25  settembre 2025 _L’uomo ricco non si accorge del povero che è alla sua porta     di Giancarlo Pani

25  settembre 2025 _L’uomo ricco non si accorge del povero che è alla sua porta     di Giancarlo Pani

C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: «Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma». Ma Abramo rispose: «Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti” (Lc 16,19-31).

Nella prima lettura, una profezia di Amos, rivolta agli «spensierati di Sion e a quanti si considerano sicuri» (Am 6,1), è un presagio di tragica fine. Entro un paio di generazioni l’Assiria travolgerà il Regno del Nord, nel momento della sua massima espansione e dello splendore economico. Amos sottolinea la ragione di fede che fonda il suo giudizio: la sicurezza offerta dalla ricchezza non solo è momentanea, ma contrasta il disegno divino. Il benestante non si cura dei poveri, e nemmeno di Dio.

Nella parabola di Luca, Gesù sta parlando ai farisei, e usa le immagini dei rabbini per rappresentare il rapporto tra l’aldilà e la vita terrena. Qui i temi della prima lettura sono riferiti all’esistenza personale: irresponsabilità causata dall’eccessivo benessere; primato della realtà storica, dove Dio ha già dato tutto quanto occorre per orientare l’uomo alla felicità eterna, senza bisogno di miracoli. Il senso dell’esistenza viene dalla sua qualità trascendente (la beatitudine della povertà, l’inevitabile martirio del giusto), non già da una vita terrena miserabile o lussuosa.

Lazzaro è immagine del povero, e in qualche modo prefigura Gesù crocifisso: che è appunto la condizione per salvarsi, poiché la fedeltà autentica rende conformi al Servo sofferente. Lazzaro è un povero che si trova addosso tutte le povertà possibili; giace a terra, forse è paralitico; è ripugnante, oltre che colmo di dolori, per le ulcere del suo corpo; non è in grado di allontanare i cani che, leccandogli le piaghe, ne aumentano il tormento. Desiderava saziarsi da ciò che cadeva dalla mensa del ricco, cioè delle molliche con cui durante il desinare uno si puliva le mani e poi le gettava per terra. Di suo ha solo un nome: «Lazzaro», cioè, in ebraico, «Dio aiuta». È la sua fede; è tutto il suo avere. Il ricco invece è infedele al senso di quel suo «essere ricco»: il dovere di accorgersi del povero che sta davanti la porta di casa sua.

Il definitivo si costruisce nel momentaneo: quindi pure la separazione irrevocabile tra il ricco e il povero. L’eternità della punizione è opera di chi non ha avuto occhi per il povero.

«Se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno» (Lc 16,30) dice il ricco fra i tormenti. Uno che risorge sarà certamente la loro salvezza. Il padre Abramo nega il principio, poiché hanno Mosè e i profeti: la Parola di Dio.

Noi siamo più fortunati: abbiamo un Risorto. Ma qual è la nostra fede? Quando Gesù risorto è apparso nel cenacolo i suoi discepoli lo hanno creduto un fantasma (Lc 24,37). C’è qualcosa allora che conta di più di un’apparizione: fidarsi di Dio e credere alla sua parola.

Anche la seconda lettura (1Tm 6,11 ss) contiene una sintetica esortazione alla fedeltà e alla difficile testimonianza che essa comporta, sull’esempio di quanto ha detto Gesù. La fedeltà cristiana ha una meta, non solo un termine finale, nella Parusia: è l’incontro con il Signore glorioso.

*    *    *

Leone XIV: «Non c’è futuro basato sulla violenza, sull’esilio forzato, sulla vendetta. I popoli hanno bisogno di pace: chi li ama veramente, lavora per la pace».

L’uomo ricco non si accorge del povero che è alla sua porta | La Civiltà Cattolica

25 Settembre 2025Permalink

21 settembre 2025  «Preti contro il genocidio», lunedì veglia a Roma

21 settembre 2025  «Preti contro il genocidio», lunedì veglia a Roma

La rete, nata nelle ultime settimane, ha raccolto già l’adesione di oltre 1200 sacerdoti di 34 Paesi. Non solo parroci ma anche vescovi e, al momento, un cardinale

La mobilitazione del 22 settembre per la Palestina vedrà anche la partecipazione dei “Preti contro il genocidio”, una rete nata nelle ultime settimane e che ha raccolto già l’adesione di oltre 1200 sacerdoti di 34 Paesi. Non solo parroci ma anche vescovi e, al momento, un cardinale. Si ritroveranno lunedì pomeriggio a Sant’Andrea al Quirinale per una preghiera che sarà anche un momento di mobilitazione. In rappresentanza di questa nuova realtà a manifestare a Roma saranno una cinquantina. Un momento pubblico di preghiera e testimonianza «per ribadire la condanna del genocidio in corso a Gaza e dare voce a chi non ha voce» che sarà guidato da padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, e padre Fernando García Rodriguez, superiore generale dei missionari saveriani. Nel dettaglio, alle 15 ci sarà la preghiera comunitaria presso la Chiesa di Sant’Andrea al Quirinale; alle 16 prenderà il via la marcia che percorrerà via Quattro Fontane , Piazza Barberini, via del Tritone , Piazza di Pietra al Pantheon con arrivo a Piazza Sant’Ignazio. Alle 17.30 i sacerdoti incontreranno i media presso la Chiesa del Caravita.

Al momento non risultano tra i partecipanti all’evento di Roma nomi di vescovi. In ogni caso, anche se non saranno fisicamente presenti, diversi di loro hanno dato il loro sostegno, dal cardinale di Rabat, Cristobal Lopez Romero, all’ex vicario apostolico dell’Anatolia, mons. Paolo Bizzeti. Nell’elenco dei vescovi che sostengono la rete ci sono anche il vescovo emerito di Mazara del Vallo, mons. Domenico Mogavero, e l’ex vescovo di Caserta Raffaele Nogaro. Nell’elenco dei presuli delle persone che hanno firmato la petizione figurano don Luigi Ciotti (Libera) e don Nandino Capovilla (Pax Christi), di recente cacciato da Israele dove si era recato per un pellegrinaggio.

Il termine genocidio, riferito a quanto sta accadendo a Gaza, tuttavia non è stato fatto proprio dal Vaticano. Le associazioni cattoliche intanto hanno lanciato un appello alla preghiera per la pace: domani parteciperanno all’Angelus a Piazza San Pietro, mentre lunedì 22 si terrà una veglia di preghiera a Santa Maria in Trastevere, in collegamento con il Patriarca di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa.

https://www.ilsole24ore.com/art/preti-contro-genocidio-lunedi-veglia-roma-AHUzEElC

22 Settembre 2025Permalink

30 luglio 2025 _ Recupero una dichiarazione congiunta dell’Arcivescovo di Bologna e del Presidente della Comunità ebraica della stessa città

Un documento importane cui ha aderito anche la senatrice Segre
Ne da notizia Avvenire del 24 luglio

E’ stata diffusa alcuni giorni fa la dichiarazione congiunta dell’Arcivescovo Card.
Matteo Zuppi e del Presidente della Comunità Ebraica di Bologna, Daniele De
Paz, “Sulla guerra a Gaza e sulla responsabilità comune per la pace”.
Di seguito il testo della dichiarazione:
Noi, rappresentanti delle comunità cristiana ed ebraica a Bologna, figli dell’Unico
Dio pacifico e misericordioso, riconoscendoci Fratelli tutti, uniamo la nostra voce
consapevoli della gravità dell’ora presente e della responsabilità morale che ci
unisce come credenti e come cittadini.
Di fronte alla devastazione della guerra nella Striscia di Gaza diciamo con una
sola voce: fermi tutti. Tacciano le armi, le operazioni militari in Gaza e il lancio
di missili verso Israele. Siano liberati gli ostaggi e restituiti i corpi. Si sfamino gli
affamati e siano garantite cure ai feriti. Si permettano corridoi umanitari. Si cessi
l’occupazione di terre destinate ad altri. Si torni alla via del dialogo, unica
alternativa alla distruzione. Si condanni la violenza.
Ci uniamo al grido dell’umanità ferita che non vuole e non può abituarsi all’orrore
della violenza: basta guerra. È il grido dei palestinesi e degli israeliani e di
quanti continuano a credere nella pace, coscienti che questa può arrivare solo
nell’incontro e nella fiducia, che il diritto può garantire nonostante tutto. Come
ricorda il Salmo: «Cercate la pace e perseguitela» (Sal 34,15). E come
insegna la sapienza antica: «Chi salva una vita, salva il mondo intero». Ma è
tragicamente vero il contrario: chi uccide un uomo uccide il mondo intero.
Condanniamo ogni atto terroristico che colpisce civili inermi. Nessuna causa può
giustificare il massacro di innocenti. Troppi bambini sono morti. Nessuna
sicurezza sarà mai costruita sull’odio. La giustizia per il popolo palestinese,
come la sicurezza per il popolo israeliano, passano solo per il riconoscimento
reciproco, il rispetto dei diritti fondamentali e la volontà di parlarsi.
Rigettiamo ogni forma di antisemitismo, islamofobia o cristianofobia che
strumentalizza il dolore e semina solo ulteriore odio. Chiediamo alle istituzioni
italiane e internazionali coraggio e lucidità perché aprano spazi di incontro e
aiutino in tutti i modi vie coraggiose di pace. Il dolore unisca, non divida. Il dolore
non provochi altro dolore. Dialogo non è debolezza, ma forza. La pace è sempre
possibile. E comincia da qui, da noi. Fermi tutti!
+ Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo di Bologna
Daniele De Paz, Presidente della Comunità Ebraica di Bologna

30 Luglio 2025Permalink

20 gennaio 2025 – Lettera trascurata che pubblico il 22 gennaio

Gentile padre Enzo Fortunato
ho letto con il piacere di poter far riferimento a un testo chiaro ed esplicito,
qual è il Suo scritto alla pag. 17 de Il sole 24ore di ieri (venerdì 17), “le parole
sferzanti di Papa Francesco sui diritti dei bambini” che Lei riporta.
Sono perciò confortata nella speranza di poter trovare attenzione a un
problema che reputo grave ma costantemente ignorato, quello di bambini che
nascono in Italia ma non vengono registrati all’anagrafe.
Sono una vecchia cittadina italiana , nata nel 1938 con un passato di
insegnante e successivamente di consigliera regionale in Friuli Venezia Giulia
dove vivo ma, soprattutto, sono una madre di figli ormai sessantenni , una
madre che si onora di aver fatto propri i principi di uguaglianza e solidarietà,
pilastri della nostra convivenza che voglia essere civile.
Spero avrà la pazienza di leggermi e mi spiego.
Nel 1991 venne approvata la legge 176, “Ratifica ed esecuzione della
Convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembr1989”. In
quella norma leggiamo l’articolo 3, stella polare da allora di ogni discorso sui
minori: «In tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza delle
istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle
autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del
fanciullo deve essere una considerazione preminente».
Il conseguente art. 7 è perciò una indicazione vincolante quando afferma che
« Il fanciullo è registrato al momento della sua nascita e da allora ha diritto a
un nome , ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile a
conoscere i suoi genitori e ad essere allevato da essi» .
Tale è la forza di questo articolo che nel 1998 la legge 40
(cd Turco Napolitano) , che aveva istituito il permesso di soggiorno a
garanzia della regolarità degli immigrati non comunitari, aveva escluso
proprio lo strumento che aveva istituito da quelli che devono essere
presentati al momento di registrare la nascita di un proprio figlio in Italia.
E’ evidente che tale norma assicura anche il rispetto dell’art. 3 della
Costituzione che afferma « Tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge ,
senza distinzioni di [… ] condizioni personali e sociali».
Purtroppo nel 2009 tutto cambiò. Venne approvata la legge 94 che,
coacervo di norme disparate , all’art. 1 comma 22 lettera g include il
permesso di soggiorno fra i documenti che in quella circostanza devono venir
richiesti e presentati. Lo fa con un’abile forma di discriminazione indiretta ma
il risultato è sempre lo stesso: il nato da genitori non comunitari irregolari si
fa spia minacciosa della irregolarità di chi l’ha generato , irregolarità che, se
nota , diventa ragione di gravi penalizzazioni per i neo genitori che possono
così dover affrontare anche il rischio di espulsione. Da allora la neghittosità a
360 gradi del Palmento , il silenzio dell’opinione pubblica che spesso significa
indifferenza , hanno fatto sì che questa norma restasse significativamente
collocata, come titola la legge 94, fra le “Disposizioni in materia di sicurezza

2
pubblica”, riducendo questi nati a oscuri invisibili che non saranno raggiunti
neppure dalla accorate richiesta del Santo Padre di amore e protezione. E’ una
protezione, ce lo dice papa Francesco, che dal cuore si concreta nell’azione e
fra le tante azioni possibili segnalo quella di una piccola modifica di legge che
cancelli lo sfregio che il legislatore volle nel 2009.
La garanzia della iscrizione nel registro di stato civile è diritto del nato che
non deve essere inficiato dalla possibile situazione di irregolarità di
colei/colui che lo ha generato. Un nato in Italia che si trovasse privo di quel
certificato non avrebbe esistenza giuridica e per lui le parole forti di papa
Francesco che Lei cita nell’articolo di ieri suonerebbero vane: come introdurre
un nato che c’è ma non esiste al godimento di ciò che gli è dovuto? Davanti a
quella inesistenza per legge «potremmo sentirci impotenti , ma ogni gesto,
ogni scelta consapevole , è una goccia che può contribuire a formare un mare.
Dobbiamo anche richiamare le istituzioni, le imprese, le organizzazioni
ecclesiali alla loro responsabilità » .
Perché ciò avvenga occorre una parola forte, autorevole, ascoltata .
Attendo : non so dichiararle un numero di ‘casi’.
Il caso è la legge…
Cordialmente
Augusta De Piero

22 Gennaio 2025Permalink

7 luglio 2024 _ Pro memoria storica_ Discorso Papa a Trieste

Non è stato facilissimo trovare il discorso del Papa  di apertura all’ultima giornata della settimana sociale dei cattolici che ha avuto luogo a Trieste.
Il testo è decisamente lungo . comunque questo blog è la mia memoria storica  che ha le sue esigenze.

Domenica, 07.07.2024 Pubblicazione: Immediata Sommario: N. 0556 ♢ Visita Pastorale del Santo Padre Francesco a Trieste in occasione della 50ª Settimana Sociale dei Cattolici in Italia – Incontro con i Congressisti Questa mattina, lasciata Casa Santa Marta, il Santo Padre Francesco si è trasferito all’eliporto del Vaticano da dove, alle ore 6.30, è partito per recarsi in Visita Pastorale a Trieste in occasione della 50ª Settimana Sociale dei Cattolici in Italia, in corso dal 3 al 7 luglio sul tema “Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro”. Al Suo arrivo, alle ore 7.54, dopo l’atterraggio al Centro Congressi “Generali Convention Center”, il Papa è stato accolto dall’Em.mo Card. Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo Metropolita di Bologna, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, da S.E. Mons. Luigi Renna, Arcivescovo di Catania, Presidente del Comitato Organizzatore delle Settimane Sociali, da S.E. Mons. Enrico Trevisi, Vescovo di Trieste, dall’On. Massimiliano Fedriga, Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, da S.E. il Signor Pietro Signoriello, Prefetto di Trieste, dal Signor Roberto Dipiazza, Sindaco di Trieste, e dal Dottor Philippe Donnet, Amministratore Delegato di “Generali”. Quindi il Papa si è trasferito all’interno del Centro Congressi, dove ha incontrato i circa 1.200 Congressisti a conclusione dei lavori della 50ª Settimana Sociale dei Cattolici in Italia. Dopo l’indirizzo di saluto dell’Em.mo Card. Matteo Maria Zuppi e l’introduzione di S.E. Mons. Luigi Renna, il Santo Padre ha pronunciato il Suo discorso. Al termine del discorso, mentre i partecipanti alla Settimana Sociale dei Cattolici in Italia si sono trasferiti a Piazza Unità d’Italia per la celebrazione della Santa Messa, Papa Francesco ha incontrato brevemente alcuni Rappresentanti Ecumenici, il Mondo Accademico e un gruppo di Migranti e Disabili. Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti nel corso dell’Incontro: Discorso del Santo Padre Illustri Autorità, cari fratelli Vescovi, Signori Cardinali, fratelli e sorelle, buongiorno

 

BOLLETTINO N. 0556 – 07.07.2024 2 Ringrazio il Cardinale Zuppi e Monsignor Baturi per avermi invitato a condividere con voi questa sessione conclusiva. Saluto Monsignor Renna e il Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali. A nome di tutti esprimo gratitudine a Monsignor Trevisi per l’accoglienza della Diocesi di Trieste. La prima volta che ho sentito parlare di Trieste è stato da mio nonno che aveva fatto il ‛14 sul Piave. Lui ci insegnava tante canzoni e una era su Trieste: “Il general Cadorna scrisse alla regina: ‘Se vuol guardare Trieste, che la guardi in cartolina’”. E questa è la prima volta che ho sentito nominare la città. Questa è stata la 50.ma Settimana Sociale. La storia delle “Settimane” si intreccia con la storia dell’Italia, e questo dice già molto: dice di una Chiesa sensibile alle trasformazioni della società e protesa a contribuire al bene comune. Forti di questa esperienza, avete voluto approfondire un tema di grande attualità: “Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro”. Il Beato Giuseppe Toniolo, che ha dato avvio a questa iniziativa nel 1907, affermava che la democrazia si può definire «quell’ordinamento civile nel quale tutte le forze sociali, giuridiche ed economiche, nella pienezza del loro sviluppo gerarchico, cooperano propriamente al bene comune, rifluendo nell’ultimo risultato a prevalente vantaggio delle classi inferiori»[1]. Così diceva Toniolo. Alla luce di questa definizione, è evidente che nel mondo di oggi la democrazia, diciamo la verità, non gode di buona salute. Questo ci interessa e ci preoccupa, perché è in gioco il bene dell’uomo, e niente di ciò che è umano può esserci estraneo[2]. In Italia è maturato l’ordinamento democratico dopo la seconda guerra mondiale, grazie anche al contributo determinante dei cattolici. Si può essere fieri di questa storia, sulla quale ha inciso pure l’esperienza delle Settimane Sociali; e, senza mitizzare il passato, bisogna trarne insegnamento per assumere la responsabilità di costruire qualcosa di buono nel nostro tempo. Questo atteggiamento si ritrova nella Nota pastorale con cui nel 1988 l’Episcopato italiano ha ripristinato le Settimane Sociali. Cito le finalità: «Dare senso all’impegno di tutti per la trasformazione della società; dare attenzione alla gente che resta fuori o ai margini dei processi e dei meccanismi economici vincenti; dare spazio alla solidarietà sociale in tutte le sue forme; dare sostegno al ritorno di un’etica sollecita del bene comune […]; dare significato allo sviluppo del Paese, inteso […] come globale miglioramento della qualità della vita, della convivenza collettiva, della partecipazione democratica, dell’autentica libertà»[3]. Fine citazione.
Questa visione, radicata nella Dottrina Sociale della Chiesa, abbraccia alcune dimensioni dell’impegno cristiano e una lettura evangelica dei fenomeni sociali che non valgono soltanto per il contesto italiano, ma rappresentano un monito per l’intera società umana e per il cammino di tutti i popoli. Infatti, così come la crisi della democrazia è trasversale a diverse realtà e Nazioni, allo stesso modo l’atteggiamento della responsabilità nei confronti delle trasformazioni sociali è una chiamata rivolta a tutti i cristiani, ovunque essi si trovino a vivere e ad operare, in ogni parte del mondo. C’è un’immagine che riassume tutto ciò e che voi avete scelto come simbolo di questo appuntamento: il cuore. A partire da questa immagine, vi propongo due riflessioni per alimentare il percorso futuro. Nella prima possiamo immaginare la crisi della democrazia come un cuore ferito. Ciò che limita la partecipazione è sotto i nostri occhi. Se la costruzione e l’intelligenza mostrano un cuore “infartuato”, devono preoccupare anche le diverse forme di esclusione sociale. Ogni volta che qualcuno è emarginato, tutto il corpo sociale soffre. La cultura dello scarto disegna una città dove non c’è posto per i poveri, i nascituri, le persone fragili, i malati, i bambini, le donne, i giovani, i vecchi. Questo è la cultura dello scarto. Il potere diventa autoreferenziale – è una malattia brutta questa –, incapace di ascolto e di servizio alle persone. Aldo Moro ricordava che «uno Stato non è veramente democratico se non è al servizio dell’uomo, se non ha come fine supremo la dignità, la libertà, l’autonomia della persona umana, se non è rispettoso di quelle formazioni sociali nelle quali la persona umana liberamente si svolge e nelle quali essa integra la propria personalità»[4]. La parola stessa “democrazia” non coincide semplicemente con il voto del popolo; nel frattempo a me preoccupa il numero ridotto della gente che è andata a votare. Cosa significa quello? Non è il voto del popolo solamente, ma esige che si creino le condizioni perché tutti si possano esprimere e possano

BOLLETTINO N. 0556 – 07.07.2024 3 partecipare. E la partecipazione non si improvvisa: si impara da ragazzi, da giovani, e va “allenata”, anche al senso critico rispetto alle tentazioni ideologiche e populistiche. In questa prospettiva, come ho avuto modo di ricordare anni fa visitando il Parlamento Europeo e il Consiglio d’Europa, è importante far emergere «l’apporto che il cristianesimo può fornire oggi allo sviluppo culturale e sociale europeo nell’ambito di una corretta relazione fra religione e società»[5], promuovendo un dialogo fecondo con la comunità civile e con le istituzioni politiche perché, illuminandoci a vicenda e liberandoci dalle scorie dell’ideologia, possiamo avviare una riflessione comune in special modo sui temi legati alla vita umana e alla dignità della persona. Le ideologie sono seduttrici. Qualcuno le comparava a quello che a Hamelin suonava il flauto; seducono, ma ti portano a negarti. A tale scopo rimangono fecondi i principi di solidarietà e sussidiarietà. Infatti un popolo si tiene insieme per i legami che lo costituiscono, e i legami si rafforzano quando ciascuno è valorizzato. Ogni persona ha un valore; ogni persona è importante. La democrazia richiede sempre il passaggio dal parteggiare al partecipare, dal “fare il tifo” al dialogare. «Finché il nostro sistema economico-sociale produrrà ancora una vittima e ci sarà una sola persona scartata, non ci potrà essere la festa della fraternità universale. Una società umana e fraterna è in grado di adoperarsi per assicurare in modo efficiente e stabile che tutti siano accompagnati nel percorso della loro vita, non solo per provvedere ai bisogni primari, ma perché possano dare il meglio di sé, anche se il loro rendimento non sarà il migliore, anche se andranno lentamente, anche se la loro efficienza sarà poco rilevante» [6].Tutti devono sentirsi parte di un progetto di comunità; nessuno deve sentirsi inutile. Certe forme di assistenzialismo che non riconoscono la dignità delle persone … Mi fermo alla parola assistenzialismo. L’assistenzialismo, soltanto così, è nemico della democrazia, è nemico dell’amore al prossimo. E certe forme di assistenzialismo che non riconoscono la dignità delle persone sono ipocrisia sociale. Non dimentichiamo questo. E cosa c’è dietro questo prendere distanze dalla realtà sociale? C’è l’indifferenza, e l’indifferenza è un cancro della democrazia, un non partecipare. La seconda riflessione è un incoraggiamento a partecipare, affinché la democrazia assomigli a un cuore risanato. È questo: a me piace pensare che nella vita sociale è necessario tanto risanare i cuori, risanare i cuori. Un cuore risanato. E per questo occorre esercitare la creatività. Se ci guardiamo attorno, vediamo tanti segni dell’azione dello Spirito Santo nella vita delle famiglie e delle comunità. Persino nei campi dell’economia, della ideologia, della politica, della società. Pensiamo a chi ha fatto spazio all’interno di un’attività economica a persone con disabilità; ai lavoratori che hanno rinunciato a un loro diritto per impedire il licenziamento di altri; alle comunità energetiche rinnovabili che promuovono l’ecologia integrale, facendosi carico anche delle famiglie in povertà energetica; agli amministratori che favoriscono la natalità, il lavoro, la scuola, i servizi educativi, le case accessibili, la mobilità per tutti, l’integrazione dei migranti. Tutte queste cose non entrano in una politica senza partecipazione. Il cuore della politica è fare partecipe. E queste sono le cose che fa la partecipazione, un prendersi cura del tutto; non solo la beneficenza, prendersi cura di questo …, no: del tutto! La fraternità fa fiorire i rapporti sociali; e d’altra parte il prendersi cura gli uni degli altri richiede il coraggio di pensarsi come popolo. Ci vuole coraggio per pensarsi come popolo e non come io o il mio clan, la mia famiglia, i miei amici. Purtroppo questa categoria – “popolo” – spesso è male interpretata e, «potrebbe portare a eliminare la parola stessa “democrazia” (“governo del popolo”). Ciò nonostante, per affermare che la società è di più della mera somma degli individui, è necessario il termine “popolo”»[7], che non è populismo. No, è un’altra cosa: il popolo. In effetti, «è molto difficile progettare qualcosa di grande a lungo termine se non si ottiene che diventi un sogno collettivo» [8]. Una democrazia dal cuore risanato continua a coltivare sogni per il futuro, mette in gioco, chiama al coinvolgimento personale e comunitario. Sognare il futuro. Non avere paura. Non lasciamoci ingannare dalle soluzioni facili. Appassioniamoci invece al bene comune. Ci spetta il compito di non manipolare la parola democrazia né di deformarla con titoli vuoti di contenuto, capaci di giustificare qualsiasi azione. La democrazia non è una scatola vuota, ma è legata ai valori della persona, della fraternità e anche dell’ecologia integrale.

BOLLETTINO N. 0556 – 07.07.2024 4 Come cattolici, in questo orizzonte, non possiamo accontentarci di una fede marginale, o privata. Ciò significa non tanto di essere ascoltati, ma soprattutto avere il coraggio di fare proposte di giustizia e di pace nel dibattito pubblico. Abbiamo qualcosa da dire, ma non per difendere privilegi. No. Dobbiamo essere voce, voce che denuncia e che propone in una società spesso afona e dove troppi non hanno voce. Tanti, tanti non hanno voce. Tanti. Questo è l’amore politico[9], che non si accontenta di curare gli effetti ma cerca di affrontare le cause. Questo è l’amore politico. È una forma di carità che permette alla politica di essere all’altezza delle sue responsabilità e di uscire dalle polarizzazioni, queste polarizzazioni che immiseriscono e non aiutano a capire e affrontare le sfide. A questa carità politica è chiamata tutta la comunità cristiana, nella distinzione dei ministeri e dei carismi. Formiamoci a questo amore, per metterlo in circolo in un mondo che è a corto di passione civile. Dobbiamo riprendere la passione civile, questo, dei grandi politici che noi abbiamo conosciuto. Impariamo sempre più e meglio a camminare insieme come popolo di Dio, per essere lievito di partecipazione in mezzo al popolo di cui facciamo parte. E questa è una cosa importante nel nostro agire politico, anche dei pastori nostri: conoscere il popolo, avvicinarsi al popolo. Un politico può essere come un pastore che va davanti al popolo, in mezzo al popolo e dietro al popolo. Davanti al popolo per segnalare un po’ il cammino; in mezzo al popolo, per avere il fiuto del popolo; dietro al popolo per aiutare i ritardatari. Un politico che non abbia il fiuto del popolo, è un teorico. Gli manca il principale. Giorgio La Pira aveva pensato al protagonismo delle città, che non hanno il potere di fare le guerre ma che ad esse pagano il prezzo più alto. Così immaginava un sistema di “ponti” tra le città del mondo per creare occasioni di unità e di dialogo. Sull’esempio di La Pira, non manchi al laicato cattolico italiano questa capacità “organizzare la speranza”. Questo è un compito vostro, di organizzare. Organizzare anche la pace e i progetti di buona politica che possono nascere dal basso. Perché non rilanciare, sostenere e moltiplicare gli sforzi per una formazione sociale e politica che parta dai giovani? Perché non condividere la ricchezza dell’insegnamento sociale della Chiesa? Possiamo prevedere luoghi di confronto e di dialogo e favorire sinergie per il bene comune. Se il processo sinodale ci ha allenati al discernimento comunitario, l’orizzonte del Giubileo ci veda attivi, pellegrini di speranza, per l’Italia di domani. Da discepoli del Risorto, non smettiamo mai di alimentare la fiducia, certi che il tempo è superiore allo spazio. Non dimentichiamo questo. Tante volte pensiamo che il lavoro politico è prendere spazi: no! È scommettere sul tempo, avviare processi, non prendere luoghi. Il tempo è superiore allo spazio e non dimentichiamo che avviare processi è più saggio di occupare spazi. Io mi raccomando che voi, nella vostra vita sociale, abbiate il coraggio di avviare processi, sempre. È la creatività e anche è la legge della vita. Una donna, quando fa nascere un figlio, incomincia a avviare un processo e lo accompagna. Anche noi nella politica dobbiamo fare lo stesso. Questo è il ruolo della Chiesa: coinvolgere nella speranza, perché senza di essa si amministra il presente ma non si costruisce il futuro. Senza speranza, saremmo amministratori, equilibristi del presente e non profeti e costruttori del futuro. Fratelli e sorelle, vi ringrazio per il vostro impegno. Vi benedico e vi auguro di essere artigiani di democrazia e testimoni contagiosi di partecipazione. E per favore vi chiedo di pregare per me, perché questo lavoro non è facile. Grazie. Adesso, preghiamo insieme e vi darò la benedizione. [Recita del Padre Nostro] _

[1] G. Toniolo, Democrazia cristiana. Concetti e indirizzi, I, Città del Vaticano 1949, 29.

[2] Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 1.

[3] Conferenza Episcopale Italiana, Ripristino e rinnovamento delle Settimane Sociali dei cattolici italiani, 20 novembre 1988, n. 4.

[4] A. Moro, Il fine è l’uomo, Edizioni di Comunità, Roma 2018, 25.

[5] Discorso al Consiglio d’Europa, Strasburgo, 25 novembre 2014 BOLLETTINO N. 0556 – 07.07.2024 5

[6] Lett. enc. Fratelli tutti, 110. [7] Ivi, 157. [8] Ibid. [9] Ivi, 180-182. [01149-IT.02] [Testo originale: Ital

7 Luglio 2024Permalink

13 gennaio 2024 | 16.25  Il Papa sulle coppie gay

Benediciamo le persone, non le associazioni”

Città del Vaticano, 13 gen. (Adnkronos) – Più di due ore di dialogo tra il Papa e i preti di Roma. L’atmosfera viene definita ‘friendly’. Stamani, nella Basilica di S. Giovanni in Laterano, erano in ottocento tra sacerdoti diocesani, diaconi permanenti e religiosi presbiteri per l’incontro tanto atteso col Papa. I presenti, come riferiscono all’Adnkronos diversi sacerdoti, presenti all’incontro iniziato poco dopo le 9, si attendevano un discorso dal Pontefice. Che, invece, ha subito osservato: “Sono qui per ascoltarvi”.

Benedizione delle coppie gay

Ci sono state diverse domande sulle benedizioni alle coppie omosessuali, al centro di un acceso dibattito in questi giorni. Il Pontefice ha puntualizzato: “Benediciamo le persone, non le associazioni”. Tra i preti che operano a Roma, c’erano anche sacerdoti africani che hanno fatto domande sull’opposizione dei Vescovi africani alle benedizioni in chiesa alle coppie gay. Il pontefice ha affrontato anche questo aspetto, riferiscono i presenti all’incontro. Il Papa ha detto che bisogna tenere presente che ci sono culture diverse, e allora è importante capirsi. Ha detto che il cardinale Ambongo ha avuto un incontro col dicastero per la Dottrina della fede e ha ricordato che c’è stata una sua dichiarazione. Quindi avrebbe osservato: “Quando si affrontano certi temi ci possono essere reazioni giustificabili, tutto si risolve con il dialogo. Con il confronto”. Osservando in sostanza che, se ci sono problemi, se ci sono ‘incomprensioni’, meglio giocare a carte scoperte, inutile parlare alle spalle. Se uno non capisce, che tiri fuori la questione. Un sacerdote ha parlato della pastorale che porta avanti con le coppie omosessuali, raccontando di come siano coppie a tutti gli effetti e della commovente storia di un uomo rimasto vedovo dopo avere perso il compagno . Qualcuno ha colto, poi, alcune parole pronunciate a mezza voce più o meno di questo tenore: “Benediciamo i politici, benediciamo anche questi fratelli”.

·        Benedizioni ai gay, apertura del Vaticano: “Sì a preghiera fuori dai riti”

Benedizione coppie gay, le parole del Papa (adnkronos.com)

Il problema , posto dal papa in precedenza (ad esempio il 19 dicembre scorso come da link)  ,  si è rivelato occasione del riaccendersi del dibattito  a seguito di fortissime proteste all’interno della chiesa cattolica

https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2023/12/19/news/coppie_gay_la_svolta_del_papa-13942512/

 

 

13 Gennaio 2024Permalink

27 agosto 2023 – Un generale si autopropone letterato e il Vicepresidente del Consiglio ne promuove il senso del dovere.

Per parlare del caso chiacchieratissimo del generale R.V. mi appoggio ad autorevoli fonti (citate nei link)  e, per cominciare, mi servo di brevi tratti riportati dalla Agenzia AGI  (cfr link n.1)

 L’esercito apre un’inchiesta interna sul caso Vannacci
Non si spegne la polemica sul libro “Il mondo al contrario”.  © Aleandro Biagianti / Agf – Il generale Roberto Vannacci

AGI – Non accenna a placarsi la polemica sul generale dell’Esercito Roberto Vannacci, autore di “Il mondo al contrario”, un saggio di circa 300 pagine con frasi denunciate come omofobe e razziste. E proprio i contenuti del libro, che hanno fatto esplodere la bufera, sono il motivo della decisione dello Stato maggiore dell’Esercito di sollevarlo dalla guida dell’Istituto geografico militare.

L’Esercito ha ufficializzato l’avvicendamento di Vannacci al comando dell’Istituto Geografico militare di Firenze e l’apertura di un’inchiesta interna in relazione al volume. Il provvedimento, si legge in una nota, è stato adottato “per tutelare sia l’Esercito sia il Generale Vannacci, sovraesposto mediaticamente dalla vicenda legata al suo libro”.

“Va infatti considerato che al Comandante dell’Istituto Geografico Militare è anche attribuita la responsabilità territoriale e la gestione dei rapporti tra Esercito, autorità e istituzioni locali”, si sottolinea. “Parallelamente è stata avviata un’inchiesta volta all’accertamento dei fatti”, un “atto dovuto ai sensi degli articoli 552 e 553 del Testo Unico dell’Ordinamento Militare”.

E, a questo punto, trovo un’espressione che  mi fa paura.
Chi usa la parola dovere in relazione al dirsi del generale R.V. , indicato come leader della Lega, è un ministro della Repubblica e Vicepremier del Governo Meloni.
Trascrivo le poche righe in cui trovo la parola “dovere  “.

“Se il generale scrive qualcosa che non ha niente a che fare con segreti di Stato o con il suo lavoro, ed esprime dei suoi pensieri nero su bianco, ha il DOVERE e il diritto di farlo”.

Nel timore di sbagliare- e di dar luogo a contestazioni  militariste – proseguo con le verifiche.

E nel link n. 2 ritrovo la parola che mi spaventa, dovere, già constatata presente nel n. 1.

Matteo Salvini, ministro e vicepremier, allarga la crepa nel centrodestra sul caso Vannacci. C’è uno spazio politico da occupare subito, quello dove si è ben accomodato il generale che il ministro della Difesa Guido Crosetto ha destituito con provvedimento disciplinare per le tesi omofobe, contro i migranti e le femministe del suo libro. Fonti leghiste fanno infatti sapere di una «telefonata molto cordiale» tra il vicepremier Matteo Salvini e il parà. Salvini promette che leggerà il libro e intanto chiede di giudicare il generale «per quello che fa in servizio. Se poi scrive qualcosa che non ha niente a che fare con i segreti di Stato o il suo lavoro ha tutto il DOVERE e diritto di farlo. La condanna al rogo come Giordano Bruno non mi sembra ragionevole».

E ritrovo la stessa parola anche su Avvenire (quotidiano della CEI) che riporta la stessa citazione del paragrafo precedente depurata dal riferimento ridicolo  (opinione mia) a Giordano Bruno.
Ma la Conferenza Episcopale Italiana aggiunge un’altra nota importante con un riferimento nominativo di cui non sono responsabile.  Scrive  che:

“solo l’outsider Marco Rizzo (Partito comunista – Democrazia sovrana popolare), … invece ha puntato il dito su chi ha ignorato il generale dopo i suoi esposti sull’uranio impoverito e ora lo attacca per delle opinioni personali”.

Quindi, se è vero quello che ha scritto Avvenire, dando voce all’on Rizzo,  la denuncia dell’uranio impoverito  che, per qual cha capisco, “ha a che fare con i segreti di Stato” non ha invece a che fare con il best seller generalizio , voce di un libero cittadino italiano che non viola  in quel testo la disciplina militare..
A me sembra un gioco incrociato di furbacchioni,  ma io sono solo io  come sempre.
Così anche i vescovi  uniti nella CEI hanno il loro  link che porta il n. 3.

Infine cosa ha detto il cittadino Vannacci (libero di esprimere le sue opinioni)  di professione militare con il grado di generale?

Tanto ne hanno scritto i quotidiani e chiacchierato la TV sui più vari canali che preferirei non fare disturbanti citazioni .  Mi limito a una soltanto:

«Il lavaggio del cervello a cui siamo sottoposti giornalmente volto ad imporre l’estensione della normalità a ciò che è eccezionale ed a favorire l’eliminazione di ogni differenza tra uomo e donna, tra etnie (per non chiamarle razze), tra coppie eterosessuali e omosessuali, tra occupante abusivo e legittimo proprietario, tra il meritevole ed il lavativo non mira forse a mutare valori e principi che si perdono nella notte dei tempi?

E concludendo segnalo la silloge delle bravate verbali  proposta da Domani  (link n. 4)

 

LINK numero 1     Agi_Agenzia Italia   22 agosto 2023

Bufera su Vannacci. Salvini sente il generale. Crosetto: ‘Ho agito da ministro’

LINK numero 2     Il sole 24 ore   21 agosto  2023

https://amp24.ilsole24ore.com/pagina/AFOPE6a

LINK numero 3.   Avvenire -21 agosto 2023

Salvini difende il generale: «No al Grande fratello». Lui lo ringrazia (avvenire.it)

LINK numero 4.   Domani  –  22   agosto 2023

Streghe, «invertiti», patria e armi: dieci frasi dal libro “Mondo al contrario” di Vannacci (editorialedomani.it)

27 Agosto 2023Permalink

8 luglio 2023 _ Luigi Sandri della redazione di Confronti sul Caso Mortara

Luigi Sandri (Redazione Confronti)

Il film Rapito di Marco Bellocchio, dedicato a Edgardo Mortara – il bambino ebreo di Bologna (allora parte dello Stato pontificio), nel 1858 nascostamente battezzato da una “colf” cattolica, e quindi fatto rapire da Pio IX e portato a Roma, per essere educato nella fede cattolica – ha fatto assai discutere sui media italiani. Non ci addentriamo, però, in queste valutazioni, ma ci soffermiamo su alcuni aspetti storico-teologici che ci sembra importante ulteriormente illuminare, per evidenziare l’arretratezza culturale e la caparbietà ecclesiale di papa Mastai Ferretti; e le contraddizioni di successivi pontefici.

Reticenze della stampa vaticana sul caso del piccolo ebreo rapito 

Anche L’Osservatore Romano non poteva evitare di confrontarsi con il lavoro di Bellocchio, e dunque con l’operato di Pio IX: e il 30 maggio ha dedicato due pagine al film appena uscito. Sul quotidiano vaticano ne parlano Andrea Tornielli e Andrea Monda – firme autorevoli di quel giornale, e poi una voce esterna, quella di Marco Cassuto Morselli, presidente della Federazione delle Amicizie ebraico-cristiane. Il racconto dei due giornalisti ci appare corretto nella ricostruzione dei fatti storici e, tuttavia – a nostro parere – reticente nel giudizio sull’operato del pontefice che regnò ben trentadue anni (dal 1846 al 1878) sulla cattedra di Pietro: il più lungo pontificato della storia.

È ben vero che è improprio giudicare il passato con il senno di poi, e una mentalità dell’Ottocento con quella prevalente, anche nella Chiesa romana, nel terzo millennio. Ma, proprio ponendoci centocinquanta anni fa, possiamo constatare che già allora vi erano fermenti, in campo cattolico, che iniziavano a mettere in questione alcune prassi in vigore, come quella precisata da Benedetto XIV che, nel 1747, aveva stabilito, ricorda Tornielli: “Ogni bambino battezzato doveva essere educato cattolicamente anche contro la volontà dei genitori”.  Decisione tremenda che, al tempo, fu denunciata dai filosofi illuministi, ma che il magistero papale, arroccato nella difesa della “verità” (o che tale appariva ai suoi occhi) non volle mettere mai in discussione.

Ora, già nel 1858 nel variegato mondo cattolico vi erano intellettuali (scrittori, storici, filosofi e teologi) che – interpellati – forse avrebbero fatto comprendere al papa del tempo che mantener fede a quanto stabilito da un suo predecessore di cento anni prima non era affatto una scelta “necessaria”. Antonio Rosmini era ormai scomparso: ma non ci sarà stato qualche suo discepolo e forse amico, come Alessandro Manzoni, che potesse dare un saggio consiglio al pontefice?

In campo laico, l’imperatore francese Napoleone III e il “premier” sabaudo italiano Camillo Cavour cercarono di persuadere il papa a restituire finalmente alla famiglia natia il bambino ebreo “rapito”. Ma il pontefice fu irremovibile: era convinto che Dio stesso gli imponesse di trattenere Edgardo, per educarlo cattolicamente e in tal modo “salvarlo”. Lo stesso “rapito” era ormai riconoscente al suo rapitore che, pur dopo la presa di Porta Pia (20 settembre 1870) che minò alla radice il potere temporale dei papi, rifiutò di farlo tornare a Bologna: Edgardo proseguì nella nuova fede fino e farsi sacerdote (con grovigli di coscienza che non possiamo indagare, e che forse perfino il dottor Freud avrebbe faticato a dipanare).

Stanti così le cose, non è pregiudizio, ma onesta conclusione tratta non solo dei fatti narrati da Rapito ma anche da una indagine indipendente sulle fonti storiche, affermare che Mastai Ferretti era veramente preda della cecità ecclesiale. Non era una colpa personale ma, diciamo così, istituzionale: la deliberata volontà vaticana di non ascoltare mai gli input dell’Illuminismo (che non era certo infallibile, ma che affermava anche verità indiscutibili sulle quali sarebbe stato atteggiamento prudente misurarsi). Afferma Tornielli: “Oggi un caso Mortara non potrebbe più ripetersi perché la libertà religiosa sancita dal Concilio Vaticano II ha contribuito a cambiare prospettiva”.

Certo: ma non era il caso di riconoscere su L’Osservatore che oggettivamente le idee di Pio IX, che pur caratterizzano anche molti suoi predecessori, e che durarono, in parte, anche dopo, hanno provocato immensi danni alla Chiesa?

E papa Wojtyla proclama “beato” Pio IX

Ventitré anni fa, nel 2000, il numero di marzo di Confronti riportava un’ampia intervista ad Elèna Mortara, la cui bisnonna paterna era sorella dello sfortunato ragazzo. A parte il ribadire quanto fu doloroso, per la sua famiglia, la vicenda del rapimento ordinato a suo tempo da Mastai Ferretti, ella esprimeva sdegno per il papa regnante all’alba del terzo millennio, Giovanni Paolo II. Questi, infatti, aveva appena deciso di “beatificare” insieme, entro pochi mesi – il 3 settembre successivo – Pio IX e Giovanni XXIII.

La notizia giunta dal Vaticano sollevò naturalmente molte proteste non solo nelle comunità ebraiche, ma anche in alcune delle cattoliche. Ma Karol Wojtyla non sentì ragioni, e alla data prefissata elevò Pio IX alla gloria degli altari. A giustificazione della sua decisione, nell’omelia per l’occasione affermò: «Ascoltando le parole dell’acclamazione al Vangelo: “Signore, guidaci sul retto cammino”, il pensiero è andato spontaneamente alla vicenda umana e religiosa del Papa Pio IX, Giovanni Maria Mastai Ferretti. In mezzo agli eventi turbinosi del suo tempo, egli fu esempio di incondizionata adesione al deposito immutabile delle verità rivelate. Fedele in ogni circostanza agli impegni del suo ministero, seppe sempre dare il primato assoluto a Dio ed ai valori spirituali. Il suo lunghissimo pontificato non fu davvero facile ed egli dovette soffrire non poco nell’adempimento della sua missione al servizio del Vangelo. Fu molto amato, ma anche odiato e calunniato.

Ma fu proprio in mezzo a questi contrasti che brillò più vivida la luce delle sue virtù: le prolungate tribolazioni temprarono la sua fiducia nella divina Provvidenza, del cui sovrano dominio sulle vicende umane egli mai dubitò. Da qui nasceva la profonda serenità di Pio IX, pur in mezzo alle incomprensioni ed agli attacchi di tante persone ostili. A chi gli era accanto amava dire: “Nelle cose umane bisogna contentarsi di fare il meglio che si può e nel resto abbandonarsi alla Provvidenza, la quale sanerà i difetti e le insufficienze dell’uomo”.

Sostenuto da questa interiore convinzione, egli indisse [nel 1869] il Concilio ecumenico Vaticano I, che chiarì con magisteriale autorità alcune questioni allora dibattute, confermando l’armonia tra fede e ragione. Nei momenti della prova, Pio IX trovò sostegno in Maria, di cui era molto devoto. Proclamando il dogma dell’Immacolata Concezione, ricordò a tutti che nelle tempeste dell’esistenza umana brilla nella Vergine la luce di Cristo, più forte del peccato e della morte».

Per il papa polacco, dunque, non vi era stata nessuna ombra nel comportamento di Pio IX, che sconsigliasse la sua attuale esaltazione; nessun cenno, perciò, al rapimento di Edgardo. A conforto della sua imbarazzata censura Karol Wojtyla avrà letto il lunghissimo commento che nel 1858 La Civiltà cattolica – la battagliera rivista dei gesuiti fondata otto anni prima – aveva dedicato al famoso rapimento: una difesa d’ufficio che, pur fatta la tara dei diversi tempi tra allora e il terzo millennio, oggi lascia stupefatti per l’arroganza morale e la miopia ecclesiale con cui difende l’indifendibile: e, cioè, la pienissima liceità (anzi, il dovere!) per il papa di rapire un bambino ebreo battezzato contro la volontà dei genitori, per educarlo nella “vera fede”. Del resto – spiegava la rivista – i diritti del Padre celeste vengono ben prima di quelli del padre terreno!!! Ragionamenti lontani anni-luce da quanto, a proposito dell’atteggiamento della Chiesa cattolica verso gli ebrei, affermerà un secolo dopo la Nostra aetate, dichiarazione del Concilio Vaticano II, approvata nel 1965, dedicata relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane.

Ora si rimane basiti nel constatare che, trentacinque anni dopo quell’evento, al quale Giovanni Paolo II aveva personalmente partecipato come arcivescovo di Cracovia, questi non fosse sfiorato da nessun dubbio sulla opportunità di beatificare il “santo rapitore”. Tuttavia, proprio nel 2000 da più parti, all’interno stesso del mondo cattolico, si sottolineò: quali che siano stati i “meriti” di Pio IX, proprio per la vicenda di Edgardo Mortara quel papa non (non!) andava beatificato: egli, invece, andava lasciato nel chiaroscuro del suo tempo e del suo pontificato, con gli storici, ed i fedeli, liberi oggi di apprezzarlo per alcune sue scelte, e di criticarlo per altre. O è una “calunnia” ricordare oggi che Pio IX ordinò di fatto il rapimento di Edgardo?

Commentando su L’Osservatore il film di Bellocchio, Morselli scrive: «Le reazioni che esso susciterà negli ambienti cattolici  diventeranno una cartina di tornasole della recezione degli insegnamenti di Nostra aetate e della diffusione delle acquisizioni del dialogo ebraico-cristiano. È ora necessario che sia l’idea stessa di “conversione degli ebrei” ad essere ripensata dalla riflessione teologica». Auspicio del tutto condivisibile, ma non sappiamo se davvero recepibile – e recepito – dall’Istituzione-Chiesa romana.

 

Il Codice canonico: sì al battesimo a ignari bambini non cristiani

Il rinnovato – alla luce del Vaticano II – Codice di Diritto canonico, varato da papa Wojtyla nel 1983, al canone 868, § 2, afferma: “Il bambino di genitori cattolici e perfino di non cattolici in pericolo di morte è battezzato lecitamente anche contro la volontà dei genitori” (in latino: etiam invitis parentibus). Dunque, in teoria è possibilissimo che si ripeta, magari aggiornata, una vicenda Mortara. Forse, oggi, un piccolo bambino ebreo, battezzato segretamente da una colf che lo ha considerato in pericolo di vita, non sarà rapito (come si potrebbe, davanti alle tv, giustificare un tale delitto?). Ma, pur nel silenzio, e nell’impunità, sarebbe violata la volontà dei genitori.

Rimane un enigma: come, nel post-Concilio, e mentre le strutture vaticane sempre lodano Nostra aetate, è stato possibile varare una tale aberrazione giuridica valida erga omnes (magari in India con un bambino indù, o in Congo con il figliolo di una famiglia seguace di una religione tradizionale africana, o in una clinica del Pakistan, dove la maggioranza della popolazione è musulmana). Ma la spiegazione è semplice, e ferrea: la Chiesa romana, ritenendo che quel bambino, morendo senza battesimo, finirebbe all’inferno (non più al limbo, dato che l’esistenza di quel “luogo” è stata messa in dubbio perfino da papa Ratzinger!), propone di battezzarlo anche contro la volontà dei genitori. Quindi niente segreto: magari una furiosa lite in una stanza di ospedale, dove l’infermiera, obbediente cattolica, riesce infine ad aver la meglio sugli straziati genitori. Ma se questi – supponiamo che il caso avvenisse in Italia – per difendere il loro diritto chiamassero i carabinieri, questi debbono arrestare i genitori che si oppongono al Codice di Diritto canonico, o mettono le manette all’infermiera che viola le leggi di uno Stato laico?

Sullo sfondo, rimane la teologia cara a Pio IX, e tuttora viva sotto traccia nel pensiero di molti prelati: la Chiesa romana, pur “invitis parentibus”, deve far di tutto per battezzare i bambini nati da famiglie non cattoliche e che siano (o sembrino) morenti. Non è nemmeno sfiorata dall’idea che tutti i bambini del mondo, quale che sia la religione o non religione delle loro famiglie, se muoiono vanno dritti dritti in paradiso, seppure non battezzati. Dio è grande e giusto, e non domanda carte di identità ai bambini: per salvarli, se battezzati, e punirli, se non lo sono. NO: il Padre li salva tutti.

Altra cosa, ovviamente, è se si tratta di genitori cattolici che, almeno in teoria, dovrebbero essere felici che il loro piccolo sia  battezzato. Non ci addentriamo, però, in questa problematica che riguarda la prassi, per alcuni fedeli giustissima ma per altri discutibile, di battezzare gli infanti, incapaci di decidere.

Torniamo al figlio di “non cattolici”: la gravità teologica di quel § 2 del canone 868 è evidente, perché trasmette una idea inammissibile di Dio. Eppure rimane nel Codice canonico: come mai, allora, già dalla parte cattolica, non si alza un tuono di proteste per cancellarlo? Oggi la Chiesa romana – ufficialmente – non vuole battezzare gli ebrei; non lo voleva nemmeno ai tempi di Benedetto XIV e di Pio IX. Ma si è riservata, come già allora, una eccezione furba: ove un bambino ebreo sia stato infine validamente battezzato, sia pure invitis parentibus, ormai è cristiano a tutti gli effetti. Dunque “nostro”; e “sbattezzarlo” è arduo. Che fare? I tempi sono calamitosi, ed è “impossibile”, per  ragioni politiche, rapirlo: infatti, un tale atto, pur eseguito invocando il beato Pio IX, susciterebbe un clamore mediatico tale da distruggere il Vaticano. E allora, far finta di niente e lasciare il bambino battezzato, se sopravvive, ai rabbini? Un mare di contraddizioni inestricabili.

L’unica soluzione degna e onesta è che un papa – Francesco oggi regnante, o chi verrà dopo di lui – cancelli quel canone, sostituendolo con un altro che proibisce espressamente di  battezzare in punto (vero o presunto) di morte bambini di famiglie non cattoliche. Tornielli e Monda nei loro commenti su L’Osservatore Romano, ignorano la spinosa questione del canone 868. Ma potrebbero sempre riprenderla…

Da questa pur schematica panoramica, innescata dal film Rapito di Bellocchio, ma esondata anche su altri fatti, emerge che nella Chiesa romana permane una legislazione canonica che sfocia in una violenza oggettiva profonda, seppur in parte diversa da quella che attuò Pio IX contro il piccolo Edgardo. L’ipotesi di un battesimo di bambini (veri o presunti ammalati gravi) invitis parentibus, contraddice frontalmente il Concilio Vaticano II, in particolare la Dignitatis humanae, dichiarazione sulla libertà religiosa. Dunque, quel § 2 del canone 868, e iniziando proprio dal fronte cattolico, andrebbe scardinato, sotto il profilo storico, giuridico, ecclesiale e teologico. Se non ora, quando?

 

7 Agosto 2023Permalink

31 luglio 2023 — Fra Del Rio e Pillon, tutti insieme appassionatamente per tacitare chi nasce da famiglie sbagliate. Si comincia così

Promemoria per me

Da quando ho saputo che all’interno del Pd c’è un gruppo di cattolici (una confessione religiosa  che fa gruppo!? La rinascita della balena bianca!) e ho scoperto che questo gruppo  fa capo a Del Rio che so essere coinvolto in una specie di lobby focolarina ho paura.
Infatti nel trattare della maternità surrogata  Del Rio parte dalla tipologia della maternità  e usa la parola chiave “nascituro”  (il grassetto che metto nel testo  come promemoria è mio)
Mai parla diritto del nato . E’ chiaro che si approfitta del soggetto nato per trasformarlo in nascituro e precipitarsi ad omaggiare Pillon.
E il fondamento della censura deliberata che impedisce di assicurare il diritto dei sans papier a registrare la nascita del proprio figlio e che impedisce ancora  di assicurare la famiglia al figlio di coppie arcobaleno.
E’ molto interessante che questa  notizia sia comparsa su Il tempo.
Mi chiedo se diffonderla consenta di ragionare a chi non vuol sapere che il fondamento di ogni discorso in cui ci sia un minore (e in primis un nato!) .è il suo superiore interesse ( legge 176/1991 art. 3). La diffonderò  oculatamente ma non  voglio illudermi chi per 14 anni non ha voluto capire che chi nasce ha diritto alla registrazione anagrafica si adatti a capire e  a trarne le conseguenze.
Particolarmente rivoltante il Sinodo dei Vescovi del 2015 che si è esplicitamente rifiutato di segnalare fra le difficoltà legate alla famiglia la negazione del certificato di nascita ai figli dei sans papier, un  raggiro che ha funzionato.
Infine la beffa della citazione di  mc4,9
«Chi ha orecchi per intendere intenda!»  (CEI)
«Chi ha orecchi da udire oda» (Riveduta 2020 e Nuova Diodati)

20 luglio 2023  Maternità surrogata, anche il senatore Del Rio del Pd la boccia: “Non è  umana”

Il dibattito sulla gestazione per altri spacca la politica italiana.
La maggioranza ha proposto di rendere universale, ossia perseguibile anche se commesso all’estero, il reato di maternità surrogata. L’aula della Camera ha respinto le pregiudiziali di costituzionalità presentate da Pd e +Europa. I voti a favore sono stati 124, i contrari 187. Oggi, a tornare sull’argomento è stato il senatore del Pd Graziano Delrio.
In un’intervista rilasciata a Il Corriere della Sera, il dem ha bocciato senza mezzi termini la Gpa, presentandola come una pratica “non umana”.
Delrio, medico endocrinologo, si è detto contrario alla maternità surrogata. Il Motivo? “È una pratica in cui non c’è nulla di umanità e non c’è rispetto dei diritti del figlio. È già vietata in Italia, perché comporta lo sfruttamento di altre persone ed è un’offesa alla dignità della donna.  Lo dice la Corte costituzionale, non io. Inoltre: il diritto alla genitorialità non può essere ridotto a una logica di mercato, ignorando i diritti del nascituro“, ha affermato il senatore. Stando alle dichiarazioni di Graziano Delrio, poi, la maternità surrogata solidale, cioè una donazione senza compenso, non esiste. “La relazione tra madre e figlio è una relazione strettissima, biologica, sensoriale, come dimostrato da tutte le ricerche. Non riesco a pensare alla maternità surrogata come un atto di generosità. Perché è comunque un fatto contrattuale ma i figli non si comprano né si vendono”.

Nessun dubbio sull’emendamento Magi. “Rispetto la decisione proposta dei deputati. Avrei personalmente proposto di dire con chiarezza no in Aula: sia al centrodestra, sia alla proposta di Magi.
È un dibattito etico che non si governa con emendamenti. Ci sono implicazioni politiche e sociali: è una responsabilità enorme”, ha detto con chiarezza Graziano DelRio

https://www.iltempo.it/politica/2023/07/20/news/maternita-surrogata-gpa-graziano-delrio-pd-boccia-emendamento-magi-non-umana-36424777/

31 Luglio 2023Permalink

17 LUGLIO 2023 – Ieri è scomparso mons. Luigi Bettazzi, ultimo testimone del Concilio Vaticano II

 

Addio a monsignor Bettazzi, vescovo di sinistra. Era l’ultimo testimone del Concilio Vaticano II

Storia di Serena Sartini • 2 h fa

Addio a monsignor Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea ed ex presidente di Pax Christi, ultimo testimone del Concilio Vaticano II. È morto ieri mattina all’età di 99 anni. «Ha ricevuto l’Eucaristia, l’Unzione degli Infermi e la Benedizione Papale, con grande lucidità – hanno riferito dalla Diocesi – rispondendo con un filo di voce alle preghiere e manifestando una sorridente riconoscenza alle persone che gli sono state accanto».

Nato nel 1923 a Treviso, monsignor Bettazzi in gioventù si era trasferito a Bologna, città di provenienza della madre, dove era stato ordinato sacerdote nel 1946. Ha partecipato a tre sessioni del Concilio Vaticano II al termine del quale è stato ordinato vescovo di Ivrea, diocesi che ha amministrato fino al 1999. Dal 1968 è stato presidente nazionale di Pax Christi, e nel 1978 ne è diventato presidente internazionale, fino al 1985 vincendo per i suoi meriti il Premio Internazionale dell’Unesco per l’Educazione alla Pace. Ultimo testimone del Concilio Vaticano II, monsignor Bettazzi si è portato dietro l’impronta conciliare per tutta la vita: l’attenzione alle questioni sociali, al mondo del lavoro, alla politica, agli ultimi, sono state al centro del suo ministero, durante il quale (ma anche in pensione) ha assunto spesso posizioni scomode e certamente non in linea con la tradizione ecclesiastica. Diventò celebre per lo scambio di lettere col segretario del Partito Comunista Enrico Berlinguer, per il quale fu aspramente criticato, sulla conciliabilità o no della fede cattolica con l’ideologia marxista, o comunque con l’adesione al Partito comunista. Giudicò inaccettabile la decisione di ridurre il personale dell’Olivetti per aumentare la produttività dell’impresa e mettere in salvo i conti. Famoso anche per le sue battaglie per l’obiezione fiscale alle spese militari, nel 1992 partecipò alla marcia pacifista a Sarajevo, insieme a don Tonino Bello, nel mezzo della guerra civile in Bosnia. Altra presa di posizione fortemente criticata fu quella assunta nel 2007, quando si dichiarò a favore del riconoscimento delle unioni civili.

Il cordoglio per la sua scomparsa è arrivato dall’ex premier Romano Prodi – che lo ha definito «voce profetica che ha accompagnato la vita religiosa e civile» – e dall’attuale segretario del Pd, Elly Schlein. Per il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, mons. Bettazzi è stato «promotore di pace e di dialogo con tutti». «Il sorriso, la gentilezza, la fermezza, l’ironia, la capacità di leggere la storia e di portare il messaggio di pace sono stati i suoi tratti essenziali», conclude il presidente dei vescovi italiani. Martedì i funerali nel Duomo di Ivrea.

 

https://www.msn.com/it-it/notizie/italia/addio-a-monsignor-bettazzi-vescovo-di-sinistra-era-l-ultimo-testimone-del-concilio-vaticano-ii/ar-AA1dXq6x?ocid=msedgdhp&pc=U531&cvid=cedc1b1e843d481784a191a50581de8a&ei=11

 

 

17 Luglio 2023Permalink