30 giugno 2022 _Noi siamo Chiesa

Dopo la Sentenza della Corte Suprema Usa, “Noi Siamo Chiesa” ribadisce il sostegno alla legge 194

Il pronunciamento con cui la Corte Suprema degli Stati Uniti ha revocato la sentenza Roe vs Wade del 1973, che aveva legalizzato l’aborto a livello federale, è occasione perché, da più parti, si chieda di riaprire la discussione sul tema anche in Italia.

Di fronte a ciò, il movimento per la riforma della Chiesa cattolica “Noi Siamo Chiesa” intende ribadire le ragioni del favore con cui, al pari di moltissimi altri credenti (anche tra chi ha responsabilità associative e nel clero), giudica la legge n. 194 del 1978, già confermata dal referendum del 1981.

1) La legge n. 194 è una buona legge, che affronta laicamente un reale problema sociale e afferma con determinazione il valore della vita, preoccupandosi di creare le condizioni affinché l’aborto sia evitato o, alla peggio, avvenga in condizioni accettabili, sottraendolo alla clandestinità ed alla speculazione. L’applicazione della legge è stata invece carente soprattutto per quanto riguarda l’educazione sessuale diffusa e la disomogenea e spesso insufficiente organizzazione dei servizi sanitari e sociali previsti.

2) La legge non può che riconoscere e rispettare la libertà di decisione della donna in una situazione come quella della gravidanza così intimamente connessa con il suo essere fisico, psicologico e con le sue prospettive esistenziali. E, per quanto possa essere faticoso da accettare, lo stesso giudizio etico (anche quando illuminato dalla fede) deve fermarsi ed avere il massimo rispetto delle decisioni della donna, spesso assunte in condizioni personali molto difficili. Ciò anche se, per tutte e per tutti, e soprattutto per i credenti, l’interruzione volontaria della gravidanza rimane un fatto traumatico, una violenza grave all’ordine della natura e della creazione e pone continuamente il problema della sua prevenzione.

3) La difesa dei valori della vita, inoltre, merita un’azione a tutto campo nei confronti del “quotidiano” di donne ed uomini che soffrono e amano, qui e oggi, e va ben al di là della rigida tutela dell’embrione. C’è anzitutto il problema delle condizioni sociali della famiglia, dal precariato del lavoro dei giovani ai carenti servizi all’infanzia, dagli interventi, quasi inesistenti, a favore delle famiglie numerose alla condizione degli extracomunitari. C’è la ribadita ostilità della posizione ufficiale della Chiesa nei confronti degli anticoncezionali, che è senza fondamento biblico e teologico, e suscita molte reazioni negative anche nel popolo cristiano. C’è lo stesso rapporto tra uomo e donna, spesso ancora segnato da una cultura e comportamenti maschilisti, che può costringere la donna a scegliere in solitudine se abortire o allevare da sola il bambino o la bambina; per non dire di quando la donna si trova incinta senza una sufficiente consapevolezza o in conseguenza di una violenza subita.

4) Una conferma dell’appoggio alla legge n. 194 non può dunque essere disgiunta dall’impegno per una cultura diversa nei confronti della donna, che ne rispetti la libertà, ne comprenda e aiuti i bisogni, ne valorizzi sentimenti e valori, di cui ha bisogno questa società organizzata sul protagonismo, la competizione e l’immagine. La Chiesa cattolica stessa, d’altro canto, è permeata di culture, prassi e strutture maschiliste, nonostante l’esaltazione retorica del “femminile”.

“Noi Siamo Chiesa” cerca di proporre nella comunità dei credenti comportamenti laici nei rapporti con la società e le istituzioni ed una cultura della difesa della vita che sia ispirata alla carità ed alla misericordia di cui parla l’Evangelo e non alle asprezze, anche ideologiche, ed alle pressioni, anche politiche, delle ricorrenti campagne promosse da autorità e organizzazioni cattoliche.

30 Giugno 2022Permalink

28 giugno 2022 _ Un “influencer” di rara ferocia e il parere di un ecografista

26 giugno 2022  Sentenza Usa e noi. Aborto, quanta strada dalla legge 194.
Siamo pronti per un disgelo?   Giuseppe Anzani domenica  

Perché si può andare oltre decenni di letture ideologiche di una realtà profondamente umana

Overruled. È la parola chiave che mette fine a una lettura fuorviata della Costituzione americana. Quella che 50 anni fa, con la sentenza Roe vs. Wade, tolse agli States la potestà di legiferare in tema d’aborto, se non con limiti definiti. Parola più forte del révirement, cosa che accade senza scandalo quando un organo di giurisdizione cambia meditatamente decisione. Cancellata, ma anche ‘ribaltata’. Quello che per 50 anni è stato assunto dalla vulgata come diritto all’aborto garantito dalla Costituzione trova ora la bocciatura solenne, con il motivo elementare che quel giudizio era semplicemente sbagliato. Nella Costituzione il diritto d’aborto proprio non c’è. Per verità, neppure la sentenza Roe aveva sdoganato l’aborto libero, chiesto per «interrompere la gravidanza in qualsiasi momento, in qualsiasi modo e per qualsiasi motivo».

Anche allora i giudici avevano scritto «con questo non siamo d’accordo». Piuttosto, quella sentenza intendeva l’espulsione dell’ingerenza dei legislatori dalla sfera della privacy della donna incinta. Ma qualcosa di quella voglia è rimbalzato, col correre degli anni, nell’ideologia dell’«utero è mio», e del figlio come grumo cellulare da nutrire alla vita o da rifiutare come intruso ( Thomson), corpo estraneo nel corpo asservito. La nuova sentenza scuote ora anche all’altro versante del mondo che chiamiamo Occidente, l’Europa. Nessuna Costituzione menziona l’aborto fra i diritti; anzi. Però tutti i Paesi (tranne Malta) hanno leggi d’aborto. Perché non riflettere oggi sul contenuto, sul senso, sul fine di queste norme, ora che dal Nuovo Mondo viene una storica inversione di giudizio ‘in radice’? Perché di ‘diritto all’aborto’ si parla anche fra noi, nell’Italia culla del diritto, occultando che la tutela della vita ‘dall’inizio’ è principio costituzionale trascritto persino in cima alla legge 194? Da noi la spinta abortiva, a ridosso della sentenza Roe, si è mossa portando davanti alla Consulta un caso doloroso che il Codice avrebbe punito; fu esentato per una strettoia giudicata quasi simile alla ‘necessità’, così fu delineato il «danno o pericolo grave per la salute della donna medicalmente accertato e non altrimenti evitabile».

Una breccia che fece discutere, per stretta che fosse. A dilatarla, prima che la propaganda radicale puntasse all’abrogazione totale del reato per via referendaria, fu la pressione a dir poco terrorizzante sulle madri di Seveso in attesa, quando venne la diossina e la falsa premonizione dei figli deformi: 22 aborti, 22 feti mandati a Lubecca, esito delle analisi ‘tutti perfettamente sani’. Dolore. In un clima cupo, segnato dal terrorismo, pochi giorni dopo l’eccidio di Via Fani, fu approvata la legge sull’aborto. Nei lavori parlamentari, le parole «contro la piaga dell’aborto clandestino» si sprecano.

La legalizzazione, dicevano, instrada il tragico fenomeno su un binario che gli presta attenzione e possibile soccorso. Lo farà sparire. L’applicazione concreta però non aiutò la maternità difficile. Il soccorso fu invece offerto da iniziative spontanee di volontariato sociale, che aprirono i Centri di aiuto alla Vita. Nel 1981 due referendum contrapposti vennero bocciati. Nel 1997 i radicali tentano di far cancellare selettivamente le norme di tutela della vita e di soccorso alla maternità; ma la Corte costituzionale li bloccò con una lezione memorabile sulla inviolabilità del diritto alla vita.

È questa lezione che ancora non sembra penetrata nel cuore di chi sostiene di avere a cuore la condizione femminile; a tal punto paiono assurde le riluttanze, le proteste, le infastidite reazioni all’attività di soccorso offerto alla madre e al suo bambino. Avverrà ora un disgelo? Potrà esserci un ripensamento, più che sulle leggi, sulla vita? È questo, in fondo, che decide della vita: la capacità di amare. La sentenza Usa non fa sparire le leggi d’aborto. Sparirà l’aborto quando il villaggio umano aiuterà ogni maternità difficile e la gravidanza sarà il tempo d’una relazione d’amore. Chi ha un figlio nel cuore non lo caccia dal grembo.

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/quanta-strada-dalla-legge-194-siamo-pronti-per-un-disgelo

La descrizione di una realtà in via di oscuramento  per tornare all’aborto per legge 194

IL PARERE DI UN ECOGRAFISTA
Un ecografista racconta:
“Ok, la questione è la seguente:
la legge anti-aborto approvata in Alabama è un fatto veramente preccupante. Ohio, Missouri, Georgia, Mississippi, Arkansas, Kentucky… mi rivolgo anche a loro, ma per ora concentriamoci sull’Alabama.
Il governatore dell’Alabama, Kay Ivey, ha da poco reso legge il divieto totale all’aborto, in qualsiasi caso, per qualsiasi ragione e in qualsiasi fase della gravidanza. Ad oggi si tratta della legge sull’aborto più restrittiva di tutti gli Stati Uniti.
Mi presento: sono un tecnico ecografista, io e i miei colleghi osserviamo bambini ogni giorno e in ogni fase ella gravidanza. Lavoro anche nell’unità di alto rischio, assistendo madri e feti in vari stati di salute, sia fisici che mentali.
Se pensi che un divieto all’aborto sia una cosa positiva, io probabilmente sono la persona migliore per spiegarti perché ti sbagli.
Per cui, lascia che ti parli di…
Quelle donne che portano in grembo un feto senza cranio, il cui cervello fluttua semplicemente in giro, ma il battito cardiaco c’è ancora… Ebbene, loro non possono abortire.
Quelle donne il cui feto ha una rara mutazione cromosomica chiamata T13: gli organi si sviluppano fuori dal corpo e c’è una palatoschisi così grave che il naso è praticamente assente… Neanche loro possono abortire.
Quelle donne la cui pressione sanguigna schizza a valori così alti che svengono e rischiano la morte prima del parto… Non possono abortire.
Quelle donne con una grave forma di emofilia per cui partorire sarebbe probabilmente fatale, per loro e per il bambino… Non possono abortire.
La ragazzina di 13 anni la cui scuola non è autorizzata ad insegnare educazione sessuale e che quindi non sa come evitare una gravidanza o le malattie sessualmente trasmissibili. Una ragazzina, il cui corpo non è ancora sviluppato abbastanza da portare a termine la gravidanza senza venirne danneggiato irreparabilmente… Quella ragazzina non potrà accedere all’aborto.
Quella donna che è stata stuprata dall’amico che voleva solo “assicurarsi che arrivasse sana e salva a casa”… Non può abortire.
Quella donna con Sindrome dell’Ovaio Policistico che ha le mestruazioni ogni 3-4 mesi e non riesce a trovare un anticoncezionale che funzioni per lei… Non può abortire.
Quella donna il cui “partner” ha tolto il profilattico durante il rapporto senza dirle nulla (questa pratica si chiama Stealthing e accade molto più spesso di quanto credi)… Neanche lei può abortire.
Quella donna con una gravidanza ectopica corneale, che probabilmente crescerà fino ad ucciderla… Non può abortire.
Quella donna che ha già due bambini che a stento può nutrire e il cui anticoncezionale ha raggiunto un prezzo troppo alto… Non può abortire.
Tutte le tante, tante, tantissime donne che semplicemente non vogliono sostenere una gravidanza per ragioni che appartengono loro, e a loro soltanto. Problemi di salute, relazioni tossiche, problemi finanziari, problemi sociali… Non potranno abortire.
Alcuni di questi casi potrebbero magari sembrarti legittimi e sensati. E potresti aver ragione. Ma la questione è che nessuno dovrebbe decidere cosa fare del corpo di un’altra persona, neanche per salvare una vita.
E pensare che c’è bisogno di un permesso scritto dalla persona deceduta per poter prelevare gli organi che salvarebbero numerose vite. Non puoi costringere qualcuno a donare gli organi, a donare sangue, a donare il midollo, a prescindere dalla situazione. Allo stesso modo non puoi costringere una donna a fare del suo corpo ciò che vuoi tu. Fine della storia.
Ma la storia non finisce qui, vero? Perché il peggio deve ancora venire: se l’aborto è considerato un omicidio, perché non considerare un aborto spontaneo come omicidio colposo? Si, è già realtà.
El Salvador, Ecuador e ora USA… Una donna può andare in carcere per un aborto spontaneo o per un figlio nato morto, perché non si sa mai che proprio lei abbia fatto qualcosa per causarlo.
Donne che hanno realmente avuto un aborto spontaneo non chiederanno aiuto ad un medico. Moriranno di sepsi o dissanguate sul pavimento del loro bagno.
Se si inizia a incarcerare donne e medici per aver preso decisioni riguardanti la salute, che non interessano nessuno se non loro stessi, allora bisogna aspettarsi che le donne smettano di rivolgersi ai medici per sottoporsi a procedure sicure e inizieranno invece a ordinare pillole online o ad usare qualsiasi strumento metallico esse riescano a trovare per porre fine autonomamente alla propria gravidanza.
Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la “sacralità della vita”. Non più. Si tratta solamente di controllare le donne. Null’altro.”
(Sena Garven)
28 Giugno 2022Permalink

27 giugno 2022. La Corte Suprema USA e l’aborto

Un parere d Giancarla Codrignani (deputata nella Sinistra indipendente dal 1973 al 1987).
Fonte Adista.it         https://www.adista.it/articolo/68289

L’aborto e la Corte Suprema   Giancarla Codrignani 26/06/2022, 15:59

La Corte Suprema ha colpito gli interessi delle donne con conseguenze che, dagli Stati Uniti, si riversano sulle chiese cattoliche e protestanti e conferma la regressione sui principi conservatori. Giuste le manifestazioni delle donne, le proteste, il rammarico di Biden. Perfino noi italiane dovremo fare attenzione alle strumentalizzazioni della nostra destra nelle prossime, non facili elezioni politiche. Il Vaticano per bocca della PAV (Pontificia Accademia per la Vita) ha raccomandato di non fare ideologia sulla sentenza, che ovviamente non può contestare.

Tuttavia, data tutta la mia adesione al mantenimento della sentenza Roe vs. Wade del 1973, vorrei distinguere: la Corte ha negato la costituzionalità del “principio”, non la realtà del problema. Da quel che ho capito per la Suprema Corte non può essere “costituzionale” l’aborto perché non è una finalità di principio, un obiettivo – nonostante lo sia la scelta della donna – e ne lascia la determinazione di legge ai singoli Statiche, in America, hanno capacità legislativa e tutti sanno che alcuni mantengono a pena di morte, che questi giudici ritengono un caso analogo (giuridicamente) all’aborto. Il guaio sono le inaccettabili contraddizioni della legge di ogni singolo Stato con i principi “fondanti”: se il secondo emendamento, vincolante per tutti, riconosce ai privati la costituzionalità dell’acquisto e del possesso di armi anche di grosso calibro, riconosce implicitamente che lo scopo difensivo non privilegia il rispetto della vita non embrionale. Così il rovesciamento della sentenza del 1973 acquista il significato di una grave limitazione dei diritti delle donne. Il culto che abbiamo sempre portato per la democrazia americana (quante volte abbiamo citato il diritto alla felicità scritto nella Dichiarazione d’Indipendenza del 1776!) sta subendo attentati regressivi preoccupanti, dopo aver visto l’attacco al Campidoglio da parte di una banda di caratteristi da circo che toglieva valore al tentativo di “colpo di stato” di Tramp. Con questo attacco alla libertà femminile – che riguarderebbe anche la libertà maschile se il cittadino maschio non sfuggisse alla responsabilità che riguarda anche chi lascia sola la donna – la Conferenza episcopale americana potrà procedere (ci aveva provato,, stoppata dal papa) a scomunicare il Biden pro-choice. Le americane debbono reagire e avere la solidarietà di tutte, ma le italiane debbono prestare attenzione preventiva, anche se la 194 italiana giuridicamente è una legge per la maternità responsabile e l’interruzione volontaria della gravidanza. Dovremmo alzare il tiro e chiedere l’abolizione dell’obiezione di coscienza.

 

27 Giugno 2022Permalink

26 giugno 2022_NON ESISTONO MINORI DI SERIE B

Come faccio regolarmente riporto un mio scritto,  regolarmente firmato e pubblicato sul periodico Ho  un Sogno che esce  a Udine a cura dell’Associazione Proiezione Peters  Odv,  e  si propone come Strumento di informazione sulle risorse umane e sulle attività presenti in Friuli nel campo della pace e della cooperazione internazionale .  E’ arrivato al n. 268, n. 2 dell’anno XXXI.
Può essere richiesto a
asspp@iol.it e si trova in forma cartacea alla libreria Cluf in via Gemona 22 (Udine)

Oggi l’Alta Amministrazione dello  Stato è coinvolta in attività di accoglienza di minori non accompagnati  a partire dalla nomina della  Prefetto  Francesca Ferrandino a “Commissario delegato per il coordinamento delle misure e delle procedure finalizzate alle attività di assistenza nei confronti dei minori non accompagnati provenienti dall’Ucraina a seguito del conflitto in atto”.
Tale nomina non  si riferisce solo ai minori non accompagnati ucraini, ma fa capo al Piano ampio e articolato firmato dalla stessa Ferrandino, dove non  sono considerati segni distintivi tali da consentire una gerarchia che distingua, in una immaginaria lista d’attesa, i soggetti minori da accogliere.

Infatti il Piano muove dalla definizione di minore straniero non  accompagnato (come da art. 2 legge n.47/2017) “il minorenne non avente cittadinanza italiana o della Unione Europea che si trova per qualsiasi causa nel territorio dello Stato o che è altrimenti sottoposto alla giurisdizione italiana , privo di assistenza e di rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti per lui legalmente responsabili in base alla leggi vigenti nell’ordinamento italiano”.

Non resta ora che ricordare l’indifferenza del parlamento che dal 2009 impone ai migranti non comunitari la presentazione del permesso di soggiorno anche quando richiedano la registrazione di un loro nato in Italia. Il rischio di manifestarsi irregolari di fronte a un ufficiale di stato civile può indurli a non registrarne la nascita,  sottraendo il loro nuovo nato  oltre che all’esistenza giuridica anche alla protezione genitoriale ed esponendolo quindi a tutti i rischi che si vogliono evitare si minori in arrivo. A questi piccoli manca la caratteristica dell’essere in fuga e ciò li rende invisibili nel quadro degli interventi di protezione che possono passare solo attraverso una proposta di legge la cui necessità sembra estranea, come si è detto, all’iniziativa parlamentare , pur nelle variegate maggioranze che si sono proposte dal 2009 ad oggi. Appare infatti molto grave che l’Italia non  abbia ancora raggiunto sul piano legislativo il target 16.9 dell’Obiettivo 16 dell’Agenda 2030 per lo sviluppo Sostenibile dell’ONU, ovvero “Entro il 2030, fornire l’identità giuridica per tutti, compresa la  registrazione delle nascite”.

Un ultimo tentativo, che vorremmo efficace, si deve alla proposta di legge regionale n.16 presentata in Regione che, se approvata, impegnerebbe il parlamento a una discussione. Da quanto abbiamo visto finora, seguendo il dibattito in commissione, alla già espressa negazione della giunta regionale sembra unirsi il silenzio dei partiti di opposizione: scarsa sensibilità o diffusa disattenzione? Speriamo di essere smentiti quando conosceremo l’esito finale della votazione.

26 Giugno 2022Permalink

8 giugno 2022 – Patriacato e clericalismo. Un contributo da adista

Paola Cavallari 05/06/2022    Patriarcato e clericalismo. Del genere della vulnerabilità

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 21 del 11/06/2022

  1. Ribaltamento

Si dice che le donne siano vulnerabili molto più degli uomini: una ragione per cui si nutre il convincimento che compito dell’uomo sia di proteggerci – e così viene salvaguardata la sua immagine di figura estranea a derive di assoggettamento/violenze; ovviamente lo stereotipo della debolezza della donna comporta e suscita, come contraltare, deprezzamenti, prevenzioni, barriere che impediscono il passaggio dal recinto del privato allo spazio pubblico.

Comprendere la vulnerabilità sotto questa prospettiva non può che danneggiare e offendere le donne e tutte le persone che non sono state incluse nel paradigma imperante del soggetto, l’essere che si è autocompreso nella sfera della Trascendenza, che ha governato polis e logos, che ha pattuito il Contratto sociale, godendo dello status di detentore di Razionalità, Autosufficienza e Volontà libera, nell’ambito di una democrazia esclusiva (1).

Dovremmo compiere un ribaltamento e operare un recupero della vulnerabilità: per entrarci dentro e abitarla come nostra attitudine naturale, adottando una prospettiva “dal margine”, cioè uno sguardo che sa decentrarci e disidentificarci dal pensiero egemone. Si tratta di ribaltare la rappresentazione di perdita, mancanza, di un deficit nel valore/salute/onorabilità della persona. E comprendere che tale ermeneutica si inscrive in una matrice patriarcale.

  1. Cosa eclissa la Fratelli tutti?

Il sistema Chiesa ha la sua responsabilità nell’alimentare e potenziare tutto ciò?

Nelle esternazioni, il magistero e la struttura ecclesiologica – la cui leadership è di soli uomini – si schierano in difesa delle vittime, degli ultimi: inneggiano a essi come depositari del Vangelo e ne fanno un idolo. La leadership ecclesiale non vive infatti l’esperienza degli ultimi; e tanto meno delle ultime, che sono donne. Le fonti storiche (J. S.Mill, The Subjection of women, per esempio) ci dicono che anche il più reietto dei reietti aveva comunque “sotto” di sé una donna con cui poteva rivalersi delle frustrazioni subite e sfogare i malsani istinti aggressivi. Anche quando l’uomo era povero e miserabile, egli poteva esercitare il suo privilegio inerente alla maschilità nei confronti della propria donna.

Così è tutt’ora.

La dottrina della Chiesa ha avallato la prospettiva per cui il Soggetto, per il proprio Sè, rifugge la condizione – contingente o meno – di vulnerabile: lui è soggetto attivo, i deboli/ vulnerabili/passivi sono gli altri; attivo nella misericordia, certo, ma comunque attivo. Le categorie di attivo e passivo, come quelle di forte e debole, non sono neutre, ma strettamente correlate al maschile e femminile.

Anche le ultime encicliche si nutrono di questa prospettiva. In Fratelli tutti, il richiamo all’amicizia sociale è la linfa del testo. Domando: quale tipo di cultura, quali strutture di peccato destabilizzano l’amicizia sociale? Quale genere umano (ovvero: uomini o donne?) è di fatto l’artefice di una cultura dell’ingiustizia? Nell’enciclica la questione del genere rimane oscurata. E nemmeno si enuncia che il disgregarsi della fratellanza (di sorellanza non si parla) si radica in un’economia di valori simbolici sessuati e in una storia dove le soggettività femminili e maschili non hanno esercitato equamente i poteri, né sono loro attribuibili le medesime responsabilità. È la soggettività maschile, poi, che si è sostanziata di valori quali l’onore, la competizione, la supremazia, la virilità, l’orrore della vulnerabilità.

Rimane evanescente e grande assente una visione dell’umano che, sull’invito neotestamentario («Quando sono debole è allora che sono forte», 2 Cor 12,10) ospita la propria fragilità e vulnerabilità. È la propria debolezza ciò da cui ci si ritrae, perché quella che riguarda gli altri («saperci responsabili della fragilità degli altri», 115) domina. La mia vulnerabilità è difetto da rimuovere, crepa da cui difendermi: «è possibile dominarla con l’aiuto di Dio» 166, si dice.

Il samaritano, esemplare figura di colui che disinteressatamente si prende cura, assume, nei risvolti dottrinali successivi, una metamorfosi, un inquinamento: chi si prende cura resta impigliato, confuso con una figura d’autorità inscalfibile, che mai mostra fessure di imperfezione, di debolezze, di crepe. E la figura del sacerdote, divenuto alter Christus, è catturata nel feticismo del rappresentante santo, senza macchia, senza paura, senza deficit (2).

  1. Un’altra vulnerabilità

Durante la IV Tavola rotonda interreligiosa “Fedi e femminismi in Italia: la profezia delle donne, trascendenza ed esperienza nell’orizzonte di una fede incarnata”, organizzata dall’Osservatorio Interreligioso sulle Violenze contro le Donne (O.I.V.D.) in collaborazione con il Fscire, a Bologna il 2 dicembre ‘21, inquadravo la vulnerabilità come premessa all’esercizio della profezia.

‹‹La vulnerabilità di cui parlo – osservavo – non è imparentata con alcuna vocazione oblativa, al “sacrificio”. Nei codici maschili si configura con un volto perturbante, che lambisce i sinistri fantasmi dell’impotenza. In tale cultura è cifra aborrita; nei casi rari in cui ne riconoscono il valore, quasi mai si assumono le responsabilità storiche, religiose e politiche per averla, nell’habitus maschile, denigrata o dileggiata… Il campo ermeneutico della vulnerabilità cui mi riferisco riguarda non già l’essere vittima di costrizioni, umiliazioni, vessazioni; o l’afflizione – morale, fisica e simbolica – che sommerge chi è accerchiata, schiacciata, manipolata… Mi sta a cuore, infatti, far lievitare ciò cui le donne hanno dato forma nella rivoluzione femminista: assunzione consapevole del corpo, dei sentimenti, del vissuto, della sessualità: luoghi costitutivi della politica sessuale.

Il movimento delle donne ha scompaginato l’ordine categoriale e le sue polarità: il Corpo, la Passività, i Sentimenti, la Materia sono stati svincolati dai lacci del disvalore e non più rappresentati come l’opposto – e subordinato – di Anima, Ragione, Attività, Spirito››(3).

Sempre più, nel mio inoltrarmi nell’universo delle violenze, mi imbatto nella resistenza, o forse meglio dire rimozione, alla comprensione della vulnerabilità in quanto costitutiva della condizione umana, parte integrante dell’ontologia dell’esistere. Si misconosce la stretta parentela che abbraccia vulnerabilità e apertura al divenire, al movimento della vita, al saper esporsi, all’avvento della grazia dell’Incontro.

Ho ritrovato con soddisfazione il mio taglio discorsivo negli interessanti articoli del teologo cileno Samuel Fernández, “Abusi di potere spirituale e colpevolizzazione delle vittime” (4) e della teologa tedesca Ute Leimgruber, “Vulneranza della cura pastorale” (5). Molteplici i risvolti tematici dei due testi, cui non posso che rimandare (6).

Anche secondo questi autori, la teologia prevalente ha avallato la concezione per cui nella cura pastorale si è adottata la prospettiva della vulnerabilità in un orizzonte di passività mancante, dipendenza di una persona a disposizione, che può essere spinta a scenografie sadomasochistiche. Ciò ha contribuito [e non ne è l’unica causa] al fatto che operatori pastorali vari potessero poi tradurre indebitamente – e sfruttare – la relazione di cura come occasione di godimento narcisistico per sé (non necessariamente sessuale) e manipolazione per l’altro/a.

  1. Potere kyriarcale

Il sistema ecclesiale (l’ampia e indefinita ameba cui appartengono istituzione Chiesa, le congregazioni e i movimenti ecclesiali vari) si fonda su un impianto simbolico strutturale: la commistione di patriarcato e sacralizzazione dei ministeri ordinati, una miscela esplosiva che rientra in ciò che E. Schüssler Fiorenza ha definito potere kyriarcale.

La sacralizzazione del ministero ordinato conferisce una differenza ontologica ai soggetti (non a caso maschi e non a caso celibi) che vi appartengono. Non va poi sottovalutato che il regime sacerdotale è imparentato col regime sacrificale, sulla cui natura non posso qui addentrarmi. I vari responsabili o leader dei movimenti ecclesiali sono duplicati dello stesso modello, per cui anche loro agiscono in nome di un principio sacro assoluto, in un’aura di soprannaturale. La domanda di accompagnamento di chi si rivolge loro si presta a essere letta come via maestra all’esercizio dell’assoggettamento. Vulneranza è il termine con cui Ute Leimgruber definisce la propensione – strutturale e non contingente – all’abuso spirituale che si manifesta in tali rapporti di cura pastorale, rapporti asimmetrici e di potere, sottolineando come sia lo stesso impianto del sistema a fornire su un piatto d’argento l’occasione di un abuso spirituale e di coscienza in primis).

  1. Sintesi
  2. Nella cultura dominante e in quella ecclesiale, la rappresentazione della vulnerabilità elude la dimensione di quell’umano che noi siamo, dell’apertura all’altro che essa dischiude; viene invece incapsulata nelle categorie attivo/passivo – soggetto/oggetto, – forte/debole (dove attivo/soggetto/forte è attributo del maschio); si consolida così e si perpetua l’impianto della cultura patriarcale.
  3. L’abuso in contesti clericali eclissa per lo più un elemento determinante; l’ambiente in cui si consuma è contrassegnato non solo da un impianto gerarchico, ma anche dall’aura sacrale di cui gode la guida spirituale. «Di fronte al potere sacro, la resistenza istintiva cede», osserva Ute Leimgruber. Va da sé che qui il sacro ha cifra e volto di un dio sovrano assoluto, autoritario e punitivo, un dio che le teologie femministe hanno decifrato come dio dell’immaginario patriarcale.

Due nodi (A e B) che si intersecano e si saldano in un’unica radice e campo gravitazionale: il dominio maschile.

Note

(1) L’espressione democrazia esclusiva è della filosofa Geneviève Fraisse.

(2) J. S. Mill. Di fatti, gli impedimenti ad esercitare il ministero ordinato nella chiesa cattolica hanno ricalcato per secoli la normativa ebraica [chi, pur facendo parte della tribù di Levi, avesse un difetto fisico, non poteva accostarsi per offrire sacrifici, cfr. Lv 21,16-23. Ora nel cattolicesimo non è più così, ma quanti preti disabili, in Italia, conosciamo?

(3) Da Per una coscienza della forza debole della profezia, atti del convegno “Fedi e femminismi in Italia: la profezia delle donne, trascendenza ed esperienza nell’orizzonte di una fede incarnata”, di prossima pubblicazione.

(4) https://www.adista.it/articolo/68050.

(5) https://www.adista.it/articolo/67792.

(6) La rivista Adista, e la direttora Ludovica Eugenio in particolare, ha offerto una documentazione preziosissima su questo tema; oltre ai due articoli qui citati, ricordo quello straordinario di Doris Reisinger, “Abusi sessuali del clero e gravidanze”: il primo studio accademico https://www.adista.it/articolo/67633).

Paola Cavallari è filosofa e teologa femminista, presidente dell’Osservatorio Interreligioso sulle Violenze contro le Donne (OIVD)

https://www.adista.it/articolo/68168?utm_campaign=shareaholic&utm_medium=google_mail&utm_source=email

8 Giugno 2022Permalink

1 giugno 2022 – Bambini invisibili per scelta differenziata

Scrivo sul mio diariealtro.it la lettera che invierò ad alcuni amici per farne e condividere memoria
Il mio povero blog è trascuratissimo perché l’affanno che mi prende a proposito della negazione della registrazione della nascita di chi nasce in Italia, figlio di migranti irregolari mi blocca anche nella attività di aggiornamento di questo povero blog
Far sintesi è difficile e non  parlo di quell’equivoco per cui si pretende che sintesi significhi esclusivamente  brevità, ma dell’esigenza di mettere insieme notizie, almeno quelle (e parlo per me) in cui nella congerie devastante per quantità disordinatamente ammucchiata  mi illudo di trovare un filo conduttore di collegamento.
A seguito della conclusione di un ciclo di audizioni in Commissione Giustizia al Senato, sui tanti disegni di legge sul doppio cognome presentati sin dall’inizio della legislatura da quasi tutti i partiti, ieri sono comparse notizie di rilevante significato per cui metterò quattro  files in calce riservando il seguito ad alcune indicazioni che mi interessano

ANSA) – ROMA, 31 MAG – Tutti i nuovi nati avranno il cognome di entrambi i genitori o, nel caso di accordo, solo quello di uno di loro.

Lo spiega la stessa Consulta nelle motivazioni della sentenza depositate  .
I giudici sottolineano che « l’automatica attribuzione del solo cognome paterno “si traduce nell’invisibilità della madre” ed è il segno di una diseguaglianza fra i genitori, che “si riverbera e si imprime sull’identità del figlio”».
Il cognome «collega l’individuo alla formazione sociale che lo accoglie » .
E ancora segnala nell’imposizione del cognome unico che:  «comporta la contestuale violazione degli articoli 2, 3 e 117, primo comma, della Costituzione, quest’ultimo in relazione agli articoli 8 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo».

Non so quante volte abbiamo parlato dal 2009 ad oggi di bambini invisibili.
Se fosse possibile parlare di analogie  (so che non è una modalità attendibile) rileggerei la citazione e così:  « l’ostacolo che dal 2009 la legge oppone alla regolarità della registrazione dell’atto di nascita rende incerto (e legato a condizioni soggettive indotte: la paura dei genitori irregolari) il godimento di un diritto assoluto di ogni nuovo nato /a e determina l’invisibilità di chi è venuto  al mondo in queste condizioni».

E’ chiaro, mi sembra, che non  si può attribuire a migranti regolari o irregolari che siano la conoscenza di norme criptiche, costruite su citazioni, e del loro intreccio con circolari  (tutte conoscenze invece alla portata di chi si è battuto per il doppio cognome) .
Nel caso della nascita entrano in gioco diritti umani imprescindibili e ciononostante negati  a fronte dei quali l’inerzia del parlamento e l’indifferenza della società civile lasciano sgomenti.

Nel vuoto che ho sperimentato per anni a livello locale voglio ricordare il bollettino Ho un Sogno che  ha mostrato la dignità della coerenza al suo ruolo di “Strumento di informazione sulle risorse e sulle attività presenti in Friuli nel campo della pace e della cooperazione internazionale” e non ha mai mancato di segnalare la norma approvata per creare  “bambini invisibili”.
C’è però qualcosa di più. Da qualche tempo Ho un Sogno ospita un piccolo glossario, curato da Francesco Bilotta, docente di diritto privato all’Università di Udine, che così ha scritto a proposito del termine Solidarietà:
«La parola solidarietà ci sollecita subito considerazioni   di carattere morale. Non è immediato quasi per nessuno  associarla al diritto. <…e > avendo in mente la sua accezione morale, è piuttosto difficile disgiungerla dalla libertà di scegliere se assumere o meno un  atteggiamento solidale nei rapporti con gli altri.
Eppure, la nostra Costituzione è chiara al riguardo, quando all’articolo 2 parla di “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Quindi non solo doveri, ma  addirittura inderogabili, cioè doveri che nessuno ha il potere di cancellare in alcun modo. Doveri che caratterizzano trasversalmente tutto il nostro vivere collettivo, come ci ricordano i tre aggettivi, “politica, economica e sociale”»

Mi sembrano indicazioni sufficienti per delineare – in chi ha parola –l’obiettivo di  un quadro di solidarietà che intenda rendere visibili in  bambini invisibili  (come si sta facendo per le mamme dal nome negato).  Ma tutto è inutile.

In Parlamento la proposta 3048 (che, con tutte le insufficienze del caso, se approvata renderebbe al nato  anonimo  almeno il diritto di un’esistenza riconosciuta) resta pressoché ignorata e prevale invece -con la visibilità propria di un’azione politica seriamente intrapresa  una precisa scelta del pd, espressa pubblicamente dal segretario – per il ddl  che modifica la legge sulla cittadinanza del 1992 introducendo lo jus scholae.
Giusto obiettivo, a fronte del quale  resta ben fermo, quasi una beffa,   il no al certificato di nascita ai nati in Italia figli di migranti irregolari.
Giustamente nel comunicato stampa che vi ho già inviato il consigliere reginale Honsell afferma:
«L’Italia di fatto non rientra ancora nel novero di quei paesi che hanno raggiunto il target 16.9 degli Obiettivi sostenibili 2030 dell’ONU:
“fornire identità giuridica per tutti, inclusa la registrazione delle nascite” »

Ho  citato il consigliere regionale Honsell che  è riuscito a porre la questione della registrazione dell’atto di nascita dei figli dei sans papier all’interno di un dibattito in sede istituzionale.
Sperare che vada in porto è un dovere che sembra un azzardo (certamente il rifiuto dell’associazionismo organizzato a farsi carico  del problema non aiuta un reale tentativo di risolverlo) ma io non posso che contare sul fatto che  – comunque sia – questo impegno assicuri visibilità a ciò che si vuole occultare con ampia determinazione.
Sarà già un passo avanti

https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2022/05/31/il-doppio-cognome-o-di-un-solo-genitore-a-tutti-i-nuovi-nati_51df6d3c-3160-44ec-8633-9dcaa67c1bc7.html

https://www.rainews.it/articoli/2022/05/cognome-dei-2-genitori-al-figlio-consulta-una-legge-per-evitare-danni-alla-funzione-identitaria–fd5f1082-7348-4f7f-9be6-7c8f9cbe85b8.html

Doppio cognome ai figli, da oggi c’è anche quello della madre (avvenire.it)

https://www.fanpage.it/politica/doppio-cognome-ai-figli-le-motivazioni-dellla-consulta-ora-una-legge-per-evitare-moltiplicazione/

Aggiungo anche il comunicato di Honsell citato sopra:

“Oggi (martedì 24 maggio) in Commissione Immigrazione del Consiglio Regionale si sono svolte le audizioni della proposta di Legge Nazionale n. 16, presentata da #OpenSinistraFVG, volta a ristabilire il diritto assoluto di ogni nata/o in Italia alla registrazione del loro nome alla nascita anche se figli di immigrati irregolari. Attualmente vige ancora la normativa del 2009 che nega questo diritto fondamentale sancito dal recepimento della Convenzione ONU del 1991 da parte dell’Italia. Questo autentico vulnus normativo che nega i diritti dei più deboli, i bambini, è compensato da una circolare ministeriale ‘interpretativa’ il cui utilizzo è legato alla buona volontà degli uffici di stato civile dei Comuni. L’Italia quindi di fatto non rientra ancora nel novero di quei paesi che hanno raggiunto il target 16.9 degli Obiettivi Sostenibili 2030 dell’ONU.

Il dibattito in aula ha dimostrato scarsa consapevolezza della problematica da parte di alcuni sindaci che hanno voluto fraintendere la norma parlando di ricongiungimento familiare, come il Sindaco di Monfalcone. Il tema riguarda invece i diritti fondamentali dell’individuo come giustamente hanno sottolineato i rappresentanti dell’associazione di Medicina delle Migrazioni e dell’ANUSCA, l’Associazione Nazionale Ufficiali di Stato Civile e d’Anagrafe. Ancora una volta la visione ideologica di alcuni esponenti non ha permesso di riconoscere il problema, che nulla a che fare con le norme sull’immigrazione, o sull’iscrizione all’anagrafe ma solo sul rispetto della Carta dei diritti del Fanciullo: il diritto ad avere un nome alla nascita, anche se i genitori sono irregolari.

Come Open Sinistra FVG proporremo degli emendamenti al nostro testo per scongiurare qualsiasi ulteriore fraintendimento su questa norma di civiltà, che è stata riconosciuta dallo stesso Ministero ancorché con una circolare”: così si è espresso il consigliere regionale #FurioHonsell.

1 Giugno 2022Permalink

30 marzo 2022 – LE CHIESE IN UCRAINA E LA SFIDA DELLA PACE

LE CHIESE IN UCRAINA E LA SFIDA DELLA PACE

12 MARZO 2022           Le chiese in Ucraina si presentano all’appuntamento della storia tragicamente divise. Chi sono e come vedono se stessi i cristiani in Ucraina? Come le chiese hanno risposto al conflitto?
Che cosa è cambiato con la guerra?                                                         di Adalberto Mainardi

Il panorama religioso dell’Ucraina contemporanea vede oltre cinquanta religioni ufficialmente registrate. Chiesa maggioritaria è la Chiesa ortodossa ucraina, canonicamente parte del Patriarcato di Mosca, ma con uno statuto di ampia autonomia accordato nel concilio episcopale del 1990 e confermato dal concilio locale della Chiesa ortodossa russa del 2009 (lo stesso che elesse l’attuale patriarca Kirill). Capo della Chiesa ortodossa ucraina è il metropolita di Kiev, consacrato dal patriarca di Mosca ma eletto dall’episcopato ucraino (l’attuale metropolita Onufrij Berezovskii è stato eletto nel 2014).

Nel 1992 si era però formata la Chiesa ortodossa ucraina-Patriarcato di Kiev, con un seguito di alcuni milioni di fedeli, non riconosciuta dalle altre chiese ortodosse. Inoltre nel 1990, dopo l’incontro con Giovanni Paolo II, Gorbačev legalizzò la Chiesa greco-cattolica ucraina, che poté uscire dalla clandestinità cui era stata costretta da Stalin nel 1946. La convivenza delle tre comunità negli anni Novanta fu caratterizzata da tensioni ed episodi di violenza, che si riverberarono sullo stesso dialogo teologico cattolico-ortodosso, con una lunga battuta d’arresto fino al 2006.

Ma è l’autocefalia della Chiesa ucraina il nodo attorno a cui si stringono i problemi dell’ortodossia contemporanea. Nel 2016 il concilio panortodosso di Creta non riusciva ad affrontare il problema di quale Chiesa avesse il diritto di concedere a un’altra l’autocefalia (cioè la piena indipendenza):
il patriarca ecumenico di Costantinopoli? O la Chiesa madre? O l’insieme delle Chiese ortodosse? Per motivi diversi, quattro Chiese ortodosse disertarono l’assise di Creta: Mosca, Antiochia, la Chiesa ortodossa bulgara e la Chiesa di Georgia. A livello panortodosso, il problema canonico della concessione dell’autocefalia rimase irrisolto e lo scisma della Chiesa ucraina drammaticamente aperto.

Dopo l’annessione russa della Crimea e la destabilizzazione del Donbass nel 2014, la spinta politica a creare una Chiesa ucraina autocefala «canonica» crebbe considerevolmente. La metropolia di Kiev, culla storica della Chiesa ortodossa russa, dipendeva canonicamente dal patriarca di Costantinopoli fino alla fine del XVII secolo, quando la situazione politica ne provocò il passaggio al patriarcato di Mosca (eretto nel 1589). Nel 2018, il patriarca ecumenico Bartolomeo ritenne di revocare il tomos patriarcale del 1686 che concedeva al patriarca di Mosca il privilegio di consacrare il metropolita di Kiev. I fedeli fino ad allora ritenuti scismatici della Chiesa ortodossa ucraina-Patriarcato di Kiev e della minoritaria Chiesa ortodossa autocefala ucraina furono accolti nella comunione con Costantinopoli e in un concilio, alla presenza di due esarchi nominati dal patriarca ecumenico, costituirono la Chiesa ortodossa d’Ucraina (15 dicembre 2018).

A questa Chiesa, nel gennaio 2019, Bartolomeo concesse l’autocefalia. L’evento fu salutato dall’allora presidente ucraino Petro Poroshenko, che l’aveva fortemente voluto, come un nuovo «battesimo della Rus’», e la nascita di «una Chiesa senza Putin, ma una Chiesa con Dio e con l’Ucraina». Il Patriarcato di Mosca reagì rompendo la comunione eucaristica con Costantinopoli  e con le Chiese che successivamente riconobbero la Chiesa ortodossa d’Ucraina (la Chiesa greca, il Patriarcato di Alessandria e la Chiesa di Cipro).

La Chiesa ortodossa ucraina, rimasta fedele a Mosca, fu oggetto di attacchi e discriminazioni. Un progetto di legge imponeva di rinominarla «Chiesa ortodossa russa in Ucraina» (una disposizione che avrebbe potuto privarla dell’antichissimo monastero delle Grotte di Kiev). Il capo delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, metropolita Ilarion Alfeev, nell’aprile 2021 protestò energicamente: «Il centro di questa Chiesa non è Mosca, ma Kiev: è una Chiesa indipendente, elegge i propri vescovi e il proprio primate. Non è una Chiesa di russi, ma di ucraini».

La guerra di Putin ha agito come detonatore in una situazione ecclesiale attraversata da tensioni irrisolte.  Le reazioni delle Chiese le hanno rese manifeste

Non sorprendono i toni del primate della Chiesa ortodossa d’Ucraina, metropolita Epifanij («un cinico attacco […] nostro comune compito è respingere il nemico, difendere la patria, il nostro futuro dalla tirannia dell’aggressore»), o dell’Arcivescovo maggiore della Chiesa greco cattolica ucraina, Svjatoslav Sevchuk («il nemico fraudolento ha invaso il suolo ucraino, portando con sé morte e devastazione […] è sacro dovere di ciascuno difendere la patria […] La vittoria dell’Ucraina sarà la vittoria della potenza di Dio sulla bassezza e l’insolenza dell’uomo»).

Ma se Putin, che ancora il 21 febbraio definiva la Chiesa ortodossa ucraina «perseguitata» dal regime di Kiev, si aspettava da essa un appoggio, si sbagliava. In un appassionato appello «al presidente della Russia» nel giorno dell’invasione, il metropolita Onufrij chiede di «fermare immediatamente la guerra fratricida […] Una guerra simile non ha giustificazione né per Dio né per l’uomo». Se individua la responsabilità del presidente russo, il messaggio di Onufrij non cede alla tentazione di invocare da Dio la vittoria sul nemico. Non c’è un nemico da distruggere, ma un fratello che non abbiamo il diritto di uccidere.

Le parole di Onufrij hanno reso più imbarazzante il silenzio del patriarca Kirill, che solo la sera del 24 febbraio si rivolge ai «fedeli figli della Chiesa ortodossa russa» senza parlare di guerra («questi eventi», «sventura») ed esortando «tutte le parti in conflitto a fare il possibile per evitare vittime civili». La cautela di Kirill, del resto, è condivisa. L’Unione dei battisti russi nel suo appello per la pace sostituisce la parola «guerra» con l’espressione «situazione complicata ai confini con l’Ucraina».

La dichiarazione del patriarca è parsa insufficiente al suo stesso clero, se oltre 250 preti e monaci hanno sottoscritto un appello in cui chiedono «la cessazione della guerra fratricida in Ucraina»,
di non perseguire per legge chi manifesta per la pace, «perché questo è il comandamento divino: “Beati gli operatori di pace”». Il 28 febbraio il sinodo della Chiesa ortodossa ucraina domanda con insistenza al patriarca di Mosca di «dire la sua parola di primate sulla cessazione del versamento fratricida di sangue in Ucraina». Il 2 marzo il segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese di Ginevra, Ioan Sauca, ortodosso romeno, chiede ufficialmente a Kirill «di mediare perché la guerra possa essere fermata», e di «far sentire la sua voce per i fratelli e le sorelle che soffrono».

Nell’omelia della Domenica del perdono (6 marzo), che precede l’inizio della Quaresima, il patriarca Kirill sembra rispondere a queste sollecitazioni. Parla del «deterioramento della situazione nel Donbass» e individua come ragione dell’ostilità verso la Repubblica separatista il suo intransigente rifiuto al gay pride, biglietto di ingresso nel felice mondo del consumismo e dell’apparente «libertà» (un’eco del discorso di Ivan Karamazov contro la teodicea della modernità?). La guerra in corso, sembra dire il patriarca, è una lotta escatologica tra il bene e il male, ne va «della salvezza umana, di dove l’umanità si colloca», tra i sommersi o i salvati, «alla destra o alla sinistra di Dio Salvatore, che viene nel mondo come Giudice e Datore della ricompensa». Non tutti se ne rendono conto, prosegue. Bisogna chiamare peccato ciò che è peccato. L’omosessualità è un peccato. Negarlo è defraudare Dio del suo ruolo di giudice.
Da otto anni, nel silenzio dell’Occidente, è in corso un genocidio nel Donbass (una guerra dimenticata che ha già fatto 19.000 vittime). La sofferenza degli abitanti del Donbass è la sofferenza dei martiri. Si tratta di «una lotta che non ha un significato fisico ma metafisico».

L’omelia del patriarca ha lasciato stupefatti molti commentatori. Certo, mentre chiede di pregare per il popolo ortodosso del Donbass, Kirill dimentica che in Ucraina c’è un altro popolo ortodosso che è il suo stesso gregge; quando ricorda che perdonare è cessare di odiare il nemico, non si accorge che sta costruendo un nemico «esterno» (l’Occidente corrotto) addossandogli la responsabilità «più pesante», cioè di allargare «l’abisso tra i fratelli, colmandolo di odio, malizia e morte» (la guerra tra Russia e Ucraina), e sta assolvendo il presidente russo.

Ma la sua parola non deve stupire. Non è, banalmente, la degradazione dell’ideale evangelico a poltiglia ideologica. È il coerente sviluppo dell’idea del «mondo russo» (Russkij mir), costruita all’inizio degli anni Duemila. Un’idea di civiltà e insieme un’impresa politica, che tiene insieme eredità culturale e valori religiosi, principi etici tradizionali e capacità performativa post-secolare, una versione 2.0 della «Idea russa» combinata con l’ideale romantico della «Santa Rus’», di cui sarebbero portatori i popoli usciti dal battesimo nel Dniepr, russi, ucraini, bielorussi, come un’unica civiltà con una specifica missione: testimoniare un’alternativa valoriale allo smarrimento etico dell’Occidente, che dietro l’ipocrita difesa dei diritti umani nasconde l’idolo unico del profitto. Non è casuale la consonanza con la persuasione putiniana che russi e ucraini (e bielorussi) siano un unico popolo, fratelli che non possono e non devono abitare in case straniere. Il patriarca del resto ha salutato con favore gli emendamenti alla Costituzione russa del 2020, che introducono la menzione di Dio (art. 67,1 comma 2), la difesa del matrimonio come unione tra uomo e donna (72, comma 1), la promozione dei valori tradizionali della famiglia (114, comma 1).

Il conflitto ucraino sta brutalmente mostrando che il «mondo russo» non è più armonico del mondo occidentale. L’unità religiosa non è rafforzata dalle bombe ma polverizzata. Numerose parrocchie e vescovi della Chiesa ortodossa ucraina hanno cessato di menzionare il nome del patriarca nell’anafora eucaristica. Il solco scavato dalla guerra tra il patriarca di Mosca e la Chiesa ortodossa ucraina sta però anche segnalando che le ragioni della divisione tra le Chiese in Ucraina non sono così profonde. Non toccano l’essenza della fede. Forse la tragedia della guerra può aiutare le Chiese a comprendere che il Vangelo chiede un parlare chiaro: sì, sì, no, no. Chiede di chiamare la guerra «guerra», il peccato «peccato». Di dire che la divisione è un peccato, che la guerra è un peccato. Che solo l’amore salva. Che l’invocazione della pace deve radicarsi nella verità e nella giustizia, nella promozione della libertà e della vita dell’altro.

https://www.rivistailmulino.it/a/le-chiese-in-ucraina-e-la-sfida-della-pace

30 Marzo 2022Permalink

30 marzo 2022 – Quella di Putin è la prima dichiarazione di guerra ufficiale all’omosessualità

Quella di Putin è la prima dichiarazione di guerra ufficiale all’omosessualità

ADRIANO SOFRI  29 MAR 2022

Il capo del Cremlino, il suo cappellano militare Kirill, i suoi consigliori Aleksandr Dugin e Natalya Narochnitskaya: tutti hanno indicato “l’orientamento sessuale non tradizionale” come il cuore profondo dell’occidente

Bisogna guardarsi dalle frasi a effetto, ma è il momento di dire che, attraverso l’Ucraina, Putin ha dichiarato guerra all’omosessualità. L’hanno indicata, lui, il suo cappellano militare Kirill, i suoi consigliori Aleksandr Dugin e Natalya Narochnitskaya, come il cuore profondo dell’occidente. Le “parate del gay pride” come cimento metafisico della salvezza umana secondo Kirill si potevano ancora catalogare fra le sbronze dell’incenso patriarcale. Ma il Putin che, sperando addirittura di cattivarsi Joanne Rowling, ne rivendica l’estraneità ai “diritti di genere”, imprime il suo sigillo sul programma. Ed evoca, per esemplificare la volontà di cancellazione della millenaria cultura russa, i nomi magnifici di Tchaikovsky e Rachmaninoff, non so quanto deliberatamente, dal momento che fu drammaticamente omosessuale il primo e imprudentemente sospetto il secondo.

Nei regimi dispotici le cose non hanno diritto al proprio nome, come la guerra di oggi. La terminologia politicamente corretta in russo è: “Persone di orientamento non tradizionale”, ricorda un brillante saggio satirico del 2007, “E’ l’HOMO quello che l’OMON vede allo specchio?” (Omon è l’unità speciale antiterrorismo dunque antigay).

Ci eravamo dimenticati troppo presto della legge russa cosiddetta contro la propaganda omosessuale, strumento di repressione delle persone e delle associazioni, dichiarate emanazioni di “agenti stranieri”. Abbiamo dedicato pochissima attenzione alla micidiale persecuzione delle persone gay nella Cecenia di Kadyrov, il quale peraltro assicura che “questa cosa non esiste da noi”. (Purtroppo, la soppressione infamante delle differenze sessuali è, là e altrove, ben più profondamente radicata che nella pagliaccesca e sanguinaria tirannide di Kadyrov). C’è un film documentario impressionante di David France, “Welcome to Chechnya. Inside the Russian Republic’s Deadly War on Gays” (“Benvenuti in Cecenia. Nella guerra mortale della Repubblica russa contro i gay”, su Hbo, Amazon ecc.), presentato al Sundance Festival del 2020.

Ora ci troviamo davanti alla promozione dell’omofobia a geopolitica. Ma come, mi sono chiesto, hai tanto insistito sulla intima posta delle guerre contemporanee, combattute per e sul corpo delle donne, e ora ne vuoi spostare il centro su un aspetto particolare come la differenza delle scelte sessuali? In realtà non c’è alcuna contraddizione, e l’omosessualità – lasciatemi usare questa parola in un’accezione generale, come farebbe il Cremlino – è il termine, tutt’altro che parziale, di misura della virilità “tradizionale”, della resistenza del rapporto “naturale” con le donne. L’omosessualità è occidentale – è l’occidente. A Mosca e a San Pietroburgo, dov’è larga, brillante e audace, è decretata come una, la più vergognosa, importazione straniera.

Del resto, quando si segnala un isolamento attuale della Russia di Putin, sarebbe istruttivo fare il conto di quanta parte del mondo contemporaneo condivide l’omofobia e pratica, di diritto o di fatto, discriminazione e persecuzione delle persone Lgbt+. E’ sfuggito ai più che lo scorso 1° marzo la Guida suprema iraniana, ayatollah Ali Khamenei, addebitando la guerra d’Ucraina al regime mafioso degli Stati Uniti, ha precisato: “C’è una grave degradazione morale nel mondo di oggi, l’omosessualità e cose di cui non si può nemmeno parlare. Si è giustamente definita la civiltà occidentale come una nuova èra di ignoranza”. Si curino i dettagli. Alla voce pertinente sulla Russia di Wikipedia si ricorda il governatore della regione di Tambov, Oleg Betin, che nel 2008 dichiarò pubblicamente che “gli omosessuali dovrebbero essere fatti a pezzi e lanciati in aria”. Fantasticheria volatile di certa presa, accostata alla consuetudine islamista di scaraventare i gay giù dai tetti.

Devo comunque già correggermi: non è mia la rivelazione sulla guerra in Ucraina di Putin contro l’omosessualità, com’era prevedibile. “I gay” lo sapevano. Sulla Boston Review del 14 marzo è uscito un saggio di Emil Edenborg intitolato appunto “La guerra anti-gay di Putin contro l’Ucraina”, di cui raccomando la lettura: “Nella retorica del Cremlino e dei media allineati i diritti Lgbt, il femminismo, il multiculturalismo e l’ateismo sono dichiarati non solo come estranei ai valori della Russia, ma come minacce fatali alla nazione”.  Vi si citava il discorso inaugurale di Putin del 24 febbraio, per l’“operazione speciale militare”: “Hanno cercato di distruggere i nostri valori tradizionali e di imporci i loro falsi valori che eroderebbero noi e la nostra gente dall’interno, gli atteggiamenti che hanno imposto in modo aggressivo ai loro paesi, e che portano direttamente al degrado e alla degenerazione, perché contrari alla natura umana. Non accadrà. Nessuno è mai riuscito a farlo, né ci riusciranno ora”.

Zelensky, quanto a lui, inadatto alla taccia di genere, si merita quella di “drogato”: un attore, dopotutto. Le donazioni raccolte da coraggiose associazioni Lgbt russe in favore delle persone e dei gruppi Lgbt ucraini sono passibili di condanne fino a 20 anni. La guerra di Troia passò per guerra di uomini per una donna. Gratta la scorza infame della denazificazione, e ci trovi la prima guerra ufficialmente dichiarata contro l’omosessualità e il suo fantasma, che si aggira per la Russia.

https://www.ilfoglio.it/piccola-posta/2022/03/29/news/quella-di-putin-e-la-prima-dichiarazione-di-guerra-ufficiale-all-omosessualita–3853885/

30 Marzo 2022Permalink

15 marzo – Giornata internazionale per combattere l’islamofobia

L’Onu dichiara il 15 marzo Giornata Mondiale contro l’islamofobia
19/03/2022, 17:59
L’Onu ha adottato martedì 15 marzo 2022 una risoluzione proposta dall’Organizzazione per designare il 15 marzo la  Giornata internazionale per combattere l’islamofobia. La risoluzione è stata presentata dal Pakistan a nome dell’Organizzazione per la cooperazione islamica. L’adozione della risoluzione segue anni di discussioni, iniziate nel 2019 in seguito agli attacchi alla moschea della Nuova Zelanda.
L’Iran, insieme a Pakistan, Turchia, Arabia Saudita, Giordania e Indonesia, ha guidato i colloqui. La risoluzione condanna qualsiasi incitamento all’odio e violenza contro i musulmani e chiede di rafforzare gli sforzi internazionali per promuovere la tolleranza e la pace .Presentando formalmente la risoluzione, l’inviato pakistano delle Nazioni Unite, Munir Akram, ha affermato che l’islamofobia è diventata una “realtà” che sta “proliferando in diverse parti del mondo”.
“Tali atti di discriminazione, ostilità e violenza nei confronti dei musulmani – individui e comunità – costituiscono gravi violazioni dei diritti umani e violano la libertà di religione e credo”, ha affermato Akram nella Sala dell’Assemblea Generale.
“È particolarmente allarmante in questi giorni, perché è emersa come una nuova forma di razzismo caratterizzata da xenofobia, profili negativi e stereotipi sui musulmani”, ha aggiunto.
La risoluzione riconosce “con profonda preoccupazione” ciò che ha affermato essere “un aumento generale dei casi di discriminazione, intolleranza e violenza, indipendentemente dagli attori, diretti contro membri di molte comunità religiose e di altre comunità”.
Sostiene che il terrorismo “non può e non deve essere associato ad alcuna religione, nazionalità, civiltà o gruppo etnico” e chiede “sforzi internazionali rafforzati per promuovere un dialogo globale sulla promozione di una cultura di tolleranza e pace a tutti i livelli”.
https://www.adista.it/articolo/67760

19 Marzo 2022Permalink

14 novembre 2021 – A fronte del crollo di civiltà una persona sola non può fare nulla

Continuo a ridare vita al mio blog pubblicando una lettera che non voglio perdere spedita ad alcuni amici il 5 novembre
la grafica è penosa ma un po’ alla volta imparerò.
Vi segnalo in particolare l’asta dei marchi di Auschwi
tz a Gerusalemme

Gentili amici,
da dodici anni mi sto occupando di un problema giudicato (dalle più rispettate associazioni locali) irrilevante o irritante o una di quelle cose che è meglio non nominare a seguito di un ‘galateo’ del silenzio opportunista e omertoso. Il giudizio è mio e me ne assumo la piena responsabilità che non trasferisco ad altri.
Lo scorso mese di aprile stata presentata una proposta di legge (C3048) per correggere la stortura inserita nel 2009 nella nostra normativa che vuole la richiesta della registrazione della nascita di un proprio figlio in Italia accompagnata dalla presentazione del permesso di soggiorno .
[Per chiarezza: il riferimento è alla legge 94/2009 art. 1 comma 22 lettera G].
Naturalmente tanto vale per i cittadini non comunitari. Purtroppo mi sembra che la pur positiva presentazione non abbia caratteristiche che facciano pensare a un impegno politico, sostenuto dalla società civile, perché la proposta giunga all’approvazione prima di nuove elezioni.

Recita il decreto legislativo 286 /1998, Testo Unico sulle immigrazioni, naturalmente aggiornato, precisando con le parole evidenziate in grassetto alcuni aspetti che si vogliono noti mentre il silenzio copre il fatto che l’accesso alla registrazione della nascita non è più situazione protetta dalla non prevista esibizione del permesso di soggiorno come avveniva con la legge 40/1998 (cd Turco Napolitano).
«Fatta eccezione per i provvedimenti riguardanti attività sportive e ricreative a carattere temporaneo, per quelli inerenti all’accesso alle prestazioni sanitarie di cui all’articolo 35 e per quelli attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie, i documenti inerenti al soggiorno di cui all’articolo 5, comma 8, devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di interesse dello straniero comunque denominati».
Affido ogni commento al Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza in Italia (Gruppo CRC), un network di associazioni italiane che opera al fine di garantire un sistema di monitoraggio indipendente sull’attuazione della CRC e delle Osservazioni finali del Comitato ONU in Italia.

I diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia
11° Rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia. 20 novembre 2020.

Cap. 3.1 (diritto di registrazione e cittadinanza)
“Inoltre, sempre in riferimento alla Legge 94/2009, che ha introdotto il reato d’ingresso e soggiorno irregolare e successivo obbligo di denuncia per i pubblici ufficiali incaricati di pubblico servizio, è emerso il rischio di mancata registrazione alla nascita per i minorenni nati in Italia da genitori privi di permesso di soggiorno. Nonostante la Circolare esplicativa n. 19/2009 del Ministero dell’Interno, nonché la successiva Legge 67/2014 che ha depenalizzato il reato autorizzando il Governo a convertire la fattispecie in una sanzione <…>la Legge 94/2009 continua a essere in vigore, rischiando di indurre in errore genitori in posizione irregolare, portandoli così a non provvedere alla registrazione alla nascita dei figli, per paura di essere identificati”.
http://gruppocrc.net/documento/11-rapporto-crc/
Come il solito, nella mia sprovvedutezza irrimediabile credevo che la diffusione di questa tematica con documenti sempre citati e linkati avesse un qualche effetto sulla società civile organizzata che potrebbe ora consapevolmente sostenere la proposta 3048 perché venga approvata prima delle prossime elezioni ma così non è: la forza dei ‘grandi’ si è sovrapposta alla insignificanza di ogni voce sola e soprattutto a quella di piccoli gruppi e persone seriamente interessate, motivate e correttamente informate che hanno finito per adeguarsi alle risultanze del clima omertoso che ho indicato all’inizio.
I neonati non hanno parola: ci vorrebbe il coraggio e l’impegno etico di prendere questa parola in vece loro perché tanto è loro dovuto.. Ma così non è.
Ancora una volta mi è stato detto che il mio incaponirmi non fa altro che esaltare la nullità del mio essere una.
Ho imparato: torno al mio blog trascurato dove continuerò a inserire notizie e valutazioni, cercando di non disturbare i manovratori di un consenso che torni loro utile.

Ora ci sono notizie che trasferirò nel mio blog a mia futura memoria e cito appena: rimandano a ben altro mentre ricordo quello che è successo a Novara, i no vax travestiti da internati nei campi di sterminio cui oppongo con un link la risposta di Liliana Segre e cui unisco con successivo link il rifiuto di Edith Bruck alla cittadinanza offertale dal comune di Anzio, dove cittadino onorario è anche Benito Mussolini
https://www.nextquotidiano.it/risposta-liliana-segre-no-pass-di-novara-vestiti-da-deportati/
https://www.avvenire.it/attualita/pagine/il-rifiuto-di-edith-bruck-mai-accanto-a-mussolini

Ammiro la senatrice Liliana Segre e la scrittrice Edith Bruck ma non mi basta, sono convinta che la deroga al riconoscimento dell’esistenza di chi non conta nulla sia solo il punto di partenza di altre deroghe che svuoteranno di significato i diritti fondamentali riconosciuti dall’art. 3 della nostra Costituzione.

Un esempio forte – che mi ha spinta a questo scritto – ci v iene da Israele:
La memoria della Shoah trasformata in mercato ha dato un primo esempio in Israele.
Vi prego di leggere il testo che ho ricopiato dal link che trascrivo inncalce e ho attivato inserendolo sul motore di ricerca google
ANSA.it Mondo Redazione ANSA TEL AVIV 03 novembre 2021
Rinviata l’asta dei timbri di Auschwitz per ‘marchiare’ gli ebrei
Dopo le polemiche, un tribunale ha bloccato la vendita di un simbolo della Shoah
Il tribunale distrettuale di Tel Aviv ha ordinato il rinvio di un’asta, fissata per il 9 novembre, in cui dovevano essere messi in vendita timbri di metallo utilizzati (secondo gli organizzatori) dai nazisti nel campo di sterminio di Auschwitz per tatuare le braccia degli internati ebrei.
Il ricorso è stato presentato oggi dal ‘Centro delle organizzazioni dei sopravvissuti alla Shoah’.
Il tribunale ha fissato “una udienza urgente” per il 16 novembre.

Intanto il presidente della associazione degli ebrei in Europa, il rabbino Menachem Margolin, ha scritto al ministro della giustizia israeliano Gideon Saar per chiedergli un intervento. “La prego di agire immediatamente – ha scritto – per impedire l’asta pubblica di quei timbri nazisti che, con nostro sgomento, è stata fissata proprio a Gerusalemme”. ”Agiremo secondo le decisioni del tribunale di Tel Aviv” ha anticipato il proprietario della casa d’aste, Meir Tzolman. Ha peraltro dubitato che il ministro della giustizia Saar abbia alcuna veste per intervenire nella vicenda.

IL CASO – L’orrore di Auschwitz era apparso nei giorni scorsi nel rione di Gilo, a Gerusalemme, dove una casa d’aste aveva messo in vendita reperti ritenuti ormai introvabili: otto piccoli marchi utilizzati per imprimere numeri sulla pelle degli ebrei internati in quel lager. “Sono otto tavolette di metallo, di un centimetro per un centimetro e mezzo ciascuna, su cui compare in risalto la sagoma di una cifra diversa” aveva spiegato il proprietario della casa d’aste, Meir Tzolman.
A breve distanza dal suo edificio, il direttore del Museo Yad Vashem Dany Dayan era subito passato all’attacco sostenendo che “il commercio di oggetti del genere è inaccettabile moralmente e non fa che incoraggiare la produzione di falsi”. “Yad Vashem – aveva aggiunto – si oppone a vendite del genere e chiede alle case d’aste e ai siti online di cessare le vendite di oggetti storici che derivano dall’Olocausto”. Tzolman aveva poi spiegato all’ANSA di aver deciso di mettere in vendita quella sorta di timbri “proprio per evitare il rischio che scomparissero dalle pagine della Storia” e nella speranza che raggiungano un museo. “Ad Auschwitz – ha raccontato – fu internato anche mio nonno, Yechiel Tzolman. Anche lui fu tatuato ad un braccio dai nazisti. Si salvò solo grazie alla prestanza fisica che indusse i suoi aguzzini a destinarlo a lavori pesanti piuttosto che all’eliminazione”. Dopo la Shoah sarebbe poi immigrato in Israele, dove è morto 20 anni fa.
La casa d’aste del nipote – un ebreo ortodosso – è peraltro un inno alla cultura ebraica, con vendite costanti di testi ebraici antichi e manoscritti. “Nella mia famiglia – ha aggiunto Tzolman – nessuno ha obiettato alla messa in vendita di quelle tavolette”.
A quanto gli risulta quei timbri di metallo con i punzoni a forma di cifra erano sistemati in un telaio di legno, e poi impressi a forza sulla carne del detenuto. Quindi nelle ferite aperte veniva versato un inchiostro indelebile di colore blu. “Era la stessa tecnica utilizzata allora per marchiare il bestiame – ha spiegato -. Ma le dimensioni erano state adattate appositamente per gli esseri umani, dunque erano molto più ridotte”. Con questi tatuaggi i nazisti volevano far comprendere ai prigionieri che anche se fossero scappati, sarebbero stati poi inevitabilmente rintracciati, come bovini allo sbando. Nella vendita è incluso anche un manuale prodotto dalla società tedesca Aesculap, che illustrava “l’uso corretto del prodotto”.
Secondo Tzolman, un sopravvissuto alla Shoah gli ha confermato di aver visto di persona quel genere di marchi. In Israele l’asta, fissata per il 9 novembre, ha sollevato un vespaio di polemiche. Ma Tzolman si dice determinato a non annullarla. “C’è un grande interesse, oggi le offerte si sono moltiplicate. Penso che quelle tavolette saranno acquistate ad un prezzo di 30-40 mila dollari”. Nulla di quanto afferma ha smosso minimamente Yad Vashem, che si è rifiutato di avere con lui alcun contatto. In termini generali ha fatto invece sapere di essere disposto a ricevere quelle tavolette per analizzarne l’autenticità e utilizzarle eventualmente come testimonianza storica del passato.

Ecco il link per una eventuale verifica.
https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2021/11/02/allasta-i-timbri-di-auschwitz-per-marchiare-gli-ebrei

E infine, a proposito di discriminazioni, o meglio di rifiuto delle discriminazioni, segnalo un prezioso libretto dei giuristi Francesco Bilotta e Anna Zilli: Combattere le discriminazioni. Forum. Se ne può anche ascoltare la lettura integrale on il link che riporto in calce.

Prima però trascrivo l’incipit del testo che, nella mia intenzione, chiude il cerchio che ho aperto con questo mio lungo, noioso intervento .
So già che qualcuno si chiederà che c’entra tutto questo con qualche neonato inesistente per legge. Io ho perso la fiducia nell’altrui ascolto : mi affido a questo testo di Stefano Rodotà (Il diritto ad avere dei diritti. Laterza. Bari 2012 pag. 76):
«Bisogna avere il coraggio dei diritti, vecchi o nuovi che siano. Non lasciarsi intimidire da chi ne denuncia l’inflazione, addirittura la prepotenza, la sfida ai valori costituiti. Viviamo un tempo di grande travaglio e difficoltà che però non giustificano le inerzie».

Aggiungo la bella citazione che trovo nella quarta di copertina. Non ha autore dichiarato, la faccio mia.
«Il contrasto delle discriminazioni va considerato un dovere di tutte e tutti: anche se non siamo le vittime di una discriminazione , la nostra sola tolleranza verso la discriminazione di cui siamo testimoni, ci mette nella scomoda posizione di contribuire a legittimare socialmente quel meccanismo di esclusione che abbiamo visto in azione».
https://forumeditrice.it/percorsi/storia-e-societa/diversa_mente/combattere-le-discriminazioni?version=open

Augusta De Piero

14 Novembre 2021Permalink