gotico che è così presente in Bellocchio (ne è un manifesto, per fare un titolo, Il regista di matrimoni). Ma dal punto visivo – nella bellissima fotografia di Francesco Di Giacomo – bisogna segnalare innanzitutto l’uso ritornante di strutture architettoniche in esterni (facciate di chiese) o interni in inquadrature frontali, centrate, opprimenti, che riempiono lo schermo e schiacciano la vista. Queste inquadrature ossessive ben rappresentano il peso delle costruzioni psicologiche che pesano sulla vita dei personaggi. Anche dopo la morte del papa: vedi il “peso” visivo di Castel Sant’Angelo sullo sfondo, qui però in campo lungo, alla fine della scena della “bestemmia” e della fuga di Edgardo adulto (Leonardo Maltese) durante il funerale di Pio IX, sulla quale ritorneremo. Ovviamente lo stesso vale per il muro di Porta Pia, che però (con simbolismo un po’ ovvio ma forse inevitabile) crolla sotto le cannonate italiane del 20 settembre 1870.

Il rapimento del piccolo Edgardo diventa una lotta impari tra gli ebrei e la Chiesa, nonché un caso internazionale, con il papa Pio IX (Paolo Pierobon) che si contrappone al mondo, anche a parte di quello cattolico, in una specie di solipsismo sacro. Dall’altra parte stanno i coniugi Mortara (Fausto Russo Alesi e Barbara Ronchi). Si crea perfino un elemento di tensione fra il padre e la madre, che ci fa temere (“temere” perché è impossibile non sentire un’adesione simpatetica) la rottura della famiglia. Non perché il padre abbia un atteggiamento compromissorio: ma riconosce con dolore un principio di realtà che le donne di Bellocchio non accettano mai.
Marco Bellocchio è in toto un figlio del Sessantotto, non per tematiche specifiche o perché ne riprenda l’ingenuità politica, ma per un principio mai mutato nel suo cinema: l’opposizione irriducibile alla “legge del Padre” e all’istituzione – a onta dei consigli “riformisti”, dallo psichiatra di Vincere al portavoce degli ebrei romani nel presente film. In tutto il suo cinema la donna, l’elemento femminile, è il grande portatore di questa irriducibilità. Qui la rappresenta Marianna Mortara, che nell’incontro con Edgardo gli strappa la catenella con la croce cristiana e la getta a terra (come già in un passaggio di Sangue del mio sangue).

Rapito è un film disperato: non perché è la cronaca di una prepotenza di Stato ma perché è il grido di una scissione, il lutto di un’anima, con la stessa forza, o quasi, di Vincere (dove essa si fondeva con la nevrosi di una nazione). Ci pone di fronte a un mistero: la trasformazione di Edgardo da rapito a credente – a iniziare dal rapporto col crocifisso, il primo segno della religione cristiana che lo ha colpito da piccolo. Va detto che un tema sotteso del film è la riflessione sulla potenza della parola, terribilmente importante in Bellocchio. Non è, quello di Edgardo, un lungo lavaggio del cervello, non è una sindrome di Stoccolma: è una fascinazione che inizia subito (le soggettive delle statue in chiesa non sono solo uno sguardo di scoperta).
Questa scissione dell’anima appare già nella strana duplicità del bambino, con la sua freddezza negli incontri coi genitori, che si rompe solo, a sorpresa, alla fine dell’incontro con la madre. Questo ci fa capire come il grande tema del cinema di Bellocchio, il riconoscimento impossibile, possa essere contenuto in realtà nel tema dell’identità.
Ritorna in Rapito l’elemento visionario che caratterizza il cinema di Bellocchio. Accennato nelle vignette satiriche che si animano, esplode nell’incubo di papa Pio IX su un gruppo di ebrei con addosso i taled, gli scialli rituali, che circondano il suo letto e lo circoncidono; nell’apparizione onirica dei genitori accanto al letto di Edgardo adulto, presagio di morte (“Edgardo, noi ce ne andiamo”, dice il padre nel sogno); soprattutto, nella vivificazione allucinatoria quando Edgardo bambino va di notte in chiesa, si arrampica fino alla grande statua del crocefisso, strappa i chiodi dalle mani e dai piedi, e dopo un intenso campo/controcampo il Cristo si anima, si alza, scende dalla croce, si toglie la corona di spine. Nel nome del padre conteneva un’allucinazione simile con la statua della Madonna. Solo che qui il Cristo volta le spalle e si allontana.

Il cinema di Bellocchio si situa in modo bruciante entro due poli: la Legge del Padre e la ribellione. Il personaggio di Edgardo è ancora più complesso perché si dibatte fra due Leggi e due figure di padri. Perché al centro del film stanno (ricordiamo che il cinema di Bellocchio è un cinema della ricerca/dell’uccisione del padre) stanno due figure di padri, paralleli e contrapposti: il padre carnale Mortara e il papa Pio IX. Sigmund Freud leggerebbe qualcosa (già lo fa il papa stesso) nella foga con cui Edgardo adulto, precipitandosi su di lui per baciargli la mano, lo fa cadere.
Non è per caso che il film sia così fortemente giocato sul parallelismo, per esempio nel montaggio parallelo della messa in latino cui assiste Edgardo e del rito ebraico in casa Mortara. Connesso al parallelismo è l’uso frequente della replica, non in modo intellettualistico ma piuttosto giocato in analogie nascoste. Alcuni esempi: nel gioco a nascondino dei seminaristi, Pio IX per scherzo prende Edgardo e lo nasconde sotto le proprie vesti; e questo è un raddoppiamento rispetto alla scena drammatica dell’inizio in cui era stata la madre a nasconderlo sotto la gonna sperando di sottrarlo alla cattura. Ancora: segue la scena dell’insurrezione di Bologna, aperta con suore e pretini in fuga che richiamano visualmente il gioco ad acchiapparella della precedente. E ancora: vediamo la caduta della statua di San Pietro abbattuta, e subito dopo, analogia ma anche diminutio, una caduta di Pio IX in preda a un attacco epilettico.

Abbiamo menzionato la ribellione. Essa compare nel gesto di Edgardo, subito dopo il rapimento, di recitare la preghiera ebraica nel letto di nascosto, e si esplicita alla fine dell’incontro con la madre: dove il bambino rimane distaccato come nell’incontro precedente col padre, anche quando lei gli strappa la croce; ma poi d’improvviso, con una subitaneità sconvolgente, corre da lei e grida che dice le preghiere ebraiche ogni sera e implora “Voglio tornare dai miei fratelli!”
Questo tuttavia rientrerebbe ancora nei canoni del realismo psicologico. Molto più importante è la stupefacente scena che ha luogo dopo un’ellissi di dieci anni, con Edgardo ora adulto e convintamente cattolico, dopo la presa di Roma e dopo che ha rifiutato di tornare alla famiglia (“Il battesimo mi ha salvato”). Ora Pio IX è morto; durante la traslazione della salma al Verano, nel 1881, la plebaglia attacca il corteo e vuole buttare il cadavere nel Tevere. Edgardo è nel corteo e si batte per difendere il carro funebre – importante il suo grido “E’ morto! E’ morto!” – ma poi all’improvviso cambia posizione e grida “Sì, lo buttiamo nel Tevere, ‘sto porco di un papa!”. Poi fugge. E’, questo, un momento centrale del film, dove si ripete quell’esplosione ricorrente nel cinema di Bellocchio che è la bestemmia. Un momento che che non rappresenta una rovesciamento di posizione del personaggio, il quale infatti rimane nella chiesa cattolica (cercherà persino di battezzare la madre in punto di morte), bensì, ancora, la sua scissione. Infatti, segue una sequenza conclusiva terribile. La madre è sul letto di morte (il padre è morto da tempo) ed Edgardo si presenta in casa Mortara per la prima volta. Ben accolto da fratelli e sorelle, viene portato in camera della madre, e fa per battezzarla con l’acqua santa. Lei gli ferma la mano: “Io sono nata ebrea e morirò ebrea”; si copre il viso, recita la preghiera ebraica e muore.
La splendida inquadratura finale presenta, in un bilanciamento dell’immagine, la sintesi visuale di un’unità irrevocabilmente spezzata, attraverso un bellissimo surcadrage. Nell’apertura dello spazio a sinistra vediamo Edgardo (attaccato dal fratello) accasciato; in quello analogo a destra la camera della madre morta; e al centro in primo piano, ma non come elemento di mediazione, quel tavolo che nel corso del film ha rappresentato l’unità familiare (anche sotto il profilo religioso) ma ora è vuoto e abbandonato.

Premesso che tutta la storia cinematografica di Bellocchio, da I pugni in tasca a Marx può aspettare, ce lo rivela come il più profondamente, e dolorosamente, autobiografico dei grandi registi italiani (non l’ovvietà mnemonica di Fellini, non il maledettismo un po’ compiaciuto di Pasolini, e neppure la Aufhebung quasi serena di Bertolucci): l’ipotesi è che Bellocchio veda in Edgardo qualcosa di analogo alla propria fascinazione – una repulsione che contiene un elemento di attrazione – verso il cattolicesimo e la sua pompa (fondamentale in questo senso era già Nel nome del padre). Questo regista ateo ha sempre sentita fortissima la presenza della religione cattolica – e qui possiamo ripensare non solo alla sua educazione dai Barnabiti ma alla madre religiosissima, ossessionata dal peccato, di cui ci racconta in Marx può aspettare. E’ uno dei tratti che lo apparentano a Buñuel. Ciò lancia forse una luce, a contrariis, sulla scissione di Edgardo? Quel ch’è certo, lo sguardo su questa scissione – che non arriva a risolverla, ma la presenta con una profondità che potremmo definire quasi shakespeariana – è la ricchezza maggiore di un film molto ricco.

 

3 Giugno 2023Permalink