19 settembre 2020 – Consiglio regionale Friuli Venezia Giulia – Una proposta di legge singolare

 

Relazione Honsell sul DDL 91 abbinato in discussione con Pdl 11 su Solitudine

“Solitudine”

Ma le mie urla
feriscono
come fulmini
la campana fioca
del cielo

Sprofondano
Impaurite

Santa Maria La Longa, 26 gennaio 1917

Questa Legge ricomprende sofferenze assordanti come quelle espresse nei versi di Ungaretti sulla solitudine violenta della guerra, o quelle silenziose dei manicomi e dei borghi abbandonati a cui hanno dato voce il poeta di Andreis, Federico Tavan (2007) in “Spopolamento”:

Uchì
murî
al éis deventât
un mout
come un altre
par tirâ indenant

e il nostro poeta Pierluigi Cappello, nell’incipit di “Sonno estivo” (2010):

Seduti, le gambe allungate nel silenzio,
uno a uno ci siamo portati i nostri giorni
solitudine con solitudine, impazienza e attesa

[…]

Non siamo tutti poeti però, e la solitudine è sofferenza, non musa, per i più…

A oltre due anni da quando presentammo nell’agosto del 2018, la Proposta di Legge 11 per prevenire e contrastare il fenomeno della solitudine, finalmente siamo ad un passo per arricchire il corpus normativo della Regione Friuli Venezia Giulia con un testo che ne delinea le problematicità e traccia direttive su come prevedere azioni concrete di contrasto.

Questa legge è il frutto della mediazione tra la PDL 11 e il DDL presentato dalla Giunta all’inizio di quest’anno, avvenuta in vari incontri quest’estate. Ritengo questa sintesi molto soddisfacente e per questo ringrazio i miei collaboratori di segreteria, dott. Cucchini, che mi aiutò a preparare il testo iniziale, lo staff del gruppo che mi ha assistito nel percorso  (con il capo segreteria Vanin e gli addetti di segreteria Albrizio e Reverdito), i Colleghi Consiglieri della III Commissione, soprattutto Liguori, Santoro e Ussai, che firmarono con me la PDL 11, il Presidente della III Commissione Moras e il suo staff tecnico diretto dal dott. Negro, e l’Assessore Riccardi e i suoi collaboratori guidati dalla dott.ssa Zamaro.

È paradossale che in un pianeta nel quale la popolazione sta per raggiungere gli 8 miliardi e nel quale il sovraffollamento è un’esperienza sempre più frequente, emerga invece drammatica la sofferenza della solitudine. La solitudine è diffusa non solamente presso gli anziani ma anche presso i giovani e giovanissimi. Tremende sono poi le nuove solitudini urbane, quelle della marginalizzazione e della dissociazione, o quelle dello spopolamento nelle aree montane. Preoccupante è la solitudine digitale e quella degli espulsi dal mondo del lavoro che spinge loro verso l’inattività. Le reti sociali e con esse, spesso, anche le alleanze familiari sono lacerate e non riescono più a mitigare queste sofferenze contemporanee che si sono manifestate con ancora maggiore evidenza durante il confinamento, dovuto all’emergenza epidemiologica e al distanziamento che ne è stata l’evoluzione.

Questa legge dà una prima risposta a queste sofferenze.

Nei suoi primi articoli assegna con chiarezza alla Regione il compito di affrontare e contrastare ogni esclusione, disconnessione e marginalizzazione sociale, senza distinzione di età, favorendo lo sviluppo di reti di comunità e di cittadinanza attiva e sostenendo azioni di sussidiarietà orizzontale volte a perseguire il benessere relazionale. Delineati gli obiettivi, la legge si sviluppa prevedendo interventi sia diretti sia con il coinvolgimento del terzo settore, del sistema scolastico, dell’università e della ricerca, e degli enti locali.

Certamente, avremmo preferito mantenere separate le due leggi, ovvero la L.R. 22/2014, la prima in Italia sull’Invecchiamento attivo, e questa sul contrasto alla solitudine. I destinatari di quest’ultima, come specificato nell’art. 4, sono drammaticamente molti di più di quelli della prima. Avremmo preferito che il tema del contrasto alla solitudine fosse anche inserito nella L.R. 6 del 2006 Sistema integrato di interventi e servizi per la promozione e la tutela dei diritti di cittadinanza sociale, e in particolare in un nuovo comma nel TITOLO III, che descrive le aree di intervento dei Piani di Zona, e si fossero utilizzati gli osservatori previsti nell’art. 26. Avremmo preferito inserire, altrimenti, un osservatorio in questa stessa legge che potesse rilevare le buone pratiche nonché i bisogni. Infine, avremmo preferito che venissero esplicitate misure specifiche per contrastare quelle tipologie di solitudine derivanti dall’isolamento forzato a seguito di emergenze epidemiologiche, come quella del COVID-19. Fosse stato così, questa legge sarebbe stata la prima ad affrontare tali problematiche e avrebbe costituito un punto di riferimento per futuri atti normativi. Così purtroppo non è stato.

Vista però la serietà della problematica e l’urgenza di affrontare la solitudine, abbiamo scelto di non dividere o frenare il Consiglio Regionale su un tema cruciale, ma contribuire costruttivamente soprattutto negli articoli dall’2 al 5, su finalità ed obiettivi, sui quelli riguardanti i destinatari e sulla partecipazione e sul coinvolgimento degli altri attori di rete. Siamo così riusciti ad arrivare prima ad un atto concreto e condiviso.

La nostra Proposta di Legge 11 nasceva nell’ambito della preparazione all’importante Convegno Internazionale dell’IFOTES International Federation of Telephone Emergency Services che poi si svolse con successo nel 2019 a Udine e che ha visto oltre un migliaio di rappresentanti dei telefoni amici di tutta Europa ritrovarsi per discutere il tema di come contrastare anche a livello normativo i flagelli della solitudine e del suicidio che ne costituisce lo sbocco più drammatico. In qualità di Sindaco di Udine avevo promosso tale convegno, ma a causa della fine del mandato non ho potuto partecipare. Riconosco però che l’Assessore Regionale ha colto l’importanza dell’evento e gli do atto di aver raccolto il testimone e portato a conclusione questo importante iter legislativo.

L’aver fuso questo DDL alla L.R. 22/2014 non dovrebbe compromettere né il funzionamento delle norme precedenti né quelle aggiuntive. Anzi il complesso delle norme generali comuni mi sembra che irrobustisca entrambi gli articolati specifici. Certamente l’efficacia di questa legge dipenderà dalle risorse che le verranno attribuite nelle prossime Leggi di Stabilità o di assestamento. Spero che la sensibilità maturata presso tutti i livelli di governo regionale, nelle discussioni in III Commissione, al CAL e nelle audizioni, che hanno visto indistintamente un generale apprezzamento per le leggi in questione, possa concretarsi in risposte adeguate alla vastità dei bisogni. Auspico pertanto che risorse vengano aggiunte e non certo sottratte alla legge precedente.

Auspico inoltre che tale sensibilità possa anche informare coloro che redigeranno i nuovi Piani di Zona ai sensi della L.R. 6/2006. Infine spero che l’assenza dell’osservatorio possa essere compensata dall’ampiezza e cura dei bandi previsti da questa norma per il sostegno ad iniziative, in modo che le buone pratiche e i bisogni possano emergere in sede di presentazione delle domande.

In conclusione esprimo la soddisfazione per questa legge e anche l’orgoglio, come cittadino di questa Regione, per il fatto che il FVG è la prima regione in Italia che affronti con una norma specifica il tema della solitudine, senza ipocrisie.

Penso che i tre poeti citati all’inizio ci avrebbero approvati!

Qui il testo del DDL 91 approvato in Commissione | Qui il testo della PDL 11

 

19 Settembre 2020Permalink

19 settembre 2020 – Parlamento europeo.  Si parla di immigrazione.

Wake Up Italy

Prende la parola presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen.
E le parole che pronuncia, cogliendone anche le sfumature, sono una lezione su come si trattano i sovranisti e la loro volontà di distruggere l’Europa e i valori fondamentali su cui si fonda la nostra civiltà.
Intanto le prime parole che pronuncia, riferite agli interventi che l’hanno preceduta, non sono casuali. Con calma, totale serenità: “Dopo aver ascoltato le posizioni di estrema destra…”.

Ecco: non dice “le parole del centrodestra” o “delle destre”, come si fa qui con la Lega o Fratelli d’Italia.

Lei le chiama col loro nome, senza infingimenti o ipocrisie: “estrema destra”. E’ ciò che sono. E bisognerebbe specificarlo sempre.

Quindi prosegue, sempre con garbo e tono sereno: “C’è una differenza fondamentale su come si guarda la persona, l’essere umano. Noi siamo convinti che ciascun essere umano abbia una dignità solenne che non potrà mai essere toccata, indipendentemente dalla sua provenienza”.

“Noi”. Capito? Dice “Noi”.

Un “Noi” che sottolinea che davanti alla dignità umana c’è un noi, ovvero noi che crediamo nel progresso, nei diritti umani, nella civiltà occidentale. E poi c’è un voi. Voi che avete deciso di stare al di fuori di questi valori, di essere i nemici della nostra civilità.

E sempre più calma, con tono quasi comprensivo, pieno di compassione:

“L’estrema destra” (la chiama sempre così) “ha una posizione diversa. Radicalmente diversa” per la quale “ci sono vari tipi di esseri umani: noi e loro. E loro, loro, devono essere trattati con odio. Ma l’odio non da mai buoni consigli.

A quel punto un esponente dell’estrema destra, della Lega Tedesca, alza la voce.

Lei sorride, lo guarda, e additandolo con grazia: “Questo la fa arrabbiare, la tocca nel vivo. Perché siamo diversi. Siamo profondamente diversi. Voi predicate l’odio. Noi invece cerchiamo soluzioni. Vogliamo un approccio costruttivo per la migrazione. E questa sempre sarà la nostra posizione”.

Del tipo: fatevene una ragione.

Ecco. E’ tanto difficile capire che andrebbero trattati così i nemici dei valori su cui si fonda la civiltà europea? Quelli che l’Europa vorrebbero distruggerla per permettere a potenze straniere come Putin o Trump di comprarsela un pezzo la volta?

Da Emilio Mola.   #wakeup

Riporto il link che conduce alla fonte del testo che ho trascritto da fb in traduzione italiana
https://www.politico.eu/article/ursula-von-der-leyen-state-of-the-union-speech-compared/

 

19 Settembre 2020Permalink

Blind Tom, pianista cieco e schiavo. Storia crudele dell’America di ieri

Era nato in Georgia a metà ’800 con forti ritardi cognitivi, ma un innato talento musicale. Che rese ricchi i suoi padroni. Mark Twain lo ascoltò tre sere di seguito
di GIAN ANTONIO STELLA

Quando se ne andò un grande giornalista che l’aveva conosciuto bene, Henry Watterson, scrisse: «Cos’era? Da dove veniva? Perché? Quel che è certo è che lì dentro c’era un’anima, imprigionata, incatenata in quel piccolo petto nero, finalmente liberata». Ed era così grande la sua fama, ha scritto la vaporosa biografa Deirdre O’Connell nel libro The Ballad of Blind Tom, Slave Pianist, che per anni «almeno tre o quattro Blind Tom» seguitarono a girare l’America con «spettacoli circensi da dieci centesimi. Inciampando verso il pianoforte, gli occhi roteati all’indietro, la lingua penzoloni, le braccia tese come un enorme orso…». Orrende caricature truffaldine di un genio diverso che fu «il pianista più remunerato del diciannovesimo secolo». E il diversamente abile più ammirato dal vivo, in centinaia di concerti, di tutti i tempi.

C’è di più: Thomas Green Wiggins, che a lungo portò il marchio del cognome del suo padrone schiavista, è la prova di quanto avesse ragione giorni fa Joe Biden a dire agli americani che «finalmente» è ora di fare i conti con «il peccato originale di questo Paese, vecchio di 400 anni: la schiavitù e tutte le sue vestigia». Nel senso di strascichi. Proprio un secolo e mezzo fa, nel 1870, il giovane pianista cieco teoricamente liberato dopo la guerra civile e l’abolizione della schiavitù del 1865, veniva infatti dichiarato «non compos mentis» e affidato da un tribunale della Virginia al suo vecchio padrone. Era una gallina dalle uova d’oro: perché mai restituirlo alla madre? Di fatto fu l’ultimo schiavo nero della storia americana. «Liberato» solo nel 1908 da un ictus che gli rubò l’uso delle mani e lo portò alla morte.

Ma partiamo dall’inizio. È la vigilia di Natale del 1850 e il «Columbus Times & Sentential» pubblica l’annuncio della vendita di una casa padronale con relativa tenuta di venti acri (8 ettari) appena fuori Columbus, Georgia, al confine con l’Alabama. Il proprietario, Wiley F. Jones, coperto di debiti, aggiunge che alla casa d’aste Harrison’s mette in vendita anche «una decina o dozzina di schiavi negri allevati in Georgia» (tradotto: tirati su come si deve) tra i quali un cocchiere di prim’ordine e una brava cucitrice. Uomini-merce. Senza manco la precisazione, diffusa tra i sedicenti gentiluomini del Sud, che la vendita sarà «per famiglie». Per non separare padri, madri, figli.

Alla famiglia di Mingo e Charity Wiggins, sotto questo profilo, va bene. Vengono comprati insieme, lui, lei e due figli «sani» dal proprietario terriero James Neil Bethune, generale con barba e baffi che noi diremmo risorgimentali, teorico dello schiavismo, editore di un giornale ostile alla emancipazione. Anzi, l’uomo accetta, come regalo, anche il terzo bambino della coppia. Si chiama Thomas, ha otto mesi e gli occhi bianchi, vuoti, senza luce. Col tempo si scoprirà che la disabilità è doppia: «La sua imbecillità e impotenza gli assicurarono la simpatia e la cura della famiglia nella sua infanzia», dice un libretto promozionale (The Marvelous musical prodigy) del 1868, «Quando cominciò a camminare e correre per il cortile, le sue divertenti peculiarità lo rendevano un animale domestico».

Fatta la tara a tutto il razzismo che trasuda a partire dal racconto dell’iniziazione del piccolo alla tastiera, nata da una sfida in famiglia di Mary, una dei sette figli del padrone («A un cavallo o a un cane può essere insegnato quasi tutto… Tom ha tanto buonsenso quanto un cavallo o un cane, e vi mostrerò che gli si può insegnare. “Tom, siediti!”. “Tom, alzati!”»), alcune cose sono certe. A cinque anni il bambino nero, schiavo, cieco e «idiota» lasciò tutti ipnotizzati piazzandosi al pianoforte mentre i padroni cenavano e suonando quanto aveva imparato orecchiando il maestro di musica. Mica canzoncine infantili: musica classica. Un prodigio. Mai visto nella storia. E destinato per decenni a rimanere inspiegabile (le mille teorie avanzate sarebbero spassose se non fossero tragiche e immonde) fino alla definizione della «sindrome dell’idiot savant» introdotta da John Langdon Down nel 1887 e alla successiva messa a fuoco dell’autismo in tutte le sue varianti, compresa quella di persone colpite da gravi ritardi mentali ma dotate di altissime potenzialità. Un esempio? Kim Peek, il giovane di Salt Lake City che un secolo più tardi ispirerà il film Rain Man con Tom Cruise e Dustin Hoffman: non sapeva allacciarsi i bottoni di una camicia, ma ricordava a memoria circa dodicimila libri.

Così appare Tom quando Bethune scopre d’aver comprato un fenomeno. Dice la leggenda che, fiutato l’affare, lasci al bimbo libero accesso al piano e cerchi maestri di musica per dargli una base. «Impossibile — rispondono —, fa tutto da solo». Fatto è che nel ’57, a otto anni, debutta già alla Columbus Temperance Hall. Per cominciare subito dopo a girare l’America, al seguito di un impresario-custode che arriverà a farlo esibire fino a quattro volte in un solo giorno. Più che un concerto è uno show sul modello delle «Curiosity» che faranno la fortuna di uomini spregiudicati come Phineas T. Barnum capaci di trascinare sul palco nani lillipuziani e donne cannone e fratelli siamesi e disabili con quattro gambe come Myrtle Corbin…

Uno show orrendo (con gli occhi di oggi) e insieme stratosferico. Dove l’immenso Blind Tom mischia insieme brani di «classica» mai studiati ma impeccabili da Chopin a Mendelssohn, da Hoffman a Donizetti e perfette imitazioni di suoni e canti d’animali e sfide impossibili ai musicisti in sala che gettano lì grandinate di note sparse chiedendo che il «mostro» le ripeta uguali identificandole una ad una o che riproduca brani mai sentiti prima. Infallibile. Trionfale.

Un giorno, su un treno dell’Illinois, lo vede Mark Twain: «Un negro corpulento sul lato opposto del vagone iniziò a oscillare violentemente il suo corpo avanti e indietro e imitare con la bocca il sibilo e il rumore del treno…». «Ma chi è?», chiede. «Il famoso pianista Blind Tom». Mesi dopo, stregato, scriverà sul giornale «Alta California» di San Francisco d’esser andato a sentirlo tre sere di seguito: «Se mai c’è stato un idiota ispirato, questo è lui. Dominava le emozioni del suo pubblico come un autocrate. Li spazzava come una tempesta con i suoi pezzi forti; li cullava per farli di nuovo riposare con melodie tenere come quelle che udiamo nei sogni; li allietava con altre che ondeggiavano nell’aria incantata con la stessa gioia e allegria del pandemonio che fanno gli uccellini nei boschi della California… E ogni volta che il pubblico applaudiva quando un pezzo era finito, questo innocente felice si univa e batteva anche lui le mani…». Finché l’entusiasmo fu tale che «venne giù la sala».

Se fece lo stesso anche nei concerti-show in un tour europeo non si sa. Certo lasciò tra i giornalisti e i musicisti inglesi, nel 1866, impressioni indelebili. Era un genio? A modo suo, sicuramente. Certo pochi al mondo furono così sfruttati: nel 1870, quando fu assegnato dal giudice al suo vecchio proprietario, secondo i giornali dell’epoca arrivò a fruttare 100 mila dollari l’anno. Pari, per le stime ufficiali, a quasi due milioni di dollari di oggi. A lui e alla madre Charity finirono pochi spiccioli. Il dettaglio più osceno è però un altro. L’annuncio sul «Columbus Daily Sun», nel 1864, che Blind Tom aveva «donato 5 mila dollari» a una raccolta fondi per le «cause benevoli». Oltre 82 mila dollari di oggi. Destinati agli schiavisti. Ma che ne sapeva, l’innocente felice?

8 settembre 2020 (modifica il 8 settembre 2020

https://www.corriere.it/cultura/20_settembre_08/blind-tom-pianista-bambino-schiavo-schiavitu-thomas-green-wiggins-9b575eb4-f1e9-11ea-a04c-fd3ebc88ed6c.shtml

 

9 Settembre 2020Permalink

20 agosto 2020 – I cattolici democratici e il No al referendum – Giorgio Merlo 

 

 

 

 

Una preziosa segnalazione della agenzia Adista mi ha consentito di raggiungere il documento che trascrivo (link in calce):

 

 I cattolici democratici e il No al referendum    Giorgio Merlo
(Giornalista, dirigente movimento “Rete bianca”)

Dunque, il quesito sul prossimo referendum confermativo inerente il taglio dei parlamentari ruota attorno ad una domanda di fondo: e cioè, la democrazia costa troppo e quindi vanno tagliati i fondi. È il dogma, del resto, che ispira da sempre le forze populiste e demagogiche che hanno vinto le elezioni politiche del marzo 2018. Una cultura e una prassi che attraverso la lotta spietata, cinica e spregiudicata contro l’anti casta e il cosiddetto “sistema” punta a ridurre esplicitamente la stessa rappresentanza democratica con conseguenze incalcolabili per la conservazione e la qualità della nostra democrazia.

Certo, si tratta di forze politiche e di movimenti che storicamente si scagliano contro la casta – del passato – e i suoi rappresentanti e poi ne copiano, notoriamente in peggio, tutti i vizi e le degenerazioni. Perchè fanno del potere e del suo consolidamento la stella polare del comportamento concreto nelle aule parlamentari. Attraverso un uso, altrettanto cinico e spregiudicato, della pratica trasformistica.

Ma, per tornare al quesito referendario e al sussulto di dignità che finalmente si comincia a intravedere qua e là nelle forze politiche non ispirate dal populismo e dalla demagogia anti parlamentare e anti istituzionale, va pur detto che la secca riduzione della rappresentanza parlamentare non può essere affrontata e corretta solo con una adeguata – e seppur necessaria ed indispensabile – legge elettorale.

Meglio, comunque sia, se ispirata al sistema proporzionale. Perchè il disegno politico che caratterizza questa impostazione non può che essere finalizzato ad una riduzione degli spazi democratici, ad una concentrazione del potere e, soprattutto, ad un sistema che azzera la partecipazione a vantaggio di un ritorno del notabilato e della designazione degli eletti dall’alto.

Perché ogni riduzione degli spazi democratici segna, inesorabilmente, una sconfitta della democrazia e dei suoi istituti. E ciò anche perchè quando si introduce nel dibattito politico la concezione che la democrazia rappresentativa è sostanzialmente uno spreco di denaro, che la democrazia “costa” troppo e che il risanamento e la bonifica del sistema politico, democratico e costituzionale passano attraverso esclusivamente una riduzione dei costi, sai da dove parti ma non sai dove puoi approdare concretamente.

Fuor di metafora, se la democrazia è solo un costo ma perchè allora non ridurre all’essenziale e all’estremo tutte le assemblee rappresentative? Dal Parlamento alle Regioni, da ciò che resta delle Province ai Comuni, dalle Unioni Montane a tutti gli organismi democratici e rappresentativi del nostro paese. Tutto sarebbe molto più semplice. Se costa si taglia.

Con tanti saluti alla democrazia, alla sua rappresentanza, ai suoi istituti e al ruolo che la stessa cultura e prassi costituzionale hanno avuto e continuano ad avere nella società italiana. Ma il problema di fondo, al di là dello stesso quesito referendario, è la cultura che ispira tali scelte e che spiega e giustifica questa richiesta di taglio della democrazia. E cioè, il dogma del populismo anti politico, anti parlamentare e vagamente anti istituzionale. Si tratta, cioè, di fare i conti con questa involuzione democratica e costituzionale contemplata e riassunta dal verbo populista. Su questo versante, tocca prevalentemente alle culture riformiste e costituzionali battere un colpo e farsi sentire nel confronto politico sul quesito referendario.

A cominciare dai cattolici democratici, dalla sinistra democratica e dalle forze liberali e conservatrici della destra e del centro destra italiano. E, per fermarsi ai cattolici democratici, popolari e sociali riconducibili al grande patrimonio ideale del cattolicesimo politico italiano, si tratta di una battaglia a cui non si può guardare con indifferenza e mera convenienza momentanea.   Perché la qualità della democrazia, la difesa dei suoi istituti, la centralità del Parlamento, la salvaguardia della sua rappresentanza democratica e liberale non sono tasselli che possono essere oggetto di scambio politico e di governo.

Quando in discussione c’è il profilo e la natura della nostra democrazia, così ci hanno insegnato i nostri “maestri”, non c’è mercanteggiamento che tenga o convenienza qualsiasi che possano giustificare la rinuncia o la rassegnazione a praticare i nostri valori e la nostra cultura di riferimento. Quando è in gioco la democrazia si deve scendere in campo. Democraticamente, civilmente ma si deve battere un colpo. Pena la progressiva ed irreversibile rassegnazione ad una cultura e ad una prassi a noi estranei e del tutto inconciliabili con i nostri valori e i nostri convincimenti ideali, culturali e storici.

Ecco perché attorno al prossimo referendum sul taglio dei parlamentari deve decollare un confronto politico, culturale e istituzionale dove i cattolici democratici non possono e non devono assentarsi per ragioni momentanee e di pura convenienza elettorale o contingente.

https://www.huffingtonpost.it/entry/i-cattolici-democratici-e-il-no-al-referendum_it_5f3114a4c5b6b9cff7f4441d

 

20 Agosto 2020Permalink

16 agosto 2020 – Ismet Mujezinović, il dramma di un autoritratto di   Božidar Stanišić

Presentazione
Božidar Stanišić, oggi cittadino italiano, ci offre l’opportunità di conoscere storia e cultura di un paese che non  c’è più.
Ai migranti che sono approdati nel nostro paese in cerca di pace (Božidar è arrivato con la sua famiglia nel 1992) abbiamo offerto (o forse imposto) la nostra cultura e la sua memoria, ma abbiamo ignorato la memoria che ognuno di loro porta con sé.
In questo blog si può leggere, il 31 luglio la segnalazione in video di un messaggio di pace di te ex combattenti della Bosnia Erzegovina per risalire al 
22 novembre 2014 con un suo ricordo del poeta Crnjanski.
Nel link in calce a questo e ad altri scritti si trovano anche altri indizi che sostengono una, almeno mia, volontà di condivisione delle nostre memorie 

   Autoritratto con medaglia d’onore 

Cinquant’anni fa Ismet Mujezinović (Tuzla, 1907-1984) portava a termine il suo “Autoritratto con medaglia d’onore”. Uno sguardo alla vita e all’opera di uno dei più grandi pittori bosniaci e jugoslavi del Novecento

La Bosnia, giorni lontani… Le riproduzioni di dipinti e disegni di Ismet Mujezinović dedicati alla lotta partigiana erano presenti in tutti i libri di testo per le scuole elementari e superiori. “Con i suoi quadri ha dato un grande contributo alla Rivoluzione, alla Jugoslavia e allo sviluppo del socialismo…”. C’era scritto così oppure sto solo immaginando, dopo tutto quello che è accaduto lì, in quel paese che non c’è più?

Ismet, vita e opere

La monografia “Ismet Mujezinović” (1985), scritta dal professor Ibrahim Krzović, è il primo grande studio dedicato all’opera di Mujezinović in cui sono analizzate tutte le fasi del suo sviluppo artistico, i suoi punti di vista sull’arte, il suo rapporto con la società e con se stesso. E naturalmente, il suo percorso di vita: gli anni liceali, trascorsi nella sua città natale, Tuzla; gli studi all’Accademia di Belle Arti di Zagabria; la prima mostra personale organizzata a Belgrado nel 1930; il breve periodo viennese e un più lungo soggiorno di studio a Parigi; il ritorno in patria nel 1933; il periodo trascorso a Spalato, dove collabora con Meštrović alla realizzazione delle cariatidi destinate al Monumento al milite ignoto sul monte Avala; l’arrivo a Sarajevo dove con un gruppo di artisti fonda Collegium Artisticum ed esegue quadri su commissione per una famiglia di Spalato; il matrimonio con l’insegnante Marija Sisarić; poi la partecipazione alla Lotta popolare di liberazione (NOB), a cui aderisce subito, fin dai primi giorni della resistenza alle forze di occupazione; la perdita di molte sue opere (tra 1000 e 2000); il ritorno a Sarajevo dopo la guerra; la decisione di diventare un artista indipendente e di tornare nella sua natia Tuzla dove, fino all’ultimo respiro, ha lasciato tracce non solo con le sue interpretazioni pittoriche dei temi legati alla guerra, ma anche con il suo impegno per far progredire la cultura, l’arte e l’istruzione. Lo so, questo riassunto su vita e opere di un pittore di cui andrebbero fieri anche i paesi con un patrimonio artistico molto più importante di quello della Bosnia Erzegovina è troppo breve e scarno.

Autoritratto con medaglia d’onore

Ho visto Mujezinović solo una volta. Molto tempo fa, quando facevo il servizio militare a Tuzla, nella primavera del 1979. Un’immagine lontana: un palco montato nella piazza centrale della città, tutto rivestito di rosso e decorato con bandiere; ad un certo punto arrivano vari presidenti: il presidente del municipio, quello del Comitato cittadino della Lega dei comunisti, quello della Lega socialista del popolo lavoratore, quello dell’Organizzazione della gioventù jugoslava, etc. Dopo di loro sul palco salgono i combattenti distintisi nella Lotta popolare di liberazione. Un’immagine lontana, ma chiara: i combattenti stanno dietro i rappresentanti del Partito e delle autorità locali; una quinta scenica composta da volti silenziosi. No, Ismet non ha parlato. Hanno parlato quelli che nessuno ricorda più. (C’è una certa giustizia nella relazione tra storia dell’arte e storia della politica: “gli artisti” della politica vengono facilmente cancellati dalla memoria con la semplice, ma impietosa gomma del tempo.) Ismet è sceso dal palco allo stesso modo in cui vi è salito: senza fretta, smagrito, ripiegato su se stesso, con barba e capelli ormai bianchi.

A quel tempo non conoscevo il suo “Autoritratto con medaglia d’onore”, olio su tela (170×100 cm). L’ho visto per la prima volta in quella monografia, di cui ho scritto una recensione. Su quale giornale? Non mi ricordo più…

Ismet ha realizzato anche alcuni quadri monumentali dedicati alle grandi battaglie della Seconda guerra mondiale: la battaglia della Sutjeska, quella della Neretva e quella per la liberazione di Jajce. Impressionato dall’ostinazione dei suoi commilitoni nel non voler lasciare indietro nessun compagno ferito, Mujezinović nelle sue opere ha affrontato anche questo tema, così come molti altri temi che hanno contrassegnato la sua esperienza di guerra. E lo ha fatto con uno sguardo schietto sulla realtà e sull’altro, uno sguardo influenzato in modo determinante dal suo soggiorno a Parigi e dalla sua amicizia con i pittori che non esitarono ad affrontare temi sociali e a dedicarsi alla ricerca di una propria gamma di colori. Nelle opere di Ismet il pathos e la monumentalità non sono imposti dal socialrealismo, bensì sinceri.

Un capitolo a sé meriterebbe la mano di questo maestro del disegno (il figlio di Ismet, Ismar Mujezinović, anch’egli pittore, nonché compositore e scrittore, racconta che suo padre era in grado di realizzare un disegno in grande formato in una ventina di minuti…).

Ognuno di noi, visitatori occasionali del campo delle arti figurative, tende a scegliere e ricordare meglio certe opere di un artista piuttosto che altre. Tra le opere di Mujezinović ve n’è una che mi colpisce particolarmente, un dipinto intitolato “Meša e Darka”, realizzato in quell’ormai lontano periodo post-bellico in cui Meša Selimović cadde in disgrazia a causa della sua decisione di separarsi dalla sua prima moglie. Di tutte le porte delle case degli “amici” Selimović trovò aperta solo quella dell’appartamento di Marija e Ismet a Sarajevo. Quel dipinto mostra due volti preoccupati, stanchi. Darka ha appoggiato la testa sulla spalla di Meša, lui ha uno sguardo assente, chissà dove sono volati i suoi pensieri. Tuttavia, lo sfondo del dipinto è azzurro, sembra l’azzurro di un mare lontano sfiorato dalla luce del sole. Una luce debole, che si sforza di penetrare attraverso il sipario del cielo, ma pur sempre una luce…

I visitatori del centro storico di Tuzla non possono non imbattersi in due statue di bronzo raffiguranti Meša e Ismet. Quella porta che Ismet aveva aperto ai suoi amici, abbandonati da tutti, è solo uno dei dettagli che ci portano a pensare che il credo di Ismet fosse simile a quello di Auguste Rodin: essere uomo prima ancora di essere artista.

“Autoritratto con medaglia d’onore” è, a mio avviso, l’opera più drammatica di Mujezinović. Non so se nella storia della pittura degli slavi meridionali esista un altro esempio di autoritratto la cui esecuzione si è protratta per così tanto tempo come nel caso di questa opera. Mujezinović iniziò a realizzare questo quadro nel 1966 e l’ultimo colpo di pennello lo diede nel 1970. Furono anni turbolenti nella Jugoslavia del dopoguerra, contrassegnati dai dissidi ai vertici del partito, dalle proteste studentesche, dal dilagare del nazionalismo… Sembra che questi eventi avessero rallentato Mujezinović nell’esecuzione dell’autoritratto, spingendolo a mettere in discussione il passato, il presente e, soprattutto, gli ideali della Rivoluzione. Ma una cosa è certa: Mujezinović era uno di quei sostenitori della Rivoluzione che dopo la guerra non rinunciarono ad ascoltare la propria coscienza e la ragione, per non parlare dell’onestà e dell’umiltà.

Quell’autoritratto mostra Ismet in piedi accanto a una cassetta portacolori aperta, su un tappeto color rosso, lo stesso rosso della bandiera di quel paese per il quale Mujezinović aveva combattuto da partigiano; indossa semplici pantaloni da lavoro, è a petto nudo; la tavolozza in una mano e il pennello nell’altra. Con lo sguardo fisso… verso cosa? Verso l’orizzonte che i partigiani sognavano, ma che, una volta conquistata la libertà, cominciò ad oscurarsi?

In una delle brevi lettere che mi ha recentemente mandato, Samir Sufi, curatore della Galleria internazionale del ritratto di Tuzla, ha spiegato che “questo è uno dei pochi quadri in cui Mujezinović, un disegnatore e pittore straordinario, ha rappresentato in modo suggestivo solo gli occhi; lo sguardo è velato, torbido (ma ciononostante si vede tutto). A causa della sua esperienza passata, non era in grado di vedere chiaramente il futuro che, ora possiamo affermarlo tranquillamente, era incerto […] Durante la guerra Tito e Mujezinović erano commilitoni e grandi amici; Ismet aveva il grado di maggiore e aveva partecipato a tutte le offensive. Alcune persone, presenti in quell’occasione, hanno raccontato che Ismet, dopo un po’ di tempo, aveva scritto una lettera a Tito in cui lo aveva messo in guardia da una nuova recrudescenza del nazionalismo sul territorio dell’ex Jugoslavia…”.

Il bianco del petto nudo di Ismet è in netto contrasto con lo sfondo blu scuro. Sul lato sinistro del petto è appesa una medaglia d’onore; un rivolo di sangue scende lungo il corpo dell’artista ed ex partigiano. Tutte le grandi opere d’arte sono definite dal tempo in cui sono nate. Ed è per questo che Ismet ci appare in questo modo anche oggi, come se volesse dire: “Cos’altro dovrei aggiungere? Non basta che io stia qui davanti a voi, col mio sangue e quello dei miei compagni morti?”. Sì, le grandi opere d’arte hanno una voce, che non è mai patetica.

Mi ricordai di quell’autoritratto di Mujezinović in quell’ormai lontano novembre del 1990 quando i tre popoli costituenti della Bosnia Erzegovina, scegliendo di votare per i partiti nazionalisti alle prime elezioni democratiche, aprirono la prima pagina di una lunga storia di divisioni e discordie. Dei risultati di quella vittoria di Pirro sul socialismo jugoslavo “godiamo” ancora oggi. Ma questa è un’altra storia, una storia lunga, troppo lunga.

Ismet, Tuzla, Bosnia, ex Jugoslavia

Mujezinović era impegnato anche in ambito sociale; altruista, convinto che il bene pubblico sia più importante di qualsiasi interesse privato. L’attuale collezione della Galleria internazionale del ritratto di Tuzla è frutto dell’impegno di Mevludin Ekmečić e Ismet Mujezinović. Su loro iniziativa, nel 1964 molti artisti dell’ex Jugoslavia donarono le loro opere alla Galleria del ritratto jugoslavo, successivamente denominata Galleria internazionale del ritratto. Ancora oggi l’attenzione della Galleria è focalizzata sull’analisi e la presentazione di un importante genere artistico, quello appunto del ritratto. Oggi la Galleria ospita una raccolta di oltre 5000 opere dei più grandi pittori dell’ex Jugoslavia, di cui oltre 2000 opere di Mujezinović, e rappresenta quindi una vera e propria pinacoteca. Mujezinović fu anche uno dei fondatori – secondo molti il più meritevole – dell’Università di Tuzla, istituita nel 1976.

Nel 2013 la Commissione per la salvaguardia dei monumenti nazionali della Bosnia Erzegovina ha classificato come monumenti nazionali due collezioni del patrimonio della Galleria di Tuzla: la collezione “Tito nelle opere degli artisti figurativi jugoslavi” e la collezione “Ismet Mujezinović”.

Oggi la città di Tuzla è l’unica custode e promotrice dell’opera di Mujezinović. Solo a Tuzla si è celebrato il 110° anniversario della nascita dell’artista. Sarajevo, un’altra città amata da Ismet, sembra essere lontana, troppo lontana da Tuzla. Per non parlare di altre città della regione. Tuttavia, l’importante è che la Galleria di Tuzla sia visitata da numerose scolaresche. Il percorso della ricezione dell’arte è lungo. Qui non ci sono scorciatoie. L’arte – come anche la letteratura secondo Kiš – agisce in modo sotterraneo. E riesce, sempre, a raggiungere un certo numero di persone.

Per concludere, una raccomandazione ai viaggiatori europei che decidono di visitare i Balcani (esclusi quelli che pensano che per raggiungere i Balcani debbano lasciare il territorio europeo): visitate la Galleria internazionale del ritratto di Tuzla  . Nella collezione permanente della Galleria sono esposte 35 opere di Mujezinović. (Oltre che a Tuzla, le opere di Mujezinović – disegni, acquerelli, grafiche e dipinti – realizzate nel periodo compreso tra il 1925 e il 1984, sono presenti in numerosi musei, gallerie d’arte ed edifici pubblici in tutta la regione, nonché in alcune collezioni private.) Per visitare la casa di Mujezinović a Tuzla è sufficiente avvisare in anticipo i responsabili della struttura. Se poi il Covid 19 dovesse continuare a rappresentare un ostacolo al vostro desiderio di viaggiare, potete sempre viaggiare in rete: a breve dovrebbe essere disponibile una visita virtuale della Galleria.

https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Ismet-Mujezinovic-il-dramma-di-un-autoritratto-202384

https://www.balcanicaucaso.org/Autori/(author)/Bo%C5%BEidar%20Stani%C5%A1i%C4%87

16 Agosto 2020Permalink

29 luglio 2020 – Il Sindaco di Udine risponde alla mia lettera del 23 luglio e conferma la sua adesione all’omelia dell’Arcivescovo del 12 luglio

Il 23 luglio avevo scritto una lettera aperta al Sindaco di Udine  associando la sua immagine a quella dell’Arcivescovo benedicente con un errore di attribuzione nel tempo.                                 (Fonte 1)
Infatti avevo associato dichiarazioni di quest’anno del sindaco stesso  alle immagini che mi erano pervenute e che invece si riferivano ad avvenimenti del 2018.
Fortunatamente è il Sindaco stesso, con una cortese risposta,  a sistemare le questioni correggendo la dimensione temporale e confermando comunque la sua adesione al pensiero dell’arcivescovo come  espresso nell’omelia.
Trascrivo di seguito il testo della lettera del Sindaco,  evidenzio in grassetto il testo che non abbisogna di commenti e oltre al link che riporta al testo dell’omelia dell’Arcivescovo , ne trascrivo in calce  anche il testo, evidenziando il passo che ci interessa
               (Fonte  2)

Lunedì 27 luglio

Gentile signora De Piero,

mi sembra doveroso iniziare con due precisazioni: la prima è che quest’anno non ho fatto alcun saluto dal sagrato del Duomo a causa delle misure di contenimento dell’epidemia da coronavirus; la seconda è che, in più di dieci anni da parlamentare, non ho mai inteso l’Aula come un bivacco di manipoli né mai mi sono riconosciuto in formule o idee mussoliniane.

Detto questo, e andando al merito della questione, Le ricordo che il senso stesso della democrazia, nel quale Lei stessa di riconosce, sta nel fatti che chi vince lo fa sulla base di un preciso programma e sulla base di questo poi governa, pur nei limiti dei pesi e contrappesi garantiti dall’ordinamento.

È quindi proprio nella mia veste di Sindaco che ho voluto sottolineare il fatto che la posizione di questa Amministrazione sul tema è in linea con quella espressa dall’Arcivescovo di Udine nell’omelia. E l’ho fatto non contestando il diritto del Parlamento di legiferare ma entrando “politicamente” nel merito di una legge che ritengo pericolosa perché tesa a negare un intero sistema di valori, quello che fa riferimento alla religione cristiana, e il diritto di chi vi si riconosce di rivendicare tale appartenenza.

Cordiali saluti.
Pietro Fontanini
Sindaco di Udine

NOTE:

(Fonte 1)   http://diariealtro.it/?p=7361

(Fonte 2)  http://arcivescovo.diocesiudine.it/wd-interventi-vesc/omelia-in-occasione-della-s-messa-nella-solennita-dei-santi-patroni-ermacora-e-fortunato-12-luglio-2020/

OMELIA IN OCCASIONE DELLA S. MESSA NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI PATRONI ERMACORA E FORTUNATO (12 LUGLIO 2020)

Cari Fratelli e Sorelle,
tutta l’Arcidiocesi e, in particolare, la città di Udine celebrano la festa dei Santi Patroni, Ermacora e Fortunato.

Il titolo di “Patroni” indica che essi sono coloro che ci difendono e che intercedono per noi. Quest’anno, segnato dall’emergenza epidemiologica creata dal corona virus, abbiamo un motivo particolare per rivolgere a loro una comune preghiera.

La prima preghiera è di ringraziamento perché, pur attraversando momenti difficili, il Friuli e la città di Udine sono stati abbastanza salvaguardati dal contagio. Per mesi, ogni sera abbiamo invocato la nostra potente Patrona, la Beata Vergine delle Grazie, davanti alla sua icona miracolosa e, assieme a lei, ci siamo rivolti anche ai Santi Patroni. In questa Santa Messa rendiamo grazie alla Provvidenza di Dio e all’intercessione di Maria e di Ermacora e Fortunato.

Rinnoviamo, anche, una fiduciosa supplica perché continuino ad esserci “Patroni” anche per il prossimo futuro che non è privo di incertezza e di preoccupazione. Con questa intenzione concluderemo la celebrazione con la tradizionale benedizione sulla città con le reliquie dei Patroni.

 

Oltre al Covid-19, desidero dedicare un po’ di attenzione ad altri virus, non meno subdoli e pericolosi, che ci vengono inoculati. Essi non minano la salute fisica, ma quella delle menti e delle coscienze delle persone.

Ermacora e Fortunato si sono confrontati con questi virus di natura morale e spirituale e, illuminati dalla fede cristiana, li hanno rifiutati, pagando il prezzo del martirio.

Perché i nostri Patroni sono stati condannati a morte? Non avevano commesso alcun crimine; anzi, predicavano una dottrina basata sull’amore e contribuivano, in modo esemplare, al bene della città di Aquileia. L’unico reato di cui furono accusati fu quello di rivendicare la libertà di pensiero e la libertà di coscienza. L’imperatore romano imponeva, con leggi ingiuste, una schiavitù alle menti e alle coscienze costringendo tutti a rendere culto alla sua persona e alla sua statua, come se fosse un essere divino. Ermacora e Fortunato, assieme a tanti altri cristiani dei primi secoli, decisero di restare uomini liberi; liberi di credere che Gesù e non l’imperatore era Figlio di Dio davanti al quale inginocchiarsi ed era il Maestro dal quale imparare come vivere e come morire.

Per usare un’espressione cara sia a Papa Benedetto XVI che a Papa Francesco, essi si opposero alla “dittatura del pensiero unico” in nome della loro dignità di persone umane che hanno l’intangibile diritto di professare la propria fede e di avere la libertà di pensiero. Si opposero in modo benevolo e inerme, senza alcuna violenza né fisica, né verbale; come testimoniano i racconti delle loro “Passioni”. Eppure l’esito fu il martirio.

Mi sono soffermato sulla testimonianza dei nostri Patroni perché è assolutamente attuale. Il tentativo di imporre la dittatura del pensiero unico è un virus che ancora serpeggia nella nostra società. Esso si insinua subdolamente anche nella legislazione degli Stati. Un esempio è la Proposta di legge “in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere” allo studio del Parlamento italiano.

Apparentemente i firmatari sono mossi da nobili intenti di salvaguardare il rispetto di ogni persona, qualunque sia il suo orientamento sessuale. Di fatto, molti studiosi di diritto hanno dimostrato che questo rispetto è già garantito delle leggi in vigore. Questa Proposta di legge, invece, mira a condizionare, sotto pena di reato, la libertà di pensiero e di espressione sul tema dell’identità sessuale della persona. Leggendola, essa suscita un non infondato timore che potrebbe diventare passibile di denuncia chi esprime alcune verità affermate dalla Rivelazione cristiana; come, ad esempio, che Dio creò l’uomo “maschio e femmina” e che consegnò loro la grande vocazione di generare figli nati dal grembo della propria mamma con il concorso fisico e affettivo del papà, uniti tra loro da un amore fedele per sempre. Non mi dilungo in altri preoccupanti esempi che si possono leggere in analisi di esperti. 

Forse nuovi imperatori, con mezzi più raffinati di quelli antichi, cercano di soffocare la libertà di pensiero e di coscienza? Hanno di mira specialmente la dottrina cristiana perché, come in passato, è la più scomoda?

Non è difficile notare analogie con la situazione in cui si trovarono a vivere i Santi Ermacora e Fortunato che pagarono col martirio la libertà di coscienza ricevuta da Gesù Cristo nel battesimo.

Preghiamoli in questa Santa Messa perché proteggano, in particolare, le famiglie che, per prime, sono prese di mira da questi virus tossici. Preghiamoli per la nostra Udine perché in essa si respirino i grandi valori cristiani trasmessi dall’esempio e dal sangue dei suoi Santi Patroni.

29 Luglio 2020Permalink

20 luglio 2020 – Scrivo al cardinale Bassetti, presidente della CEI.

Lettera aperta a
Sua Eminenza reverendissima
Cardinale Gualtiero Bassetti
Presidente  Conferenza Episcopale Italiana
Sua sede

Oggetto: “Omofobia,  non  serve una nuova legge” –

Eminenza Reverendissima
Il percorso che Le proporrò per arrivare al documento “Omofobia,  non  serve una nuova legge” – che ho letto  nel sito della Conferenza Episcopale Italiana  in data 10 giugno ( firmato La Presidenza della CEI ) – segue un andamento obliquo per cui Le chiedo, se vorrà leggermi, qualche riga di pazienza.

Non molti giorni fa si è diffusa la notizia di una inchiesta svolta dai poliziotti del Compartimento Polizia Postale per la Toscana coordinati dal Procuratore Capo della Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Firenze, Antonio Sangermano.
La  denuncia era partita  da una  madre che aveva trovato sul telefono cellulare del figlio quindicenne molti film a contenuto pedopornografico non estraneo ad atti sadici perpetrati su bambini anche molto piccoli.

L’inchiesta ha rivelato che gli spettatori,  giovani e giovanissimi, erano molti, vittime  certamente di un  processo corruttivo quando la loro integrità psicologica ed etica è stata probabilmente  scossa, aggredita in un momento di fragilità particolare qual è l’adolescenza.  E a tale considerazione non si sottraggono molte delle fonti di informazione  che si possono consultare.

Ma ci sono altre vittime. Prime fra tutte i piccoli (si legge anche di infanti) che sono state abusati e torturati per raggiungere lo scopo di costruire filmati da diffondere, come è avvenuto.
Al di là di qualche cenno frettoloso di queste vittime nessuno parla o meglio nessuno sembra  farsene carico.
“Hanno occhi per vedere e non vedono, hanno orecchi per udire e non odono (Ez. 12, 2)”.
L’inchiesta di cui si legge, che porterebbe all’identificazione di chi ha diffuso l’orrore,  può estendersi alla ricerca dell’identità di quei piccoli martirizzati per poterli tutelare?
Le leggi italiane in  materia  assicurano questo tipo di attenzione e particolare protezione?
In Italia dal 2009 esiste una legge che nega ai genitori privi di permesso di soggiorno la registrazione della dichiarazione di nascita che consenta a questi nati in Italia di avere il certificato di nascita e quindi, favorendo l’assoluto anonimato,  costruisce vittime possibili di abusi ma non  identificabili (la burocrazia che rende questo percorso più complicato di quanto io abbia scritto offre anche qualche spiraglio di salvezza ma non voglio approfondire questo aspetto in  una lettera che sarà già troppo lunga).

Pian piano mi avvicino alla ragione per cui Le scrivo.
Nel documento della CEI con cui ho iniziato questa mia comunicazione  si afferma che “Le discriminazioni – comprese quelle basate sull’orientamento sessuale –costituiscono una violazione della dignità umana, che – in quanto tale – deve essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni. Trattamenti pregiudizievoli, minacce, aggressioni, lesioni, atti di bullismo, stalking… sono altrettante forme di attentato alla sacralità della vita umana e vanno perciò contrastate senza mezzi termini”.
Ma, si aggiunge,  “un esame obiettivo delle disposizioni a tutela della persona, contenute nell’ordinamento giuridico del nostro Paese, fa concludere che esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio”.

Come mai questa attenzione alle “discriminazioni, comprese quelle basate sull’orientamento sessuale” accompagnata a una rassicurazione pacificante  sulla capacità di tutela del nostro ordinamento giuridico nel momento in cui sono segnalate aggressioni dovute proprio alle minacce  e peggio contro le libere e consapevoli scelte di orientamento sessuale diverso dall’eterosessualità?
Il vostro documento prende occasione dal dibattito in  Parlamento sulle  proposte di legge “sui i reati di omostransfobia” (che  sommariamente richiama il settore  per cui sarebbe meglio dire reati motivati da omotransfobia nelle sue varie declinazioni)  e aggiungete – e siamo al punto -“preoccupazione” per le proposte di legge attualmente in corso di esame, dato che “ anche per questi ambiti non solo non si riscontra alcun vuoto normativo, ma nemmeno lacune che giustifichino l’urgenza di nuove disposizioni”.

Una problematica del genere impegnò il Parlamento quando discusse la legge 205/2003  (cd  legge Mancino)  che,  in riferimento all’art. 3 della Costituzione, , approvò una norma  che si occupava dei “reati punibili … commessi per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso, ovvero al fine di agevolare l’attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che hanno tra i loro scopi le medesime finalità”.

Oggi si pone  la stessa necessità di rendere effettivo l’art. 3  alla voce “sesso”, termine allora ignorato,  oggi chiamato in  causa da ciò che accade.
E’ ben chiaro che la vostra preoccupazione,  in questo caso dichiaratamente  intenzionata ad  invitare il Parlamento al silenzio , si riferisce esclusivamente all’omotransfobia (che è probabilmente quanto volete sia taciuto)  ma siete voi stessi ad aggiungere un termine che mi consente questo scritto.

Infatti scrivete che “ ANCHE per questi ambiti .. non si riscontra alcun vuoto normativo, ma nemmeno lacune che giustifichino l’urgenza di nuove disposizioni”.
Le violenze che si possono configurare come reati motivati da omotransfobia non mancano e la congiunzione che ho evidenziato con le lettere maiuscole  porta alla ragionevole considerazione  che vi siano anche  altri ambiti, a vostro parere di adeguata silente tutela della persona, di cui  si possa affermare  con Dante, «Parlando cose che ‘l tacere è bello»( inferno  IV, 104).

Dante sperimentava la bellezza di quel silenzio nel “limbo” – dove pur parlava («sì com’era ‘l parlar colà dov’era» inferno, IV, 103 ) – ma noi non siamo nel limbo bensì  in una realtà dura, difficile che crea dolore a persone fragili che non  hanno parola ma su cui si possono pronunciare parole che, pur se non d’odio dichiarato, ne  minino la dignità.

Non a caso – e ciò mi turba molto – nelle leggi in dibattito è scomparso il reato di propaganda d’odio, sebbene  le parole possano devastare quanto le ginocchia sul collo di una persona a terra, dove vengono soffocate a vita quando non a prezzo della vita.
Il Parlamento possa parlare senza sentirsi ostacolato (o se il caso confortato) da un vostro richiamo all’opportunità del tacere,  mentre potreste voi stessi essere –o almeno non ostacolare altri che vogliano esserlo – voce dei senza voce!

Eminenza reverendissima,
Le scrivo questa lettera aperta nella Sua veste di  Presidente della CEI.
Se vorrà leggerla  non si preoccupi. La mia firma è quella di una donna vecchia, nata prima dell’a approvazione delle leggi razziali,  che non ha aggregazioni di nessun genere a sostenerla e  quindi non conta nulla se non per l’esigenza di dire perché la responsabilità del contrasto alla violenza è di tutti.

Cordialmente
Augusta De Piero
depieroaugusta@gmail.com

Link per raggiungere il documento della CEI del 10 giugno, citato nel post che precede

Omofobia, non serve una nuova legge

documento che si trova anche inserito alla stessa data in un articolo del quotidiano Avvenire,
https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/omofobia-non-serve-una-nuova-legge

20 Luglio 2020Permalink

13 giugno 2020 – Quando i Vescovi non dicono il vero

Provo a scrivere le mie sempre più sconsolate considerazioni in merito all’intreccio pericoloso e per me inaccettabile sulle motivazioni con cui i Vescovi italiani si oppongono alla proposta di legge “ … contrasto dell’omofobia e della transfobia nonché delle altre discriminazioni riferite all’identità sessuale” (C 107) .
I vescovi non attaccano frontalmente la proposta, la aggirano affermando – e ciò è falso – che “non si riscontra alcun vuoto normativo o lacune – che giustifichino l’urgenza di nuove disposizioni”.
Il metodo è quello applicato dal card Ruini nel 2005 contro il referendum abrogativo di alcuni aspetti della legge 40/2004 “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”.
Il cardinale, allora presidente della CEI, si fece portavoce dell’istanza ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana invitando i cattolici a non presentarsi alle urne con lo scopo di non raggiungere il quorum del 50%. Arrivò al suo scopo umiliando uno strumento democratico previsto dalla Costituzione, il referendum appunto.
Oggi il metodo contro la proposta di legge C 107 è meno aggressivo e la motivazione del dissenso non sembra entrare nel merito ma fa perno sull’inutilità dell’intervento perché nell’ordinamento giuridico dell’Italia “esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio”.
E ciò non è vero: la discriminazione di alcune tipologie di persone deboli le sottopone a privazione di diritti fondamentali altrimenti universali.

Ci sono violenze che non hanno bisogno di ginocchia sul collo di una persona per soffocarla.

Indico due discriminazioni a me note presenti in legge:

1. La legge 94/2009 obbliga alla presentazione del permesso di soggiorno i genitori di nati in Italia, al momento di registrarne la nascita.
E’ evidente che la ratio fondamentale di questa norma (assolutamente nuova nell’ordinamento della Repubblica Italiana) è quello di creare, in chi non abbia il permesso di soggiorno, disagio e quindi paura a presentarsi allo sportello del comune per dichiarare la nascita di un figlio in Italia, una paura tale da poter mancare a questo atto dovuto.
Il 10° Rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia non a caso raccomanda «al Parlamento di legiferare in modo da garantire il diritto alla registrazione per tutti i minorenni nati in Italia, indipendentemente dalla situazione amministrativa dei genitori».

E’ chiaro che a tanto non rimedierebbe l’approvazione della proposta di legge nota come atto C 107. Oggi l’argomentazione negazionista della necessità di maggior attenzione ai diritti della persona, come affermati anche nell’art. 3 della Costituzione , offre ai Vescovi l’opportunità di farne un uso spregiudicato per vanificare la norma che contrasta l’omofobia e la transfobia.
Oggettivamente alleati di quella destra che tanto vuole, possono offrire un gradito salvagente anche a tentennati forze di sinistra e lo fanno, per ora, sulla pelle dei neonati, soggetti indifendibili perché indifesi.

.2. L’esclusione dalla norma Legge 20 maggio 2016, n. 76. “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze” della step child adoption, condannando quindi il figlio di coppie omossessuali, registrato come tale solo da uno dei membri della coppia, a trovarsi privo di ogni tutela qualora il genitore riconosciuto venisse, per una qualsiasi ragione, a mancare. [Fonte 4]

E non voglio dimenticare l’indifferenza consapevole in merito alla proposta della senatrice Segre di istituire : “una Commissione parlamentare di indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza” .
Una proposta di grande interesse che offrirebbe un interessante contributo alla comprensione del rapporto fra parole d’odio e disprezzo e la traduzione delle stesse in indicazioni operative.    [Fonte 5]

DOCUMENTAZIONE

10 giugno 2020 Omofobia. I vescovi: no a una nuova legge, ma più impegno educativo

La presidenza della Conferenza episcopale italiana esprime, in una nota, la sua opinione sulla questione omofobia. Di fronte a nuove proposte legislative, sostiene che non sia necessaria una nuova legge, piuttosto occorra applicare le norme già vigenti e promuovere l’educazione al riconoscimento della dignità di ogni persona

Isabella Piro – Città del Vaticano

Nell’ordinamento giuridico dell’Italia “esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio” e quindi “non serve una nuova legge” sull’omofobia. È quanto scrive, in una nota, la presidenza della Cei, la Conferenza episcopale italiana, guardando “con preoccupazione alle proposte di legge attualmente in corso di esame presso la Commissione Giustizia della Camera dei deputati contro i reati di omotransfobia”. Anche per questi ambiti, infatti, “non si riscontra alcun vuoto normativo o lacune – si legge nel testo – che giustifichino l’urgenza di nuove disposizioni”. Introdurre, quindi, “ulteriori norme incriminatrici” rischierebbe di aprire a “derive liberticide”, sottolinea la presidenza della Cei, e di “colpire l’espressione di una legittima opinione” più che “sanzionare la discriminazione”.                      [Fonte 1]

ROMA_ No a ogni discriminazione, ma no anche a una nuova legge contro l’omofobia che finirebbe solo per colpire «l’espressione di una legittima opinione» – come quella che i bambini hanno bisogno di una mamma e un papà – e rischierebbe di scadere in «derive liberticide». I vescovi italiani guardano «con preoccupazione» alle proposte di legge contro i reati di omotransfobia attualmente al vaglio della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati. Si tratta, ricorda il quotidiano della Cei Avvenire, di cinque ddl (Boldrini, Zan, Scalfarotto, Perantoni, Bartolozzi) che puntano a modificare agli articoli 604-bis e 604-ter del Codice penale, in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere. I testi dovrebbero essere votati a luglio.                                                                                                                                       [Fonte 2]

Proposta di legge: BOLDRINI e SPERANZA: “Modifiche alla legge 13 ottobre 1975, n. 654, e al decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, per il contrasto dell’omofobia e della transfobia nonché delle altre discriminazioni riferite all’identità sessuale” (107)  [Fonte 3]

Copio dalla elazione della p.d.l. che sarà dibattuta dal prossimo mese di luglio insieme ad altre proposte dello stato oggetto
“ Obiettivo della proposta di legge è quello di sanzionare, modificando la legge Mancino-Reale, le condotte di istigazione e di violenza finalizzate alla discriminazione in base all’identità sessuale della persona, definita come l’insieme, l’interazione o ciascuna delle seguenti componenti:
a) il sesso biologico della persona;
b) la sua identità di genere (la percezione che una persona ha di sé come uomo o donna, anche se non corrispondente al proprio sesso biologico);
c) il suo ruolo di genere (qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse all’essere uomo o donna);
d) l’orientamento sessuale (l’attrazione emotiva o sessuale nei confronti di persone dello stesso sesso, di sesso opposto o di entrambi i sessi)”.

[Fonte 1]
Nota di aug.
Isabella Piro_ prof. ordinario diritto romano e diritti dell’antichità
I grassetti nell’articolo che ho copiato sono miei
https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2020-06/omofobia-nota-cei-vescovi-italia-legislazione-educazione.html

[Fonte 2]
https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2020/06/10/news/omofobia-i-vescovi-italiani-non-serve-una-nuova-legge-rischio-derive-liberticide-1.38951140

[Fonte 3]
https://www.camera.it/leg18/995?sezione=documenti&tipoDoc=lavori_testo_pdl&idLegislatura=18&codice=leg.18.pdl.camera.107.18PDL0005470&back_to=https://www.camera.it/leg18/126?tab=2-e-leg=18-e-idDocumento=107-e-sede=-e-tipo=

[Fonte 4]
Ne ho scritto (ovviamente documentando) in diariealtro del 5 gennaio 2018
“La crudeltà stupida che appaga e paga”. http://diariealtro.it/?p=5485

[Fonte 5]
28 ottobre 2018 La prima proposta di legge della senatrice Segre
http://diariealtro.it/?p=6180

13 Giugno 2020Permalink

6 giugno 2020 – Non dimentico il vescovo Romero e l’avvocata Marianela Garcia Vilas

Prima di ricopiare l’articolo pubblicato  recentemente su Internazionale voglio ricordare alcune date
– 24 marzo 1980 assassinio del vescovo salvadoregno Romero, canonizzato da papa Francesco  il 14 ottobre 2018 e citato nell’articolo che segue ;
13 marzo 1983 assassinio dell’avvocata Marianela Garcia Vilas che sostenne nell’esercizio coraggioso della sua professione le vittime della violenza e fu collaboratrice del vescovo Romero
L’ho ricordata in diariealtro in occasione dell’informazione che pubblicavo su un altro impegno per la giustizia esercitato in tempi e luoghi a noi più vicini da una professionista donna
il 20 gennaio 2019 ‘stragi del mare e della burocrazia’ (link in fondo)

AUTORITRATTO DI UNO STATO DIVENTATO BRUTALE COME LE GANG
Carlos Dada, El Faro, El Salvador 29 maggio 2020
Le fotografie hanno un’estetica morbosa. File interminabili di uomini delle gang posizionati come se remassero coordinati, o provassero una coreografia sincronizzata. Una massa che distrugge ogni individualità e privilegia le geometrie dell’insieme; un organismo fatto di uomini uguali, prodotti in serie, rasati a zero, denudati a eccezione delle mutande bianche, pieni di tatuaggi, seduti con le gambe aperte per toccare con il petto la persona di fronte, con le mani ammanettate dietro la schiena, inevitabilmente a contatto con l’inguine e i testicoli del detenuto alle spalle, che ha a sua volta le mani ammanettate dietro, le gambe aperte e la testa appoggiata sulla spalla del detenuto di fronte. Attaccato uno all’altro. L’altro a un altro ancora. E così all’infinito, a perdita d’occhio.
Attaccati al punto che, se a una delle estremità qualcuno collegasse dell’elettricità, questa si trasmetterebbe come una catena fino all’altra estremità. Oppure un virus.
Se non ci fosse una macchina fotografica a immortalarla, la scena non avrebbe alcun senso. I detenuti sono stati tirati fuori dalle loro celle, disposti nel cortile fino a creare un assemblaggio ideale per i fotografi del governo di El Salvador. Il ritratto pianificato di un insieme di criminali, come un mostro dalle mille teste, sottomesso dalla mano pesante dell’esercito. Mano pesante. Ancora una volta.

Grande ondata di omicidi
Non c’è niente di spontaneo in queste scene. Diffuse dalla presidenza, le foto hanno occupato le prime pagine di riviste di tutto il mondo, sorprendendo i loro caporedattori non solo per la forza visiva, ma anche per il significato che veicolano: propaganda, populismo, brutalità premeditata. Un ammasso di esseri umani voluto dal governo salvadoregno in piena pandemia da coronavirus. Il tutto accompagnato da un tweet del presidente Nayib Bukele, che autorizzava la polizia a ricorrere alla “forza letale” nella lotta alle gang criminali.
Nel Salvador invece le immagini, come il tweet presidenziale, sono state apprezzate, probabilmente per le stesse ragioni. Com’è possibile che i salvadoregni festeggino quel che fuori del paese è condannato con tanto vigore?
Le foto sono state scattate dopo la più grande ondata di omicidi che questo governo abbia mai affrontato, attribuita ai membri delle bande criminali Mara Salvatrucha e Barrio 18. Sessanta morti in tre giorni, tra cui piccoli commercianti, venditori ambulanti e fornai, uccisi per non aver pagato il denaro dell’estorsione. Così ha vissuto buona parte dei salvadoregni negli ultimi tre decenni: sottomessa alla volontà dei criminali che violentano le sue figlie, che uccidono i suoi figli, che estorcono e controllano intere comunità.
Lo ammetto: dopo anni passati ad ascoltare i racconti degli orrori commessi dai delinquenti, non ho più lo stomaco di dire niente a loro discolpa. Capisco che sono un doloroso monito per tutto il male che abbiamo fatto come società, che loro stessi sono vittime dell’abbandono dello stato. Che sono cresciuti in un mondo che gli ha dato poche possibilità, nel quale il crimine dava un senso a una vita condannata alla miseria e nella quale la violenza era l’unico strumento di potere o di sopravvivenza

NON SI DOVREBBERO TRARRE LEZIONI MORALI DAI CITTADINI DISPERATI. NÉ ESIGERLE
Capisco tutto questo. Ma ogni volta che ripenso alle madri che cercano i loro figli, o in lacrime per l’assassinio delle loro figlie, provo una stretta allo stomaco. Ogni volta che ascolto o leggo testimonianze della loro crudeltà, molte volte descritte da loro stessi, mi sento disgustato. Sono azioni abominevoli. E allora penso: se mi sento così io, chissà come soffrono i familiari di queste vittime.
Poche cose mi paiono più naturali del fatto che queste madri e questi padri approvino qualsiasi atto di repressione esercitato su questi criminali, e che le famiglie si sentano vendicate da qualsiasi azione che provochi sofferenza ai responsabili del loro dolore. Per questo capisco che si ammettano le immagini dei detenuti messi in fila, che siano approvate le esecuzioni extragiudiziali che i poliziotti commettono contro i presunti malviventi, anche se già immobilizzati, e l’invito di Bukele a poliziotti e soldati di ricorrere alla “forza letale”.
Il ragionamento è molto semplice: se le gang sono responsabili della maggior parte degli omicidi; se sottomettono centinaia di migliaia di salvadoregni al loro crudele dominio; se violentano le loro figlie, assassinano i loro figli, li ricattano con le estorsioni… Se sono insomma il cancro della nostra società, perché criticare chi contribuisce, in qualsiasi modo, a estirpare questo tumore? È questa la logica di fondo delle spirali della violenza. Però non si dovrebbero trarre lezioni morali dai cittadini disperati. Né esigerle.

Difendere lo stato di diritto
Il problema sorge quando sono le nostre autorità a violare la legge. Quando poliziotti o soldati si trasformano in rapitori, giudici ed esecutori. Quando il presidente s’impegna a usare tutte le risorse dello stato per difendere poliziotti che hanno abusato di questa forza letale. Quando, in piena pandemia, si organizza un’azione di sovraffollamento per inviare un messaggio politico, tramite le immagini di una coreografia grottesca. Il disprezzo per i diritti umani è scandaloso. Sì, è immorale. Ma è anche illegale.
Dalle autorità dobbiamo aspettarci, ed esigere, il rispetto delle leggi e azioni esercitate nei limiti delle leggi. Altrimenti delegittimano il sistema e le istituzioni della repubblica. Cancellano quello stesso stato di diritto che sarebbero obbligate a garantire e che gli conferisce, giustamente, autorità. E devono rispettare le leggi con tutti i cittadini. Con quelli che sono stati buoni, ma anche con quelli che sono stati cattivi. La punizione di questi ultimi, per aver attentato al nostro contratto sociale o ai nostri diritti, è effettivamente contemplata dalla legge. È la nostra unica giustificazione, come società, per mantenere degli esseri umani chiusi nelle nostre prigioni: è la punizione prevista per quanti violano la legge. È un principio elementare per la vita di una comunità: tutti abbiamo dei diritti e le autorità sono obbligate non solo a rispettare i nostri diritti, ma a garantirli.

QUASI TUTTI GLI UOMINI DELLE GANG CHE APPAIONO IN QUELLE FOTO, ERANO DEI BAMBINI NEL 2003
Ha ragione chi dice che gli uomini delle gang sono i primi a non riconoscere i diritti degli altri. Noi tutti c’indigniamo per ogni nuova notizia delle atrocità commesse da molti di loro. Ma questo non esonera lo stato dal rispettare i suoi obblighi legali. In questo consiste lo stato di diritto. Quando la polizia o il presidente violano la legge non stanno proteggendo i loro cittadini, ma tradendo i meccanismi concepiti per difenderli, ovvero le leggi e i tribunali che applicano la giustizia. Quel che fanno è trascinare il paese in una situazione alla “si salvi chi può” in cui le leggi non proteggono più i cittadini, ma solo la capacità di esercitare violenza.
“Non si può fare il male per ottenere il bene”, era stato il monito di monsignor Romero in una delle sue lettere pastorali, e lo ha ripetuto più volte nelle sue omelie. Quando si compie il male, ne conseguono mali maggiori.
Quasi tutti i membri delle gang che appaiono ammassati nelle foto diffuse dal palazzo presidenziale, erano dei bambini nel 2003. Quell’anno il presidente Francisco Flores lanciò la prima campagna di repressione delle bande. Incaricò poliziotti di sfondare le porte nelle comunità più povere, a mezzanotte, con il fucile spianato e di compiere enormi retate di ragazzi tatuati. In quelle stesse case vivevano quei bambini: fratelli, vicini o figli delle persone arrestate. Cosa speravamo che ne fosse di loro? E cosa ci aspettavamo che ne fosse della polizia, dopo che è stata lasciata impunita la prima esecuzione extragiudiziale, e poi la seconda, e la terza?
È una costante della nostra storia: quando lo stato infrange le leggi non fa altro che perpetuare il ciclo della violenza. Lo sappiamo perché politici di diversi partiti hanno utilizzato le gang a fini elettorali. La loro intenzione non è sradicare la violenza, bensì sfruttare la disperazione delle vittime che chiedono soluzioni urgenti a problemi urgenti. Perciò espongono pubblicamente i criminali cosicché la gente gli sputi addosso, gli dimostri il proprio disprezzo, gli auguri di essere uccisi dal virus, di ammazzarsi tra di loro o per mano della polizia. O scendono a patti con le gang perché riducano gli omicidi, trasformandole così in attori politici.
La violenza, ripeteva Romero, può essere sradicata solo occupandosi delle sue cause strutturali. Romero è stato il più importante difensore dei diritti umani. Le autorità che violano la legge, ammoniva, devono rispondere di questi crimini.
Mi preme ricordarlo perché Nayib Bukele è già il terzo presidente che, esponendo il ritratto di Romero nel palazzo presidenziale, autorizza violazioni dei diritti umani e si scaglia contro le organizzazioni che difendono questi princìpi fondamentali. Non che i presidenti precedenti avessero evitato il terreno della brutalità: ma non esibivano il ritratto di Óscar Romero nel palazzo presidenziale, una consuetudine inaugurata da Mauricio Funes.

Lo stato imbarbarito
Bukele non si è comportato diversamente. Nelle ultime settimane ha accusato le organizzazioni per i diritti umani di essere “organizzazioni di facciata” che difendono interessi nascosti. È una retorica che sfortunatamente in El Salvador conosciamo bene, già da prima che cominciasse la guerra. E ogni volta la usano coloro che giustificano la violazione dei diritti umani in nome della lotta ai nemici del popolo.
Quelle foto degli uomini delle gang in carcere, ammassati gli uni accanto agli altri, sono autoritratti dello stato. Nati come strumento di propaganda – immagine, violenza, politica – portano lo stato sullo stesso piano morale delle gang, quello di organizzazioni criminali. Mi spiego: le gang assassinano, stuprano, commettono estorsioni, sottomettono, minacciano; hanno all’attivo una lista lunghissima di barbarie, di atti inumani. Lo stato, invece, è umanista per concezione (l’essere umano, dice il primo articolo della costituzione, è l’origine e il fine dell’attività dello stato). È civilizzato. È una differenza fondamentale. Lo stato possiede il monopolio della forza, ma perché sia legittima dev’essere usata rispettando rigorosamente le leggi.
Nella strategia contro le gang o contro le bande di rapitori o trafficanti di droga, quel che è in gioco è proprio il trionfo dello stato (istituzionale, costituzionale, legale) su quanti minacciano tali valori. Vale a dire il trionfo della civiltà sulla barbarie. Il paradosso è che, invece di cambiare i criminali, di renderli civili, è lo stato a essersi imbarbarito. Se questa è una guerra tra le gang e lo stato, come sostenuto dal governo, allora è chiaro chi è che sta vincendo

AL PRESIDENTE BUKELE DANNO FASTIDIO LE LEGGI, MA ANCHE I DIRITTI UMANI
Il 28 aprile, dopo l’ondata di critiche arrivate da organizzazioni legali e di difesa dei diritti umani, nazionali e internazionali, Bukele ha twittato: “Sappiamo tutti qual è il loro programma internazionale, che non ha nulla a che fare con i diritti umani. Il suo programma è difendere coloro che violentano, rapiscono, uccidono e fanno a pezzi”. L’attacco è continuato il 2 maggio: “Conosciamo il programma di queste ong di facciata, finanziate da poteri oscuri, che vogliono vedere l’America Latina trascinata nel caos. Grazie a Dio, le loro comunicazioni e lettere sono irrilevanti in El Salvador”. Si tratta di una posizione molto diffusa in America Latina: siccome i difensori dei diritti umani tacciono quando sono i criminali a violare i diritti, e protestano quando sono questi ultimi a essere colpiti, allora queste organizzazioni difendono i criminali. La cosa è, ovviamente, falsa.
Ci sono cose che le persone accusate di violazione dei diritti umani cercano quasi invariabilmente di ignorare: i cittadini colpiti dalle azioni di altre persone (le vittime di rapine, atti violenti, omicidi, estorsioni e così via) devono poter contare sulla protezione dello stato e sulle sue istituzioni – pubblico ministero, tribunali – per ottenere giustizia. Ma chi protegge i cittadini quando è lo stato stesso, o alcuni dei suoi funzionari, a violare i diritti dei cittadini?
I difensori dei diritti umani e gli avvocati hanno come compito proprio quello di difendere i cittadini (buoni o cattivi) quando le autorità hanno violato i loro diritti. Per questo sono state create queste figure. In El Salvador, l’ufficio per la difesa dei diritti umani (Pddh) è nato nel quadro degli Accordi di pace, per garantire che non ci saremmo più trovati indifesi di fronte ad abusi di potere. Affinché i cittadini abbiano qualcuno cui rivolgersi quando diventano vittime dello stato. In tutti gli altri casi, anche per le vittime di atti commessi dalle gang, è lo stato ad avere il compito di proteggere le persone e i loro diritti. Se le istituzioni non risolvono una questione (per negligenza, malevolenza o corruzione) le vittime possono rivolgersi al Pddh perché, oltre che di un delitto, sono vittime di uno stato che non ha reso loro giustizia. Esistono inoltre organizzazioni non governative di difesa dei diritti umani, che hanno come principale funzione la denuncia e il sostegno alle vittime.

A Bukele danno fastidio le leggi, ma anche i diritti umani. La loro realizzazione e la loro difesa ostacolano la concezione del potere di un presidente che non crede di doverlo condividere con altre istituzioni dello stato, e che considera come ostacoli i contrappesi del sistema democratico, siano essi il parlamento, la corte suprema, i tribunali, la Pdhh, i mezzi d’informazione, Human rights watch, Amnesty international, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, i sindacati, l’università gesuita Uca, l’ordine dei medici o qualsiasi altra organizzazione che critichi il suo operato. E che si frapponga tra i suoi piani e le sue truppe.

Simone Weil, la filosofa francese che tra le due guerre mondiali abbracciò il cattolicesimo operaio, aveva riflettuto su queste cose. E concluse che “la brutalità, la violenza e la disumanizzazione hanno un prestigio immenso… Per ottenere un prestigio equivalente, le virtù contrarie devono essere esercitate in maniera costante ed efficace”.

Quando si combatte la brutalità con altra brutalità, quando alla barbarie si risponde con la barbarie, il risultato è inequivocabilmente lo stesso: il proseguimento del ciclo della violenza.

Disprezzare i diritti umani e attaccare i difensori dei diritti umani ha l’obiettivo politico, come quasi tutte le espressioni di questa amministrazione, di sviare l’attenzione dal vero problema, che è strutturale. Per risolverlo, per spezzare cioè il ciclo della violenza, servono esattamente le misure opposte: prestare attenzione alle sue cause strutturali, a partire dal rispetto della legge, ovvero della civiltà. Anche con gli uomini di una gang.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul giornale online salvadoregno El Faro.

Nayib Bukele
El uso de la fuerza letal está autorizado para defensa propia o para la defensa de la vida de los salvadoreños.
Instamos a la oposición a que se pongan del lado de la gente honrada, y a las instituciones que controlan a dejar de proteger a quienes asesinan a nuestro pueblo.

https://www.internazionale.it/opinione/carlos-dada/2020/05/29/salvador-carcere-gang
Il link consente anche la visibilità delle fotografie

Stragi del mare e della burocrazia    http://diariealtro.it/?p=6386

 

6 Giugno 2020Permalink

26 aprile 2020 – I diritti sono convenienti, non solo giusti

Ricopio un recente articolo di Nadia Urbinati, attualmente docente di Teoria politica nel Department of Political Science, Columbia University di New York

17 Aprile 2020  La pandemia e gli invisibili delle città: la convenienza dei diritti  di Nadia Urbinati

La città democratica antica era come una cipolla: con strati di libertà, di subordinazione e di servitù. Sopra stavano i cittadini maschi autoctoni e sovrani. Poi venivano le donne autoctone assoggettate al governo patriarcale degli uomini. Sotto erano i semi-visibili (gli immigrati liberi, lavoratori e commercianti). Sotto ancora, gli invisibili, gli schiavi (catturati nelle guerre o comprati). La libertà era dei liberi e implicava una pletora di dominio di chi libero non era. Riposava su un dualismo radicale per cui il libero era nominato in negativo, come non servo.
Il servo marcava i confini di quell’antica libertà, che non si applicava all’universalità degli esseri umani semplicemente, senza aggettivi e appartenenze etniche.
La civiltà democratica che noi celebriamo, spesso con fastidioso orgoglio e nella quale ci identifichiamo per varie ragioni, laiche e religiose, riposa su una concezione universale del diritto primario che fa dell’uguaglianza una semplice relazione giuridica e politica. Le nostre democrazie, innestate sulla sovranità e i confini degli Stati galleggiano su questo mare universalista, che è ad un tempo il loro alimento e il loro limite. Non si da una definizione legittima del diritto umano come diritto che appartiene ad un gruppo di uguali per ragioni di cultura e appartenenza nazionale. Questa è la premessa della nostra civiltà del diritto che nei secoli ha reinterpretato la politica, la vita privata e pubblica, la cultura e l’etica.
Questa civiltà del diritto è messa a repentaglio ogni volta che una società vive e accetta di vivere del servizio di invisibili. Lo si vede nell’Italia del Covid19. I cittadini (soprattutto quelli che possono) stanno protetti in casa : #iorestoacasa. Ma per farlo hanno bisogno di molti servizi. Oggi hanno quindi la possibilità di capire quanto sia perniciosa la politica dell’immigrazione clandestina sulla quale i governi, soprattutto quello precedente, hanno mietuto consensi. Lo ha spiegato ieri Tito Boeri su questo giornale: senza far emergere gli illegali e i clandestini, senza dare loro la regolarizzazione che gli consente di lavorare in sicurezza in agricoltura , chi sta in casa non sta sicuro, il virus “si è diffuso nella case occupate e poi nei centri di accoglienza. Accorpati dal decreto Salvini, facilitano il contagio”.
Scopriamo con questa pandemia che la cultura dei diritti non è solo un bel fiore all’occhiello di un Occidente, pretestuoso e spesso imperiale. La cultura dei diritti, l’inclusione universale che implica, è anche “utile”.
L’utilità dell’inclusione dei lavoratori clandestini nella rete dei diritti di trattamento e di sicurezza sociale; l’utilità di avviare una sanatoria che equipari tutti i residenti ai cittadini, e renda i clandestini legali: questa è la condizione affinché chi sta in casa per ripararsi al virus possa approvvigionarsi di prodotti agricoli e sentirsi sicuro. Il paradosso delle ideologia nazional-populiste che dicono di escludere dal godimento dei diritti gli “altri” per meglio garantire “noi” è di gettare le condizioni per rendere vana la sicurezza del diritto a tutti. La rivolta contro la cultura dei diritti è indicativa di una visione etnocentrica illiberale che si dimostra controproducente proprio per coloro che sono dichiarati privilegiati. I diritti sono convenienti, non solo giusti.
Una comunità a buccia di cipolla che sovrappone i visibili nel diritto ai semivisibili residenti regolari senza cittadinanza, e agli invisibili, questa società stratificata ineguale è tremendamente ingiusta e anche pericolosa. “Prima gli italiani” è uno slogan poco perspicace perché il coronavirus rende i non liberi e gli invisibili un rischio incalcolabile.

https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2020/04/17/news/coronavirus_la_pandemia_e_gli_invisibili_delle_citta_la_convenienza_dei_diritti-254318565/

 

26 Aprile 2020Permalink