17 giugno 2013 – Forse qualcuno ha visto i bambini fantasma

Il GrIS, una premessa

Prima di proporre il testo della p.d.l. 740 sulla registrazione anagrafica dei figli dei sans papier voglio segnalare un  passo della relazione con cui il responsabile regionale dott. Pitzalis ha informato in merito al lavoro svolto sin qui nel 2013:

Il Gris Fvg continuerà ad impegnarsi affinché per le attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – stato civile) non debbano essere esibiti documenti inerenti il soggiorno, chiedendo una modifica delle norme legislative in materia di obbligo di esibizione dei documenti di soggiorno che garantisca il diritto alla registrazione per tutti i minori, indipendentemente dalla situazione amministrativa dei genitori, così come richiesto dalla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo (art.7) e dal rapporto del gruppo CRC (cap.3.1). 

Chi volesse sapere qualche cosa di più sul GrIS può andare della Società di Medicina delle migrazioni (www.simmweb.it) dove, in calce alla nota del 6 giugno troverà anche il testo del 6o Rapporto CRC citato sopra. 

Una proposta di legge che meriterebbe di essere approvata

Ringrazio l’impegno autorevole della dr. Alajmo, coordinatrice del gruppo locale di Libertà e Giustizia, che mi ha permesso di acquisire il testo completo della p.d.l. che elimina il divieto alla registrazione anagrafica dei figli degli immigrati senza permesso di soggiorno.
La proposta è accompagnata da un’ottima relazione esplicativa che trascrivo volentieri perché l’aspetto necessariamente tecnico dell’unico articolo (approvabile senza oneri finanziari) non è per sé di immediata comprensione.

Atti Parlamentari — 1 — Camera dei Deputati

XVII LEGISLATURA — DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI — DOCUMENTI

CAMERA DEI DEPUTATI N. 740

PROPOSTA DI LEGGE   d’iniziativa del deputato ROSATO 

Modifica all’articolo 6 del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, in materia di obbligo di esibizione dei documenti di soggiorno 

Presentata il 13 aprile 2013 

ONOREVOLI COLLEGHI ! — Il decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, è il testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero. Con il termine di straniero si intende, agli effetti del citato testo unico, il cittadino di Stato non appartenente all’Unione europea e l’apolide.

Le disposizioni del capo I del titolo II riguardano l’ingresso e il soggiorno dello straniero nel territorio italiano. All’articolo 5 viene disciplinato il permesso di soggiorno, mentre il successivo articolo 6 è rubricato « Facoltà ed obblighi inerenti il soggiorno ».

Infatti, il permesso di soggiorno, rilasciato per motivi di lavoro subordinato, autonomo e familiari, può essere utilizzato anche per le altre attività consentite (articolo 6, comma 1).
Nella sua versione originale, poi, il successivo comma 2, imponeva a carico dello straniero l’obbligo di esibire agli uffici della pubblica amministrazione i documenti inerenti al soggiorno, ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di interesse dello straniero comunque denominati. La disposizione faceva salvi da questo obbligo i soli provvedimenti riguardanti: 1) le attività sportive e ricreative a carattere temporaneo; 2) gli atti di stato civile o inerenti l’accesso a pubblici servizi.

La legge 15 luglio 2009, n. 94, è intervenuta modificando l’articolo 6 originario del decreto legislativo di cui sopra. In particolare, la lettera g) del comma 22, dell’articolo 1, ha sostituito la prima parte del comma 2 « Fatta eccezione per i provvedimenti riguardanti attività sportive e ricreative a carattere temporaneo e per quelli inerenti agli atti di stato civile o all’accesso a pubblici servizi, i documenti inerenti al soggiorno (…) devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione… » con una nuova formulazione che recita: « Fatta eccezione per i provvedimenti riguardanti attività sportive e ricreative a carattere temporaneo, per quelli inerenti all’accesso alle prestazioni sanitarie di cui all’articolo 35 e per quelli attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie, i documenti inerenti al soggiorno (…) devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione (…) ».

L’articolo 35, infatti, riguarda le cure ambulatoriali ed ospedaliere urgenti o comunque essenziali garantite ai cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale anche se non in regola con le norme relative all’ingresso ed al soggiorno. Queste riguardano, in breve sintesi, la tutela sociale della gravidanza e della maternità, la tutela della salute del minore, le vaccinazioni, gli interventi di profilassi internazionale e la diagnosi e la cura delle malattie infettive. Il comma 5 dell’articolo dispone che l’accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all’autorità. Viene fatto salvo il caso in cui sia obbligatorio il referto a parità di condizioni con il cittadino italiano.

Questa norma e la modifica che ha mantenuto salve le prestazioni sanitarie dall’obbligo di presentazione dei documenti di soggiorno hanno permesso di tutelare – anche nei casi di stranieri irregolarmente presenti sul territorio nazionale – un principio fondamentale quale il diritto alle cure mediche urgenti, il diritto alla maternità e il diritto alla salute. Risulta inoltre tutelato il diritto alla salute inteso come interesse della collettività.

L’esonero relativo ai provvedimenti inerenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie, invece, garantisce il rispetto del diritto fondamentale all’istruzione e all’educazione, più volte sancito dalla nostra Carta costituzionale, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dalla Convenzione sui diritti del fanciullo fatta a New York il 20 novembre 1989 e ratificata dall’Italia ai sensi della legge 2maggio 1991, n. 176.

La nuova formulazione, però, escludendo gli atti « di stato civile » o inerenti « all’accesso a pubblici servizi », ha lasciato dubbi interpretativi circa l’applicabilità dell’esonero ad alcune fattispecie di provvedimento quali, ad esempio, gli atti di nascita, di famiglia e di morte dello straniero.

Se, da un lato, infatti, il testo unico riconosce la specificità delle prestazioni sanitarie urgenti – quindi anche di pronto soccorso – e tutela il diritto alla maternità (il citato articolo 35), dall’altra parte non riconosce i provvedimenti che possono derivare dalla prestazione sanitaria medesima ovvero l’atto di nascita e l’atto di morte. La legge 15 luglio 2009, n. 94, nell’intervenire sull’articolo 6, comma 2, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, ha esplicitamente omesso – anzi ha sostituito – il richiamo agli atti di stato civile. Ha fatto, quindi, emergere la volontà di sopprimere il riferimento agli atti di stato civile.

La necessità urgente di chiarimenti ha portato il Ministero dell’interno ad emettere una circolare già il 7 agosto 2009 (circolare n. 0008899 del Dipartimento per gli affari interni e territoriali) che, al punto 3, recita: « Per lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto ».

Poi la circolare, nel medesimo punto 3, ribadisce che « l’atto di stato civile ha natura diversa e non assimilabile a quella dei provvedimenti menzionati nel citato articolo 6 ».

Quindi, il testo della circolare non risulta essere del tutto risolutivo ed anzi appare, per certi versi, anche contraddittorio.

Alcuni enti locali ritengono che l’articolo 6 sia abbastanza esplicito nel definire quali sono i documenti esenti da obbligo e non riscontrano nella circolare alcun beneficio interpretativo, ma al contrario registrano un intento di modificare il tenore della norma oltre la reale portata giuridica di una circolare.

Altre uffici, nel dubbio rispetto a quale norma devono applicare, rifiutano ancora oggi di registrare la nascita da parte di genitori extracomunitari presenti sul territorio nazionale illegalmente. Secondo alcuni, infatti, la circolare non rappresenterebbe un sufficiente scudo giuridico per giustificare l’applicazione dell’esenzione di cui all’articolo 6.

Il Ministero dell’interno ha, comunque, rassicurato che il riconoscimento della nascita e dello status di nascituro vanno considerati indipendentemente dalla situazione di irregolarità del soggiorno dello straniero in territorio nazionale.

Lo stesso Ministero è consapevole che una differente interpretazione lederebbe un diritto assoluto del figlio, il quale, in assenza di atto di nascita, risulterebbe inesistente dal punto di vista delle regole dell’ordinamento giuridico.

Si richiama, a tal proposito, l’articolo 7 della Convenzione sui diritti del fanciullo fatta a New York il 20 novembre 1989, che anche l’Italia ha ratificato ai sensi della legge 27 maggio 1991, n. 176.

La Convenzione dichiara che « Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto ad un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori ed a essere allevato da essi ».

Lo Stato deve quindi garantire anche ai nati da genitori stranieri presenti irregolarmente sul territorio nazionale la registrazione all’atto di nascita. Per fare ciò occorre accogliere l’interpretazione della circolare di cui si diceva, la quale inseriva anche la dichiarazione di nascita e di riconoscimento di filiazione tra i provvedimenti che non dovrebbero richiedere l’esibizione da parte dello straniero dei documenti di soggiorno, così da consentire anche agli stranieri presenti irregolarmente sul territorio nazionale di effettuare tale registrazione.

La circolare non è riuscita a dirimere il dubbio circa l’interpretazione del citato articolo 6 e, va aggiunto, non potrebbe evitare il contrasto della norma con l’articolo 10 della Costituzione per violazione di norma del diritto internazionale generalmente riconosciuta.

Per ottenere la piena efficacia dell’articolo 7 della Convenzione sui diritti del fanciullo e per garantire una uniforme applicazione del diritto su tutto il territorio nazionale si ravvede la necessità di una modifica legislativa dell’articolo 6 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286.

Illustrare le motivazioni giuridiche e sociali per le quali è corretta l’interpretazione esposta nella circolare e valutata la necessità di riformulare l’attuale articolo 6 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, l’articolo unico della presente proposta di legge si limita a reintrodurre esplicitamente gli atti di stato civile tra quelli per i quali non è necessaria l’esibizione dei documenti di soggiorno.

Va sottolineato che tale proposta di legge non comporta variazioni al bilancio dello Stato, in quanto da essa non derivano nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. 

PROPOSTA DI LEGGE__

ART. 1. 

1. Il comma 2 dell’articolo 6 del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni, è sostituito dal seguente:

« 2. Fatta eccezione per i provvedimenti riguardanti attività sportive e ricreative a carattere temporaneo, per i provvedimenti inerenti agli atti di stato civile, per i provvedimenti inerenti all’accesso alle prestazioni sanitarie di cui all’articolo 35 e per quelli attinenti all’accesso a pubblici servizi e alle prestazioni scolastiche nelle scuole di ogni ordine e grado, compresi le scuole dell’infanzia e gli asili nido, i documenti inerenti al soggiorno di cui all’articolo 5, comma 8, devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni e altri provvedimenti di interesse dello straniero comunque denominati»

17 Giugno 2013Permalink

9 febbraio 2013 – Una firma per un caso

Ho firmato e chiesto ad alcuni amici di firmare (pubblicando anche su facebook la mia adesione) la petizione che potete raggiungere facendo clic sull’indicazione che segue. Visualizza la petizione: |
Poi ho ricevuto di nuovo il testo della petizione che ora non voglio trascurare. Eccolo:

Sono la mamma di Cristian, un ragazzo con sindrome di Down che, pur essendo nato in Italia non è italiano, perché io sono cittadina colombiana e il padre italiano non lo ha riconosciuto.

Al compimento della maggiore età Cristian ha provato a inoltrare la richiesta di cittadinanza italiana (come prevede la legge n. 91/92 l’istanza può essere presentata, per i nati in Italia, fino al compimento del 19mo anno di età). Ma ancora prima di entrare nel merito della questione, è bastato alla prefettura sapere che Cristian è persona con sindrome di Down per ritenerlo non idoneo a prestare il giuramento di fedeltà alla Repubblica, atto necessario per la convalida del decreto di cittadinanza.
Sia all’anagrafe che in prefettura, mi hanno detto: secondo la legislazione italiana, può ottenere la cittadinanza solo chi sia in grado di manifestare «autonomamente la propria volontà e il desiderio di diventare cittadino».

Se è certamente possibile che alcune persone con sindrome di Down, o con altra disabilità intellettiva, non comprendano il senso di quanto devono giurare, è altrettanto vero che tale incapacità non può essere presunta a priori per tutti.
Impedire a Cristian di accedere a tale diritto si traduce in un atto di discriminazione basata sul suo stato di persona con disabilità, violando l’art. 18 della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dal nostro Paese con la legge n. 18/2009.

Cristian è nato nel nostro Paese e vorrebbe che il suo essere cittadino italiano di fatto fosse riconosciuto a livello giuridico, cosa che sarebbe possibile semplicemente prevedendo l’acquisizione per “ius soli” cioè per nascita nel territorio italiano.

Nonostante sia uscita la notizia che il Ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri abbia richiesto una risoluzione del mio caso, a tutt’oggi non ho ricevuto alcuna comunicazione ufficiale. Chiedo pertanto che venga risolto il caso di mio figlio e che l’ufficio legislativo del Viminale lavori alla stesura di un disegno di legge, da lasciare pronto per l’avvio della prossima legislatura, che eviti per il futuro il ripetersi di casi simili.

Questo messaggio è di Gloria Ramos, il creatore della petizione Cittadinanza per Cristian, discriminato in quanto disabile che hai firmato su Change.org.

Non solo un caso

La signora Ramos, mamma di Cristian, dice una cosa importantissima “Chiedo pertanto <…> che l’ufficio legislativo del Viminale lavori alla stesura di un disegno di legge, da lasciare pronto per l’avvio della prossima legislatura, che eviti per il futuro il ripetersi di casi simili”.
E’ emozionante trovare una cittadina (in questo caso non italiana ma residente in Italia) che ha capito quello che sfugge a politici, aspiranti a un seggio al Parlamento e, se non al Parlamento, a una qualche regione o comune e persino a esponenti della società civile. Risolvere un caso è un atto riparatorio di giustizia negata ma UN CASO può essere una spia di pessima, confusa legislazione costruita (da incompetenti o irresponsabili) su spinte di lobbies e non sul rispetto di norme fondanti la nostra convivenza che pur ci vincolano.
Purtroppo ho verificato molti esempi di questa malinconica deriva che ci umilia tutti.
La signora Ramos richiama tutti alla responsabilità, all’etica e alla competenza necessarie a chi ci rappresenta e ci rappresenterà.
Il mio commosso grazie alla mamma di Cristian.

E voglio proseguire

Chi legge il mio blog sa bene come da anni io mi occupi della registrazione anagrafica negata in legge a chi non ha il permesso di soggiorno.
Il mio è un chiaro fallimento, ma nella mia etica ci sono impegni che prescindono dal successo e perciò mi ostino e ora voglio leggere le mie considerazioni in parallelo a quanto scrive la signora Ramos, sostenendo – da cittadina che sa leggere i segni positivi che il nostro tempo riesce ancora ad offrire – la causa di suo figlio.

Scrive la signora Ramos: che suo figlio ‘pur essendo nato in Italia non è italiano, perché io sono cittadina colombiana e il padre italiano non lo ha riconosciuto’.
Sorvolo sul ‘padre italiano’ (la cui scelta di negarsi a un figlio è legittima per quanto ripugnante) e ricordo che – in parallelo – ci sono padri che vorrebbero registrare all’anagrafe i propri figli, sottraendoli così al destino di apolidi. Questi padri però (e madri evidentemente la cui condizione è in qualche modo e per un certo tempo meglio protetta) al momento della richiesta di registrazione in comune devono presentare il permesso di soggiorno e, se non ce l’hanno (quale che sia la ragione), rischiano l’espulsione e quindi l’abbandono coatto del figlio. E’ vero che la madre potrebbe tenerlo con sé ma se la coppia volesse restare unita (sostenitori della famiglia procreativa dove siete?) e portare il figlio con sé, nonostante l’assenza di qualsiasi registrazione che testimoniasse la loro genitorialità, potrebbero trovarsi nella condizione di rapitori di bambini. Quindi si nascondono e nascondono il piccolo se non è stato loro possibile giovarsi della volatile circolare che consente la registrazione del nuovo nato.
Questa infamia (ha altre definizioni la negazione di paternità e maternità riconosciute e certificate come si conviene nella società civile?) funziona dal 2009, da quando cioè fu approvato il cosiddetto ‘pacchetto sicurezza’. Prima sia la legge Turco Napolitano, sia la Bossi Fini non richiedevano l’esibizione del permesso di soggiorno per la registrazione delle nascite. Rinvio, per altre informazioni, al tag anagrafe.
Naturalmente le mie sono ipotesi relative a una non remota possibilità.
Casi concreti non ne conosco e se li conoscessi non li dichiarerei
Testimonianze della situazione si possono trovare nella documentazione del gruppo CRC che qui collego (si veda il cap. 3.1)

Io spero che ci sia un intervento efficace per il figlio della signora Ramos ma so che i rappresentanti politici da me interpellati e i rappresentanti di quella che viene ancora chiamata – chissà perché – società civile hanno negato qualsiasi attenzione al problema della mancata registrazione anagrafica, pur prevista per tutti dalla legge 176/1991 (legge di ratifica alla Convenzione di New York sui diritti dei minori).

9 Febbraio 2013Permalink

25 gennaio 2013 – Un po’ di sintesi e un manifesto

Il sonno della ragione genera mostri

‘Il sonno della ragione genera mostri’, così nel 1797 Francisco Goya intitolava una sua acquaforte e tanto gli abbiamo dato ragione che potremmo anche sospendere  questa azione di postuma solidarietà. Poiché parecchi tentativi di inserirmi in un collettivo ragionare sono falliti assicuro almeno a me stessa uno spazio per far sintesi delle notizie che ho raccolto e che mi hanno costretta a qualche non occasionale riflessione.

La scuola dell’obbligo senza permesso di soggiorno?

Così raccontava la lettera g) del comma 22 della legge 94/2009 (nota come ‘pacchetto sicurezza’) e, per la cronaca, l’eccezione relativa alla scuola dell’obbligo era stata frutto di un emendamento presentato dalla on. Mussolini, ispirata dal presidente della Camera on. Fini. Questa eccezione risolveva solo un frammento del problema (più a discutibile onore dei proponenti che a garanzia dei soggetti interessati) perché restavano del tutto scoperti gli asili nido, le scuole dell’infanzia e, posto che fosse possibile l’accesso alla scuola superiore, c’era il rischio che al compimento dei 18 anni lo studente non potesse essere ammesso all’esame di maturità. Problemi emersi, fallimenti, circolari occasionali … un caos e una perdita di tempo dovuti a una pessima modalità di legiferare.

Ora anche quel frammento crolla perché

1) chi iscrive i figli alla scuola pubblica, con le modalità previste per la metodologia elettronica, anche se non possiede un PC – e la scuola stessa lo soccorre- deve però disporre di un indirizzo e-mail.
Che se ne fa uno senza computer di un indirizzo di posta elettronica? Credo siamo nello spazio culturale della regina Maria Antonietta: “Se non hanno pane mangino brioches”;

2) Nella documentazione da proporre per l’iscrizione alla scuola ci deve essere il codice fiscale di cui, chi non ha il permesso di soggiorno, non dispone. Fantastico!
Adesso capisco perché un destino ironico e amaro ha fatto sì che tutto questo pastrocchio facesse capo a un comma 22! Joseph Heller era stato profeta e oggi potrebbe riscrivere il suo cerchio indistruttibile così:
‘Chi non ha il permesso di soggiorno può iscrivere i propri figli alla scuola dell’obbligo
ma chi iscrive i propri figli alla scuola dell’obbligo deve avere il permesso di soggiorno’.

Il Manifesto dell’Associazione Studi Giuridici Immigrazione (ASGI) per riformare la legislazione sull’immigrazione

Il Manifesto si sostanzia in dieci punti che non trascrivo. Sono indicazioni preziose e chi vorrà potrà andarsele a leggere nel sito che ho collegato all’acronimo ASGI, sperando che chi lo praticherà non si fermi all’enunciazione ma entri, secondo le proprie competenze e interessi, nelle singole voci.
E’ un’operazione che ho fatto anch’io e mi limito a un punto che è strettamente connesso a quello che scrivo inutilmente da anni:
Ricopio dal paragrafo 3 del Manifesto ASGI:

I minori stranieri devono essere trattati, in primo luogo, come minori.
La
Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, ratificata dall’Italia con legge n. 176/91, stabilisce che i diritti da essa sanciti devono essere riconosciuti a tutti i minori che rientrano nella giurisdizione dello Stato, senza alcuna discriminazione, indipendentemente dalla loro nazionalità, regolarità del soggiorno o apolidia. Ai sensi della Convenzione, inoltre, in tutte le decisioni che riguardano i minori, il superiore interesse del minore deve essere una considerazione preminente. Tali principi sono già previsti nel testo unico delle leggi sull’immigrazione, ma spesso, nella prassi, sono disapplicati o non attuati.
Per garantire i diritti dei minori stranieri è dunque necessario che:
1) si affermi inequivocabilmente che ai minori stranieri presenti sul territorio nazionale, indipendentemente dal possesso di un permesso di soggiorno da parte loro o dei genitori, sono riconosciuti in via generale pari diritti rispetto ai minori italiani, inclusi i diritti inerenti gli atti di stato civile, il diritto all’iscrizione al servizio sanitario nazionale, l’accesso agli interventi di sostegno al nucleo familiare finalizzati a consentire al minore di essere educato nell’ambito della propria famiglia, il diritto all’istruzione e alla formazione fino al conseguimento del titolo finale del corso iniziato durante la minore età;

Come rendere operativi i principi del manifesto ASGI?

Per me gli ostacoli sono due e mi limito ad enunciarli

1) nei parlamentari, senatori o deputati che siano, o aspiranti tali, l’incapacità a considerare i diritti fondamentali al di fuori di una logica di voto di scambio e la determinazione a dare risposte occasionali con un occhio di riguardo alle lobbies e quindi al numero e alla visibilità di chi si rivolge loro con qualche proposta. Di recente una persona, che è ben emersa alle primarie e quindi si proporrà al nostro acritico voto (condizionato dalla scelta del partito a norma di legge suina) mi ha detto: ‘ma a queste cose penseremo in un futuro con una nuova legge sull’immigrazione!” E io parlavo di registrazione anagrafica! Possibile che non riescano a capire che i diritti fondamentali non sono beneficenza, per quanto nobile, ma garanzie universali?!

2) nella società civile, l’arroccamento attorno al proprio ‘particulare’, nobile o ignobile che sia (provate a rileggere Guicciardini!) che riduce il rapporto politico se non a un voto di scambio alle sue premesse e l’incapacità –per paura di perdere simpatie calate dall’alto – a farsi propositivi. Non diverso danno viene da coloro che limitano la propria partecipazione a un urlo contro, tanto appagante se collettivamente esercitato, quanto inutile.

C’è il rischio che i principi ASGI, sventolati come bandiere, vengano vanificati nel loro significato e non si sostanzino in leggi di cui abbiamo bisogno. Che fare?

La prima cosa che faccio io

Trascrivo l’art. 1 della legge in vigore sulla cittadinanza e l’art. 1 della proposta di legge a iniziativa popolare con cui dovrebbe confrontarsi anche il futuro parlamento (se mai lo farà).

Legge n. 91/1992   Art. 1

1. È cittadino per nascita:
a) il figlio di padre o di madre cittadini;
b) chi è nato nel territorio della Repubblica se entrambi i genitori sono ignoti o apolidi, ovvero se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori secondo la legge dello Stato al quale questi appartengono.
2. È considerato cittadino per nascita il figlio di ignoti trovato nel territorio della Repubblica, se non venga provato il possesso di altra cittadinanza
.

Proposta di legge a iniziativa popolare:

Art. 1. (Nascita)

1. Al comma 1 dell’articolo 1 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, sono aggiunte, in fine, le seguenti lettere:
b-bis).Chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri di cui almeno uno sia legalmente soggiornante in Italia da almeno un anno.”

“b-ter). Chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri di cui almeno uno sia nato in Italia.”

Ultima domanda:
perché quando pongo il problema della registrazione anagrafica dei sans papier molti mi dicono che l’accoglimento della proposta  di legge a iniziativa popolare risolverà il problema?
Pensano di tranquillizzarmi?
Signori miei, essere vecchie non significa essere sceme e comunque non fa perdere il diritto di voto, anche se vale uno e non si unisce a lobbies da sondaggio.

25 Gennaio 2013Permalink

17 marzo 2012 – Nuovo corso 3

 A mia futura memoria
Insisto! Anche se non ho ricevuto riscontro alcuno in merito alla rubrica in cui segnalo feste che non fanno parte della nostra tradizione ma che in paesi dove sussiste un pluralismo consolidato dalla storia comune consentono un incontro fra persone o gruppi che reciprocamente si riconoscono non in un evento – che agli uni o agli altri può non appartenere – ma nel clima gioioso che questo può suscitare.
Come nelle precedenti puntate aggiungo qualche indicazione di eventi che, in qualche caso, ho voluto chiarire con mie note.
Per chi volesse saperne di più non mancano pubblicazioni e notizie su internet

  1 marzo 1968 – battaglia valle Giulia dà inizio al ’68 italiano
  4 marzo 2005   uccisione di Nicola Calipari
  9 marzo 1976   caduta della funivia del Cermis
10 marzo 1987 – l’ONU riconosce il diritto di obiezione di 
                           coscienza   alle armi
13 marzo 1983 – assassinio di Marianella Garcia Villas in Salvador
15 marzo 1545 – apertura Concilio di Trento
16 marzo 1978 – rapimento di Aldo Moro
17 marzo 1981 – nella villa di Gelli viene ritrovata la lista dei
                        membri della P2
20 marzo 1930 – Gandhi inizia la “marcia del sale”
24 marzo 1980 – assassino di mons. Oscar Romero
25 marzo 1957 – firma del Trattato di Roma che istituisce la Cee
29 marzo 1973 – uscita dei soldati americani dal Vietnam

Note (mie non del calendario)

1 marzo 1968    La ‘battaglia’ di valle Giulia venne ricordata anche da una celebre poesia di Pasolini,  in questi giorni evocata a proposito e sproposito in merito alla reazione alla costruzione della TAV.
Chi volesse leggerla può attivare il sito che segnalo
http://www.corriere.it/speciali/pasolini/poesia.html

17 marzo 1981 nella villa di Gelli viene ritrovata la lista dei membri della P2
 Della questione si occuperà  l’on. Tina Anselmi a partire dal 1981nella sua veste di presidente della Commissione d’inchiesta sulla loggia massonica P2, che terminò i lavori  nel 1985.
La relazione finale fu approvata dalla stessa commissione il 3 luglio 1984, e dalla Camera il 6 marzo 1986

24 marzo 1980 Tre anni prima , il 24 marzo, era stato assassinato mons. Romero, arcivescovo di San Salvador.  Ne tratta un libro che mi sento di segnalare:
 Raniero La Valle e Linda Bimbi Marianella e i suoi fratelli.
Una storia latinoamericana
,    Milano, Feltrinelli, 1983

17 Marzo 2012Permalink

21 ottobre 2011 – Rileggendo diariealtro

La morte di Gheddafi
Le immagini atroci dell’uomo rifugiato in un scarico fognario, preso e, vivo o morto che fosse, calpestato e trascinato a terra assumono, per me, un forte valore simbolico.
Per quanti amici di Gheddafi, che ora probabilmente si sentiranno rassicurati dalla scomparsa del colonello che forse conosceva anche loro non confessabili segreti, quel buco fetido sarebbe, almeno simbolicamente, un adatto rifugio?
Un ex ambasciatore – ora rispettato editorialista- oggi ha scritto su Il Corriere della sera un articolo con un passaggio molto interessante. Quando il colonnello prese il potere: l’identità nazionale libica era molto più labile delle identità nazionali dell’Egitto, del Marocco, dell’Algeria e della Tunisia. <…>La Libia era una creazione artificiale del colonialismo italiano, uno Stato composto da due territori (la Tripolitania e la Cirenaica) che avevano avuto storie diverse, popolato da tribù che avevano interessi contrastanti, abitato da circa due milioni di persone (tanti erano i libici quando Gheddafi conquistò il potere), sparse su un enorme territorio prevalentemente desertico”.
Una identità artificiale, nata dalla decadenza dell’impero ottomano, costruita contro qualcuno … a me viene in mente la Padania con tutti i nefasti ‘contro’ via via esibiti: meridionali, zingari, stranieri …
Costruire contro è facile. Aiuta a non guardare se stessi, a imprecare o piatire, secondo i gusti, a non costruire nulla e, quando ciò torna utile, a distruggere.
E non si distruggono solo cose ma anche i riferimenti di civiltà faticosamente definiti.
Comunque chi volesse, al di là delle mie elucubrazioni, leggere l’intero articolo di Sergio Romano, può farlo anche da qui.

Il ritorno di Shalit
Quando ho saputo del rientro a seguito di trattativa del soldato Shalit, prigioniero da cinque anni di Hamas a Gaza, mi sono detta che – al di là della gioia per quel ragazzo e per i più di mille palestinesi che tornano a casa- Netanyahu aveva trovato il mezzo – opportunistico e cinico, al di là dell’umanitaria copertura – per umiliare al Fatah e renderlo poco credibile davanti all’occidente e agli stessi palestinesi, dopo che Abu Mazen era riuscito a portare, sia pur per ora senza successo, la questione palestinese alle Nazioni Unite.
Quando ho letto su Repubblica del 19 ottobre un articolo di Lucio Caracciolo intitolato “Lo sconfitto è Abu Mazen” mi sono sentita molto confortata nella mia opinione.
L’articolo è molto circostanziato, merita di essere letto e potete farlo anche da qui.
Però ho poi trovato su Il Manifesto del 20 0ttobre, un articolo di Zwi Schuldiner, un anziano professore universitario e giornalista israeliano che stimo molto.
Scrive problematicamente Schuldiner: Netanyahu si è aggiudicato una vittoria di cui aveva un gran bisogno dentro il paese, in quanto essa farà dimenticare – almeno per un po’ – le proteste sociali e la paralisi dei negoziati con i palestinesi. I pessimisti temono che l’improvvisa popolarità del premier gli consentirà di sferrare un attacco militare all’Iran e questo – un progetto demenziale che metterebbe a rischio il futuro stesso di Israele – sarebbe possibile con il via libera Usa.
Però è possibile anche una versione più ottimista. In Israele si sta levando qualche voce a sostegno della logica dell’accordo che ha portato alla liberazione di Shalit: volente o nolente Netanyahu ha negoziato, sia pure in forma indiretta, con Hamas ed è arrivato il tempo di capire che il movimento islamico può essere un partner per negoziati più generali”.
Lascio anche il testo dell’articolo di Schuldiner alla lettura di chi fosse interessato.

21 Ottobre 2011Permalink

19 settembre 2011 – Dalle memorie al presente

Ricordi e dimenticanze.
Sono trascorsi otto giorni da quando l’11 settembre delle ‘torri gemelle’ è stato celebrato e ricordato. Se quella fu una tragedia che cambiò la storia del mondo l’altra tragedia dell’evento dell’11 settembre 1973, la morte di Allende, la fine della sua ‘via cilena al socialismo’ e l’inizio della dittatura di Pinochet non ha avuto rilievo.
Anche la memoria richiede stimoli e sostegno.
Pochi giorni dopo, il 16, si sarebbe potuto ricordare l’eccidio perpetrato nel 1982 dai falangisti libanesi, con il sostegno delle truppe di Israele, nel campo profughi di Sabra e Chatila, se l’evento non fosse stato caratterizzato dal silenzio quasi totale.
Evidentemente Stati Uniti e occidente di sentono minacciati solo da ciò che le ‘torri gemelle’ significano .
Il meno che si possa dire è che non voler ricordate è sciocco.
Da una memoria, rivisitata con umanità e spirito critico, potrebbero sorgere antidoti contro il fanatismo che ci avvelena e ci minaccia.

Due rapporti.
Uno è il rapporto del “Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulle forme contemporanee di razzismo, discriminazione razziale, xenofobia ed intolleranza” e l’altro è una critica diretta a noi tutti dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa perché “Le misure adottate dalle autorità italiane nei confronti dei Rom non sono in linea con gli standard internazionali ed europei in materia di diritti umani”.
Ho ormai constatato che l’interesse per i diritti umani, a livello di società civile oltre che politica, è quasi nullo. C’è qualche fibrillazione se chi è colpito può costituire una entità visibile, garanzia di visibilità e successo per chi presta soccorso ma il problema dei diritti –e quindi il rapporto critico e determinato con le istituzioni che li possono garantire – sfugge.
Ciò non significa indifferenza alla beneficenza, tutt’altro. Ma anche la garanzia del diritto è solidarietà.
Chi volesse saperne di più potrà raggiungere le fonti attraverso i siti collegati con link e interamente espressi con il loro indirizzo nella premessa.

Una informazione che non può essere trascurata.
Da quando l’Italia, pur se obtorto collo, ha accettato di ospitare profughi provenienti dalla Libia, questi sono stati sparsi sul territorio a piccoli gruppi in attesa che il loro status di rifugiati venga o meno riconosciuto.
Finora non era stata data alcuna disposizione in merito alle modalità del loro provvisorio soggiorno. Ora è stata finalmente firmata la Convenzione con la Protezione civile per fornire entro il 31 dicembre 2011 adeguata assistenza a 600 stranieri e promuovere il rientro assistito. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) offrirà l’assistenza necessaria per la realizzazione del progetto.
I sindaci dei piccoli comuni dove si trovano questi richiedenti asilo saranno stati informati?.

19 Settembre 2011Permalink

10 agosto 2011 – da La voce degli Ebrei per la pace

 Propongo il testo di una lettera che ho ricevuto e tradotto. Ringrazio Laura N.  per la revisione della mia traduzione e rinvio alle fonti tramite i link inseriti.

Non è troppo tardi. Israeliani e Palestinesi: Due popoli  – un futuro

Questa volta gli Stati Uniti sapranno fare la cosa giusta al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite?
Il governo degli Stati Uniti sosterrà un fondamentale atto di giustizia invece di porre nuovamente il veto al voto delle Nazioni Unite in favore dei diritti umani dei Palestinesi?
I Palestinesi hanno sottoposto il loro caso all’esame delle Nazioni Unite per il prossimo settembre  – non perché vogliano creare immediatamente un possibile stato palestinese o porre fine all’occupazione – ma perché quel voto potrebbe dar forza alla loro richiesta di libertà e uguaglianza.

Ecco parchè il mondo intero aspetterà il prossimo autunno: noi sappiamo che è finalmente giunto il momento.
Gli Stati Uniti hanno già annunciato che si opporranno di nuovo , in coerenza con la loro  tradizione politica, e hanno minacciato di far uso del potere di veto se si dovesse  votare al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Se dessero seguito alla loro minaccia , sarebbe il 42mo veto in quaranta anni opposto dagli Stati Uniti al sostegno dei diritti umani dei Palestinesi.
E’ per questo che vi chiedo di unirvi a me e a quasi altre 20.000 persone (fino ad ora) per dire al Segretario di Stato Hillary Clinton e all’ambasciatore Rice che è tempo che gli Stati Uniti votino SI’ per l’autodeterminazione dei Palestinesi.

Gli Stati Uniti e Israele dicono invece di volere che i Palestinesi ritornino al tavolo dei negoziati.
Ma tu ed io sappiamo che i colloqui di pace sostenuti dagli Stati Uniti sono a un vicolo cieco e che gli  insediamenti sono  aumentati non diminuiti.
Noi dobbiamo dire agli Stati Uniti che è il momento di realizzare la strada per una  pace duratura sia per gli Israeliani che per i Palestinesi.
Pensiamo che cambieranno e alla fine faranno la cosa giusta? Probabilmente no.
Ma questa volta non possono farlo nascostamente. Non glielo permetteremo
Nei prossimi giorni la campagna statunitense per la fine dell’occupazione, un’ampia coalizione di organizzazioni per la pace e la giustizia consegneranno la tua firma e molte altre al Dipartimento di Stato degli USA.

E’ venuto il tempo di dirigere  il corso della storia verso la giustizia, la libertà e l’uguaglianza.
Quasi tutto il mondo vuole una giusta risoluzione che dia libertà e sicurezza ai Palestinesi e agli Israeliani. Il governo deli Stati Uniti sceglierà la libertà e l’indipendenza per i palestinesi o una ancor maggiore occupazione?

Per la libertà
Cecilie Surasky, Deputy Director della Voce degli Ebrei per la Pace.

Per una più completa spiegazione dell’opinione della Voce degli Ebrei per la Pace (JVP) sul voto di settembre alle Nazioni Unite leggi l’analisi del Prof Joel Beinin dell’Università di Stanford.

Un articolo di David Grossman

Il 6 agosto 2011 Repubblica ha pubblicato un articolo di David Grossman con il titolo C’ è un popolo che scuote le nostre coscienze.
Chi lo volesse leggere può farlo usando il link che ho inserito

Tempo fa ho letto su La Stampa un articolo dello scrittore Yehoshua dello stesso tenore.
Sarebbe molto interessante se le realtà associative che si occupano anche in Italia dello stato di Israele e dei diritti del popolo palestinese sapessero collegarsi alle indicazioni proposte da questi protagonisti della società civile che, pur con non troppo successo d’opinione, sanno considerare una situazione complessa senza manicheismi e con prospettive importanti da conoscere e utili da confrontare.
A Udine purtroppo non trovo alcun luogo in cui ciò sia possibile.

10 Agosto 2011Permalink

20 novembre 2010 – Il 18 novembre è morta Adriana Zarri. E poi una ricorrenza e una notizia

Ricordo di Adriana Zarri.Chi volesse conoscere alcune parole di chi la ricorda può farlo da qui.
Rossana Rossanda ha avuto la capacità tra le cose che ha scritto di dirne una che, da sola, è per me il ritratto di Adriana: “Un giorno le dicevo che del cristianesimo mi interessava la disciplina interiore, protestò con veemenza: disciplina era un termine che non tollerava. Né esteriore né interiore”.
Io voglio ricordarla trascrivendo l’epigrafe che lei stessa si preparò:  

EPIGRAFE

Non mi vestite di nero:
è triste e funebre.
Non mi vestite di bianco:
è superbo e retorico.
Vestitemi
a fiori gialli e rossi
e con ali di uccelli.
E tu, Signore, guarda le mie mani.
Forse c’è una corona.
Forse
ci hanno messo una croce.
Hanno sbagliato.
In mano ho foglie verdi
e sulla croce,
la tua resurrezione.
E, sulla tomba,
non mi mettete marmo freddo
con sopra le solite bugie
che consolano i vivi.
Lasciate solo la terra
che scriva, a primavera,
un’epigrafe d’erba.
E dirà
che ho vissuto,
che attendo.
E scriverà il mio nome e il tuo,
uniti come due bocche di papaveri. 

E all’epigrafe aggiungo la citazione con cui Uomini e Profeti (radio 3) apre il testo che annuncia la trasmissione che oggi dedicherà  ad Adriana (appena possibile aggiungerò la sigla per risentirla in podcast):

Signore, non voglio il tuo cielo, Signore, voglio la mia terra:
le strade, i pozzi, le fontane, e le lune che cadono nell’acqua;
e, se c’è un rovo irto di spine, voglio anche quello,
perché fiorisce, a primavera;
 e se c’è un rospo, sul sentiero, voglio anche quello,
perché sa gracidare, nella notte, lungo la riva dello stagno…
Adriana Zarri

Una ricorrenza – 20 novembre

Copio le notizie che seguono dal sito della CISL scuola:
Il 20 novembre 1959 l'”Assemblea Generale” dell’ONU, su proposta della “Commissione per i diritti umani”, ha adottato la “Dichiarazione dei diritti del bambino”. E’ una risoluzione, una dichiarazione di principi che espande e amplifica il diritto abbozzato nel 1948 nella “Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo” che all’art. 25 stabilisce “che alla maternità e all’infanzia devono essere assicurate speciali tutele e assistenza”.

Il 20.11.1989 è ¨ stata approvata la “Convenzione internazionale dei diritti dell’infanzia”. Da allora molti passi avanti sono stati fatti ed oggi i Paesi che hanno assunto questo importante impegno nei confronti dell’infanzia sono ben 193 (mancano all’appello solo gli Stati Uniti d’America e la Somalia).
Ogni anno, nella sua ricorrenza, si rinnova un impegno.

Possiamo oggi considerare quei documenti qualche cosa di diverso da una presa in giro? Perché lo penso?
Chi volesse capirlo può far ricorso nel mio blog alle parole chiave (gergo tag) bambini, anagrafe, nascita. 

Notizie dal sito ASGI   19.11.2010 

Tribunale di Udine:  E’ illegittimo il requisito di anzianità di residenza decennale in Italia ai fini dell’accesso ai contributi per il sostegno alle locazioni in quanto in contrasto con il diritto dell’Unione europea.
I Comuni e la direzione regionale devono disapplicare la normativa regionale, assicurando rispettivamente l’accesso dei richiedenti ai bandi di concorso ed il trasferimento delle risorse economiche agli enti locali. 

Chi volesse saperne di più può farlo da qui.
Domanda finale: Quando accadrà, se mai accadrà, che il parlamento si faccia carico delle indicazioni che vengono dalla magistratura sollecitata, nell’esercizio del compito che le è proprio, caso per caso e saprà farne principi di carattere generale?

P.S.: Due notizie su analogo argomento (e sempre riferite al Friuli Venezia Giulia) si possono leggere, dal sito Asgi. in data 17 novembre e 18 novembre.
Vi si può accedere evidenziando le rispettive date.

20 Novembre 2010Permalink

02 ottobre 2009 – Nazioni Unite.giornata mondiale della nonviolenza.

da Giancarla Codrignani

Le date simboliche mi appassionano fino a un certo punto, anche perché ne siamo inflazionati fino a perderne il senso. Tuttavia alcuni simboli hanno un valore innegabile: ci richiamano a pensare alla necessità di portare avanti la storia anche nella fatica e nei disinganni perché non possiamo essere incoerenti se confidiamo in qualche principio. I principi non sono astrazioni che basta nominare perché qualcuno – magari non noi – li applichi. Sono mete lontane, che tuttavia motivano il vivere; che, di per sé, non sarebbe gran cosa.
Il 2 ottobre è la giornata mondiale (voluta dalle Nazioni unite) della nonviolenza. Il correttore elettronico ancora censura la parola sullo schermo del computer e, forse, saranno molti quelli che, quando la leggono, credono che manchi la separazione per errore di stampa.
In realtà la parola nuova è uno di quei segnali linguistici che fanno comprendere che il motore della storia può non essere abbandonato al caso, ma pilotato, almeno simbolicamente, verso progressivi perfezionamenti sociali. Quindi “celebriamo”. E rendiamoci conto di quanto sia modesto il procedere verso la pur conclamata pace universale e quanto la violenza abiti ancora le coscienze umane.
Ho conosciuto direttamente in anni non lontani l’odissea degli obiettori di coscienza e la resistenza che era non solo nelle fila dell’esercito, ma nella mentalità comune a non ritenerli dei renitenti per viltà, per comodo individualistico, per rifiuto di quella disciplina militare che fa diventare uomini. Oggi i cappellani militari non sarebbero più sostenitori di negatività e i tribunali non condannerebbero più don Milani e padre Balducci. Tuttavia la “violenza” non fa riferimento solo ad armi e guerre, che ormai non sono più idealizzate secondo quell’onore che permetteva alla violenza ritenuta “necessaria” dagli stati di avere i ministeri “della guerra” e non della difesa, anche se si dirà che non è cambiato molto, se tutti i patriottismi, anche quelli religiosi e ideologici, non sanno comporre civilmente i conflitti. Ma almeno da quando Freud ha richiamato alle pulsioni originarie e all’analogia tra il pene e l’arma, la nonviolenza dovrebbe guidare tutti i comportamenti sociali, a partire da quelli interpersonali e familiari ancor oggi crudeli fino all’assassinio delle persone care e inermi.
Il disconoscimento della nonviolenza è uno scacco delle religioni. Il buddismo non è diventato cultura universale di nonviolenza, anche se ne aveva tutti i presupposti. Il Cristianesimo, che da sempre conteneva i principi del rifiuto di ogni violenza, privata e tanto più pubblica, non riesce a recuperare nemmeno nominalmente questo valore. Ci sono testimoni della nonviolenza nel vissuto delle confessioni cristiane del secolo più violento che ha visto nascere il fascismo e il nazismo e ha subito due guerre mondiali; ma non conosco approfondimenti teologici che valorizzino questa virtù come interna alle ragioni di fede. Infatti, come virtù, nasce laica.
Ma se è difficile per le religioni farsi nonviolente, non è facile neppure per le organizzazioni della società civile. Un mondo che idolatra il successo facile, il consumismo, la competizione non si apre al primo requisito nonviolento che è il riconoscimento dell’uguaglianza degli esseri umani e della stoltezza del principio di forza in qualunque modo applicato. La sola forza degli umani è quella morale, dell’ingegno e dello spirito; per il resto, come diceva Lucrezio, siamo gli esseri più deboli della natura, quelli che nascono nudi piangendo il male che potranno vivere. Eppure stiamo tradendo libertà, giustizia, diritti, diseducando i figli e noi stessi, non solo nei confronti degli immigrati o dei disabili, ma scivolando nel baratro dell’ignoranza, proprio mentre l’ingegno e lo studio degli scienziati è in grado di darci macchine più raffinate delle nostre capacità di capire e prospettive di modificazioni della natura, anche umana, rischiose se affidate ad esseri ignoranti e irresponsabili. Quindi violenti.

E’ la seconda lettera di Giancarla Codrignani che pubblico a poca distanza dalla prima.
In passato ne ho condiviso attività. Oggi faccio mia la sua parola e la ringrazio.
Giancarla segnala che il correttore ortografico non riconosce la parola ‘nonviolenza’.
Posso testimoniare che non molto tempo fa non solo non riconosceva, ma trasformava automaticamente, la parola matriarche in patriarche.

 

2 Ottobre 2009Permalink

22 settembre 2009 – Giornata mondiale dell’ONU per la pace

da Giancarla Codrignani

Il 21 settembre sarebbe il giorno che l’ONU dedica al disarmo. In Italia hanno ricevuto le onoranze funebri i sei militari uccisi in Afganistan.
Della prima ricorrenza nessuno sa nulla e un pacifista che ha gridato “pace subito” (e neppure ha detto “ritiratevi”) sembra – lo troviamo su you tube – essere stato trattenuto dall’assistenza come se fosse matto. Il lutto nazionale secondo la televisione ha emozionato la massa degli utenti con strumenti orientati a una compassione patriottica che turbava poco le coscienze.
Il mondo militare è cambiato, se è vero che nessuno nomina più la guerra senza aggiungere un aggettivo che la esorcizzi: anche i capi degli eserciti sanno che la guerra non ha più onore e che la sua realtà è solo quella della morte. Anche se preventiva o umanitaria la guerra uccide: non solo i nostri sei soldati, non solo ile centinaia della Nato e degli Stati uniti, ma anche le tante migliaia di civili, che non possono accettare questa prevenzione e questa umanità.
Infatti restiamo nella vecchia logica della risposta violenta: per estendere la democrazia dove ci sono dei confitti mandiamo in ritardo i soldati e non preventivamente i cooperanti e i maestri.
Le Nazioni unite non hanno potuto realizzare quella polizia internazionale capace di fare interposizione nei casi di gravi tensioni. Oggi autorizzano missioni che dovrebbero aprire le vie della pace e invece producono guai più gravi. In Afganistan un minimo di prudenza avrebbe indotto a riflettere sulle sconfitte inferte da parte dei talebani agli inglesi nel secolo XIX e ai russi nel 1989.
Ma vale la pena di riflettere su questi funerali. Tutti amiamo il paese che chiamiamo patria come tutti i popoli chiamano patria la terra dove sono nati e dove non sempre riescono ad avere i diritti di cittadinanza. Ma dovremmo insegnare a noi stessi e alle nuove generazioni a costruire, in tutte le patrie, la vita e non la morte. La morte, che può entrare anche nella volontà di bene, non deve diventare esemplare e suggerire che è dovere ripetere le gesta dei padri e vendicare i morti della nostra parte. A quei funerali la televisione ha evidenziato da protagonisti dei bambini. E altri bambini e ragazzi hanno seguito i telegiornali, non senza sentirne qualche suggestione. I piccoli rimasti senza il babbo (che era evidente che capivano che cosa veramente accadeva nella loro vita) sono stati indotti a ripetere, mentre echeggiavano le grida cupe dei parà, comportamenti impropri per l’elaborazione di un lutto così difficile per loro: il berretto della Folgore non è adatto a un bambino. E tanto meno un’educazione che riproponga a noi tutti la morte come dovere. Non possiamo non ricordare, neppure nelle strette della dura necessità, il monito di papa Giovanni: “la guerra è roba da matti” (alienum a ratione).

22 Settembre 2009Permalink