24 aprile 2021 – Dal 24 aprile 1915, al 25 aprile 1945 a … domani mattina

Troppe questioni si precipitano dentro questo calderone che assomma due giorni:
– il 24 aprile ,   il genocidio armeno  (inizio 24 aprile 2015)
– il 25 aprile, la data simbolo della liberazione.

Il genocidio armeno e non solo
Per la prima data segnalo che oggi il presidente americano Joe Biden ha riconosciuto ufficialmente il genocidio armeno in una dichiarazione diffusa
dalla Casa Bianca, precisando che il gesto è inteso a  “confermare la storia”.
Al link in  calce unisco una piccola, inadeguata
fotografia  del monumento che lo  ricorda.
L’avevo visitato durante un viaggio con alcuni amici ma
il giorno dopo    non ho partecipato all’attività comune
prevista e ho voluto ritornarci da sola.
Sapevo che non  sarei tornata più in  Armenia e quel
monumento  mi aveva suscitato la stessa impressione
indescrivibile del lager di  Majdanek, dove avevo visto (ordinatamente archiviati come gli assassini avevano voluto) i bambolotti giocattolo dei bambini che poco dopo sarebbero stati gasati, per poi cremarne il corpo nudo, privato di tutto, anche dell’ultimo legame d’affetto rassicurante che i bambolotti trasmettono.
Allora constatando una crudeltà gratuita e inutile mi chiedevo  a che cosa servisse rubare bambolotti e conservarli come prede di guerra, in una situazione in cui era ovvio  ammazzare bambini. Non bastava?                            (Anche per questo c’è un link in calce   –  fonte 1)
La spiegazione l’aveva già offerta  Eichmann che durante il processo in Israele (che si sarebbe concluso con la condanna a morte) che i bambini si uccidono perché crescendo, nel ricordo dei loro cari strappati alle loro piccole vite, possono diventare nemici pericolosi.
Nell’Argentina dei colonnelli ne avevano fatto un altro uso: portate le prigioniere incinte fino al parto, le ammazzavano e affidavano i piccoli a coppie desiderose di adozioni.

Ma che c’entrano i bambolotti di Majdanek che mi ossessionano?

Oggi è il 24 aprile e domani è il 25 aprile.

Chi vada a visitare il monumento alla Resistenza in piazza 26 luglio a Udine   potrà leggere una citazione di Pietro Calamandrei che trascrivo:

Quando io considero questo misterioso e miracoloso moto di popolo, questo volontario accorrere di  gente umile, fino a quel giorno inerme e pacifica, che in una improvvisa illuminazione sentì che era giunto il momento di darsi alla macchia, di prendere il fucile, di ritrovarsi in montagna per combattere contro il terrore, mi vien fatto di pensare a certi inesplicabili ritmi della vita cosmica, ai segreti comandi celesti che regolano i fenomeni collettivi, come le gemme degli alberi che spuntano lo stesso giorno s’accorgono che è giunta l’ora di mettersi in viaggio. Era giunta l’ora di resistere; era giunta l’ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini”.

Morire da uomini per vivere da uomini

Forse un punto d’arrivo possibile (non  definitivo certamente).
Le questioni che mi tormentano sono troppo importanti perché io mi senta di chiuderle qui con una analisi insufficiente  e certamente incompleta.
Ma una domanda me la faccio:
Chi domani sarà in piazza (penso più piazze virtuali che fisiche) porterà con sé il pensiero di chi soffre in ogni parte del mondo ma anche vicino a noi,  probabilmente chiederà di affrontare la tragedia delle rotta balcanica con corridoi umanitari, chiederà soccorsi nel Mediterraneo, dirà no ai respingimenti, proporrà progetti solidali, parlerà del 25 aprile nato dal sacrificio consapevole di tanti, compiuto  “per vivere da uomini”.
Un processo lungo, che non si ferma perché da lì è nata la Costituzione.
Ma non  è un processo lineare. Si scoprono e si praticano significati importanti che nascono da mutate situazioni, nazionali e internazionali, da una cultura che ha esplorato altre strade.
Fra le tante cose che sono rimaste un punto fermo in  questa storia è la certezza che

 i figli possono essere usati come armi paralizzanti per i genitori.
Se sarà chiaro che non solo non è stata bloccata una legge che impedisce con un raggir

o crudele di riconoscere i propri nati in Italia ma che tutto questo è accettato dall’opinione pubblica che non trova nulla da dire e consapevolmente tace,  avrà vinto la crepa che introduce la paura come forza che assicura “sicurezza”  oggi … domani chissà.

La legge che ha voluto questa ignobile norma dice proprio così: “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica”.
Certo questo non  è vivere da uomini e da donne
Nello scrivere questo poche note che so ormai essere inefficaci , non mi arrendo al neutro universale. Domani vedremo

Una scommessa con me stessa: Oggi questo scritto va nel mio blog, se la giornata di domani mi consentirà di cambiare idea anche con un piccolo – ma credibile – segnale (no a pacche sulle spalle, reali e simboliche) sarò felice di passarlo su facebook con una autocritica altrimenti metterò in fila un’altra occasione di preoccupazione per il futuro.

(fonte 1)
https://www.lincontro.news/breve-storia-del-genocidio-armeno/

(fonte 2)
14  dicembre  1918 .  Integrazione precoce a Codroipo, provincia di Udine

http://diariealtro.it/?p=6278

 

24 Aprile 2021Permalink

23 aprile 2021- Un discorso di Piero Calamandrei in difesa di Danilo Dolci

IN DIFESA DI DANILO DOLCI  Piero Calamandrei *

 Pubblicato in “Quaderni di “Nuova Repubblica””, 4, 1956, p. 15, anche in “Il Ponte”,XII, 4, aprile  1956, pp. 529-544 e in Processo all’art. 4,”Testimonianze”, 8, pp. 291-316. Testo stenografico dell’arringa pronunciata il 30 marzo 1956 dinanzi al Tribunale penale di Palermo.

(Danilo Dolci era stato arrestato il 2 febbraio 1956 per aver promosso e capeggiato, insieme con alcuni suoi compagni, una manifestazione di protesta contro le autorità che non avevano provveduto a dar lavoro ai disoccupati della zona: la manifestazione era consistita nell’indurre un certo numero di questi disoccupati a iniziare lavori di sterramento e di assestamento in una vecchia strada comunale abbandonata, detta “trazzera vecchia”, nei pressi di Trappeto (provincia di Palermo), allo scopo di dimostrare che non mancavano né la volontà di lavorare né opere socialmente utili da intraprendere in beneficio della comunità. I principali capi di accusa riguardavano la violazione degli articoli 341 (oltraggio a pubblico ufficiale), 415 (istigazione a disobbedire alle leggi), 633 (invasione di terreni) del Codice penale.)

Signori Giudici.

Questo processo avrebbe potuto concludersi, meglio che con la parola mia, con la parola di un
giovane. Le parole dei giovani sono parole di speranza, preannunziatrici dell’avvenire: e questo è un processo che preannuncia l’avvenire.
Avrebbe dovuto parlare prima l’imputato, Danilo Dolci che è un giovane; e dopo di lui, non per
difenderlo ma per ringraziarlo, il più giovane dei suoi difensori, l’avvocato Antonino Sorgi.
Se si fosse fatto così questo processo sarebbe finito da cinque giorni; e da cinque giorni Danilo Dolci e gli altri imputati, i cosiddetti “imputati”, sarebbero tornati a Partinico, invece di tornarvi, come vi torneranno, soltanto stasera, dopo l’assoluzione, a far Pasqua con le loro famiglie.
Ma forse, per la risonanza nazionale e sociale di questo processo, è stato meglio che sia avvenuto così: che abbiano parlato anche i vecchi e meno giovani; e non brevemente.
E così l’onore e la responsabilità di chiudere la discussione e di rivolgervi, signori giudici, l’ultima preghiera che vi accompagnerà in camera di consiglio, sono toccati a me; non solo per la mia età, ma forse anche perché io sono qui, unico tra i difensori, soltanto un avvocato civilista, cioè un avvocato che non ha esperienza professionale di processi penali.
Questo, infatti, non è un processo penale: o almeno non è quello che i profani si immaginano,
quando parlano di un processo penale.

Nel processo penale il pubblico concentra i suoi sguardi sul banco degli imputati, perché crede di vedere in quell’uomo, anche se innocente, il reo, l’autore del delitto: l’uomo che ha ripudiato la società, che è una minaccia per la convivenza sociale.

L’imputato è solo, inconfondibile, diverso agli occhi del pubblico da tutti gli altri uomini, isolato
dentro la sua gabbia e, anche quando la gabbia non c’è, isolato dentro la sua colpa.

Ma questo non è un processo penale: dov’è il reo, il delinquente, il criminale? Dov’è il delitto, in che consiste il delitto, chi lo ha commesso?

Angosciose domande: alle quali forse neanche il P.M., nella sua misurata requisitoria che abbiamo ammirato non tanto per quello che ha detto quanto per quello che ha lasciato intendere senza dirlo, saprebbe in cuor suo dare una tranquillante risposta.

Non a caso qui il banco degli imputati e quello dei difensori sono così vicini, fino a parere un banco solo. Dove sono gli imputati e dove i difensori? Qui, in realtà, o siamo tutti difensori o siamo tutti imputati.

In questa aula, da qualunque parte ci volgiamo, nei vari seggi di essa, non ci sono altri che uomini  che si trovano qui, perché hanno voluto e vogliono prestare ossequio alla legge: osservarla, servirla.

La sigla è quasi si direbbe il vertice magico di questo processo è in quella formula laconica
intarsiata con caratteri antichi sulla cattedra ove siedono i giudici. Non è la solita frase che in altre aule si legge scritta sul muro al disopra delle teste di giudici, quella frase che suscita tante speranze ma anche tante perplessità: “La legge uguale per tutti”. No: il motto di questa aula è molto più laconico, misterioso e conciso come la risposta di un oracolo: “La legge”.

Questo è l’imperativo categorico che ci tiene tutti qui incatenati dallo stesso dovere, appassionati dalla stessa passione: “de legibus”.
Il Tribunale che siede è per definizione l’organo che, amministrando giustizia, fa osservare la
legge. Il P.M., che siede al lato del collegio giudicante, è il rappresentante della legge.
Noi avvocati siamo qui, al nostro posto, per difendere la legge. Dietro a noi, a fianco degli imputati e sulle porte, i commissari e gli agenti  i polizia sono gli esecutori della legge.

E poi ci sono questi imputati: imputati di che? Mah… di nient’altro che di aver voluto anch’essi
servire la legge: di aver voluto soffrire la fame e lavorare gratuitamente allo scopo di ricordare agli immemorì il dovere di servire la legge.

Ma allora vuol dire che siamo tutti qui per lo stesso scopo: quale è il punto del nostro dissidio, quale è il tema del nostro dibattito? Perché noi avvocati stiamo a questo banco degli imputati dietro a noi e i giudici nei loro seggi più alti? di che stiamo noi discutendo?

In verità io non riesco a riconoscere su queste facce di imputati, così tranquille e serene, le tristi impronte della delinquenza; né riesco a scoprire nelle umane facce dei carabinieri che stanno accanto a loro la fredda insensibilità dell’aguzzino. Io so che essi, quando mettono le manette a questi imputati, si sentono in fondo al cuore umiliati e addolorati di questo crudo cerimoniale, che pure hanno il dovere di compiere: quando la mattina gli imputati entrano in quest’aula incatenati, come prescrive il regolamento di polizia, non sono essi che provano rammarico e vergogna per quelle catene. Ho visto con i miei occhi che, nonostante quei polsi serrati nelle manette, le loro facce rimangono serene e sorridenti; ma un’ombra di mestizia traspare sui volti di chi li accompagna.

No no, il dissidio non è qui, in questa aula: il dissidio è più lontano e più alto. Sarebbe follia pensare che Danilo abbia potuto indirizzare agli agenti che lo arrestarono, fatti della stessa carne di questi che oggi lo accompagnano, l’epiteto di ” assassini “. Danilo non parlava e non parla a loro. Gli assassini ci sono, ma sono fuori di qui, sono altrove: si tratta di crudeltà più inveterate, di tirannie secolari, più radicate e più potenti; e più irraggiungibili.

Di quello che è avvenuto, signori del Tribunale, non si deve dare colpa alla polizia, la quale è soltanto una esecutrice di ordini che vengono dall’alto. In quanto a me, vi dirò anzi che ho sentito dire che io dovrei essere debitore, verso qualcuno degli agenti che hanno deposto in questo processo, di speciali ragioni di gratitudine. Dai resoconti dati dalla stampa su una delle prime udienze, alla quale io non ho potuto partecipare, ho appreso che io dovrei ringraziare quel funzionario di polizia che oggi è commissario a Partinico, il dottore Lo Corte, del trattamento di favore che egli mi avrebbe usato a Firenze, nel periodo in cui egli apparteneva alla polizia della Repubblica di Salò: pare che nella sua deposizione egli abbia detto che mi trattò con speciale riguardo perché, quando venne al mio studio per arrestarmi, arrivò un quarto d’ora dopo che io ero uscito e così lasciò ineseguito il suo mandato. In verità io non mi ricordo di lui: e non so se devo essere grato a lui per essere arrivato un quarto d’ora dopo o a me stesso per essere uscito un quarto d’ora prima. Ma in ogni modo sono anche disposto ad essergli riconoscente: non sono queste vicende personali le cose che contano in questo processo.

Quello che conta è un’altra cosa: conoscere il perché umano e sociale di questo processo, collocarlo nel nostro tempo; vederlo, come tu ben dicevi, o amico Sorgi, storicamente, in questo periodo di vita sociale e in questo paese.

Io ho ammirato, lo ripeto, la misura con cui ha parlato il P.M.; ma su due delle premesse (oltreché, ben s’intende, su tutte le sue conclusioni) non posso essere d’accordo: e cioè quando egli ha detto che questa è ” una comunissima vicenda giudiziaria “, e quando ha detto che per deciderla il Tribunale dovrà tener conto della legge ma non delle “correnti di pensiero” che i testimoni hanno portato in questa aula.

Dico, con tutto rispetto, che queste due affermazioni mi sembrano due grossi errori non soltanto sociali, ma anche specificamente giuridici. Non sono d’accordo sulla prima premessa. Questo non è un processo ” comunissimo “: è un processo eccezionale, superlativamente straordinario, assurdo.

Questo non è neanche un processo: è un apologo.

Un processo in cui si vorrebbe condannare gente onesta per il delitto di avere osservato la legge, anzi per il delitto di aver preannunciato e proclamato di volere osservare la legge: arrestati e rinviati a giudizio sotto l’imputazione di volontaria osservanza della legge con l’aggravante della premeditazione!

Per renderci conto con distaccata comprensione storica della eccezionalità e assurdità di questo processo, bisogna cercare di immaginare come questa vicenda apparirà, di qui a 50 o a 100 anni, agli occhi di uno studioso di storia giudiziaria al quale possa per avventura venire in mente di ricercare nella polvere degli archivi gli incartamenti di questo processo, per riportare in luce storicamente, liberandolo dalle formule giuridiche, il significato umano e sociale di questa vicenda.

Quali apparirebbero agli occhi dello storico gli atti più significativi di questo processo?

La sua attenzione si fermerebbe prima di tutto su quella ordinanza del giudice istruttore, con la quale, per negare agli arrestati la libertà provvisoria, si è testualmente affermato la “spiccata capacità a delinquere del detto imputato”: il ” detto imputato “, per chi non lo sapesse, sarebbe Danilo Dolci.

Suppongo che il magistrato che scrisse questa frase non abbia immaginato, al momento in cui la scrisse, il senso di sgomento che in centinaia di migliaia di italiani questa frase ha suscitato, quando l’hanno letta riferita sui giornali: senso di sgomento per lui, non per Danilo Dolci.

Ma, insomma, questa frase è stata scritta; e tra cinquant’anni lo storico la potrà leggere e potrà dire a se stesso:-Ecco, ho avuto la mano felice: ho trovato un caso interessante, il processo di un gran delinquente, un caso tipico di “spiccata capacità a delinquere”.

Ma che cosa ha fatto mai Danilo Dolci per dimostrare questa sua ” spiccata capacità “?

La capacità a delinquere, per me avvocato civilista, ha due aspetti: uno giuridico e uno sociale.
Sotto l’aspetto giuridico mi pare che essa sia la tendenza e la attitudine a violare il diritto altrui;
sotto l’aspetto sociale mi pare sia la incapacità di intendere che la vita in società è fatta di solidarietà e di altruismo: che senza solidarietà e senza altruismo non vi è civiltà. Il delinquente è essenzialmente un infelice esiliato nel suo sfrenato egoismo, un solitario incapace di vivere in società.

Dunque lo storico che si metterà a sfogliare questo processo, quando saranno da lungo tempo caduti e dimenticati quegli articoli della legge di pubblica sicurezza e del codice penale di cui stiamo qui a discutere da una settimana (quegli articoli che già assomigliano a quei gusci vuoti che rimangono attaccati ai tronchi degli ulivi quando già ne è volato via l’insetto vivo), scorrerà attentamente gli incartamenti per ricercare le prove di questa “spiccata capacità a delinquere ” che l’ordinanza istruttoria con tanta durezza preannuncia. E, senza perdersi in sottili acrobazie di dialettica giuridica, si domanderà umanamente: che cosa avevano fatto di male questi imputati? In che modo avevano offeso il diritto altrui; in che senso avevano offeso la solidarietà sociale e mancato al dovere civico di altruismo?

Lo storico arriverà a trovare documentati nel seguito del processo due “misfatti”.

Io mi limito a leggere qualche passo di un solo documento: di un documento che è ancora nelle mie mani e che dà a questa mia difesa il carattere non solo di una testimonianza, ma anche, come ieri vi dicevo, di una complicità.

Quando alla fine dello scorso gennaio Danilo Dolci, dopo essere stato a Torino per consultarsi con i suoi amici sulle azioni che si proponeva di svolgere a Partinico, passò da Firenze nel viaggio di ritorno, venne al mio studio per consigliarsi anche con me come legale ed esser sicuro che quello che stava per fare entrasse perfettamente nei limiti delle leggi. Non mi trovò; e allora mi lasciò una copia del foglietto che in questo momento vi sto leggendo, con questa nota scritta di suo pugno:

“Speravo di vederti e di avvisarti. Un saluto con affetto. Tuo Danilo”. Quando tornai dopo due giorni, e lessi il foglietto, il quale conteneva, come ora vi dirò, il programma di quello che stava per succedere a Partinico, trovai che niente di quello che era preannunciato in tale programma poteva in qualsiasi modo andar contro alle leggi o ai regolamenti di polizia: e per questo mi guardai bene dall’avvertire Danilo Dolci, che intanto era ritornato a Partinico, di astenersi dal fare quello che si proponeva. Se in quello che ha fatto c’è qualche cosa di contrario alla legge, sono dunque responsabile anch’io di complicità e, e forse la mia responsabilità è più grave della sua, perché io dovrei avere quella conoscenza tecnica delle leggi che Danilo non ha.
Dunque, vi dicevo, in questo documento che sto per leggervi c’è la prova di due misfatti.

Il primo misfatto è quello che si proponevano di compiere lunedì 30 gennaio i pescatori di Trappeto.

Si legge testualmente in questa dichiarazione:
“abbiamo ripetutamente documentato alle Autorità direttamente responsabili e all’opinione
pubblica, per anni e anni, la pesca fuori legge della zona, gravissimo danno a tutti noi e
all’economia nazionale.

” E’ profondamente doloroso e offensivo constatare che lo Stato non sa far rispettare le sue leggi più elementari, più giustificate: i mezzi di informazione e di pressione normali in uno Stato civile, qui sono stati assolutamente inefficaci. Decisi a fare rispettare le leggi, promuoviamo un movimento che non si fermerà fino a quando il buon senso e l’onestà non avranno trionfato. Inizieremo lunedì,

30 gennaio, digiunando per 24 ore.”

Seguono circa 300 firme tra loro sono anche numerosi vecchi e ragazzi con piena coscienza
dell’azione.

Questo è dunque il primo misfatto.

Le circostanze sono semplici e chiare. Una piccola popolazione di poveri pescatori vive alla meglio con la pesca del suo mare. Per legge, il tratto di mare più vicino alla costa è riservato alla pesca della popolazione rivierasca; i motopescherecci, devono tenersi al largo. Ma qui i motopescherecci, per vecchio sistema, si beffano sfrontatamente della legge; da tempo vengono a pescare nel mare vicino alla riva, predando il pesce che dovrebbe dar da vivere ai piccoli pescatori. Così i pescatori locali non hanno più da pescare; questa sistematica rapina dei motopescherecci appartenenti a grandi società organizzate e protette dalle autorità, condanna i piccoli pescatori a morire di fame. Ricorrono alle autorità; ma le autorità non provvedono.

Protestano, ma le autorità non ascoltano. Il contrabbando continua: qualcuno pensa che le autorità siano d’accordo coi contrabbandieri; e che ci sia qualcuno in alto che partecipa agli utili del contrabbando.

Allora che cosa fanno i pescatori che da anni reclamano giustizia e non riescono ad averla da chi dovrebbe darla: si ribellano? Si mettono a tumultuare? Rubano? Commettono violenze?

Niente di tutto questo. Arriva Danilo in mezzo a loro e dice: ” Voi non avete da mangiare: non avete di vostro altro che la fame. L’unica protesta che vi rimane è questa: la vostra fame. Siete abituati a digiunare, andiamo tutti insieme a digiunare sulla spiaggia del mare. Stiamo a guardare, digiunando, i contrabbandieri protetti dalle autorità, che continuano a far rapina del pesce che la legge vorrebbe riservato a voi. Consoliamoci insieme col nostro digiuno; mettiamo in comune questo nostro unico bene, la fame. E per essere più sereni, porteremo sulla spiaggia qualche disco e ascolteremo la musica di Bach”. (Qualcuno ha sorriso su questo particolare della musica: non ha ricordato che anche nella prima guerra mondiale questo era il motto dei fanti inchiodati nelle trincee: “canta che ti passa”.)

Allora vengono fuori i commissari di polizia, gli agenti dell’ordine. Voi pensereste che intervengono finalmente per rimettere nella legalità i moto pescherecci contrabbandieri e per far cessare la loro rapina. No gli agenti dell’ordine intervengono per pigliarlsela con Danilo: per diffidare Danilo e i pescatori dal mettere in atto il loro proposito.

– non è permesso digiunare: vi vietiamo formalmente di digiunare.
– Ma come possiamo non digiunare se non abbiamo più pesce da pescare?
– Non importa: digiunate a casa vostra, in privato, in segreto.
E’ un delitto digiunare in pubblico. Digiunare in pubblico vuol dire disturbare l’ordine pubblico.
– l’ordine pubblico di chi? L’ordine pubblico di chi ha da mangiare. Non bisogna disturbare con spettacoli di miseria e di fame la mensa imbandita di chi mangia bene; non bisogna che la gente ben nutrita, che va sulla spiaggia a passeggiare per meglio digerire il suo pranzo, sia disturbata dalla modesta vista dei pallidi affamati.

Questo è il primo misfatto: ora viene il secondo. Si legge sul solito documento.

“I cittadini di Partinico, donne comprese, proseguiranno l’azione giovedì 2 febbraio come è detto nella loro dichiarazione:

“Milioni di uomini nelle nostre zone stanno sei mesi all’anno con le mani in mano. Stare sei mesi all’anno con le mani in mano è gravissimo reato contro la nostra famiglia contro la società.

“Solo qui in Partinico su 25000 abitanti siamo in più di 7000 con le mani in mano per sei mesi all’anno e 7000 bambini e giovanetti non sono in grado di apprendere quanto assolutamente dovrebbero. Non vogliamo essere dei lazzaroni, non vogliamo arrangiarci da banditi: vogliamo collaborare esattamente alla vita, vogliamo il bene di tutti: e nessuno ci dica che questo è un reato.

“E’ nostro dovere di padri e di cittadini collaborare generosamente perché cambi il volto della terra, bandendo gli assassini di ogni genere. Chiediamo alle autorità, di collaborare con noi, indicando quali opere dobbiamo fare e come: altrimenti, assistiti dai tecnici, cominceremo dalle più urgenti.

” Perché sia più limpido a tutti il nostro muoverci, digiuneremo lunedì 30 gennaio; giovedì 2 febbraio cominceremo il lavoro. Frangeremo il pane con le mani. “Vogliamo essere padri e madri anche noi e cittadini.”

Seguono circa 700 firme.

Anche le circostanze di questo secondo misfatto sono chiare.
Ci sono a Partinico, oltre pescatori, altre migliaia di disoccupati. La Costituzione dice che il lavoro è un diritto e un dovere. Allora, che cosa fanno questi settemila disoccupati: invadono le terre dei ricchi, saccheggiano i negozi alimentari, assaltano i palazzi, si danno alla macchia, diventano banditi?

No. Decidono di lavorare: di lavorare gratuitamente; di lavorare nell’interesse pubblico.
Nelle vicinanze del paese si trova, abbandonata, una trazzera destinata al passo pubblico; nessuno ci passa più, perché il comune non provvede, come dovrebbe, alla sua manutenzione; è resa impraticabile dalle buche e dal fango. Allora i disoccupati dicono: “Ci metteremo a riparare gratuitamente la trazzera , la nostra trazzera. Ci redimeremo, lavorando da questo avvilimento quotidiano, da questa quotidiana istigazione al delitto che è l’ozio forzato. In grazia del nostro lavoro la strada tornerà ad essere praticabile. I cittadini ci passeranno meglio. Il sindaco ci ringrazierà”. Che cosa è questo? E’ la stessa cosa che avviene quando, dopo una grande nevicata, se il Comune non provvede a far spalare la neve sulle vie pubbliche, i cittadini volenterosi si organizzano in squadre per fare essi, di loro iniziativa, ciò che la pubblica autorità dovrebbe fare e non fa; e la stessa cosa che avviene, e spesso è avvenuta, quando, a causa di uno sciopero degli spazzini pubblici, i cittadini volenterosi si sono messi a rimuovere dalle strade cittadine le immondizie e in questo modo si sono resi benemeriti della salute di tutti.

Giustamente uno dei difensori che mi hanno preceduto, il collega Taormina, ha detto che questo è un caso di “negotiorum gestio”: un caso, si potrebbe dire, di esercizio privato di pubbliche funzioni volontariamente assunte dai cittadini a servizio della comunità e in ossequio al senso di solidarietà civica.

Allora, per impedire anche questo secondo misfatto, arrivano i soliti commissari Lo Corte e Di Giorgi, e questa volta non si limitano alle diffida e questa volta non si limitano alle diffide. Questa volta fanno di più e di meglio: aggrediscono questi uomini mentre pacificamente lavorano a piccoli gruppi dispersi sulla trazzera, strappano dalle loro mani gli strumenti del lavoro, lì incatenano e li trascinano nel fango, tirandoli per le catene come carne insaccata, come bestie da macello.
Bene.

Rimane dunque inteso che digiunare in pubblico è una manifestazione sediziosa; che lavorare gratuitamente per pubblica utilità, per rendere più strada una pubblica strada, è una manifestazione  sediziosa.
E a questo punto interviene il giudice istruttore a dare il suo giudizio: “spiccata capacità a delinquere”.

E poi riprende la parola il P.M.: “otto mesi di reclusione a Danilo Dolci e ai suoi complici”.
Bene.

Ma come può essere avvenuto questo capovolgimento, non dico del senso giuridico, ma del senso morale e perfino del senso comune?
Guardiamo di rendercene conto con serenità.

Al centro di questa vicenda giudiziaria c’è, come la scena madre di un dramma, un dialogo tra due personaggi, ognuno dei quali ha assunto senza accorgersene un valore simbolico.

E’, tradotto in cruda rossa di cronaca giudiziaria, il dialogo eterno tra Creonte e Antigone, tra Creonte  che difende la cieca legalità e Antigone che obbedisce soltanto alla legge morale della coscienza, alle “leggi non scritte” che preannunciano l’avvenire.
Nella traduzione di oggi, Danilo dice: “per noi la vera legge e la Costituzione democratica”; il commissario Di Giorgi risponde: “per noi l’unica legge è il test unico di pubblica sicurezza del tempo fascista“.

Anche qui il contrasto è come quello tra Antigone e Creonte: tra la umana giustizia e i regolamenti di polizia; con questo solo di diverso, che qui Danilo non invoca leggi “non scritte”. (Perché, per chi non lo sapesse ancora, la nostra Costituzione è già stata scritta da dieci anni.)

Chi dei due interlocutori ha ragione?
Forse, a guardare alla lettera, hanno ragione tutt’e due.
Ma a chi spetta, non dico il peso e la responsabilità, ma dico il vanto di decidere, sotto questo
contrasto letterale, da che parte è la verità: a chi spetta sciogliere queste antinomie?
Siete voi, o Giudici, che avete questa gloria: voi che nella vostra coscienza, come in un alambicco chimico, dovete fare la sintesi di questi opposti.

E qui affiora il secondo sul quale io mi trovo in dissidio con le premesse affermate dal P.M.:,
quando egli ha detto che i giudici non devono tener conto delle “correnti di pensiero”, che i testimoni accorsi da tutta Italia hanno fatto passare in questa aula.

Ma che cosa sono le leggi , illustre rappresentante del P.M. se non esse stesse “correnti di pensiero”? Se non fossero questo, non sarebbero che carta morta: se lo lascio andare, questo libro dei codici che ho in mano, cade sul banco come un peso inerte.

E invece le leggi sono vive perché dentro queste formule bisogna far circolare il pensiero del nostro tempo, lasciarvi entrare l’aria che respiriamo, mettervi dentro i nostri propositi, le nostre speranze, il nostro sangue e il nostro pianto.

Altrimenti le leggi non restano che formule vuote, pregevoli giochi da legulei; affinché diventino sante, vanno riempite con la nostra volontà.

Voi non potete ignorare, signori Giudici, poiché anche voi vivete la vita di tutti i cittadini italiani, il carattere eccezionale e conturbante del nostro tempo: che è un tempo di trasformazione sociale e di grandi promesse, che prima o poi dovranno essere adempiute: felici i giovani che hanno davanti a se il tempo per vederle compiute!

Questo è uno di quei periodi, che ogni tanto si presentano nella vita dei popoli, in cui la gloria di poter costruire pacificamente l’avvenire, il vanto di poter guidare entro la legalità questa

trasformazione sociale che è in atto e che non si ferma più, spetta soprattutto ai giudici. Nella storia millenaria del nostro paese più volte si sono presentati questi periodi di trapasso da un ordinamento sociale ad un altro, durante i quali l’altissimo compito di adeguare il diritto alle esigenze della nuova società in formazione è stato assunto dalla giurisprudenza: basta pensare ai responsa dei prudentes, che hanno gradualmente fatto vivere nella rigidezza del diritto quiritario lo spirito cristiano trionfante nella legislazione giustinianea, o alle opiniones doctorum, che attraverso la decisione di singoli casi giudiziari hanno introdotto negli schemi del diritto feudale lo spirito umanistico del diritto comune.

Anche oggi l’Italia vive uno di questi periodi di trapasso, nei quali la funzione dei giudici, meglio

che quella di difendere una legalità decrepita, è quella di creare gradualmente la nuova legalità promessa dalla Costituzione.

La nostra Costituzione è piena di queste grandi parole preannunziatrici del futuro: “pari dignità sociale”; “rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”;
“Repubblica fondata sul lavoro”; “Diritto al lavoro”; “condizioni che rendano effettivo questo diritto; assicurata ad ogni lavoratore e alla sua famiglia “un’esistenza libera e dignitosa”…

Grandi promesse che penetrano nei cuori e li allargano, e che una volta intese non si possono più ritirare. Come potete voi pensare che i derelitti che hanno avuto queste promesse, e che vi hanno creduto e che chi si sono attaccati come naufraghi alla tavola di salvezza, possono ora essere condannati come delinquenti solo perché chiedono, civilmente senza far male nessuno, che queste promesse siano adempiute come la legge comanda?

Signori Giudici, che cosa vuol dire libertà, che cosa vuol dire democrazia? Vuol dire prima di tutto fiducia del popolo nelle sue leggi: che il popolo senta le leggi dello Stato come le sue leggi, come scaturite dalla sua coscienza, non come imposte dall’alto. Affinché la legalità discenda dai codici nel costume, bisogna che le leggi vengano dal di dentro non dal di fuori: le leggi che il popolo rispetta, perché esso stesso le ha volute così.

Ricordate le parole immortali di Socrate nel carcere di Atene? Parla delle leggi come di persone vive, come di persone di conoscenza. “le nostre leggi, sono le nostre leggi che parlano”. Perché le leggi della città possano parlare alle nostre coscienze, bisogna che siano come quelle di Socrate, le “nostre ” leggi.

Nelle più perfette democrazie europee, in Inghilterra, in Svizzera, in Scandinavia, il popolo rispetta le leggi perché ne è partecipe e fiero; ogni cittadino le osserva perché sa che tutti le osservano: non c’è una doppia interpretazione della legge, una per i ricchi e una per i poveri!

Ma questa è, appunto, la maledizione secolare che grava sull’Italia: il popolo non ha fiducia nelle leggi perché non è convinto che queste siano le sue leggi. Ha sempre sentito lo Stato con un nemico.

Lo Stato rappresenta agli occhi della povera gente la dominazione. Può cambiare il signore che domina, ma la signoria resta: dello straniero, della nobiltà, dei grandi capitalisti, della burocrazia.

Finora lo Stato non è mai apparso alla povera gente come lo Stato del popolo.

Da secoli i poveri hanno il sentimento che le leggi siano per loro una beffa dei ricchi: hanno della legalità e della giustizia un’idea terrificante, come di un mostruoso meccanismo ostile fatto per schiacciarli, come di un labirinto di tranelli burocratici predisposti per gabbare il povero e per soffocare sotto le carte incomprensibili tutti i suoi giusti reclami.

Nella prefazione che Norberto Bobbio ha dettato per il libro di Danilo Dolci Banditi a Partinico, è riportato come tipico un episodio. “Ho fatto più di quattro domande per avere la pensione -dice il padre.-Niente. Mi mandano a chiamare i carabinieri:-ci vuole questo documento
-Subito facciamo questo documento, subito. Poi mi mandano a chiamare in Municipio e mi dicono che ci voleva stato di famiglia, atto matrimoniale, fede di nascita, fede di morte di mio figlio, tutto. Ci ho fatto tutto. Ci ho mandato in Municipio stesso, da lì a Roma. Niente. Dal 1942. E 12 anni “ca ci cumbattu cu sta pensioni”. E la moglie: “Have a cridere che a mia mi ritiraru lu librettu e mi disseru:-Ora se nè po’ ire che vossìa have la pensioni”.

Questa è la maledizione di Partinico, ma questa è sempre stata anche la maledizione di Italia. In ogni regione d’Italia più o meno è così: le leggi per gli umili non contano. Per avere giustizia dagli uffici amministrativi occorre farsi raccomandare da qualche personaggio importante o strepitare.
Ma forse neanche screditare conta; perché se strepita il povero, viene il commissario Di Giorgi che lo porta in prigione.

E allora ecco Danilo:

-Basta con questa maledizione, basta con questa sfiducia; ma basta anche con la violenza. Voi dovete credere nelle leggi; voi dovete credere nella giustizia di chi governa. La legge è come una religione (una religione di cui questa aula giudiziaria è un tempio). Perché la legge faccia i suoi miracoli, bisogna crederci.-

È un ingenuo? È un illuso?

Danilo è stato paragonato a Renzo dei promessi sposi, nella famosa scena dell’osteria.

Ricordate? “pane, abbondanza, giustizia. “Lo sente dire da Ferrer, che era una specie di prefetto di quei tempi. Renzo ci crede: anche lui si mette a ripetere “pane, abbondanza, giustizia”. E va a finire nelle mani dei birri.

Anche Danilo è andato a finire in prigione. E dunque anche lui soltanto ingenuo? Soltanto un illuso?
No: Danilo è qualche cosa di più. Non dimentichiamo come è cominciata la vicenda di Danilo.
Il caso determinante della sua vita è stato l’incontro con un bambino morto di fame. Quando nell’estate del 1952 Danilo ebbe visto morire di fame il figlioletto di Mimma e Giustina Barretta, allora egli si accorse di trovarsi “in un mondo di condannati morte“; e gli apparve chiara l’idea che questo mondo non si redime con la violenza, ma col sacrificio. Fu allora che disse: ” su questo stesso letto dove questa creatura innocente è morta di fame, io, che potrei non essere povero, mi lascerò morire di fame come lui, per portare una testimonianza, per dare con la mia morte un esempio, se le autorità non si decideranno a provvedere “. E dopo una settimana di digiuno, che già aveva ridotto Danilo in fin di vita, le autorità finalmente intervennero, non per pietà, ma per liberarsi dalla responsabilità di lasciarlo morire; essi decisero di offrire subito le prime somme occorrenti per pagare i debiti dei pescatori e dei braccianti del luogo e, e per iniziare i lavori di sistemazione delle strade e delle acque.
Poi nuovamente si fermarono: ma soltanto così Danilo era riuscito a svegliare il torpore burocratico dei padroni. Ma ecco che qui entra ancora in scena il commissario Di Giorgi, che in questo dramma rappresenta la quotidiana certezza del conformismo, la voce scettica dei benpensanti:

Danilo Danilo, sono utopie, sono illusioni! (“fanatismo mistico” ha detto ieri il P.M.).

Par che dica, il commissario Di Giorgi: -Danilo, ma chi te lo fa fare? Sei giovane, sei istruito, sei un architetto, uno scrittore. Non sei di queste terre desolate. Torna ai tuoi paesi. Lascia i poveri di Partinico in compagnia della loro miseria e della loro fame… Danilo, chi te lo fa fare?-

La voce del buonsenso, la voce dei benpensanti; ma Danilo non è un benpensante, non segue la rassegnata è soddisfatta voce del buonsenso.

Danilo mi fa venire in mente la storia di fra Michele Minorita. È un’antica cronaca fiorentina, rievoca anche la figura di un monaco, appartenente all’ordine dei “fraticelli della povera vita”, che praticavano la povertà assoluta che predicavano che nel Vangelo Cristo e gli apostoli non avevano mai riconosciuto la proprietà privata. Il Papa Giovanni XXII condannò questa affermazione come eresia: e fra Michele per averla predicata fu condannato, nel 1389, al rogo.
La cronaca racconta la prigionia e il processo e descrive il corteo che accompagnò dalla prigione al supplizio il condannato e le sue soste lungo la strada, come se fossero le stazioni della Via Crucis.
Dal carcere del Bargello per arrivare al rogo egli passa, scalzo e vestito di pochi cenci, in mezzo agli armigeri, per le vie di Firenze. Due ali di popolo lo stanno a vedere: e gli lanciano al passaggio frasi di incitamento e di scherno, invocazioni esaltate o beffardi consigli. I più lo consigliano all’abiura: “sciocco, pentiti, pèntiti, non voler morire, campa la vita!”.
Ed egli risponde, mentre passa, senza voltarsi: “pentitevi voi de’ peccati, pentitevi delle usure, delle false mercantzie”. (Forse tra quel pubblico che lo incitava a pentirsi e a non voler morire c’era anche, pieno di buone intenzioni, il commissario Di Giorgi: “Illusioni, utopie, chi te lo fa fare?”.)

A un certo punto, quando ormai è vicino al rogo, poiché ancora uno dei presenti torna a gridargli: “Ma perché ti ostini a voler morire?”, egli risponde: “Io voglio morire per la verità: questa è una verità, ch’io ho albergata in me, della quale non se ne può dare testimonio se non morti”. E con queste parole sale sul rogo; ma proprio mentre stanno per dar fuoco, ecco che arriva un messo dei Priori a fare un ultimo tentativo, per persuaderlo a smentirsi e così salvargli la vita. Ma egli dice di no. E uno degli armigeri, di fronte a questa fermezza, domanda: “ma dunque costui ha il diavolo addosso?”; al che l’altro armigero, nel dar fuoco, risponde (e par di sentire la sua voce strozzato dal pianto): “Forse ci ha Cristo”.

Per questo, signori Giudici, voi avete visto le “correnti di pensiero”, che in questo momento sono vicine a Danilo, sfilare in quest’aula a testimoniare. Esse non sono arrivate qui per esercitare su di voi pressioni o intromissioni sulla vostra coscienza intemerata e fiera: sono venute soltanto per testimoniare la loro solidarietà a Danilo. Ma questa solidarietà della cultura italiana per Danilo Dolci è un fatto, che voi non potete ignorare; siete anche voi uomini del nostro tempo, e anche voi sentite il dovere di valutarle, di spiegarle storicamente.

Come si può spiegare questa solidarietà? Certamente voi avete avvertito nelle parole di questi testimoni non soltanto un senso di solidarietà e quasi di complicità con Danilo, ma altresì un senso più profondo, quasi direi di umiliazione e di contrizione di questa cultura: per aver tardato tanto ad accorgersi di questi dolori; per aver atteso, prima di accorgersi, che fosse Danilo a dare l’esempio.

Il carattere singolare ed esemplare di Danilo Dolci e proprio qui: di questo uomo di cultura, che per manifestare la sua solidarietà ai poveri non si è accontentato della parola parlata o scritta, dei comizi, degli ordini del giorno e dei messaggi; ma ha voluto vivere la loro vita, soffrire la loro fame, dividere il loro giaciglio, scende nella loro forzata abiezione per aiutarli a ritrovare e a reclamare la loro dignità e la loro redenzione.

Questa è la singolarità di Danilo: qualcuno potrebbe dire l’eroismo; qualcun altro potrebbe anche essere tentato di dire la santità.
Qui e fuori di qui siamo in molti a pensare e a ripetere che la cultura, se vuol essere viva e operosa, qualcosa di meglio dell’inutile e arida erudizione, non deve appartarsi dalle vicende sociali, non deve rinchiudersi nella torre d’avorio senza curarsi delle sofferenze di chi batte alla porta di strada.

Tutto questo lo diciamo e lo scriviamo da decenni; ma tuttavia siamo incapaci di ritrovare il contatto fraterno con la povera gente. Siamo pronti a dire parole giuste; ma non sappiamo rinunciare al nostro pranzo, al nostro comodo letto, alla nostra biblioteca appartata e tranquilla. Tra noi e la gente più umile resta, per quanto ci sforziamo, come uno schermo invisibile, che ci rende difficile la comunicazione immediata. Il popolo ci sente come di un altro ceto: sospetta che questa fraternità di parole sia soltanto oratoria.

Per Danilo no. L’eroismo di Danilo è questo: dove più la miseria soffoca la dignità umana, egli ha voluto mescolarsi con loro e confortarli non con i messaggi ma con la sua presenza; diventare uno di loro, dividere con loro il suo pane e il suo mantello, e chiedere in cambio ai suoi compagni una delle loro pale e un po’ di fame.

Questo intellettuale triestino, che se avesse voluto avrebbe potuto costruirsi in breve, coi guadagni del suo lavoro di artista, una vita brillante e comoda in qualche grande città e una casa piena di quadri e di libri, è andato a esiliarsi a Partinico, nel povero paese rimasto impresso nei suoi ricordi di bambino, e si è fatto pescatore affamato e spalatore della trazzera per far intendere a questi diseredati, con la eloquenza dei fatti, che la cultura è accanto a loro, che la sorte della nostra cultura è la loro sorte, che siamo, scrittori e pescatori e sterratori, tutti cittadini dello stesso popolo, tutti uomini della stessa carne. Egli ha fatto quello che nessuno di noi aveva saputo fare. Per questo sono venuti qui da tutta Italia gli uomini di cultura a ringraziarlo: a ringraziarlo di questo esempio, di questo riscatto operato da lui, agnus qui tollit peccata di una cultura fino a ieri immemore dei suoi doveri.

Certo, Danilo Dolci non è un personaggio comodo per i commissari di pubblica sicurezza. Io mi immagino i loro discorsi: “In fondo, un brav’uomo. Ma uno scervellato, un seccatore, un piantagrane”.

Mi viene in mente una lettera scritta pochi giorni fa dal mio amico Jemolo a una altissima autorità.
Dopo avere attestato l’altezza morale di Danilo, egli continuava: “Certo sarà noioso per le autorità costituite; ma pensa quanto lo saranno stati a loro tempo San Francesco o San Bernardino da Siena”.

Si, i santi sono noiosi: e in generale, anche senza disturbare santi, è certo che in questa società compressa da una crosta di accomodante scetticismo sono noiosi in generale gli uomini onesti, gli uomini che prendono le cose sul serio. Per chi sta bene e ha la vita facile, sono insopportabili questi importuni che ricordano col loro esempio, fastidioso come un rimprovero vivente, che nel mondo esiste la onestà e la dignità.

Imparai da ragazzo su qualche antologia un episodio della vita di un santo; in questi giorni mi è tornato in mente. Vi confesso che a Firenze, prima di partire per venir qui, invece di consultare i codici per prepararmi a questa discussione, mi sono messo a ricercare nelle vite dei santi il testo preciso di questo episodio: mi pareva di ricordarmi che fosse nella vita di San Filippo Neri ma non l’ho trovato. Forse è nella vita di Don Bosco.

Certo, o l’uno o l’altro, si trattava di un santo: ma finché fu vivo era considerato come un terribile spettatore dei ricchi, alle cui porte andava a battere ogni giorno per chiedere carità per i poveri. A tutti i momenti se lo ritrovavano dinanzi: lì perseguitava con le sue preghiere, fino a che anche i più avari, pur di levarselo di torno, gli davano quello che chiedeva: e lui correva a portare pane agli affamati.

Un giorno andò a bussare alla porta di un signore ricchissimo, ma particolarmente iracondo e

prepotente: e tanto insistè, nonostante i ripetuti dinieghi, che questo alla fine, gonfio d’ira, lo investì di ingiurie e lo prese a schiaffi. Il santo stette impassibile a ricevere le percosse senza muoversi, come se fosse il pagamento di una cosa dovuta: senza neanche ripararsi il viso con le mani (forse lo fece per non essere imputato, dal P.M. di quei tempi, di “resistenza”). E alla fine, quando quel prepotente si fu sfogato, riprese candidamente: “sta bene, questi sono per me: il conto torna. Ma ora bisogna riprendere il nostro discorso: bisogna che tu mi dia i denari per i poveri…”.

Io mi auguro che il P.M. ritrovi per conto suo il testo originale dove questo episodio è raccontato per esteso. Siamo d’accordo: anche Danilo è un seccatore: per questo gli hanno messo i ferri; per questo lo hanno arrestato; per questo lo hanno trascinato nel fango; per questo lo vorrebbero tenere per altri otto mesi in prigione.

E sia pure. E poi? E i disoccupati di Partinico? E la fame di Partinico? I bambini che muoiono di fame a Partinico? Che darete ad essi? Che parola di speranza di conforto uscirà per essi dalla vostra sentenza?

No, questa non è, onorevole signor P.M., una “comunissima vicenda giudiziaria”. Questo non è il processo di Danilo Dolci. Su quella panca degli imputati non c’è lui; altre colpe, altre incurie, altre crudeltà, altri delitti siedono su quella panca: tutti li conosciamo anche voi li conoscete.

Questa non è la causa di Danilo; e neanche di Partinico; e neanche della Sicilia. E’ la causa del nostro Paese: del nostro Paese da redimere e da bonificare.
Si parla tra i giuristi di “bonifica costituzionale”; siate voi, magistrati, gli antesignani di questa bonifica. Nella Maremma della mia Toscana, nelle terre incoltivate che si distribuiscono ai contadini, per poter arrivare a seminare bisogna prima spezzare la crosta di tufo pietroso che vi è depositata da due millenni di alluvioni; per spezzarla occorrono i trattori: e solo così, sotto quella crosta, si trova la terra fertile e fresca, e in essa, ancora intatte le tombe dei nostri padri etruschi.

Bisogna in tutta Italia spezzare nello stesso modo questa crosta di tradizionale feudalesimo e di inerte conformismo burocratico che soffoca la nostra società: e ritrovare sotto la crosta spezzata il popolo vivo, il popolo sano, il popolo fertile, il popolo vero del nostro Paese: e le tradizioni di saggia ed umana equità che esso ha conservato dai lontani millenni.

Vorrei, signori Giudici, che voi sentiste con quale ansia migliaia di persone in tutta Italia attendono che voi decidiate con giustizia, che vuol dire anche con indipendenza e con coraggio questa causa eccezionale: e che la vostra sia una sentenza che apra il cuore della speranza, non una sentenza che ribadisca la disperazione.

Colleghi e amici siciliani, noi siamo venuti in Sicilia, e vi ringraziamo di averci consentito di essere qui al vostro fianco, per dirvi che tutto quello che vi addolora, tutto quello che vi offende, addolora e offende anche noi. Questa vostra angoscia è anche la nostra angoscia: anche noi ci sentiamo bruciare dal vostro sdegno. Vogliamo anche noi prendere sulle nostre spalle, con l’aiuto della Costituzione, il destino del nostro Paese.

Qualche giorno fa, sfogliando un giornale straniero, vi ho letto una notizia dall’Italia che mi ha fatto arrossire. C’era scritto, a proposito di questo processo di Danilo, questo titolo: “In Italia a chi chiede rispetto della Costituzione si nega la libertà provvisoria”. Non è vero, non è vero! Signori Giudici, diteci che non è vero! Permetteteci di dire agli stranieri che non è vero!

Voi dovete aiutarci, signori Giudici a difendere questa Costituzione che è costata tanto sangue e tanto dolore voi dovete aiutarci a difenderla, e a far sì che si traduca in realtà.

Vedete, in quest’aula, in questo momento, non ci sono più giudici e avvocati, imputati e agenti di polizia: ci sono soltanto italiani: uomini di questo Paese che finalmente è riuscito ad avere una Costituzione che promette libertà e giustizia.

Aiutateci, signori Giudici, colla vostra sentenza, aiutate i morti che si sono sacrificati e aiutate i vivi, a difendere questa Costituzione che vuol dare a tutti i cittadini del nostro Paese pari giustizia è pari dignità!

PIERO CALAMANDREI

Biografia   P iero Calamandrei

Nato a Firenze nel 1889. Si laureò in legge a Pisa nel 1912; nel 1915 fu nominato per concorso professore di procedura civile all’Università di Messina; nel 1918 fu chiamato all’Università di Modena, nel 1920 a quella di Siena e nel 1924 alla nuova Facoltà giuridica di Firenze, dove ha tenuto fino alla morte la cattedra di diritto processuale civile.

Partecipò alla Grande Guerra come ufficiale volontario combattente nel 218° reggimento difanteria; ne uscì col grado di capitano e fu successivamente promosso tenente colonnello. Subito dopo l’avvento del fascismo fece parte del consiglio direttivo dell’«Unione Nazionale» fondata da Giovanni Amendola. Durante il ventennio fascista fu uno dei pochi professori che non ebbe né chiese la tessera continuando sempre a far parte di movimenti clandestini. Collaborò al «Non mollare», nel 1941 aderí a «Giustizia e Libertà» e nel 1942 fu tra i fondatori del Partito d’Azione.
Assieme a Francesco Carnelutti e a Enrico Redenti fu uno dei principali ispiratori dei Codice diprocedura civile del 1940, dove trovarono formulazione legislativa gli insegnamenti fondamentali della scuola di Chiovenda. Si dimise da professore universitario per non sottoscrivere una lettera di sottomissione al «duce» che gli veniva richiesta dal Rettore del tempo.
Nominato Rettore dell’Università di Firenze il 26 luglio 1943, dopo l’8 settembre fu colpito da mandato di cattura, cosicché esercitò effettivamente il suo mandato dal settembre 1944, cioè dalla liberazione di Firenze, all’ottobre 1947.

Presidente del Consiglio nazionale forense dal 1946 alla morte, fece parte della Consulta Nazionale e della Costituente in rappresentanza del Partito d’Azione. Partecipò attivamente ai lavori parlamentari come componente della Giunta delle elezioni della commissione d’inchiesta e della Commissione per la Costituzione. I suoi interventi nei dibattiti dell’assemblea ebbero larga risonanza: specialmente i suoi discorsi sul piano generale della Costituzione, sugli accordi lateranensi, sulla indissolubilità del matrimonio, sul potere giudiziario. Nel 1948 fu deputato per «Unità socialista». Nel 1953 prese parte alla fondazione del movimento di «Unità popolare» assieme a Ferruccio Parri, Tristano Codignola e altri. Accademico nazionale dei Lincei, direttore dell’Istituto di diritto processuale comparato dell’Università di Firenze, direttore con Carnelutti della «Rivista di diritto processuale», con Finzi, Lessona e Paoli della rivista «Il Foro toscano» e con Alessandro Levi del «Commentario sistematico della Costituzione italiana», nell’aprile del 1945 fondò la rivista politico-letteraria «Il Ponte».
Morì a Firenze nel 1956.
(a cura della rivista Il Ponte)

23 Aprile 2021Permalink

 14 aprile 2006  –  Liliana Segre, una grande donna in Senato e uno studente dell’università di Bologna in carcere.

UNA GRANDE DONNA ENTRA IN SENATO PER PRENDERSI PERSONALMENTE CURA DEL DIRITTO UMANO DI UN GIOVANE STUDENTE EGIZIANO.

Voglio  iniziare la ripresa del mio blog (bloccato da un po’ per la mia insipienza digitale ma non solo) trascrivendo  le  dichiarazioni della grande senatrice Segre che andrà in Senato nonostante il Covid associato ai suoi 90 anni.

” Ho firmato con profonda convinzione la mozione che chiede al governo di concedere la cittadinanza italiana a Patrick Zaki, detenuto senza alcuna motivazione e senza processo sin dal 7 febbraio 2020 nelle carceri egiziane. Oggi sarò presente in aula per appoggiare la mozione e la liberazione di Zaki“.
Si schiera così con lo studente dell’Alma Mater anche la senatrice a vita Liliana Segre.
“La sua detenzione senza processo è una violazione clamorosa dei diritti umani e civili che lo Stato democratico italiano non può accettare senza fare il possibile per ottenerne la liberazione”.

Cittadinanza a Zaki: si schiera Liliana Segre – Cronaca – ilrestodelcarlino.it

Aggiungo (ma non mi fermerò qui) un mio piccolo articolo sul n.263 di Ho un Sogno, un periodico locale, in cui scrivo della senatrice Segre, quando ancora non sapevo del su ritorno in Senato .

“Tu voltati, voltati sempre a guardare l’altro”
La senatrice Segre è una portatrice di memoria  inquietante . Lo è stata da  quando  è entrata in Senato il 7 giugno 2018  ricordando che  «il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha deciso di ricordare l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali, razziste, del 1938 facendo una scelta sorprendente: nominando quale senatrice a vita una vecchia signora, una persona tra le pochissime ancora viventi in Italia che porta sul braccio il numero di Auschwitz».
I senatori si alzarono in piedi applaudendo, tutti.
La vecchia signora non costituiva una minaccia: simbolo di un ricordo  ingombrante  ma  niente di più.  Molti di loro non si rendevano conto che la senatrice Segre veniva da un’esperienza trentennale di rapporto instancabile con i giovani  cui aveva offerto la conoscenza  non solo di una memoria ferita ma di una  testimonianza incisa nella carne: «  dovevamo cominciare a dimenticare il proprio nome … . Mi venne tatuato un numero sul braccio e dopo tanti anni si legge ancora bene, 75190 ».
E il ricordo si fa presente perché declinato in  parole che evocano l’attualità:  «Sono stata anch’io richiedente asilo, clandestina, respinta . Vivevamo immersi nella zona grigia dell’indifferenza. L’ho sofferta, l’indifferenza. Li ho visti, quelli che voltavano la faccia dall’altra parte. E anche oggi ci sono persone che preferiscono non guardare».
Il crescendo di un discorso  la porta a ricordare « quei tanti che, a differenza di me, non sono tornati dai campi di sterminio, che sono stati uccisi per la sola colpa di essere nati, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento.  Salvarli dall’oblio non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano».
Quando la ‘tentazione dell’indifferenza’  si fa riferimento esplicito è troppo. Ci sono parole che nemmeno  la senatrice  Segre può permettersi di rendere attuali: « Mi rifiuto di pensare che oggi la nostra civiltà democratica possa essere sporcata da progetti di leggi speciali contro i popoli nomadi». E gli applausi dei senatori si fanno selettivi.
E’ difficile chiamare con il suo nome ogni olocausto  e proprio per questo  i nomi vanno ricordati non possono essere affogati nel grigiore dell’indifferenza  “Aktion T4, Porrajmos e Omocausto”.
Per sé non scuotono la coscienza come dovrebbero fare: l’indifferenza li colloca nello spazio del grigiore che li allontana.
Ma ancora una volta è Liliana Segre che offre lo strumento necessario per non renderci ammorbati dall’indifferenza, la forma più comoda del negazionismo.
Ricorda che durante una selezione si rese conto che Janine, la piccola francese che lavorava con lei alla fabbrica di munizioni e la seguiva nella fila di scheletri nudi quali ormai quelle donne erano , si era ferita e sarebbe stata eliminata. Ormai sapeva leggere gli sguardi e i cenni degli aguzzini.
Capì ma non  osò voltarsi per salutarla e se lo rimprovera ancora.
Una scheggia di umanità nella disumanità diventa l’indicazione dell’unica strada possibile:
« Tu voltati, voltati sempre a guardare l’altro »  perché ciò di cui non si nega la vista, esiste e va affrontato con  la dignità  degli sguardi che si incontrano. Non sempre succede.

C’è una connessione fra le due notizie? Nel mio intento sì e ne scriverò presto.

14 Aprile 2021Permalink

25 marzo 2021 – dantedì

Dantedì 2021: cos’è e perché si celebra il 25 marzo

Il 25 marzo è la giornata nazionale in memoria del poeta Dante Alighieri e quest’anno ricorrono inoltre i 700 anni dalla sua morte. Per questa ragione il Ministero dell’Istruzione e quello della Cultura hanno organizzato una serie di attività ed eventi per celebrare l’importante anniversario.

Quella del 25 marzo non è una data scelta a caso perché, secondo gli studiosi, sarebbe la data d’inizio del viaggio nell’aldilà della Divina Commedia. Il primo canto dell’Inferno infatti dovrebbe collocarsi nella notte tra giovedì 24 e venerdì 25 marzo del 1300, anno in cui Dante Alighieri aveva 35 anni. “Nel mezzo del cammin di nostra vita” ci indica l’età del poeta, 35 anni, perché secondo il Salmo XC.10, “I giorni dei nostri anni arrivano a settant’anni e per i più forti a ottanta”. Se si considera perciò che l’età media di un uomo è di circa settant’anni, la metà di questa cade proprio a 35.
Dantedì – RaiPlay

A Orvieto quadro inedito di Dante con la barba: “Boccaccio lo descriveva così, tela unica al mondo”

Un Dante inedito, con la barba. È quello ritratto in questa tela custodita nella stanza del sindaco di Orvieto da tempo immemorabile, ma la sua importanza è stata riconosciuta solo ora, per le celebrazioni dei 700 anni dalla morte del Poeta. “L’iconografia dantesca lo riproduce sempre senza barba, eppure il primo biografo di Dante, Giovanni Boccaccio, nel “Trattatello in laude di Dante” dice che i capelli e la barba del poeta erano spessi, neri e crespi”, spiega Daniele Di Loreto, presidente della Fondazione ‘Claudio Faina’. Perché dunque Dante è sempre stato riprodotto senza barba? “Una risposta l’abbiamo trovata nell’articolo di un professore di Bitonto – continua Di Loreto – la barba la portavano i rivoluzionari e Dante non poteva essere considerato tale”.

https://video.repubblica.it/cronaca/dante-forse-aveva-la-barba-come-appare-in-un-dipinto-inedito-custodito-ad-orvieto/384398?video&ref=RHTP-BS-I270682269-P4-S3-T1

Per l’edizione 2021 del Dantedì, il giorno in cui si ricorda il grande Dante Alighieri (Firenze, 1265 – Ravenna, 1321) il Comune di Orvieto richiama l’attenzione su un dipinto recentemente scoperto: si tratta di un singolare ritratto di Dante, del Cinque-Seicento, in cui il Sommo Poeta è raffigurato con la barba. Non è l’unica immagine in cui l’autore della Divina Commedia è barbuto (la più famosa è sicuramente quella di Andrea del Castagno), ma di sicuro non è un’iconografia così diffusa. L’opera, che da anni si trova nell’ufficio del sindaco di Orvieto, sarà protagonista di una mostra che si terrà a settembre alla Fondazione “Claudio Faina” di Orvieto, intitolata Il vero volto di Dante Alighieri – Sulle tracce del Sommo Poeta a Orvieto.

Non conosciamo l’autore del dipinto: il pittore tuttavia appare palesemente ispirato dai ritratti della serie gioviana del fiorentino Cristofano dell’Altissimo (i modi sono simili), oltre che dalla descrizione che Giovanni Boccaccio fa del volto di Dante Alighieri nel Trattatello in laude di Dantescritto tra il 1351 e il 1355, in cui si legge: “Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso”.

“Il quadro di Dante con la barba”, ha dichiarato Roberta Tardani, sindaco di Orvieto e assessore alla cultura, “rappresenta assolutamente un inedito. Il dipinto si trova nella stanza del sindaco di Orvieto da tempo immemorabile ma non ha mai destato curiosità particolare. Ci siamo accorti di questa originalità nel momento in cui abbiamo pensato di organizzare qualcosa per le celebrazioni dei settecento anni dalla morte di Dante Alighieri. L’esposizione si terrà nelle sale del Museo Faina presumibilmente a partire dal 14 settembre, data della morte del poeta, e sarà gratuita per i residenti di Orvieto ma stiamo anche pensando ad accordi di reciprocità con gli altri Comuni del comprensorio per favorire l’acceso gratuito dei nostri cittadini ai loro musei e viceversa. L’iniziativa del quadro sarà certamente centrale ma non l’unica. Da domani e nel corso dell’anno ci saranno anche altre manifestazioni collaterali che coinvolgeranno il Centro Studi Città, la scuola comunale di musica e gli istituti scolastici superiori della città. Vogliamo lanciare un messaggio, quello di ripartire con la cultura, con i beni culturali, che consideriamo il bene più prezioso di cui la nostra realtà dispone”.

“Perché”, si domanda Daniele Di Loreto, presidente della Fondazione Faina, “se Dante è descritto da Boccaccio con una barba folta nessuno, tranne l’autore di questo dipinto, lo ha ritratto con la barba? Il primo mistero è che non sappiamo chi sia l’autore. Secondo, non sappiamo la data di realizzazione. A giudizio di alcuni storici dell’arte che abbiamo interpellato dovrebbe essere riconducibile verso la fine del Cinquecento, potrebbe essere un allievo di Cristofano dell’Altissimo, il pittore che ha realizzato, copiato almeno 280 ritratti della collezione di Paolo Giovio nota come ‘serie gioviana’, la maggior parte di essi esposti nella Galleria degli Uffizi di Firenze. Terzo mistero, ci sono due lettere sul retro della cornice, ‘PC’, che presumibilmente dovrebbero essere del committente, il primo proprietario del quadro, ma non lo abbiamo identificato. Quarto, non sappiamo come sia arrivato ad essere inventariato tra i beni del Comune di Orvieto: certamente una donazione, con buona probabilità si tratta di Filippo Antonio Gualterio, un orvietano famoso vissuto nell’Ottocento, politico e storico, senatore del Regno d’Italia, Ministro dell’Interno della Real Casa. A giudizio di un altro storico dell’arte che abbiamo interpellato la barba potrebbe essere posticcia, dipinta successivamente al quadro originale e anche questo sarebbe un altro mistero. L’obiettivo di questa iniziativa è suscitare curiosità e interesse su questo singolare e originale dipinto su cui nelle prossime settimane continueremo le indagini e gli approfondimenti tecnici per dare risposta a tutti i nostri interrogativi”.

Il municipio di Orvieto non è l’unico luogo in città che conserva un ritratto di Dante: esiste infatti quello, celeberrimo, che Luca Signorelli affrescò nella Cappella Nova, o Cappella di San Brizio. E anche l’Opera del Duomo ricorderà il settecentenario dantesco. “Sono molto contento di questa opportunità che ci viene data in occasione della celebrazione dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri”, ha detto Andrea Taddei, Presidente dell’Opera del Duomo di Orvieto, “una opportunità che ha dato luogo ad un lavoro coordinato tra varie istituzioni ed enti culturali che operano a vario titolo nella Città di Orvieto. L’Opera del Duomo di fatto ha già una mostra permanente di Dante all’interno della Cappella di San Brizio. Non abbiamo ancora stabilito le date precise ma anche noi contiamo di ripartire e presentare tra settembre/ottobre 2021, possibilmente in presenza, due o forse tre eventi programmati. L’intento è di ripartire con la promozione culturale e turistica collegando l’iconografia presente nella Cappella di San Brizio e le prime stampe della Divina Commedia. Proprio in Umbria, infatti, venne stampata nel 1472 la prima edizione della Divina Commedia per poi arrivare al 1481 alle edizioni fiorentine. I lavori del Signorelli in Duomo sono datati tra il 1499 e il 1503 quindi potremo offrire ai visitatori una lettura organica che possa dare visibilità alla parte iconografica delle straordinarie immagini della cappella Nova del duomo di Orvieto con gli scritti della Divina Commedia. Il quadro di Dante Alighieri con la barba che si trova nell’ufficio del Sindaco di Orvieto, costituisce sicuramente una unicità che apre una lettura diversa e nuova rispetto a quella che già abbiamo di Dante Alighieri”.

Nel frattempo, per il Dantedì si tengono alcune iniziative virtuali per festeggiare il poeta. Sulle tracce di Dante Alighieri a Orvieto è il titolo del video realizzato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Orvieto in collaborazione con la Scuola Comunale “Adriano Casasole” e la Nuova Biblioteca pubblica “Luigi Fumi”. Dal Pozzo di San Patrizio e dalla Cappella di San Brizio in Duomo, Alessio Tempesta e l’attrice orvietana Giulia Schiavo leggeranno il VI Canto del Purgatorio mentre il conduttore televisivo e scrittore Guido Barlozzetti parlerà del rapporto tra l’arte e la Divina Commedia riassunto nei dipinti di Luca Signorelli. Il video, che sarà pubblicato sui canali social e You Tube, rappresenterà una sorta di teaser dell’evento Dante, il Poeta del Finimondo che organizzerà il Centro studi “Città di Orvieto” a settembre. Sempre on line domani si terrà l’iniziativa Dante, uomo in viaggio promossa dall’Unitre di Orvieto con gli interventi di Franco Raimondo Barbabella, Donato Catamo, Raffaele Davanzo, Roberta Menichetti, Fioralba Salani e la partecipazione degli studenti del liceo classico “F.A. Gualterio”. Sempre a settembre è in programma anche la produzione musicale-culturale a cura della Scuola comunale di musica che unirà due celebrazioni importanti quella dei 100 anni dalla morte di Mancinelli e quella dai 700 di Dante: il legame sarà l’opera lirica Paolo e Francesca scritta dallo stesso Mancinelli per i versi di Arturo Colautti e riferita al V Canto dell’inferno della Divina Commedia.

Orvieto celebra il Dantedì con questo singolare ritratto di Dante barbuto (finestresullarte.info)

 

25 Marzo 2021Permalink

23 marzo 2021 – Nel mirino della Cdf la Chiesa tedesca. Che risponde picche    Ludovica Eugenio

Tratto da: Adista Notizie n° 12 del 27/03/2021
19/03/2021 Nel mirino della Cdf la Chiesa tedesca. Che risponde picche    Ludovica Eugenio

40589 ROMA-ADISTA. Il Responsum della Congregazione per la Dottrina della Fede (Cdf) che esclude la possibilità di celebrare riti di benedizione per le coppie omosessuali (v. qui) ha provocato, come era prevedibile, reazioni molto accese. Soprattutto perché si coglie l’inquietudine del Vaticano nei confronti delle iniziative volte, in particolare nella Chiesa tedesca, a trovare soluzioni a questo riguardo: il Cammino sinodale che lì si sta svolgendo prende infatti in esame anche il tema dell’inclusione ecclesiale delle persone omosessuali e di una forma liturgica di benedizione delle coppie gay. E come ci si poteva attendere, i primi a fare un salto sulla sedia sono proprio i vescovi tedeschi, primo tra tutti il presidente della Conferenza episcopale e vescovo di Limburg mons. Georg Bätzing, che più volte si era espresso a favore (v. Adista Notizie n. 1/21), e che qualche mese fa aveva indetto una consultazione tra i teologi diocesani: 32 su 38 si erano detti favorevoli alla benedizione.

«Non sono contento»

Anche in questa occasione, Bätzing ha subito manifestato le sue perplessità: «Le considerazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede oggi devono avere e ovviamente avranno il loro spazio nelle discussioni del Cammino sinodale», ha detto a Bonn (katholisch.de e Kna, 15/3), ma il dialogo di riforma della Chiesa in Germania, portato avanti dalla Conferenza episcopale insieme al Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK), «si sforza di discutere la questione delle relazioni di genere in un modo complessivo che tenga conto anche della necessità e dei limiti dello sviluppo del magistero della C hiesa».

Nel documento sulla benedizione delle coppie gay, la Congregazione per la Dottrina della Fede «riflette lo stato dell’insegnamento della Chiesa così come è espresso in diversi documenti romani», ha detto Bätzing. In Germania e in altre parti della Chiesa si discute da tempo sul modo in cui «si possa portare avanti con argomenti solidi questo insegnamento e il suo sviluppo sulla base delle verità fondamentali di fede e morale, della riflessione teologica in corso e anche nell’apertura ai recenti risultati delle scienze umane e alle condizioni di vita delle persone di oggi». Non ci sono risposte facili a questioni come questa, ha detto il vescovo. Bätzing si è anche detto «non contento » che il Vaticano sia così massicciamente coinvolto nel dibattito su una benedizione per le coppie dello stesso sesso: «Dà l’impressione che l’attuale dibattito teologico in varie parti della Chiesa universale, anche qui in Germania, debba terminare il più rapidamente possibile», cosa che non è possibile, «perché la discussione procede intensamente e con buoni argomenti, e le indagini teologiche sulla pratica pastorale oggi non possono essere eliminate semplicemente con un’affermazione di potere».

Deluso il vescovo di Essen, mons. Franz- Josef Overbeck, che ha detto al Bild: «Continueremo ad accompagnare tutte le persone nella cura pastorale se lo richiedono, indipendentemente dalla situazione di vita». E anche il vescovo di Mainz, mons. Peter Kohlgraf: «Mi rendo conto di quanti fedeli siano delusi e feriti da questo, non solo i diretti interessati. Prendo la cosa molto seriamente».

Naturalmente c’è anche una parte dell’episcopato tedesco soddisfatto per la posizione espressa dal Vaticano: «Ringrazio papa Francesco per aver chiarito la questione», ha detto alla Kna il vescovo di Ratisbona mons. Rudolf Voderholzer, mentre quello di Passau, mons. Stefan Oster, si è detto «grato», sul suo sito web, per la dichiarazione vaticana, nella speranza che «dia orientamento e quindi promuova anche una maggiore unanimità». Con l’approvazione di papa Francesco, la Congregazione per la Dottrina della Fede «ha chiarito una questione che preoccupa intensamente la Chiesa in Germania, ma anche nel mondo, e che porta alla polarizzazione». Stessa posizione per il vescovo di Görlitz, mons. Wolfgang Ipolt, «Secondo me – ha detto – il no alla benedizione riguarda soprattutto un chiaro rafforzamento del matrimonio tra un uomo e una donna e per noi cattolici anche del sacramento del matrimonio».

Molto accesa la reazione su Facebook, al contrario, del rettore della cattedrale di Worms Tobias Schäfer, che fa propria la frase di Lutero davanti a Carlo V: Hier stehe ich, ich kann nicht anders (Qui io mi trovo, non posso farci niente): «Se la Chiesa non ha l’autorità di benedire laddove la gente desidera la benedizione, non ha forse abbandonato il suo compito più elementare? La benedizione non è uno strumento di giudizio morale! È la promessa che Dio è lì, che cammina con noi, nella buona e nella cattiva sorte. Che arroganza credere che dobbiamo proteggere Dio da situazioni presumibilmente peccaminose; che dobbiamo proteggere la benedizione di Dio affinché non raggiunga le persone “sbagliate”. (…) Dove la Chiesa pensa di doversi fare custode della benedizione di Dio, non è più una benedizione per il mondo. Come sacerdote, ho promesso rispetto e obbedienza (…) eppure, proprio per questa obbedienza, c’è anche un punto in cui devo dire: dare la benedizione di Dio a chi ne ha bisogno, la chiede, la desidera: questo non posso e non voglio negarlo a nessuno. “Qui io mi trovo, non posso farci niente…”».

La rabbia delle associazioni

Fortemente deluso è Thomas Sternberg, presidente dello ZdK, la più grande associazione laicale in Germania, che affianca la Conferenza episcopale nel Cammino sinodale. In una dichiarazione pubblicata sul sito dell’associazione, Sternberg si è detto deluso dal documento vaticano, che fa parte di una «sequenza di elementi che turbano il Cammino sinodale». Le benedizioni sono un argomento che viene discusso non solo in Germania ma anche altrove, ha detto Sternberg. L’attualizzazione dell’insegnamento cattolico, che i teologi morali chiedono da tempo, non dovrebbe essere semplicemente respinta, e il catechismo da solo non basta a giustificarlo. Sternberg ha anche criticato la «fissazione sull’atto sessuale» del Responsum della Congregazione: è «riduttivo, inappropriato e non più compreso dai credenti».

Un’aspra critica giunge dalla Comunità Cattolica Femminile in Germania (Kfd). «Rifiutiamo con nettezza la posizione di Roma pubblicata oggi – si legge in un comunicato – anche se conosciamo la tensione tra l’insegnamento della Chiesa e la realtà della vita delle persone»; «A noi è chiaro che dobbiamo continuare a parlare di questo argomento nel Cammino sinodale». Anche l’Associazione delle Donne Cattoliche Tedesche (Kdfb) ha espresso un’analoga posizione: «La KDFB – ha affermato la vicepresidente Birgit Mock, si impegna a sviluppare una morale sessuale che rispetti la realtà della vita delle persone»; «prendiamo atto del categorico no da Roma, ma vediamo nel Cammino sinodale, che stiamo percorrendo insieme allo ZdK e alla Conferenza episcopale, l’approccio giusto per pensare ulteriormente alle relazioni di genere e per prendere decisioni appropriate». «Inqualificabile» è il Responsum per il movimento Wir sind Kirche (Noi siamo Chiesa): un documento che «illustra ancora una volta che il tentativo di Roma di imporre, dall’alto, regole di fede e di morale in tutto il mondo senza impegnarsi nel dialogo con le Chiese locali non può avere successo». In Austria, nel frattempo, il movimento di preti e diaconi Pfarrerinitiative – 350 membri e 3.000 laici che lo appoggiano – intende ignorare il divieto del Vaticano e continuare a benedire le coppie dello stesso sesso. Il documento della Cdf rappresenta una «ricaduta in tempi che speravamo di aver superato con papa Francesco»; «non sarà rifiutata nessuna coppia che chieda di celebrare la benedizione di Dio, che sperimenta quotidianamente, anche nel culto».

I teologi Goertz e Striet: la Chiesa decide ciò che è buono

Un lungo e argomentato articolo, molto duro contro il Vaticano, è apparso sul portale internet della Chiesa tedesca katholisch.de a firma di Stephan Goertz, professore di teologia morale all’Università di Mainz, e Magnus Striet, titolare della cattedra di teologia fondamentale presso la facoltà di teologia cattolica dell’Università di Friburgo (15/3). «La Curia Romana è preoccupata», scrivono i teologi. «Preoccupata che nella Chiesa cattolica siano benedette relazioni umane che contraddicono i piani di Dio. Ciò che è moralmente inammissibile non dovrebbe essere approvato dall’azione della Chiesa. La preoccupazione è ancora una volta rivolta alla sessualità umana» e, «indipendentemente dalla propria insignificanza di fatto in questo campo, evidente a partire dall’Humanae vitae (1968) al più tardi», la Cdf «rivendica una competenza speciale in materia di etica sessuale affermando che è moralmente lecito condannare ogni pratica sessuale al di fuori del matrimonio tra uomo e donna». Poiché infatti per la Chiesa la sessualità è espressione di amore solo se è aperta alla procreazione, «la lettura romana del messaggio evangelico è inequivocabile: i rapporti omosessuali non devono mai essere intesi come rapporti d’amore. E se lesbiche e gay pensano di amarsi, allora si sbagliano: la loro felicità è solo un’illusione». La Congregazione per la Dottrina della Fede «sembra molto certa di conoscere la volontà di Dio»; fa riferimento ai piani di Dio «così come sono interpretati e proclamati fedelmente dalla Chiesa, o come lo sono stati in passato. «La Chiesa decreta ciò che è buono, perché sa di essere autorizzata a determinare ciò che è buono. L’obbedienza e non l’intuizione è l’atteggiamento appropriato verso questa comprensione di se stessi». Giunti all’ottavo anno di pontificato di papa Francesco, si sperava che l’insegnamento della Chiesa potesse distaccarsi un po’ dal passato, in questo campo. Invece Francesco «si mostra un discepolo obbediente dei suoi predecessori».

La Congregazione, proseguono i due teologi, dimostra di ignorare che esiste uno spettro di orientamenti sessuali, come hanno dimostrato da tempo le scienze umane. Il riferimento è sempre «l’ordine oggettivo della creazione contro gli standard scientifici umani». Non ci sono altri argomenti. «È interessante notare che nella lettera non vi è alcun riferimento alle condanne bibliche delle pratiche omosessuali. Questo fa sperare che almeno la letteratura esegetica sia ormai penetrata nelle mura del Vaticano». Ciò che alla fine colpisce della lettera è quanto sia forte il dissenso rispetto a ciò che costituisce il centro delle relazioni amorose moderne: «Non considerazioni sociali o contrattuali, ma affetto e libero consenso. Quale desiderio sessuale prevalga qui è irrilevante. L’unica questione decisiva è se l’altra persona sia intesa come persona. E Dio non dovrebbe voler benedire tali relazioni?».

Se con “piano divino”, inoltre, si intende solo la generazione della prole, «la creatività di Dio in termini di piani sembrerebbe un po’ limitata. E quando si dice, con una citazione di Francesco, che coloro che manifestano la tendenza omosessuale devono avere gli aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita, rimaniamo senza parole. Cosa viene consigliato qui? Di superare la propria inclinazione? Un’astinenza sessuale completa? Il documento è bloccato in un insegnamento morale formulato negli anni ’50».

Insomma, «parlare di rispetto, compassione e tatto e allo stesso tempo negare la realtà dell’omosessualità e dell’amore degli omosessuali, testimonia non solo l’estraneità al mondo, ma anche un concetto di moralità premoderna ». E «sempre meno persone sono disposte a sottomettersi alla pretesa che il Magistero possa decidere di propria autorità cosa sono autorizzate a fare in questioni morali e cosa no. Non ci si deve illudere: la Congregazione per la Dottrina della Fede non vuole che le unioni omosessuali siano considerate relazioni d’amore nella Chiesa cattolica. L’unica domanda è quale prezzo i vescovi sono disposti a pagare per questo rifiuto ». Naturalmente, però, «la maggioranza non è necessaria nella verità. Ma vista la natura esplosiva della questione della benedizione delle coppie omosessuali, che può intervenire profondamente nella realtà della vita delle persone credenti, si dovrebbe almeno cercare di trovare delle ragioni invece di riferirsi solo a un ordine divino della creazione». È necessario infatti il diritto delle persone all’autodeterminazione e, fintanto che tale ordine non va contro i diritti personali degli altri, dovrebbe essere praticabile per le persone. Questo responsum, in definitiva, «difficilmente potrà contare sull’obbedienza. Tuttavia, è indicativo di quanta fatica faccia Roma con il pensiero moderno della libertà. L’ombra dell’ultimo pontificato è lunga

23 Marzo 2021Permalink

13 marzo 2021 – Genere e linguaggio

Dal 31 gennaio non scrivo nulla nel mio blog: sono preoccupata e in qualche modo intristita.
Ma ho deciso che così non va. Il mio povero rozzo blog, da anni aggiornato, arricchito da un piccolo glossario,  mi ha consentito e so che mi consentirà ancora  di tirare un filo rosso fra notizie e considerazioni.
Mi è servito molto e mi servirà ancora in questo clima di paura indotta che mi fa temere il dopo covid più del covid.
Leggendo una serie di considerazioni sul genere nel linguaggio scritto e orale, mi stavo chiedendo “che fare?” e poi ho trovato questo intervento magistrale che mi ha convinto ad andare avanti.
La sigla che si può leggere più sotto, CPO; significa Comitato Pari Opportunità ecc.

Grammatica e pregiudizi

26 Gen 2020 | #16 Febbraio ll | Il linguaggio semplice | Magazine | Rubriche in Homepage | Uguaglianza e differenze

Il linguaggio di genere e la cultura paritaria

di Pina Rifiorati (Avvocata in Udine e Presidente del CPO dell’Ordine degli Avvocati di Udine)

Linguaggio e parità di genere

La tematica della rappresentanza paritaria non può prescindere da un confronto sul linguaggio di genere e, dunque, da un dibattito culturale, come correttamente ci ricorda il titolo delle nostre giornate di lavoro.
Le parole hanno lo scopo preciso di veicolare i concetti ai quali, proprio attraverso l’uso sapiente delle stesse, siamo in grado di attribuire un senso piuttosto che un altro.

Sebbene il linguaggio serva a collegare, unire, relazionare, in una parola a comunicare, esso può diventare strumento per discriminare, escludere, segregare: modificare il linguaggio, dunque, significa incidere sulla realtà che ci circonda, con la consapevolezza che la questione non è grammaticale, ma culturale e la lingua costituisce strumento utile ed essenziale per produrre e riconoscere i cambiamenti.

Il linguaggio non discriminatorio trova fondamento nel principio di eguaglianza sancito dalla Costituzione che, all’art. 3 comma 1 (tutti i cittadini hanno par dignità sociale e sono uguali davanti ala legge, senza distinzioni di sesso, razza, lingua, religione, opinioni personali, condizioni sociali e personali), individua nella pari dignità un valore assoluto, mentre, al comma 2 (“la Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica economica e sociale del paese”), attribuisce alle istituzioni centrali e locali l’onere di rimuovere gli ostacoli che limitano l’applicazione di tale valore, di creare e diffondere le buone prassi, di realizzare azioni positive che, lungi dall’essere paradigmi formali e vuoti di contenuto, sono concreti progetti volti a contrastare le discriminazioni, anche linguistiche.

Dirimente è anche l’art. 51 della Costituzione relativo al libero accesso di uomini e donne agli uffici pubblici che, a seguito della riforma del 2003, ha introdotto le pari opportunità in Costituzione (“a tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità fra uomo e donna”), a riprova che la realizzazione della rappresentanza paritaria in senso sostanziale è valore di rango primario e ha come ineludibile presupposto l’introduzione di regole vere e proprie che garantiscano la rimozione degli ostacoli frapposti all’uguaglianza sostanziale.

Quando le donne negli anni ottanta hanno iniziato a ricoprire ruoli professionali e istituzionali con una certa frequenza (ancora scarsa in senso assoluto, ma comunque finalmente degna di nota) – all’indomani della conquista delle libertà sessuali che le avevano impegnate negli anni ‘70 e dopo oltre settant’anni di lotte per la conquista dei diritti fondamentali (diritto di voto, diritto al lavoro, accesso all’esercizio delle funzioni pubbliche) – il problema del linguaggio neppure si poneva.

Le donne professioniste, lavoratrici, politiche continuavano ad essere nominate al maschile, cosicché la loro entrata in scena nella società e nel mondo del lavoro passò sotto silenzio, nascosta dietro il dito della regola cosiddetta del neutro maschile, inclusiva anche del femminile, del tutto sconosciuta nella nostra lingua che invece declina i sostantivi a seconda del genere.

In quegli anni, invero, precisamente nel 1987, era stato pubblicato, con la collaborazione della già istituita Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra uomo e donna presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il pioneristico volume di Alma Sabatini “Il sessismo nella lingua italiana” e “Le raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana” che si poneva lo scopo, come si legge in premessa “… di dare visibilità linguistica alle donne e pari valore linguistico ai termini riferiti alle donne”: all’epoca fu accolto più con sarcasmo, quello che troppo spesso fa capolino anche oggi, che con vero e proprio interesse, a riprova dell’evidente difficoltà nel nostro Paese di accettare le donne ricoprano nei ruoli professionali, sociali e apicali.

Linee guida per l’uso di genere nel linguaggio amministrativi

Negli anni 2000, quando al più si sentiva dire avvocato donna o sindaco donna, il tema dell’uso non discriminatorio del linguaggio è stato rimesso in scena e posto all’attenzione pubblica, anche in ambito istituzionale, grazie alle “Linee guida per l’uso di genere nel linguaggio amministrativo” di Cecilia Robustelli elaborato nel 2011, in collaborazione con l’Accademia della Crusca, e adottato da molte amministrazioni locali, dal Ministero Istruzione Università e Ricerca e dalle aziende sanitarie, attraverso la sottoscrizione di protocolli volte a siglare buone prassi linguistiche.

Il Protocollo più recente è stato adottato nell’agosto 2019 dal Comune di Milano che ha approvato “Le linee guida per l’adozione della parità di genere nei testi amministrativi e nella comunicazione istituzionale del Comune” nel quale si legge fra l’altro “… dagli avvisi ai cittadini alle delibere deve adottarsi un linguaggio più idoneo all’equilibrio di genere e utile al superamento di ogni tipo di discriminazione, adeguando al genere femminile il linguaggio usato dalla PA” , in modo che il linguaggio negli atti amministrativi e nei moduli sia conforme ai principi di uguaglianza fra uomo e donna.

Sono seguiti numerosi protocolli che hanno coinvolto anche l’amministrazione della giustizia, soprattutto grazie al lavoro dei Comitati Pari Opportunità attivi presso gli Ordini degli Avvocati: nell’ambito delle varie tematiche legate alle disparità professionali, prima fra tutte quella sul legittimo impedimento a tutela della genitorialità, è stata affrontata la questione del linguaggio.
Cito fra gli altri i Protocolli di Milano e Bergamo del 2018 (nel quale si sottolinea l’importanza delle parole nella lotta alle discriminazioni in quanto “la differenza per esistere va nominata”) e il Protocollo di Cremona del 2019.
Quest’ultimo appare particolarmente significativo ove ha ritenuto necessario specificare che le colleghe devono essere chiamate avvocata e non signora, costringendoci a prendere atto che ancora oggi la discussione linguistica può vertere, non tanto e non solo sulla declinazione di genere, ma addirittura sul riconoscimento tout court del ruolo professionale in capo alle donne.

Ancora oggi, dunque, pur nell’evidenza della realtà che ci circonda – magistratura e avvocatura ove le donne sono presenti in numero di poco superiore agli uomini nella prima e di poco inferire nella seconda – la presenza femminile rischia di restare nascosta “dentro” il genere maschile.
Eppure, il termine avvocata lo troviamo già citato e presente non solo nel Salve Regina (preghiera del secolo XIV), ma anche nelle motivazioni della sentenza con la quale la Corte di Cassazione di Torino nel lontano 1885 bocciò l’iscrizione all’albo degli Avvocati di Torino di Lidia Poet – collega ed eroina del suo tempo che lottò per conquistare il proprio diritto al lavoro – all’esito dell’impugnazione dal solerte Procuratore del Re.

La Corte, fra le altre aberranti motivazioni (ne cito alcune: “l’influenza del sesso sulle capacità e condizione giuridica è dovunque sempre stata tale che a riguardo delle donne è di dovere riconoscere e mantenere in massima uno stato particolarmente restrittivo dei diritti”; “Lo Stato nella sua sociale e politica organizzazione e l’amministrazione di quanto s’attiene alla cosa pubblica, hanno sempre avuto, e mantengono tutt’ora pella loro essenza un carattere virile prevalente così manifestamente decisivo che le donne non vi possono avere una parte attiva troppo estesa”), ne adduce una di matrice linguistica: “E’ di vero, non è poi argomento tanto lieve quello di trovarsi sempre adoperato il genere mascolino avvocato, e mai la parola avvocata, che pur esiste nella lingua italiana, e si usa nel comune parlare”, escludendo dunque le donne dall’esercizio dell’attività forense in quanto la legge, parlando solo di avvocati, di certo non poteva riferirsi anche alle donne.

Se già nel secolo scorso era dunque chiaro che l’avvocata non è la Madonna, ma che in quella preghiera le si attribuisce il ruolo di assistenza e difensora tipico della nostra professione, dovremmo anche noi dopo un secolo accettarlo come sostantivo appropriato.

Il pregiudizio è più forte della grammatica

Perché tante resistenze?
Proviamo ad esaminarle, riconducendole in tre gruppi argomentativi ed evidenziando come esse non fanno riferimento a regole oggettive, ad argomenti razionali, ma hanno piuttosto un richiamo squisitamente culturale, legato a stereotipi e/o pregiudizi ancora molto radicati nel nostro Paese.
I benaltristi ritengono che l’utilizzo delle parole di genere sia indifferente rispetto alla tematica discriminatoria, affermando che ci sono questioni e problemi più importanti di cui occuparci.

Perché non occuparcene con le parole giuste? Il linguaggio è sostanza e veicolo fondamentale dei cambiamenti culturali, se è vero che chi parla bene pensa bene, è altresì corretto affermare che nessun cambiamento sarà possibile senza un utilizzo appropriato e soprattutto consapevole dei termini e delle parole.
Nell’ambito delle politiche antidiscriminatorie gli aspetti linguistici costituiscono il fondamentale e ineludibile punto di partenza, utile a rendere visibile il ruolo delle donne, a riconoscerlo, anziché occultarlo o segregarlo.
Cambiare il lessico, usando peraltro le regole esistenti, non significa enfatizzare le differenze, come pure qualcuno ha detto, ma superarle proprio attraverso il loro riconoscimento.

A parere di altri e altre, il lessico al femminile è cacofonico: “avvocata non si può sentire” sento spesso dire da colleghi e colleghe (a onor del vero soprattutto colleghe) i quali e le quali tuttavia non hanno risposte razionali quando domando loro come mai non trovano altrettanto impronunciabili parole come maestra, infermiera e cameriera, mestieri di cura da sempre svolti dalle donne e per i quali riconoscere il femminile non ha destabilizzato alcuno.
Abbiamo sdoganato e accettato neologismi come bannare e digitare, mutuando parole da altre lingue e inquinando la nostra senza per nulla scandalizzarci, ma non riusciamo a dire prefetta o difensora (in Spagna utilizzati da sempre), a riprova che è solo l’uso generalizzato di un termine a fare la differenza: più la useremo più sarà musica per le nostre orecchie.

Infine, coloro che insistono con la regola del neutro maschile rendono oltremodo evidente come il pregiudizio può essere più forte della grammatica e della sintassi.

Conta la professione”, mi dicono spesso le colleghe, “ il ruolo che è sostantivo maschile”, affermazioni che lasciano trasparire il timore, dettato da secoli di segregazione sociale, istituzionale e lavorativa, che il proprio mestiere, se declinato al maschile, possa assumere maggiore autorevolezza, nella malcelata convinzione che sarà meno faticoso acquistare prestigio e credibilità se verremo appellate al maschile, mentre, se siamo avvocate, dobbiamo innanzitutto superare i pregiudizi culturali legati al sesso e poi discutere di competenza (“il rifugio rassicurante del femminile nel maschile garantisce alla donna che ricopre il ruolo quella patina di serietà e, se vogliamo, di consuetudine che impegno e abnegazione non sono in grado di assicurare” spiega F. Fusco nel suo “La lingua e il femminile nella lessicografia italiana, tra stereotipi e (in)visibilità, ed. dell’Orso, 2012).

Le regole grammaticali, dunque, per quanto precise, vengono disapplicate o applicate con difficoltà, a volte smentite, altre volte ignorate e derise (pensiamo alle solite battute che si sentono dire “allora devo dire pediatro”, “perché un uomo non si chiama giornalisto”…, detto da chi ignora che in quei sostantivi l’ultima desinenza non declina il genere che invece troverà riconoscimento con l’utilizzo dell’articolo), altre volte addirittura inventate, come quella dell’inclusione al maschile che, pure, tiene banco da decenni.
Dunque, il problema non è la lingua e le sue regole, ma le convinzioni culturali di cui il linguaggio è espressione e i dissensi e le resistenze che ancora ci sono, dimostrano come consuetudine e tradizione sono più forti della ragione e ci impediscono di vedere la realtà intorno a noi, rendendoci ciechi davanti alle differenze.

Il linguaggio nell’amministrazione della giustizia

Il linguaggio utilizzato riveste una fondamentale importanza anche nell’amministrazione della giustizia, soprattutto quando si tratta di tutelare i diritti di persone discriminate che spesso vengono colpevolizzate o sono oggetto di vittimizzazione secondaria.
Valgano come esempio le domande sulle abitudini sessuali che ancora oggi si sentono formulare alle vittime di violenza sessuale, come non fossero passati quarant’anni, ma un solo giorno, dal processo per stupro del ’78, trasmesso all’epoca dalla Rai e conservato al Moma di New York, e dalle parole della collega Lagostena Bassi “non sono il difensore di Fiorella, ma l’accusatore di un certo modo di fare processi per stupro”, come se il bene giuridico tutelato in quelle tipologie di reati fosse ancora la morale pubblica e non la dignità della persona.

La dott.ssa Paola De Nicola, con la quale ho l’onore di condividere questa tavola rotonda, ha avuto la sensibilità di affrontare e di porre all’attenzione di magistratura e avvocatura il tema del pregiudizio, anche linguistico, che può essere più importante del giudizio in quanto può deviare, condizionare e compromettere chi è chiamato ad applicare la legge.

Dunque, le norme, come la grammatica, non riescono a scardinare la cultura e gli stereotipi, anche linguistici, che ci rimandano ancora a un modello di donna che, pur non sembrando più attuale, resiste.

I linguisti ci insegnano che la lingua ha una struttura dinamica che cambia in continuazione, che modella e nomina le evoluzioni e i cambiamenti sociali, è il costrutto di una società e la conseguenza di un ambiente e di un modo di pensare, crea la realtà e la descrive. Se attraverso il linguaggio vogliamo rappresentare la società che ci circonda, ove le cariche sono assolte da uomini e donne, è necessario adeguare il nostro linguaggio.

Di tale necessità debbano convincersi e farsi portatrici innanzitutto le donne. Anche i cambiamenti culturali più complessi si possono ottenere se, chi subisce la discriminazione, ne diventa consapevole: la lingua è questione sostanziale e non marginale nella conquista della parità, dobbiamo superare insicurezza e disistima ataviche che, ancora oggi, portano molte di noi a ritenere di maggiore pregio e potere l’utilizzo del maschile.

L’avvocatura, impegnata nella difesa dei diritti fondamentali, gioca anche in questo caso il ruolo fondamentale di contribuire al progresso civile del Paese, alla diffusione della legalità, a fianco dei cittadini e a tutela dei loro diritti, in applicazione dei principi fondamentali della Costituzione.

I comitati pari opportunità, quali organismi istituzionali presenti in tutti (o quasi) gli ordini professionali, resi obbligatori dalla legge professionale del 2012, hanno il compito di accendere i riflettori sulle disparità, sulle zone di ombra, guardando alla realtà che ci circonda da un nuovo punto di vista: un lavoro che ci può esporre alla derisione, a volte anche alle offese, ma che ci rende visionarie e visionari, come lo sono state spesso e in tempi molto più difficili altre donne e uomini prima di noi.

Intervento svolto quale Presidente del Cpo dell’Ordine degli Avvocati di Udine al Congresso dell’Associazione Nazionale Magistrati e del Cpo dell’Ordine degli Avvocati di Materia tenutosi a Matera il 13-14 settembre 2019 dal titolo “La cultura della rappresentanza paritaria nella magistratura e nelle istituzioni forensi: dall’uguaglianza formale all’uguaglianza sostanziale”

. https://www.oralegalenews.it/magazine/grammatica-e-pregiudizi/9650/2020/?fbclid=IwAR3YT1dKxPC9CC-EZbFMNK_L8-eFJMoWIlYAPLCBvFgqa4ywottd8NL_pdQ

 

 

 

 

 

 

13 Marzo 2021Permalink

5 dicembre 2020 – Natale: La messa di mezzanotte fra opportunismo e correttezza di informazione

Il Giornale da tempo si è fatto fonte di ecclesiologia sull’orario delle messe di mezzanotte.
Negli interventi  ecclesial/politici proposti  era ben chiaro l’intento di rendere complessa e scarsamente affidabile  l’indicazione del comportamento da tenersi in vista del ‘coprifuoco’ annunciato dal governo.
Per fortuna questa volta il comunicato emanato dalla  conferenza episcopale  l’1 dicembre risulta improntato al rispetto di regole che propongano correttezza e sicurezza in un momento difficile.
Ne riprendo alcuni passaggi dalla agenzia stampa che lo ha diffuso

Roma, 2 dic. (askanews) – I vescovi italiani smontano sul nascere la polemica sull’orario della messa di Natale al tempo del coronavirus e, alla vigilia delle nuove direttive del Governo, indicano “la necessità di prevedere l’inizio e la durata della celebrazione in un orario compatibile con il cosiddetto “coprifuoco’”. La linea è stata decisa dal consiglio episcopale permanente, che a causa del coronavirus si è svolto in video-conferenza mentre il cardinale presidente, Gualtiero Bassetti, è convalescente al Gemelli dopo un ricovero in terapia intensiva per il Covid: “Pensavo di essere giunto al limit”, il suo messaggio ai confratelli. Il “parlamentino” dei vescovi italiani, guidato dal vescovo di Fiesole Mario Meini, “si è confrontato circa le prossime celebrazioni natalizie, in modo particolare sull’orario della Messa nella notte di Natale”, si legge nel comunicato finale. “I Vescovi ricordano quanto scritto nel recente ‘Messaggio alle comunità cristiane in tempo di pandemia’: ‘Le liturgie e gli incontri comunitari sono soggetti a una cura particolare e alla prudenza. Questo, però, non deve scoraggiarci: in questi mesi è apparso chiaro come sia possibile celebrare nelle comunità in condizioni di sicurezza, nella piena osservanza delle norme’. Da qui la certezza che sarà così anche per le celebrazioni del Natale, come peraltro avvenuto finora. Tenuto conto delle diverse situazioni, è stato detto, sarà cura dei Vescovi suggerire ai parroci di ‘orientare’ i fedeli a una presenza ben distribuita, ricordando la ricchezza della liturgia per il Natale che offre diverse possibilità: Messa vespertina nella vigilia, nella notte, dell’aurora e del giorno. Per la Messa nella notte – hanno condiviso i Vescovi – sarà necessario prevedere l’inizio e la durata della celebrazione in un orario compatibile con il cosiddetto ‘coprifuoco’”. Nessun problema, dunque: le messe “di mezzanotte” si celebreranno, prevedibilmente, prima delle 22.

https://notizie.tiscali.it/cronaca/articoli/messa-natale-vescovi-smontano-sul-nascere-polemica/

Desidero però aggiungere un articolo del biblista Alberto Maggi , che fa chiarezza su un  problema da altri pretestuosamente abusato

  Mezzanotte? A Natale non è certo l’ora della messa quella che conta

Mentre, in piena pandemia, si discute dell’ora in cui cominciare e finire la messa natalizia (che quest’anno non sarà “a mezzanotte”), come ricorda su ilLibraio il biblista Alberto Maggi, nei primi secoli la Chiesa non celebrò neppure il Natale, in quanto la festività più importante era la Pasqua. Solo verso il quarto secolo si iniziò a celebrare anche la nascita del Salvatore unitamente all’Epifania. Quanto alla scelta della mezzanotte, si è diffusa solo con l’avvento della luce elettrica…

Generazioni di bambini sono stati vessati in prossimità del Santo Natale dall’ansiogena filastrocca di fine ottocento, del poeta Guido Gozzano La notte santa. In questa poesia si narra di una coppia di sprovveduti, Maria e suo marito Giuseppe, che alle sei di sera giungono finalmente a Betlemme e cercano un alloggio dove riposare. E qui comincia la litania volta a far crescere l’ansia, scandita da un implacabile campanile (esistevano quindi prima di Cristo), che scandisce le ore: “scocca lentamente le sei”. E alle sei di sera inizia la ricerca del posto dove poter passare la notte, anche perché Maria è ormai prossima al parto. Ci si chiede come mai questa coppia di sconclusionati si sia messa in viaggio, con una donna incinta al nono mese, percorrendo i circa centocinquanta chilometri da Nazaret a Betlemme per i quali si impiegava, con una media di una quindicina di km al giorno, una decina di giorni a piedi (e se c’era una cavalcatura questa era per diritto del maschio mai della femmina).

E i due cominciano a cercare l’alloggio. La prima osteria presso la quale chiedono ospitalità è quella del “Caval grigio”. Giuseppe manda avanti la moglie (vedranno le sue condizioni) per richiedere alloggio. Ma niente da fare, le stanze sono piene di forestieri arrivati per assistere al prodigio, non c’è un posto per loro e “il campanile scocca lentamente le sette”. Non c’è problema, basta provare all’ “Osteria del moro”. Questa volta è Giuseppe (visto l’insuccesso della moglie), a richiedere ospitalità, ma anche qui sono strapieni, perfino nei soppalchi e ballatoi, non c’è un rifugio per loro e l’oste li invita a tentare all’osteria più vicina, quella del “Cervo bianco”. E “il campanile scocca lentamente le otto”. Al “Cervo bianco” la richiesta per un alloggio la rivolgono insieme marito e moglie, supplicando almeno un sottoscala; macché: l’osteria è strapiena di astronomi che attendono di vedere la cometa. E che fa il campanile? “Scocca lentamente le nove”. Tentano all’osteria dei “Tre merli” (ma quante osterie c’erano a Betlemme?!) e, dato che è una donna la proprietaria, è Maria che ci riprova, attirando l’attenzione della locandiera sulle sue condizioni di partoriente. Neanche a parlarne, c’è gente persino sui tetti. Sono negromanti, magi persiani, egizi, greci, che attendono l’arrivo della stella, e “il campanile scocca lentamente le dieci”… La situazione si fa drammatica, mancano due ore per mezzanotte, e Maria rischia di partorire Gesù per strada. Senza molte speranze, esaurite le osterie, provano all’albergo, quello dell’altosonante nome di “Oste di Cesarea”. Macché. È pieno di dame e cavalieri e l’albergatore non ha alcuna intenzione di mescolare i suoi ospiti con gente di basso rango come un falegname, e “il campanile scocca lentamente le undici”… Che si fa? Maria è ormai agli stremi, per giunta ha cominciato anche a nevicare. L’unica soluzione è offerta da una provvidenziale stalla, c’è anche un asino e un bue, serviranno come riscaldamento, e finalmente “il campanile scocca la Mezzanotte Santa” e si scioglie l’ansia perché “è nato il Sovrano Bambino”.

In passato nell’immaginario collettivo, per la notte del Natale, ha inciso più questa filastrocca, insegnata a generazioni di bambini, che il vangelo con i suoi scarni asciutti dati. Se poi si aggiunge la bellissima melodia Tu scendi dalle stelle (Quanno nascette ninno) dovuta all’estro poetico di un santo, Alfonso Maria de’ Liguori, dove il neonato è presentato tremante, al freddo e al gelo, ecco che la notte di Natale diventa una dolce fiaba che fa tornare ogni uomo bambino.

I vangeli che non trattano di sentimenti, ma di significati, non offrono alcuna indicazione sul giorno, tantomeno sull’ora in cui è nato Gesù, e anche l’anno della sua nascita è approssimativo. Gli unici evangelisti che narrano della natività sono Matteo e Luca. Matteo scrive che Gesù è nato “a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode” (Mt 2,1) e Luca afferma che Giuseppe e Maria si sono recati a Betlemme da Nazaret per via del censimento, ma si trovavano già a Betlemme “quando si compirono per lei giorni del parto” (Lc 2,6). Quindi avevano viaggiato quando le condizioni della donna lo permettevano e non certamente gli ultimi quindici giorni. Se dai vangeli, che pur contenendo elementi storici non sono una cronaca ma una teologia, si volesse desumere una possibile indicazione della data della nascita di Gesù, è certamente da escludere il mese di dicembre. L’evangelista Luca afferma, infatti, che quando Gesù nacque “c’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge” (Lc 2,8). Betlemme, ultima città della Giudea posta ai margini del deserto, è sita a quasi ottocento metri sul livello del mare, più alta di trenta metri di Gerusalemme, e d’inverno, quando spira il gelido vento del deserto, è impossibile pernottare all’aperto a meno di non rischiare l’assideramento. I pastori normalmente vegliavano i loro greggi all’aperto nel periodo che andava dalla Pasqua (marzo/aprile) alla festa delle Capanne (settembre/ottobre), quindi eventualmente in questo arco di tempo si può ipotizzare l’evento.

I primi secoli la Chiesa non celebrò il Natale, in quanto la festività più importante era la Pasqua. Solo verso il quarto secolo si iniziò a celebrare anche la nascita del Salvatore unitamente all’Epifania. La scelta del venticinque dicembre fu dovuta al bisogno di soppiantare la popolarissima festosa celebrazione pagana del solstizio d’inverno. La nascita dell’invincibile sole (“Natalis (solis) invicti”), festa stabilita dall’imperatore Aureliano, fu sostituita con la nascita di Gesù, al quale si accostava la profezia di Malachia sul “sole di giustizia” (Ml 3,20).

Il riferimento alla mezzanotte, come ora della nascita del Cristo, non è in alcuna maniera cronologico, ma spirituale-teologico, ed è liberamente ispirato a due testi della Sacra Scrittura, dal Libro della Sapienza, dove si legge che “Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo rapido corso, la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale…” (Sap 18,14), e dal profeta Isaia: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse” (Is 9,1). Celebrare il Natale a mezzanotte è una popolare tradizione che si è diffusa con l’avvento della luce elettrica, ma la liturgia della Chiesa non dà alcuna indicazione sull’orario della messa, che dipende da opportunità pastorali, ovvero le esigenze dei partecipanti, tanto che nel Nuovo Messale, è persino scomparsa la dicitura che appariva nel precedente: “Secondo la tradizione costante delle Chiese in Italia la Messa della notte di Natale si celebri a mezzanotte a meno che ragioni pastorali, valutate dall’Ordinario del luogo, non consiglino di anticiparne l’ora”.

Se gli evangelisti non hanno voluto fornire indicazioni esatte sui momenti della natività, è perché ad essi non interessa il calendario, ma la teologia, e vogliono centrare l’attenzione del credente sull’evento. Con Gesù Dio non è più da cercare, ma da accogliere, e con lui, il “Dio con noi” (Mt 1,23), e come lui, andare verso ogni uomo per manifestare la tenerezza infinita del Padre.

venerdì 4 dicembre 2020
Mezzanotte? A Natale non è certo l’ora della messa quella che conta: interviene il biblista Maggi – ilLibraio.it

 

5 Dicembre 2020Permalink

28 ottobre 2020 Fratelli tutti – Commenti de La barba di Aronne e di Noi siamo chiesa

Il profumo della fratellanza. L’incontro interreligioso in Campidoglio

Chiesa di tutti Chiesa dei poveri 23/10/2020, 14:43

Newsletter n. 207 del 10 ottobre 2020

Dalla barba di Aronne

Care Amiche e Amici,

non era mai successo che la Repubblica Italiana – insieme al papato della Chiesa cattolica, al patriarcato di Costantinopoli, al Rabbino capo di Francia, al rappresentante del Grande Imam del Cairo, a un buddista giapponese, a una indù e a molti altri leader religiosi del mondo intero – firmasse un appello a tutte le altre Repubbliche e Regni per chiedere ai governi e a tutti gli uomini e le donne di passare a condotte di fraternità e di pace e costruire una sola umanità,  nella persuasione, che è anche una confessione di fede, che “nessuno si salva da solo”.

È accaduto martedì sera, e non in un’enclave religiosa come Assisi, ma a Roma, nella piazza del Campidoglio, che un tempo fu l’ombelico del mondo e dove dopo l’ultima guerra mondiale nacque l’unità dell’Europa, così come ora si vorrebbe che da lì nascesse l’unità del mondo.

Si dirà che questo evento, promosso dalla comunità di s. Egidio, ma con l’evidente regia e governo di papa Francesco, è stato un evento di vertice, senza partecipazione di popolo, che infatti non c’era a causa della pandemia; e tuttavia  il vero ospite dell’incontro è stato il popolo di Roma con il suo Comune, il suo retaggio e la sua Sindaca. Ed è verissimo che si è trattato di un’iniziativa dei leader, come se il mondo improvvisamente avesse trovato un bandolo, una guida; ma il movente non è stato il potere,  è stato che  “i fratelli vivano insieme”, ciò che, come dice il salmo delle Ascensioni, è ragione di soavità e di gioia e  “come olio profumato”  dal capo scende sulla barba, la barba di Aronne, e da lassù si spande in tutto il mondo, in modo che si faccia l’unità, perché non uno, non gli uni invece degli altri, non gli uni contro gli altri, ma tutti insieme siano salvi.

E non a caso negli straordinari discorsi dei leader, davvero ciascuno eco di culture diverse, sono stati convocati, per compiere l’impresa, il passato e il futuro. Papa Francesco ha evocato una sola parola di Gesù: «Basta!», la parola detta ai discepoli che volevano approvvigionarsi di spade. Il patriarca Bartolomeo ha chiamato in causa Anassìmene, il filosofo di Mileto del VI secolo a.C. che aveva individuato i quattro elementi su cui tutto si tiene, l’aria, l’acqua, il fuoco, la terra, per dire che se a tenerli insieme non è la casa comune, di cui dobbiamo aver cura, tutto si disintegra  ed esce dalla vita creata da Dio; e questa casa è come una casa di specchi, dove il volto di ciascuno riflette l’immagine di Dio e si riflette nel volto degli altri. Il Rabbino di Parigi ha ricordato un midrash in cui si racconta la nascita del tempio, e insieme lo si demitizza: c’erano due fratelli che avevano un campo di cui condividevano il raccolto, e ognuno voleva dare di più all’altro, sicché spesso si alzava di notte per andare ad aggiungere del proprio grano  altro grano al raccolto dell’altro, sicché i due cumuli risultavano sempre uguali; finché una notte essi si incontrarono, scoprirono il reciproco dono e si abbracciarono piangendo; e sulla terra bagnata da quelle lagrime Dio volle che fosse costruito il suo tempio; perciò  il tempio che ora si deve ricostruire è questa fraternità. Il presidente Mattarella ha messo in campo la Repubblica Italiana che «riconosce e onora» gli sforzi delle religioni per contribuire a un avvenire di sviluppo e di eguaglianza per le persone e i popoli, offrendo in tal modo una “testimonianza che è profezia”. E su tutti vegliava, con la mano stesa, Marco Aurelio, l’imperatore filosofo che aveva dato del povero la definizione più rigorosa: «colui che ha bisogno dell’aiuto altrui e non ricava da se stesso tutto ciò che è utile alla vita», il che equivale a dire che tutti siamo poveri, «nessuno si salva da solo».

E poi è successa una cosa straordinaria: il rappresentate del Grande Imam di Al Azhar, Ahmad Al Tayyeb, ha raccontato la scena, a cui ha assistito, di papa Francesco e l’Imam Al Tayyeb che si spartivano un pezzo di pane alla tavola del papa a Santa Marta. Certamente quello spezzar del pane non era stato preceduto in quel caso da alcuna formula di consacrazione; però se si pensa che il divieto della “communicatio in sacris” è il macigno che ancora rimane a impedire l’incontro ecumenico tra le diverse Chiese cristiane, si può misurare la portata profetica di questo comunicare nel pane tra il papa cristiano e l’imam islamico; qui, come nel pensiero comune che, per dichiarazione esplicita del papa ha contribuito ad ispirargli l’enciclica Fratelli tutti, siamo oltre il dialogo tra Islam e cristianesimo, siamo a una comunione in cammino.

Nel sito pubblichiamo una lettura di “Noi siamo Chiesa” dell’enciclica Fratelli tutti“Un appassionato appello all’unità umana”.

L’articolo che trascrivo viene dal sito di Adista       https://www.adista.it/articolo/64364

Per raggiungere l’articolo di Noi siamo chiesa, segnalato al termine del testo de La Barba di Aronne, trascrivo anche il link.  Merita veramente una lettura

https://www.chiesadituttichiesadeipoveri.it/un-appassionato-invito-allunita-umana

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28 Ottobre 2020Permalink

24 ottobre 2020  – Incontro per la pace. Il grande imam di Al-Azhar

Nota di augusta: in un momento
di tante e confuse informazioni diverse
 per fortuna c’è Adista

Incontro per la pace/Imam Al-Tayeb: «La globalizzazione della fratellanza umana»

Redazione 21/10/2020, 23:11

ROMA-ADISTA. Il grande imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, non era presente all’incontro di preghiera per la pace «Nessuno si salva da solo. Pace e fraternità» promosso dalla Comunità di sant’Egidio ieri pomeriggio al Campidoglio. Ha però inviato un messaggio, che è stato letto da Mohamed Abdel Salam Abdellatif, segretario generale dell’Alto Comitato per la Fratellanza umana.

«Il mondo sta vivendo da quasi un anno un incubo terrificante a causa dell’epidemia di Coronavirus. Neanche uno stato è sfuggito alle sue ripercussioni, nessun popolo è sfuggito, nessuna economia si è salvata dai suoi effetti devastanti, e quanto sono più pesanti le ferite del cuore. Ciò che aggrava la dolorosa realtà è la vista di questi milioni di rifugiati, sfollati, senzatetto e vittime di zone di conflitto. Questa epidemia ha peggiorato le loro terribili condizioni in assenza della necessaria assistenza sanitaria. Allo stesso modo, interi popoli non sono stati in grado di affrontare l’epidemia.

Nonostante tutti questi rischi posti dal Coronavirus, c’è un’altra antica epidemia che si rinnova, che pensavamo sarebbe scomparsa di fronte a un pericolo che minacciava l’intera umanità, l’epidemia della discriminazione e del razzismo, una malattia che colpisce ed erode la coscienza umana. Ma, anziché osservarne la scomparsa, siamo stati scioccati nel vedere nuove forme di discriminazione a causa del Coronavirus, al punto che abbiamo sentito appelli ad abbandonare alcuni gruppi di persone al loro destino per offrire le cure prioritariamente ad altre persone, abbiamo sentito voci che chiedono di testare il vaccino su un certo gruppo di persone, sono voci che attestano solo la disumanità da parte di chi le pronuncia.

Oggi, ci aspettiamo con il mondo intero che gli sforzi scientifici siano coronati dal successo nella ricerca di un farmaco che ci salvi da questo incubo che sta per completare un anno dalla sua apparizione, mentre continua a uccidere l’umanità.

Vorrei riaffermare che la cura per l’odio umano e il razzismo è quell’antidoto che sgorga dal cuore delle amare esperienze che abbiamo vissuto e che prova colui che è dotato di una coscienza viva. Questo antidoto è la fratellanza umana, in cui vedo una solida immunità capace di affrontare le epidemie intellettuali e morali.

Il concetto di fratellanza umana non significa che ci accontentiamo di accettare l’altro, ma piuttosto che ci battiamo per il suo bene e la sua sicurezza, ci rifiutiamo di discriminarlo a causa di qualsivoglia differenza, e che non risparmiamo sforzi nel diffondere questi alti principi tra la gente.

Illustri partecipanti,

Il nuovo ordine mondiale ha promosso il concetto di globalizzazione e ci ha promesso che avrebbe portato per il mondo intero i valori della libertà, della giustizia e dell’uguaglianza, che rappresentano valori umani veramente meravigliosi. Tuttavia, abbiamo presto scoperto, purtroppo, che questi nobili valori hanno portato all’umanità sfruttamento disumano con l’esclusione del diverso, l’imposizione di un unico modello culturale, l’eliminazione delle identità, la rivendicazione del diritto alla tutela dei popoli, la pretesa dell’esistenza di un modello culturale unico adatto all’umanità, mentre modelli diversi sarebbero diventati una reliquia della storia. La globalizzazione è così caduta nell’equivoco e nella contraddizione tra i proclami e la realtà della gente, portando delle ricadute ancora più malvagie delle epoche più buie. Abbiamo visto cadere questi valori quando il mondo ha preferito ignorare popoli interi costretti all’esodo e vittima di uccisioni e della morte per fame come è il caso per i Rohingya che sono stati abbandonati alla loro sorte in mare aperto.

L’avvento del Coronavirus ha annunciato al mondo la morte della globalizzazione che aveva diviso il mondo, separato gli esseri umani, allontanato la morale e i valori, emarginato la religione. Oggi è giunto per noi il momento di adottare una nuova globalizzazione, basata sulla fratellanza umana, che promuova l’uguaglianza di tutti gli esseri umani quanto a diritti e doveri, che radichi la convivenza sociale e si impegni al rispetto delle specificità e delle identità religiose e culturali, che fermi la corsa agli armamenti e reindirizzi le centinaia e migliaia di miliardi spesi per le armi verso l’istruzione, l’assistenza sanitaria e la ricerca scientifica. Allora, e soltanto allora, potremo far fronte ai disastri e alle epidemie e saremo più forti di fronte alle varie crisi.

Dinanzi a questa crisi asfissiante abbiamo, come dotti e religiosi appartenenti alle diverse religioni, il ruolo importante di far ritornare i popoli alla religione e al suo messaggio autentico che innalza i valori umani, che sono stati emarginati e abusati, ed accusati spesso di essere la causa del terrorismo e dell’estremismo, e dopo che l’ateismo e le filosofie mondane e materiali sono riuscite ad oscurare ciò che implicano i messaggi celesti, ossia il bene, l’amore, la pace.

Lasciatemi commentare qui l’orrendo omicidio a Parigi.

Nella mia veste di sheykh di al-Azhar dichiaro davanti a Dio onnipotente che io dissocio me stesso e i precetti della religione islamica e gli insegnamenti del profeta Maometto – su di lui la pace e la benedizione di Dio – da questo peccaminoso atto criminale e da tutti coloro che perseguono questa ideologia perversa e falsa. Allo stesso tempo confermo che insultare le religioni e abusare dei simboli sacri sotto lo slogan della libertà di espressione, rappresenta una forma di ambiguità intellettuale e un esplicito appello all’immoralità. Questo terrorista e la sua gente non rappresentano la religione di Maometto – su di lui la pace e la benedizione di Dio – proprio come il terrorista neozelandese che ha ucciso i musulmani nella moschea non rappresenta la religione di Gesù, la pace sia su di lui.

Permettetemi di esprimere nuovamente la mia stima a Papa Francesco, Papa della Chiesa Cattolica, per la sua importante enciclica Fratelli Tutti, che ha offerto una diagnosi molto precisa circa la realtà del mondo e le sue malattie, e lo ha fatto da punti di vista differenti e sotto diversi aspetti, con questo coraggioso concetto umano, che aiuta gli amanti del bene e della pace a formarsi una nozione completa sulle sofferenze della “fratellanza umana” e le aspettative di raggiungerla.

Egregio pubblico!

Curiamo insieme le ferite dell’umanità, e riscopriamo i valori della misericordia, la giustizia e la tolleranza… Facciamo ritornare alla gente il sorriso strappato dalle guerre e i conflitti… Forse questi sogni sono ambiziosi ma la loro concretizzazione non è difficile per Dio Altissimo, se crediamo in Lui e nella fratellanza umana, alla quale siamo stati chiamati, e alla necessità di seminarla nelle anime delle nostre società e le generazioni future».

https://www.adista.it/articolo/64357?utm_campaign=shareaholic&utm_medium=email_this&utm_source=email

 

24 Ottobre 2020Permalink

21 settembre 2020 – Un documento di Noi Siamo Chiesa a 150 anni dal XX settembre

Noi Siamo Chiesa 20/09/2020, 16:20

150 anni dal XX settembre: ora siamo tutti d’accordo che fu un dono della Provvidenza che prevalse sulle resistenze della Chiesa e dei Papi. Il Vaticano II è il fondamento della libertà della Chiesa di essere interprete dei grandi problemi dell’umanità e di esserne il portavoce. Quello che fa papa Francesco.

La migliore storiografia ritiene che la breccia di Porta Pia, cioè la fine , il venti settembre 1870, del potere temporale della Chiesa, fu avvenimento dall’importanza straordinaria e dalle molte facce: internazionale, nazionale, politico, militare e soprattutto religioso. Questa data , dopo 150 anni, meriterebbe una grande attenzione ma essa è ora scarsa  per la concomitanza nel nostro paese delle elezioni e del referendum. Penso anche che concorra un accresciuto disinteresse sui grandi fatti della storia come se essi non contribuissero a capire il presente e a guardare al futuro. Sarà interessante capire se anche fuori d’Italia la situazione sarà simile.

Lo Stato pontificio nell’Ottocento

Una rilettura delle linee generali della storia del pontificato da fine ‘700 al 1870   serve a capire. Lo scontro con l’Illuminismo  e poi con la storia della rivoluzione francese, e più nello specifico tra Napoleone e i papi, portò a vicende che sono poi state alla base di tutto. Nel 1798 i francesi occupano Roma, dichiarano decaduto il potere temporale e papa Pio VI viene fatto prigioniero e muore in esilio in Francia l’anno successivo. Una seconda volta i francesi entrano a Roma nel 1809, annettono lo Stato pontificio all’impero francese e Pio VII  sarà loro prigioniero per ben cinque anni. Dopo la caduta di Napoleone, con il Congresso di Vienna, lo Stato pontificio viene ricostituito. La durezza dell’antagonismo del papato  contro tutti gli errori dell’età moderna continua e si accresce. Nell’enciclica Mirari vos del 1832 Gregorio XVI condanna la libertà di coscienza, “l’aborrita libertà di stampa” e tante altre cose. I primi mesi di apertura di Pio IX, eletto nel 1846, si esauriscono ben presto ed egli si contrappone alla Repubblica romana andando, per protesta, in esilio a Gaeta. Solo le truppe francesi gli permetteranno di   tornare dopo più di un anno. Intanto nel ’50 in Piemonte passano le leggi Siccardi di esproprio dei beni ecclesiastici che saranno seguite nel ‘66/’67 da altre simili. Nel’60 venivano annesse la Romagna, le Marche e l’Umbria dal nuovo Stato italiano. Lo Stato pontificio era ridotto al Lazio. Mentre Cavour e poi la Destra storica al governo volevano il “libera Chiesa in libero Stato”  e tentavano di trattare col papa una soluzione concordata per Roma capitale, la sinistra mazziniana, garibaldina ed anticlericale sperava invece in una soluzione di forza (di ciò sono prova le ben note  vicende dell’Aspromonte e di Mentana). Le tanto attesa insorgenza del popolo romano, auspicata ed attesa dai piemontesi, si dimostrò inesistente. Nel ’64 Pio IX firmò la famosa enciclica “Quanta cura” a cui era allegato il Sillabo, un elenco di 80 frasi raccolte dai suoi documenti dei quindici anni precedenti (non ci sono citazioni della Scrittura e ben poco dei Padri della Chiesa). La lettura, fatta ora, dei due documenti stupisce per i suoi contenuti e per la violenza anche verbale delle condanne che contiene. Di striscio si condanna il comunismo e il socialismo, per il resto la critica implacabile è  “alla società civile  considerata in sé stessa”, al relativismo, alla “volontà del popolo come legge suprema” e via di questo passo. Forse mai c’era stata nella storia della Chiesa una presa di posizione così rigida e  a tutto campo.

Il Vaticano I e Porta Pia

Pio IX , convocando il Concilio Vaticano I nel 1869, voleva dare sanzione formale ad un’idea di Chiesa dotata di grande compattezza e capace del massimo contrasto contro tutte le nuove libertà e le nuove culture. Al centro dell’assemblea ci fu la proclamazione dell’infallibilità del Pontefice romano con la Costituzione dogmatica Pastor Aeternus. Lo scontro interno non fu semplice, una minoranza consistente non partecipò al voto il 18 luglio 70, mentre nelle cancellerie europee ci si interrogava con preoccupazione su cosa significasse in concreto questa decisione. Il contemporaneo inizio della guerra francoprussiana, mise in moto immediatamente l’iniziativa del governo italiano, conseguente al ritiro della truppe francesi da Roma che proteggevano quello che rimaneva dello stato pontificio. Il XX settembre in una mattina i bersaglieri entrarono in Roma e la occuparono mentre  le truppe  papaline si arresero ben presto su ordine del papa che non poteva resistere né militarmente né politicamente (ma ci furono ben 69 morti, 49 sabaudi e 19 pontifici) né per la sua funzione di leader spirituale. Pochi giorni prima  la sconfitta di Sedan aveva fatto cadere Napoleone III e proclamato in Francia  la Repubblica.  Il plebiscito del 2 ottobre confermò quasi all’unanimità  l’annessione al regno d’Italia (non si capisce se per consenso o per l’astensione di chi era contrario o per entrambe le cose insieme). Pio IX il primo novembre diffuse l’enciclica “Respicientes ea omnia”, irruente nella protesta e nel giudizio (i sabaudi a Roma portano “disordine e propaganda immorale”), sostenendo che il Quirinale era stato violato, che il plebiscito era stata una finzione, che sacrilega era la spoliazione dei beni ecc… L’enciclica si conclude irrogando la scomunica maggiore a tutti quanti avevano operato, mandanti ed esecutori. Nell’affermazione che “la Nostra intenzione e la Nostra volontà è di conservare integri e inviolabili tutti i diritti e i domini di questa Santa Sede” si intravede la speranza che la situazione potesse non essere definitiva e che il papa potesse tornare per la quarta volta nel secolo a governare. Ma Pio IX, mentre si dichiarava prigioniero,  rifiutava con decisione  di lasciare Roma. Forse intuiva che la situazione si sarebbe consolidata a tempo indefinito. Nasceva così “la questione romana”.

Le “guarentigie” del 1871

I moderati al governo, per motivi interni ed internazionali, volevano ad ogni costo trovare un qualche modus vivendi col papa. Proposero e riuscirono a fare approvare il 13 maggio ‘71 la legge delle “guarentigie” (criticata dall’area radicale del Parlamento). Essa prevedeva ogni garanzia per la funzione pastorale del papa e per le comunicazioni con l’estero, la tutela della sua persona (“la persona del Sommo Pontefice è sacra e inviolabile”), i luoghi necessari al funzionamento della Curia, la rinuncia al diritto di nomina o di proposta per le nomine ecclesiastiche, l’abolizione del giuramento dei vescovi nelle mani del Re ed una somma annua per le necessità degli uffici e della corte pontificia (3.250.000 lire corrispondenti a circa 16  milioni di euro di oggi, somma  mai riscossa dal papa ma accantonata dallo Stato). Gli interventi di tipo giurisdizionale venivano molto ridotti permettendo però alcuni interventi, che saranno poi del tutto discutibili,  in assenza  di una promessa legge (art.18) sul riordinamento, la  conservazione e l’amministrazione delle proprietà ecclesiastiche. Per capire l’importanza di queste norme bisogna ricordare che l’art.19 del Concordato del 1929 prevede che il Vaticano comunichi in via riservata al governo il nome di ogni nuovo vescovo per ottenere una specie di nulla osta in relazione a eventuali esistenti “ragioni di carattere politico”. E veniva ripreso l’obbligo del giuramento al Re. Rimaneva in vigore il sistema della “congrua” un assegno di moderato importo garantito a tutti i parroci a titolo di indenizzo per gli espropri degli anni precedenti (il sistema è rimasto poi in vigore fino al 1986). Il tentativo fatto con la legge sulle guarentigie, che era costato un forte impegno delle forze al potere nel nuovo stato italiano, fallì immediatamente. Due giorni dopo l’approvazione della legge Pio IX firmò l’enciclica “Ubi nos arcano Dei” i cui contenuti erano identici a quella di novembre ma con in più  un suo rifiuto formale perché “promanante da uno stato e quindi unilaterale ed interno in contrasto con il carattere internazionale e sovrano della potestà papale” ed indicante uno “sfrontato disprezzo per la Nostra dignità ed autorità pontificia”. Il papa invocava la solidarietà degli Stati cattolici come aveva già fatto nei mesi precedenti (ma altre erano diventate le questioni più importanti, la diplomazia  in Europa  si limitò a non ritenere risolta la situazione ). Ma fu un fatto importante nello scenario internazionale dell’epoca se non altro per il coinvolgimento dell’opinione cattolica e delle sue organizzazioni.  La questione rimaneva dunque  tutta  italiana e i così detti cattolici “conciliatoristi” che volevano un accordo con lo Stato erano troppo pochi . La legge delle guarentigie fu rispettata dallo Stato, mai accettata dai papi e fu espressione della Destra storica (la sinistra mazziniana e garibaldina avrebbe voluto prendere Roma anche per indebolire o distruggere la Chiesa stessa).  Nella linea del disimpegno nel gennaio successivo il parlamento votò una legge che chiudeva  le facoltà teologiche in tutte le università di Stato. Il fatto fu gradito dalla “Civiltà Cattolica” perché lasciava l’esclusiva dell’insegnamento e della ricerca in campo teologico e pastorale ai seminari e alle tante facoltà teologiche. Ciò garantiva all’autorità ecclesiastica l’ortodossia  ma, a posteriori, è stato giudicato negativamente perché creò le condizioni per un vero e proprio pensiero unico nella Chiesa.

IL NO di Pio IX fu del tutto comprensibile

Il magistero di Pio IX rappresentava il culmine di un secolo di affermazioni e di contrapposizioni. Esse avevano un fondamento soprattutto religioso e , come tali, non erano negoziabili. Di qui il rifiuto, senza incertezze, che i papi sostennero a nome della maggioranza del tessuto ecclesiale di quel periodo nel quale avevano ancora poca voce in capitolo le nuove realtà cristiane presenti nel mondo al di fuori dell’Italia e degli Stati “cattolici”. Lo scontro avviato a fine ‘700 si avvitò su se stesso radicalizzando ogni posizione nei confronti della democrazia, dei diritti civili e del libero pensiero , poi del socialismo e del comunismo, mettendo ai margini le nuove sensibilità pure emergenti nella Chiesa (basti pensare a Rosmini,  a Manzoni e, in seguito, a padre Curci, a  Fogazzaro e a tanti altri).  I poteri della Chiesa e nella Chiesa -ribadivano i papi- sono stabiliti direttamente da Dio. Il principio di autorità è fondato sulla Rivelazione che è garante dell’interpretazione autentica del depositum fidei. La forma di governo istituita da Cristo costituisce la Chiesa “societas perfecta” dotata di tutte le competenze proprie di un organismo sociale pubblico. Il papato, infallibile in materia di fede e di costumi, ha giurisdizione universale e diretta su tutta la Chiesa, non è solo il centro ma anche il fondamento e il principio, l’autorità e la giurisdizione. Il papato è maestro di dottrina e  guida la giurisdizione. Si trattava di un irrigidimento dello schema tridentino che portava a un atteggiamento di ripulsa dei “moderni errori” lontana dal capire  le pluralità del mondo moderno. La Chiesa era guidata dal Magistero e dalla Tradizione (in diretta polemica  col “sola Scriptura” dei protestanti) e doveva essere molto centralizzata (nei riti, nelle nomine dei vescovi ecc…) perdendo così la ricchezza delle Chiese locali e la stessa comprensione della storia. Il tomismo e il diritto naturale furono  la posizione unica nelle università e nei seminari. Ciò premesso, con questa teologia, “lo Stato pontificio, era assunto, nel corso dell’Ottocento a segno di una sovranità del papato, e dunque della Chiesa , estranea e concorrenziale con le tipologie moderne di sovranità politica. Esso era diventato come espressione di una necessità teologica. In questa logica la difesa del potere temporale del pontefice riassumeva, in figura, tutti i motivi di inconciliabilità della Chiesa con i modelli di società e di Stato proposti dalle filosofie moderne, che attentavano al modello cattolico di ordinamento socioreligioso” (Francesco Traniello). Quindi il papa non poteva accettare in nessun modo, per motivi di fede, la perdita del suo residuo potere temporale nella condizione in cui aveva finito per trovarsi e doveva rinunciare ad una legge quella delle “guarentigie”.  vantaggiosa per la Chiesa, che il nuovo Stato le offriva perché  bisognoso di credibilità a livello internazionale presso l’opinione cattolica.

Dopo il XX settembre nello Stato e nella Chiesa

La fine del potere temporale ebbe conseguenze in tutti i decenni successivi e condizionò non poco la vita del nuovo Stato italiano che rimaneva privo di consensi ed energie per affrontare bene le necessità materiali che incombevano, per creare un sentimento comune nazionale  fondato sulla solidarietà  ed un senso di appartenenza che mancava. Pio IX proibì con il non expedit (1874) la partecipazione alla vita politica dei cattolici e l’atteggiamento suo e di Leone XIII fu diffidente nei confronti dei   nascenti movimenti per una presenza organizzata in politica. Nuovi sistemi di governo potevano essere tollerati ma  alla Chiesa toccava in definitiva definire le regole del bene comune cui l’attività politica doveva essere orientata. Una situazione complessa ed ambigua che vedeva da una parte il papa “prigioniero” in Vaticano vivere in una specie di situazione di extraterritorialità. Intanto la libertà della Chiesa veniva garantita Il non expedit si riduceva  progressivamente di importanza, davanti a tante situazioni di fatto, fino alla sua sostanziale caduta con il Patto Gentiloni nel 1913 e la sua abrogazione nel ‘19. In parallelo a fine ottocento cresceva la radicalizzazione tra cultura e politica da una parte e il sentire cattolico dall’altra (popolo e Vaticano), si ebbero fenomeni di forte anticlericalismo come non più in seguito. Ma il fenomeno che veramente ci interessa è la cosidetta  “modernizzazione cattolica”. La Chiesa, a partire da Leone XIII, inizia ad organizzare o a permettere l’organizzazione di realtà associative laicali allargando l’orizzonte della Chiesa (basti pensare alla Rerum Novarum). Esse hanno un dinamismo particolare, basti pensare all’Opera dei Congressi, a don Bosco, nascono le Leghe sindacali bianche, ci sarà  il tentativo democratico cristiano di Murri, sorgono le banche e le cooperative bianche, nascono nuovi ordini religiosi, cresce il numero dei missionari. Si è parlato di temporalismo sociale. La Storia cammina. Lo Stato pontificio  finisce sullo sfondo, non è più oggetto di rivendicazione. Il popolo cattolico inizia ad avere, anche quando ortodosso” e ubbidiente,  una sua presenza e vivacità, deve valutare le situazioni concrete. La Chiesa opera   attraverso questo popolo, non pensa più al “principe cristiano” ma la gerarchia si riserva il diritto-dovere di giudicare (in particolare la politica ecclesiastica degli Stati). Le associazioni sanno che c’è un limite alla loro azione ma la situazione non è più come prima.

La sostanziale continuità

Altrettanto interessante quanto si muove  nell’ambito della riflessione più interna alle strutture ecclesiastiche. Nasce un movimento biblico per la ripresa della lettura delle Scritture (prima sospettata sempre di protestantesimo), nasce un primo movimento ecumenico, in generale si riflette sul rapporto scienza-fede. Soprattutto il modernismo, movimento composito, fu l’espressione dei nuovi orientamenti, il personalismo di Maritain in seguito creò cultura per l’agire politico dei credenti, indicherà che ci può essere una antropologia cristiana. Soprattutto nuove emergenze mettono all’ultimo posto il problema del potere temporale del papa. La Grande Guerra,  il socialismo ed il comunismo, il fascismo e il nazismo  al potere diventano le vere questioni per la Chiesa e per i cattolici. Ma la posizione dottrinale ed istituzionale della Chiesa, ereditata dai decenni precedenti, per come si era definita nel passaggio centrale del XX settembre  ha contato molto, in modo diretto o indiretto, nella Chiesa nei decenni successivi nel determinarne  l’arroccamento, la rigidità dottrinale, il ruolo del papa e della curia con le sue rigide gerarchie e il forte accentramento nelle decisioni. Per cenni,  ricordiamo il Catechismo di Pio X, l’enciclica “Pascendi” contro il modernismo (che riprende lo stile della “Quanta cura”), il codice di diritto canonico del 1917, l’abbandono a sé stessi dei leaders del Partito popolare, i Patti Lateranensi (in qualche modo una specie di rivincita sul XX settembre) che rafforzarono  il fascismo. Un caso esemplare di violenza antievangelica fu l’emarginazione di Ernesto Buonaiuti, “uno dei più belli ingegni che abbia avuto l’Italia” (A.C.Jemolo).  Il pontificato di papa Pacelli, dovrà poi affrontare vicende come la seconda guerra mondiale e il consolidamento del comunismo nel mondo. Egli resta erede della linea che sostiene e giustifica la insostituibile funzione pedagogica e orientativa nella Chiesa nei riguardi della società politica con un giudizio ambivalente nei confronti della democrazia.  In questa situazione per molti aspetti ancora di continuità  con la rigidità della Chiesa di Pio IX si arriva a papa Giovanni.

Il Vaticano II cambia la storia della Chiesa

Tutti i fermenti che circolavano, in modo spesso sotterraneo nella Chiesa, soprattutto fuori d’Italia , ebbero modo di esprimersi  nel Concilio Vaticano II e a prevalere grazie a un papa che aveva studiato   la storia della Chiesa e che era vissuto fuori dal circuito curiale del cattolicesimo italiano, prima a confronto con l’ortodossia, poi a Parigi. Il Concilio rovesciò completamente gli assi portanti della Chiesa dei tempi di Pio IX. Il rapporto col mondo (il famoso incipit della Gaudium et spes), l’idea di Chiesa (collegialità, chiese locali, laicato), la libertà di coscienza e la libertà religiosa, il ritorno alla Bibbia, il giudizio sui privilegi  ecclesiastici e altro aprirono alla Chiesa le possibilità  di un nuovo ascolto  di quanto avveniva nella società. La Pacem in terris e la Populorum Progressio, che hanno fatto parte del momento e  dello spirito del Concilio, hanno amplificato ulteriormente la voce della Chiesa e soprattutto hanno dato risposte di fede che incontravano le domande di tanti credenti. Quando Montini, prima da Cardinale e poi da papa, disse che bisognava “ringraziare la divina Provvidenza” per la fine del potere temporale e che non c’era più “nessun rimpianto , nessuna nostalgia né tantomeno alcuna segreta velleità rivendicativa” non faceva che esprimere una posizione ormai largamente maggioritaria nel popolo cattolico. Erano passati cento anni da Porta Pia. Una opinione consistente continua a sostenere  la continuità del Vaticano II con tutta la storia della Chiesa. E’ un punto di vista fondato sulla volontà di voler leggere dei contenuti del Concilio solo quelli omogenei (qualcuno ne è rimasto) con una visione riduttiva e  angusta della Chiesa e del messaggio di Gesù. Il più autorevole interprete di questa posizione è stato Benedetto XVI in ripetuti interventi.

Il tentativo di fare marcia indietro dopo il Concilio

Nell’occasione di questi 150 anni ho fatto questo excursus storico per richiamare alla memoria dove eravamo e per ragionare  dove siamo ora. Nei cinquant’anni successivi al Concilio quella che sembrava una strada aperta, densa di speranza e di un nuovo modo liberante di vivere la nostra fede si è ristretta, è stata in parte deviata, a volte è stata esplicitamente bloccata. La struttura centrale della Chiesa si è rafforzata, la ricerca teologica è stata spesso mortificata proprio quando nuove comprensioni della storia esprimevano una nuova fedeltà alla Parola, un nuovo protagonismo femminile nelle comunità cristiane è rimasto isolato,  le difficoltà a farsi ascoltare dalle strutture ecclesiastiche sono continuate, una nuova alleanza, in forme particolari, si è organizzata tra il trono dei grandi poteri dell’economia nel mondo e l’altare di quelli che santificano il “sabato”,  che usano violenza contro gli “ultimi”, che, recitando il Rosario,  stanno dietro alle guerre e alla crescita delle disuguaglianze nel mondo ed usano la religione per interessi del tutto mondani. Questa alleanza  non è stata veramente contrastata. Per quanto riguarda i rapporti con lo Stato il nuovo Concordato del 1984 ha perso l’occasione  di assumere i contenuti conciliari e si è limitato  a una modernizzazione dei Patti Lateranensi. I due papati hanno contribuito in parte, o non hanno ostacolato come avrebbero dovuto, questo corso a tenere bloccata la Chiesa. ll momento peggiore è stato quello della beatificazione di Pio IX il 3 settembre del 2000,  nello stesso giorno di quella di papa Giovanni. Abbiamo ampiamente motivato il nostro radicale dissenso sulla canonizzazione dei papi, di tutti i papi (o  almeno essa avvenga a secoli di distanza). In questo caso poi abbiamo ritenuto un errore imperdonabile quello relativo a papa Mastai Ferretti  perché essa è rientrata nella logica che vuole ignorare la forte discontinuità nella storia della Chiesa tra il Vaticano I e il Vaticano II, mettendo sullo stesso piano Pio IX e Giovanni XXIII. Quanto alla riforma della Chiesa che essa sia ancora urgente e necessaria abbiamo cercato, dal basso con le nostre possibilità, di dimostrarlo negli ultimi anni intervenendo sulle principali questioni e chiedendo  cambiamenti con spirito costruttivo e di dialogo. Siamo stati e siamo poco ascoltati. C’è  l’incapacità di parlarsi, in particolare tra quelli che ritengono di essere gli unici depositari di ogni interpretazione  del Vangelo e i cosiddetti  “laici”. Anche in questa occasione vogliamo sperare che questa ricorrenza non sia celebrata solo con belle parole o con rievocazioni solo storiche come ha fatto il gesuita Giovanni  Sale sulla “Civiltà Cattolica” di questo mese. Per esempio, proprio il prestigioso quindicinale dei gesuiti potrebbe cogliere l’occasione per ripensare, in modo autocritico, su come ha informato su quelle vicende dall’inizio (la “Civiltà Cattolica” aveva scritto, al momento della sua convocazione, che il Vaticano I serviva solo a proclamare l’infallibilità del papa, oltre che a fare propri, per acclamazione, tutti i contenuti del Sillabo)  e su quanto si  possa  dire ora sulle differenze  tra la Chiesa di Porta Pia e quella del Vaticano II. La stessa proposta vale naturalmente per la generalità della stampa cattolica e dei movimenti cattolici.

Papa Francesco ora esprime  la voce universale della Chiesa sui problemi del mondo

Il nostro interesse al XX settembre e la nostra convinzione che esso sia stato “manovrato” dalla Provvidenza ci è poi reso molto piacevolmente evidente dalla situazione relativamente recente che abbiamo davanti col magistero di papa Francesco. Dopo il potere temporale dello Stato pontificio, dopo aver mediocremente usato della libertà del papato da vincoli temporali (l’anticomunismo di Wojtyla e l’eurocentrismo di papa Ratzinger) abbiamo un papa che parla veramente in nome dell’umanità con visione veramente universale, in nome di credenti e di non credenti, sulle questioni  generali. Papa Francesco è in difficoltà nel riformare la Curia, nel fermare gli scandali, nell’affrontare davvero la questione della presenza femminile nella Chiesa vincolato come è da troppe strutture ecclesiali retrograde. Ma sullo scenario internazionale si muove con una grande  evangelica libertà di analisi, di giudizio, di denuncia e di proposta. Quanto ha detto  sulla questione dell’ambiente del nostro pianeta, sulla nuova generale  corsa alle armi nucleari e sulle guerre, e sulle diffuse disuguaglianze e  sofferenze nel mondo è espressione del Vangelo e conferisce alle sue parole un’autorità straordinaria  perché libera dai poteri, dai nazionalismi, dalle culture settarie che pesano sull’umanità in questa fase difficile della storia.

Vittorio Bellavite  coordinatore nazionale di “Noi Siamo Chiesa”
Roma, 20 settembre 2020

21 Settembre 2020Permalink