13 maggio 2022 – Gli alpini fra infiltrati e solidarietà diffusa

Vorrei lasciar perdere e invece è doveroso far memoria per misurare via via il degrado e osservare se spunta la speranza di una risalita.

Vado malvolentieri su facebook ma lo faccio per vedere che si pensa di ciò che accade e interessa i social. Non uso i ‘mi piace’ né le piccole icone spiritose, sia perché non sempre capisco il significato di quelle innumerevoli faccine sia perché non  mi va di esprimere pareri sommari in un mondo traballante e a mio parere insicuro. Se decido di intervenire lo faccio cercando di essere breve e chiara.

Trovo una frase che mi lascia attonita e trascrivo a fatica Mame vonde  tete mi baste le gavete…, ho letto di normale praticata baldoria ma devono aver cancellato perché non ritrovo e passo al Messaggero Veneto, quotidiano diffuso in Friuli  (pag. 8 ) articolo a firma Chiara Baldi.
A questo punto l’indignazione diventa disagio e sofferenza.

Copio perché è doveroso ricordare:
Sonia Alvisi, coordinatrice delle donne dem di Rimini, doveva essere diventata ingombrante. Si è dimessa dopo aver pubblicamente sostenuto l’importanza della “denuncia formale” da parte delle donne molestate (alcune nel corso della loro attività lavorativa)  per essere più credibili e aver inviato un  messaggio di solidarietà agli alpini . Mah!
Intervengono la ministra Bonetti (pari opportunità?!) e l’on Serracchiani: “Sospendere il raduno sarebbe come arrendersi a un pugno di violenti ” (dixit).
L’assessora alle pari opportunità del Veneto dichiara: “Se uno mi fa un  sorriso e mi fischia dietro io sono pure contenta”. Stia lieta signora assessora Elena Donazzan, stia lieta: è affar suo ma rispetti chi “dietro” non ha conosciuto solo fischi e comunque poteva non  gradire nemmeno quelli.
Quello che però mi turba di più (ed è una obiezione ricorrente) è il continuo ricorso dal sapore assolutorio a misteriosi   infiltrati.
Vorrei poter prescindere dalla barocca situazione immaginata di maschi (giocherelloni? fischiatori o ???)  che si infilano nelle file adamantine della adunata alpina  per molestare le donne senza che ci sia notizia di una reazione offesa di chi l’infiltrazione avrebbe subito all’interno di un raggruppamento ordinato, discreto nel linguaggio  e  non solo, notoriamente sobrio,  guardando lo spettacolo fra le proprie file , ma  non riesco ad arrendermi al ridicolo perché ho un altro più serio e doloroso problema.
Come è possibile che donne adulte, intelligenti, acculturate, consapevoli dei propri diritti (parlo a ragion veduta) sentendo di molestie e violenze, poiché sono state dichiarate  nel quadro di una adunata alpina,  pensino agli infiltrati piuttosto che alla solidarietà alle proprie simili,  riservando se mai a un momento successivo l’ipotesi ‘infiltrati’?
Lesa  maestà, l’ombra di una sorta di sacralità  che copre e tutela gli alpini? Mi fermo qui anzi no.
Alcune di queste donne hanno ricordato che sono state molestate nel corso del proprio lavoro e di essersi trovate quindi in una situazione di disagio aggravato.
Vi immaginate una cameriera che denuncia un cliente, certa della solidarietà  dei presenti magari  irritati dal ritardo della pizza, e della solidarietà  del datore di lavoro? Sicurezza del lavoro .. ah già! Ma che c’entra?!  Qualche volta mi confondo.

13 Maggio 2022Permalink

12 maggio 2022 –    In una foto  il “no alla guerra”  (da L’Osservatore Romano)

Un’emozione di anni lontani che luna fotografia dal Vietnam rinnova implacabilmente nel dolore per le sporche guerre dei giorni nostri

Kim e Nick la guerra la conoscono bene. Vietnam, 8 giugno 1972: fuoco sul villaggio di Trang Bàng, 40 chilometri a ovest di Saigon. Dall’alto cadono bombe al napalm. Nick Ut “ferma” in uno scatto la disperazione della piccola Kim Phúc Pahn Thi che corre, avvolta dal napalm, con i vestiti evaporati per il fosforo.

Quella fotografia è diventata una delle immagini più iconiche della storia del Novecento.

Quasi mezzo secolo dopo eccoli qui, insieme, Kim e Nick, in piazza San Pietro, con Papa Francesco. A dire che la guerra è una follia. Per questo hanno donato al Pontefice una copia, con le loro due firme, della foto che da cinquant’anni dice “no alla guerra”.

E quel “no alla guerra” che arriva dal Vietnam, Papa Francesco lo ha rilanciato, stamani, accogliendo due giovani donne che stanno conoscendo gli orrori di un altro conflitto, stavolta in Ucraina. Sono le mogli di militari ucraini del battaglione Azov asserragliato nell’acciaieria di Mariupol. Francesco, alzandosi in piedi, ha stretto le loro mani nel gesto della preghiera.

Già, la guerra. Racconta Kim che oggi ha 59 anni: «A distanza di mezzo secolo, da sopravvissuta, mi permetto di dire che non vogliamo la guerra ma la pace perché il mondo ha bisogno di pace». E proprio con questo impegno per la pace stanno lavorando, sempre insieme, al documentario La bambina del napalm.

«Quella mattina piovevano bombe sul villaggio, scappavano tutti» ricorda Nick, oggi 71 anni, che era in prima linea come fotoreporter. «Ho visto una bomba far esplodere una pagoda: pensavo che dentro non ci fosse nessuno invece, tra il fumo, ho intravisto la nonna di Kim che stringeva un bimbo, morto fra le sue braccia. E subito dopo ho visto Kim che urlava “aiutatemi!”. Ho smesso di fotografare dopo uno scatto, “quello” scatto: dovevo agire. Ho preso l’acqua e gliel’ho gettata addosso. Ho caricato tanti bambini sul furgone e li ho portati all’ospedale».

Rientrato nel suo ufficio a Saigon, Nick sviluppò la foto divenuta subito «lo scatto che racconta la guerra in Vietnam». Vinse anche il premio Pulitzer.

Essenziale il racconto di Kim: «Quell’immagine continua a ricordarmi che ho perso la mia infanzia. Solo col tempo, però, ne ho compreso il valore. All’inizio l’ho odiata, ci vedevo un’umiliazione: una bimba esposta al mondo mentre, nuda, grida disperata. Sono stata anche aiutata, curata: 14 mesi di ospedale e 17 operazioni chirurgiche, senza pagare nulla».                                                                                                                                                                        di GIAMPAOLO MATTEI

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2022-05/quo-107/in-una-foto-il-no-alla-guerra.html

12 Maggio 2022Permalink

7 aprile 2022 – Giancarla Codrignani fra l’ecumenismo velleitario e l’elogio di Erasmo da Rotterdam

QUALE BILANCIO DEL NOSTRO VELLEITARIO ECUMENISM?                          Aprile 2022
Giancarla Codrignani

Li chiamiamo “fratelli ortodossi” ma oggi, per colpa di una guerra, chi sono davvero per noi? Francesco conferma l’abbraccio ai “fratelli”, ma non può, anche se vorrebbe, ripetere la mediazione che fu possibile a Giovanni XXIII quando il mondo rabbrividì per il pericolo dell’istallazioni di missili balistici sovietici a Cuba, una provocazione piena di minacce per gli Usa di Kennedy e la Russia di Krusciov: era il 1962 e la logica delle sfide e relativo onore da salvare – che connota i maschi e anche i governi (oggi contagia anche la vicepresidente americana Pamela Harris)- imponeva la risposta armata, un’altra guerra “mondiale” vent’anni dopo la “seconda”.
A nulla erano valsi i tentativi e i Due Grandi – che non volevano arrivare all’amato ok corral anche nel Far West americano – trovarono non indecoroso cedere al Papa.
Oggi Francesco non può permetterselo. La chiesa ortodossa ha sofferto il dramma dello scisma del patriarcato di Kiev che nel 2019 si è proclamato “autocefalo” ottenendo la legittimazione del patriarcato di Alessandria e degli ortodossi greci, non dal patriarcato istituzionale di Costantinopoli.  L’azione anarchica e, soprattutto, nazionalista dell’ortodossia ucraina si è di fatto resa responsabile del distacco politico dal patriarcato di Mosca da cui dipendeva.
Una vertenza sull’autocefalia non fa ridere, tanto più in questo momento e nonostante il buon senso che vorrebbe le chiese disimpegnate dagli interessi dei governanti. In questi giorni non si tratta più, infatti, di questioni teologiche, ma di quel potere che non è solo giuridico e canonico, ma amministrativo e politico. Il patriarca di Mosca Kiril nega la legittimazione del patriarcato di Kiev nel momento in cui è chiara la sua opposizione alla Russia di Putin e allo stesso modo il dittatore post sovietico intende recuperare a gloria della Santa Madre Russia, l’impero russo zarista con la benedizione del patriarca di Mosca. Solo che la fraternità e la comunione se ne vanno senza Cristo dietro la guerra.

intanto anche noi siamo rimasti fuori dal cuore dell’ecumenismo. Bisogna che confessiamo di essere clericali: preghiamo, studiamo (pochi) teologia ecumenica, facciamo bellissimi convegni.
In realtà siamo sempre noi (cattolici) la maggioranza; inevitabile, ma anche poco sensibili alla solitudine ignara del mondo cattolico di base non coinvolto nella ricerca di una fraternità confessionale di reciproca libertà. In genere nelle parrocchie non si conosce neppure il significato dell’impegno: siamo prigionieri della tradizione “colta” di una pratica detta “ecumenica”, che, se vuol dire universale, sarebbe meglio tradurla. Ma, di fatto, mi sento – proprio per il mio interesse rimasto di nicchia oggi più di quando il Sae prese il volo con Maria Vingiani – in difficoltà: sono arrivati tanti ortodossi in questo mese di guerra, tutti accolti con emozione condivisa, per la libertà dell’Ucraina. Ma la maggioranza degli arrivati trova qui da noi i/le parenti che lavorano in Italia: molte badanti hanno potuto accogliere la madre o la sorella con i bambini per la generosità delle famiglie dove da anni curano un nostro anziano.

Ma non le abbiamo mai viste alle nostre riunioni.

Ai margini, per chi cerca di dare senso all’ecumenismo, c’era stato il caso di Bose.
La formula postconciliare della Comunità monastica di Enzo Bianchi si è modificata diventando “monastero”, una trasformazione chiaramente alternativa anche sul piano della spiritualità e delle tematiche di studio. La Comunità era nata mista, comprensiva di uomini e di donne, non era riservata a soli presbiteri (l’abate Enzo Bianchi non lo è) e nemmeno ai soli cattolici. Infatti nell’attività di ricerca privilegiava la relazione e lo studio dell’ortodossia. Ricordando questa “fratellanza” sempre aperta alla partecipazione, non si può non pensare all’importanza che poteva avere la relazione con i vari patriarcati nella tragedia della guerra attuale che ha sciaguratamente approfondito il solco tra Kiev e Mosca anche sul versante religioso cristiano. La chiesa di Mosca invece di accogliere l’unità di fede come sostegno comune nella situazione blasfema della guerra, ha scelto di accettare la sfida e seguire la tradizione conservatrice che vuole l’Occidente corrotto e immorale e il primato della madre Russia. Anche se Papa Francesco, dopo essere stato bloccato dalla tensione tra i patriarcati, riuscirà, senza interferire in casa altrui, a richiamare Kiril all’abbraccio cristiano con il papa cattolico romano, la guerra estrema farà pagare cari i suoi costi, tra cui la frustrazione di quando i conflitti entrano nelle chiese.

LA GUERRA 12  è passato un mese dall’inizio  Giancarla Codrignani

La storia che abbiamo alle spalle, ma anche la testimonianza della libertà di opinione:

Nel 1511 esce l’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam .

Non si usa più far miracoli: roba d’altri tempi. Insegnare ai fedeli è faticoso; interpretare le Sacre Scritture è lavoro da farsi a scuola; pregare è una perdita di tempo; spargere lacrime è misero e femmineo; vivere in povertà̀ è spregevole. Turpe la sconfitta e indegna di chi a mala pena ammette il re al bacio dei suoi piedi beati: infine, spiacevole la morte, e infamante la morte sulla croce.

Rimangono solo le armi e le “dolci  benedizioni” di cui parla san Paolo, e di cui fanno uso con tanta larghezza: interdetti, sospensioni, condanne aggravate, anatemi, esposizione di ritratti a titolo di vergogna, e quella tremenda folgore con cui, a un cenno del capo, mandano le anime dei mortali all’inferno e oltre. Di quella folgore, i santissimi padri in Cristo, e di Cristo vicari, si servono col massimo della violenza, soprattutto contro coloro che, per diabolico impulso, tentano di rimpicciolire e rosicchiare il patrimonio di Pietro. Benché́ le parole dell’Apostolo nel Vangelo siano: “Abbiamo abbandonato tutto e ti abbiamo seguito”, essi identificano il patrimonio di Pietro con i campi, le città, i tributi, i dazi, il potere. E mentre, accesi dall’amore di Cristo, combattono per queste cose col ferro e col fuoco, non senza grandissimo spargimento di sangue cristiano, credono di difendere apostolicamente la Chiesa, sposa di  Cristo, annientando da valorosi quelli che chiamano i nemici.

Come se la Chiesa avesse nemici peggiori dei pontefici empi; di Cristo non fanno parola: fosse per loro, svanirebbe nell’oblio; legiferando all’insegna dell’avidità, lo mettono in catene; con le loro interpretazioni forzate ne alterano l’insegnamento; coi loro turpi costumi lo uccidono.

Poiché́ la Chiesa cristiana è stata fondata, rafforzata e ingrandita col sangue, ora, come se Cristo fosse morto lasciando i fedeli senza una protezione conforme alla sua legge, governano con la spada, e, pur essendo la guerra una cosa tanto crudele da convenire alle belve più che agli uomini, tanto pazza che anche i poeti hanno immaginato fossero le Furie a scatenarla, così rovinosa da portare con sé la totale corruzione dei costumi, tanto ingiusta da offrire ai peggiori predoni la migliore occasione di affermarsi, tanto empia da non avere nulla in comune con Cristo, tuttavia, trascurando tutto il resto, fanno solo la guerra. Si possono vedere vecchi decrepiti che, inalberando un vigoroso spirito giovanile, non si sgomentano davanti alle spese, non cedono alle fatiche, non indietreggiano di un pollice se si trovano a mettere a soqquadro le leggi, la religione, la pace, l’intero genere umano. Né mancano colti adulatori, pronti a chiamare questa evidente follia zelo, pietà, fortezza, escogitando stratagemmi che permettono d’impugnare il ferro mortale e di immergerlo nelle viscere del fratello senza venir meno a quella suprema carità̀ che secondo il dettato di Cristo un cristiano deve al suo prossimo.

7 Aprile 2022Permalink

31 marzo 2022 – Sintetizzo alcune documentazioni che ho raccolto nel mio blog nei giorni precedenti e nel 2020

Per correttezza riporto i link anche alle pagine del mio blog, oltre che alle fonti.

30  marzo 2022  Da Il Mulino  12 marzo:
Le chiese in Ucraina e la sfida della pace ?                        di Adalberto Mainardi
https://www.rivistailmulino.it/a/le-chiese-in-ucraina-e-la-sfida-della-pace
https://diariealtro.it/?p=7895

Da Il Foglio  29 marzo 2022  Quella di Putin è la prima dichiarazione di guerra ufficiale all’omosessualità                di  Adriano  Sofri
https://www.ilfoglio.it/piccola-posta/2022/03/29/news/quella-di-putin-e-la-prima-dichiarazione-di-guerra-ufficiale-all-omosessualita–3853885/
https://diariealtro.it/?p=7893

Avevo sfiorato l’argomento (in un contesto evidentemente diverso ) nel 2020 e riporto quanto scritto nel mio blog:

« 13 giugno 2020   Quanto i vescovi non dicono il vero
Provo a scrivere le mie sempre più sconsolate considerazioni in merito all’intreccio pericoloso e per me inaccettabile sulle motivazioni con cui i Vescovi italiani si oppongono alla proposta di legge
“ … contrasto dell’omofobia e della transfobia  nonché delle altre discriminazioni riferite all’identità sessuale” (C 107) .
I vescovi non attaccano frontalmente la proposta, la aggirano affermando –  che “non si riscontra alcun vuoto normativo o lacune – che giustifichino l’urgenza di nuove disposizioni»..
https://diariealtro.it/?p=7334

L’affermazione precedente non è vera:  la violenza omofobica è sempre presente e documentata  e il vuoto normativo c’è:  ci sono nati in Italia cui viene negato per legge il nome e l’identità riconosciuta.
E anche questa (a mio parere) è violenza.

Le “nuove disposizioni” che chiedo da anni (devo dire in un clima di sconsolante isolamento quale spetta a una vecchia pensionata)  riguardano l’abrogazione dell’art. 1 comma 22 lettera  G della legge 94/2009 (“Disposizioni in materia di sicurezza pubblica”) . Tale norma , imponendo la presentazione del permesso di soggiorno per la registrazione dell’atto di nascita di un figlio  in Italia ,  può  ridurre  genitori non comunitari irregolari a uno stato di paura tale da  indurli a  non registrare  la nascita di un loro bambino per non scoprire la loro condizione.
Esiste una circolare che consente ciò che la legge nega  ma è ben chiaro che non si può chiedere ai migranti di destreggiarsi fra leggi e circolari. Inoltre la circolare che porta il n. 19/2009 (Ministero dell’interno) NON è in alcun  modo diffusa.
Mentre preciso che l’abrogazione di cui ho scritto non comporta onere di spesa ed è sostanzialmente  la ripresentazione  del testo della cd legge Turco Napolitano, segnalo che ho ottenuto dalla consapevole cortesia del direttore della   Caritas  Italiana una informazione importante che mi ha consentito di proporre in un mio pubblico intervento, trascritto anche nel sito equal uniud diritto antidiscriminatorio dell’Università di Udine lo scorso gennaio.

Copio:
« Il dr. Forti, questo il suo nome, ha scritto ribadendo l’iscrizione alla nascita come diritto costituzionalmente garantito ma testimoniando nel contempo il fatto che l’efficacia della circolare non è assoluta.
Leggo  e trascrivo: “Ad oggi purtroppo non tutte la anagrafi seguono pedissequamente la citata circolare che stabilisce: Per lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – dello stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto».

 

 

 

31 Marzo 2022Permalink

30 marzo 2022 – LE CHIESE IN UCRAINA E LA SFIDA DELLA PACE

LE CHIESE IN UCRAINA E LA SFIDA DELLA PACE

12 MARZO 2022           Le chiese in Ucraina si presentano all’appuntamento della storia tragicamente divise. Chi sono e come vedono se stessi i cristiani in Ucraina? Come le chiese hanno risposto al conflitto?
Che cosa è cambiato con la guerra?                                                         di Adalberto Mainardi

Il panorama religioso dell’Ucraina contemporanea vede oltre cinquanta religioni ufficialmente registrate. Chiesa maggioritaria è la Chiesa ortodossa ucraina, canonicamente parte del Patriarcato di Mosca, ma con uno statuto di ampia autonomia accordato nel concilio episcopale del 1990 e confermato dal concilio locale della Chiesa ortodossa russa del 2009 (lo stesso che elesse l’attuale patriarca Kirill). Capo della Chiesa ortodossa ucraina è il metropolita di Kiev, consacrato dal patriarca di Mosca ma eletto dall’episcopato ucraino (l’attuale metropolita Onufrij Berezovskii è stato eletto nel 2014).

Nel 1992 si era però formata la Chiesa ortodossa ucraina-Patriarcato di Kiev, con un seguito di alcuni milioni di fedeli, non riconosciuta dalle altre chiese ortodosse. Inoltre nel 1990, dopo l’incontro con Giovanni Paolo II, Gorbačev legalizzò la Chiesa greco-cattolica ucraina, che poté uscire dalla clandestinità cui era stata costretta da Stalin nel 1946. La convivenza delle tre comunità negli anni Novanta fu caratterizzata da tensioni ed episodi di violenza, che si riverberarono sullo stesso dialogo teologico cattolico-ortodosso, con una lunga battuta d’arresto fino al 2006.

Ma è l’autocefalia della Chiesa ucraina il nodo attorno a cui si stringono i problemi dell’ortodossia contemporanea. Nel 2016 il concilio panortodosso di Creta non riusciva ad affrontare il problema di quale Chiesa avesse il diritto di concedere a un’altra l’autocefalia (cioè la piena indipendenza):
il patriarca ecumenico di Costantinopoli? O la Chiesa madre? O l’insieme delle Chiese ortodosse? Per motivi diversi, quattro Chiese ortodosse disertarono l’assise di Creta: Mosca, Antiochia, la Chiesa ortodossa bulgara e la Chiesa di Georgia. A livello panortodosso, il problema canonico della concessione dell’autocefalia rimase irrisolto e lo scisma della Chiesa ucraina drammaticamente aperto.

Dopo l’annessione russa della Crimea e la destabilizzazione del Donbass nel 2014, la spinta politica a creare una Chiesa ucraina autocefala «canonica» crebbe considerevolmente. La metropolia di Kiev, culla storica della Chiesa ortodossa russa, dipendeva canonicamente dal patriarca di Costantinopoli fino alla fine del XVII secolo, quando la situazione politica ne provocò il passaggio al patriarcato di Mosca (eretto nel 1589). Nel 2018, il patriarca ecumenico Bartolomeo ritenne di revocare il tomos patriarcale del 1686 che concedeva al patriarca di Mosca il privilegio di consacrare il metropolita di Kiev. I fedeli fino ad allora ritenuti scismatici della Chiesa ortodossa ucraina-Patriarcato di Kiev e della minoritaria Chiesa ortodossa autocefala ucraina furono accolti nella comunione con Costantinopoli e in un concilio, alla presenza di due esarchi nominati dal patriarca ecumenico, costituirono la Chiesa ortodossa d’Ucraina (15 dicembre 2018).

A questa Chiesa, nel gennaio 2019, Bartolomeo concesse l’autocefalia. L’evento fu salutato dall’allora presidente ucraino Petro Poroshenko, che l’aveva fortemente voluto, come un nuovo «battesimo della Rus’», e la nascita di «una Chiesa senza Putin, ma una Chiesa con Dio e con l’Ucraina». Il Patriarcato di Mosca reagì rompendo la comunione eucaristica con Costantinopoli  e con le Chiese che successivamente riconobbero la Chiesa ortodossa d’Ucraina (la Chiesa greca, il Patriarcato di Alessandria e la Chiesa di Cipro).

La Chiesa ortodossa ucraina, rimasta fedele a Mosca, fu oggetto di attacchi e discriminazioni. Un progetto di legge imponeva di rinominarla «Chiesa ortodossa russa in Ucraina» (una disposizione che avrebbe potuto privarla dell’antichissimo monastero delle Grotte di Kiev). Il capo delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, metropolita Ilarion Alfeev, nell’aprile 2021 protestò energicamente: «Il centro di questa Chiesa non è Mosca, ma Kiev: è una Chiesa indipendente, elegge i propri vescovi e il proprio primate. Non è una Chiesa di russi, ma di ucraini».

La guerra di Putin ha agito come detonatore in una situazione ecclesiale attraversata da tensioni irrisolte.  Le reazioni delle Chiese le hanno rese manifeste

Non sorprendono i toni del primate della Chiesa ortodossa d’Ucraina, metropolita Epifanij («un cinico attacco […] nostro comune compito è respingere il nemico, difendere la patria, il nostro futuro dalla tirannia dell’aggressore»), o dell’Arcivescovo maggiore della Chiesa greco cattolica ucraina, Svjatoslav Sevchuk («il nemico fraudolento ha invaso il suolo ucraino, portando con sé morte e devastazione […] è sacro dovere di ciascuno difendere la patria […] La vittoria dell’Ucraina sarà la vittoria della potenza di Dio sulla bassezza e l’insolenza dell’uomo»).

Ma se Putin, che ancora il 21 febbraio definiva la Chiesa ortodossa ucraina «perseguitata» dal regime di Kiev, si aspettava da essa un appoggio, si sbagliava. In un appassionato appello «al presidente della Russia» nel giorno dell’invasione, il metropolita Onufrij chiede di «fermare immediatamente la guerra fratricida […] Una guerra simile non ha giustificazione né per Dio né per l’uomo». Se individua la responsabilità del presidente russo, il messaggio di Onufrij non cede alla tentazione di invocare da Dio la vittoria sul nemico. Non c’è un nemico da distruggere, ma un fratello che non abbiamo il diritto di uccidere.

Le parole di Onufrij hanno reso più imbarazzante il silenzio del patriarca Kirill, che solo la sera del 24 febbraio si rivolge ai «fedeli figli della Chiesa ortodossa russa» senza parlare di guerra («questi eventi», «sventura») ed esortando «tutte le parti in conflitto a fare il possibile per evitare vittime civili». La cautela di Kirill, del resto, è condivisa. L’Unione dei battisti russi nel suo appello per la pace sostituisce la parola «guerra» con l’espressione «situazione complicata ai confini con l’Ucraina».

La dichiarazione del patriarca è parsa insufficiente al suo stesso clero, se oltre 250 preti e monaci hanno sottoscritto un appello in cui chiedono «la cessazione della guerra fratricida in Ucraina»,
di non perseguire per legge chi manifesta per la pace, «perché questo è il comandamento divino: “Beati gli operatori di pace”». Il 28 febbraio il sinodo della Chiesa ortodossa ucraina domanda con insistenza al patriarca di Mosca di «dire la sua parola di primate sulla cessazione del versamento fratricida di sangue in Ucraina». Il 2 marzo il segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese di Ginevra, Ioan Sauca, ortodosso romeno, chiede ufficialmente a Kirill «di mediare perché la guerra possa essere fermata», e di «far sentire la sua voce per i fratelli e le sorelle che soffrono».

Nell’omelia della Domenica del perdono (6 marzo), che precede l’inizio della Quaresima, il patriarca Kirill sembra rispondere a queste sollecitazioni. Parla del «deterioramento della situazione nel Donbass» e individua come ragione dell’ostilità verso la Repubblica separatista il suo intransigente rifiuto al gay pride, biglietto di ingresso nel felice mondo del consumismo e dell’apparente «libertà» (un’eco del discorso di Ivan Karamazov contro la teodicea della modernità?). La guerra in corso, sembra dire il patriarca, è una lotta escatologica tra il bene e il male, ne va «della salvezza umana, di dove l’umanità si colloca», tra i sommersi o i salvati, «alla destra o alla sinistra di Dio Salvatore, che viene nel mondo come Giudice e Datore della ricompensa». Non tutti se ne rendono conto, prosegue. Bisogna chiamare peccato ciò che è peccato. L’omosessualità è un peccato. Negarlo è defraudare Dio del suo ruolo di giudice.
Da otto anni, nel silenzio dell’Occidente, è in corso un genocidio nel Donbass (una guerra dimenticata che ha già fatto 19.000 vittime). La sofferenza degli abitanti del Donbass è la sofferenza dei martiri. Si tratta di «una lotta che non ha un significato fisico ma metafisico».

L’omelia del patriarca ha lasciato stupefatti molti commentatori. Certo, mentre chiede di pregare per il popolo ortodosso del Donbass, Kirill dimentica che in Ucraina c’è un altro popolo ortodosso che è il suo stesso gregge; quando ricorda che perdonare è cessare di odiare il nemico, non si accorge che sta costruendo un nemico «esterno» (l’Occidente corrotto) addossandogli la responsabilità «più pesante», cioè di allargare «l’abisso tra i fratelli, colmandolo di odio, malizia e morte» (la guerra tra Russia e Ucraina), e sta assolvendo il presidente russo.

Ma la sua parola non deve stupire. Non è, banalmente, la degradazione dell’ideale evangelico a poltiglia ideologica. È il coerente sviluppo dell’idea del «mondo russo» (Russkij mir), costruita all’inizio degli anni Duemila. Un’idea di civiltà e insieme un’impresa politica, che tiene insieme eredità culturale e valori religiosi, principi etici tradizionali e capacità performativa post-secolare, una versione 2.0 della «Idea russa» combinata con l’ideale romantico della «Santa Rus’», di cui sarebbero portatori i popoli usciti dal battesimo nel Dniepr, russi, ucraini, bielorussi, come un’unica civiltà con una specifica missione: testimoniare un’alternativa valoriale allo smarrimento etico dell’Occidente, che dietro l’ipocrita difesa dei diritti umani nasconde l’idolo unico del profitto. Non è casuale la consonanza con la persuasione putiniana che russi e ucraini (e bielorussi) siano un unico popolo, fratelli che non possono e non devono abitare in case straniere. Il patriarca del resto ha salutato con favore gli emendamenti alla Costituzione russa del 2020, che introducono la menzione di Dio (art. 67,1 comma 2), la difesa del matrimonio come unione tra uomo e donna (72, comma 1), la promozione dei valori tradizionali della famiglia (114, comma 1).

Il conflitto ucraino sta brutalmente mostrando che il «mondo russo» non è più armonico del mondo occidentale. L’unità religiosa non è rafforzata dalle bombe ma polverizzata. Numerose parrocchie e vescovi della Chiesa ortodossa ucraina hanno cessato di menzionare il nome del patriarca nell’anafora eucaristica. Il solco scavato dalla guerra tra il patriarca di Mosca e la Chiesa ortodossa ucraina sta però anche segnalando che le ragioni della divisione tra le Chiese in Ucraina non sono così profonde. Non toccano l’essenza della fede. Forse la tragedia della guerra può aiutare le Chiese a comprendere che il Vangelo chiede un parlare chiaro: sì, sì, no, no. Chiede di chiamare la guerra «guerra», il peccato «peccato». Di dire che la divisione è un peccato, che la guerra è un peccato. Che solo l’amore salva. Che l’invocazione della pace deve radicarsi nella verità e nella giustizia, nella promozione della libertà e della vita dell’altro.

https://www.rivistailmulino.it/a/le-chiese-in-ucraina-e-la-sfida-della-pace

30 Marzo 2022Permalink

30 marzo 2022 – Quella di Putin è la prima dichiarazione di guerra ufficiale all’omosessualità

Quella di Putin è la prima dichiarazione di guerra ufficiale all’omosessualità

ADRIANO SOFRI  29 MAR 2022

Il capo del Cremlino, il suo cappellano militare Kirill, i suoi consigliori Aleksandr Dugin e Natalya Narochnitskaya: tutti hanno indicato “l’orientamento sessuale non tradizionale” come il cuore profondo dell’occidente

Bisogna guardarsi dalle frasi a effetto, ma è il momento di dire che, attraverso l’Ucraina, Putin ha dichiarato guerra all’omosessualità. L’hanno indicata, lui, il suo cappellano militare Kirill, i suoi consigliori Aleksandr Dugin e Natalya Narochnitskaya, come il cuore profondo dell’occidente. Le “parate del gay pride” come cimento metafisico della salvezza umana secondo Kirill si potevano ancora catalogare fra le sbronze dell’incenso patriarcale. Ma il Putin che, sperando addirittura di cattivarsi Joanne Rowling, ne rivendica l’estraneità ai “diritti di genere”, imprime il suo sigillo sul programma. Ed evoca, per esemplificare la volontà di cancellazione della millenaria cultura russa, i nomi magnifici di Tchaikovsky e Rachmaninoff, non so quanto deliberatamente, dal momento che fu drammaticamente omosessuale il primo e imprudentemente sospetto il secondo.

Nei regimi dispotici le cose non hanno diritto al proprio nome, come la guerra di oggi. La terminologia politicamente corretta in russo è: “Persone di orientamento non tradizionale”, ricorda un brillante saggio satirico del 2007, “E’ l’HOMO quello che l’OMON vede allo specchio?” (Omon è l’unità speciale antiterrorismo dunque antigay).

Ci eravamo dimenticati troppo presto della legge russa cosiddetta contro la propaganda omosessuale, strumento di repressione delle persone e delle associazioni, dichiarate emanazioni di “agenti stranieri”. Abbiamo dedicato pochissima attenzione alla micidiale persecuzione delle persone gay nella Cecenia di Kadyrov, il quale peraltro assicura che “questa cosa non esiste da noi”. (Purtroppo, la soppressione infamante delle differenze sessuali è, là e altrove, ben più profondamente radicata che nella pagliaccesca e sanguinaria tirannide di Kadyrov). C’è un film documentario impressionante di David France, “Welcome to Chechnya. Inside the Russian Republic’s Deadly War on Gays” (“Benvenuti in Cecenia. Nella guerra mortale della Repubblica russa contro i gay”, su Hbo, Amazon ecc.), presentato al Sundance Festival del 2020.

Ora ci troviamo davanti alla promozione dell’omofobia a geopolitica. Ma come, mi sono chiesto, hai tanto insistito sulla intima posta delle guerre contemporanee, combattute per e sul corpo delle donne, e ora ne vuoi spostare il centro su un aspetto particolare come la differenza delle scelte sessuali? In realtà non c’è alcuna contraddizione, e l’omosessualità – lasciatemi usare questa parola in un’accezione generale, come farebbe il Cremlino – è il termine, tutt’altro che parziale, di misura della virilità “tradizionale”, della resistenza del rapporto “naturale” con le donne. L’omosessualità è occidentale – è l’occidente. A Mosca e a San Pietroburgo, dov’è larga, brillante e audace, è decretata come una, la più vergognosa, importazione straniera.

Del resto, quando si segnala un isolamento attuale della Russia di Putin, sarebbe istruttivo fare il conto di quanta parte del mondo contemporaneo condivide l’omofobia e pratica, di diritto o di fatto, discriminazione e persecuzione delle persone Lgbt+. E’ sfuggito ai più che lo scorso 1° marzo la Guida suprema iraniana, ayatollah Ali Khamenei, addebitando la guerra d’Ucraina al regime mafioso degli Stati Uniti, ha precisato: “C’è una grave degradazione morale nel mondo di oggi, l’omosessualità e cose di cui non si può nemmeno parlare. Si è giustamente definita la civiltà occidentale come una nuova èra di ignoranza”. Si curino i dettagli. Alla voce pertinente sulla Russia di Wikipedia si ricorda il governatore della regione di Tambov, Oleg Betin, che nel 2008 dichiarò pubblicamente che “gli omosessuali dovrebbero essere fatti a pezzi e lanciati in aria”. Fantasticheria volatile di certa presa, accostata alla consuetudine islamista di scaraventare i gay giù dai tetti.

Devo comunque già correggermi: non è mia la rivelazione sulla guerra in Ucraina di Putin contro l’omosessualità, com’era prevedibile. “I gay” lo sapevano. Sulla Boston Review del 14 marzo è uscito un saggio di Emil Edenborg intitolato appunto “La guerra anti-gay di Putin contro l’Ucraina”, di cui raccomando la lettura: “Nella retorica del Cremlino e dei media allineati i diritti Lgbt, il femminismo, il multiculturalismo e l’ateismo sono dichiarati non solo come estranei ai valori della Russia, ma come minacce fatali alla nazione”.  Vi si citava il discorso inaugurale di Putin del 24 febbraio, per l’“operazione speciale militare”: “Hanno cercato di distruggere i nostri valori tradizionali e di imporci i loro falsi valori che eroderebbero noi e la nostra gente dall’interno, gli atteggiamenti che hanno imposto in modo aggressivo ai loro paesi, e che portano direttamente al degrado e alla degenerazione, perché contrari alla natura umana. Non accadrà. Nessuno è mai riuscito a farlo, né ci riusciranno ora”.

Zelensky, quanto a lui, inadatto alla taccia di genere, si merita quella di “drogato”: un attore, dopotutto. Le donazioni raccolte da coraggiose associazioni Lgbt russe in favore delle persone e dei gruppi Lgbt ucraini sono passibili di condanne fino a 20 anni. La guerra di Troia passò per guerra di uomini per una donna. Gratta la scorza infame della denazificazione, e ci trovi la prima guerra ufficialmente dichiarata contro l’omosessualità e il suo fantasma, che si aggira per la Russia.

https://www.ilfoglio.it/piccola-posta/2022/03/29/news/quella-di-putin-e-la-prima-dichiarazione-di-guerra-ufficiale-all-omosessualita–3853885/

30 Marzo 2022Permalink

17 marzo 2022 – Un nome, un numero, un asteroide

    HO UN SOGNO 267 marzo 2022

75190 SEGRELILIANA: L’IMPORTANZA DI UN NOME

Il numero che veniva impresso nella carne di ogni deportato non risparmiò una ragazzina tredicenne al suo arrivo nel lager di Auschwitz-Birkenau. Quella ragazzina, Liliana Segre, oggi è senatrice e porta quel numero «con grande onore perché è la vergogna di chi lo ha fatto».
Sopra di lei, sopra di noi, un asteroide in orbita fra Marte e Venere ora perpetua il passaggio dall’orrore della devastazione alla rinascita di un essere umano, con il suo nome che la violenza perpetrata non è riuscita a cancellare. Ricordando il suo lavoro schiavo, Liliana Segre precisa «Ci volevano far diventare disumani e il numero serviva per sapere quanti pezzi c’erano. Io sono stata un pezzo».
Un’altra donna ci ha recentemente proposto il significato del nome che a ognuno deve essere attribuito, che a ognuno appartiene e non può essere soffocato a morte da un numero.
Deportata con i genitori partigiani Lidia Maksymowicz racconta: «Avevo 3 anni arrivammo ad Auschwitz in un carro bestiame, il fatto di essere stata separata da mia madre è stato molto doloroso. < .... >
Mia madre veniva strisciando alla mia baracca per portarmi da mangiare e farmi ricordare il mio nome. Non ricordavo più il suo viso, ma solo le sua mani che mi portavano da mangiare».
Una mamma che sfidava le SS guardiane del campo per nutrire la sua bambina con i resti di cibo che le poteva offrire, le imponeva il ricordo del nome, l’unico legame con se stessa dalla nascita e identità riconosciuta nel percorso del suo breve passato.
Sul braccino della piccola c’era un numero che non è stato cancellato.
Su quel numero si è chinato papa Francesco, baciandolo “col pensiero rivolto a tutti i bambini morti nei lager”, ha raccontato Lidia.
Appunto a tutti i bambini. È un principio di uguaglianza che oggi in Italia sembra inapplicato.
Una legge infatti costringe coloro che registrano la nascita di un figlio ad esibire il permesso di soggiorno a un ufficiale di stato civile. La consapevolezza della propria eventuale situazione di irregolarità può indurli a non provvedere alla registrazione della nascita dei figli per paura.
La società civile, il parlamento italiano che la rappresenta non hanno bisogno dell’eroismo di mamma Maksymowicz per modificare l’art. 1 comma 22 lettera G della legge 94/2009. Dovrebbero solo rispettare la Costituzione italiana che dichiara all’art. 10: «L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute». Una di queste afferma: «Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi».
È la Convenzione delle Nazioni Unite, ratificata con legge nel 1991. Oggi rappresenta anche l’obiettivo 16.9 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite:
«Entro il 2030, fornire identità giuridica per tutti, inclusa la registrazione delle nascite».
L’Italia va controcorrente. Ci abitueremo. “Hanno pianto un poco, poi si sono abituati.
A tutto si abitua quel vigliacco che è l’uomo!” Fëdor Dostoevskij in Delitto e castigo.

17 Marzo 2022Permalink

16 MARZO 2022 – Aborto e abusi del clero: il coraggio di Adista

12/03/2022 Sull’aborto. L’origine della vita tra ragione e intuizione
Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 10 del 19/03/2022

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la riflessione che segue sul tema cruciale e divisivo dell’interruzione di gravidanza, in forma anonima, come richiesto dall’autore, personalità di spicco del mondo ecclesiale, che desidera firmarsi semplicemente “un teologo cattolico”.

La ricerca innovatrice sull’aborto parte da due premesse: la prima è la duplice dimensione della nostra mente, la ragione e l’intelligenza (o intuizione). La “ragione” è quella che, analizzando la realtà materiale in cui viviamo e di cui facciamo parte (anche con tutto il mondo psicologico), ne sa cogliere le strutture (il termine filosofico è “astrae”), le sa analizzare, utilizzare e dominare, creando il mondo della scienza e della tecnica (che è poi il mondo dell’“io”). L’“intuizione” parte dal contatto con l’essere e coglie nella realtà – e nella propria coscienza – valori non riconducibili a dimensioni catalogabili: è il mondo che intuiamo nascendo e trovandoci immersi in qualcosa più grande di noi, che ci osserva e ci cura, che ci nutre e ci fa crescere (il mondo del “noi”). E questo avvertirci in un mondo reale, ma misterioso e sfuggente, dura finché noi arriviamo all’uso della ragione, in cui comincia a prevalere il mondo del “io”. Questa duplice funzione della mente è stata avvertita anche dai filosofi: Blaise Pascal (1623- 1662) parlava di uno “spirito di geometria” e di uno “spirito di finezza”, che coinvolge anche il sentimento (e parla così anche di “ragioni del cuore”); Immanuel Kant (1724-1804), seguirà il matematico René Descartes (Cartesio, 1590-1650), che riduceva la realtà a quanto si può conoscere con idee chiare e distinte (come si ha appunto nel mondo della matematica e della geometria), parlando appunto di una “ragione pura” riconducibile alla scienza e alla tecnologia, aggiungendovi poi una “ragione pratica” necessaria per una corretta vita umana-sociale con cui arriviamo all’anima, alla sua immortalità e a Dio. La seconda premessa (la più importante) si ritrova nella Bibbia che, nel suo parlare dell’origine dell’umanità, dice (Gen 2,7): «Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita è l’uomo divenne un essere vivente». Questa narrazione distingue la polvere del suolo dall’essere vivente, provocato dal soffio divino dell’alito di vita. V’è dunque qualcosa di preliminare che non è ancora il singolo essere umano, ma a quello è destinato. Quale sarebbe il momento dell’alito di vita che rende quel preliminare una persona umana? La “ragione” ci dice che sarebbe il momento in cui lo sperma maschile feconda l’ovulo femminile, perché in quel momento c’è la radice umana, perfino quella personale con un proprio DNA. È singolare che la scienza, incerta nel determinare l’inizio di una vera umanità, dall’uomo di Neanderthal al Sapiens sapiens, lo fissi in un ovulo appena fecondato e destinato – forse – all’annientamento. L’“intuizione” infatti rimane perplessa, dato che le statistiche razionali ci comunicano che fino al 40% degli ovuli fecondati potrebbe andare disperso: la natura uccide il 40% degli esseri umani? L’intelligenza rimanda quindi l’inizio del singolo essere umano, per esempio, all’insediamento nell’utero materno (assolvendo, fra l’altro, dall’eventuale omicidio gli anticoncezionali che precedono o impediscono quell’insediamento), pensando che la singola persona inizi quando l’ovulo fecondato viene accolto da un essere umano. Ma l’ovulo fecondato nel seno materno è identico a quello disperso dalla natura, con la sola differenza che può continuare a vivere e a svilupparsi. Quando allora diventa autentica persona umana? Quando – come osserva papa Francesco – a 3 mesi ha già configurate le varie parti del corpo, come supponeva già San Tommaso d’Aquino, secondo le conoscenze scientifiche del suo tempo? Una scienziata moderna – morta pochi anni fa – insegnante di biologia all’Università di Pisa e Accademica dei Lincei dichiarava che, secondo lei, l’individuo umano incomincia a essere tale quando, per parto naturale o per operazione chirurgica, si stacca – come corpo autonomo e respirante in proprio – dalla madre, di cui fino ad allora faceva parte. E questo porta a supporre che l’essere umano diventi un autonomo individuo, persona umana, quando diventa in grado, ancora nel seno materno, di poter vivere e respirare autonomamente (quindi non prima del quarto/quinto mese, come Giovanni Battista che nel sesto mese sussultò nel grembo di Elisabetta al saluto di Maria – Lc 1,41 – che aveva, sì, appena concepito Gesù, ma… in modo eccezionale “per opera dello Spirito Santo”): prima è sostanza umana destinata a divenire persona senza esserlo ancora (come il seme e la radice sono l’inizio dell’albero, ma non sono l’albero): la sua soppressione sarebbe, più che omicidio, eventuale colpa, anche grave, ma di altra configurazione, a seconda delle motivazioni per cui si procura l’aborto (dalla leggerezza o dall’egoismo, dal rifiuto dello stupro al bene di un embrione mal composto). Ma… forse si acconsente così alla “ragione”, senza tener conto dell’“intuizione” della maggioranza della gente, che considera la persona umana più dall’inizio o nei primi mesi (quando l’embrione diventa “feto”), e soprattutto dell’intuizione delle donne interessate, che si rivolgono ai loro bambini fin dai primi mesi del loro concepimento, e di quelle stesse che abortiscono, che talora ne vivono il dramma per tutta la loro vita. Oltre tutto, questo verrebbe a sovvertire la concezione dell’aborto da parte della Chiesa (che peraltro battezza eventualmente il feto sub conditione, la condizione che sia già uomo?) e del suo tradizionale orientamento. La tradizione peraltro non consiste nel ripetere sempre le stesse cose, ma nell’esprimere le verità del Vangelo secondo la mentalità e la maturazione dell’umanità che cresce.

13/03/2022 43 teologi italiani: non è credibile un’indagine sugli abusi nella Chiesa affidata alla Chiesa

Luca Kocci,
Tratto da: Adista Notizie n° 10 del 19/03/2022

41004 ROMA-ADISTA. La Conferenza episcopale italiana istituisca una commissione indipendente che indaghi sugli «abusi compiuti da membri del clero su minori». A chiederlo, un mese dopo il coordinamento di associazioni e riviste – fra cui Adista – che ha lanciato la campagna #ItalyChurchToo (v. Adista Notizie n. 7/22), è ora un nutrito gruppo di teologhe, teologi e docenti di facoltà teologiche, atenei pontifici e Istituti di Scienze religiose, fra cui Roberto Maier (Università Cattolica del Sacro Cuore), Andrea Grillo (Pontificio Ateneo S. Anselmo), Cristina Simonelli (ISSR San Zeno, Verona-Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale), Sergio Tanzarella (Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale), Giuseppe Ruggieri (Studio Teologico di Catania-Università Milano Bicocca), Maria Cristina Bartolomei (Università Statale, Milano), Ursicin Derungs (Pontificio Ateneo S. Anselmo), Selene Zorzi (Istituto Teologico Marchigiano), Massimo Faggioli (Villanova University, USA), Marinella Perroni (Pontificio Ateneo S. Anselmo), Giuseppe Savagnone (LUMSA, Palermo), Fabrizio Mandreoli (Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna, Bologna), Alberto Maggi (Centro Studi Biblici Vannucci, Montefano), Brunetto Salvarani (ISSR dell’Emilia Romagna, Modena), Simone Morandini (Istituto Studi Ecumenici San Bernardino, Venezia), Basilio Petrà (Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, Firenze), Serena Noceti (ISSR della Toscana), Antonio Autiero (Università di Münster, Germania), Paolo Gamberini (Cappella Universitaria La Sapienza, Roma), Anna Carfora (Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, Napoli), Alessandro Cortesi (ISSR della Toscana Santa Caterina da Siena) e Marco Campedelli (ISSR San Pietro Martire, Verona).
«La complessa vicenda degli abusi segna la vita ecclesiale di quest’epoca e ci interroga profondamente. La vastità delle questioni in gioco pone domande radicali, non solo riguardo all’origine di questo male, alla cura per le vittime e al bisogno di redenzione, ma anche all’esercizio del potere e alla connessione così odiosa tra l’abuso dei corpi e l’abuso delle coscienze», si legge nella lettera-appello pubblicata inizialmente su Settimana News (9/3, testo integrale e firme qui). Una questione complessa che, sottolineano i firmatari, è stata posta all’ordine del giorno soprattutto grazie alla pressione esercitata dal mondo laico, che in un certo senso ha costretto «la Chiesa cattolica a dover fare chiarezza al suo interno e a rendere conto pubblicamente della sua opera», operando un ribaltamento del «paradigma mondo/Chiesa»: «ragioni apparentemente laiche, ma in realtà radicalmente umane (coltivate con passione anche da molti cattolici di ogni stato di vita), come il bisogno di giustizia, la cura per l’infanzia, l’indignazione nei confronti di chi la tradisce, hanno mostrato alla Chiesa cattolica un male che la riguarda e hanno avviato un cammino di conversione di fronte a cui (benché ancora ai primi passi) non può più tirarsi indietro». La Chiesa, però, oppone resistenza («guardiamo con doloroso stupore l’incapacità del corpo ecclesiale, in particolare nella sua componente ministeriale, di accorgersi del male e di farvi fronte») e che invece dovrebbe «guardare con gratitudine quella parte della società civile e della cultura contemporanea che, con responsabilità, la mette di fronte al suo peccato e alle sue incoerenze. Nonostante tutti i limiti evidenti dell’epoca, scopriamo la sua capacità di evangelizzarci proprio mentre, umilmente, cerchiamo di annunciare il Vangelo di Gesù». È proprio per questo che i teologi bocciano l’idea di una sorta di “commissione interna”, affidata agli stessi organismi ecclesiastici, come ha proposto il cardinale presidente della Cei, Gualtiero Bassetti. «Riteniamo – si legge nella lettera – che la scelta di attingere a componenti interne al mondo ecclesiale per comprendere il fenomeno, non sia in alcun modo in grado di rispondere ai “segni dei tempi”. Non si tratta solo della saggezza di fugare fin da principio l’ombra di qualsiasi vischiosa commistione fra chi indaga e chi è indagato: si tratta, invece e in primo luogo, di un’occasione persa per interpretare l’emergere di un nuovo paradigma della contemporaneità, in virtù del quale la Chiesa stessa si mette in ascolto del mondo delle donne e degli uomini, per poter essere più fedele al Vangelo di Gesù». E infatti plaudono alla scelta di alcune conferenze episcopali e diocesi – dalla Chiesa francese alla diocesi di Monaco – che hanno avuto il «coraggio» di riconoscere «l’autorevolezza di uno sguardo indipendente». Per questo motivo, concludono,

«chiediamo ai vescovi italiani di istituire una commissione che attinga a competenze esterne, della cui credibilità non si possa dubitare e che sappiano assumersi un compito di intelligente ascolto delle vittime e di responsabile cura nei confronti delle ferite del corpo ecclesiale, quelle che noi abbiamo per molto tempo nascosto ai nostri stessi occhi ».

Adista News – 43 teologi italiani: non è credibile un’indagine sugli abusi nella Chiesa affidata alla Chiesa

16 Marzo 2022Permalink

27 gennaio 2022 – Giornata della memoria

27 gennaio 2022 – Giornata internazionale in commemorazione delle vittime della Shoah
Dal sito Equal – Attualità – Daniela Lafratta –
Nel novembre 2005, con la Risoluzione 60/7, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha designato il 27 gennaio, anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, Giornata internazionale in commemorazione delle vittime della Shoah. Il testo della risoluzione condanna “senza riserve” tutte le discriminazioni su base etnica o religiosa ovvero tutti gli atti di intolleranza, incitamento all’odio, molestia o violenza contro persone o popoli, esortando gli Stati membri a sviluppare pratiche e programmi educativi affinché la memoria non vada persa e impedire che il genocidio si ripeta.
Richiamando la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha ribadito che “l’Olocausto, che provocò l’uccisione di un terzo del popolo ebraico e di innumerevoli membri di altre minoranze, sarà per sempre un monito per tutti i popoli sui pericoli causati dall’odio, dal fanatismo, dal razzismo e dal pregiudizio”.
Innanzi all’orrore della Shoah il mondo, unanime, ha urlato “mai più”.
Oggi, dopo 77 anni dal quel 27 gennaio in cui le truppe dell’Armata Rossa, impegnate nella grande offensiva oltre la Vistola in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz, possiamo affermare che tali aberranti atti non si sono “mai più” verificati? Possiamo davvero affermare che l’Europa ha lottato contro ogni forma di discriminazione, intolleranza e odio verso i popoli? Il controllo delle frontiere e la regolamentazione dei flussi migratori può lecitamente assurgersi a indifferenza e politiche di non tutela della dignità umana?
È questa la riflessione a cui, oggi, vogliamo dedicare il nostro spazio.
La risposta al quesito appare semplice e immediata, la concezione ciclica del tempo ci inchioda a un solo inaccettabile esito: vi sono ancora lager e questa volta con l’approvazione e il sostegno di quella stessa Europa che fiera urlava “mai più”! Lager che nelle più differenziate forme continuano a mietere vittime dell’intolleranza e dell’odio. Nei nostri tempi, appena dietro le nostre spalle, molteplici sono i luoghi in cui migranti, 100 milioni secondo i dati del 2021 di UNHCR, provenienti da scenari di guerra o in fuga da estrema povertà, trovano la prigionia in condizioni disumane e altrettanti sono gli Stati membri che a tali pratiche partecipano attivamente sino ad accettare, coscientemente, di assistere alla continua perdita di vite umane. Il mediterraneo, la rotta balcanica, il deserto, i check point del Niger, la Libia. Ed è qui che chi scrive vuole soffermarsi. Perchè i centri di detenzione libici sono, tutto sommato, campi di concentramento?
Arresti arbitrari di uomini, donne e bambini soli, colpevoli di aver cercato la libertà, detenuti senza un’accusa, ammassati in campi di raccolta dove si sopravvive a pane e acqua. Abusi, torture, violenze sessuali e vendita di schiavi. Mesi di prigionia al buio, privazione del sonno. Nessuna possibilità per l’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite, di verificare il rispetto dei diritti umani. Un luogo ove le convenzioni internazionali non hanno alcun valore. Alcun diritto di difesa. Rapporti sessuali in cambio di cibo o della libertà. Gravi violenze e danno di chi oppone resistenza. Gli stranieri che, indipendentemente dall’età, non possiedono un’autorizzazione per stare in Libia vengono arrestati in base a leggi che risalgono all’era di Gheddafi e che criminalizzano e puniscono ogni ingresso, permanenza e uscita non documentata con detenzione, multe e lavori forzati.
“Dignità” è una parola senza significato dinanzi a tutto questo.
Su tali pratiche, già nel 2004, quasi venti anni fa, veniva consegnato, alla Commissione di Bruxelles dai delegati della Missione tecnica in Libia sull’immigrazione illegale, un dossier che in settanta pagine di denunce agghiaccianti raccontava le mostruosità dei centri di detenzione sparsi per la Libia. Ma il monito è caduto nel silenzio assordante degli interessi politici e così sono continuati gli accordi con la Turchia e con la Libia, con le logiche di dimenticanza verso le gravi violazioni dei diritti umani e di sottomissione al ricatto di criminali che, ad oggi, dimessi i ruoli di trafficanti, vestono le divise di una neo costituita guardia costiera finanziata dallo Stato italiano. Amnesty International, nel luglio 2021, ha rivelato, nel rapporto intitolato “nessuno verrà a cercarti” nuove prove di orribili violazioni dei diritti umani nei confronti di uomini, donne e bambini intercettati nel mar Mediterraneo e riportati nei centri di detenzione libici. Ciò nonostante, L’Italia e altri Stati membri dell’Unione europea garantiscono assistenza materiale ai guardacoste libici e stanno lavorando alla creazione di un centro di coordinamento marittimo nel porto di Tripoli, prevalentemente finanziato dal Fondo Fiduciario dell’Unione europea per l’Africa.
Il trattamento riservato ai migranti nei centri di detenzione libici, è crudele, inumano e degradante. Le autorità del Paese sono responsabili di questi abusi e secondo il dettato normativo dell’articolo 16 sulla responsabilità degli stati per atti internazionalmente illeciti della Commissione di diritto internazionale delle Nazioni Unite, uno Stato si rende responsabile di violazioni dei diritti umani se assiste o aiuta consapevolmente un altro stato a commettere abusi.
Nella misura in cui l’UE, l’Italia e gli altri governi danno consapevolmente un sostegno fondamentale agli abusi commessi sui detenuti, ne sono complici.
È davvero mai più?
EQUAL – Giornata internazionale in commemorazione delle vittime della Shoah (dirittoantidiscriminatorio.it)

27 Gennaio 2022Permalink

14 novembre 2021 – A fronte del crollo di civiltà una persona sola non può fare nulla

Continuo a ridare vita al mio blog pubblicando una lettera che non voglio perdere spedita ad alcuni amici il 5 novembre
la grafica è penosa ma un po’ alla volta imparerò.
Vi segnalo in particolare l’asta dei marchi di Auschwi
tz a Gerusalemme

Gentili amici,
da dodici anni mi sto occupando di un problema giudicato (dalle più rispettate associazioni locali) irrilevante o irritante o una di quelle cose che è meglio non nominare a seguito di un ‘galateo’ del silenzio opportunista e omertoso. Il giudizio è mio e me ne assumo la piena responsabilità che non trasferisco ad altri.
Lo scorso mese di aprile stata presentata una proposta di legge (C3048) per correggere la stortura inserita nel 2009 nella nostra normativa che vuole la richiesta della registrazione della nascita di un proprio figlio in Italia accompagnata dalla presentazione del permesso di soggiorno .
[Per chiarezza: il riferimento è alla legge 94/2009 art. 1 comma 22 lettera G].
Naturalmente tanto vale per i cittadini non comunitari. Purtroppo mi sembra che la pur positiva presentazione non abbia caratteristiche che facciano pensare a un impegno politico, sostenuto dalla società civile, perché la proposta giunga all’approvazione prima di nuove elezioni.

Recita il decreto legislativo 286 /1998, Testo Unico sulle immigrazioni, naturalmente aggiornato, precisando con le parole evidenziate in grassetto alcuni aspetti che si vogliono noti mentre il silenzio copre il fatto che l’accesso alla registrazione della nascita non è più situazione protetta dalla non prevista esibizione del permesso di soggiorno come avveniva con la legge 40/1998 (cd Turco Napolitano).
«Fatta eccezione per i provvedimenti riguardanti attività sportive e ricreative a carattere temporaneo, per quelli inerenti all’accesso alle prestazioni sanitarie di cui all’articolo 35 e per quelli attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie, i documenti inerenti al soggiorno di cui all’articolo 5, comma 8, devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di interesse dello straniero comunque denominati».
Affido ogni commento al Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza in Italia (Gruppo CRC), un network di associazioni italiane che opera al fine di garantire un sistema di monitoraggio indipendente sull’attuazione della CRC e delle Osservazioni finali del Comitato ONU in Italia.

I diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia
11° Rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia. 20 novembre 2020.

Cap. 3.1 (diritto di registrazione e cittadinanza)
“Inoltre, sempre in riferimento alla Legge 94/2009, che ha introdotto il reato d’ingresso e soggiorno irregolare e successivo obbligo di denuncia per i pubblici ufficiali incaricati di pubblico servizio, è emerso il rischio di mancata registrazione alla nascita per i minorenni nati in Italia da genitori privi di permesso di soggiorno. Nonostante la Circolare esplicativa n. 19/2009 del Ministero dell’Interno, nonché la successiva Legge 67/2014 che ha depenalizzato il reato autorizzando il Governo a convertire la fattispecie in una sanzione <…>la Legge 94/2009 continua a essere in vigore, rischiando di indurre in errore genitori in posizione irregolare, portandoli così a non provvedere alla registrazione alla nascita dei figli, per paura di essere identificati”.
http://gruppocrc.net/documento/11-rapporto-crc/
Come il solito, nella mia sprovvedutezza irrimediabile credevo che la diffusione di questa tematica con documenti sempre citati e linkati avesse un qualche effetto sulla società civile organizzata che potrebbe ora consapevolmente sostenere la proposta 3048 perché venga approvata prima delle prossime elezioni ma così non è: la forza dei ‘grandi’ si è sovrapposta alla insignificanza di ogni voce sola e soprattutto a quella di piccoli gruppi e persone seriamente interessate, motivate e correttamente informate che hanno finito per adeguarsi alle risultanze del clima omertoso che ho indicato all’inizio.
I neonati non hanno parola: ci vorrebbe il coraggio e l’impegno etico di prendere questa parola in vece loro perché tanto è loro dovuto.. Ma così non è.
Ancora una volta mi è stato detto che il mio incaponirmi non fa altro che esaltare la nullità del mio essere una.
Ho imparato: torno al mio blog trascurato dove continuerò a inserire notizie e valutazioni, cercando di non disturbare i manovratori di un consenso che torni loro utile.

Ora ci sono notizie che trasferirò nel mio blog a mia futura memoria e cito appena: rimandano a ben altro mentre ricordo quello che è successo a Novara, i no vax travestiti da internati nei campi di sterminio cui oppongo con un link la risposta di Liliana Segre e cui unisco con successivo link il rifiuto di Edith Bruck alla cittadinanza offertale dal comune di Anzio, dove cittadino onorario è anche Benito Mussolini
https://www.nextquotidiano.it/risposta-liliana-segre-no-pass-di-novara-vestiti-da-deportati/
https://www.avvenire.it/attualita/pagine/il-rifiuto-di-edith-bruck-mai-accanto-a-mussolini

Ammiro la senatrice Liliana Segre e la scrittrice Edith Bruck ma non mi basta, sono convinta che la deroga al riconoscimento dell’esistenza di chi non conta nulla sia solo il punto di partenza di altre deroghe che svuoteranno di significato i diritti fondamentali riconosciuti dall’art. 3 della nostra Costituzione.

Un esempio forte – che mi ha spinta a questo scritto – ci v iene da Israele:
La memoria della Shoah trasformata in mercato ha dato un primo esempio in Israele.
Vi prego di leggere il testo che ho ricopiato dal link che trascrivo inncalce e ho attivato inserendolo sul motore di ricerca google
ANSA.it Mondo Redazione ANSA TEL AVIV 03 novembre 2021
Rinviata l’asta dei timbri di Auschwitz per ‘marchiare’ gli ebrei
Dopo le polemiche, un tribunale ha bloccato la vendita di un simbolo della Shoah
Il tribunale distrettuale di Tel Aviv ha ordinato il rinvio di un’asta, fissata per il 9 novembre, in cui dovevano essere messi in vendita timbri di metallo utilizzati (secondo gli organizzatori) dai nazisti nel campo di sterminio di Auschwitz per tatuare le braccia degli internati ebrei.
Il ricorso è stato presentato oggi dal ‘Centro delle organizzazioni dei sopravvissuti alla Shoah’.
Il tribunale ha fissato “una udienza urgente” per il 16 novembre.

Intanto il presidente della associazione degli ebrei in Europa, il rabbino Menachem Margolin, ha scritto al ministro della giustizia israeliano Gideon Saar per chiedergli un intervento. “La prego di agire immediatamente – ha scritto – per impedire l’asta pubblica di quei timbri nazisti che, con nostro sgomento, è stata fissata proprio a Gerusalemme”. ”Agiremo secondo le decisioni del tribunale di Tel Aviv” ha anticipato il proprietario della casa d’aste, Meir Tzolman. Ha peraltro dubitato che il ministro della giustizia Saar abbia alcuna veste per intervenire nella vicenda.

IL CASO – L’orrore di Auschwitz era apparso nei giorni scorsi nel rione di Gilo, a Gerusalemme, dove una casa d’aste aveva messo in vendita reperti ritenuti ormai introvabili: otto piccoli marchi utilizzati per imprimere numeri sulla pelle degli ebrei internati in quel lager. “Sono otto tavolette di metallo, di un centimetro per un centimetro e mezzo ciascuna, su cui compare in risalto la sagoma di una cifra diversa” aveva spiegato il proprietario della casa d’aste, Meir Tzolman.
A breve distanza dal suo edificio, il direttore del Museo Yad Vashem Dany Dayan era subito passato all’attacco sostenendo che “il commercio di oggetti del genere è inaccettabile moralmente e non fa che incoraggiare la produzione di falsi”. “Yad Vashem – aveva aggiunto – si oppone a vendite del genere e chiede alle case d’aste e ai siti online di cessare le vendite di oggetti storici che derivano dall’Olocausto”. Tzolman aveva poi spiegato all’ANSA di aver deciso di mettere in vendita quella sorta di timbri “proprio per evitare il rischio che scomparissero dalle pagine della Storia” e nella speranza che raggiungano un museo. “Ad Auschwitz – ha raccontato – fu internato anche mio nonno, Yechiel Tzolman. Anche lui fu tatuato ad un braccio dai nazisti. Si salvò solo grazie alla prestanza fisica che indusse i suoi aguzzini a destinarlo a lavori pesanti piuttosto che all’eliminazione”. Dopo la Shoah sarebbe poi immigrato in Israele, dove è morto 20 anni fa.
La casa d’aste del nipote – un ebreo ortodosso – è peraltro un inno alla cultura ebraica, con vendite costanti di testi ebraici antichi e manoscritti. “Nella mia famiglia – ha aggiunto Tzolman – nessuno ha obiettato alla messa in vendita di quelle tavolette”.
A quanto gli risulta quei timbri di metallo con i punzoni a forma di cifra erano sistemati in un telaio di legno, e poi impressi a forza sulla carne del detenuto. Quindi nelle ferite aperte veniva versato un inchiostro indelebile di colore blu. “Era la stessa tecnica utilizzata allora per marchiare il bestiame – ha spiegato -. Ma le dimensioni erano state adattate appositamente per gli esseri umani, dunque erano molto più ridotte”. Con questi tatuaggi i nazisti volevano far comprendere ai prigionieri che anche se fossero scappati, sarebbero stati poi inevitabilmente rintracciati, come bovini allo sbando. Nella vendita è incluso anche un manuale prodotto dalla società tedesca Aesculap, che illustrava “l’uso corretto del prodotto”.
Secondo Tzolman, un sopravvissuto alla Shoah gli ha confermato di aver visto di persona quel genere di marchi. In Israele l’asta, fissata per il 9 novembre, ha sollevato un vespaio di polemiche. Ma Tzolman si dice determinato a non annullarla. “C’è un grande interesse, oggi le offerte si sono moltiplicate. Penso che quelle tavolette saranno acquistate ad un prezzo di 30-40 mila dollari”. Nulla di quanto afferma ha smosso minimamente Yad Vashem, che si è rifiutato di avere con lui alcun contatto. In termini generali ha fatto invece sapere di essere disposto a ricevere quelle tavolette per analizzarne l’autenticità e utilizzarle eventualmente come testimonianza storica del passato.

Ecco il link per una eventuale verifica.
https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2021/11/02/allasta-i-timbri-di-auschwitz-per-marchiare-gli-ebrei

E infine, a proposito di discriminazioni, o meglio di rifiuto delle discriminazioni, segnalo un prezioso libretto dei giuristi Francesco Bilotta e Anna Zilli: Combattere le discriminazioni. Forum. Se ne può anche ascoltare la lettura integrale on il link che riporto in calce.

Prima però trascrivo l’incipit del testo che, nella mia intenzione, chiude il cerchio che ho aperto con questo mio lungo, noioso intervento .
So già che qualcuno si chiederà che c’entra tutto questo con qualche neonato inesistente per legge. Io ho perso la fiducia nell’altrui ascolto : mi affido a questo testo di Stefano Rodotà (Il diritto ad avere dei diritti. Laterza. Bari 2012 pag. 76):
«Bisogna avere il coraggio dei diritti, vecchi o nuovi che siano. Non lasciarsi intimidire da chi ne denuncia l’inflazione, addirittura la prepotenza, la sfida ai valori costituiti. Viviamo un tempo di grande travaglio e difficoltà che però non giustificano le inerzie».

Aggiungo la bella citazione che trovo nella quarta di copertina. Non ha autore dichiarato, la faccio mia.
«Il contrasto delle discriminazioni va considerato un dovere di tutte e tutti: anche se non siamo le vittime di una discriminazione , la nostra sola tolleranza verso la discriminazione di cui siamo testimoni, ci mette nella scomoda posizione di contribuire a legittimare socialmente quel meccanismo di esclusione che abbiamo visto in azione».
https://forumeditrice.it/percorsi/storia-e-societa/diversa_mente/combattere-le-discriminazioni?version=open

Augusta De Piero

14 Novembre 2021Permalink