1 febbraio 2024 – Ilaria Salis, un nome che non dobbiamo dimenticare

Mozione n.     Oggetto: << Per la cessazione immediata delle gravi violazioni dei diritti umani nel caso Ilaria Salis>>
Proponenti: HONSELL

Il Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia
PREMESSA la vicenda che coinvolge la cittadina italiana Ilaria Salis, detenuta da undici mesi in condizioni disumane in un carcere di massima sicurezza in Ungheria, accusata di aggressione nei confronti di due nostalgici di estrema destra avvenuta a Budapest nel febbraio 2023 in occasione di una contromanifestazione al “Giorno dell’onore”, un raduno sovranazionale al quale partecipano neonazisti dell’estrema destra europea;
PRESO ATTO che Ilaria Salis si è dichiarata non colpevole e che secondo il suo avvocato l’atto di rinvio a giudizio è privo di fondamento in quanto non ci sono prove della presenza della sua assistita durante l’aggressione; CONSIDERATO che Ilaria Salis ha dichiarato di non aver mai potuto leggere gli atti del processo, che non le sono stati tradotti in lingua italiana, di non aver ancora visto le immagini sulle quali si fonda l’accusa e di non aver potuto presentare alcuna memoria difensiva;
CONSIDERATO che le sono stati impediti i contatti per lungo tempo con la sua famiglia e con le autorità italiane;
PRESO ATTO che all’udienza l’imputata è stata condotta in tribunale con mani e piedi legati e una sorta di guinzaglio;
RICORDATO che l’ONU ha elaborato le Standard minimum rules for the treatment of prisoners (Regole Mandela), nonché i Basic principles for the treatment of prisoners;
CONSIDERATO che il Consiglio d’Europa ha approvato numerose risoluzioni e raccomandazioni sui principali aspetti della detenzione per la salvaguardia dei diritti umani;
RICORDATO che l’art.3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), che proibisce la tortura e il trattamento o pena disumana o degradante, costituisce uno dei traguardi più importanti delle società moderne e rappresenta un elemento costante di tutela presente nella maggioranza delle Costituzioni;
RICORDATO l’articolo 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), che sancisce le norme in tema di giusto processo, che comprendono il tema della presunzione d’innocenza e delle garanzie processuali dell’imputato;
RICORDATO da ultimo l’art. 2 della Costituzione italiana, il quale afferma che “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”;

Tutto ciò premesso impegna il Presidente della Regione e la Giunta regionale 1) ad esprimere chiaramente e senza riserve la condanna della Regione Friuli Venezia Giulia, regione   fondamentale nell’area mitteleuropea, nei confronti di tali violazioni di diritti;
2) ad attivarsi presso il Governo nazionale affinché cessino le gravi violazioni dei diritti dell’imputata e le venga accordato al più presto un regime di custodia cautelare in linea con la normativa europea, incluse le misure alternative alla detenzione in carcere.

Firma/e Presentata alla Presidenza il giorno 31/01/2024

1 Febbraio 2024Permalink

28 Gennaio 2024 Viaggio nell’inferno di Khan Yunis: “Hamas ci spara dalle scuole, sbucano e fuggono. Li uccideremo tutti”

 

A caccia dei tunnel con i soldati israeliani nella città del Sud della Striscia. Della gente di Gaza neanche l’ombra, quartieri residenziali rasi al suolo                                            FABIANA MAGRÌ

Khan Yunis (striscia di Gaza). Spazzati come le nuvole dalle raffiche di vento, la polvere e i rumori dei combattimenti in corso nei vicoli stretti dei campi profughi di Khan Yunis arrivano fino al cortile della scuola, alla periferia orientale della città dove ci troviamo. Alle sventagliate delle mitragliatrici segue il boato del missile lanciato dal “chopper”. A Ovest, prima della linea dell’orizzonte sul mare, si alzano colonne di fumo nero. In un attimo, a un chilometro e mezzo di distanza, l’aria si fa nebbia sabbiosa e solleva residui di materiale bruciato, mentre l’elicottero israeliano è già rientrato alla base. Gli edifici della scuola elementare «sono stati usati dai terroristi per spararci addosso e attaccarci», dice a La Stampa il tenente colonnello Anshi dell’unità di riserva paracadutisti della 55esima brigata, nella 98esima Divisione “Ha-Esh” (“Formazione di Fuoco”). Dalle aule dell’istituto le brigate Al Qassam hanno ingaggiato una battaglia ravvicinata con i soldati israeliani. C’era anche Anshi. Un proiettile nemico gli ha perforato il braccio sinistro, da parte a parte. Oggi la scuola è un punto di appoggio logistico per Tsahal. Il pallone di cuoio al centro del cortile – usato evidentemente come campo da calcio oltre che come parcheggio per i tank – lascia intendere che il battaglione di paracadutisti sente di avere la situazione totalmente sotto controllo.

La porta di accesso per le truppe israeliane che operano a Khan Yunis è la breccia stessa creata da Hamas il 7 ottobre del 2023 nella barriera high tech eretta da Israele per separare e proteggere il territorio dello Stato ebraico da quello palestinese. Una sorta di contrappasso, come tendono a sottolineare i militari che venerdì ci hanno accompagnato nella Striscia – dove non si può entrare se non scortati – insieme con altre quattro testate di stampa internazionale.

A poche centinaia di metri da quel confine, ancora oggi, emergono nuovi sbocchi di tunnel. Quello su cui ci affacciamo è stato individuato appena due settimane e mezzo fa dalle forze di sorveglianza. In un campo dove non dovrebbe esserci nulla, hanno notato «una pattuglia di combattimento con 15 soldati» e hanno iniziato a indagare. All’interno del pozzo c’era una scala che scendeva in profondità. Era sporca di fango. «Evidentemente qualcuno l’aveva usata dopo le recenti piogge, quando eravamo già qui. È un’ottima posizione per sbucare fuori da sottoterra con un lanciarazzi, sparare sui carri armati e i veicoli che passano a soli 100 metri, quindi tornare indietro e fuggire verso Gaza». Il genio militare l’ha neutralizzato tra giovedì e venerdì, cioè la sera prima di mostrarlo ai giornalisti. Sul terreno c’erano ancora abbondanti tracce, in forma di schiuma solidificata, dell’esplosivo liquido utilizzato. Sembra incredibile ma dopo oltre tre mesi di operazioni militari israeliane nella Striscia, partite da Nord e scese fino a Gaza City, poi proseguite nella regione di Khan Yunis dopo la tregua di fine novembre, la portata della rete dei tunnel di Hamas, con le sue 5 mila gallerie individuate finora – dicono – è ancora capace di stupirli. Centinaia di chilometri di cemento. Un’altra Gaza, tutta sotterranea, costruita a suon di miliardi.

Generose sovvenzioni del Qatar ad Hamas, che qui comanda dal 2007, su cui il premier israeliano Benjamin Netanyahu non ha interferito.

Tsahal continua a studiare ogni tunnel. Li bonifica per spianare la strada ai suoi professionisti affinché possano raccogliere tutte le informazioni utili, applicando robotica e diverse tecnologie (su cui non possono scendere nei dettagli), sfruttando l’intelligence, le valutazioni basate sulle immagini e i dati che emergono dagli interrogatori dei militanti di Hamas catturati durante l’avanzata. Al termine delle indagini li distruggono, in modo che non possano essere più utilizzati.

A fare la scoperta di questa galleria sono stati due riservisti, un avvocato e un imprenditore immobiliare, di 55 e 66 anni. Un’età in cui la maggior parte dei soldati si accontenta di essere considerato veterano di guerra. Loro dicono: «Non potevamo restare a casa. Siamo qui per i nostri figli e le nostre famiglie». Cercare gli ostaggi israeliani non è la loro missione. E non saprebbero dire se il tunnel appena rinvenuto possa essere stato usato per trasportarne qualcuno nelle profondità di Gaza. «Ma – dicono – siamo certi che sia stato utilizzato il 7 ottobre dalle migliaia di terroristi per avvicinarsi il più possibile alla barriera e sferrare l’assalto massiccio ai kibbutzim».

Khan Younis è il più grande governatorato della Striscia. La sua superficie copre 108 dei 365 chilometri quadrati dell’enclave costiera. Solo qui risiedevano 430 mila persone, di cui i 90 mila nel campo profughi già conducevano una vita ben sotto la soglia di povertà. La loro evacuazione verso Rafah è un evento dalla portata drammatica, che esercita pressioni le cui ricadute diventeranno chiare nei giorni a venire.

Spostandosi tra la barriera e la scuola, il convoglio delle jeep militari attraversa al-Qarara, dove di civili palestinesi non ce nemmeno l’ombra. All’inizio di dicembre, lungo queste strade e tra gli edifici, si sono consumati violenti scontri a fuoco tra le forze dell’esercito israeliano e gli uomini di Hamas. «È una guerra porta a porta. Ovunque incontriamo il nemico faccia a faccia, vinciamo noi», sostiene il colonnello Anshi. Ma ammette che «quando  i terroristi si avvicinano in abiti civili, usano le case, le scuole, le moschee e gli ospedali per attaccare, è lì che riescono a coglierci di sorpresa».

Le forze israeliane avrebbero neutralizzato tra il 48 e il 60 per cento delle brigate al-Qassam. Il Jerusalem Post ha stimato che le percentuali corrispondono a 9mila miliziani su un bacino di 30-40 mila uomini di Hamas. I morti palestinesi dall’inizio dell’offensiva di terra israeliana – stime del gruppo islamico che non distingue tra civili e miliziani – sono oltre 26 mila.

Dell’elegante quartiere residenziale che doveva essere, resta ben poco. L’esercito, spiega Anshi strada facendo, rade al suolo ogni edificio in cui rilevi presenza di attività terroristiche o collegamento con esse. Che siano depositi di armi, lanciatori di razzi, imbocchi di tunnel o documenti. Le villette di al-Qarara lasciate in piedi sono poche isole tra le macerie. È il risultato dell’«approccio sistematico» utilizzato da Tsahal. «Area per area, zona per zona. Ovunque arriviamo – spiega il colonnello Anshi – smantelliamo le capacità dei terroristi, uccidiamo i militanti, facciamo saltare in aria le loro infrastrutture. Quando abbiamo finito, passiamo alla zona successiva». Quanto tempo pensi che ci vorrà ancora, gli chiediamo. «Tutto quello necessario», risponde. Poi aggiunge: «Questo è un hub del terrore che è stato costruito in oltre un decennio. Ci vorrà molto tempo per smantellarlo». Il riservista ha 55 anni. Ha partecipato a operazioni militari precedenti. «Ma questa – dice – non è paragonabile a niente che sia stato fatto prima».

In due mesi, cioè dalla ripresa del conflitto dopo la breve tregua di fine novembre tra Hamas e Israele, la città simbolo del potere dei jihadisti, è stata completamente accerchiata. A Khan Younis è nato Yahya Sinwar, il capo dei capi di Hamas. «Gli stiamo addosso”» dice il colonnello. Ma la caccia all’uomo non ha ancora raggiunto il suo obiettivo più importante.

Al termine della spedizione, si torna indietro sulle jeep che battono strade senza più nome, rese carrabili ai soli fini militari. Si passa di nuovo attraverso la breccia nella barriera e dopo appena cinque chilometri, attraverso campi e serre di banani, si arriva a Ein Hashlosha, il kibbutz così chiamato in memoria dei tre membri fondatori uccisi durante la guerra arabo-israeliana del 1948. Nel massacro dello shabbat di inizio ottobre, le vittime nelle comunità agricole intorno alla Striscia sono state 1200. E 240 i rapiti. Meno della metà sono stati rilasciati. 136 restano ancora in mano ad Hamas. Una ventina di loro sono già cadaveri. Il soldato di scorta a bordo del veicolo, sulla strada del ritorno, è malinconico. Canta tra sé e sé «Ulai» («Forse») del cantautore Aviv Geffen: «E se vedi una ragazza con gli occhi da cerbiatta, dille che la sto ancora cercando».

https://www.lastampa.it/esteri/2024/01/28/news/gaza_hamas_khan_yunis_tunnel_reportage-14026551/?ref=LSHA-BH-P2-S2-T1

28 Gennaio 2024Permalink

24 gennaio 2024 – La polizia municipale di Monfalcone identifica i minori al doposcuola organizzato dal Centro Islamico

   23 Gennaio 2024  Monfalcone, la sindaca leghista contro la comunità musulmana. Prima il divieto di preghiera, ora l’identificazione di adulti e bimbi nel Centro islamico

Interviene anche l’Ucoii e annuncia un esposto in Procura. Davanti al Tar il ricorso contro lo stop ai momenti religiosi.
Cisint: «Palesi violazioni della legalità»

LORENZA RAPINI

Prima lo stop alle attività di culto nei luoghi di aggregazione, poi il controllo dei vigili urbani in un centro di aggregazione musulmano: il braccio di ferro tra la sindaca leghista di Monfalcone, vicino Gorizia, Anna Maria Cisint e la comunità islamica non solo non si ferma ma si intensifica. Mentre la sindaca continua sulla stessa linea e dice: «Palesi violazioni della legalità».

Ora, dopo questo ultimo episodio dell’ingresso della polizia municipale nel Centro Darus Salam con l’identificazione degli adulti presenti e anche dei bambini impegnati nelle attività di doposcuola, si muove l’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia, che annuncia un esposto in Procura a Gorizia per chiedere di far luce su questi controlli. «A Monfalcone si è passato il segno. L’irruzione della polizia locale nel centro culturale islamico Darus Salam denunciata dall’ing. Konate è un sopruso inaccettabile. Un blitz che non ha risparmiato neanche i bambini che stavano frequentando il doposcuola. Gli agenti, infatti, senza provvedimenti dell’autorità giudiziaria hanno fatto accesso in una proprietà privata e hanno identificato non solo gli adulti ma hanno voluto anche i nominativi dei bambini presenti», fanno sapere dall’Ucoii. E ancora: «La persecuzione che la sindaca Cisint sta portando avanti contro oltre il 20% dei suoi cittadini rischia di alimentare ulteriori dissapori e fenomeni di discriminazione. Al posto di creare ponti si cerca di tagliare ogni via di comunicazione con una comunità laboriosa, che paga le tasse, e che chiede soltanto di vedersi riconoscere il diritto di professare la propria fede in pace. L’Unione delle comunità islamiche d’Italia si appella al prefetto di Gorizia, Raffaele Ricciardi, affinché vigili sull’operato del primo cittadino».

Lo sfogo su Facebook per l’ingresso dei vigili e i loro controlli al Centro islamico è di Bou Konate, ex assessore ai lavori pubblici di Monfalcone e animatore delle comunità islamiche, che in un video dice: «Il problema è gravissimo. Sono arrivati i vigili per fare un controllo. Sono entrati dentro senza mandato, senza niente. Non solo: hanno identificato le persone dentro, che facevano il doposcuola per i bambini. Hanno identificato gli insegnanti e anche i bambini, cosa gravissima, prendendo nomi e cognomi anche dei genitori. Dove vuole arrivare adesso la sindaca? Quello che sta succedendo è esagerato. Si è fatto di tutto per chiudere questo posto, ci siamo opposti. Aspettiamo il tribunale. Non cerchiamo altri problemi».

Già, perché la comunità islamica si è rivolta a un legale contro il provvedimento del sindaco di Monfalcone che di fatto vieta il culto nei luoghi di aggregazione. Se ne sta occupando lo studio Lavatelli e Latorraca di Como. Tecnicamente, l’ordinanza della sindaca Cisint vieta il cambio di destinazione d’uso di due centri di aggregazione, il Darus Salam in via Duca d’Aosta e il Baitus Salat di via Don Fanin. «Per il Comune di Monfalcone lì non si può svolgere attività religiosa – spiega il legale Vincenzo Latorraca –. Da statuto questi centri fanno corsi di arabo, si occupano del doposcuola, raccolte fondi per i bisognosi e ci sono anche momenti di preghiera. Per il Comune non si può cambiare destinazione d’uso il culto non è un’attività esclusiva e non sono nemmeno sicuro che si potrebbe proibire se lo fosse. Da qui capiamo l’attività ispettiva dei vigili nel Centro, ma hanno trovato i bimbi impegnati nel doposcuola. Quello però è un luogo privato e per entrare o si ha un mandato dell’autorità giudiziaria o si teme che si stia consumando un reato all’interno». Il Tar si occuperà della questione il 7 febbraio, quando discuterà della richiesta di sospensiva portata avanti delle comunità islamiche.

Dal Comune, il sindaco Cisint fa sapere che «I provvedimenti che hanno riguardato la chiusura dei due centri islamici sono stati assunti a seguito di verificate e palesi violazioni della legalità, per il mancato rispetto delle norme e per i manifesti rischi per l’incolumità e la sicurezza pubblica. Oggi ascoltiamo le ripetute dichiarazioni dei referenti di queste strutture che, non solo hanno violato la legge, ma hanno anche ritenuto corretto organizzare una manifestazione per mantenere le moschee illegali il 23 dicembre, antivigilia di Natale, e queste stesse persone oggi stanno rappresentando circostanze che non corrispondono al vero. Il Comune di Monfalcone respinge quindi, nel modo più deciso, le insinuazioni su presunte azioni che non riportano i fatti reali». E ancora: «Di fronte anche a segnalazioni e informazioni sul verificarsi o meno dell’effettivo rispetto delle normative, è compito dell’ente e dei propri servizi a ciò preposti porre in essere le normali procedure di controllo. Più che un diritto dell’amministrazione, si tratta di un dovere nei confronti dell’intera città, per garantire le esigenze di legalità che sono a fondamento di tutta questa vicenda». Sabato il sindaco Cisint annuncerà le prossime iniziative.

https://www.lastampa.it/cronaca/2024/01/23/news/monfalcone_sindaco_centro_islamico_identificazione-14015792/

 

DOMANDA di Augusta

PRECISARTO CHE Ucoii significa Unione delle Comunità islamiche d’Italia mi chiedo che accadrebbe se una simile iniziativa fosse presa  per le  lezioni di catechismo dipendenti da parrocchie cattoliche

 

24 Gennaio 2024Permalink

18 gennaio 2024_ Paola Cortellesi alla Luiss

IL DISCORSO INTEGRALE DI PAOLA CORTELLESI, GIORNI DI POLEMICHE INUTILI.
Giorni di polemiche inutili, l’Università Luiss diffonde il testo integrale di #PaolaCortellesi che mette fine alle polemiche (anche offensive).
Probabilmente non sarà letto, troppo lungo, ma per chi avrà la pazienza di farlo si accorgerà di quanta cattiva informazione circola nel nostro paese e la facilità con la quale si commenta tutto senza informarsi in maniera adeguata.
In calce il link per verifica
“Grazie professoressa Severino, grazie a tutti voi, buongiorno agli ospiti, buongiorno ai ragazzi. Mi chiamo Paola Cortellesi, sono un’attrice, da una ventina d’anni scrivo per la radio, il teatro e la tv. Da dieci anni scrivo film per il cinema e da poco ho esordito alla regia con C’è ancora domani, uno spericolato film d’epoca, in bianco e nero che, in soldoni, tratta di prevaricazione e violenza di genere. Una mattonata, sulla carta, come diremmo in gergo. Con questi presupposti, nessuno si sarebbe aspettato un ampio gradimento della pellicola, e invece, contro ogni pronostico, questo film ha avuto un successo travolgente, ha battuto molti record e al momento è stato visto nelle sale cinematografiche da più di 5 milioni di persone”, con queste parole ha esordito l’attrice, sceneggiatrice e regista, ospite all’Università Luiss.
“Io ho iniziato il mio lavoro come attrice quasi trent’anni fa, nel mio settore ho avuto molte soddisfazioni, ricevuto importanti riconoscimenti ma, ultimamente, intorno al clamore suscitato dal film, l’interesse nei miei confronti è cresciuto spropositatamente. Questo a volte genera cose anche spiacevoli, come gli adulatori – da cui bisogna sempre guardarsi – e una certa diffusa aggressività di alcuni nel tentativo di trarre vantaggio da questi miei quindici minuti di popolarità. Fenomeni passeggeri e di nessun conto rispetto a esperienze magnifiche e per me eterne come incontrare la commozione sincera delle persone in sala a fine proiezione e la condivisione spontanea di momenti importanti e a volte duri della loro vita”, prosegue Paola Cortellesi davanti alla platea composta dagli studenti dell’università Luiss.
“Tra le cose belle e piacevoli, c’è la telefonata di Luigi Gubitosi (presidente della Luiss, ndr). Quando mi ha chiamata per propormi di essere qui oggi per l’inaugurazione dell’anno accademico di questa prestigiosa università, mi sono sentita fiera, onorata e… inadatta. Io che l’università l’ho lasciata a metà del percorso per andare a studiare teatro – quello l’ho studiato – che poi è diventato il mio lavoro, gli ho risposto che mi sentivo orgogliosa di parlare agli studenti ma che sarebbe forse stato meglio chiamare persone competenti in materia di legge, marketing, economia, perché le mie conoscenze non hanno molto a che vedere con i corsi di studio di questa università e che – le interpreti, le diriga o le scriva – le mie competenze si limitano a raccontare storie. E allora Luigi mi ha risposto: ‘E io questo chiedo, io questo voglio! Racconta il tema del tuo film, fai un racconto nel racconto. Le storie fanno bene, le storie fanno crescere, sono uno stimolo di riflessione’. Ha ragione, quindi eccomi qua”, dice Cortellesi.
“Eccomi qua a cercare di capire insieme a voi perché questa storia di violenza e prevaricazione in bianco e nero ambientata nel passato abbia fatto breccia nel cuore di così tante persone. Perché, perché è successa questa cosa”, si domanda Cortellesi.
“In breve, vi dico la trama, per chi non avesse visto il film, immagino molti di voi (sarebbe davvero presuntuoso pensare che l’avete visto tutti). Delia – che io interpreto, quindi una signora della mia età – è la moglie di Ivano, madre di tre figli. Moglie, madre. Questi sono i ruoli che la definiscono, e questo le basta. Siamo nella seconda metà degli anni Quaranta e la nostra famiglia qualunque vive nella Roma divisa tra la spinta positiva della liberazione e le miserie della guerra da poco alle spalle. Ivano, suo marito, è capo supremo e padrone della famiglia. Lavora per portare i pochi soldi a casa e non manca occasione per sottolinearlo, a volte con toni sprezzanti, altre direttamente con la cinghia. Ha rispetto solo per il suo anziano padre, il Sor Ottorino, un vecchio cattivo e dispotico di cui Delia è a tutti gli effetti la badante. È primavera e la nostra Delia è in agitazione per il fidanzamento dell’amata primogenita, Marcella, con un ragazzo di buona famiglia, Giulio. Un buon matrimonio per la figlia è tutto ciò a cui Delia aspiri. Non chiede nient’altro Delia. Accetta la vita che le è toccata e, se tutto procedesse come stabilito, la nostra storia finirebbe qui. Se non ci fosse l’ostilità dei genitori di Giulio, se non ci fosse tutto quel fermento in città, se non avesse incontrato Nino, il suo primo amore, e se non avesse ricevuto una misteriosa lettera che le toglie il sonno e che le darà il coraggio di provare a pensare a un futuro migliore”, spiega Paola Cortellesi.
“Ora, detta così, sembra una delle trame di tante fiabe per bambine, sempre un po’ sinistre a dire la verità… Voi ne conoscete qualcuna immagino, no? Cappuccetto Rosso, no? Forse queste sono dei tempi miei, ma immagino che Cenerentola, Biancaneve… queste le conoscerete. Comunque, per chi non le conoscesse… Cenerentola e Biancaneve narrano di giovani sprovvedute, dotate di rara bellezza e di un’ingenuità disarmante (ai limiti della patologia), che subiscono angherie di ogni genere da altre donne malvagie. Quindi la matrigna sfrutta Cenerentola, ragazza bravissima nelle faccende domestiche (che solitamente svolge cantando). E la matrigna tiene nascosta l’avvenenza della ragazza al principe. Ma grazie a una magia, a Cenerentola basta presentarsi in tutto il suo splendore per un paio d’ore perché il principe se ne innamori perdutamente. La matrigna la tiene nascosta ma lui, scaltro, la ritrova e la riconosce… perché l’aveva vista? No: perché ha i piedi sproporzionatamente piccoli… Comunque alla fine lui la salva e la sposa. Questa era la prima cattiva, la matrigna”, prosegue l’attrice, sceneggiatrice e regista.
“La regina di Biancaneve è ancora più canaglia perché lei è di fatto la mandante del tentato omicidio di Biancaneve. Perché lo fa? Perché lei vuole essere la più bella del reame. Quindi anche con l’aggravante dei futili motivi… Tentato omicidio perché il cacciatore, uomo coraggioso e di buon cuore, non ce la fa. Anche perché la ragazza è troppo bella. È bella. Fosse stata una cozza, al limite l’avrebbe squartata, ma è così bella… E poi è ingenua, perché proprio è ingenua come un cucciolo di labrador. E lui la lascia andare. Allora Biancaneve incontra i Sette Nani, presso i quali si adopera per un periodo come colf. Poi, nonostante le mille raccomandazioni, anche dei Sette Nani, Biancaneve si fida di una vecchia orrenda, con l’aspetto da strega e che infatti è la strega. Morde la mela avvelenata, muore. Risorge grazie a chi? Al principe. A un bacio del principe, che se ne innamora perdutamente perché? Perché è bella. Quindi il principe la salva e la sposa. Ecco, entrambe le ragazze, bellissime – per carità – ma un po’ stralunate, trovano la loro realizzazione nel matrimonio con il principe. Un estraneo. Un estraneo che sposano subito, senza pensarci, senza nemmeno esserci uscite una volta a cena”, aggiunge Cortellesi.
“Tornando alla trama del mio film, dicevo che la vita della povera Delia è talmente ingiusta da sembrarci la versione deprimente di una favola per bambine, e invece è storia. È storia piuttosto consueta di una famiglia qualunque della seconda metà degli anni Quaranta. Scena 1: uno schiaffone in pieno viso e via, come se niente fosse. Ecco, io avevo questa immagine e il desiderio di mettere in scena – attraverso Delia – le donne che ho immaginato dai racconti delle mie nonne e delle mie bisnonne. Vicende vere, drammatiche, però narrate con disincanto, e addirittura la volontà di sorriderne. Storie di vite dure, condivise con tutte nel cortile. Gioie e miserie, tutto in piazza, sempre. In quei racconti c’erano le donne comuni, quelle che non sono passate alla storia, quelle che hanno accettato una vita di prevaricazioni perché così era stabilito, senza porsi domande. Questo è stato, questo a volte è ancora”, racconta Paola Cortellesi.
“Da allora le donne hanno fatto grandi passi avanti, si sa, ma come sapete la cronaca ci racconta che in Italia si consuma un femminicidio ogni 72 ore, in media. Donne assassinate per la sola ragione per essere donne, il più delle volte da uomini che dicevano di amarle così tanto da considerarle loro proprietà. Nel nostro Paese ci sono uomini, quindi, anche giovanissimi, che non hanno la capacità di gestire un rifiuto, che non tollerano l’emancipazione, l’allontanamento della donna che credono di amare. E questo, nei casi più tragici, si traduce con : ‘o mia o di nessun altro, mai più'”, sottolinea l’interprete e cineasta.
“Quando ho scritto questo film insieme ai miei co-sceneggiatori abbiamo studiato le dinamiche, da lì siamo partiti: le dinamiche sempre uguali che oggi caratterizzano un rapporto tossico. La donna è isolata, allontanata dalla famiglia d’origine e dalle amicizie; è continuamente vessata da un linguaggio denigratorio, subisce percosse e rapporti sessuali non consensuali. Non è indipendente economicamente, non può scappare. La prigioniera perfetta, la preda perfetta. Questa condizione, che oggi ci ripugna, era all’ordine del giorno alcuni decenni fa, e nessuno allora gridava allo scandalo, nemmeno le donne stesse, perché quello era stato prospettato loro fin da bambine: servire, ubbidire, tacere”, fa notare Cortellesi.
“Avevo intenzione di fare un film contemporaneo ambientato in un passato non troppo remoto e seguire la crescita di un germoglio spontaneo di consapevolezza in una donna che non sa nulla, che non conta nulla e che appunto si sente una nullità. Delia, la nostra Delia, non vale niente, così le hanno insegnato, ma una lettera con sopra il suo nome – il suo, non quello del marito – e l’amore per sua figlia le accendono il coraggio di cambiare le cose. Io ho trovato il riscatto di Delia, il finale del mio racconto, leggendo con mia figlia un libro per bambine sulla storia dei diritti delle donne. Ho provato a immaginare cosa abbiano provato quelle donne, quelle reali, nel ricevere una lettera in cui qualcuno, lo Stato in quel caso, qualcuno tanto più importante dei loro aguzzini domestici, certificava il loro diritto di contare”, spiega.
“Con C’è ancora domani ho voluto raccontare le imprese straordinarie delle donne qualunque che hanno costruito ignare il nostro Paese. Delia è le nostre nonne e bisnonne. Chissà se loro hanno mai intravisto un domani. Per Delia un domani c’è: è un lunedì ed è l’ultimo giorno utile per cominciare a costruire una vita migliore. La nostra Delia si salva, e non grazie al coraggio del cacciatore, né tantomeno fuggendo su un cavallo insieme al principe. Si salva esercitando un suo diritto, suo e di milioni di altre donne. Si salva con la consapevolezza e un ritrovato rispetto di se stessa”.
E infine Paola Cortellesi analizza come segue lo strepitoso successo che ha raccolto la sua pellicola: “Credo che – al di là dello stile e della bellezza del film, per chi lo abbia ritenuto tale – alla base di questo successo ci sia l’empatia, l’immedesimazione. Questo film trascende la fruizione cinematografica ed entra nel quotidiano, evidentemente, e questo non grazie alle mie capacità ma a causa, ahimè, di un’urgenza di riscatto. Perché le giovani generazioni dovrebbero immedesimarsi con una storia del passato? È cambiato tutto, io stessa non posso immedesimarmi in una donna del secolo scorso che è stata trattata al pari di una schiava. Ma allora cos’è che ci tocca? Cosa riconosciamo? La violenza in tutte le sue forme. E se quella fisica per fortuna è una violenza che non ci ha mai riguardato, quella violenza ognuno di noi l’ha percepita almeno una volta nelle parole, negli atteggiamenti, nei commenti sgradevoli a scuola, a casa, sul lavoro. Vive e prolifera nelle piccole cose, ci inganna piano piano. È così presente da risultare invisibile, talmente presente che la diamo per scontata e ci convince che così deve essere, come niente fosse. Noi diamo per scontato che per un ragazzo una passeggiata notturna è una passeggiata notturna mentre per una ragazza è un percorso potenzialmente pericoloso da affrontare in fretta e con mille cautele? È ingiusto, è folle, è sotto i nostri occhi ma a volte lo diamo per scontato, non lo riconosciamo perché è negli schemi”, prosegue la cineasta.
“Lo sentiamo da piccoli, quando alle bambine con un’indole vivace viene dato del ‘maschiaccio’. Qualcuno ha stabilito che le femmine debbano essere composte, pacate, remissive, graziose e che la vivacità debba appartenere al maschio, a cui viene attribuita non si sa come un’innata aggressività, che infatti diventa ‘maschi-accio’ Accio, dispregiativo se associato a una bambina. lo sentiamo quando ai bambini che piangono si dice ‘non fare la femminuccia’. Come se i maschi non avessero il diritto di piangere, di essere sensibili e fragili. La fragilità è delle femmine, individui deboli. Ucce, femmin-ucce, diminutivo. Loro hanno facoltà di lamentarsi, ai maschi si impone di reagire e farlo subito, pure a cinque anni, quasi che un fisiologico tempo di delusione e di sconforto li esponga al pericolo di una qualche perdita della virilità”, continua Paola Cortellesi.
“Schemi, condizionamenti tramandati in buona fede se non dalle nostre famiglie dalla nostra società. Modelli in cui finiamo per rinchiuderci pur di piacere, di accontentare, di non deludere le aspettative”, illustra Cortellesi, facendo infine un augurio a se stessa, al suo pubblico e a tutta la società.
“Quello che mi auguro per voi ragazzi è che non abbiate mai paura di uscire dai condizionamenti. Che accettiate il rischio di sembrare strani o pazzi, se questo significherà scegliere. Spero, care ragazze, che non assecondiate l’idea che gli altri hanno di voi. Sono modelli che delimitano la vostra personalità e limitano le vostre prospettive. Spero, cari ragazzi, che siate parte attiva di questa lotta, praticando il rispetto, ammonendo chi non lo fa. Non siate indifferenti, l’indifferenza è una scelta, ed è quella sbagliata. Siate straordinari, concedetevi il dubbio, perché è la vostra libertà”, queste le sue parole.
“Come dicevo, non ho nulla da insegnare, ma a cinquant’anni ho qualcosa da raccontare. Vi parlo con l’unico vantaggio dell’esperienza. Se alla vostra età avessi potuto contare sul vantaggio di chi era più vecchio, non avrei commesso molti errori. Fate tesoro di chi è in vantaggio, traetene beneficio. Gli errori, si sa, aiutano a crescere. Commetteteli allora, ma fatelo nel tentativo, anche maldestro, di liberare la vostra creatività, di costruire la vostra indipendenza. L’errore che invece potete evitare è fare esclusivamente ciò che si aspetta da voi e quello che gli altri decidono per voi. Siate sempre i protagonisti del vostro progetto e mai le comparse del progetto di qualcun altro. Grazie”, così conclude Paola Cortellesi inaugurando l’anno accademico all’Università Luiss.
(BoxOfficeBenful)
18 Gennaio 2024Permalink

16 gennaio 2024 _ La parola di un poeta detta e illustrata oltre ogni celebrazione esclusiva

TESTO  e  ILLUSTRAZIONE di
“Sette fratelli come sette olmi,
alti robusti come una piantata.
I poeti non sanno i loro nomi,
si sono chiusi a doppia mandata :
sul loro cuore si ammucchia la polvere
e ci vanno i pulcini a razzolare.
I libri di scuola si tappano le orecchie.
Quei sette nomi scritti con il fuoco
brucerebbero le paginette
dove dormono imbalsamate
le vecchie favolette
approvate dal ministero.
Ma tu mio popolo, tu che la polvere
ti scuoti di dosso
per camminare leggero,
tu che nel cuore lasci entrare il vento
e non temi che sbattano le imposte,
piantali nel tuo cuore
i loro nomi come sette olmi :
Gelindo,
Antenore,
Aldo,
Ovidio,
Ferdinando,
Agostino,
Ettore
Nessuno avrà un più bel libro di storia,
il tuo sangue sarà il loro poeta
dalle vive parole,
con te crescerà
la loro leggenda
come cresce una vigna d’Emilia
aggrappata ai suoi olmi
con i grappoli colmi
di sole…”
G. Rodari
Marco D'Autilia disegnini e illustrazioni
16 Gennaio 2024Permalink

7 gennaio 2024 _ Un giornalista non accetta di essere parte attiva in una informazione mutilata_

N:B: La firma è il Link in calce _ “Quanto accaduto il 7 ottobre è la vergogna di Hamas, quanto avviene dall’8 ottobre è la vergogna di noi tutti. Questo massacro ha una scorta mediatica che lo rende possibile. Questa scorta siamo noi.”
Condivido ogni parola scritta dal giornalista Raffaele Oriani nell’ interrompere la collaborazione con La Repubblica.
“Care colleghe e cari colleghi, ci tengo a farvi sapere che a malincuore interrompo la mia collaborazione con il Venerdi. Collaboro con il newsmagazine di Repubblica ormai da dodici anni, ed è sempre un grande onore vedere i propri articoli pubblicati su questo splendido settimanale. Eppure chiudo qua, perché la strage in corso a Gaza è accompagnata dall’incredibile reticenza di gran parte della stampa europea, compresa Repubblica (oggi due famiglie massacrate in ultima riga a pagina 15).
Sono 90 giorni che non capisco. Muoiono e vengono mutilate migliaia di persone, travolte da una piena di violenza che ci vuole pigrizia a chiamare guerra. Penso che raramente si sia vista una cosa del genere, così, sotto gli occhi di tutti. E penso che tutto questo non abbia nulla a che fare né con Israele, né con la Palestina, né con la geopolitica, ma solo con i limiti della nostra tenuta etica. Magari fra decenni, ma in tanti si domanderanno dove eravamo, cosa facevamo, cosa pensavamo mentre decine di migliaia di persone finivano sotto le macerie.
Quanto accaduto il 7 ottobre è la vergogna di Hamas, quanto avviene dall’8 ottobre è la vergogna di noi tutti. Questo massacro ha una scorta mediatica che lo rende possibile. Questa scorta siamo noi. Non avendo alcuna possibilità di cambiare le cose, con colpevole ritardo mi chiamo fuori”.
9 gennaio
Aggiungo il link che permette di raggiungere il  testo della risposta del comitato i redazione
https://www.repubblica.it/cronaca/2024/01/07/news/il_comunicato_del_cdr__a_fianco_dei_colleghi_che_seguono_la_guerra_no_alle_strumentalizzazioni-421824644/
7 Gennaio 2024Permalink

6 gennaio 2024 _ Per non perdere ogni memoria

SCIENZA E RICERCA

Il Manifesto Einstein-Russell per scongiurare la guerra nucleare

di Pietro Greco

Albert Einstein, 76 anni, premio Nobel per la fisica 1921 e, probabilmente, lo scienziato più famoso di ogni tempo, risponde in capo a cinque giorni. Non meno turbato, il tedesco invia il 16 febbraio una lettera a Bertrand Russell proponendo una «dichiarazione pubblica» che loro due e altri eminenti uomini di scienza avrebbero potuto firmare.

Cosa rende inquieti quei due anziani uomini di scienza, pacifisti conclamati?

Beh, il fatto che a partire dal 1952, infatti, le strategie nucleari degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, sono mutate radicalmente. I fattori di novità nel panorama delle armi atomiche sono ormai così innumerevoli e così profondi che il rischio di una guerra nucleare totale in grado di distruggere gran parte dell’umanità e l’intera civiltà umana diventa, per la prima volta nella storia, un rischio concreto.

I fattori di novità riguardano la proliferazione, la crescita incontrollata e praticamente illimitata degli arsenali, il dispiego a largo raggio delle armi, l’uso dei sommergibili atomici e, soprattutto, l’irruzione sulla scena dei missili in grado di trasportare in pochi minuti testate atomiche in ogni parte del mondo.

Che esista un problema concreto di proliferazione nucleare orizzontale lo dimostra la Gran Bretagna, che, proprio nel 1952, mette a punto le sue prime armi a fissione. A partire da questo momento, l’arma atomica non appartiene solo ai paesi leader, Usa e Urss, dei due schieramenti geopolitico-militari contrapposti, l’Ovest capitalistico e l’Est comunista. Negli anni a venire molti altri paesi entreranno a far parte del club nucleare.

Ma ciò che preoccupa è la proliferazione cosiddetta verticale: la corsa a riempire gli arsenali di Stati Uniti e Unione Sovietica. La crescita incontrollata degli arsenali riguarda, ancora una volta, soprattutto gli Stati Uniti. Nel 1962, alla fine di un decennio all’insegna di un riarmo tanto forsennato da essere definito, appunto, incontrollato, gli USA potranno dispiegare qualcosa come 27.297 testate nucleari. Molte delle quali sono bombe H, a fusione, di inaudita potenza. Alcune sono dispiegate anche in Europa. Tutte insieme, bombe a fissione e a fusione, a potenza controllata o incontrollata, devono rispondere al nuovo obiettivo strategico fissato dai militari americani: la rappresaglia massiccia. Assestare nel più breve tempo possibile il colpo nucleare più duro possibile all’avversario come rappresaglia, appunto, in caso di guerra convenzionale scatenata dall’URSS in Europa.

Per dare corpo alla strategia della rappresaglia massiccia, gli USA impegnano risorse finanziarie enormi e forniscono una nuova, formidabile accelerazione sia alla costruzione di nuove armi nucleari sia di aerei per trasportarle.

Fautore sul piano politico della nuova strategia è John Foster Dulles, segretario di Stato dal 1952 al 1959. A guidare il complesso militare-industriale che dà corpo a questa politica producendo nuove armi è Charles E. Wilson, già capo della General Motors e ministro della Difesa. Inutile dire che la General Motors è tra i maggiori beneficiari di questa nuova accelerazione nella corsa agli armamenti.

La nuova strategia di Washington non può, almeno all’inizio, essere perseguita dall’Unione Sovietica. Sia per motivi culturali, sia per l’assoluta inferiorità nucleare rispetto agli Stati Uniti. Cosicché, nei fatti, poco muta nei rapporti di forza sia su scala planetaria che su scala locale.

E poi ci sono le nuove bombe a fusione, le termonucleari: le bombe H. Molto più potenti e distruttive di quelle a fissione sperimentate a Hiroshima e Nagasaki. Gli USA l’hanno messa a punto nel 1952, grazie al fisico di origini ungheresi Edward Teller; l’URSS ha risposto nel 1953 con un ordigno di inusitata potenza messo a punto grazie l’industria aeronautica sovietica progetta e realizza due tipi di bombardieri a largo raggio d’azione, noti in Occidente come Bison e Bear, in grado di trasportare bombe atomiche e di raggiungere gli Stati Uniti. Per la prima volta l’URSS è in grado di portare una minaccia nucleare credibile al territorio USA. Gli Stati Uniti hanno perso, nei fatti, il monopolio della minaccia nucleare. È iniziata l’era del duopolio, per quanto ancora asimmetrico.

Ed è così che anche gli strateghi dell’Armata Rossa cominciano a integrare l’arma atomica nelle strutture. E, soprattutto, nei loro piani militari. Alcuni generali rivendicano a sé stessi il compito di definire le «leggi di guerra» e iniziano a sostenere l’importanza dell’effetto sorpresa in caso di conflitto con gli Stati Uniti. In cosa consista l’effetto sorpresa, teorizzato dal maresciallo Pavel Alekseevič Rotmistrov nel 1955, è facile immaginarlo: un colpo unico e distruttivo contro il nemico portato col massimo potenziale possibile.

L’altra grande novità, sono i missili balistici intercontinentali: ICBM (InterContinental Ballistic Missile): Il primo paese a farne volare uno, nel 1957, è l’Unione Sovietica, si chiama R-7, e sarà il primo ICBM operativo della storia. Gli USA rispondono a stretto giro con i missili Atlas e Titan. Ora le due superpotenze possono attaccare dal proprio territorio quello dell’altra. In pochi minuti e senza possibilità di difesa.

Di più. La logica della rappresaglia massiccia entra a far parte anche della dottrina militare sovietica e a minacciare il mondo intero. Anche perché le nuove strategie, la sovietica e l’americana, diventeranno oltremodo realistiche quando, nel 1959, diventa operativo un nuovo prodotto della tecnologia militare: il missile balistico cosiddetto intermedio. In quell’anno, infatti, l’URSS istituisce le Forze missilistiche strategiche, quale corpo indipendente dell’Armata Rossa, e gli USA iniziano a dispiegare non solo i primi ICBM, ma anche quelli a corto raggio, Jupiter Thor. I nuovi vettori possono essere dispiegati a terra o su sottomarini. E conferiscono all’attaccante – a entrambi gli attaccanti – la possibilità di sferrare il primo colpo, atomico, con pochi minuti di preavviso.

In poche parole: la guerra nucleare totale è diventata una tragica possibilità. E sia il pacifista Bertrand Russell che il pacifista Albert Einstein in quel febbraio 1955 ne hanno lucida consapevolezza. Per questo decidono di reagire con «qualcosa di spettacolare». Ora sembrerebbe strano che ciò che di più spettacolare riescono a immaginare quei due sia una «dichiarazione pubblica». Ma hanno ancora una volta ragione: scritta e firmata da loro la «dichiarazione pubblica» diventerà tanto famosa quanto influente e contribuirà a rendere la guerra nucleare un tabù, come scriverà lo storico Lawrence S. Wittner.

Ma andiamo con ordine. Einstein cerca di convincere alcuni fisici eminenti suoi amici. Troverete in calce i loro nomi al Manifesto che ne risulterà. Stranamente si sottrae il danese Niels Bohr, anch’egli noto per il suo pacifismo. Ma rispondono prontamente in nove. Russell, che ha una notevole capacità di scrittura, si incarica di redigere il testo. A inizio aprile è pronto e così Einstein – che, scrive Russell – «era rimasto sano di mente in un mondo pazzo» – lo può firmare: nella mattinata dell’11 aprile 1955.

Nel pomeriggio Einstein riceve Abba Eban, ambasciatore di Israele negli USA e futuro presidente dello stato ebraico. Il diplomatico gli chiede di tenere un discorso per ricordare il settimo anniversario della nascita di Israele. Einstein accetta, felice dell’esistenza di Israele ma consapevole che il filo della pace in Medio Oriente è sottile: «L’atteggiamento che adotteremo nei confronti della minoranza araba costituirà il vero banco di prova dei nostri livelli di moralità come popolo», sostiene. Il giorno dopo si reca presso il suo ufficio all’Istituto di Studi Avanzati per ampliare il discorso e proporre, ancora una volta, la creazione di un governo mondiale, unica possibilità di preservare la pace sul pianeta.

Il giorno 13 aprile è a casa, quando si sente male. Sente che è giunta l’ora. Non vuole prolungare l’agonia: «È di cattivo gusto prolungare la vita artificialmente. Ho fatto la mia parte, è ora di andare. Lo farò con eleganza», dice alla sua angosciata segretaria, Helen Dukas.

Muore in ospedale il successivo 18 aprile. Sul comodino gli ultimi appunti relativi alla sua ricerca di una teoria unificata dei campi e il foglio con l’inizio del suo discorso per l’anniversario della proclamazione dello stato di Israele: «Oggi vi parlo non come cittadino americano né come ebreo, ma come essere umano».

Quello che diventerà noto come il Manifesto Einstein-Russell viene reso pubblico due mesi dopo, il 9 luglio 1955, dall’inglese. E diventerà immediatamente il manifesto dei pacifisti impegnati a scongiurare la guerra nucleare.

Non solo dei pacifisti, in realtà. Come dice Wittner, il manifesto ha contribuito a creare una cultura diffusa – anche tra i politici, anche tra i militari – per la quale l’arma nucleare è per l’appunto un tabù. Uno strumento che al massimo può essere brandito, ma mai utilizzato. Michail Gorbaciov, in un’intervista a Wittner, sosterrà di essere stato profondamente influenzato dalle idee pacifiste di Einstein e Russell quando, nel 1987, propose al presidente americano Ronald Reagan di abolire i loro rispettivi arsenali nucleari.

Il Manifesto ebbe conseguenze pratiche immediate. È facendo riferimento a esso che, nel 1957, nacquero le Pugwash Conferences on Science and World Affairs, il cui scopo principale era (ed è) la costruzione della pace e, in particolare, il disarmo nucleare. Le Pugwash Conferences hanno ottenuto il Premio Nobel per la Pace nel 1995. A ritirare il premio fu il fisico teorico italiano Francesco Calogero, segretario generale dell’organizzazione. Oggi la carica è detenuta da un altro fisico teorico italiano, paolo Cotta-Ramusino.

Il messaggio del Manifesto, tuttavia, è ancora oggi drammaticamente attuale. Il processo di disarmo atomico tra USA e l’erede dell’URSS, la Russia, si è pressoché arrestato. Mentre nel mondo esistono altre tre potenze nucleari “ufficiali” (Cina, Francia e Regno Unito) e altre quattro “non ufficiali” (India, Pakistan, Israele e Corea del Nord).

Conviene dunque rileggerlo, quel manifesto, per trovare nuovi stimoli a perseguire l’idea che era del primo segretario generale del Pugwash (anche lui Nobel per la Pace nel 1995), Joseph Rotblat: un mondo finalmente libero dalle armi nucleari.

È un obiettivo che oggi appare lontano. Ma che è irrinunciabile per donne e uomini che, come Albert Einstein, sono «rimasti sani di mente in un mondo pazzo».


Il Manifesto Einstein-Russell

(nella versione italiana proposta da Senzatomica)

Nella tragica situazione che affronta l’umanità, noi riteniamo che gli scienziati dovrebbero riunirsi in un congresso per valutare i pericoli che sono sorti come conseguenza dello sviluppo delle armi di distruzione di massa e per discutere una risoluzione nello spirito della seguente bozza di documento.

Non stiamo parlando, in questa occasione, come membri di questa o quella nazione o continente o fede religiosa, ma come esseri umani, membri della specie umana, la cui sopravvivenza è ora messa a rischio. Il mondo è pieno di conflitti, tra cui, tralasciando i minori, spicca la titanica lotta tra Comunismo e Anticomunismo. Quasi chiunque abbia una coscienza politica nutre forti convinzioni a proposito di una di queste posizioni; noi vogliamo che voi, se è possibile, mettiate da parte queste convinzioni e consideriate voi stessi solo come membri di una specie biologica che ha avuto una ragguardevole storia e di cui nessuno di noi desidera la scomparsa.

Cercheremo di non dire una sola parola che possa piacere più ad un gruppo piuttosto che all’altro. Tutti, in eguale misura, sono in pericolo e se il pericolo è compreso, c’è speranza che lo si possa collettivamente evitare.

Dobbiamo cominciare a pensare in una nuova maniera. Dobbiamo imparare a chiederci non che mosse intraprendere per offrire la vittoria militare al proprio gruppo preferito, perché non ci saranno poi ulteriori mosse di questo tipo; la domanda che dobbiamo farci è: che passi fare per prevenire uno scontro militare il cui risultato sarà inevitabilmente disastroso per entrambe le parti?

Un vasto pubblico e perfino molti personaggi autorevoli non hanno ancora capito che potrebbero restare coinvolti in una guerra di bombe nucleari. La gente ancora pensa in termini di cancellazione di città. Si è capito che le nuove bombe sono più potenti delle vecchie e che, mentre una bomba –A potrebbe cancellare Hiroshima, una bomba‐H potrebbe distruggere le più grandi città, come Londra, New York o Mosca. Non c’è dubbio che, in una guerra con bombe‐H, grandi città potrebbero finire rase al suolo. Ma questo è uno dei disastri minori che saremmo chiamati a fronteggiare. Se tutti, a Londra, New York e Mosca venissero sterminati, il mondo potrebbe, nel corso di pochi secoli, riprendersi dal colpo. Ma ora noi sappiamo, specialmente dopo i test alle isole Bikini, che le bombe nucleari possono gradualmente spargere distruzione su di una area ben più vasta di quanto si pensasse.

Si è proclamato con una certa autorevolezza che ora si può costruire una bomba 2.500 volte più potente di quella che ha distrutto Hiroshima.

Una tale bomba, se esplodesse vicino al suolo terrestre o sott’acqua, emetterebbe particelle radioattive nell’atmosfera. Queste ricadono giù gradualmente e raggiungono la superficie terrestre sotto forma di polvere o pioggia mortifera. E’ stata questa polvere che ha contaminato i pescatori giapponesi e i loro pesci. Nessuno sa quanto queste particelle radioattive possano diffondersi nello spazio, ma autorevoli esperti sono unanimi nel dire che una guerra con bombe‐H potrebbe eventualmente porre fine alla razza umana. Si teme che, se molte bombe‐H fossero lanciate, potrebbe verificarsi uno sterminio universale, rapido solo per una minoranza, ma per la maggioranza una lenta tortura di malattie e disgregazione.

Molti avvertimenti sono stati lanciati da eminenti scienziati e da autorità in strategie militari. Nessuno di loro dirà che sono sicuri dei peggiori risultati. Quello che diranno sarà che questi risultati sono possibili, e nessuno può essere certo che non si realizzeranno. Non abbiamo ancora capito se i punti di vista degli esperti su questa questione dipendano in qualche grado dalle loro opinioni politiche o pregiudizi. Dipendono solo, per quanto ci hanno rivelato le nostre ricerche, da quanto è vasta la conoscenza particolare dell’esperto. Abbiamo scoperto che gli uomini che conoscono di più sono i più tristi. Questa è allora la domanda che vi facciamo, rigida, terrificante, inevitabile: metteremo fine alla razza umana, o l’umanità rinuncerà alla guerra?

La gente non affronterà l’alternativa perché è così difficile abolire la guerra. L’abolizione della guerra richiederà disastrose limitazioni alla sovranità nazionale. Ma probabilmente la cosa che impedirà maggiormente di comprendere la situazione sarà il fatto che il termine “umanità” suona vago e astratto. La gente a malapena si rende conto che il pericolo è per loro stessi, i loro figli e i loro nipoti, e non per una vagamente spaventata umanità. Possono a malapena afferrare l’idea che loro, individualmente, e coloro che essi amano sono in pericolo imminente di perire con una lenta agonia. E così sperano che forse la guerra con la corsa a procurarsi armi sempre più moderne venga proibita. Questa speranza è illusoria. Qualsiasi accordo sia stato raggiunto in tempo di pace per non usare le bombe‐H, non sarà più considerato vincolante in tempo di guerra, ed entrambi i contendenti cercheranno di fabbricare bombe‐H non appena scoppia la guerra, perché se una fazione fabbrica le bombe e l’altra no, la fazione che l’avrà fabbricate sarà inevitabilmente quella vittoriosa.

Sebbene un accordo a rinunciare alle armi atomiche come parte di una generale riduzione degli armamenti non costituirebbe una soluzione definitiva, potrebbe servire a degli scopi importanti. Primo, ogni accordo tra Est e Ovest va bene finchè serve ad allentare la tensione. Secondo, l’abolizione delle armi termo‐nucleari, se ogni parte credesse all’onestà dell’altra, potrebbe far scendere la paura di un attacco proditorio stile Pearl Harbour che ora costringe tutte e due le parti in uno stato di continua apprensione.

Noi dovremmo, quindi, accogliere con piacere un tale accordo sebbene solo come un primo passo. Molti di noi non sono neutrali, ma, come esseri umani, ci dobbiamo ricordare che, se la questione tra Est ed Ovest deve essere decisa in qualche maniera che possa soddisfare qualcuno, Comunista o Anti‐comunista, Asiatico o Europeo o Americano, bianco o nero, questa questione non deve essere decisa dalla guerra. Noi desidereremmo che ciò fosse compreso sia all’Est che all’Ovest.

Ci attende, se sapremo scegliere, un continuo progresso di felicità, conoscenza e saggezza. Dovremmo invece scegliere la morte, perché non riusciamo a rinunciare alle nostre liti? Facciamo un appello come esseri umani ad altri esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticatevi del resto. Se riuscirete a farlo si aprirà la strada verso un nuovo Paradiso; se non ci riuscirete, si spalancherà dinanzi a voi il rischio di un’estinzione totale.

Risoluzione:

Noi invitiamo il Congresso, e con esso gli scienziati di tutto il mondo e la gente comune, a sottoscrivere la seguente risoluzione: “In considerazione del fatto che in una qualsiasi guerra futura saranno certamente usate armi nucleari e che queste armi minacciano la continuazione dell’esistenza umana, noi invitiamo i governi del mondo a rendersi conto, e a dichiararlo pubblicamente, che il loro scopo non può essere ottenuto con una guerra mondiale, e li invitiamo di conseguenza a trovare i mezzi pacifici per la soluzione di tutti i loro motivi di contesa.”

Firmato da

Max Born W. Bridgman Albert Einstein Leopold Infeld Frederic Joliot‐Curie Herman J. Muller Linus Pauling Cecil F. Powell Joseph Rotblat Bertrand Russell Hideki Yukawa

6 Gennaio 2024Permalink

22 dicembre 2023 _ Parlano i Patriarchi e le chiese di Gerusalemme

Una denuncia di tutte le azioni violente e un appello per chiederne la fine: è quanto contiene il Messaggio di Natale dei Patriarchi e dei Capi delle Chiese di Gerusalemme, diffuso oggi, nella Città santa. “Negli ultimi due mesi e mezzo – si legge nel testo – la violenza della guerra ha portato a sofferenze inimmaginabili per milioni di persone nella nostra amata Terra Santa. I suoi continui orrori hanno portato miseria e dolore inconsolabile a innumerevoli famiglie in tutta la nostra regione. La speranza sembra lontana e irraggiungibile”. Eppure, ricordano i leader religiosi, è “in un mondo simile che nostro Signore è nato per darci speranza. Dobbiamo ricordare che durante il primo Natale la situazione non era molto lontana da quella odierna. Così la Beata Vergine Maria e San Giuseppe ebbero difficoltà a trovare un luogo dove nascere il loro figlio. C’è stata l’uccisione di bambini. C’era un’occupazione militare. E c’era la Sacra Famiglia che veniva sfollata come rifugiata. Esteriormente, non c’era motivo di festeggiare se non la nascita del Signore Gesù”. “Questo è il messaggio divino di speranza e di pace che il Natale di Cristo ispira in noi”, ribadiscono i capi religiosi, ed “è in questo spirito natalizio che denunciamo tutte le azioni violente e chiediamo la loro fine. Allo stesso modo invitiamo le persone di questa terra e di tutto il mondo a cercare le grazie di Dio affinché possiamo imparare a camminare insieme sui sentieri della giustizia, della misericordia e della pace. Infine, invitiamo i fedeli e tutti coloro di buona volontà a lavorare instancabilmente per il sollievo degli afflitti e per una pace giusta e duratura in questa terra che è ugualmente sacra alle tre fedi monoteiste”.

22 Dicembre 2023Permalink

9 dicembre 2023 _ Un caso di detenzione amministrativa (?) in Israele che sembra chiudersi positivamente

Il ricercatore italo-palestinese, arrestato ad agosto delle autorità israeliane e scarcerato un mese fa, ha superato il confine con la Giordania. La felicità della moglie, originaria del Molise

Il servizio di Dario Tescarollo, montaggio di Piero Manocchio

Presto Khaled El Qaisi potrà finalmente tornare in Italia: dopo mesi di preoccupazione per il suo destino, sembra arrivare il lieto fine per il ricercatore italo-palestinese dell’Università La Sapienza di Roma.

Era stato arrestato dalle autorità israeliane il 31 agosto scorso al valico di Allenby tra Cisgiordania e Giordania. Un mese dopo, a inizio ottobre, il tribunale israeliano di Rishon Le Tzion si pronunciò per la sua scarcerazione con la condizione del divieto di espatrio per una settimana. Khaled ha così potuto soggiornare liberamente nella casa di famiglia di Betlemme, poi però, l’8 ottobre, è scoppiato il conflitto in Israele e da quel momento alla lontananza si è sommata la preoccupazione delle bombe.

Oggi la situazione si è sbloccata; fonti diplomatiche confermano che il 28enne italo-palestinese si trova in territorio giordano e che presto farà ritorno in Italia per riabbracciare la propria famiglia. “Khaled ha attraversato il confine con la Giordania. Finalmente potremo riabbracciarlo”, le parole che la moglie Francesca Antinucci, di Campobasso, ha scritto sul proprio profilo Facebook.

https://www.rainews.it/tgr/molise/articoli/2023/12/khaled-el-qaisi-ha-lasciato-la-palestina-presto-il-ritorno-in-italia-e7e2c5fa-b28d-46cb-b6f2-358b039d6655.html

Ne avevo scritto nl mio blog diariealtro  il 7 settembre

7 settembre 2023_ Una notizia dalla Palestina

9 Dicembre 2023Permalink