{"id":4287,"date":"2016-03-07T06:04:04","date_gmt":"2016-03-07T06:04:04","guid":{"rendered":"http:\/\/diariealtro.it\/?p=4287"},"modified":"2016-03-07T06:04:04","modified_gmt":"2016-03-07T06:04:04","slug":"7-marzo-2016-quando-girano-le-informazioni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/diariealtro.it\/?p=4287","title":{"rendered":"7 marzo 2016  &#8211;  Quando girano le informazioni"},"content":{"rendered":"<p>Ricevo una segnalazione dal dr. G. Pitzalis, della segreteria della Societ\u00e0 Italiana di Medicina delle Migrazioni Il percorso \u00e8 un po\u2019 complesso. Si comincia da un articolo del mensile <em>socialnews<\/em><a href=\"http:\/\/7%20marzo 2016  -  Quando girano le informazioni\"> del 2 marzo, raggiungibile con il link che trascrivo (purtroppo non posso riportare le mappe citate)<\/a><\/p>\n<p><em><em><u>http:\/\/www.socialnews.it\/le-nostre-firme\/extraeuropei-ed-ex-europei<\/u><\/em><a href=\"http:\/\/www.socialnews.it\/le-nostre-firme\/extraeuropei-ed-ex-europei\/\"><em><u>\/<\/u><\/em><\/a><\/em><\/p>\n<p><strong><em>\u00a0<\/em><\/strong>e si arriva a un numero di Limes dello scorso anno (numero 6\/2015) dove \u00e8 possibile leggere l\u2019editoriale del direttore Lucio Caracciolo, testo di straordinaria attualit\u00e0<strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Lucio Caracciolo \u201cChi bussa alla nostra porta\u201d\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>La paura dei migranti frantuma l\u2019Europa. Tornano le frontiere, si rialzano i muri. E, alla fine, ci scopriamo tutti ex Europei.<\/strong><\/p>\n<ol>\n<li>Il migrante ci smaschera. Lo straniero che approda sulle nostre sponde rompe il ritmo della quotidianit\u00e0. E l\u2019irregolare per eccellenza. Perci\u00f2 ci costringe a riflettere sulle regole della nostra vita sociale e politica. Ce ne spalanca gli abissi insondati, ce ne illumina gli angoli oscuri. Mette in questione tutto ci\u00f2 che per noi non \u00e8 questionabile. E ci espone alla pi\u00f9 radicale delle domande: chi siamo? Pur di non rispondere a tanto dolorosa interrogazione, spesso preferiamo respingere \u2013 non solo metaforicamente \u2013 l\u2019altro da noi.<\/li>\n<\/ol>\n<p>Rimuoverlo. Almeno restringerlo in un ghetto che ce lo renda invisibile. E configgerlo in una definizione di specie \u2013 \u226ail Marocchino\u226b, \u226al\u2019Afghano\u226b, \u226ail Somalo\u226b \u2013 a certificare che di fronte non abbiamo una persona, con la sua storia di vita, ma una molecola di un mondo inferiore che non vogliamo conoscere. Una razza, non un individuo. Un oggetto, non un umano. Cui imponiamo una maschera, mentre lui ce la toglie.<\/p>\n<p><strong>Di fronte al migrante diventiamo stranieri a noi stessi<\/strong>. Soli con la nostra ipocrisia cognitiva, indifferenti a riconoscerlo e ad esserne riconosciuti, perch\u00e9 \u226astraniero e colui il cui sguardo e incapace di farci provare vergogna\u226b. Sicch\u00e9 l\u2019Europa, che ieri volle alzare la fiaccola della \u226amissione civilizzatrice\u226b colonizzando spazi e anime di quegli Africani e Asiatici i cui pronipoti ne puntano oggi le terre, sembra incapace di venire a patti con la pressione di presunti alieni in fuga dalle nostre ex colonie. Se alcune centinaia di migliaia di persone \u2013 si, persone \u2013 mettono a soqquadro l\u2019ordine mentale e sociale di un continente di oltre mezzo miliardo di anime (anime?), qualcosa di essenziale non funziona nella \u201fculla della civilt\u00e0\u201d. Se, poi, il 38% degli Italiani connette i migranti ai<\/p>\n<p>terroristi e la maggioranza assoluta (51%) ne invoca il respingimento, significa che a casa nostra siamo governati dal panico. Certo non dalla politica, che da queste paure appare ipnotizzata. Tanto da farsene dirigere. Trattare con distanza analitica un tema sconvolgente, fuggendo la retorica (con annessa industria) dell\u2019umanitarismo e le scorciatoie securitarie che speculano sulla para dell\u2019altro, pu\u00f2 apparire velleitario.<\/p>\n<p>Eppure, e uno sforzo che dobbiamo a noi stessi, dopo che lo straniero in fuga da molti Sud in miseria o in fiamme che affacciano sul gi\u00e0 Mare Nostrum ci ha strappato la maschera. Perch\u00e9 una certezza l\u2019abbiamo: l\u2019ordine europeo non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 n\u00e9 potremo ripristinarlo. Le migrazioni in corso e, soprattutto, il nostro modo di rappresentarle, incrociando la lunga crisi economica che sembra sfociare in strutturale stagnazione e la decomposizione del quadro geopolitico e istituzionale accelerata dall\u2019infinita tragedia greca, marcano la fine dell\u2019idea di Europa. Non solo dell\u2019Unione Europea come (non) attore geopolitico \u2013 su cui il lettore di Limes e informato ad nauseam \u2013 ma della coscienza di essere Europei, senza di che e vano architettare un qualsiasi progetto di casa comune. Non abbiamo retto alla prova del migrante.<\/p>\n<p>Sotto la maschera che lo straniero ci ha strappato scopriamo mille identit\u00e0, dalle nazionali alle locali, opportunamente inflazionate dalla paura del diverso. <strong>Tanti volti sfigurati dalla paura<\/strong>. Ne manca uno: l\u2019Europeo. Gli Extraeuropei ci svelano ex Europei.<\/p>\n<ol start=\"2\">\n<li>Nel 1964, il settimanale tedesco Der Spiegel festeggiava in copertina Armando Rodriguez, il milionesimo Gastarbeiter, accolto nella Germania Federale con una cerimonia ufficiale a Colonia e il regalo di una motocicletta. Campione di una specie, quella del \u226alavoratore ospite\u226b, il cui prototipo potremmo rintracciare nel Protocollo italo-belga del 1946 che sanciva lo scambio fra migliaia di minatori in Vallonia e vagoni di locale carbone per noi. Oggi a nessun governante europeo salterebbe in mente di celebrare un immigrato straniero.<\/li>\n<\/ol>\n<p>Perch\u00e9 \u00e8 venuto da tempo al pettine il nodo che non sciogliemmo negli anni \u201850 e \u201860, quando in Europa le campagne si svuotavano e milioni di braccianti andavano ad alimentare industrie e servizi della ricostruzione, nel clima inebriante del miracolo economico. Quel dilemma posto con icastica sintesi dallo scrittore zurighese Max Frisch appena un anno dopo le celebrazioni per Rodriguez: \u226aCercavamo braccia, sono arrivati uomini\u226b.<\/p>\n<p>Frisch squadernava cosi l\u2019irriducibile contrasto tra capitalismo e Nazione. Tra il pi\u00f9 o meno libero flusso dei capitali e delle persone e la necessita degli Stati di identificarsi con una comunit\u00e0 di popolo, dotata di un proprio limes. Un recinto nel quale distinguere, convivendo, i nostri dagli alieni. So che nel secondo dopoguerra in Europa gli alieni eravamo noi: Portoghesi, Italiani, Greci, Spagnoli.<\/p>\n<p>Se all\u2019ingresso di un ristorante svizzero o tedesco ci si poteva imbattere in divieti \u226aai cani e agli Italiani\u226b \u2013 gli Inglesi ai quadrupedi avrebbero sommato gli Irlandesi \u2013 oggi lo stesso spirito e, talvolta, le stesse parole investono gli extracomunitari che, ad occhi xenofobi, o semplicemente impauriti, turbano il panorama umano delle nostre citt\u00e0. Stando agli etologi, che postulano l\u2019origine genetica dell\u2019imperativo territoriale, il conflitto fra uomini di dentro e forestieri e inestirpabile, immune dalla storia e dall\u2019ambiente.<\/p>\n<p>Sicch\u00e9 stabiliscono, con Robert Ardrey, che \u226al\u2019uomo \u00e8 animale territoriale quanto un tordo ripetitore che canta in una chiara notte californiana\u226b. E \u226aquando ognuno di noi difende con tenacia l\u2019appartenenza alla sua terra o la sovranit\u00e0 del proprio Paese lo fa per motivi non meno innati (\u2026) delle pi\u00f9 basse specie di animali\u226b.<\/p>\n<p>Eccesso di determinismo, probabilmente. Resta il dramma del migrante, che subisce e incarna nella propria persona il conflitto fra le necessita dei ricchi Paesi europei \u2013 nei quali e chiamato a riempire i vuoti prodotti dalla declinante demografia e dall\u2019indisponibilit\u00e0 dei cittadini \u226adi ceppo\u226b a svolgere mansioni faticose, pericolose, sporche \u2013 e le loro pulsioni razziste. Il termine \u226arazzismo\u226b puo infastidire. Sicch\u00e9 tendiamo a circumnavigarlo consapevolmente, surrogando con il meno impegnativo \u226axenofobia\u226b, o inconsapevolmente, discettando di \u226amulticulturalismo\u226b (in Italiano: ogni razza al suo posto).<\/p>\n<p>Ma dopo l\u201911 settembre, e in coincidenza con gli attentati jihadisti che continuano a scuotere il continente e le sue periferie, le avanguardie dell\u2019apartheid mietono successi elettorali e d\u2019immagine in quasi tutti i Paesi europei. A decretare il fallimento delle velleit\u00e0 di integrazione, se non di assimilazione, che correvano sotto la pelle dell\u2019Europa occidentale al tempo della guerra fredda. Quando l\u2019idea di Europa \u2013 pur nella vaghezza o, forse, grazie ad essa \u2013 aveva libero corso. Grazie, appunto, al carattere occidentale di quella formazione geopolitica.<\/p>\n<p>Pigmento culturale ormai disperso. <strong>Eravamo il continente del Muro, oggi lo siamo dei muri fisici e mentali che dividono questo spazio frastagliato dai cinquanta e pi\u00f9 Stati, staterelli e terrae nullius <\/strong>che i geografici russi avevano ragione di appellare Asia Anteriore. E se prima dell\u2019\u201989 la radice della partizione poteva parere ideologica, le molte fratture attuali sono figlie della paura dell\u2019altro. Del migrante.<\/p>\n<p>Contro di loro si ergono barriere vigenti \u2013 tra Grecia e Turchia, tra Bulgaria e Turchia, tra Spagna africana (Ceuta e Melilla) e Marocco \u2013 o in costruzione, come l\u2019annunciato muro tra Ungheria (il Paese che per primo apri uno squarcio nella cortina di ferro) e Serbia. La nostra ipocrisia cognitiva, per cui ci rappresentavamo svettanti al di sopra della mischia universale in quanto spazio civile, segnacolo di pace, Democrazia, progresso, modello di convivenza e di tolleranza, e stata smascherata nel termine di una generazione da due treni di paura: lo spettro dell\u2019invasione slavo\/albanese, nei primi anni \u201890, e il timore della penetrazione arabo\/islamica, degli inizi del secolo.<\/p>\n<p>Per fedelt\u00e0 alla retorica europeista, rispondemmo con gli accordi di Schengen, entrati in vigore nel 1995, che ormai includono quasi l\u2019intero ambito comunitario e oltre. Li servimmo al pubblico sotto specie di apertura delle frontiere interne, mentre si trattava di chiudere quelle esterne, affidandone la guardia (a titolo gratuito, s\u2019intende) ai Paesi di frontiera, tra cui il nostro. Equivoco che ha contribuito ad eccitare la reazione alla corrente crisi, spacciata per invasione di orde migratorie che minaccerebbero la nostra civilt\u00e0 e obbligherebbero a rintanarci nella Fortezza Europa, opportunamente decurtata d\u2019ogni ponte levatoio. E siccome le invasioni esistono per il solo fatto che le crediamo tali, sar\u00e0 opportuno indagarne origini, profili, conseguenze.<\/p>\n<p>A partire, per quanto possibile, dai dati di realt\u00e0.<\/p>\n<ol start=\"3\">\n<li>Allarghiamo lo sguardo al mondo. Con un\u2019avvertenza: <strong>ogni tentativo di incasellare i flussi migratori in ordinate tabelle e in tipologie perfette \u00e8 alquanto approssimativo, quando non arbitrario<\/strong>. Masse umane che si muovono sotto i radar delle polizie (e dei demografi) non possono essere identificate con qualche certezza. E le categorie giuridico-scientifiche che intendono fermare i gia incerti dati in contenitori statistici lasciano il tempo che trovano. Sia perch\u00e9 le definizioni variano di Paese in Paese \u2013 il mio \u226airregolare\u226b pu\u00f2 essere il tuo \u226aregolare\u226b \u2013 sia, soprattutto, per la difficolta di discernere le motivazioni che spingono gli individui a muoversi.<\/li>\n<\/ol>\n<p>Tracciare una linea per distinguere il profugo dal migrante economico e operazione spesso abusiva.<\/p>\n<p>Massimo Livi Bacci fissa proprio nella mutazione e nella mescolanza dei fattori di spinta e di attrazione dei popoli in movimento la tendenza della \u226aquarta globalizzazione\u226b in corso. Nel pianeta dai sette miliardi di anime, che le proiezioni immaginano diventare almeno nove di qui alla meta del secolo, il fenomeno migratorio ostenta globalmente quattro tendenze.<\/p>\n<ol start=\"2\">\n<li>A) <strong>Cresce l\u2019universo degli umani che vivono in un Paese diverso da quello di nascita<\/strong>: erano 154 milioni nel 1990, mentre nel 2013 se ne contavano 232 milioni. Anno nel quale i migranti rappresentavano il 3,2% della popolazione mondiale (contro il 2.9% di tredici anni prima). Due Paesi da soli ricevevano, nel 2013, un quarto dei migranti internazionali: Stati Uniti d\u2019America e Federazione Russa. Seguiti dalla Germania, con l\u2019Italia all\u2019undicesimo posto.<\/li>\n<li>B) <strong>Si espande la famiglia di coloro i quali sono stati costretti a fuggire dalla terra d\u2019origine in cerca di salvezza altrove<\/strong>. I profughi erano quasi 60 milioni nel 2014, in teoria la ventiquattresima Nazione al mondo: 8,3 milioni pi\u00f9 dell\u2019anno precedente, aumento mai registrato prima (carte 1 e 2). Il loro numero si aggirava intorno ai 40 milioni nei primi dieci anni del secolo, salvo impennarsi nell\u2019ultimo quadriennio soprattutto a causa dei nuovi conflitti nel Levante siriano, in Ucraina, in Nordafrica e nel Sahel. Gli apolidi sono stimati intorno ai dieci milioni.<\/li>\n<li>C) Se le direttrici di flusso Sud-Nord e Sud-Sud rappresentano ciascuna poco pi\u00f9 di un terzo delle migrazioni globali, a ricevere la massa dei rifugiati sono all\u201986% Paesi \u226ain via di sviluppo\u226b (leggi: poveri), tra cui i \u226ameno sviluppati\u226b (leggi: poverissimi) ne accolgono il 25%. Il principale Paese di ricezione delle persone in fuga dalla guerra e dall\u2019oppressione e la Turchia (1,59 milioni), seguita da Pakistan, Libano, Iran, Etiopia e Giordania. I tre massimi produttori di profughi sono Siria (3,88 milioni), Afghanistan e Somalia. L\u2019Africa e, dopo l\u2019Oceania, il continente che produce meno emigrazione, non perch\u00e9 scarseggiano i candidati alla fuga da guerra e miseria, ma per carenza del denaro necessario.<\/li>\n<\/ol>\n<p>L\u2019invasione dei profughi e, anzitutto, un dramma interno al Sud del mondo, alla Caoslandia nella quale si concentrano miseria, conflitti armati, traffici clandestini, epidemie e carestie (carta a colori 1). <strong>Gli ingredienti per le guerre fra poveri ci sono tutti. <\/strong>Da dove i migranti sono doppiamente vittime: perch\u00e9 fuggono dagli incendi bellici e perch\u00e9 maltrattati o respinti dai Paesi nei quali cercano scampo.<\/p>\n<ol>\n<li>D) <strong>L\u2019esplosione delle migrazioni forzate ha una primaria radice geopolitica: la decomposizione degli Stati post-coloniali fra Medio Oriente, Africa ed Europa sud-orientale. <\/strong>Fenomeno recente, rivelato dalle \u226aprimavere arabe\u226b e dalle controrivoluzioni in partenza dal Golfo (Arabia Saudita e dintorni), con epicentri nel Siraq (carta 3) \u2013 cio che residua della partizione franco-britannica del Levante e della Mesopotamia ottomana \u2013 nel Sahel, cuore dell\u2019ex impero africano di Parigi, e nell\u2019Ucraina, dove sono in gioco le sorti della Russia e della sparsa famiglia euro-atlantica. Secondo la discutibile classificazione degli \u226aStati fragili\u226b compilata dal Fund for Peace, i Paesi il cui indice d\u2019instabilit\u00e0 \u00e8 maggiormente peggiorato tra 2014 e 2015 sono, infatti, tutti pertinenti ai tre citati ambiti: nell\u2019ordine, Ucraina, Libia, Siria, Russia e Mali (carta a colori 2).<\/li>\n<li>In questo contesto possiamo meglio intendere i flussi verso l\u2019Europa.<br \/>\nIl nostro continente si e trasformato, nel giro di un secolo, <strong>da soggetto colonizzatore in obiettivo privilegiato di rilevanti quote dei suoi ex colonizzati<\/strong>. In particolare, dal fatidico 1990, discrimine fra l\u2019ordine della guerra fredda e il non troppo creativo disordine seguente, lo stock migratorio (stranieri piu persone nate fuori del Paese di residenza) e cresciuta della meta, sicch\u00e9 oggi comprende un abitante ogni dieci Europei (Tabella 1).<br \/>\nQuota certamente digeribile altrove, dove la mobilit\u00e0 \u00e8 un valore, meno nella pancia ricca del Vecchio Continente, dove si onora la stanzialit\u00e0 e i pregiudizi razzisti, radicati nella storia, sono acutizzati ad ogni emergenza. Specie se lo straniero e Musulmano o, comunque, proveniente da culture che noi facilmente associamo all\u2019alterit\u00e0, alla minaccia. Vige tuttora il paradigma mentale fissato dopo la Seconda Guerra Mondiale dalla britannica Royal Commission on Population: \u226aL\u2019immigrazione su larga scala in una societ\u00e0 pienamente stabilita come la nostra sar\u00e0 benvenuta senza riserva solo se gli immigrati sono di buon ceppo umano e non impediti dalla loro religione o razza da contrarre matrimoni con la popolazione locale e mescolarsi ad essa\u226b.<\/li>\n<\/ol>\n<p>La refrattariet\u00e0 al migrante esaspera le conseguenze della massima pressione migratoria che abbia mai investito l\u2019Unione Europea. Questa si concentra sui crocevia fra Africa\/Asia ed Europa, dallo Stretto di Gibilterra al Canale di Sicilia al fiume Evros, munita frontiera tra Turchia e Grecia (carta 4).<\/p>\n<p><strong>Il Mediterraneo \u00e8 lo spartiterre, l\u2019Italia la principale passerella fra i migranti e il loro obiettivo privilegiato, l\u2019Europa centro-settentrionale<\/strong>. Attraversando acque e terre euro-mediterranee, dal 2000 ad oggi almeno 1.200.000 \u226airregolari\u226b hanno bussato alle porte dell\u2019Europa. Nel 2014 furono 280.000, quest\u2019anno, forse, di pi\u00f9. I profeti di sciagura annunciano che presto si metteranno in movimento anche le 6-700.000 anime concentrate nei campi della Tripolitania. Nelle traversate arrischiate su barche e gommoni di fortuna gestiti dai trafficanti di esseri umani \u2013 spesso con la complicit\u00e0 delle autorit\u00e0 locali, ma anche di mafie e imprenditori di casa nostra a caccia di<\/p>\n<p>braccia da sfruttare \u2013 sono morte, nell\u2019ultimo quindicennio, almeno 25.000 persone: <strong>il Mediterraneo \u00e8 la pi\u00f9 grande fossa comune del pianeta<\/strong>. Il transito avviene attraverso i corridoi sud-nord gi\u00e0 sperimentati dai mercanti di droga, armi, sigarette o pietre preziose. Si tratta, quasi sempre, delle antiche carovaniere, a spezzare le quali le potenze coloniali si dedicarono nell\u2019\u20198-900, tracciando con squadra e righello confini insensati, intenibili. Qui trafficanti e Jihadisti si mescolano volentieri, quando non coincidono. Il viaggio pu\u00f2 durare anni e implica l\u2019investimento di migliaia di dollari da centellinare tappa dopo tappa tra passeurs, poliziotti e miliziani che si frappongono fra migrante e meta. Un affare complessivo da svariati miliardi che lega economie informali e circuiti legali, criminali africani ed aziende europee che investono in lucrose meraviglie dell\u2019ingegneria elettronica e militare per filtrare i flussi, tra cui nasi artificiali (sniffers) dotati di selettivo olfatto in grado di snidare i \u226aclandestini\u226b compressi nei camion dei contrabbandieri.<\/p>\n<p>Tre sono i percorsi pi\u00f9 battuti dai migranti transmediterranei: l\u2019occidente, il centrale e l\u2019orientale (carte a colori 3 e 4). Cinghie di trasmissione estese per migliaia di chilometri che trasportano uomini, donne e bambini (molti non accompagnati) dal cuore dell\u2019Africa nera e dall\u2019Asia occidentale fino a Berlino, Parigi, Stoccolma o verso rifugi improvvisati e provvisori ovunque possibile.<\/p>\n<p>I tre corridoi meridionali attingono ai rispettivi bacini privilegiati: Africa occidentale, Centrafrica e Corno d\u2019Africa, Levante siriano. Il primo afferisce ai territori compresi fra Senegal, Guinea, Mali, attraversa Mauritania e Marocco per sfociare in Spagna. Nel secondo incrociamo genti in marcia da Camerun, Nigeria, Repubblica Centrafricana miranti alla piattaforma dei porti tripolitani (Zuw\u0101ra, Z\u0101wiya, Tripoli, Sabrata) o cirenaici (Bengasi) da dove affrontano la traversata verso l\u2019Italia. Anche il terzo fronte investe gli sbocchi libici, muovendo, pero, da Uganda, Kenya, Somalia, Eritrea, Etiopia, Sud Sudan e Sudan, avendo raccolto anche parte dei profughi sfuggiti alla mattanza siro-irachena \u2013 dei quali un\u2019altra, montante quota bussa, invece, al confine turco-greco per investirei Balcani puntando, via Serbia, all\u2019Ungheria.<\/p>\n<p>Speciale attenzione merita l\u2019asse sud-nord che collega, via Niger, la Nigeria settentrionale, terra d\u2019elezione della guerriglia di Boko Haram, al Fezzan libico, deserto di nessuno dove, dopo la caduta di Gheddafi, spadroneggiano milizie claniche, narcojihadisti e altri gestori del mercato delle migrazioni. Siamo in pieno Sahel, baricentro continentale semiarido tra Sahara e savane meridionali, esteso dal Senegal al Sudan. La fascia forse pi\u00f9 misera del continente, sconvolta da ricorrenti siccit\u00e0. Ricca, pero, di minerali strategici, come l\u2019uranio, cui attingono soprattutto Francia e Cina. Povera di strutture statali funzionanti, surrogate da precarie forme di autogoverno comunitario e\/o per bande, nel contesto di un\u2019economia predatoria fondata sul contrabbando d\u2019ogni genere e merce, per il cui controllo infuriano conflitti locali e regionali nei quali prolifera il jihadismo. Strabordante di giovent\u00f9 senza orizzonti: la maggioranza della popolazione ha meno di 18 anni. Serbatoio inesauribile di potenziali ed effettivi migranti, molti dei quali confluiscono verso lo hub nigeriano di Agadez, capitale informale dei traffici nordafricani, porta d\u2019ingresso verso il Fezzan e i porti mediterranei dell\u2019ex Libia. Qui si gioca molto del nostro futuro di Italiani ed Europei.<\/p>\n<p>Se ai giovani di questa vasta regione in rapida crescita demografica (+3% all\u2019anno) \u2013 analogamente al complesso dei Paesi africani, che dovrebbe superare il miliardo e mezzo di abitanti entro il 2030 e toccare i due miliardi attorno al 2050 \u2013 non sar\u00e0 offerto un ambiente sociale, economico e politico consono alle loro crescenti aspettative, nemmeno asserragliandoci dietro chiss\u00e0 quali fortificazioni potremo fermarne la pressione. Valga il monito di un ragazzo di Kano, nella Nigeria del Nord: \u226aNon ho soldi, ne lavoro, ne istruzione. Non posso avere una casa, ne formare una famiglia, non credo nello Stato, non credo in niente e nessuno. Prego Dio di lasciarmi andar via o di darmi un\u2019arma per combattere\u226b.<\/p>\n<ol start=\"5\">\n<li>Angela Merkel non ama l\u2019enfasi. Quando stabilisce che \u226ala questione migratoria e la sfida piu grande per l\u2019Unione Europea che io abbia mai visto da quando sono in carica\u226b va presa sul serio. Ma seria non e la risposta europea. Siamo un continente, non uno Stato. Di fronte alla crisi migratoria, ognuno difende il suo particulare. <strong>I Ventotto rinnegano gli ideali umanitari ricamati nelle Convenzioni internazionali, nelle Costituzioni e nelle Leggi che li declinano<\/strong>. Di questi tempi, i visti regolari per lo spazio Schengen sono rari come i quadrifogli nel Sahara. E, anzich\u00e9 assicurare protezione ai richiedenti asilo che ne avrebbero diritto, offrendo loro mezzi decenti per raggiungerci e integrarsi, li rigettiamo nell\u2019indefinita mischia degli \u226airregolari\u226b, esponendoli all\u2019arbitrio di sommarie selezioni. Ognuno con metodi e procedure differenti. <strong>I profughi non nascono illegali, siamo noi a renderli tali. <\/strong>Attraverso un meccanismo perverso, nel quale siamo tutti perdenti (tabella 2). Il principio e quello del beggar-thy-neighbor. Volgarmente: scaricabarile.<\/li>\n<\/ol>\n<p>In politica economica si configura come svalutazione competitiva per conquistare quote di mercato nel commercio internazionale. Nella geopolitica delle migrazioni diventa scaricamigrante. Le regole di questo sport sono iscritte nel Regolamento europeo di Dublino, in base al quale la richiesta d\u2019asilo dev\u2019essere valutata dal primo Paese dell\u2019Unione Europea in cui il fuggiasco mette piede. Incrociando la norma con la geografia, poich\u00e9 i flussi procedono dalle latitudini inferiori alle superiori, gli Stati comunitari dotati di confini con lo spazio mediterraneo, in primo luogo Italia, Grecia e Spagna, sono esposti all\u2019onere di soccorrere e gestire i migranti. E ad accollarsi l\u2019arduo compito di selezionare coloro i quali, in quanto rifugiati, potranno insediarsi a casa loro. Salvo espellere gli altri verso il Paese di origine, se identificato \u2013 in diversi casi, l\u2019equivalente della condanna a morte \u2013 o lanciarli nell\u2019orbita della fuga infinita da una terra all\u2019altra, inchiodandoli alla clandestinit\u00e0 permanente.<\/p>\n<p>Risultato: procedendo da nord a sud, ogni socio comunitario, Schengen o non Schengen, cerca di costringere il vicino meridionale a custodire nei suoi centri di detenzione \u2013 eufemisticamente battezzati d\u2019accoglienza \u2013 i richiedenti asilo e, con essi, il maggior numero possibile di irregolari. Siccome le armi della persuasione non funzionano, si mette mano al ventaglio di rappresaglie. Ad esempio, noi Italiani riduciamo al minimo la sorveglianza nei centri di contenimento dei richiedenti asilo, noti in gergo come hot spots, spingendoli verso l\u2019agognato Nord, dove possono sperare in un welfare invidiabile. Oppure, i settentrionali offrono soldi ai vicini meridionali: tot milioni per tot migranti riportati a casa tua. Ci hanno provato i Francesi con noi, offrendoci fino a cinquecento milioni di euro, rifiutati, dopo qualche incertezza, in un impeto di orgoglio cisalpino. Partecipano al torneo anche le regioni italiane, con Veneti, Lombardi, financo Valdostani, a determinare che la loro barca e piena, restassero quindi gli sgraditi ospiti aggrappati al tacco dello Stivale.<\/p>\n<p>La partita ha i suoi ambiti esoterici fra le mura dell\u2019eurocrazia brussellese, nelle risse verbali dei Consigli europei e nella diplomazia bilaterale segreta fra scaricanti, attenti agli umori del proprio pubblico, meno al destino degli scaricati. E ha la sua poco commendevole messa in scena da Calais alla Sicilia via Ventimiglia.<\/p>\n<p>Con file di poliziotti schierate lungo i famosi confini aperti dell\u2019Unione Europea a proteggerli dagli irregolari che cercano di penetrarli. In attesa che almeno parte di questa massa umana possa essere ripartita, pro-quota, tra i soci umanitari. Ma l\u2019idea della Commissione Europea, sostenuta dall\u2019Italia, sembra essere destinata ad arenarsi di fronte alla resistenza di Francesi e nordici, che non vogliono sentir parlare di obbligatoriet\u00e0 di un onere per loro intollerabile. Ai Paesi euro-mediterranei non resta che rivalersi sui vicini extracomunitari. Lo scaricamigrante procede allora verso la quarta sponda. Il migrante va rispedito, accompagnato, se necessario, da congruo indennizzo monetario. Torner\u00e0, cosi, al mittente verso le piattaforme di lancio: Libia, Tunisia, Egitto\u2026 Le quali sono, pero, in tale stato di disordine da rinunciare volentieri all\u2019indennizzo pur di non essere sopraffatte dai migranti di ritorno. Nessuno ama ridursi a Stato cuscinetto del vicino. <strong>Il destino di centinaia di migliaia di \u00abirregolari\u00bb in attesa di giudizio sembra inchiodarli in fatiscenti strutture prossime ai punti di sbarco. <\/strong>Universo concentrazionario che richiama tristi memorie. L\u2019ultima cartuccia europea si configura come spedizione navale contro i trafficanti. Sotto la burocratica sigla Eunavfor Med e partita la missione \u2013 oggi aeronavale, domani, forse, estesa a forze speciali \u2013 per colpire le reti dei sensali di carne umana che infestano il Mediterraneo. A guidarla, l\u2019orgoglio della nostra Marina, la portaerei Cavour. Dopo aver girato il mondo come una fiera galleggiante, ad esibire primizie e meraviglie del Belpaese, la nostra ammiraglia assume il comando di un\u2019operazione che si propone di mettere fuori combattimento ferrivecchi e gommoni gonfiabili adibiti dai trafficanti al traghettamento dei loro bagagli umani dal Nordafrica al vecchio Continente. Gli stessi ideatori dell\u2019impresa ammettono di non saper bene come procedere, forte essendo il rischio di affondare il naviglio nemico con il suo carico di innocenti. Siamo finiti dentro un ingranaggio distruttivo. Per fermarlo sarebbe necessario un soprassalto di solidariet\u00e0 europea. La UE non diventer\u00e0 Stato, certo, ma vorr\u00e0 almeno concordare un approccio comune, ripartendo non troppo iniquamente sulle spalle degli uni e degli altri un carico comunque sopportabile.<\/p>\n<p>Ma chi, oggi, si sente di scommettere sullo spirito europeo?<\/p>\n<ol start=\"6\">\n<li>Jacques Delors, presidente della Commissione Europea quando questa contava qualcosa, sosteneva che l\u2019Europa avanza mascherata. Vero il contrario. Dopo aver indossato ogni possibile mascheratura \u2013 verso l\u2019esterno, nell\u2019illusione di apparire agli altri migliori di quanto siamo, ma anche per impedire a noi stessi di capire qualche \u226amostro buono\u226b avessimo allestito in nome dell\u2019Europa \u2013 scopriamo di stare rapidamente arretrando. Non nella direzione di irriproducibili passati, ma verso l\u2019ignoto. Per ora sappiamo solo che non sar\u00e0 l\u2019unificazione politica sognata dai padri fondatori. Semmai, qualcosa di simile al suo opposto: la riproduzione di barriere culturali, economiche, financo fisiche, fra gli Stati esistenti e le loro eventuali gemmazioni (Catalogna, Fiandre, Scozia). Forse, ancora per conto della mitica Europa, a salvare i \u226averi\u226b Europei dal contagio dei \u226afalsi\u226b. La geopolitica continentale corre su un piano inclinato. Chi e troppo prossimo alla frontiera di Caoslandia minaccia di precipitarvi. Italia compresa. Chi si considera paradigma di virt\u00f9 difende con unghie e denti i privilegi che si e conquistato per restare nell\u2019emisfero della pace e del relativo benessere. A cominciare dalla Germania. Alcuni pensano o temono l\u2019avvento dell\u2019Europa tedesca. Pensieri e timori impropri. Il metro di Berlino non \u00e8, n\u00e9 sar\u00e0 mai, il paradigma dell\u2019Europa. Perch\u00e9 di Europe, nel pur modesto spazio di questa penisola asiatica, ve ne<\/li>\n<\/ol>\n<p>sono sempre state molte, e altre se ne stanno (ri)formando. E perch\u00e9 la geopolitica tedesca, figlia irriflessa della sua ideologia economica, si nutre dell\u2019ambiente nel quale vive e prospera, assorbendone le risorse senza ripartirne i profitti fra i soci. Esporta deflazione mentre assorbe liquidit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>Per restare stabile, produce e riproduce instabilit\u00e0. <\/strong>Almeno finche questa non la toccher\u00e0. Allora si scoprir\u00e0 circondata da vicini in tempesta. E domarli, per salvarsi, sar\u00e0 molto pi\u00f9 difficile. Meccanismo semiautomatico, del quale gli stessi leader tedeschi non sono pienamente consapevoli. Il dramma dei migranti e l\u2019eurotragedia greca sono (anche) figlie di questa compulsione. Il rifiuto nordico della ripartizione dei profughi per quote calibrate equivale all\u2019orrore di quegli stessi attori per la Transferunion, ovvero l\u2019unico modo in cui una sana unione monetaria pu\u00f2 funzionare: per trasferimenti solidali e intelligenti, nell\u2019interesse del sistema, non della sua pur dominante parte.<\/p>\n<p>Altrimenti, dall\u2019euro scaturir\u00e0 il Neuro, divisa riservata alla sfera geoeconomica germanica. E il rifiuto del migrante, declassato a clandestino, dara nuovo slancio all\u2019edilizia muraria \u2013 settore che s\u2019immaginava in crisi dopo l\u2019\u201989 \u2013 ulteriormente selezionando il corpo del Vecchio Continente. Amavamo discettare di \u226aEuropa gentile\u226b. Scopriamo che la nostra gentilezza e carica di aggressivit\u00e0, del genere prodotto dai temperamenti ossessionati dall\u2019ordine. Forse l\u2019Unione Europea sopravvivr\u00e0 a noi stessi, scheletro senz\u2019anima. Avremo la delicatezza di smettere di chiamarla Europa?<\/p>\n<p><strong>Lucio Caracciolo<\/strong>, <em>direttore di Limes<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ricevo una segnalazione dal dr. G. Pitzalis, della segreteria della Societ\u00e0 Italiana di Medicina delle Migrazioni Il percorso \u00e8 un po\u2019 complesso. Si comincia da un articolo del mensile socialnews del 2 marzo, raggiungibile con il link che trascrivo (purtroppo non posso riportare le mappe citate) http:\/\/www.socialnews.it\/le-nostre-firme\/extraeuropei-ed-ex-europei\/ \u00a0e si arriva&nbsp; <a href=\"https:\/\/diariealtro.it\/?p=4287\" title=\"Read more 7 marzo 2016  &#8211;  Quando girano le informazioni\">Read more &raquo;<\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[5,7],"tags":[29,31],"class_list":["post-4287","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-cronache","category-migranti","tag-informazione","tag-istituzioni"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/diariealtro.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/4287","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/diariealtro.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/diariealtro.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/diariealtro.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/diariealtro.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=4287"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/diariealtro.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/4287\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":4289,"href":"https:\/\/diariealtro.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/4287\/revisions\/4289"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/diariealtro.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=4287"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/diariealtro.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=4287"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/diariealtro.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=4287"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}