{"id":4647,"date":"2016-10-11T13:24:58","date_gmt":"2016-10-11T13:24:58","guid":{"rendered":"http:\/\/diariealtro.it\/?p=4647"},"modified":"2016-10-11T13:24:58","modified_gmt":"2016-10-11T13:24:58","slug":"11-ottobre-2016-migrazioni-chi-va-e-chi-viene","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/diariealtro.it\/?p=4647","title":{"rendered":"11 ottobre 2016  &#8211; Migrazioni: chi va e chi viene"},"content":{"rendered":"<p><em>Ricopio\u00a0questo articolo di Max Mauro scrittore friulano, docente di Studi sullo Sport (Sport Studies) alla Southampton Solent University, Inghilterra. E\u2019 stato pubblicato su \u00a0Il Manifesto del 27 Settembre. <\/em><\/p>\n<p><strong>Lucrative contraddizioni dello sport moderno<\/strong><\/p>\n<p>La partecipazione di una squadra di rifugiati alle Olimpiadi di Rio ha catturato l\u2019attenzione dei mezzi di informazione di buona parte dell\u2019Occidente. Pi\u00f9 d\u2019uno, senza troppa fantasia, l\u2019ha definita \u00abuna grande storia olimpica\u00bb. Tutto ci\u00f2 \u00e8 comprensibile se si tiene a mente che tra princ\u00ecpi del movimento olimpico vi \u00e8 quello di \u00abcontribuire alla costruzione di un mondo migliore e pi\u00f9 pacifico educando la giovent\u00f9 per mezzo dello sport, praticato senza discriminazioni di alcun genere\u00bb (articolo 6 della Carta Olimpica). Nel sogno delle Olimpiadi, lo sport viene inteso come massima espressione degli ideali universali di uguaglianza e inclusione sociale. Nel presentare l\u2019iniziativa, il presidente del Comitato Olimpico Internazionale, Thomas Bach, aveva sottolineato l\u2019ambizione che il Team Rifugiati potesse rendere il mondo pi\u00f9 consapevole della crisi dei rifugiati.<\/p>\n<p>Le poche voci critiche hanno puntato l\u2019attenzione sulla visibile contraddizione di una comunit\u00e0 internazionale che, particolarmente in Europa, nega i diritti all\u2019accoglienza dei rifugiati costruendo muri, attaccando navi disarmate cariche di disperati e organizzando rimpatri coattivi di minori non accompagnati, mentre invita alcuni \u201cfortunati\u201d a partecipare al pi\u00f9 spettacolare festival dello sport.<\/p>\n<p>I rappresentanti dello sport mondiale potrebbero facilmente difendersi da questo tipo di critica adducendo che lo sport non pu\u00f2 risolvere i problemi della politica internazionale. Al massimo, come in questo caso, pu\u00f2 offrire un palco da cui lanciare un messaggio. Quante volte si \u00e8 sentito dire che lo sport \u00e8 solo sport e non deve mescolarsi alla politica? Suona semplice, quasi ovvio, anche se ormai nessuno pu\u00f2 negare le ingombranti implicazioni politiche, diplomatiche e finanziarie dei mega eventi sportivi. Gli esempi di Pechino 2008, Sochi 2014, di Rio 2016, senza dimenticare ovviamente la Coppa del Mondo di calcio del 2014, sono difficili da digerire per i sostenitori dello \u00absport per lo sport\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Altro che egualitario e inclusivo<\/strong><\/p>\n<p>Proviamo tuttavia a spostare l\u2019attenzione proprio su questo terreno. Lo sport \u00e8 veramente inclusivo ed egualitario come il presidente del Comitato olimpico internazionale vorrebbe farci credere? Purtroppo, la realt\u00e0 sembra affermare il contrario. Nel corso della loro storia, gli sport moderni hanno sviluppato regole sempre pi\u00f9 dettagliate per definire i limiti di partecipazione e accesso alla pratica sportiva. Queste regole riflettono il disegno organizzativo dello sport moderno, fondato sullo Stato-nazione. Pochi rammentano che la prima edizione delle moderne Olimpiadi, che si svolsero ad Atene nel 1896, era una competizione tra atleti individuali, non tra \u201cnazioni\u201d.<\/p>\n<p>Non fu cos\u00ec a lungo, perch\u00e9 gli Stati, in primis quelli fascista e nazista, e pi\u00f9 tardi quelli del blocco sovietico, capirono l\u2019importanza del successo sportivo per guadagnare prestigio internazionale e rendere pi\u00f9 coese le precarie entit\u00e0 immaginate come \u201cnazioni\u201d. Lo Stato-nazione \u00e8 la cifra definitoria della partecipazione sportiva.<\/p>\n<p>\u00c8 attraverso l\u2019appartenenza a uno Stato, il meccanismo allo stesso tempo fluido e restrittivo della cittadinanza, che un diritto universale quale lo sport (citando nuovamente la Carta Olimpica) diventa nei fatti un diritto esclusivo del cittadino. Emerge cos\u00ec la grande contraddizione delle democrazie occidentali segnalata da Hanna Arendt e Carl Schmitt e acutamente attualizzata da Giorgio Agamben: non esistono, se sono mai esistiti, diritti universali, solo diritti del cittadino. Come in altri casi, lo sport riflette e amplifica questa contraddizione. Le organizzazioni sportive<\/p>\n<p>internazionali e nazionali non possono concepire se non come un\u2019eccezione spettacolare e fatua l\u2019idea di concorrenti che non rientrino tra le categorie della nazione contro altre nazioni. Come sarebbero altrimenti vendibili eventi quali le Olimpiadi o la Coppa del Mondo di calcio? La stretta sinergia tra detentori dei diritti televisivi, sponsor e organizzazioni sportive ha creato un\u2019industria enormemente lucrativa che non pu\u00f2 prescindere da questo stato di cose.<\/p>\n<p><strong>Categorizzare ed escludere<\/strong><\/p>\n<p>Il caso pi\u00f9 evidente \u00e8 offerto dal calcio, lo sport pi\u00f9 popolare. Le norme Fifa per il tesseramento dei minori definisce almeno tre regimi di accesso alla pratica sportiva: cittadini nazionali, cittadini Ue, cittadini non-Ue. Diversi regimi comportano diversi termini di accesso, tipologie e numeri di documenti di identificazione da presentare, e tempi di valutazione delle domande di iscrizione. Nonostante approcci pi\u00f9 o meno inclusivi adottati dalle diverse federazioni nazionali, questo \u00abregime dei confini\u00bb \u2013 mutuando Sandro Mezzadra e Brett Neilson \u2013 della partecipazione sportiva, ha prodotto una quarta categoria di minori: coloro che non appartengono a nessuna delle altre tre. Sono minori non accompagnati, rifugiati, <em>sans papier<\/em>, <em>undocumented<\/em>, possessori di permessi umanitari temporanei, e le varie altre categorie di migranti create dalle democrazie occidentali per definire l\u2019\u00abaltro\u00bb che si trova all\u2019interno dei loro confini. Un modo per categorizzare e, allo stesso tempo, escludere.<\/p>\n<p>L\u2019Associazione studi giuridici dell\u2019immigrazione (Asgi) da tempo denuncia il fatto che la Federazione italiana giuoco calcio (Figc) nega l\u2019iscrizione ai campionati giovanili ai minori non accompagnati. Basandosi su un\u2019interpretazione restrittiva delle norme Fifa, la Figc non riconosce la figura del tutore, che nel caso dei minori non accompagnati \u00e8 di solito il direttore del centro di accoglienza in cui risiedono. Secondo i dati Eurostat, nel 2015 c\u2019erano in Europa 90.000 minori non accompagnati. Attualmente, ricorda l\u2019\u00abAgenzia delle Nazioni unite per i rifugiati\u00bb, nel continente vi sono 680.000 apolidi, persone private dell\u2019appartenenza a uno Stato. Sono numeri destinati purtroppo a crescere in un contesto caratterizzato da conflitti, crisi ambientali croniche e dittature. Di fronte a questo scenario la squadra olimpica dei rifugiati si presenta sotto una diversa luce: pi\u00f9 che un messaggio di inclusione appare una riuscita operazione promozionale per l\u2019industria sportiva globale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ricopio\u00a0questo articolo di Max Mauro scrittore friulano, docente di Studi sullo Sport (Sport Studies) alla Southampton Solent University, Inghilterra. E\u2019 stato pubblicato su \u00a0Il Manifesto del 27 Settembre. 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