6 novembre 2023 _ Funerali Giulia Cecchettin, il discorso integrale del padre

“Carissimi tutti, abbiamo vissuto un tempo di profonda angoscia: ci ha travolto una tempesta terribile e anche adesso questa pioggia di dolore sembra non finire mai. Ci siamo bagnati, infreddoliti, ma ringrazio le tante persone che si sono strette attorno a noi per portarci il calore del loro abbraccio. Mi scuso per l’impossibilità di dare riscontro personalmente, ma ancora grazie per il vostro sostegno di cui avevamo bisogno in queste settimane terribili. La mia riconoscenza giunga anche a tutte le forze dell’ordine, al vescovo e ai monaci che ci ospitano, al presidente della Regione Zaia e al ministro Nordio e alle istituzioni che congiuntamente hanno aiutato la mia famiglia.

Mia figlia Giulia, era proprio come l’avete conosciuta, una giovane donna straordinaria. Allegra, vivace, mai sazia di imparare. Ha abbracciato la responsabilità della gestione familiare dopo la prematura perdita della sua amata mamma. Oltre alla laurea che si è meritata e che ci sarà consegnata tra pochi giorni, Giulia si è guadagnata ad honorem anche il titolo di mamma. Nonostante la sua giovane età era già diventata una combattente, un’oplita, come gli antichi soldati greci, tenace nei momenti di difficoltà: il suo spirito indomito ci ha ispirato tutti. Il femminicidio è spesso il risultato di una cultura che svaluta la vita delle donne, vittime proprio di coloro avrebbero dovuto amarle e invece sono state vessate, costrette a lunghi periodi di abusi fino a perdere completamente la loro libertà prima di perdere anche la vita.

Come può accadere tutto questo? Come è potuto accadere a Giulia? Ci sono tante responsabilità, ma quella educativa ci coinvolge tutti: famiglie, scuola, società civile, mondo dell’informazione.

Mi rivolgo per primo agli uomini, perché noi per primi dovremmo dimostrare di essere agenti di cambiamento contro la violenza di genere. Parliamo agli altri maschi che conosciamo, sfidando la cultura che tende a minimizzare la violenza da parte di uomini apparentemente normali. Dovremmo essere attivamente coinvolti, sfidando la diffusione di responsabilità, ascoltando le donne e non girando la testa di fronte ai segnali di violenza anche i più lievi. La nostra azione personale è cruciale per rompere il ciclo e creare una cultura di responsabilità e supporto. A chi è genitore come me, parlo con il cuore: insegniamo ai nostri figli il valore del sacrificio e dell’impegno e aiutiamoli anche ad accettare le sconfitte. Creiamo nelle nostre famiglie quel clima che favorisce un dialogo sereno perché diventi possibile educare i nostri figli al rispetto della sacralità di ogni persona, a una sessualità libera da ogni possesso e all’amore vero che cerca solo il bene dell’altro.

Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia ci connette in modi straordinari, ma spesso, purtroppo, ci isola e ci priva del contatto umano reale.È essenziale che i giovani imparino a comunicare autenticamente, a guardare negli occhi degli altri, ad aprirsi all’esperienza di chi è più anziano di loro. La mancanza di connessione umana autentica può portare a incomprensioni e a decisioni tragiche. Abbiamo bisogno di ritrovare la capacità di ascoltare e di essere ascoltati, di comunicare realmente con empatia e rispetto.

La scuola ha un ruolo fondamentale nella formazione dei nostri figli. Dobbiamo investire in programmi educativi che insegnino il rispetto reciproco, l’importanza delle relazioni sane e la capacità di gestire i conflitti in modo costruttivo per imparare ad affrontare le difficoltà senza ricorrere alla violenza. La prevenzione della violenza inizia nelle famiglie, ma continua nelle aule scolastiche, e dobbiamo assicurarci che le scuole siano luoghi sicuri e inclusivi per tutti.
Anche i media giocano un ruolo cruciale da svolgere in modo responsabile. La diffusione di notizie distorte e sensazionalistiche non solo alimenta un’atmosfera morbosa, dando spazio a sciacalli e complottisti, ma può anche contribuire a perpetuare comportamenti violenti. Chiamarsi fuori, cercare giustificazioni, difendere il patriarcato quando qualcuno ha la forza e la disperazione per chiamarlo col suo nome, trasformare le vittime in bersagli solo perché dicono qualcosa con cui magari non siamo d’accordo, non aiuta ad abbattere le barriere. Perché da questo tipo di violenza che è solo apparentemente personale e insensata si esce soltanto sentendoci tutti coinvolti. Anche quando sarebbe facile sentirsi assolti.

Alle istituzioni politiche chiedo di mettere da parte le differenze ideologiche per affrontare unitariamente il flagello della violenza di genere. Abbiamo bisogno di leggi e programmi educativi mirati a prevenire la violenza, a proteggere le vittime e a garantire che i colpevoli siano chiamati a rispondere delle loro azioni. Le forze dell’ordine devono essere dotate delle risorse necessarie per combattere attivamente questa piaga e degli strumenti per riconoscere il pericolo.

Ma in questo momento di dolore e tristezza, dobbiamo trovare la forza di reagire, di trasformare questa tragedia in una spinta per il cambiamento. La vita di Giulia, la mia Giulia, ci è stata sottratta in modo crudele, ma la sua morte, può anzi deve essere il punto di svolta per porre fine alla terribile piaga della violenza sulle donne.

Grazie a tutti per essere qui oggi: che la memoria di Giulia ci ispiri a lavorare insieme per creare un mondo in cui nessuno debba mai temere per la propria vita. *

Cara Giulia, è giunto il momento di lasciarti andare. Salutaci la mamma. Ti penso abbracciata a lei e ho la speranza che, strette insieme, il vostro amore sia così forte da aiutare Elena, Davide e anche me non solo a sopravvivere a questa tempesta di dolore che ci ha travolto, ma anche ad imparare a danzare sotto la pioggia. Sì, noi tre che siamo rimasti vi promettiamo che, un po’ alla volta, impareremo a muovere passi di danza sotto questa pioggia.Cara Giulia, grazie, per questi 22 anni che abbiamo vissuto insieme e per l’immensa tenerezza che ci hai donato. Anch’io ti amo tanto e anche Elena e Davide ti adorano. Io non so pregare, ma so sperare: ecco voglio sperare insieme a te e alla mamma, voglio sperare insieme a Elena e Davide e voglio sperare insieme a tutti voi qui presenti: voglio sperare che tutta questa pioggia di dolore fecondi il terreno delle nostre vite e voglio sperare che un giorno possa germogliare. E voglio sperare che produca il suo frutto d’amore, di perdono e di pace.

Addio Giulia, amore mio”.

* Vi voglio leggere una poesia di Gibran che credo possa dare una reale rappresentazione di come bisognerebbe imparare a vivere.

«Il vero amore non è ne fisico ne romantico.
Il vero amore è l’accettazione di tutto ciò che è,
è stato, sarà e non sarà.
Le persone più felici non sono necessariamente
coloro che hanno il meglio di tutto,
ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno.
La vita non è una questione di come sopravvivere alla tempesta,
ma di come danzare nella pioggia…»

https://www.repubblica.it/cronaca/2023/12/05/news/gino_cecchettin_discorso_funerali_giulia-421580566/

Ho trovato  la citazione che segue l’asterisco nel sito on line del 5 dicembre  (cfr. link)  mentre non è presente nel testo a stampa di oggi 6  dicembre

6 Dicembre 2023Permalink

5 dicembre 2023 _ E dopo le note di ieri anche oggi il generale chiacchierato entra nel mio blog

Aggiungo a quanto scritto ieri  questa breve nota. Non mi sento di  trascrivere oltre le generalizie parole se non per una nota linguistica:
Oltre i concetti c’è un problema di vecchio linguaggio  : chi mai dice oggi ?mollaccioni smidollati?’
Una terminologia penosa che si unisce a tanto altro

Arrivato oggi a Palazzo Esercito per il periodo di affiancamento prima di assumere l’incarico assegnatogli di capo di Stato Maggiore delle Forze operative terrestri, al generale Roberto Vannacci – apprende l’ANSA – è stato notificato l’avvio dell’inchiesta formale nei suoi confronti, in seguito alla pubblicazione del suo libro ‘Il mondo al contrario’ . Il generale ha subito preso un mese di licenza “per motivi familiari”.

Si legge questo e altro con il primo link  (almeno per ora)

Si parla da anni di femminicidi, eppure le donne continuano a venire uccise. Mi sembra più importante evidenziare che siamo tutti uguali davanti alla violenza”, le parole del generale

Quello di G.C. “non mi piace chiamarlo femminicidio. Perché chiamare l’omicidio di una donna in modo diverso? Quindi l’assassinio di un tabacchino lo chiameremo commercianticidio? C’è in qualsiasi omicidio una matrice precisa”.

Si legge questo e altro con il secondo link (almeno per ora)

Ho ritenuto decente fermarmi qui: affido al mio blog una memoria che non voglio spegnere perché i fatti cui faccio riferimento (e quanto l’esame dei link può ancora consentire)  non finiranno con divagazioni generalizie.
Sono curiosa di conoscere l’effetto della formale inchiesta militare.
Scommetto con me stessa che non ne sapremo nulla. Ma siccome appartengo alla categoria  delle donne, vecchie con tendenze   femministe e scelte coerenti  che disgustano il generale  forse sono troppo maligna

 

https://www.leggo.it/schede/vannacci_promosso_inchiesta_libro_licenza_oggi_04_12_2023-7795959.html

https://tg24.sky.it/cronaca/2023/12/04/roberto-vannacci-dichiarazioni

 

5 Dicembre 2023Permalink

27 novembre 2023 _ Per la dignità dei bambini invisibili per legge e dei loro genitori

Spero che  il mio promemoria serva anche ad altri e perciò lo trasferirò in Facebook

PROPOSTA DI LEGGE NAZIONALE N. 2

<<Modifica all’articolo 6 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), in materia di obbligo di esibizione dei documenti di soggiorno>>

Presentata dai consiglieri HONSELL, MORETTI, MORETUZZO, CAPOZZI, BULLIAN, CARLI, CELOTTI, CONFICONI, COSOLINI, FASIOLO, LIGUORI, MARTINES, MASSOLINO, MENTIL, PELLEGRINO, PISANI, POZZO, PUTTO, RUSSO

il 22 novembre 2023

RELAZIONE ILLUSTRATIVA

Appare molto grave che l’Italia non abbia ancora raggiunto sul piano legislativo il Target 16.9 dell’Obiettivo 16 dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile dell’ONU, ovvero “Entro il 2030, fornire l’identità giuridica per tutti, compresa la registrazione delle nascite”[1].

Vige ancora, infatti, quanto introdotto dalla Legge 15 luglio 2009, n. 94 “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica”, all’articolo 1, comma 22, lettera g), ovvero la modifica del comma 2 dell’articolo 6 del “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”, di cui al Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286, emanato ai sensi della Legge 40/1998 c.d. Turco-Napolitano. Questa era norma di civiltà che prevedeva che per i provvedimenti inerenti agli atti di stato civile o all’accesso a pubblici servizi non fosse necessario esibire il permesso di soggiorno. Per capire fino in fondo l’importanza di questa norma, ora abrogata, è sufficiente riflettere sulla circostanza che tutti i servizi di sostegno alla persona si fondano sulla premessa che la persona possa essere identificata e se ne possano quindi verificare le condizioni per assicurare l’esercizio dei diritti che a quella persona appartengono; tuttavia, senza una certificazione di nascita, una persona è semplicemente considerata «giuridicamente inesistente».

Né va sottaciuto l’articolo 22 della Costituzione che recita “Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome” e l’art. 1 del Codice Civile che recita “La capacità giuridica si acquista al momento della nascita”: ciò nel rispetto dell’art. 10 della Costituzione “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”.

Va rilevato altresì che l’Italia con la Legge 27 maggio 1991, n. 176 “Ratifica ed esecuzione della convenzione sui diritti del fanciullo” (New York, 20 novembre 1989) ha ratificato una convenzione internazionale in assoluta contraddizione con l’articolo 1 comma 22 della Legge n. 94 del 15 luglio 2009.

Questa Proposta di Legge Nazionale vuole, ripristinare quell’aspetto della norma abrogata nel 2009, per quanto concerne il diritto, a nostro avviso inalienabile, dei bambini ad avere una certificazione anagrafica anche quando i genitori siano migranti privi del permesso di soggiorno. Riteniamo, infatti, che la certificazione anagrafica, al pari di altri atti di stato civile e dei provvedimenti inerenti all’accesso ai pubblici servizi, debba essere considerata comunque un diritto fondamentale e inviolabile, che deve prescindere dalla condizione di irregolarità dei propri genitori, come peraltro richiede la stessa Agenda 2030 che individua proprio nel rispetto dei diritti fondamentali una delle condizioni per lo sviluppo sostenibile. Il 7 agosto 2009, il Ministero dell’interno – Dipartimento per gli affari interni e territoriali, ha adottato la circolare n.19/2009, interpretativa del citato comma 2 dell’articolo 6 del Testo unico di cui al Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286, che però si è rivelata priva della forza giuridica necessaria a dare certezza giuridica a queste fattispecie in modo uniforme in tutto il territorio nazionale, e quindi insufficiente a convincere i migranti irregolari a riconoscere i propri figli per non rischiare l’espulsione o altre gravi forme di penalizzazione.

La presente Proposta di Legge intende, quindi, ripristinare una norma di civiltà. Basti pensare a quanti italiani, tra gli anni sessanta e settanta, hanno dovuto trovare dolorose soluzioni, scegliendo
di ridurre i propri figli in clandestinità o di separarsene in quanto lavorando come stagionali
in Svizzera non era loro consentito di tenere con sé i propri figli.

Si tratta del fenomeno dei cosiddetti «bambini nascosti» o «bambini clandestini», cioè di bambini talvolta lasciati ai nonni in Italia anche per lunghissimi periodi, costretti a vedere i propri genitori solo una o due volte l’anno oppure, più spesso, semplicemente nascosti dai propri genitori, al fine di evitare la separazione, con la grave conseguenza di essere privati di ogni diritto nel Paese di destinazione.
Questa Proposta di Legge Nazionale è molto semplice ma permette all’Italia di raggiungere un target molto importante dell’Obiettivo 16 dell’Agenda 2030 ONU. Consiste nel semplice inserimento delle parole che non prevedono più l’esibizione del permesso di soggiorno per gli atti riguardanti la registrazione dell’atto di nascita e la filiazione. Si aggiunge anche l’atto di matrimonio in quanto con Decisione n. 245 del 25 luglio 2011 la Corte Costituzionale ha dichiarato parzialmente illegittima la disposizione contenuta nell’articolo 116 del Codice Civile, come modificato dall’articolo 1, comma 15, della Legge 15 luglio 2009, n. 94, la quale impone allo straniero di possedere un regolare permesso di soggiorno per potersi sposare in Italia. Dunque è un mero recepimento della sentenza della Corte Costituzionale.
Sono numerosi i motivi per i quali si ritiene importante che il Consiglio Regionale della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia faccia propria una Proposta di Legge Nazionale sulla tematica dei bambini invisibili. In primo luogo vi è una forte sensibilità da parte di varie personalità, associazioni e realtà culturali ed educative in regione sul tema dei diritti civili, molto attive su questo tema.
Cito solo a titolo d’esempio, Augusta De Piero (prima vice-presidente donna del Consiglio Regionale della VI legislatura) che ha promosso numerose campagne, l’Università di Udine che cura il portale equal sul diritto antidiscriminatorio presso il Dipartimento di Scienza giuridiche, l’associazione Movimento Focolarini FVG e una serie di associazioni che afferiscono alla cd. Rete Dasi, Gruppo FVG-Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, ecc.

Lo stesso Consiglio Regionale ha approvato all’unanimità nella seduta n. 97 del 01 ottobre 2019, la Mozione n. 92 dal titolo “Sull’ottenimento del certificato di nascita per figli nati in Italia da persone non comunitarie irregolari”, e successivamente l’Ordine de Giorno n. 106 dal titolo “Attivazione di attività di informazione rivolte agli EE. LL e alla cittadinanza su riconoscimento dell’integrale esistenza giuridica di ogni soggetto nato in FVG” in sede di approvazione della Legge Regionale n. 26 del 2020 “Legge di Stabilità 2021”, che prevede l’impegno dell’amministrazione regionale a realizzare una campagna informativa rivolta agli Enti Locali per promuovere l’applicazione della circolare interpretativa n. 19/2009 del Ministero dell’Interno riferita alla Legge 15 luglio 2009, n. 94.  Inoltre per la posizione geografica che riveste, il Friuli Venezia Giulia ha sempre svolto un ruolo importante nei processi migratori che vedono come meta l’Italia, sia relativamente alla cosiddetta “rotta balcanica” che più recentemente in occasione degli eventi bellici in Ucraina.

Il Friuli Venezia Giulia è pertanto la regione presso la quale la maggior parte dei migranti dal Kossovo, dalla Siria, dall’Afghanistan, dal Pakistan, presenta la richiesta di asilo. Molto alto è anche il numero di lavori stranieri temporanei in questa regione: a Monfalcone ed in altri centri industriali. Infine da decenni vi è stato un flusso e una presenza costante di parecchie centinaia di Minori Stranieri non Accompagnati in Friuli Venezia Giulia e quindi delle problematiche relative al loro inserimento raggiunta la maggiore età. La nostra Regione è dunque più esposta di molte altre regioni italiane ai rischi di mancate registrazioni alla nascita.

Art. 1  (Modifica all’articolo 6 del Decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286)
Al comma 2 dell’articolo 6 del Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), dopo le parole <<carattere temporaneo,>> sono inserite le parole << per quelli inerenti alla registrazione della dichiarazione di nascita, alla filiazione, alla registrazione di matrimonio,>>.

 

La  mia lettera ai  consiglieri firmatari

Gentili consigliere e consiglieri  regionali che avete firmato la pdln 2.

<<Modifica all’articolo 6 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), in materia di obbligo di esibizione dei documenti di soggiorno>>.

Voglio dire il mio grazie ad ognuna e ognuno  di voi per questa iniziativa, una misura di civiltà che  testimonia un  impegno responsabile e consapevole
Nel 1998, quando la legge 40  istituì il permesso di soggiorno, stabilì  fra le eccezioni al dovere di presentare documentazione riguardante il soggiorno , la registrazione degli atti di stato civile e, segnatamente ,  la registrazione delle nascite in  Italia dei figli di migranti non comunitari su  cui  ora si misura la vostra proposta comune .
E quella proposta si è resa necessaria perchè nel 2009 venne negato  quanto precedentemente stabilito e l’eccezione che ho sopra descritto fu soppressa.
In questi lunghi 14 anni che ci separano dall’imprensibile modifica  della legge (modifica, si badi bene, introdotta con voto di fiducia) , ci sono stati movimenti che hanno cercato di sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema .
La sensibilizzazione però può provocare  buoni  sentimenti non buone pratiche  efficaci, tali da assicurare ad ogni nato in Italia la certezza di un’esistenza riconosciuta .  Per arrivare a tanto è necessaria  una legge e la vostra proposta, se approvata, offre al parlamento  l’occasione per impegnarsi finalmente in questo compito
Per indirizzarvi  questo  messaggio ho guardato nel sito della regione  le pagine di tutte e tutti voi  dove, fra le vostre attività, è menzionata la proposta di legge nazionale n. 2

L’impegno personale arricchisce l’impegno politico e si colloca a mio parere nel quadro di un’etica condivisa  che la nostra Costituzione ben delinea

<<La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale>>.

Cordialmente
Augusta De Piero

 

27 Novembre 2023Permalink

17 novembre 2023 _ Storia di un olocausto strisciante: i bambini vittime in pace e in guerra_ 2

16 novembre 2023      Nuovo pacchetto sicurezza: tutte le novità del decreto

La premier ha incontrato a Palazzo Chigi le organizzazioni sindacali e le rappresentanze del personale di Forze Armate, Forze di Polizia e Vigili del Fuoco.

Dai punti chiave elencati e visibili a chi legge il testo linkato accessibile anche audio
 copio il passaggio che segue e associo  alla norma , più volte descritta in questo mio blog, che  dal 2009 nega con un raggiro la registrazione anagrafica ai figli dei sans papier

Esecuzione della pena in caso di detenute madri

Previsto un regime più articolato per l’esecuzione della pena per le donne condannate quando sono in stato di gravidanza o sono madri di figli fino a tre anni. Non è più obbligatorio il rinvio dell’esecuzione della pena, ma è mantenuta tale facoltà in presenza dei requisiti di legge. Tra gli elementi che possono influire nella valutazione del giudice ci sarà, per esempio, la recidiva. È stata poi prevista la possibilità che la pena sia scontata presso gli istituti a custodia attenuata per detenute madri, fermo restando il divieto del carcere per le donne incinte e le madri dei bambini più piccoli (fino a un anno di età).

Una nota personale che sembra chiudere il cerchio della mia vita politica:
da consigliera comunale ignara ma non prostrata all’innocenza fasulla del consueto “non lo sapevo, non avevo capito ” il primo caso di cui mi occupai  (era il 1976 o 1977) fu quello delle madri in  carcere con i minori a Udine.  Ne ricevetti una robusta sberla da personaggi tanto istituzionali quanto vili per cui capii l’importanza che avevano  per  ‘lor signori’  i minori sgraditi  a causa della loro origine e fu il primo incoraggiamento a proseguire come ho fatto in varie circostanze. Perciò continuai  fino ad approdare  al beffato e negletto provvedimento che ostacola  con un raggiro la registrazione anagrafica ai figli dei sans papier , un  provvedimento che piace a politici, società civile e persino ai vescovi  italiani che nel loro sinodo sulla famiglia (CEI 2015) hanno consapevolmente scelto il silenzio sulla criticità della negata registrazione anagrafica ai nati in Italia , figli di migranti non  comunitari irregolari.
I primi senza nome per legge,  un’abile beffa all’articolo 3 della Costituzione

Nuovo pacchetto sicurezza: tutte le novità del decreto – Il Sole 24 ORE

17 Novembre 2023Permalink

17 novembre 2023 _ Storia di un olocausto strisciante: i bambini vittime in pace e in guerra_ 1

 

Prima di trascrivere l’importante articolo di Gideon  Levy voglio ricordare che questa situazione corrisponde esattamente ai miei ricordi di ciò che ho direttamente conosciuto nella mia presenza in Palestina . Lo testimonio con uno dei miei ricordi con un link in calce.

Trascrivo da ciò che ho  copiato  da
https://www.assopacepalestina.org/2023/11/16/la-prossima-sorpresa-per-israele-viene-dalla-cisgiordania/

La prossima sorpresa per Israele viene dalla Cisgiordania

Nov 16, 2023 | Notizie  di Gideon Levy,
Haaretz, 16 novembre 2023.

Palestinesi che bruciano pneumatici durante un raid dell’IDF a Tubas, in Cisgiordania, martedì. Raneen Sawafta/Reuters

La prossima sorpresa non sarà una sorpresa. Forse sarà meno letale di quella precedente, del 7 ottobre, ma il suo prezzo sarà salato. Quando ci cadrà sulla testa, lasciandoci storditi dalla brutalità del nemico, nessuno potrà dire che non sapeva che sarebbe arrivata.

L’esercito non potrà fare questa affermazione, perché ci ha costantemente messo in guardia, ma non ha mosso un dito per evitarlo. Quindi la responsabilità dell’esercito israeliano sarà grande come per il massacro del sud, e non meno significativa di quella dei coloni e dei politici che presumibilmente gli impediscono di agire.

La prossima pentola a pressione che sta per esploderci in faccia sta bollendo in Cisgiordania. L’IDF lo sa; i suoi comandanti non smettono di avvertirci. Si tratta di avvertimenti ipocriti e bigotti, destinati a coprire le spalle all’esercito. Gli avvertimenti sono spudorati, poiché l’IDF, con le proprie mani e i propri soldati, sta alimentando l’incendio non meno dei coloni.

Fingere che potremmo trovarci a combattere su un altro fronte solo a causa dei coloni è falso e ipocrita. Se l’IDF avesse voluto, avrebbe potuto agire subito per calmare le tensioni. Se avesse voluto, avrebbe agito contro i coloni, come un normale esercito è tenuto a fare con le milizie locali e i gruppi armati.

Tra i nemici di Israele in Cisgiordania ci sono i coloni, e l’IDF non sta facendo nulla per fermarli. I suoi soldati partecipano attivamente ai pogrom, maltrattando vergognosamente i residenti, fotografandoli e umiliandoli, uccidendoli e arrestandoli, distruggendo monumenti commemorativi, come quello di Yasser Arafat a Tulkarm, e strappando migliaia di persone dai loro letti. Tutto ciò aggiunge benzina al fuoco e inasprisce le tensioni.

Soldati vendicativi, invidiosi dei loro compatrioti a Gaza, si scatenano nei territori occupati, con un dito facile ed entusiasta sul grilletto. Dall’inizio della guerra hanno ucciso quasi 200 palestinesi e nessuno li ferma. Nessun comandante regionale, di divisione o di campo ferma la furia. Devono volerlo anche loro; è difficile credere che anche loro siano paralizzati dalla paura dei coloni. Sono considerati coraggiosi, dopo tutto.

I coloni sono estasiati. L’odore di sangue e distruzione che viene da Gaza li spinge a scatenarsi come mai prima d’ora. Non c’è più bisogno di favole su lupi solitari o su mele marce. L’impresa degli insediamenti, con la sua schiera di funzionari politici e di finanziamenti, non sta combattendo contro i pogrom che ne derivano. La guerra è la loro ricompensa, la loro grande occasione. Con la copertura della guerra e della brutalità di Hamas, hanno colto l’opportunità di cacciare il maggior numero possibile di palestinesi dai loro villaggi – soprattutto quelli più poveri e piccoli – in vista della grande espulsione che avverrà dopo la prossima guerra, o quella successiva.

Questa settimana ho visitato la terra di nessuno nelle colline meridionali di Hebron. Le cose non sono mai state così prima d’ora. Ogni colono è ora membro di una “squadra di sicurezza”. Ogni “squadra di sicurezza” è una milizia armata e selvaggia, autorizzata a maltrattare allevatori e agricoltori e a cacciarli via.

Sedici villaggi in Cisgiordania sono già stati abbandonati e l’espulsione continua a pieno ritmo. L’IDF sostanzialmente non esiste. Israele, che non si è mai interessato a ciò che accade in Cisgiordania, sicuramente non ne sentirà parlare ora. I media internazionali sono invece interessati: hanno capito dove si va a parare.

Dietro a tutto questo c’è la stessa arroganza israeliana che ha permesso la sorpresa del 7 ottobre. La vita dei palestinesi è vista come spazzatura. Occuparsi del loro destino e dell’occupazione è visto come un fastidio ossessivo. L’idea prevalente è che se lo ignoriamo, le cose si aggiusteranno in qualche modo.

Ciò che sta accadendo in Cisgiordania riflette uno stato di cose incredibile. Anche dopo il 7 ottobre, Israele non ha imparato nulla. Se l’attuale disastro nel sud è avvenuto dopo anni di assedio, negazione e indifferenza, il prossimo avverrà perché, dopo il precedente, Israele non ha preso sul serio gli avvertimenti, le minacce e la gravità della situazione.

La Cisgiordania geme di dolore e nessuno in Israele ascolta il suo grido di aiuto. I coloni si stanno scatenando e nessuno in Israele cerca di fermarli. Quanto possono ancora sopportare i palestinesi? Israele dovrà pagare il conto di tutto quello che succederà. Sarà un conto più o meno salato, ma in ogni caso molto sanguinoso.

https://www.haaretz.com/opinion/2023-11-16/ty-article-opinion/.premium/israels-next-surprise-is-coming-from-the-west-bank/0000018b-d4d9-df9a-ab8b-ded9c6030000
Traduzione a cura di AssoPacePalestina

3 settembre 2010 – Colloqui (forse) di pace e una segnalazione. (diariealtro.it)

17 Novembre 2023Permalink

13 novembre 2023 – La pace può costare cara_ Le voci che la ricordano devono fasi memoria collettiva

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Dalla pagina fb di Maurizio Acerbo
UN POST DA LEGGERE E CONDIVIDERE:
Ho tradotto questo articolo da The Nation Magazine e vi invito a leggerlo:
Mio fratello è stato massacrato il 7 ottobre. So che avrebbe chiesto il cessate il fuoco.
di Noy Katsman
Se l’unica giustificazione per la guerra di Israele contro Gaza fosse quella di vendicare morti come la sua, per lui sarebbe impossibile digerire la macchia morale.
Mio fratello, Hayim Katsman, è stato uno dei 31 massacrati americani in Israele il 7 ottobre. Avendo la doppia cittadinanza, Hayim si è trasferito a Holit dopo aver conseguito il dottorato a Seattle, continuando la sua ricerca sul sionismo religioso mentre serviva il kibbutz in difficoltà che amava. Il giorno degli attacchi, mio fratello ha usato il suo corpo per proteggere il suo vicino, Avital, dai proiettili in arrivo. Le ha salvato la vita.
Si potrebbe dire che Hayim è morto nello stesso modo in cui ha vissuto: sacrificando se stesso per proteggere gli altri. Insegnante, sostenitore e amico fidato delle comunità agricole palestinesi delle colline a sud di Hebron, mio ​​fratello spesso interveniva per disinnescare le tensioni con i coloni ebrei prima che degenerassero in violenza. Hayim ha prestato servizio volontario nei giardini di Rahat, una città beduina, e presso l’Academia for Equality, un’organizzazione che sostiene gli accademici palestinesi in Israele. Era anche un DJ di musica araba, sempre alla ricerca di connessioni interculturali. Mio fratello ha trascorso i suoi 32 anni radicato nella convinzione che tutta la vita – israeliana e palestinese, araba ed ebraica – è ugualmente preziosa. E non ha mai rinunciato alla speranza che un futuro più luminoso e pacifico fosse possibile per tutti.
Ho pensato molto a cosa direbbe Hayim in questo momento. Con il bilancio delle vittime a Gaza che ora supera le 10.000, so cosa si chiederebbe: tutte queste vite preziose perdute, a quale scopo? Perché se l’unica giustificazione fosse quella di vendicare morti come la sua, la macchia morale sarebbe impossibile da sopportare per mio fratello. Vorrebbe che i suoi due governi, Stati Uniti e Israele, negoziassero e attuassero un cessate il fuoco umanitario immediato – e perseguissero un percorso verso la libertà e la sicurezza per tutti – prima che sia troppo tardi.
Si suppone che il governo israeliano abbia a cuore la restituzione dei nostri circa 240 ostaggi, cosa che solo un cessate il fuoco renderebbe possibile. Ma ha smesso di ascoltare le famiglie delle vittime, come la mia. Il 28 ottobre, le famiglie dei rapiti hanno chiesto al primo ministro Benjamin Netanyahu di mediare uno scambio totale dei palestinesi incarcerati in Israele con i loro cari: “Tutti per tutti”, hanno implorato . Ma a quanto pare, il gabinetto di Netanyahu considera gli ostaggi poco più che un danno collaterale, pezzi degli scacchi nei “ giochi psicologici ” di Hamas, come ha detto il ministro della Difesa Yoav Gallant. Negoziare oltre la barriera Gaza-Israele semplicemente non è la loro priorità, anche se sono in gioco vite israeliane innocenti.
Per quanto riguarda le vite innocenti dei palestinesi, il disprezzo è ancora più sfacciato. Tra i decessi registrati finora, oltre 4.000 sono bambini di Gaza, un numero di vittime infantile in quattro settimane superiore a quello registrato in tutte le zone di conflitto del mondo in qualsiasi degli ultimi quattro anni. Gallant ha definito senza mezzi termini i suoi obiettivi militari a Gaza: “Stiamo combattendo gli animali umani… Elimineremo tutto”. A giudicare dagli sviluppi sul campo da allora – dai ripetuti attacchi aerei sui rifugiati nel campo di Jabalia a Gaza, all’uso indiscriminato e illegale del fosforo bianco nelle città densamente popolate di Gaza – la comunità internazionale deve prenderlo in parola.
L’obiettivo ufficiale di tutto ciò è distruggere Hamas con ogni mezzo necessario, per rendere Israele di nuovo sicuro. Ma questo ci rende davvero più sicuri? Per i milioni di palestinesi, circa 240 ostaggi israeliani e innumerevoli altri americani e cittadini stranieri ancora intrappolati da qualche parte tra i valichi di Erez e Rafah – circondati su tutti i lati da fuoco, macerie e cadaveri insanguinati – l’incubo è continuo ed inimmaginabile. Con ogni nuovo giorno di guerra, migliaia di vite di soldati israeliani – e, sempre più, la sicurezza dell’intera regione – sono in pericolo. Eppure, il governo israeliano deve ancora darci un’idea chiara di quale obiettivo politico spera di raggiungere.
Per la morte di Hayim e quella di altre 1.400 persone, ha detto il presidente israeliano Isaac Herzog , non è solo Hamas ma “un’intera nazione là fuori ad essere responsabile”. Mio fratello troverebbe spregevole questa logica morale. Hayim non vorrebbe mai che i palestinesi di Gaza pagassero con la propria vita per la sua vita. Sarebbe nauseato al pensiero che gli ostaggi israeliani subissero la stessa sorte che è toccata a lui. La cosa più urgente è che mio fratello avrebbe il cuore spezzato nel sapere che la sua morte ha ispirato la stessa violenza vendicativa a cui si è opposto per tutta la vita.
Hayim chiederebbe il cessate il fuoco, per riportare indietro gli ostaggi, per salvare quante più vite possibili e per avviare un nuovo processo diplomatico, con una nuova leadership da entrambe le parti, in modo che tutti, palestinesi e israeliani, possano godere di pace, sicurezza e libertà.
Che la sua memoria sia una benedizione e uno standard morale per noi da vivere e seguire.

 

13 Novembre 2023Permalink

8 novembre 2023_Una notizia che non devo dimenticare né sottovalutare

 2 novembre Bimba italiana di sei anni lascia Gaza

Una bimba italiana di sei anni questa mattina ha superato il valico di Rafah e ora è in Egitto assieme alla mamma palestinese. Si prevede che oggi altre 400 persone con passaporto straniero lasceranno Gaza, assieme a un gruppo di feriti. Intanto aumenta il numero delle vittime palestinesi: oltre 9mila secondo il ministero della Salute della Striscia, mentre gli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas sarebbero 242.

https://www.tgcom24.mediaset.it/2023/video/bimba-italiana-di-6-anni-e-la-madre-palestinese-lasciano-gaza_72244434-02k.shtml

 3 NOVEMBRE 2023  Da Gaza in Italia: la piccola Minerva e la mamma raggiungono il papà a Fiumicino

Mamma e figlia sono atterrate con l’operatore umanitario Jacopo Intini, e con sua moglie palestinese Amal. Il gruppo è riuscito ad attraversare il valico di Rafah

Minerva, la bimba italiana di sei anni, che proprio oggi festeggia il suo compleanno, con la sua mamma, palestinese, Bayan Alnayyar, e l’operatore umanitario Jacopo Intini, con sua moglie palestinese Amal, sono arrivati da Gaza questa sera in Italia. A Fiumicino il papà ha accolto con commozione la moglie e la bimba, stanca ma sorridente, un pupazzo di Minnie in mano ed un palloncino con scritto Happy Birthday. Il gruppo, che è riuscito a lasciare la Striscia attraversando il valico di Rafah, è sbarcato intorno alle 21 all’aeroporto di Fiumicino con un volo di linea Ita Airways proveniente dal Cairo. All’arrivo il gruppo è stato assistito da personale della guardia di finanza aeroportuale.

Nessun contatto con la stampa presente nella zona arrivi del Terminal 3. Nei loro volti però non c’è gioia, il pensiero è verso i cari lasciati in Palestina. «Siamo arrivati ma non posso dire che siamo felicissimi – ha detto all’arrivo Intini – i nostri pensieri sono per tre persone che sono ancora a Gaza, sotto i bombardamenti, nostri amici, colleghi e parenti. Ovviamente non credo ci sia granché da festeggiare. Sono contento che siano arrivate con noi la piccola Minerva e la mamma: felice per loro che ce l’hanno fatta. Dovevano uscire con noi da Gaza ma non è stato possibile, Ci sono riuscite il giorno successivo».

Da Gaza in Italia: la piccola Minerva e la mamma raggiungono il papà a Fiumicino – Open

8 Novembre 2023Permalink

1 novembre 2023 – Un nome alle cose: pogrom

Lettura da conservare – vedi anche  31 ottobre – Sofri

30 ottobre  2023    La Repubblica
Lo sguardo sul Male  di Ezio Mauro

Convinti di aver capito la lezione che viene dal passato, non credevamo che i nostri figli avrebbero vissuto la contemporaneità di un  pogrom,  con i tagliagole che attaccano di notte per uccidere uomini, donne e bambini inermi, colpevoli soltanto di essere ebrei e per questo giustiziati come potatori di una colpa perenne, inestinguibile.  Nel 2023 sembra di sentire la voce dei lamenti e dei  racconti in yiddish testimoniati nella letteratura dell’Europa centrorientale,  con la storia che non impara da se stessa (nonostante le fosse comuni  del genocidio nel 1995 a Srebrenica) e il male che riemerge  da ogni sconfitta, pronto a contendere il destino dell’umanità.
Ma è inutile negare che nel massacro programmato dai terroristi di Hamas abbiamo intravisto  – in diverse proporzioni e tutt’altro contesto –  la stessa scintilla dell’Olocausto con l’ebreo da annientare come perpetua e suprema missione,  fuori dal tempo e indifferente allo spazio dove si compie.
Certo la Shoah parla attraverso la sua  unicità che contiene il mistero dell’inconcepibile e fissa il limite supremo dell’abiezione: ma l’eccidio del
7 ottobre ha nel suo significato universale l’eco di quegli stessi propositi di annientamento e distruzione sul cui rigetto si è costruita la civiltà occidentale del Dopoguerra.
Proprio per queste ragioni anche il pogrom di Hamas è un uniucum dei nostri anni , e non per il numero di vittime , che resta spaventoso : ma perché i morti non sono combattenti in azioni di guerra ma bensì civili, inseguiti e uccisi nella normalità della loro esistenza quotidiana , nell’esercizio personale delle scelte autonome, nella libertà delle piccole cose che è il tessuto pratico, concreto , del modo di vivere in democrazia.  Questa caratteristica  – persone trasformate in bersaglio non per ciò che hanno fatto ma per ciò che sono, dato sufficiente e anzi dirimente nel decretarne la morte – porta l’accaduto fuori dalla dimensione della politica e addirittura oltre la morale , e ci chiede di giudicarlo semplicemente  e finalmente come una dimensione del disumano.
Il problema è che non riusciamo a tenere lo sguardo fermo sul male . Anche la morale,  troppo indaffarata e sollecitata da un mondo fuori controllo, procede per stereotipi assegnando una specifica categoria ad ogni vicenda,  e finisce per giudicare la categoria, non l’avvenimento. E’ un giudizio disincarnato, prevedibile ma meccanico, quasi automatico dunque non riflessivo, che ci consente di rimanere al riparo delle nostre convinzioni e dei nostri pregiudizi senza lasciarci investire e deviare dalla furia degli eventi incalzati alla continua metamorfosi del male: che mentre si riproduce cambia ogni volta la sua configurazione per sorprenderci, tentarci, sedurci, fino a catturarci. Tutto conferma l’indebolimento della nostra capacità di conoscere e capire, fondamento indispensabile  di qualsiasi scelta consapevole nel prendere posizione .  Il risultato  è che il giudizio del cittadino rischia di impigliarsi nei luoghi comuni gregari del pensiero egemone o nella semplificazione del controcanto populista, ottundendosi, oppure di smarrirsi soverchiato dalla portata universale dei fenomeni che deve valutare, arrendendosi..
Semplicemente, non  reggiamo il peso del reale. Senza più sovrastrutture ideologiche e culturali capaci di ingannare e consolare ma anche di decifrare e tradurre, incasellando, non sappiamo maneggiare  l’evidenza rovente di ciò che accade fuori dagli schemi costruiti per semplificarci la visione del mondo , con l’obiettivo di decantare le vicende che ci sconcertano, decontaminandole fino a banalizzarle. Rifuggiamo dalla potenza della realtà, oppure la consumiamo da semplici spettatori. Proiettandola all’esterno della nostra testimonianza  di vita, illudendoci di essere al riparo protetti dallo schermo artificiale che trasforma l’esperienza in rappresentazione, dunque intangibili.
In realtà quel che cerchiamo di evitare non è tanto la vulnerabilità ,  ma la responsabilità, cioè la coscienza di essere anche noi , dovunque siamo, parti in causa  del nuovo disordine mondiale che ci minaccia.
Ecco perché fatichiamo a chiamare il pogrom col  suo nome, nell’unico significato possibile: per mantenere una distanza  che salvi intatti i nostri equilibrismi politici  e i nostri meccanismi ideologici, evitando che la novità antica del tragico  nella sua potenza getti tutto per aria, costringendoci a ricominciare a pensare da capo per capire. Come è possibile che di fronte alla chiarezza pedagogica dell’assalto di Hamas e dell’invasione russa dell’Ucraina noi siamo incapaci di farci investire integralmente dall’accaduto, per giudicarlo nella sua essenza, passando dalla commiserazione alla condivisione? Invece procediamo per compensazione nelle colpe , per sottrazione di senso , per concatenazione di responsabilità fino a smarrire il bandolo di un giudizio e la capacità di cogliere  la portata autentica di ciò che è successo. Illudendoci in questo modo di stare nella storia mentre invece al massimo siamo dentro l’opportunismo della realpolitik.
L’esperienza italiana col progetto di eversione armata e omicida ci ha insegnato che il primo strumento di contrasto al terrorismo è sempre la capacità di chiamarlo col suo nome, senza infingimenti e ambiguità. Così non ci possono essere dubbi sulla natura di Hamas , sui suoi metodi e i suoi obiettivi,  dichiarati.  Le scelte sciagurate compiute dal governo di Israele sono un’altra cosa, fanno parte della politica e non di uno statuto di sterminio, meritano condanna e opposizione ma non possono diventare un elemento di giustificazione o un’attenuante. Anche la sofferenza e la disumanità delle condizioni di vita cui sono costretti i palestinesi a Gaza devono essere considerate dci per sé , nel loro significato che testimonia la negazione di un diritto, e valutate per questo: mentre sotto i bombardamenti la vita della popolazione civile della Striscia si riduce a semplice corollario collaterale del nemico, Hamas, senza distinguere. Abbiamo oggi l’autonomia e la libertà per capire e giudicare queste diverse realtà che ci interpellano? Non ci accorgiamo nemmeno che nel declinare l’unica vera soluzione alla crisi mediorientale infinita  -due popoli, due stati  –  noi occidentali condensiamo in una formula due distorsioni clamorose: la prima è l’affidamento della popolazione palestinese tenuta in gabbia a un’organizzazione terroristica, lasciando marcire nella corruzione e nell’inabilità l’Anp, il solo interlocutore istituzionale e politico possibile; la seconda è la noncuranza con cui ribadiamo, accanto al diritto all’autodeterminazione palestinese (che per quel popolo continua ad essere un miraggio fino a sembrare un inganno) , il diritto di Israele ad esistere: come se la sopravvivenza fosse una semplice variabile gregaria della politica, un’opzione tecnica che va  ogni volta protocollata , perché in quella parte del mondo può entrare in revoca.
Da un linguaggio così malato non può  venire alcun rimedio , perché ci rende incapaci di leggere ciò che stiamo vivendo, o di cui stiamo morendo. Finché i fatti si vendicano , soverchiandoci fuori dai nostri schemi di comodo, dove la realtà ci aspetta.

1 Novembre 2023Permalink

31 0tt0bre 2023 – Una riflessione di Adriano Sofri

31 OTT 2023  Il Foglio                                                             piccola posta
La vendetta non può essere indiscriminata     Adriano Sofri

Nessuno che guardi la giovane Shani Louk, uccisa da Hamas, e “resti umano”, come si dice, deve vergognarsi di desiderare la vendetta per Israele. Ma quello che sta accadendo a Gaza è un’ingiustizia, una violazione della legge, e prima ancora è un abuso e una perversione della vendetta

Non è vero che il perdono sia la miglior vendetta. Il perdono non ha niente a che fare con la vendetta, salvo che sia un perdono malignamente simulato, per rendere più forte il tormento del nemico. Non è vero nemmeno che la vendetta sia il contrario della giustizia. La vendetta sta fra l’ingiustizia estrema e la giustizia ideale, è insieme un passo verso la giustizia e una sua contraffazione. Si può desiderare e perseguire la vendetta meditatamente, senza vergognarsene. All’indomani del 7 ottobre, chi avrebbe osato raccomandare alla gente di Israele il perdono? (Magari in quella forma così di successo nella nostra scena quotidiana, il microfono caldo puntato contro la madre chiedendole: “E scusi, lei perdona?”). Di più, chi avrebbe osato deprecarne un desiderio di vendetta? La giustizia è una vendetta proporzionata e sottratta all’offeso per essere delegata a un’autorità, divina o terrena – e, dove c’è, a una legge e alle sue procedure – riconosciuta superiore.

Ci sono circostanze in cui la rinuncia alla vendetta appare inaccettabile e derisoria. La giustizia, in uno dei punti essenziali cui è arrivata in una parte del mondo, ripudia la pena di morte. La vendetta no, e anche in quelle parti di mondo ha bisogno della morte, e la chiama guerra. Gli israeliani che hanno esplicitamente rivendicato (è la stessa parola) la volontà di vendetta, non hanno bestemmiato. Ma la vendetta pone un problema decisivo, ancora più della giustizia: che non deve sbagliare bersaglio, nemmeno di poco. La giustizia è bendata, per non essere parziale, la vendetta ha l’occhio bene aperto, per non mancare la mira. La vendetta non può essere indiscriminata. Gaza è un’ingiustizia, una violazione della legge, ma è prima ancora un abuso e una perversione della vendetta.

Nessuno che guardi la giovane Shani Louk e “resti umano”, come si dice, deve vergognarsi di desiderare la vendetta. Israele, in molte drammatiche occasioni, aveva dilazionato la vendetta per salvare vite minacciate: ceduto al ricatto, riservandosi di farlo pagare carissimo a tempo debito. Si possono scambiare mille prigionieri per un ostaggio, diecimila per 229, e fissarsi nella memoria il nome e le facce dei ricattatori, e contare i giorni. Altra cosa, tutt’altra sproporzione, incomparabile, è quella fra 1.400 morti civili israeliani trucidati e migliaia di civili di Gaza uccisi senza colpa. Questa volta Israele è corso all’attacco indiscriminato, e a una vendetta accecata dall’offesa e dall’ira. La giustizia vuole, presume, di essere impersonale in chi la esercita, personale in chi ne è sanzionato. La vendetta, di cui oggi sento di riconoscere il valore, ha solo questo in comune col perdono, che devono ambedue essere freddi, e stare alla larga dal mucchio. (Ho scritto così, benché la vendetta scaldi il cuore ben più che la giustizia). Infine, ancora più della giustizia, la vendetta non può permettersi lo scialo di danni collaterali.

31 Ottobre 2023Permalink

31 ottobre 2023 – C’era una volta re Erode. E’ tornato a farci visita

Ha scritto Furio Honsell
Questa sera, quando forse suonerà alla mia porta qualche gruppetto di bimbi del quartiere, attratti dalla zucca sul muretto della casa, e darò loro qualche dolcetto in risposta alla domanda che mi porranno, penserò con ancora maggior dolore ai bimbi di #Gaza che, nati e cresciuti nell‘#apartheid, alla stessa ora non potranno fare altrettanto perché mortalmente esposti alla barbara rappresaglia dell’esercito israeliano in risposta alle barbarie del 7 ottobre.
Penserò anche a quei bambini invisibili in Italia a cui le norme del nostro Paese non permettono ancora di avere un nome senza che questo comporti dei rischi per i loro genitori, se irregolari.
E mi chiederò cosa ho fatto per ridurre aritmeticamente, come avrebbe detto Camus, l’ingiustizia nel mondo …
Sabato scorso ho partecipato a due presidi a Udine. Uno antifascista, promosso dall’#ANPI, dove sono intervenuto per ribadire come fascismo significhi negare i diritti degli altri e come antifascismo voglia dire all’opposto difendere i diritti degli altri. La scelta tra fascismo e antifascismo è la scelta tra abbruttimento ed emancipazione.
L’altro presidio, promosso da Ospiti in Arrivo, era invece di condanna del genocidio del popolo palestinese in corso a Gaza. Sono intervenuto per ricordare come più di un anno fa avevo organizzato a Trieste la presentazione del Rapporto di #Amnesty International ”Israel’s Apartheid against Palestinians” e di quanto scarsa fosse stata la partecipazione; ho concluso denunciando i “doppi standard” nel mondo occidentale.
I #diritti o sono di tutti oppure non sono.

Ho commentato anch’io

Sono vissuta per parecchi mesi in Cisgiordania (nel 2003 e nel 2005 ), ho visitato più volte Gaza in viaggi organizzati dalla rivista Confronti che mi hanno reso possibile l’ascolto di parti diverse anche in contraddizione fra loro.
Naturalmente avendo io fatto una scelta personale estranea alle diverse espressioni della società civile come schierata nella realtà in cui vivo mi sono resa conto di essere un cane sciolto non degno di ascolto. Quindi capisco l’avvertimento di Nabil Bahar.
So che occorre avere spalle molto larghe e che occorre vivere , con idee chiare, il rifiuto della follia dell’uso dei bambini come ‘bottino di guerra ‘ , usandone l’immagine per dar sapore a dichiarazioni appartenenti a schieramenti contrapposti
Condivido perciò totalmente la considerazione di Furio Honsell sui bambini nati in Italia e resi invisibili, cui una norma di legge dal 2009 crea ostacolo alla registrazione anagrafica.
Qui non siamo in regime militare ma la negazione dell’esistenza e della identità è guerra condotta con mezzi diversi da quelli militari..
Ringrazio perciò Furio Honsell per aver colto il significato pesante di quello che il parlamento italiano tutto e la società civile pure considerano un problema insignificante,
Secondo me ogni crepa nei fondamenti del nostro ordinamento costituzionale come si esprime nei suoi principi non è piccola cosa ma il segnale dell’inizio di un degrado di cui non sappiamo quando accelererà dando luogo a nuovi e imprevisti orrori.
31 Ottobre 2023Permalink