{"id":7647,"date":"2021-04-23T08:04:19","date_gmt":"2021-04-23T08:04:19","guid":{"rendered":"http:\/\/diariealtro.it\/?p=7647"},"modified":"2021-04-23T08:04:19","modified_gmt":"2021-04-23T08:04:19","slug":"23-aprile-2021-un-discorso-di-piero-calamandrei-in-difesa-di-danilo-dolci","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/diariealtro.it\/?p=7647","title":{"rendered":"23 aprile 2021- Un discorso di Piero Calamandrei in difesa di Danilo Dolci"},"content":{"rendered":"<p><strong>IN DIFESA DI DANILO DOLCI\u00a0 Piero Calamandrei *<\/strong><\/p>\n<p><em><strong>\u00a0<\/strong>Pubblicato in &#8220;Quaderni di &#8220;Nuova Repubblica&#8221;&#8221;, 4, 1956, p. 15, anche in &#8220;Il Ponte&#8221;,XII, 4, aprile\u00a0 1956, pp. 529-544 e in Processo all\u2019art. 4,&#8221;Testimonianze&#8221;, 8, pp. 291-316. Testo stenografico dell\u2019arringa pronunciata il 30 marzo 1956 dinanzi al Tribunale penale di Palermo.<\/em><\/p>\n<p>(Danilo Dolci era stato arrestato il 2 febbraio 1956 per aver promosso e capeggiato, insieme con alcuni suoi compagni, una manifestazione di protesta contro le autorit\u00e0 che non avevano provveduto a dar lavoro ai disoccupati della zona: la manifestazione era consistita nell\u2019indurre un certo numero di questi disoccupati a iniziare lavori di sterramento e di assestamento in una vecchia strada comunale abbandonata, detta &#8220;trazzera vecchia&#8221;, nei pressi di Trappeto (provincia di Palermo), allo scopo di dimostrare che non mancavano n\u00e9 la volont\u00e0 di lavorare n\u00e9 opere socialmente utili da intraprendere in beneficio della comunit\u00e0. I principali capi di accusa riguardavano la violazione degli articoli 341 (oltraggio a pubblico ufficiale), 415 (istigazione a disobbedire alle leggi), 633 (invasione di terreni) del Codice penale.)<\/p>\n<p><strong>Signori Giudici.<\/strong><\/p>\n<p>Questo processo avrebbe potuto concludersi, meglio che con la parola mia, con la parola di un<br \/>\ngiovane. Le parole dei giovani sono parole di speranza, preannunziatrici dell&#8217;avvenire: e questo \u00e8 un processo che preannuncia l&#8217;avvenire.<br \/>\nAvrebbe dovuto parlare prima l&#8217;imputato, Danilo Dolci che \u00e8 un giovane; e dopo di lui, non per<br \/>\ndifenderlo ma per ringraziarlo, il pi\u00f9 giovane dei suoi difensori, l&#8217;avvocato Antonino Sorgi.<br \/>\nSe si fosse fatto cos\u00ec questo processo sarebbe finito da cinque giorni; e da cinque giorni Danilo Dolci e gli altri imputati, i cosiddetti &#8220;imputati&#8221;, sarebbero tornati a Partinico, invece di tornarvi, come vi torneranno, soltanto stasera, dopo l&#8217;assoluzione, a far Pasqua con le loro famiglie.<br \/>\nMa forse, per la risonanza nazionale e sociale di questo processo, \u00e8 stato meglio che sia avvenuto cos\u00ec: che abbiano parlato anche i vecchi e meno giovani; e non brevemente.<br \/>\nE cos\u00ec l&#8217;onore e la responsabilit\u00e0 di chiudere la discussione e di rivolgervi, signori giudici, l&#8217;ultima preghiera che vi accompagner\u00e0 in camera di consiglio, sono toccati a me; non solo per la mia et\u00e0, ma forse anche perch\u00e9 io sono qui, unico tra i difensori, soltanto un avvocato civilista, cio\u00e8 un avvocato che non ha esperienza professionale di processi penali.<br \/>\nQuesto, infatti, non \u00e8 un processo penale: o almeno non \u00e8 quello che i profani si immaginano,<br \/>\nquando parlano di un processo penale.<\/p>\n<p>Nel processo penale il pubblico concentra i suoi sguardi sul banco degli imputati, perch\u00e9 crede di vedere in quell&#8217;uomo, anche se innocente, il reo, l&#8217;autore del delitto: l&#8217;uomo che ha ripudiato la societ\u00e0, che \u00e8 una minaccia per la convivenza sociale.<\/p>\n<p>L&#8217;imputato \u00e8 solo, inconfondibile, diverso agli occhi del pubblico da tutti gli altri uomini, isolato<br \/>\ndentro la sua gabbia e, anche quando la gabbia non c&#8217;\u00e8, isolato dentro la sua colpa.<\/p>\n<p>Ma questo non \u00e8 un processo penale: dov&#8217;\u00e8 il reo, il delinquente, il criminale? Dov&#8217;\u00e8 il delitto, in che consiste il delitto, chi lo ha commesso?<\/p>\n<p>Angosciose domande: alle quali forse neanche il P.M., nella sua misurata requisitoria che abbiamo ammirato non tanto per quello che ha detto quanto per quello che ha lasciato intendere senza dirlo, saprebbe in cuor suo dare una tranquillante risposta.<\/p>\n<p>Non a caso qui il banco degli imputati e quello dei difensori sono cos\u00ec vicini, fino a parere un banco solo. Dove sono gli imputati e dove i difensori? Qui, in realt\u00e0, o siamo tutti difensori o siamo tutti imputati.<\/p>\n<p>In questa aula, da qualunque parte ci volgiamo, nei vari seggi di essa, non ci sono altri che uomini\u00a0 che si trovano qui, perch\u00e9 hanno voluto e vogliono prestare ossequio alla legge: osservarla, servirla.<\/p>\n<p>La sigla \u00e8 quasi si direbbe il vertice magico di questo processo \u00e8 in quella formula laconica<br \/>\nintarsiata con caratteri antichi sulla cattedra ove siedono i giudici. Non \u00e8 la solita frase che in altre aule si legge scritta sul muro al disopra delle teste di giudici, quella frase che suscita tante speranze ma anche tante perplessit\u00e0: &#8220;La legge uguale per tutti&#8221;. No: il motto di questa aula \u00e8 molto pi\u00f9 laconico, misterioso e conciso come la risposta di un oracolo: &#8220;La legge&#8221;.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 l&#8217;imperativo categorico che ci tiene tutti qui incatenati dallo stesso dovere, appassionati dalla stessa passione: &#8220;de legibus&#8221;.<br \/>\nIl Tribunale che siede \u00e8 per definizione l&#8217;organo che, amministrando giustizia, fa osservare la<br \/>\nlegge. Il P.M., che siede al lato del collegio giudicante, \u00e8 il rappresentante della legge.<br \/>\nNoi avvocati siamo qui, al nostro posto, per difendere la legge. Dietro a noi, a fianco degli imputati e sulle porte, i commissari e gli agenti \u00a0i polizia sono gli esecutori della legge.<\/p>\n<p>E poi ci sono questi imputati: imputati di che? Mah&#8230; di nient&#8217;altro che di aver voluto anch&#8217;essi<br \/>\nservire la legge: di aver voluto soffrire la fame e lavorare gratuitamente allo scopo di ricordare agli immemor\u00ec il dovere di servire la legge.<\/p>\n<p>Ma allora vuol dire che siamo tutti qui per lo stesso scopo: quale \u00e8 il punto del nostro dissidio, quale \u00e8 il tema del nostro dibattito? Perch\u00e9 noi avvocati stiamo a questo banco degli imputati dietro a noi e i giudici nei loro seggi pi\u00f9 alti? di che stiamo noi discutendo?<\/p>\n<p>In verit\u00e0 io non riesco a riconoscere su queste facce di imputati, cos\u00ec tranquille e serene, le tristi impronte della delinquenza; n\u00e9 riesco a scoprire nelle umane facce dei carabinieri che stanno accanto a loro la fredda insensibilit\u00e0 dell&#8217;aguzzino. Io so che essi, quando mettono le manette a questi imputati, si sentono in fondo al cuore umiliati e addolorati di questo crudo cerimoniale, che pure hanno il dovere di compiere: quando la mattina gli imputati entrano in quest&#8217;aula incatenati, come prescrive il regolamento di polizia, non sono essi che provano rammarico e vergogna per quelle catene. Ho visto con i miei occhi che, nonostante quei polsi serrati nelle manette, le loro facce rimangono serene e sorridenti; ma un&#8217;ombra di mestizia traspare sui volti di chi li accompagna.<\/p>\n<p>No no, il dissidio non \u00e8 qui, in questa aula: il dissidio \u00e8 pi\u00f9 lontano e pi\u00f9 alto. Sarebbe follia pensare che Danilo abbia potuto indirizzare agli agenti che lo arrestarono, fatti della stessa carne di questi che oggi lo accompagnano, l&#8217;epiteto di &#8221; assassini &#8220;. Danilo non parlava e non parla a loro. Gli assassini ci sono, ma sono fuori di qui, sono altrove: si tratta di crudelt\u00e0 pi\u00f9 inveterate, di tirannie secolari, pi\u00f9 radicate e pi\u00f9 potenti; e pi\u00f9 irraggiungibili.<\/p>\n<p>Di quello che \u00e8 avvenuto, signori del Tribunale, non si deve dare colpa alla polizia, la quale \u00e8\u00a0soltanto una esecutrice di ordini che vengono dall&#8217;alto. In quanto a me, vi dir\u00f2 anzi che ho sentito dire che io dovrei essere debitore, verso qualcuno degli agenti che hanno deposto in questo processo, di speciali ragioni di gratitudine. Dai resoconti dati dalla stampa su una delle prime udienze, alla quale io non ho potuto partecipare, ho appreso che io dovrei ringraziare quel funzionario di polizia che oggi \u00e8 commissario a Partinico, il dottore Lo Corte, del trattamento di favore che egli mi avrebbe usato a Firenze, nel periodo in cui egli apparteneva alla polizia della Repubblica di Sal\u00f2: pare che nella sua deposizione egli abbia detto che mi tratt\u00f2 con speciale riguardo perch\u00e9, quando venne al mio studio per arrestarmi, arriv\u00f2 un quarto d&#8217;ora dopo che io ero uscito e cos\u00ec lasci\u00f2 ineseguito il suo mandato. In verit\u00e0 io non mi ricordo di lui: e non so se devo essere grato a lui per essere arrivato un quarto d&#8217;ora dopo o a me stesso per essere uscito un quarto d&#8217;ora prima. Ma in ogni modo sono anche disposto ad essergli riconoscente: non sono queste vicende personali le cose che contano in questo processo.<\/p>\n<p>Quello che conta \u00e8 un&#8217;altra cosa: conoscere il perch\u00e9 umano e sociale di questo processo, collocarlo nel nostro tempo; vederlo, come tu ben dicevi, o amico Sorgi, storicamente, in questo periodo di vita sociale e in questo paese.<\/p>\n<p>Io ho ammirato, lo ripeto, la misura con cui ha parlato il P.M.; ma su due delle premesse (oltrech\u00e9, ben s&#8217;intende, su tutte le sue conclusioni) non posso essere d&#8217;accordo: e cio\u00e8 quando egli ha detto che questa \u00e8 &#8221; una comunissima vicenda giudiziaria &#8220;, e quando ha detto che per deciderla il Tribunale dovr\u00e0 tener conto della legge ma non delle &#8220;correnti di pensiero&#8221; che i testimoni hanno portato in questa aula.<\/p>\n<p>Dico, con tutto rispetto, che queste due affermazioni mi sembrano due grossi errori non soltanto sociali, ma anche specificamente giuridici. Non sono d&#8217;accordo sulla prima premessa. Questo non \u00e8 un processo &#8221; comunissimo &#8220;: \u00e8 un processo eccezionale, superlativamente straordinario, assurdo.<\/p>\n<p><strong>Questo non \u00e8 neanche un processo: \u00e8 un apologo.<\/strong><\/p>\n<p>Un processo in cui si vorrebbe condannare gente onesta per il delitto di avere osservato la legge, anzi per il delitto di aver preannunciato e proclamato di volere osservare la legge: arrestati e rinviati a giudizio sotto l&#8217;imputazione di volontaria osservanza della legge con l&#8217;aggravante della premeditazione!<\/p>\n<p>Per renderci conto con distaccata comprensione storica della eccezionalit\u00e0 e assurdit\u00e0 di questo processo, bisogna cercare di immaginare come questa vicenda apparir\u00e0, di qui a 50 o a 100 anni, agli occhi di uno studioso di storia giudiziaria al quale possa per avventura venire in mente di ricercare nella polvere degli archivi gli incartamenti di questo processo, per riportare in luce storicamente, liberandolo dalle formule giuridiche, il significato umano e sociale di questa vicenda.<\/p>\n<p>Quali apparirebbero agli occhi dello storico gli atti pi\u00f9 significativi di questo processo?<\/p>\n<p>La sua attenzione si fermerebbe prima di tutto su quella ordinanza del giudice istruttore, con la\u00a0quale, per negare agli arrestati la libert\u00e0 provvisoria, si \u00e8 testualmente affermato la &#8220;spiccata\u00a0capacit\u00e0 a delinquere del detto imputato&#8221;: il &#8221; detto imputato &#8220;, per chi non lo sapesse, sarebbe\u00a0Danilo Dolci.<\/p>\n<p>Suppongo che il magistrato che scrisse questa frase non abbia immaginato, al momento in cui la scrisse, il senso di sgomento che in centinaia di migliaia di italiani questa frase ha suscitato, quando l&#8217;hanno letta riferita sui giornali: senso di sgomento per lui, non per Danilo Dolci.<\/p>\n<p>Ma, insomma, questa frase \u00e8 stata scritta; e tra cinquant&#8217;anni lo storico la potr\u00e0 leggere e potr\u00e0 dire a se stesso:-Ecco, ho avuto la mano felice: ho trovato un caso interessante, il processo di un gran delinquente, un caso tipico di &#8220;spiccata capacit\u00e0 a delinquere&#8221;.<\/p>\n<p>Ma che cosa ha fatto mai Danilo Dolci per dimostrare questa sua &#8221; spiccata capacit\u00e0 &#8220;?<\/p>\n<p>La capacit\u00e0 a delinquere, per me avvocato civilista, ha due aspetti: uno giuridico e uno sociale.<br \/>\nSotto l&#8217;aspetto giuridico mi pare che essa sia la tendenza e la attitudine a violare il diritto altrui;<br \/>\nsotto l&#8217;aspetto sociale mi pare sia la incapacit\u00e0 di intendere che la vita in societ\u00e0 \u00e8 fatta di solidariet\u00e0 e di altruismo: che senza solidariet\u00e0 e senza altruismo non vi \u00e8 civilt\u00e0. Il delinquente \u00e8 essenzialmente un infelice esiliato nel suo sfrenato egoismo, un solitario incapace di vivere in societ\u00e0.<\/p>\n<p>Dunque lo storico che si metter\u00e0 a sfogliare questo processo, quando saranno da lungo tempo caduti e dimenticati quegli articoli della legge di pubblica sicurezza e del codice penale di cui stiamo qui a discutere da una settimana (quegli articoli che gi\u00e0 assomigliano a quei gusci vuoti che rimangono attaccati ai tronchi degli ulivi quando gi\u00e0 ne \u00e8 volato via l&#8217;insetto vivo), scorrer\u00e0 attentamente gli incartamenti per ricercare le prove di questa &#8220;spiccata capacit\u00e0 a delinquere &#8221; che l&#8217;ordinanza istruttoria con tanta durezza preannuncia. E, senza perdersi in sottili acrobazie di dialettica giuridica, si domander\u00e0 umanamente: che cosa avevano fatto di male questi imputati? In che modo avevano offeso il diritto altrui; in che senso avevano offeso la solidariet\u00e0 sociale e mancato al dovere civico di altruismo?<\/p>\n<p>Lo storico arriver\u00e0 a trovare documentati nel seguito del processo due &#8220;misfatti&#8221;.<\/p>\n<p>Io mi limito a leggere qualche passo di un solo documento: di un documento che \u00e8 ancora nelle mie mani e che d\u00e0 a questa mia difesa il carattere non solo di una testimonianza, ma anche, come ieri vi dicevo, di una complicit\u00e0.<\/p>\n<p>Quando alla fine dello scorso gennaio Danilo Dolci, dopo essere stato a Torino per consultarsi con i suoi amici sulle azioni che si proponeva di svolgere a Partinico, pass\u00f2 da Firenze nel viaggio di ritorno, venne al mio studio per consigliarsi anche con me come legale ed esser sicuro che quello che stava per fare entrasse perfettamente nei limiti delle leggi. Non mi trov\u00f2; e allora mi lasci\u00f2 una copia del foglietto che in questo momento vi sto leggendo, con questa nota scritta di suo pugno:<\/p>\n<p>&#8220;Speravo di vederti e di avvisarti. Un saluto con affetto. Tuo Danilo&#8221;. Quando tornai dopo due\u00a0giorni, e lessi il foglietto, il quale conteneva, come ora vi dir\u00f2, il programma di quello che stava per succedere a Partinico, trovai che niente di quello che era preannunciato in tale programma poteva in qualsiasi modo andar contro alle leggi o ai regolamenti di polizia: e per questo mi guardai bene dall\u2019avvertire Danilo Dolci, che intanto era ritornato a Partinico, di astenersi dal fare quello che si proponeva. Se in quello che ha fatto c\u2019\u00e8 qualche cosa di contrario alla legge, sono dunque responsabile anch\u2019io di complicit\u00e0 e, e forse la mia responsabilit\u00e0 \u00e8 pi\u00f9 grave della sua, perch\u00e9 io dovrei avere quella conoscenza tecnica delle leggi che Danilo non ha.<br \/>\nDunque, vi dicevo, in questo documento che sto per leggervi c\u2019\u00e8 la prova di due misfatti.<\/p>\n<p><strong>Il primo misfatto<\/strong> \u00e8 quello che si proponevano di compiere luned\u00ec 30 gennaio i pescatori di\u00a0Trappeto.<\/p>\n<p>Si legge testualmente in questa dichiarazione:<br \/>\n&#8220;abbiamo ripetutamente documentato alle Autorit\u00e0 direttamente responsabili e all&#8217;opinione<br \/>\npubblica, per anni e anni, la pesca fuori legge della zona, gravissimo danno a tutti noi e<br \/>\nall\u2019economia nazionale.<\/p>\n<p>&#8221; E\u2019 profondamente doloroso e offensivo constatare che lo Stato non sa far rispettare le sue leggi pi\u00f9 elementari, pi\u00f9 giustificate: i mezzi di informazione e di pressione normali in uno Stato civile, qui sono stati assolutamente inefficaci. Decisi a fare rispettare le leggi, promuoviamo un movimento che non si fermer\u00e0 fino a quando il buon senso e l&#8217;onest\u00e0 non avranno trionfato. Inizieremo luned\u00ec,<\/p>\n<p>30 gennaio, digiunando per 24 ore.&#8221;<\/p>\n<p>Seguono circa 300 firme tra loro sono anche numerosi vecchi e ragazzi con piena coscienza<br \/>\ndell&#8217;azione.<\/p>\n<p><strong>Questo \u00e8 dunque il primo misfatto.<\/strong><\/p>\n<p>Le circostanze sono semplici e chiare. Una piccola popolazione di poveri pescatori vive alla meglio con la pesca del suo mare. Per legge, il tratto di mare pi\u00f9 vicino alla costa \u00e8 riservato alla pesca della popolazione rivierasca; i motopescherecci, devono tenersi al largo. Ma qui i motopescherecci, per vecchio sistema, si beffano sfrontatamente della legge; da tempo vengono a pescare nel mare vicino alla riva, predando il pesce che dovrebbe dar da vivere ai piccoli pescatori. Cos\u00ec i pescatori locali non hanno pi\u00f9 da pescare; questa sistematica rapina dei motopescherecci appartenenti a grandi societ\u00e0 organizzate e protette dalle autorit\u00e0, condanna i piccoli pescatori a morire di fame. Ricorrono alle autorit\u00e0; ma le autorit\u00e0 non provvedono.<\/p>\n<p>Protestano, ma le autorit\u00e0 non ascoltano. Il contrabbando continua: qualcuno pensa che le autorit\u00e0 siano d&#8217;accordo coi contrabbandieri; e che ci sia qualcuno in alto che partecipa agli utili del contrabbando.<\/p>\n<p>Allora che cosa fanno i pescatori che da anni reclamano giustizia e non riescono ad averla da chi dovrebbe darla: si ribellano? Si mettono a tumultuare? Rubano? Commettono violenze?<\/p>\n<p>Niente di tutto questo. Arriva Danilo in mezzo a loro e dice: &#8221; Voi non avete da mangiare: non avete di vostro altro che la fame. L&#8217;unica protesta che vi rimane \u00e8 questa: la vostra fame. Siete abituati a digiunare, andiamo tutti insieme a digiunare sulla spiaggia del mare. Stiamo a guardare, digiunando, i contrabbandieri protetti dalle autorit\u00e0, che continuano a far rapina del pesce che la legge vorrebbe riservato a voi. Consoliamoci insieme col nostro digiuno; mettiamo in comune questo nostro unico bene, la fame. E per essere pi\u00f9 sereni, porteremo sulla spiaggia qualche disco e ascolteremo la musica di Bach&#8221;. (Qualcuno ha sorriso su questo particolare della musica: non ha ricordato che anche nella prima guerra mondiale questo era il motto dei fanti inchiodati nelle trincee: &#8220;canta che ti passa&#8221;.)<\/p>\n<p>Allora vengono fuori i commissari di polizia, gli agenti dell&#8217;ordine. Voi pensereste che intervengono finalmente per rimettere nella legalit\u00e0 i moto pescherecci contrabbandieri e per far cessare la loro rapina. No gli agenti dell&#8217;ordine intervengono per pigliarlsela con Danilo: per diffidare Danilo e i pescatori dal mettere in atto il loro proposito.<\/p>\n<p>&#8211; non \u00e8 permesso digiunare: vi vietiamo formalmente di digiunare.<br \/>\n&#8211; Ma come possiamo non digiunare se non abbiamo pi\u00f9 pesce da pescare?<br \/>\n&#8211; Non importa: digiunate a casa vostra, in privato, in segreto.<br \/>\nE\u2019 un delitto digiunare in pubblico. Digiunare in pubblico vuol dire disturbare l&#8217;ordine pubblico.<br \/>\n&#8211;\u00a0l&#8217;ordine pubblico di chi? L&#8217;ordine pubblico di chi ha da mangiare. Non bisogna disturbare con\u00a0spettacoli di miseria e di fame la mensa imbandita di chi mangia bene; non bisogna che la gente ben nutrita, che va sulla spiaggia a passeggiare per meglio digerire il suo pranzo, sia disturbata dalla modesta vista dei pallidi affamati.<\/p>\n<p><strong>Questo \u00e8 il primo misfatto: ora viene il secondo<\/strong>. Si legge sul solito documento.<\/p>\n<p>&#8220;I cittadini di Partinico, donne comprese, proseguiranno l&#8217;azione gioved\u00ec 2 febbraio come \u00e8 detto nella loro dichiarazione:<\/p>\n<p>&#8220;Milioni di uomini nelle nostre zone stanno sei mesi all&#8217;anno con le mani in mano. Stare sei mesi all&#8217;anno con le mani in mano \u00e8 gravissimo reato contro la nostra famiglia contro la societ\u00e0.<\/p>\n<p>&#8220;Solo qui in Partinico su 25000 abitanti siamo in pi\u00f9 di 7000 con le mani in mano per sei mesi\u00a0all\u2019anno e 7000 bambini e giovanetti non sono in grado di apprendere quanto assolutamente\u00a0dovrebbero. Non vogliamo essere dei lazzaroni, non vogliamo arrangiarci da banditi: vogliamo\u00a0collaborare esattamente alla vita, vogliamo il bene di tutti: e nessuno ci dica che questo \u00e8 un reato.<\/p>\n<p>&#8220;E\u2019 nostro dovere di padri e di cittadini collaborare generosamente perch\u00e9 cambi il volto della terra, bandendo gli assassini di ogni genere. Chiediamo alle autorit\u00e0, di collaborare con noi, indicando quali opere dobbiamo fare e come: altrimenti, assistiti dai tecnici, cominceremo dalle pi\u00f9 urgenti.<\/p>\n<p>&#8221; Perch\u00e9 sia pi\u00f9 limpido a tutti il nostro muoverci, digiuneremo luned\u00ec 30 gennaio; gioved\u00ec 2\u00a0febbraio cominceremo il lavoro. Frangeremo il pane con le mani.\u00a0&#8220;Vogliamo essere padri e madri anche noi e cittadini.&#8221;<\/p>\n<p>Seguono circa 700 firme.<\/p>\n<p>Anche le circostanze di questo secondo misfatto sono chiare.<br \/>\nCi sono a Partinico, oltre pescatori, altre migliaia di disoccupati. La Costituzione dice che il lavoro \u00e8 un diritto e un dovere. Allora, che cosa fanno questi settemila disoccupati: invadono le terre dei ricchi, saccheggiano i negozi alimentari, assaltano i palazzi, si danno alla macchia, diventano banditi?<\/p>\n<p>No. Decidono di lavorare: di lavorare gratuitamente; di lavorare nell&#8217;interesse pubblico.<br \/>\nNelle vicinanze del paese si trova, abbandonata, una trazzera destinata al passo pubblico; nessuno ci passa pi\u00f9, perch\u00e9 il comune non provvede, come dovrebbe, alla sua manutenzione; \u00e8 resa impraticabile dalle buche e dal fango. Allora i disoccupati dicono: &#8220;Ci metteremo a riparare gratuitamente la trazzera , la nostra trazzera. Ci redimeremo, lavorando da questo avvilimento quotidiano, da questa quotidiana istigazione al delitto che \u00e8 l&#8217;ozio forzato. In grazia del nostro lavoro la strada torner\u00e0 ad essere praticabile. I cittadini ci passeranno meglio. Il sindaco ci ringrazier\u00e0&#8221;. Che cosa \u00e8 questo? E\u2019 la stessa cosa che avviene quando, dopo una grande nevicata, se il Comune non provvede a far spalare la neve sulle vie pubbliche, i cittadini volenterosi si organizzano in squadre per fare essi, di loro iniziativa, ci\u00f2 che la pubblica autorit\u00e0 dovrebbe fare e non fa; e la stessa cosa che avviene, e spesso \u00e8 avvenuta, quando, a causa di uno sciopero degli spazzini pubblici, i cittadini volenterosi si sono messi a rimuovere dalle strade cittadine le immondizie e in questo modo si sono resi benemeriti della salute di tutti.<\/p>\n<p>Giustamente uno dei difensori che mi hanno preceduto, il collega Taormina, ha detto che questo \u00e8 un caso di &#8220;negotiorum gestio&#8221;: un caso, si potrebbe dire, di esercizio privato di pubbliche funzioni volontariamente assunte dai cittadini a servizio della comunit\u00e0 e in ossequio al senso di solidariet\u00e0 civica.<\/p>\n<p>Allora, per impedire anche questo <strong>secondo misfatto<\/strong>, arrivano i soliti commissari Lo Corte e Di\u00a0Giorgi, e questa volta non si limitano alle diffida e questa volta non si limitano alle diffide. Questa volta fanno di pi\u00f9 e di meglio: aggrediscono questi uomini mentre pacificamente lavorano a piccoli gruppi dispersi sulla trazzera, strappano dalle loro mani gli strumenti del lavoro, l\u00ec incatenano e li trascinano nel fango, tirandoli per le catene come carne insaccata, come bestie da macello.<br \/>\nBene.<\/p>\n<p>Rimane dunque inteso che digiunare in pubblico \u00e8 una manifestazione sediziosa; che lavorare\u00a0gratuitamente per pubblica utilit\u00e0, per rendere pi\u00f9 strada una pubblica strada, \u00e8 una manifestazione\u00a0\u00a0sediziosa.<br \/>\nE a questo punto interviene il giudice istruttore a dare il suo giudizio: &#8220;spiccata capacit\u00e0 a\u00a0delinquere&#8221;.<\/p>\n<p>E poi riprende la parola il P.M.: &#8220;otto mesi di reclusione a Danilo Dolci e ai suoi complici&#8221;.<br \/>\nBene.<\/p>\n<p>Ma come pu\u00f2 essere avvenuto questo capovolgimento, non dico del senso giuridico, ma del senso morale e perfino del senso comune?<br \/>\nGuardiamo di rendercene conto con serenit\u00e0.<\/p>\n<p>Al centro di questa vicenda giudiziaria c&#8217;\u00e8, come la scena madre di un dramma, un dialogo tra due personaggi, ognuno dei quali ha assunto senza accorgersene un valore simbolico.<\/p>\n<p>E\u2019, tradotto in cruda rossa di cronaca giudiziaria, <strong>il dialogo eterno tra Creonte e Antigone<\/strong>, tra Creonte \u00a0che difende la cieca legalit\u00e0 e Antigone che obbedisce soltanto alla legge morale della coscienza, alle &#8220;leggi non scritte&#8221; che preannunciano l&#8217;avvenire.<br \/>\n<strong>Nella traduzione di oggi, Danilo dice: &#8220;per noi la vera legge e la Costituzione democratica&#8221;; il commissario Di Giorgi risponde: &#8220;per noi l&#8217;unica legge \u00e8 il test unico di pubblica sicurezza del tempo fascista<\/strong>&#8220;.<\/p>\n<p>Anche qui il contrasto \u00e8 come quello tra Antigone e Creonte: tra la umana giustizia e i regolamenti di polizia; con questo solo di diverso, che qui Danilo non invoca leggi &#8220;non scritte&#8221;. (Perch\u00e9, per chi non lo sapesse ancora, la nostra Costituzione \u00e8 gi\u00e0 stata scritta da dieci anni.)<\/p>\n<p>Chi dei due interlocutori ha ragione?<br \/>\nForse, a guardare alla lettera, hanno ragione tutt\u2019e due.<br \/>\nMa a chi spetta, non dico il peso e la responsabilit\u00e0, ma dico il vanto di decidere, sotto questo<br \/>\ncontrasto letterale, da che parte \u00e8 la verit\u00e0: a chi spetta sciogliere queste antinomie?<br \/>\nSiete voi, o Giudici, che avete questa gloria: voi che nella vostra coscienza, come in un alambicco chimico, dovete fare la sintesi di questi opposti.<\/p>\n<p>E qui affiora il secondo sul quale io mi trovo in dissidio con le premesse affermate dal P.M.:,<br \/>\nquando egli ha detto che i giudici non devono tener conto delle &#8220;correnti di pensiero&#8221;, che i\u00a0testimoni accorsi da tutta Italia hanno fatto passare in questa aula.<\/p>\n<p><strong>Ma che cosa sono le leggi , illustre rappresentante del P.M. se non esse stesse &#8220;correnti di pensiero&#8221;? Se non fossero questo, non sarebbero che carta morta: se lo lascio andare, questo libro dei codici che ho in mano, cade sul banco come un peso inerte.<\/strong><\/p>\n<p><strong>E invece le leggi sono vive perch\u00e9 dentro queste formule bisogna far circolare il pensiero del nostro tempo, lasciarvi entrare l&#8217;aria che respiriamo, mettervi dentro i nostri propositi, le nostre speranze, il nostro sangue e il nostro pianto.<\/strong><\/p>\n<p><strong>Altrimenti le leggi non restano che formule vuote, pregevoli giochi da legulei; affinch\u00e9<\/strong> <strong>diventino sante, vanno riempite con la nostra volont\u00e0.<\/strong><\/p>\n<p>Voi non potete ignorare, signori Giudici, poich\u00e9 anche voi vivete la vita di tutti i cittadini italiani, il carattere eccezionale e conturbante del nostro tempo: che \u00e8 un tempo di trasformazione sociale e di grandi promesse, che prima o poi dovranno essere adempiute: felici i giovani che hanno davanti a se il tempo per vederle compiute!<\/p>\n<p>Questo \u00e8 uno di quei periodi, che ogni tanto si presentano nella vita dei popoli, in cui la gloria di poter costruire pacificamente l&#8217;avvenire, il vanto di poter guidare entro la legalit\u00e0 questa<\/p>\n<p>trasformazione sociale che \u00e8 in atto e che non si ferma pi\u00f9, spetta soprattutto ai giudici. Nella storia millenaria del nostro paese pi\u00f9 volte si sono presentati questi periodi di trapasso da un ordinamento sociale ad un altro, durante i quali l&#8217;altissimo compito di adeguare il diritto alle esigenze della nuova societ\u00e0 in formazione \u00e8 stato assunto dalla giurisprudenza: basta pensare ai responsa dei prudentes, che hanno gradualmente fatto vivere nella rigidezza del diritto quiritario lo spirito cristiano trionfante nella legislazione giustinianea, o alle opiniones doctorum, che attraverso la decisione di singoli casi giudiziari hanno introdotto negli schemi del diritto feudale lo spirito umanistico del diritto comune.<\/p>\n<p>Anche oggi l&#8217;Italia vive uno di questi periodi di trapasso, nei quali la funzione dei giudici, meglio<\/p>\n<p>che quella di difendere una legalit\u00e0 decrepita, \u00e8 quella di creare gradualmente la nuova legalit\u00e0 promessa dalla Costituzione.<\/p>\n<p>La nostra Costituzione \u00e8 piena di queste grandi parole preannunziatrici del futuro: &#8220;pari dignit\u00e0\u00a0sociale&#8221;; &#8220;rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana&#8221;;<br \/>\n&#8220;Repubblica fondata sul lavoro&#8221;; &#8220;Diritto al lavoro&#8221;; &#8220;condizioni che rendano effettivo questo\u00a0diritto; assicurata ad ogni lavoratore e alla sua famiglia &#8220;un&#8217;esistenza libera e dignitosa&#8221;&#8230;<\/p>\n<p>Grandi promesse che penetrano nei cuori e li allargano, e che una volta intese non si possono pi\u00f9 ritirare. Come potete voi pensare che i derelitti che hanno avuto queste promesse, e che vi hanno creduto e che chi si sono attaccati come naufraghi alla tavola di salvezza, possono ora essere condannati come delinquenti solo perch\u00e9 chiedono, civilmente senza far male nessuno, che queste promesse siano adempiute come la legge comanda?<\/p>\n<p>Signori Giudici, che cosa vuol dire libert\u00e0, che cosa vuol dire democrazia? Vuol dire prima di tutto fiducia del popolo nelle sue leggi: che il popolo senta le leggi dello Stato come le sue leggi, come scaturite dalla sua coscienza, non come imposte dall&#8217;alto. Affinch\u00e9 la legalit\u00e0 discenda dai codici nel costume, bisogna che le leggi vengano dal di dentro non dal di fuori: le leggi che il popolo rispetta, perch\u00e9 esso stesso le ha volute cos\u00ec.<\/p>\n<p><strong>Ricordate le parole immortali di Socrate nel carcere di Atene?<\/strong> Parla delle leggi come di persone vive, come di persone di conoscenza. &#8220;le nostre leggi, sono le nostre leggi che parlano&#8221;. Perch\u00e9 le leggi della citt\u00e0 possano parlare alle nostre coscienze, bisogna che siano come quelle di Socrate, le &#8220;nostre &#8221; leggi.<\/p>\n<p>Nelle pi\u00f9 perfette democrazie europee, in Inghilterra, in Svizzera, in Scandinavia, il popolo rispetta le leggi perch\u00e9 ne \u00e8 partecipe e fiero; ogni cittadino le osserva perch\u00e9 sa che tutti le osservano: non c&#8217;\u00e8 una doppia interpretazione della legge, una per i ricchi e una per i poveri!<\/p>\n<p>Ma questa \u00e8, appunto, la maledizione secolare che grava sull&#8217;Italia: il popolo non ha fiducia nelle leggi perch\u00e9 non \u00e8 convinto che queste siano le sue leggi. Ha sempre sentito lo Stato con un nemico.<\/p>\n<p>Lo Stato rappresenta agli occhi della povera gente la dominazione. Pu\u00f2 cambiare il signore che domina, ma la signoria resta: dello straniero, della nobilt\u00e0, dei grandi capitalisti, della burocrazia.<\/p>\n<p>Finora lo Stato non \u00e8 mai apparso alla povera gente come lo Stato del popolo.<\/p>\n<p>Da secoli i poveri hanno il sentimento che le leggi siano per loro una beffa dei ricchi: hanno della legalit\u00e0 e della giustizia un&#8217;idea terrificante, come di un mostruoso meccanismo ostile fatto per schiacciarli, come di un labirinto di tranelli burocratici predisposti per gabbare il povero e per soffocare sotto le carte incomprensibili tutti i suoi giusti reclami.<\/p>\n<p>Nella prefazione che Norberto Bobbio ha dettato per il libro di Danilo Dolci Banditi a Partinico, \u00e8 riportato come tipico un episodio. &#8220;Ho fatto pi\u00f9 di quattro domande per avere la pensione -dice il padre.-Niente. Mi mandano a chiamare i carabinieri:-ci vuole questo documento<br \/>\n-Subito facciamo questo documento, subito. Poi mi mandano a chiamare in Municipio e mi dicono che ci voleva stato di famiglia, atto matrimoniale, fede di nascita, fede di morte di mio figlio, tutto. Ci ho fatto tutto. Ci ho mandato in Municipio stesso, da l\u00ec a Roma. Niente. Dal 1942. E 12 anni &#8220;ca ci cumbattu cu sta pensioni&#8221;. E la moglie: &#8220;Have a cridere che a mia mi ritiraru lu librettu e mi disseru:-Ora se n\u00e8 po\u2019 ire che voss\u00eca have la pensioni&#8221;.<\/p>\n<p>Questa \u00e8 la maledizione di Partinico, ma questa \u00e8 sempre stata anche la maledizione di Italia. <strong>In ogni regione d&#8217;Italia pi\u00f9 o meno \u00e8 cos\u00ec: le leggi per gli umili non contano.<\/strong> Per avere giustizia dagli uffici amministrativi occorre farsi raccomandare da qualche personaggio importante o strepitare.<br \/>\nMa forse neanche screditare conta; perch\u00e9 se strepita il povero, viene il commissario Di Giorgi che lo porta in prigione.<\/p>\n<p>E allora ecco Danilo:<\/p>\n<p>-Basta con questa maledizione, basta con questa sfiducia; ma basta anche con la violenza. Voi dovete credere nelle leggi; voi dovete credere nella giustizia di chi governa. La legge \u00e8 come una religione (una religione di cui questa aula giudiziaria \u00e8 un tempio). Perch\u00e9 la legge faccia i suoi miracoli, bisogna crederci.-<\/p>\n<p>\u00c8 un ingenuo? \u00c8 un illuso?<\/p>\n<p>Danilo \u00e8 stato paragonato a Renzo dei promessi sposi, nella famosa scena dell&#8217;osteria.<\/p>\n<p>Ricordate? &#8220;pane, abbondanza, giustizia. &#8220;Lo sente dire da Ferrer, che era una specie di prefetto di quei tempi. Renzo ci crede: anche lui si mette a ripetere &#8220;pane, abbondanza, giustizia&#8221;. E va a finire nelle mani dei birri.<\/p>\n<p>Anche Danilo \u00e8 andato a finire in prigione. E dunque anche lui soltanto ingenuo? Soltanto\u00a0un illuso?<br \/>\nNo: Danilo \u00e8 qualche cosa di pi\u00f9. Non dimentichiamo come \u00e8 cominciata la vicenda di\u00a0Danilo.<br \/>\nIl caso determinante della sua vita \u00e8 stato l&#8217;incontro con un bambino morto di fame. Quando nell&#8217;estate del 1952 Danilo ebbe visto morire di fame il figlioletto di Mimma e Giustina Barretta, allora egli si accorse di <strong>trovarsi &#8220;in un mondo di condannati morte<\/strong>&#8220;; e gli apparve chiara l&#8217;idea che questo mondo non si redime con la violenza, ma col sacrificio. Fu allora che disse: &#8221; su questo stesso letto dove questa creatura innocente \u00e8 morta di fame, io, che potrei non essere povero, mi lascer\u00f2 morire di fame come lui, per portare una testimonianza, per dare con la mia morte un esempio, se le autorit\u00e0 non si decideranno a provvedere &#8220;. E dopo una settimana di digiuno, che gi\u00e0 aveva ridotto Danilo in fin di vita, le autorit\u00e0 finalmente intervennero, non per piet\u00e0, ma per liberarsi dalla responsabilit\u00e0 di lasciarlo morire; essi decisero di offrire subito le prime somme occorrenti per pagare i debiti dei pescatori e dei braccianti del luogo e, e per iniziare i lavori di sistemazione delle strade e delle acque.<br \/>\nPoi nuovamente si fermarono: ma soltanto cos\u00ec Danilo era riuscito a svegliare il torpore burocratico dei padroni. Ma ecco che qui entra ancora in scena il commissario Di Giorgi, che in questo dramma rappresenta la quotidiana certezza del conformismo, la voce scettica dei benpensanti:<\/p>\n<p>&#8211;<strong>Danilo Danilo, sono utopie, sono illusioni!<\/strong> (&#8220;fanatismo mistico&#8221; ha detto ieri il P.M.).<\/p>\n<p>Par che dica, il commissario Di Giorgi: -Danilo, ma chi te lo fa fare? Sei giovane, sei istruito, sei un architetto, uno scrittore. Non sei di queste terre desolate. Torna ai tuoi paesi. Lascia i poveri di Partinico in compagnia della loro miseria e della loro fame&#8230; Danilo, chi te lo fa fare?-<\/p>\n<p>La voce del buonsenso, la voce dei benpensanti; ma Danilo non \u00e8 un benpensante, non segue la <strong>rassegnata \u00e8 soddisfatta voce del buonsenso.<\/strong><\/p>\n<p>Danilo mi fa venire in mente la storia di fra Michele Minorita. \u00c8 un&#8217;antica cronaca fiorentina,\u00a0rievoca anche la figura di un monaco, appartenente all&#8217;ordine dei &#8220;fraticelli della povera vita&#8221;, che praticavano la povert\u00e0 assoluta che predicavano che nel Vangelo Cristo e gli apostoli non avevano mai riconosciuto la propriet\u00e0 privata. Il Papa Giovanni XXII condann\u00f2 questa affermazione come eresia: e fra Michele per averla predicata fu condannato, nel 1389, al rogo.<br \/>\nLa cronaca racconta la prigionia e il processo e descrive il corteo che accompagn\u00f2 dalla prigione al supplizio il condannato e le sue soste lungo la strada, come se fossero le stazioni della Via Crucis.<br \/>\nDal carcere del Bargello per arrivare al rogo egli passa, scalzo e vestito di pochi cenci, in mezzo agli armigeri, per le vie di Firenze. Due ali di popolo lo stanno a vedere: e gli lanciano al passaggio frasi di incitamento e di scherno, invocazioni esaltate o beffardi consigli. I pi\u00f9 lo consigliano all&#8217;abiura: &#8220;sciocco, pentiti, p\u00e8ntiti, non voler morire, campa la vita!&#8221;.<br \/>\nEd egli risponde, mentre\u00a0passa, senza voltarsi: &#8220;<strong>pentitevi voi<\/strong> de\u2019 peccati, pentitevi delle usure, delle false mercantzie&#8221;. (Forse tra quel pubblico che lo incitava a pentirsi e a non voler morire c&#8217;era anche, pieno di buone intenzioni, il commissario Di Giorgi: &#8220;Illusioni, utopie, chi te lo fa fare?&#8221;.)<\/p>\n<p>A un certo punto, quando ormai \u00e8 vicino al rogo, poich\u00e9 ancora uno dei presenti torna a gridargli: &#8220;Ma perch\u00e9 ti ostini a voler morire?&#8221;, egli risponde: &#8220;Io voglio morire per la verit\u00e0: questa \u00e8 una verit\u00e0, ch\u2019io ho albergata in me, della quale non se ne pu\u00f2 dare testimonio se non morti&#8221;. E con queste parole sale sul rogo; ma proprio mentre stanno per dar fuoco, ecco che arriva un messo dei Priori a fare un ultimo tentativo, per persuaderlo a smentirsi e cos\u00ec salvargli la vita. <strong>Ma egli dice di no. E uno degli armigeri, di fronte a questa fermezza, domanda: &#8220;ma dunque costui ha il diavolo addosso?&#8221;; al che l&#8217;altro armigero, nel dar fuoco, risponde (e par di sentire la sua voce strozzato dal pianto): &#8220;Forse ci ha Cristo&#8221;.<\/strong><\/p>\n<p>Per questo, signori Giudici, voi avete visto le &#8220;correnti di pensiero&#8221;, che in questo momento sono vicine a Danilo, sfilare in quest\u2019aula a testimoniare. Esse non sono arrivate qui per esercitare su di voi pressioni o intromissioni sulla vostra coscienza intemerata e fiera: sono venute soltanto per testimoniare la loro solidariet\u00e0 a Danilo. Ma questa solidariet\u00e0 della cultura italiana per Danilo Dolci \u00e8 un fatto, che voi non potete ignorare; siete anche voi uomini del nostro tempo, e anche voi sentite il dovere di valutarle, di spiegarle storicamente.<\/p>\n<p>Come si pu\u00f2 spiegare questa solidariet\u00e0? Certamente voi avete avvertito nelle parole di questi\u00a0testimoni non soltanto un senso di solidariet\u00e0 e quasi di complicit\u00e0 con Danilo, ma altres\u00ec un senso pi\u00f9 profondo, quasi direi di umiliazione e di contrizione di questa cultura: per aver tardato tanto ad accorgersi di questi dolori; per aver atteso, prima di accorgersi, che fosse Danilo a dare l&#8217;esempio.<\/p>\n<p>Il carattere singolare ed esemplare di Danilo Dolci e proprio qui: di questo uomo di cultura, che per manifestare la sua solidariet\u00e0 ai poveri non si \u00e8 accontentato della parola parlata o scritta, dei comizi, degli ordini del giorno e dei messaggi; ma ha voluto vivere la loro vita, soffrire la loro fame, dividere il loro giaciglio, scende nella loro forzata abiezione per aiutarli a ritrovare e a reclamare la loro dignit\u00e0 e la loro redenzione.<\/p>\n<p>Questa \u00e8 la singolarit\u00e0 di Danilo: qualcuno potrebbe dire l&#8217;eroismo; qualcun altro potrebbe anche essere tentato di dire la santit\u00e0.<br \/>\nQui e fuori di qui siamo in molti a pensare e a ripetere che la cultura, se vuol essere viva e operosa, qualcosa di meglio dell&#8217;inutile e arida erudizione, non deve appartarsi dalle vicende sociali, non deve rinchiudersi nella torre d&#8217;avorio senza curarsi delle sofferenze di chi batte alla porta di strada.<\/p>\n<p>Tutto questo lo diciamo e lo scriviamo da decenni; ma tuttavia siamo incapaci di ritrovare il\u00a0contatto fraterno con la povera gente. Siamo pronti a dire parole giuste; ma non sappiamo rinunciare al nostro pranzo, al nostro comodo letto, alla nostra biblioteca appartata e tranquilla. Tra noi e la gente pi\u00f9 umile resta, per quanto ci sforziamo, come uno schermo invisibile, che ci rende difficile la comunicazione immediata. Il popolo ci sente come di un altro ceto: sospetta che questa fraternit\u00e0 di parole sia soltanto oratoria.<\/p>\n<p>Per Danilo no. L&#8217;eroismo di Danilo \u00e8 questo: dove pi\u00f9 la miseria soffoca la dignit\u00e0 umana, egli ha voluto mescolarsi con loro e confortarli non con i messaggi ma con la sua presenza; diventare uno di loro, dividere con loro il suo pane e il suo mantello, e chiedere in cambio ai suoi compagni una delle loro pale e un po&#8217; di fame.<\/p>\n<p>Questo intellettuale triestino, che se avesse voluto avrebbe potuto costruirsi in breve, coi guadagni del suo lavoro di artista, una vita brillante e comoda in qualche grande citt\u00e0 e una casa piena di quadri e di libri, \u00e8 andato a esiliarsi a Partinico, nel povero paese rimasto impresso nei suoi ricordi di bambino, e si \u00e8 fatto pescatore affamato e spalatore della trazzera per far intendere a questi diseredati, con la eloquenza dei fatti, che la cultura \u00e8 accanto a loro, che la sorte della nostra cultura \u00e8 la loro sorte, che siamo, scrittori e pescatori e sterratori, tutti cittadini dello stesso popolo, tutti uomini della stessa carne. Egli ha fatto quello che nessuno di noi aveva saputo fare. Per questo sono venuti qui da tutta Italia gli uomini di cultura a ringraziarlo: a ringraziarlo di questo esempio, di questo riscatto operato da lui, agnus qui tollit peccata di una cultura fino a ieri immemore dei suoi doveri.<\/p>\n<p>Certo, Danilo Dolci non \u00e8 un personaggio comodo per i commissari di pubblica sicurezza. Io mi immagino i loro discorsi: &#8220;In fondo, un brav&#8217;uomo. Ma uno scervellato, un seccatore, un\u00a0piantagrane&#8221;.<\/p>\n<p>Mi viene in mente una lettera scritta pochi giorni fa dal mio amico <strong>Jemolo<\/strong> a una altissima autorit\u00e0.<br \/>\nDopo avere attestato l&#8217;altezza morale di Danilo, egli continuava: <strong>&#8220;Certo sar\u00e0 noioso per le autorit\u00e0 costituite; ma pensa quanto lo saranno stati a loro tempo San Francesco o San Bernardino da Siena&#8221;.<\/strong><\/p>\n<p>Si, i santi sono noiosi: e in generale, anche senza disturbare santi, \u00e8 certo che in questa societ\u00e0 compressa da una crosta di accomodante scetticismo sono noiosi in generale gli uomini onesti, gli uomini che prendono le cose sul serio. Per chi sta bene e ha la vita facile, sono insopportabili questi importuni che ricordano col loro esempio, fastidioso come un rimprovero vivente, che nel mondo esiste la onest\u00e0 e la dignit\u00e0.<\/p>\n<p>Imparai da ragazzo su qualche antologia un episodio della vita di un santo; in questi giorni mi \u00e8 tornato in mente. Vi confesso che a Firenze, prima di partire per venir qui, invece di consultare i codici per prepararmi a questa discussione, mi sono messo a ricercare nelle vite dei santi il testo preciso di questo episodio: mi pareva di ricordarmi che fosse nella vita di San Filippo Neri ma non l&#8217;ho trovato. Forse \u00e8 nella vita di Don Bosco.<\/p>\n<p>Certo, o l&#8217;uno o l&#8217;altro, si trattava di un santo: ma finch\u00e9 fu vivo era considerato come un terribile spettatore dei ricchi, alle cui porte andava a battere ogni giorno per chiedere carit\u00e0 per i poveri. A tutti i momenti se lo ritrovavano dinanzi: l\u00ec perseguitava con le sue preghiere, fino a che anche i pi\u00f9 avari, pur di levarselo di torno, gli davano quello che chiedeva: e lui correva a portare pane agli affamati.<\/p>\n<p>Un giorno and\u00f2 a bussare alla porta di un signore ricchissimo, ma particolarmente iracondo e<\/p>\n<p>prepotente: e tanto insist\u00e8, nonostante i ripetuti dinieghi, che questo alla fine, gonfio d\u2019ira, lo invest\u00ec di ingiurie e lo prese a schiaffi. Il santo stette impassibile a ricevere le percosse senza muoversi, come se fosse il pagamento di una cosa dovuta: senza neanche ripararsi il viso con le mani (forse lo fece per non essere imputato, dal P.M. di quei tempi, di &#8220;resistenza&#8221;). E alla fine, quando quel prepotente si fu sfogato, riprese candidamente: &#8220;sta bene, questi sono per me: il conto torna. Ma ora bisogna riprendere il nostro discorso: bisogna che tu mi dia i denari per i poveri&#8230;&#8221;.<\/p>\n<p>Io mi auguro che il P.M. ritrovi per conto suo il testo originale dove questo episodio \u00e8 raccontato per esteso. Siamo d&#8217;accordo: anche Danilo \u00e8 un seccatore: per questo gli hanno messo i ferri; per questo lo hanno arrestato; per questo lo hanno trascinato nel fango; per questo lo vorrebbero tenere per altri otto mesi in prigione.<\/p>\n<p>E sia pure. E poi? E i disoccupati di Partinico? E la fame di Partinico? I bambini che muoiono di fame a Partinico? Che darete ad essi? Che parola di speranza di conforto uscir\u00e0 per essi dalla vostra sentenza?<\/p>\n<p>No, questa non \u00e8, onorevole signor P.M., una &#8220;comunissima vicenda giudiziaria&#8221;. Questo non \u00e8 il processo di Danilo Dolci. Su quella panca degli imputati non c&#8217;\u00e8 lui; altre colpe, altre incurie, altre crudelt\u00e0, altri delitti siedono su quella panca: tutti li conosciamo anche voi li conoscete.<\/p>\n<p>Questa non \u00e8 la causa di Danilo; e neanche di Partinico; e neanche della Sicilia. E\u2019 la causa del nostro Paese: del nostro Paese da redimere e da bonificare.<br \/>\nSi parla tra i giuristi di &#8220;bonifica costituzionale&#8221;; siate voi, magistrati, gli antesignani di questa\u00a0bonifica. Nella Maremma della mia Toscana, nelle terre incoltivate che si distribuiscono ai\u00a0contadini, per poter arrivare a seminare bisogna prima spezzare la crosta di tufo pietroso che vi \u00e8 depositata da due millenni di alluvioni; per spezzarla occorrono i trattori: e solo cos\u00ec, sotto quella crosta, si trova la terra fertile e fresca, e in essa, ancora intatte le tombe dei nostri padri etruschi.<\/p>\n<p>Bisogna in tutta Italia spezzare nello stesso modo questa crosta di tradizionale feudalesimo e di inerte conformismo burocratico che soffoca la nostra societ\u00e0: e ritrovare sotto la crosta spezzata il popolo vivo, il popolo sano, il popolo fertile, il popolo vero del nostro Paese: e le tradizioni di saggia ed umana equit\u00e0 che esso ha conservato dai lontani millenni.<\/p>\n<p>Vorrei, signori Giudici, che voi sentiste con quale ansia migliaia di persone in tutta Italia attendono che voi decidiate con giustizia, che vuol dire anche con indipendenza e con coraggio questa causa eccezionale: e che la vostra sia una sentenza che apra il cuore della speranza, non una sentenza che ribadisca la disperazione.<\/p>\n<p>Colleghi e amici siciliani, noi siamo venuti in Sicilia, e vi ringraziamo di averci consentito di essere qui al vostro fianco, per dirvi che tutto quello che vi addolora, tutto quello che vi offende, addolora e offende anche noi. Questa vostra angoscia \u00e8 anche la nostra angoscia: anche noi ci sentiamo bruciare dal vostro sdegno. Vogliamo anche noi prendere sulle nostre spalle, con l&#8217;aiuto della Costituzione, il destino del nostro Paese.<\/p>\n<p>Qualche giorno fa, sfogliando un giornale straniero, vi ho letto una notizia dall&#8217;Italia che mi ha fatto arrossire. C&#8217;era scritto, a proposito di questo processo di Danilo, questo titolo: <strong>&#8220;In Italia a<\/strong> <strong>chi chiede rispetto della Costituzione si nega la libert\u00e0 provvisoria&#8221;.<\/strong> Non \u00e8 vero, non \u00e8 vero! Signori Giudici, diteci che non \u00e8 vero! Permetteteci di dire agli stranieri che non \u00e8 vero!<\/p>\n<p>Voi dovete aiutarci, signori Giudici a difendere questa Costituzione che \u00e8 costata tanto sangue e tanto dolore voi dovete aiutarci a difenderla, e a far s\u00ec che si traduca in realt\u00e0.<\/p>\n<p>Vedete, in quest\u2019aula, in questo momento, non ci sono pi\u00f9 giudici e avvocati, imputati e agenti di polizia: ci sono soltanto italiani: uomini di questo Paese che finalmente \u00e8 riuscito ad avere una Costituzione che promette libert\u00e0 e giustizia.<\/p>\n<p>Aiutateci, signori Giudici, colla vostra sentenza, aiutate i morti che si sono sacrificati e aiutate i\u00a0vivi, a difendere questa Costituzione che vuol dare a tutti i cittadini del nostro Paese pari giustizia \u00e8 pari dignit\u00e0!<\/p>\n<p>PIERO CALAMANDREI<\/p>\n<p><strong>Biografia\u00a0 \u00a0P iero Calamandrei<\/strong><\/p>\n<p>Nato a Firenze nel 1889. Si laure\u00f2 in legge a Pisa nel 1912; nel 1915 fu nominato per concorso professore di procedura civile all&#8217;Universit\u00e0 di Messina; nel 1918 fu chiamato all&#8217;Universit\u00e0 di Modena, nel 1920 a quella di Siena e nel 1924 alla nuova Facolt\u00e0 giuridica di Firenze, dove ha tenuto fino alla morte la cattedra di diritto processuale civile.<\/p>\n<p>Partecip\u00f2 alla Grande Guerra come ufficiale volontario combattente nel 218\u00b0 reggimento difanteria; ne usc\u00ec col grado di capitano e fu successivamente promosso tenente colonnello. Subito dopo l&#8217;avvento del fascismo fece parte del consiglio direttivo dell&#8217;\u00abUnione Nazionale\u00bb fondata da Giovanni Amendola. Durante il ventennio fascista fu uno dei pochi professori che non ebbe n\u00e9 chiese la tessera continuando sempre a far parte di movimenti clandestini. Collabor\u00f2 al \u00abNon mollare\u00bb, nel 1941 ader\u00ed a \u00abGiustizia e Libert\u00e0\u00bb e nel 1942 fu tra i fondatori del Partito d&#8217;Azione.<br \/>\nAssieme a Francesco Carnelutti e a Enrico Redenti fu uno dei principali ispiratori dei Codice diprocedura civile del 1940, dove trovarono formulazione legislativa gli insegnamenti fondamentali della scuola di Chiovenda. Si dimise da professore universitario per non sottoscrivere una lettera di sottomissione al \u00abduce\u00bb che gli veniva richiesta dal Rettore del tempo.<br \/>\nNominato Rettore dell&#8217;Universit\u00e0 di Firenze il 26 luglio 1943, dopo l&#8217;8 settembre fu colpito da mandato di cattura, cosicch\u00e9 esercit\u00f2 effettivamente il suo mandato dal settembre 1944, cio\u00e8 dalla liberazione di Firenze, all&#8217;ottobre 1947.<\/p>\n<p>Presidente del Consiglio nazionale forense dal 1946 alla morte, fece parte della Consulta Nazionale e della Costituente in rappresentanza del Partito d&#8217;Azione. Partecip\u00f2 attivamente ai lavori parlamentari come componente della Giunta delle elezioni della commissione d&#8217;inchiesta e della Commissione per la Costituzione. I suoi interventi nei dibattiti dell&#8217;assemblea ebbero larga risonanza: specialmente i suoi discorsi sul piano generale della Costituzione, sugli accordi lateranensi, sulla indissolubilit\u00e0 del matrimonio, sul potere giudiziario. Nel 1948 fu deputato per \u00abUnit\u00e0 socialista\u00bb. Nel 1953 prese parte alla fondazione del movimento di \u00abUnit\u00e0 popolare\u00bb assieme a Ferruccio Parri, Tristano Codignola e altri. Accademico nazionale dei Lincei, direttore dell&#8217;Istituto di diritto processuale comparato dell&#8217;Universit\u00e0 di Firenze, direttore con Carnelutti della \u00abRivista di diritto processuale\u00bb, con Finzi, Lessona e Paoli della rivista \u00abIl Foro toscano\u00bb e con Alessandro Levi del \u00abCommentario sistematico della Costituzione italiana\u00bb, nell&#8217;aprile del 1945 fond\u00f2 la rivista politico-letteraria \u00abIl Ponte\u00bb.<br \/>\nMor\u00ec a Firenze nel 1956.<br \/>\n(a cura della rivista Il Ponte)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>IN DIFESA DI DANILO DOLCI\u00a0 Piero Calamandrei * \u00a0Pubblicato in &#8220;Quaderni di &#8220;Nuova Repubblica&#8221;&#8221;, 4, 1956, p. 15, anche in &#8220;Il Ponte&#8221;,XII, 4, aprile\u00a0 1956, pp. 529-544 e in Processo all\u2019art. 4,&#8221;Testimonianze&#8221;, 8, pp. 291-316. Testo stenografico dell\u2019arringa pronunciata il 30 marzo 1956 dinanzi al Tribunale penale di Palermo. (Danilo&nbsp; <a href=\"https:\/\/diariealtro.it\/?p=7647\" title=\"Read more 23 aprile 2021- Un discorso di Piero Calamandrei in difesa di Danilo Dolci\">Read more &raquo;<\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[5],"tags":[29,31],"class_list":["post-7647","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-cronache","tag-informazione","tag-istituzioni"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/diariealtro.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/7647","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/diariealtro.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/diariealtro.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/diariealtro.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/diariealtro.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=7647"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/diariealtro.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/7647\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":7649,"href":"https:\/\/diariealtro.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/7647\/revisions\/7649"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/diariealtro.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=7647"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/diariealtro.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=7647"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/diariealtro.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=7647"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}